In ordine sperso

A gennaio del 2010 abbiamo varcato l’ingresso di quell’istituto scolastico per la prima volta. Cristina aveva trenta mesi, “come il parmigiano” avevo detto alla maestra Roberta per rompere il ghiaccio ma lei non aveva riso, forse non c’era molto da ridere, in effetti, ma a me è sempre sembrata una cosa buffa usare i mesi per indicare l’età dei bambini. Ma buffo non è uguale a divertente. Il perché, poi, uno voglia rompere il ghiaccio con la maestra della scuola materna è dura da spiegare, figuriamoci da capire.

Quello era il tempo in cui avevamo ancora le pareti di casa tinteggiate di rosa. Quando abbiamo iniziato a vivere insieme io ho scelto il rosa perché pensavo che a Lui piacesse molto dato che nella casa dove viveva da solo aveva la mansarda con le pareti rosa e Lui pensava che a me piacesse molto perché avevo fortemente voluto e difeso quel rosa e così per compiacere l’altro senza dirglielo per anni abbiamo tenuto un colore che ci faceva schifo alle pareti. Era il tempo in cui non avevamo un forno funzionante ma solo un fornetto elettrico senza un motivo valido per non avere il forno funzionante. A Lui avevano detto per tanto tempo che non era capace di fare lavoretti in casa e a me che ero negata per la cucina e come tutti quelli che sentono ripetutamente una storia anche noi ci abbiamo creduto fino a quando Lui non ha riparato il forno e io non ho iniziato a preparare torte e più di qualcuno ha dovuto trovare altre storie da raccontare. Ma senza creatività. Quello era il tempo in cui ancora non avevamo il nostro cane, per il quale avevamo il nome già pronto da anni, da prima di pensare di avere figli insieme, da prima di avere una casa insieme o di lavorare insieme, da quando eravamo insieme e basta, io  e Lui, con l’idea (mia) di questo cane fantastico che già aveva il suo nome, aspettavamo solo di trovarlo. Quello era il tempo in cui un medico mi ha rivelato che la mia non era solo malinconia cronica o tristezza o visione negativa dell’esistenza.

La scorsa settimana quell’ingresso di quell’istituto è diventato un’uscita. Basta cambiare senso di marcia. Pepe ha quasi 14 anni e non ha trascorso tutti questi anni alla scuola materna, nemmeno sua sorella (che quell’uscita l’ha varcata due anni fa ma sembrano mille) anche se per un  periodo avrebbe voluto, “mi basta quello che so” mi disse l’anno del passaggio alle elementari per niente interessata all’idea di imparare a leggere e scrivere. Sono salite di piano, piano piano eppure velocemente, dal piano terra al primo piano e poi al secondo, la materna, poi le elementari e infine le medie. E piano piano, eppure velocemente, sono scese di piano ed eccole fuori. Pepe non vuole si scriva di lei, quindi non lo farò più del necessario, è pronta per il liceo, lo è davvero e adesso lo sono anch’io, dopo oltre tredici anni durante i quali abbiamo cambiato colore alle pareti e riso moltissimo del fraintendimento che aveva generato tutto quel rosa dal quale eravamo circondati, abbiamo trovato il nostro cane e il nome scelto era davvero perfetto, ci siamo sposati perché Lui non voleva lasciare la sua pensione in malora e io non volevo che a decidere per me in caso di grave malattia fossero i miei genitori e ce lo siamo detto senza fraintendimenti. Tredici anni durante i quali abbiamo sfiorato la separazione ma era troppo viscida e abbiamo tirato indietro la mano per cercare conforto, rifugio, forza nella mano dell’altro, abbiamo cresciuto due figlie partendo da idee lontane, i figli crescono anche se non ci sei diceva Lui, i figli si crescono dicevo io, basta l’esempio diceva Lui, devi spiegare il perché, la ratio sottesa, dicevo io , complichi tutto tu diceva Lui, fai tutto facile tu dicevo io e abbiamo cresciuto due aziende, qui qualcuno storcerà il naso ma è così e non c’è altro da aggiungere. Tredici anni durante i quali abbiamo cambiato diverse auto e casa, preso un altro cane per il quale il nome non era deciso, rispettato la regola non scritta di visitare almeno  un posto nuovo ogni anno, chiuso definitivamente rapporti parentali sbagliati, vegliato il nostro cane ormai anziano mentre aspettavamo che lo cremassero.

La scelta dell’inserimento anticipato alla scuola materna l’ho voluta fortemente io, come il rosa sulle pareti, come il cane con il nome, come il cane senza nome. Tra le nostre idee lontane la più lontana era quella sul ruolo dei nonni, io ci vivevo diceva Lui, io li andavo a trovare dicevo io.

Le pareti, a casa, hanno la tinta lavabile. Non è rosa. È stata una scelta intelligente, penso l’abbia presa Lui, non ricordo ma sono quasi certa. Quando il cane ha iniziato a stare male e a perdere l’equilibrio strisciava contro i muri pur di raggiungere il giardino e fare pipì. Dopo la sua morte ho lavato via le tracce di quei passaggi, è stato come togliere la sua ombra, l’ultimo saluto per davvero. Gli operai in questi giorni hanno fatto alcuni lavori e ho trovato le impronte di manate maldestre, segni di un pollice, un palmo lasciato lì come se stesse per cadere dalla scala e avesse trovato solo quel modo di non farlo, e così col fervore di un paleontologo ho ricostruito le abitudini di chi ha lavorato qui, tra le foto di noi quattro a Parigi e quelle di Lui che fuma il sigaro, tra i quadri scelti insieme senza sapere ancora dove li avremmo appesi perché i quadri trovano da soli il loro posto dice Lui, se non mi piace lo cambiamo dico io, tra i libri e i trofei sportivi, tra i ninnoli ricordi di viaggio e la corrispondenza all’ingresso, chiedendomi se anche loro hanno preso tutte quelle informazioni per ricostruire le abitudini di chi vive qui, se hanno capito dove ci appoggiamo, noi, per non cadere.

Al supermercato una donna ha  chiesto due conti separati per la spesa sul nastro. Avrebbe pagato con il bancomat il cibo. In contanti le bottiglie di alcolici. La cassiera mi ha guardato come se potessi farci qualcosa. Ho abbassato lo sguardo, come se fosse stata mia la richiesta.

Mi sono sposata perché non credo nella famiglia. Ecco perché ho scelto un estraneo con cui creare qualcosa. E qualcuno. Esercito il ruolo di madre per come sono, senza infingimenti. In natura a nessun mammifero viene chiesto di sorridere mentre allatta o mentre i cuccioli le mordono le zampe per attirare l’attenzione. Ricordatevi che mamma quokka, l’animale che sorride sempre, se minacciata dai predatori prende il suo cucciolo dal marsupio e lo lancia per mettersi in salvo. E suocera quokka muta.

Sono uscita un po’ da me stessa. Non per guardare fuori ma per guardare anche da fuori, se mi piace.

Tra le cose che non ho più tempo di fare ci sono le giustificazioni. Se proprio sono in vena offro spiegazioni ma le giustificazioni basta, nemmeno a pagamento. Solo quelle per le assenze delle ragazze a scuola.

Appello ai docenti: se correggete le verifiche di sabato e domenica a scuola chiusa, per favore, non caricate i voti sul maledetto registro elettronico flagello di questa friabile generazione, non dico di arrivare al punto di consegnare prima il cartaceo così da guardare negli occhi il giovane autore della verifica come avveniva un tempo lontano lontano in un posto che non esiste più, ma almeno di aspettare e rispettare l’orario scolastico.

Alle comunicazioni che non portano in sé il seme delle risposta, non rispondo.

So per certo di non essere fraintendibile quando parlo. Ecco perché in genere non piaccio. Ecco perché in genere gli altri non m piacciono. Ecco perché parlavo poco.

Il mio modo di amare passa attraverso la pulizia. Quando amo, pulisco. Pulisco le cose che amo, le case che amo, le persone che amo. Ovviamente se smetto di pulire significa che non amo più. La mia auto è sempre sporca. Il mio nuovo ufficio è pulito. Il mio amore passa attraverso la cura, la manutenzione, in alcuni momenti attraverso la contemplazione della pulizia senza permettere alcun passaggio che sporchi o rovini minimamente. Sono i momenti più difficili, quelli. Le case si abitano, le cose si usano e le persone si vivono dice Lui, non tocco perché non voglio rovinare niente dico io. Ci sono stati periodi nei quali ho fatto fatica a raggiungere la doccia. Ci sono state volte in cui quando Lui mi chiamava dal bagno per controllare se la rasatura della sua testa fosse a posto dietro, sulla nuca, dove non riusciva a vedere gli dicevo di sì e invece aveva piccole macchie di capelli, piccoli ciuffetti sparsi di peli perché mostrasse inconsapevole al mondo che lo amavo meno. Che si sapesse.  

La mia depressione è uno spazio da proteggere dalla mia curiosità.

Quando le ragazze andavano all’asilo e il Lupo che mi vive dietro lo sterno era molto prepotente e poco addomesticato avevo immaginato le madri che si susseguivano in quei corridoi e in quelle aule come animali di un circo o di uno zoo o di una fattoria. C’era mamma maiale con il suo piccolo, avevano entrambi il naso con narici larghe e ingombranti su faccioni tondi, lei lo tirava su di peso con braccia grosse come prosciutti in salumeria mentre lui si dimenava a terra per qualcosa da mangiare che lei non aveva portato con sé. C’era mamma giraffa, aveva gambe sottilissime e lunghissime fasciate in jeans a prova di candidosi vaginale, sbatacchiava lo sguardo sorpreso di chi ha il cuore lontano dal cervello mentre acciuffava il suo piccolo dal colletto della polo costringendolo a tirare su la testa così da guardare ammirato prima lei e poi il resto del mondo, se restava tempo. C’era mamma scimmia, con il tutù e il cerchietto in testa, con l’espressione quasi umana e la capacità di saltare da una parte all’altra per impicciarsi di quante più cose possibili nel più breve tempo possibile mentre il suo cucciolo cercava invano di aggrapparsi. C’era mamma oca che organizzava feste a cui le altre madri andavano solo per non sentirla più starnazzare delle feste che organizza per il suo cucciolo che ad occhio era destinato a diventare paté. C’era mamma orsa, se la incontravi era meglio far finta di niente. Capitava di vederla in disparte, in un angolo del corridoio, un attimo prima di entrare nelle classe di una delle cucciole e poi nell’altra, sembrava inanimata, poi prendeva le sue orsette e diventava maestosa. Feroce, anche. Solo se provocata.

Ci sono persone che amano i gatti. Io sapevo che i gatti non si possono lavare. Sapevo che si puliscono da soli.  

Sto trasformando i miei perché. Non tutti. Faccio così: tolgo il punto interrogativo, lo uso come gruccia per stendere le camicie di Lui che lavo con il profumatore per il bucato che sa di pulito e di buono, e metto il punto. Il punto e basta, quello semplice. Ho capito che lo stavo facendo mentre passeggiavo con il cane, ascoltavo una signora parlare con un’altra signora di qualche malattia, robe di urine bloccate chissà dove e intanto svuotavo il cervello come si fa con il cestello delle posate in lavastoviglie. Io tolgo le posate per genere e non per foro del cestello, tutti i coltelli e tutte le forchette e tutti i cucchiai con me, invece c’è chi lo svuota come viene, la posata che prende quella mette a posto, io poi sistemo il cestello nei binari del vano inferiore invece c’è chi lo scaraventa vuoto in lavastoviglie e basta, tipo al bowling. Ero lì che svuotavo il cervello ai giardinetti vicino alla (ex) scuola delle ragazze e ho pensato che forse quel frammento di Saffo che da trent’anni amo e lascio che mi guidi non era una domanda ma una risposta.  Per molto tempo ci ho infilato il punto interrogativo alla fine solo perché era una mia domanda. Invece era la risposta. Perché coloro che amo sono quelli che mi fanno il male peggiore. E così tante altre ne ho trovate di risposte e con i punti interrogativi avanzati ho preso altre domande, nuove. Poi si vedrà. Non a tutto c’è una risposta, a volte basta lasciar accadere dice Lui, l’ho capito, dico io.

Regole e versioni

Un chiosco a ridosso di una piazza, incastrato tra i binari del tram e un rassicurante controviale torinese. A colpo d’occhio un paio di licei, una scuola media fresca di ritinteggiatura, la fermata della metropolitana, un palazzo di dieci piani appena ultimato che dicono ben inserito nel contesto urbano ma chi lo dice deve essere a sua volta ben inserito in qualche contesto che mi sfugge, un distributore di benzina. Si mangia bene, sono veloci e cortesi, spesso le due cose si escludono a vicenda ma non qui, c’è il dehors se non piove. Oggi piove. Oggi non è davvero oggi, è un oggi che piove, fate voi quale oggi. Anche oggi, comunque, piove. Io non so mai se oggi è davvero oggi.

Una donna cerca parcheggio picchiettando l’indice sul volante. Ha unghie perfette, smaltate di rouge noir, non si vede perché indossa gli anfibi sotto un ampio gonnellone nero ma anche le unghie dei piedi hanno la stessa tonalità. È un suo cavallo di battaglia: le unghie o tutte uguali o niente. Il parcheggio è a pagamento, guarda le strisce blu tutte occupate, sembra la battigia in Liguria. La Liguria le mette tristezza ma è vicina. Anche la Val di Susa le mette tristezza ma è vicina. Tutti i suoi conoscenti dicono la stessa cosa. Forse i piemontesi sono tristi per eccesso di comodità.

Una donna arriva con lo scooter. Era in dubbio, visto che piove ma poi si è detta che due palle, ha preso il casco, ci ha incastrato dentro un’inestimabile quantità di capelli profumati di argan e si è avviata, ha bruciato qualche semaforo, mandato a fare in culo qualche coglione in panda grigia con il piede tremolante sul freno, è partita sempre un attimo prima del verde. Ha uno zaino, dentro lo zaino il telefono, il portafogli, il boccettino di amuchina perché il mondo fa schifo, un assorbente, un pacchetto di fazzoletti, le chiavi di casa, uscendo ha solo tirato la porta, ha pensato di chiudere ma non l’ha fatto, è rimasta con la chiave in mano a un millimetro dalla toppa poi ha sentito una voce dire che tanto non c’è niente da rubare lì dentro. Si è girata, non ha aspettato l’ascensore pur avendo schiacciato il pulsante per chiamarlo. Con il gomito, non con l’indice. È andata giù per le scale, tanto si sa che lei è sempre distratta, si è dimenticata di chiudere. Pace.

Una donna arriva a piedi, indossa un cappello. Il cappello è di Borbonese. Ha scarpe comode ma eleganti, le porta senza calze. Controlla di avere le chiavi dell’ufficio in borsa. La borsa è di Vuitton. Originale. Le chiavi sono al loro posto, come sempre, la donna ha bisogno di controllare anche quello che è come sempre, solo così si calma. Non è agitata. È inquieta. Spesso le due cose si confondono. Non in lei.

-“eccomi, scusate, ma il parcheggio in questa zona è impossibile. Che belle che siete, come state? Meno male che ci hanno messo dentro con questo schifo di tempo ”

-“a me piace questo tempo. Tutto bene, dai, dove l’hai lasciata?”

-“nella via di lato al liceo, è uscito uno per miracolo”

-“per quello vengo con il motorino, non ho la pazienza di girare come una scema. Lei ama la pioggia ma viene a piedi, grazie al cazzo.”

-“sì, ma in ufficio ci arrivo in macchina anch’io”

-“all’ora in cui arrivi tu non c’è il problema del parcheggio”

-“oh no, c’è, hai voglia. È un isolato di borghesissimi lavoratori che non escono di casa prima delle 9, in più ci sono quei due laboratori di analisi, quello dei prelievi e quello degli esami diagnostici, uno di fronte all’altro, non potete capire la fila di auto che prima delle 8 cercano un posto. E poi le facce delle persone, escono dal laboratorio e tutti, tutti davvero, per prima cosa aprono la cartellina del referto. Subito. Ma cosa ci capiscono? Cosa leggono? Non so, guarda se hai asterischi ma di più che vuoi fare? Manda tutto al tuo medico e guarda dove metti i piedi non che io devo stare attenta a non metterti sotto perché sei immerso nella comprensione di quale malattia ti sta uccidendo. Oppure si attaccano al telefono e urlano. L’altro giorno mi è passato sotto la finestra dell’ufficio uno che tutto felice raccontava al telefono che dopo l’esame lo avevano mandato a pisciare e aveva pisciato ma bene, bene, proprio mi sono liberato. La gente è strana.”

-“non si sarà nemmeno lavato le mani, la maggior parte degli uomini piscia e non si lava le mani, sapete che hanno analizzato le arachidi nei bar, sapete quelle che mettono nelle ciotoline e mentre sei al bancone ne prendi qualcuna così per sgranocchiare? Sapete la quantità di urina che ci hanno trovato? Io non mi avvicino nemmeno al bancone, che schifo la gente.”

-“ma, non è che le donne mi diano tante garanzie. In palestra sai quante ne vedo che finiscono l’allenamento e in spogliatoio si tamponano con un asciugamano, si mettono deodorante e profumo e si rivestono? Addirittura i collant. Muoio. I collant su quelle gambe sudate e poi escono così come se niente fosse.”

-“ok, dopo questa premessa disgustosa di piscio e sudore cosa prendete?”

-“io i pancake con il salmone e l’avocado”

-“ma i pancake non sono dolci?”

-“Io l’insalatona, la nizzarda. Ma senza uovo.”

-“no, sono una base neutra, io li faccio sia dolci che salati”

-“io li prendo già fatti, glieli caccio lì con la nutella a colazione il fine settimana, quando è con me e non con il padre”

-“anch’io li faccio, ma solo dolci, non ci vuole molto”

-“io insalatina di polpo e patate”

-“vado a portare l’ordinazione, da bere, acqua per tutte? Una frizzante e una naturale?”

-“sì”

-“ok, vado”

-“allora? Come stai? Davvero.”

-“ora che torna, vi dico”

-“Vittoria come sta?”

-“bene, come stanno bene i sedicenni di oggi”

-“pure quelli di ieri. Non è che io a sedici anni stessi da Dio”

-“ma. Io male male non stavo. E lavoravo pure, mi sembra che qualche cazzata in meno in testa ce l’avevo”

-“tanto è arrivata dopo la cazzata in meno. Quelle arrivano”

-“quali cazzate? Che mi sono persa? Ci portano tutto”

-“no, niente, cazzate dei sedici anni”

-“io ci sto ancora in mezzo. Alle mie, non a quelle di Alby.”

-“come sta Alberto?”

-“si lava molto, meno male. Forse gli piace qualcuno.”

-“e tu?”

-“a me non piace nessuno. Nemmeno mio marito, per ora.”

-“sbam”

-“eh sbam. Magari ci fosse qualche sbam. Abbiamo iniziato la terapia”

-“era ora!! Sono almeno due anni che ci giri intorno e che ti dico di andare”

-“tu secondo me lavori per l’ordine degli psicologi, non è possibile, sembri mia madre con l’arnica, qualunque cosa lei ti dà l’arnica e tu qualunque cosa la terapia”

-“la terapia io la metterei obbligatoria per tutti. Guardatevi intorno. Conoscete qualcuno che non abbia necessità di una chiacchierata con un professionista? Bisognerebbe fare dei richiami, come con la vaccinazione, adesso con quel casino in Emilia, stanno richiamando le persone a fare l’antitetanica, ecco dovrebbero fare lo stesso con la terapia. Non dico l’analisi, mica tutti hanno bisogno di andare in analisi, ma la terapia sì. C’è il rischio di acque contaminate e devi proteggerti, ma perché il resto delle contaminazioni? Ma perché tutto quello che ci investe e ci attraversa?”

-“non so, intanto siamo andati due volte insieme. Adesso dobbiamo andare individualmente. Non sono tranquilla”

-“Perché?”

-“perché chissà quel cretino cosa gli dice allo psicologo! Mica sono lì a sentire”

-“ma lo scopo è quello. Cioè, anche dargli uno spazio nel quale poter dire cose che magari a te non vuole dire o non sa come dire, una zona franca nella quale potersi esprimere”

-“tanto sarà colpa di sua madre, stai tranquilla. Qualsiasi cosa la causa è sua madre. Funziona così. Cioè se funziona così per noi con i nostri figli perché non deve funzionare così anche per le stronze con i loro figli, quelli che ci ritroviamo noi in casa maleducati e incasinati mentre le stronze blaterano alle nostre spalle e giudicano come noi cresciamo i nostri figli. Nostri.”

-“tutto bene come sempre, vedo, con tua suocera.”  

-“ti dico solo che lui mi fa hai sentito è morta Tina Turner e io gli ho detto tua madre invece ancora no”

-“avevi detto lo stesso quando è morto Marchionne”

-“lui era anche giovane, povero”

-“giovane o vecchio rileva poco, se uno è stronzo è stronzo anche a trent’anni, non c’è bisogno che arrivi a ottanta per palesarsi”

-“ecco perché io gliel’ho rimandato al mittente”

-“il primo?”

-“no, il primo era orfano”

-“che culo. Non si lascia un orfano. È una fortuna un orfano. Era anche figlio unico? Sai che l’uomo perfetto è orfano e figlio unico?”

-“no, ha un fratello”

-“meglio di una sorella, meno acidità”

-“meglio niente”

-“con Marco, invece, come va?”

-“bene, viene a cena da noi, tiene il telefono girato, se lei chiama o manda messaggi non la caga. Lei è la moglie, noi siamo la famiglia. Vittoria è felice, è un equilibrio nuovo.”

-“senza suocera”

-“quando vado a prendere Vitto la mamma di Marco si affaccia dal balcone e mi manda i bacini di nascosto dalla nuova nuora, mi manda le cose da mangiare che mi preparava quando ero sposata con Marco”

-“quando eri sposata con Marco ti detestava”

-“sì, ricordo anch’io, non ne facevi una giusta con Vitto, eri troppo al lavoro, eri troppo assente, eri troppo permissiva, eri troppo sbrigativa in cucina, eri troppo indulgente con la scuola”

-“ero troppo. Ecco perché con suo figlio è finita. A parte che andava a letto con l’assistente di direzione che tu avevi brillantemente rinominato l’assistente di erezione e quanto mi hai fatto ridere tra le lacrime vi ricordate, quella sera, quando vi ho detto che l’avevo beccato? Troppo e niente. Ho conosciuto uno, comunque. Niente giudizi, grazie.”

-“dove? Come si chiama? Quanti anni ha?”

-“foto. Ci hai già scopato?”

-“su un coso di incontri e zitte grazie, non mi sembra il truffatore di tinder e comunque non sborso un centesimo, adesso ti faccio vedere la foto, si chiama Giuseppe ma nessun commento, non ci ho scopato penso a breve ma non so volevo chiedervi e il problema è l’età”

-“si chiama Giuseppe, che problema di età può avere se non quello di essere troppo vecchio e di non riuscire a scopare?”

-“è più giovane di me. Vi dimenticate sempre che ho dieci anni più di voi due, ragazzine”

-“con quella pelle sei un’imbrogliona. E poi cosa significa? Quanto più giovane? Potresti averlo partorito? La regola è solo questa.”

-“no, non potrei averlo partorito”

-“allora fregatene”

-“vi leggo i messaggi che ci siamo mandati”

-“no, la foto, prima. Così ti dico se puoi scoparci.”

-“e come fai?”

-“ha una regola”

-“anche per questo?”

-“ha una regola per tutto”

-“il naso, miscredenti, guardate il naso di un uomo e capirete se vale la pena o no.”

-“io sapevo il pollice”

-“no, quello è il televisore”

-“hai avuto tre mariti e non hai mai fatto caso al naso? La regola del naso è la base proprio. Naso grande. Naso piccolo. Dammi la foto.”

-“ecco la foto”

-“voglio vedere anch’io”

-“sì, puoi provare”

-“ah, così?”

-“e come? Cosa vuoi fare, girarci intorno, fare il balletto di cene e chiacchiere, messaggi il mattino e la sera, mi piace viaggiare oh che caso piace anche a te pensavo mi dicessi che ti piace andare al Conad il sabato pomeriggio, mi piace il teatro piace anche a te oh che caso pensavo che mi dicessi che ami pulire il filtro della doccia intasato dai capelli. Dai quante prese in giro per arrivare lì, dove non ci si può prendere in giro. Da sempre io sostengo questa regola: prima si scopa poi si valuta. Se non funziona quello è inutile tutto il resto. E lo sapete anche voi. Tutto quello che è finito alle vostre spalle è finito per motivi riconducibili al sesso”

-“regola del naso. Della scopata conoscitiva. Dell’avrei potuto partorirlo. Della terapia obbligatoria come l’antitetanica. Quale altra regola, dottoressa?”

-“la regola del tre entro trenta. È diventata la mia guida, negli anni”

-“sarebbe?”

-“entro trenta secondi devi dire tre qualità della persona che frequenti. Attenzione: frequentazione a qualsiasi titolo. Madre, padre, fratelli, figli, mariti, amanti, amiche, cani, gatti. Se non sai dire tre qualità entro trenta secondi quella relazione è inutile, è una perdita di tempo in un vita che per sua stessa natura di tempo ne ha poco. Le qualità che dici devono essere soggettive, cioè per te è una qualità amare i gatti per me è un difetto, vale per te”

-“caspita, questa è forte”

-“cazzo, sì. Perché trenta secondi?”

-“perché sembrano pochi ma se non sai cosa dire sono eterni”

-“ho paura di provare  con il cretino, che non bastino per i difetti e che siano troppi per le qualità.”  

-“no, ma infatti non ci si deve concentrare sui difetti. Io coltivo una relazione a prescindere dai difetti che non puoi sceglierti ma sulla base delle qualità che mi piacciono di una persona. Dai, tre qualità di tuo marito. Una per esempio è che non si arrende, non è che ti ha detto dal terapeuta vacci tu, è consapevole”

-“è cretino. Gli ho detto che era l’ultima possibilità.”

-“è tenace”

-“è cretino”

-“è il cretino che ti sei scelta, però”

-“le scelte cambiano”

-“dillo a me che dopo tre mariti sono qui a chiedervi se uscire o no con tal Giuseppe o se poi mi faccio troppo male, vi ricordate quanto ho pianto per Gianlu?”

-“Gianlu era tuo marito. Per forza hai pianto. Mica si piange per gli sconosciuti. Giuseppe mettilo nella categoria sconosciuti”

-“ragazze, ma io ormai ho anche la mia età. E se non gli piaccio?”

-“che palle. Gli hai detto di avere venticinque anni? No. Allora sono problemi suoi, non tuoi. Sai cosa vuol dire la tua età? Una beata minchia, perché sei qui a leggere i messaggi come tua figlia che ha sedici anni. Però, hai anche la fortuna di essere nella metà degli anni cinquanta. Attenzione non gli Anni Cinquanta, ma i tuoi anni cinquanta. Sei nel pieno del boom, non hai più le mestruazioni, sei libera, la ricostruzione è a buon punto, la guerra inizia a sbiadire nei ricordi, guarda noi che siamo a metà degli anni quaranta, ancora con le macerie da gestire, i bombardamenti nelle orecchie e gli sfollati negli occhi, che ci fanno votare e diciamo grazie come se fosse un favore eppure abbiamo qualche speranza perché, comunque, la guerra è finita, è finito l’indottrinamento degli anni venti e l’esaltazione immotivata, è passato l’affanno degli anni trenta quando bisognava dimostrare di essere all’altezza degli altri e tante volte abbiamo sbagliato le alleanze. Ragazze, la guerra è finita.”

-“e tua suocera non è morta”

-“maledetta”

-“ci esco e succeda quel che deve”

-“quello per cui uscite e via le ipocrisie”

-“che faccio, gli chiedo di cosa ha parlato con lo psicologo?”

-“no. No. No. Tanto poi te lo dice, con i suoi tempi, te lo dice perché non sa tenersi un cecio in bocca”

-“perché è cretino”

-“perché sei la sua migliore amica e se non lo dice a te a chi lo deve dire?”

-“io no  sono mai stata la migliore amica dei miei mariti”

-“io l’ho sposato il mio migliore amico, è stata la cosa più intelligente che abbia fatto. Dopo essermi diplomata lì, si vede la finestra da qui, al secondo piano, lì ho discusso gli orali millemila anni fa che sembrano un attimo ”

-“voi due sembrate sempre uniti, si vede che c’è tanto amore”

-“io me lo sono ripreso in tutte le versioni, quest’amore. Come la canzone, sapete, dice così: e mi riprendo questo amore in tutte le versioni e ricomincio a vivere…, l’ascoltavo a ripetizione quando ho pensato di separarmi, perché ero disposta a perdere lui, quasi sollevata all’idea di lasciarlo, come se mi stessi togliendo un peso enorme dalle spalle , una zavorra ma non ero disposta a lasciare quell’amore, a perderlo e allora sono ripartita dalle tante versioni, dalla passione, dalla tenerezza, dalla ferocia, dall’allegria, dal dolore, dalla quotidianità e ho raccattato tutti i pezzi che avevamo sparso in giro, li ho rimessi insieme e ho salvato tutte le versioni. Ci ho messo un lupo a fare da guardia. Adesso so che nessuno può portarmelo via. E sua madre suca.”

-“sempre suca”

-“sempre suca”

-“chiediamo il caffè e il conto?”

-“Sì, è ora. Ha smesso di piovere o è ancora brutto?”

-“piove, ma non è brutto. Spesso le due cose si confondono, ma non oggi”