Andare ai consigli di classe di figlia 2. La terza liceo con le stesse osservazioni della prima e delle seconda. Dici ai professori che ti sembra di assistere a un copia incolla e si offendono.
Cosa dovremmo fare noi? sbotta garrula una voce da quel versante.
Boh, forse bocciare gli insufficienti e lasciare che noi genitori ci intestiamo qualche grattacapo o qualche cazzo da cagare direbbe mia madre .
Dividere in noi e voi quando è palese che io sono io e voi non siete…io.
Spendere riflessioni sull’inutilità di definire inclusiva una scuola solo perché usa gli asterischi come per i surgelati e promuove tutti. Promuovere tutti non è inclusione è solo promuovere tutti, belli e brutti direbbe mia madre, mandando avanti chi ha sbagliato strada, chi non ha voglia, e fanculo a quelli che, coglioni loro, non danno problemi di condotta e rendimento.
Dire a Figlia 1 e Figlia 2 di lasciar perdere perché mi sa che è proprio lasciando perdere che abbiamo perso tutti. Quindi, incazzatevi a bestia bimbe mie, esprimete il vostro sdegno e il vostro disappunto ma per farlo siate inattaccabili nel linguaggio e allora: studiate. Per non lasciar perdere bisogna studiare. Non lasciar perdere non è uguale a vincere, è molto meglio.
Aspettarmi che le parole restino tali nella bocca di chi le pronuncia e nell’orecchio di chi le ascolta. Io dico responsabilità e tu senti colpa. Io dico che si tratta della mia opinione strettamente personale e tu senti che sono portatrice di una verità universale. Ma vaffanculo tu e chi t’ha fatto direbbe mia madre e dimmi cosa senti.
Andare in cortocircuito quando Figlia 1 sostiene di essere sempre a casa mentre tu sei sempre fuori casa a recuperare lei in giro.
Dividere in lei e tu quando è palese che lei è lei e tu non sei un cazzo. Prendi questa e porta a casa direbbe mia madre.
Praticare gentilezza immotivata. Praticare qualunque cosa senza motivo. Occorre ammettere che la gentilezza è una forma di credo e praticare senza fede rasenta la blasfemia. Non sono credente. Vi sia sufficiente la mia educazione e la mia conoscenza del Codice Penale.
Dire che non importa quando importa. A me quasi mai importa ma mi tengo lo spazio di quel quasi perché a me importa.
Ascoltare chi la pensa diversamente da me e cerca di convincermi della validità del suo pensiero del cazzo, poche cose so fare davvero bene ma cambiare idea da sola è una di queste, lasciatemi perdere perché a lavare la testa allo scecco ci rimetti l’acqua e il sapone direbbe mia madre.
Rispondere “abbastanza “alla domanda come stai. Cara la mia signorina pignolina che da una vita intera rispondi così, mi dico da sola, abbastanza non è come ma quanto e la domanda è come stai. Come sto? Dipende. Ecco, dipende potrebbe diventare la mia risposta alla domanda come stai. Io lo chiedo a pochissime persone perché, in fondo, la risposta non mi interessa se non per pochissime persone. E gli altri si fottano, direbbe mia madre.
Insegnare. Il bravo docente è quello che accende lo sguardo non che lo trova già acceso. Il bravo docente è quello che mantiene acceso lo sguardo quando lo trova già acceso e non contribuisce a spegnerlo a suon di piccole misere nequizie compiute in nome del siamo tutti uguali. L’uguaglianza dovrebbe essere realizzata all’arrivo, la partenza è sempre sfalsata. Il bravo docente conduce all’arrivo e non resta fermo alla partenza. Io sono una docente ottima per i bravi. Perché mi accendono lo sguardo e lo mantengono acceso quando sto abbastanza che niente pare funzionare. Io sono una docente ottima per i bravi perché non mi importa da dove arrivano ma vedo dove potrebbero arrivare, perché il ragazzo nasconde l’ombra dell’uomo direbbe mio nonno e io con le ombre vado forte, sono campionessa di ombre, mostrami la tua ombra e ti dirò chi sei.
Intestarmi l’infelicità di Figlia 1, specialmente, e di Figlia 2, saltuariamente. Intestarmi lo stato emotivo che vibra verso il basso, le frequenze meno alte dell’umore galoppante di un altro essere umano ed esserne spugna, complemento di causa efficiente nella grammatica di altri anche se quegli altri non sono altri come gli altri. Sentirmi responsabile , non in colpa, del dolore di una persona che non sono io. Pensare che il mio comportamento sia generativo, pretendere che il mio agire sia fecondo nelle vite altrui, regolarmi come termostato delle emozioni di chi vive con me. Chi ti credi di essere direbbe mia madre.
Nessuno.
Boh, forse una che spesso si è sentita insufficiente. E allora si è concentrata sulle ombre.
Era domenica, la seconda di ottobre. Il giorno del compleanno di nonna Maria, avrebbe compiuto 92 anni. “Potrebbe ancora essere viva” è la frase che aggiungiamo subito dopo, quando ci rendiamo conto che uno dei nostri morti sarebbe ancora compatibile con la vita.
Invece è morta, un anno prima che nascessi tu. Si sarebbe emozionata molto se ti avesse conosciuta, ma sarebbe diventato un evento riferito a lei, come tutto o molto di quello cui ha assistito in vita. Era un’incontinente emotiva, strabordava, grondava, colava la sua fragile emotività troppo spesso scambiata per buoni sentimenti. Non che non avesse, anche, buoni sentimenti, ma tutto quell’esagerare era solo autoriferimento. Le saresti stata strumentale a qualche manifestazione eccessiva e io mi sarei incazzata, come ogni volta che sei stata strumentale a qualcuno.
Ero a piedi, tornavo dal primo incontro del corso di biblioterapia che ha organizzato la libreria della cittadina dove abitiamo. Non è la mia libreria del cuore, lo sai. Ma ero troppo interessata al corso per farne questione di cuore. E poi, non faccio più troppe questioni di cuore in generale. Sarà l’età.
Sai quando arrivi al fondo di quel parco, che se sei in auto devi per forza svoltare a destra e scendere giù ma se sei a piedi puoi proseguire dritto? Lì, dove la strada curva e c’è una casetta di mattoni rossi tipo quella del porcellino previdente che ha le grate alle finestre e le finestre ad altezza strada, che se qualcuno sbaglia la curva con l’auto finisce dritto in salotto? Ecco, ero lì quando ho visto un gatto, di quelli grigi tigrati, comuni, “razza cassonetto” diceva qualcuno non ricordo chi, dovrei chiedere a mia madre perché lei lo ripeteva di tanto in tanto, comunque un gatto comune indistinguibile da altri gatti grigi tigrati che rincorreva uno scoiattolo. In mezzo alla strada, quella che curva, che se sei in auto devi svoltare per forza e andare giù.
Io gli scoiattoli ho iniziato a vederli da adulta. Prima non me li ricordo, dal vivo. Nei cartoni animati, nei libri, nei fumetti ma dal vivo no. Adesso ce ne sono tantissimi, lungo il viale che porta a casa nostra attraversano la strada velocissimi, i nostri cani non hanno ancora capito di cosa si tratti, se di un topo o di un uccello. Non li amo, gli scoiattoli. Mi sembrano prepotenti, non chiedermi perché, non lo so. Forse temo che facciano male ai cagnetti, forse questa cosa che salgono e scendono dagli alberi così rapidamente, soprattutto la discesa. Non amo niente che possa atterrarmi addosso, sulla testa o comunque vicino mentre camminino. No, decisamente non li amo.
“Ma tu ami solo i cani”. Mi sembra di sentirti, me lo dici senza alzare lo sguardo da quello che stai facendo, tu stai sempre facendo qualcosa anche quando sembra che non sia così. Sì, ammetto, alzando lo sguardo da quello che sto facendo, io sto sempre facendo qualcosa anche quando sembra che non sia così. La tua constatazione si poggia qui, da qualche parte tra le cose vere che mi hai detto e che custodisco tutte. Non è un giudizio, non sei prodiga di giudizi. Solo quando detesti qualcuno. È raro, ma succede, hai quelle forti e viscerali idiosincrasie nei confronti di alcune persone o di alcune idee e allora non risparmi i giudizi più severi assumendo una postura rigida, irremovibile. Saranno le arti marziali. Non so.
Mi sono fermata, volevo vedere cosa sarebbe successo. L’antipatia per il gatto batte quella per lo scoiattolo e mi sono ritrovata a tifare per lo scoiattolo. È, lo so, pietoso tifare per qualcuno durante una lotta. Ma sono animali, rispondono a logiche diverse dalle nostre. Perché loro rispondono a logiche e molti di noi non sempre, aggiungerei. Alzeresti lo sguardo da quello che stai facendo per spiegarmi come funziona il cervello davanti a un pericolo. Cosa succede all’amigdala. Ti brillerebbe lo sguardo e muoveresti le dita in aria per mimare le connessioni neurologiche.
Lo scoiattolo girava su se stesso, creando confusione con la coda, diventando sai quella merendina, non so se la conosci, la Girella, non vai forte con le merendine perché non ne avete mai mangiate, non so se la conosci, è un bolo di pan di spagna tutto arrotolato su se stesso. Come lo scoiattolo in fuga dal gatto. Il gatto comune miagolava molesto e allungava gli artigli girando intorno allo scoiattolo che emetteva un verso strano, inaudito, una specie di lamento ma senza lagna, un lamento quasi sfogo, sai quando tutto non va ma cerchi di tenere testa alla mole di merda che ti cade addosso. Lo scoiattolo ruotava su se stesso e il gatto ruotava intorno allo scoiattolo cercando di arpionarlo, una danza tribale, un satellite che perde il giro di tanto in tanto.
Mi sono identificata nello scoiattolo. Va detto. Tra i due ero lo scoiattolo. Quella cosa di accartocciarmi su me stessa, di lamentarmi sì ma aggressiva e mai, quasi, remissiva, quella cosa di vedersi piombare addosso qualcuno e volteggiando cercare la salvezza. Lo scoiattolo ha fatto un salto fin sul muretto della casa del porcellino previdente, si è infilato tra le inferriate del cancello e si è inerpicato lungo il tronco del primo albero a disposizione. Il gatto non si è arreso, ha continuato l’inseguimento, si è scontrato con l’albero, ha tentato la salita ma non gli è andata benissimo.
Poi ho ripreso a camminare. Non volevo vedere l’epilogo. Perché temevo che il gatto comune riuscisse ad arrampicarsi e non volevo assistere alla fine dello scoiattolo. Spero gli sia andata bene, che si sia preso solo uno spavento e che il gatto sia rimasto a fissare il nulla, come un coglione comune.
Non te l’ho raccontato, nemmeno a tua sorella, nemmeno a papà. Non mi sembrava una cosa da raccontare, una volta tornata a casa, alla domanda com’è andato il corso rispondervi con la storiella dello scoiattolo Girella e del gatto Comune che lottano, però ho continuato a pensarci. Perché penso che anche tu sei come lo scoiattolo. Sai.
Mi sono fermata. Voglio vedere cosa sta succedendo. Mi sono fermata da quando sei tornata dal tuo anno in Canada e hai compiuto 18 anni e hai iniziato così tante nuovi progetti e nuove avventure e ancora basta un gatto del cazzo a trovarti accartocciata su te stessa.
Mi sono fermata, non so dove stavo andando, io sto sempre andando da qualche parte che ha a che fare con te o con tua sorella, raramente con me, mi sono fermata, non so da dove arrivavo, io arrivo da molto molto lontano, nel tempo soprattutto eppure arrivo da vicino, dalla lunghezza del tuo braccio se lo giri per cercarmi, dalla tua data di nascita più nove mesi per aspettarti, dall’anno prima di te quando chi aspettavo se n’è andato perché non era compatibile con la vita quindi non avrebbe 19 anni oggi.
Mi sono fermata, in auto. Ti aspetto, ancora. Sono i momenti in cui parliamo di più, senza mai guardarci negli occhi, degli argomenti più diversi: la spiegazione biologica delle emozioni, la pedagogia nera, l’ultima canzone di Fabri Fibra e il Malessere con cui si scrive la tua amica. Sono i momenti in cui stiamo in silenzio nel modo più anecoico a cui puoi pensare, pessimo umore, pessime giornate, pessime sensazioni, pessime idee. Il nostro pessimismo (o il nostro peggio, è meglio?) ce lo scarichiamo da dosso così. È raro che ce lo scarichiamo addosso. Grazie, per questo. Rimuginiamo. Stiamo attente a non dire. Chi parla per prima perde. La pazienza. Le staffe. Il senso della misura e la misura invece salva, quando sembra che niente possa farlo è la misura che salva.
Non so cosa sta succedendo, se non che tu cresci e vivi e io cresco e vivo. Il pezzo che stai crescendo tu io l’ho già cresciuto, ho un vantaggio. Il pezzo che sto crescendo io è la prima volta che lo vedo accadere su di me, ho uno svantaggio. Vorrei chiedere come si fa a non sentire male, ancora, ma non saprei a chi. Vorrei dirti che ce la si fa anche se fa male ma non so se vuoi sentirtelo dire da me. Il pezzo che stai crescendo tu non l’ho mai visto accadere su di te, ho uno svantaggio. Il pezzo che sto crescendo io è innestato su quello che ho già cresciuto, ho un vantaggio.
Non so cosa sta succedendo, se non che tu devi andare via perché è giusto e io devo restare perché è giusto. Tu devi restare perché è giusto e io devo andare via perché è giusto. È un andirivieni la vita, questo è, io resto e vado, tu vai e resti. E ci incontriamo quando torniamo, ci sfioriamo un attimo, sei così bella con gli occhi di tuo padre e il mio sguardo con quel modo tutto tuo di guardare il mondo. E ci incontriamo quando torniamo, ci diamo un bacio veloce, sei così grande con le gambe lunghe e le spalle larghe e quella postura tutta tua nel mondo. E ci incontriamo quando torniamo, ci scambiamo comunicazioni pratiche, sei così bella con la testa nei libri e quel modo tutto tuo di stare tra le nuvole.
Tu devi andare via da me e con me devi restare.
Io devo andare via da me e con me devo restare.
Non so cosa sta succedendo, se non che sono madre di un’adulta adesso. E così sarà fino alla fine. Sarebbe bello che gli adulti fossero un’invenzione. Dovremmo alzarci un giorno e dirci che no, gli adulti non esistono, sono bambini adulterati ma poi l’effetto svanisce e se invece esistono allora non siamo noi, noi siamo solo mamma e Cri, noi siamo solo quello che già eravamo quando io restavo distesa per non farti scivolare via con il sangue della placenta ferita, per dimostrarti che eri compatibile con la vita, con la tua vita e con la mia vita e tu ti comportavi bene e restavi aggrappata, magari accartocciata su te stessa ma aggrappata a me, da dentro. È lì che devi restare.
Invece, siamo due adulte che camminano nel mondo con un andirivieni poco ritmico.
Non ricordo chi, perdonami, diceva che i posti si conoscono per davvero solo percorrendoli a piedi. La geografia si impara camminando. Anche le persone sono luoghi, sai. Anche le persone si imparano camminando. Accanto a loro, il più delle volte. Dentro di loro, nei casi più importanti. Entri camminando nella vita delle persone e così ne esci. E anche nella tua vita cammini a piedi, sperando nel senso dell’orientamento.
“L. dice che secondo lei io sono la tua preferita”. Così mi hai detto, in auto l’altro giorno.
L. ci ha osservate, quindi. Si è accomodata, ci ha osservate e non ha capito un cazzo. Ti ho risposto, in auto l’altro giorno.
Non sei la mia preferita. Ci sono cose che amo fare o discutere con te, ci sono cose che amo fare o discutere con tua sorella. Ci sono cose che dovete sparire entrambe. Però. La mia terapeuta riderebbe, perché ho sempre questo modo di dire qualcosa e poi aggiungere il però. L’argomento non è mai chiuso, che sia un sì o un no, c’è sempre lo spazio del però.
Però. Non c’è altro essere umano che io protegga quanto proteggo te. Solo con te mi si attiva la modalità protezione in modo così viscerale e violento. Sia chiaro, per tua sorella passerei sopra chiunque ma so che lei ci sarebbe già passata. Con te mi succede qualcosa di ancestrale e inspiegabile, ti proteggo come se stessi proteggendo me o tutti i bambini del mondo. È da qui che devi andare via.
Era venerdì’, scorso. Sono uscita dalla palestra, dovevo andare al bancomat prima di tornare a lavoro. Sapevo che ce ne era uno a poca distanza, sul corso, accanto alla scuola guida. Ci sono andata a piedi. La palestra è nel quartiere dove vivevo durante l’adolescenza. Non è la mia palestra del cuore, lo sai. Ma ho troppo bisogno di non perdere massa magra per farne una questione di cuore. E poi, non faccio più troppe questioni di cuore in generale. Sarà l’età.
Ho percorso la strada che facevo ogni mattina per andare a prendere il pullman, camminavo accanto alle villette in paramano protette da siepi di alloro, quelle che hanno un appartamento a piano terra con il giardino e poi un appartamento con mansarda al primo piano. Mi fanno schifo. È una voglia di villetta in paramano. Non starei mai sotto perché l’idea di quelli sopra che scuotono la tovaglia o stendono sul mio giardino mi farebbe impazzire. Non starei sopra perché l’idea di quelli sotto che sgrigliano sulla brace carcasse di animali morti la domenica a pranzo mi farebbe impazzire. Io abitavo in uno dei palazzi alle spalle delle villette. Tanti appartamenti uguali, dal primo al sesto piano, poche polemiche e tanti rumori condominiali. Non sono stata felice, lì. Uscivo il mattino per andare a scuola e rientravo dopo la scuola per studiare tutto il pomeriggio o fare quello che c’era da fare in casa, di mala voglia e senza interesse. Come avrebbe potuto interessarmi pulire i fagiolini o lavare il bagno? Non ero felice, no, l’ho ricordato chiaramente guardando la finestra del quarto piano di quella che era la stanza che condividevo con tuo zio. Non ero felice e pensavo che non lo sarei stata mai.
Ho percorso tutto il marciapiede e ho svoltato sul corso, non nella direzione della fermata del pullmann ma nella direzione della Banca, accanto alla scuola guida. È lì che facevo teoria, come te adesso, anche tu vai vicino a casa così ci vai a piedi. Tuo padre per un attimo ha suggerito l’autoscuola dove aveva preso lui la patente ma si è reso conto subito di aver detto una cazzata. Figuriamoci se la mando lì, gli ho detto in modalità protezione attivata subito. Avevo urgenza della patente, mi sembrava il solo modo di andare via, anche se poi dovevo tornare. Ho prelevato e mi sono incamminata verso la macchina, facendo la strada al contrario. Arrivata davanti ai giardini dove avevo parcheggiato mi sono fermata.
Mi sono fermata, un cane mi è saltato addosso, “mi scusi” mi ha detto la padrona, “non lo fa con nessuno”. Con me lo fanno tutti, invece, le ho risposto con il sorriso. Ho guardato la finestra su al quarto piano, quella della sala, le serrande erano abbassate, quella ragazza è andata via, ha percorso a piedi la strada perché è solo così che i posti si conoscono e si dimenticano, non abita più lì, è andata via. Poi ho iniziato a piangere di felicità e forse era la prima volta in vita mia. Non la felicità che arriva da fuori, da qualcosa o qualcuno, ma la felicità che crei da solo e vorrei chiederti, tu che queste cose le sai tutte, se questa felicità che crei tu la crei con il cervello o con cuore. Perché sarebbe bello farne una questione di cuore. Soprattutto a questa età.
Ho sognato un’onda. Gigante. Anomala, direi. Anzi, più di una. Una serie di onde o almeno tre o quattro, ne ricordo con esattezza tre. Il mare era calmissimo, ero in piedi in acqua, accanto a Pepe e arrivava questa onda che ci sovrasta ma non ci sposta, ci ricopre senza travolgerci, lasciandoci sbigottite e immobili come alcune notizie che non capisci subito, di quelle che devi chiedere “in che senso? “anche quando il senso è chiarissimo.
Io, per esempio, chiedo sempre in che senso quando mi dicono che qualcuno è morto. Come se ci potessero essere altri sensi. Cioè, per me ce ne sono altri, sarà che penso di essere morta e rinata almeno tre o quattro volte, sì, direi tre, ne ricordo con esattezza tre di mie morti e quindi io chiedo per capire se il senso è fisico o no e solo che tutti quando parlano di morte parlano del fisico e allora, ecco, la mia domanda mi palesa scema di fronte a quella che per tutti è un’evidenza.
Mia nonna non mi manca mai, quella paterna, quella con il nome: nonna Maria. Tranne che per questa vicenda dell’interpretazione dei sogni, che era la suo specialità e mi devo arrangiare con Freud.
I nonni sono di due tipi. Ci sono i Nonni. E ci sono i nonni con il nome.
Io, per esempio, avevo Nonno e nonno Stefano, avevo Nonna e nonna Maria. Quando con mio fratello parliamo di Nonno non ci sono dubbi. Ci sono i nonni che non hanno bisogno del nome e ci sono i nonni che ne hanno bisogno per essere individuati. È inutile che i nonni si offendano, anzi, si premurino di comportarsi in modo da non aver bisogno del nome. Perché è evidente che il parente ontologicamente superiore è quello che non ne necessita.
Il mare, del sogno, era quello dove sono stata la scorsa estate. Con Pepe. Cri non è venuta, si è tenuta i suoi 18 anni in città, ha studiato per recuperare qualche argomento in vista dell’ultimo anno di liceo dopo l’esperienza dell’anno all’estero. Io e Pepe siamo state bene. Siamo io e te, mi fermavo a pensare ogni tanto durante le nostre lunghissime passeggiate in riva al mare, due al giorno per mantenere il metabolismo attivo. Siamo io e te era la frase che le sussurravo di notte nei primi mesi della sua vita, quando piangeva e basta. Siamo io e te e le percorrevo la forma del lobo delle orecchie con la punta dell’indice, piccole orecchie in miniatura, dotate di lobi teneri e proporzionati, piccole orecchie come carta di riso in cui suggerire, chiedere, affermare. Staremo bene, le promettevo.
Io, per esempio, al mare ci vivrei anche se con le mie orecchie è impossibile entrare in acqua. Infatti, nel sogno ero stupita che tutta questa mole d’acqua non mi travolgesse e non mi entrasse nelle orecchie, avevo paura che accadesse ma sapevo che non sarebbe accaduto, mi premuravo di togliere gli occhiali da sole e di tenerli in mano (quanta razionalità, eh Freud?! ), sentivo l’onda passarci sopra e la sentivo schiantarsi a riva. Non avevo paura nemmeno per Pepe, stai vicino a me, le dicevo. Così non ci succede nulla, lo sanno tutti che se stai vicino alla mamma non ti succede nulla.
E nemmeno le mamme hanno bisogno del nome. Mamma è mamma, una sola. Non ci sono mamme di due tipi. E nemmeno papà. Ci sono tanti tipi di persone ma è un’altra vicenda. Che poi, non sono sicura ce ne siano così tanti tipi, direi tre o quattro, in quarantasette anni con esattezza ne ho contati tre tipi.
Io, per esempio, ho fatto questa cosa di compiere gli anni ancora, pure questo 17 settembre ed è una cosa buona che ho fatto perché l’alternativa sarebbe stata peggio. Non mi ricordo cosa ho fatto quel giorno ma penso sia stato un buon giorno, ho lavorato perché mia madre mi ha chiesto cosa avrei fatto e io le ho risposto che avrei lavorato esattamente come per i ventidue anni successivi, se ci saranno ho precisato, perché la mia pensione non è vicina e quindi goditi la tua, le ho detto. Quindi sì, ho lavorato. Poi ho portato Pepe ad allenarsi e Cri deve essere andata a scuola guida e poi la sera ho soffiato le candeline che eravamo solo noi quattro. Siamo noi quattro, ho detto a Lui. Poi le ragazze sono andate in camera e allora siamo rimasti io e Lui e allora ho pensato siamo noi due.
Che dire “noi due” e “”io e te è diverso”, siamo d’accordo tutti, no? Io e te c’è lo spazio per la separazione necessaria, quella che restituisce all’individuo la sua unicità, quella che fa andare ciascuno per la sua strada e poi a tratti ti consente un riavvicinamento e allora si è ancora “io e te” ma per poco o comunque non per sempre. Siamo io e te è roba di madri e figli. Se vuoi figli sani di mente.
Noi due come lo separi? Non c’è nemmeno la congiunzione, è un blocco unico, è l’atomo da cui origina la materia.
Io, per esempio, noi due lo dico solo con Lui. E non dico mai siamo solo noi due, perché mica ne servono altri per fare noi due. Abbiamo questo problema, io e Lui. È successa una fusione. Che non lo puoi raccontare o spiegare, che non è nulla che toglie ma anzi aggiunge. E anche quando ho pensato di pensare ad altro poi non è mai successo davvero. Come se lo avessi solo sognato. E gli ho raccontato il sogno.
Ad agosto il mio romanzo ha vinto un premio. Io e Cri siamo andate in Abruzzo per ritirarlo. Alla stazione c’era un autista ad aspettarci, ha preso i nostri bagagli, ci ha fatto accomodare su un’auto con i vetri oscurati, mi ha chiamata dottoressa per un’ora, dopo tre o quattro volte mi sono abituata, ma ricordo con esattezza almeno tre volte in cui ho pensato ma questo sta parlando con me e Cri mi ha fatto un cenno di riconoscimento con lo sguardo, sì, mamma, sta parlando con te, no, mamma non ha sbagliato a chiamarti dottoressa. Sarebbe piaciuto tantissimo a Nonno, che se l’è perso. E anche nonno Stefano ne andava orgoglioso, lui c’era. Invece io l’ho dimenticato, messo lì come qualcosa che non indosso più.
Io, per esempio, ho indossato qualcosa di informale per la premiazione perché non volevo far vedere quanto fossi inesperta di queste vicende e allora andare lì tutta in tiro no, mi avrebbero beccata subito che faccio altro nella vita e che scrivo per restare viva, mi avrebbero beccata subito che scrivo non per lavoro ma per necessità. Che è diverso, siamo tutti d’accordo, no?
Scriveremo la sceneggiatura per farne un film. Non so se succederà, il film intendo, lo scopriremo solo dopo la sceneggiatura. Mia Nonna mi manca moltissimo. Non ci pensare, se deve capitare capiterà. Avrebbe riso dicendo così, facendo un movimento con la mano, un movimento inconferente e proprio per quello lo avrei notato. Ma ho paura di non saperlo fare, avrei piagnucolato io. Ma sicuro che lo sai fare e poi se non lo sai fare lo impari, che ci vuole? E ancora avrebbe riso.
Io, per esempio, rido molto ma non così. E gesticolo molto ma non così. E penso che se deve accadere accadrà ma non lo penso così come pensi qualcosa che senti io lo penso come qualcosa che sai. E so sempre quello che ci vuole o anche solo quanto ce ne vuole. E ho paure, non tante ma almeno tre o quattro, ne conto con esattezza tre di paure. Le sento arrivare, a turno, si aggrappano a quello che trovano, mi rappresentano scenari che a volte accadono, a volte no, mi trovano sempre, non mi sottraggo mai. Si schiantano su qualche riva e a quel punto mi rimetto gli occhiali. Per scrivere.
È un punto fermo, come in barca a vela, quando dormi in rada e getti l’àncora e aspetti che l’àncora si ancori e poi prendi un punto fermo per essere certo che la barca non si sposti di notte e così puoi dormire tranquillo ma non dormi tranquillo. Almeno, in rada non ho mai dormito tranquilla.
Punto fermo. Sono le 5.08 del 12.07.25. non è nemmeno particolarmente presto rispetto agli avvenimenti delle ultime notti. Mare agitato, da queste parti. Le zampe del chihuahua plantigrado, il piccolo, battono sul pavimento da una stanza all’altra, è stupito che io non sia sul divano con la televisione di sottofondo a zittire i pensieri che per tutto il giorno tengo sullo sfondo e poi di notte reclamano il loro spazio. Sale e scende dal divano, viene nella stanza dove sono io, controlla qualcosa, si placa, torna di là, sale e scende dal divano, torna a controllare, non sa come deve comportarsi. Sta diventando adulto.
Due settimane fa è stato operato suo fratello maggiore. Che cazzata questa di creare parentele tra cani che non sono consanguinei e che non hanno di loro legami parentali a condizionarne l’esistenza. È evidente che non sono fratelli, ma nell’economia dei discorsi li chiamo così. Io sono la mamma e loro sono fratelli. E poi, perché fare economia nei discorsi?
Ulcera corneale infetta, è la versione semplice. Descemetocele corneale con collagenolisi è la versione aulica. Ho scoperto la chirurgia oculistica veterinaria. Ho scoperto che ci sono persone, buone davvero buone e a me i buoni insospettiscono di base ma questi no, che ogni mattino si alzano e hanno le competenze e la capacità di operare l’occhio di una mucca, di un cavallo, di un canarino, di un alano e di un chihuahua amatissimo mentre la madre in economia di discorsi piange disperata immaginando la morte del figlio sotto i ferri.
Perché si dice sotto i ferri, se i ferri sono dentro? Bisognerebbe dire fuori dai ferri o con i ferri dentro. Sì, stai sdraiato addormentato (quanto anestetico, ha 10 anni, siamo sicuri, ha un soffio al cuore ma i valori ematici sono di un ragazzino, cioè cucciolo, è per economia del discorso, sì è un po’ in sovrappeso lo so ma non si muove tantissimo, no, no, io lo porto, io non sono in sovrappeso vede, ma lui non ha più voglia, si stufa, si impunta, fa quello che deve poi si ferma, mi fissa e vuole tornare indietro, quanto anestetico, ma è una cosa sicura, sì che mi fido, che non mi fido, sì, ma se lui muore io poi come vivo?) ma i ferri non è che stanno sopra di te come una bacchetta magica e il processo avviene così. No, è chirurgia. Taglia, incide, scava, ripara, ricuce, sutura. I ferri stanno dentro, è sbagliato ogni altro modo di dire.
Fargli la medicazione è una merda. Io sono pessima. Con le medicazioni, intendo. Mi fa senso, quando si tratta di me faccio senza guardare. Il taglio cesareo, per dire, mi medicavo girando la testa e fissando il soffitto, tanto la ferita era lì, più o meno avevo circoscritto la zona, tamponavo lì con le garze e in qualche modo è andata. Medicare un occhio è una merda, medicare l’occhio di un cane è una merda. La ripresa sarà lunga, siamo ancora in mare aperto, si dice così per dire che non hai finito, no. Che sei ancora lontano dalla fine. In mare aperto non si può entrare in rada.
È tornata Cri dal Canada. È partita a settembre, era grande, è tornata a luglio, è adulta. Lunedì compirà 18 anni. Sorrido mentre lo scrivo, io mi faccio tenerezza da sola ormai. Ieri sera mi ha presa in giro, con sua sorella, raccontava che a tutti quelli che incontro dico che lunedì compirà 18 anni, al veterinario, al farmacista, al libraio, al tecnico dei condizionatori. Al farmacista no, le ho detto. Sì, è vero, al farmacista no ma avresti voluto, ti ho vista che ce l’avevi lì, mi ha risposto. Sì, è vero. Non scriverò di lei il giorno del suo diciottesimo, nessun panegirico, perché sono dispettosa a livelli di professionismo e so che ci sono persone (2 o 3) che ogni mattino si alzano e sedute sul cesso vengono a leggere se quello che scrivo le riguarda o se dispenso succulente informazioni da strumentalizzare. Siccome mia figlia riguarda solo me, lei e suo padre non celebrerò qui i suoi, i nostri, 18 anni di famiglia in continuo aggiornamento.
Come hai fatto a stare un anno senza vederla io non potrei mai.
È la frase che mi sono sentita rivolgere più spesso durante la mia esperienza di madre di figlia all’estero. Sono felice che nessuno abbia chiesto a lei come fai a non vedere tua madre per un anno, io non potrei mai.
Ho lavorato, per esempio. Mi sono allenata, è uscito il romanzo, Pepe è stata impegnativa, ho due cani, sono andata a teatro diverse volte, in montagna, ho letto molto, ho presentato il romanzo, ho iniziato a scriverne un altro, ho insegnato che è lavoro, quindi per economia del discorso già l’avevo detto ma è un lavoro diverso. Posso stare un anno senza vedere mia figlia. E amarla più di quanto si possa non solo dire ma anche immaginare e forse bisognerebbe smettere di paragonare le madri. Le persone. Ma le madri sono persone con fattore di potenza. Ogni madre fa quello che può fare e impara a fare quello che non sa fare nella misura in cui riesce. Ogni persona, certo. Ma le madri sono persone che hanno, in qualche modo, l’obbligo di provarci.
Bisogna prepararsi a quello. È la risposta che ho dato più spesso durante la mia esperienza di madre con figlia all’estero. Bisogna prepararsi a non vedersi, a non sentirsi, a lasciarli nel mondo senza di noi, non da soli, ma senza di noi e non è la stessa cosa, chi dice che è la stessa cosa fa economia del discorso.
La fregatura è che si nasce bambini. Se nascessimo adulti sarebbe più facile. Meccanicamente più difficile ma nel complesso più facile. Il bambino è un inganno. Le persone vogliono un bambino, nessuno vuole un figlio pensando a un adolescente o a un adulto. Ma il bambino è roba di momenti, dura pochissimo, poi ti trovi una persona da gestire fino a un certo momento e poi basta, non devi gestire niente. E non sai stare senza il bambino, quando non c’è più il bambino, non sai stare senza qualcuno che non c’è più, che è esistito ma per poco, che s è trasformato in altro, in una persona che ha un carattere, delle idee, pensieri, emozioni, paure, ansie, desideri, manie, dolori e gioie. È tu non c’entri quasi più un cazzo di niente e ancora stai lì a dire cosa puoi e non puoi fare con la vita a una persona che al massimo ti lascia uno spazio nella sua vita ma è uno spazio vicino all’uscita, meglio se vicino al maniglione antipanico, così puoi ancora sentirti utile.
Bisogna prepararli a quello.
L’ho detto anche alla Dottoressa L., era un mercoledì e avevo avuto una bellissima notizia che non posso divulgare, motivo per cui l’ho raccontata a lei che ha il segreto professionale e a Mara che è come dirlo allo specchio e poi non è mai successo nella vita che mi dicessero di non dire qualcosa e che a lei non l’abbia detta. Era prima che mi comunicassero la necessità e urgenza di operare il cane. Ma era dopo i primi accertamenti quando già sapevo che quell’occhio, così, non andava bene. La Dottoressa L. ha annuito, poi ha detto qualcosa che non ricordo, perché il tema era il nuovo libro e non il rientro di Cri e le incapacità dei genitori, il tema era la necessità che iniziassi senza più procrastinare e allora l’abbiamo buttata sul senso del dovere, che quando qualcosa passa da quella strada siamo sicuri che lo faccio e così abbiamo stabilito una data, significativa, e io ho preso un impegno con me stessa e con lei e in quella data ho iniziato.
E mentre ero seduta sulla poltroncina mi è arrivata la mail di una mia studentessa. Uno dei due raggi di sole dell’anno scolastico appena concluso. Una ragazza intelligente, curiosa, attenta. I suoi esami sono andati bene, non aveva ancora l’esito, il voto, ma voleva dirmi che sono andati bene e che lei è felice e mi ha ringraziata per tutto quello che ho insegnato, anche oltre la mia materia. Ho sorriso, io ormai mi faccio tenerezza da sola.
Erano due, quest’anno. Due con quello sguardo pieno di domande. Due che non mi facevano finire di parlare perché già avevano capito o perché curiose di capire meglio. Due che mi hanno restituito il senso di questo lavoro.
Erano due, quest’anno. Altre due. Che mi hanno fatto incazzare, ripetere milioni di volte le stesse cose, provare uno sconforto come certe influenze roba da ossa rotte e pelle che brucia. Due che mi hanno fatto dire basta, il prossimo anno rifiuto l’incarico.
In mezzo gli altri. Con i loro cellulari, le maglie corte sulla pancia, l’anellino all’ombelico, il tatuaggio sol polso, le unghie oscene, le sigarette durante l’intervallo e se avanza tempo si mangia, la povertà di lessico, la totale ignoranza dell’ortografia, tutto uguale dal lunedì al venerdì, il sabato e la domenica per fingere qualcosa o per dormire, il lunedì che torna, nessuna parola nuova imparata, la fine senza alcun inizio. Tutto quello stare in mezzo, senza punti di riferimento, senza un’àncora da assicurare e senza tempo da aspettare.
“al galleggio”, dice Lui. Quando qualcuno sta così, a fare niente ma il niente inutile non il fare niente che ti ripulisce e ti consente di immaginare. Il fare niente che è davvero niente. Al galleggio. Eravamo stati chiari, tra noi, fin dalla nascita delle bambine che quando sono nate erano, anche loro, bambine. Le nostre bambine. E noi non avevamo grandi piani, va detto, ma sapevamo alcune cose importanti e il divieto di galleggio era tra queste.
È venuta una madre, a un colloquio. Si è guardata intorno, in classe, spaesata. Si è seduta e io ho fatto lo stesso, qual è il posto di mio figlio, mi ha chiesto. Lì, ho indicato. Attaccato al muro, tutto il lato destro aderente al muro, ci si appoggia talmente tanto che penso di trovarlo in corridoio un giorno di questi, spero che il muro non sia portante ma penso di no, non i pare. Questo non l’ho detto. Come va nella sua materia, mi ha chiesto. Passerà gli esami di idoneità? Non è la stessa cosa. Male. In qualche modo sì ma sarà un regalo e non un premio. Questo non l’ho detto. Io cerco di stargli dietro ma non è facile, mi ha raccontato. È che lui si stanca in fretta, fatica a studiare, si confonde, io gli faccio schemi, lo interrogo con gli appunti e i libri aperti ma non è facile. Non lo è, le ho confermato.
È venuta una madre, a un colloquio. Ha puntato dritta una sedia, si è seduta, ha appoggiato la borsa sul banco, mi ha chiesto quale fosse la mia materia perché aveva tutti i colloqui quel giorno e stava passando da un’aula all’altra, le ho mostrato il foglio che il collega di scienze aveva attaccato alla porta quella mattina per aiutare i genitori a orientarsi. Quanta solerzia, lo avevo schernito. È che le persone hanno bisogno di punti di riferimento, quando non sono nel loro ambiente, mi ha sorriso come sorride ai ragazzi, sempre, ogni giorno, a tutti, a prescindere dal voto, dalla verifica, dal fatto che non ti sei presentato alle programmate. Diritto ed Economia Politica con grande sfoggio di maiuscole, aveva scritto. Ah, mia figlia l’adora. Parla sempre di lei. È innamorata di lei, davvero, adora le sue lezioni, bene così, le dico, avanti così, sì ha difficoltà ma perché è una materia difficile, cioè ha parole difficili da imparare a memoria, ma io le dico sempre che volere è potere. È così, professoressa, no, per passare gli esami: volere è potere.
Le ho sorriso, senza alcuna forma di tenerezza. No, signora. Per passare gli esami bisogna studiare. Cosa vuole fare sua figlia, dopo gli esami? Non lo sa ancora. Ci penserà. Forse è scaramantica e non vuole pensarci prima di passare gli esami. Ma lei studia, io la sento in camera sua, che studia, e poi lo sa, glielo ripeto sempre che volere è potere.
Le ho sorriso, tirata, irritata. Forse, signora, ma potremmo anche iniziare a raccontare ai ragazzi che il potere è volere. Cosa vuole sua figlia? Cosa desidera? Cosa immagina? Proviamo a chiederlo ai ragazzi, lasciamo che pensino di poter volere. Diamogli il permesso di volere. Sa, come quando da piccoli chiedevano il permesso, posso? Posso andare a fare il bagno? Posso andare ai giardini? Puoi. Puoi volere. Lasciamoli volere qualcosa, anche se non la capiamo. Soprattutto se non la capiamo, signora, diamogli il permesso di volere e sfiliamoci dalla paura delle cose difficili. Le cose difficili sono quelle che ci definiscono, fare cose difficili ci dà la misura di noi stessi. Diamo fiducia alle difficoltà.
Lei ha figli, professoressa?
Sì, due, quasi 18 quasi 16.
Studiano?
Sì, la grande è in Canada. Sta frequentando lì tutto l’anno scolastico.
Non la vede da un anno? Dio, io non potrei mai stare un anno senza vedere mia figlia.
Aveva esagerato. Indubbiamente. Anzi, peggio, aveva sbagliato. Sbagliare è peggio che esagerare, almeno per la Signora che ( R )assicurava è peggio perché sbagliare obbliga a delle scuse e per porgere le scuse bisogna ammettere di aver sbagliato e chi sbaglia paga, ok quello è il meno, almeno per la Signora che ( R )assicurava è il meno pagare, insomma pagare è questione di quanto e quando è questione di quanto è sempre il meno, ma chi sbaglia è perché non sa e questo è peggio che pagare, almeno per la Signora che ( R )assicurava è peggio non sapere perché non sapere è questione di cosa e quando è questione di cosa è sempre una brutta cosa.
Poi, va detto, sperava che nessuno se ne fosse accorto perché con l’aumentare dell’età diminuiva la voglia di spiegare, almeno per la Signora che ( R )assicurava c’era questa relazione inversa e ogni anno perdeva un pezzo di spiegazione e bla bla bla.
Spiegare, spiegare, come se si potesse spiegare. È più semplice spiegare l’esagerazione. Per lo sbaglio devi dimostrare che no, sapevi, eri a conoscenza, che no, sai, sei a conoscenza. A spiegare un’esagerazione ci si mette molto meno. La Signora che (R)assicurava esagerava, certo, le capitava come no, succedeva ogni volta che andava fra tutte le Furie.
Su tutte le furie, l’aveva corretta il Signore ( R )assicurato che dopo un quarto di secolo non aveva imparato che non si corregge se non c’è l’errore, eccheccazzo. Almeno, non si corregge la Signora che ( R )assicurava perché anche quello la mandava lì, proprio lì. Fra tutte le Furie. Nessun errore, lei andava proprio lì e si piazzava a pieno titolo tra le Erinni, ecco perché esagerava, piagnucolava stretta a Megera, tu mi capisci, vero, tu sai perché esagero così si lamentava lamentosa mentre ammirava disgustata le serpi al posto dei capelli, tu al posto mio non saresti già intervenuta con quel tuo modo un po’ così, diciamo poco fraintendibile?
Ecco, stava così, stava lì fra tutte le Furie come il quarto moschettiere, abbarbicata altezzosa e offesa, dopo aver tanto ( R )assicurato il Signore ( R )assicurato adesso era stanca perché esagerare stanca anzi sfinisce e se poi diventava la Signora che ( S )finiva allora lui diventava il Signore ( S )finito e di sicuro avrebbero sofferto entrambi, anche di questo piagnucolava esausta tra tutte le Furie e poi d’improvviso il lampo di un pensiero:
Aveva sbagliato.
E allora su, fedele agli insegnamenti dei suoi genitori doveva chiedere scusa. Perché, sì, anche la Signora che ( R )assicurava aveva dei genitori, eccheccazzo. Non è che fosse spuntata un giorno nella vita del Signore ( R )assicurato malconcia, malvestita, malnutrita, malisitruita, maleducata, maleodorante, maledetta sperando che lui la benedicesse e la ammettesse al proprio desco. Quella era una versione sbagliata della storia quando la storia veniva mal raccontata da narratori mediocri. Anzi, sulla carta la Signora che (R)assicurava aveva due gran pezzi di genitori ed era arrivata nella vita del Signore (R)assicurato entrando dalla porta principale trovata spalancata e senza antifurto e senza cani da guardia, era arrivata vestita con un pantalone color cammello a evidenziare un fisico notevole e con capelli profumati di lavaggi quotidiani e con un libretto universitario con voti decenti tendenti all’alto e dopo una vacanza nella seconda casa, al mare, di proprietà dei suoi genitori che avevano raggiunto i livelli più alti dell’istruzione e che le avevano insegnato che nessun Signore avrebbe mai dovuto pensare o lasciare che altri per lui pensassero di averla trovata bisognosa in mezzo alla strada, mai, schiena dritta, ori di famiglia alle dita, sguardo dritto, ori di famiglia ai polsi e via, nel mondo, in lotta contro la rustica progenie.
Aveva sbagliato e, ora, doveva chiedere scusa.
C’era, anche, un nuovo tremore un po’ pavido e questo non piaceva alla Signora che (R)assicurava perché essere pavidi è peggio. Punto. Peggio di tutto. In quello sperare che nessuno se ne fosse accorto c’era la speranza pavida di poter dimenticare lo sbaglio, di non fargli assumere rilievo, di non riconoscergli alcuna ragione d’essere. Una cosa esiste solo se ce ne accorgiamo. Ma sapeva che non era così. Una cosa esiste perché esiste. L’essere è. E’ il non essere che non è. Il suo sbaglio esisteva e che nessuno se fosse, ancora, accorto, non rendeva meno errore il suo errore. Aveva sbagliato e doveva scusarsi. Lo doveva a mamma e papà. Lo doveva alle sue figlie a cui insegnava con l’esempio che quello che diciamo esiste per sempre. Siamo quello che diciamo e siamo quello che facciamo e quello che diciamo e quello che facciamo esiste. Poi, quello che abbiamo fatto viene dimenticato, in genere quando non serve più, quando non è più funzionale. Invece, quello che diciamo ci viene rinfacciato per sempre.
In entrambi i casi, quello che diciamo e quello che facciamo viene ad esistenza. E le Furie sorvegliano.
Lo doveva ai suoi studenti. Non poteva rischiare che loro vedessero l’errore, lo sbaglio che aveva commesso perché aveva esagerato, sì, perché era andata lì, fra tutte le Furie a pretendere le serpi nei capelli e la possibilità di tagliare qualche destino. Voleva dire ai suoi ragazzi che si era presa una licenza poetica, di questo si trattava.
Ma la Signora che ( R )assicurava intuiva che anche questo era un riflesso di quel tremore un po’pavido che le muoveva la mano negli ultimi giorni, per fortuna la mano sinistra ma comunque la mano, la sua mano. La licenza poetica è roba di poeti e non di Furie o Signore come lei.
Cercava nello sguardo del Signore ( R )assicurato traccia del suo sbaglio. Non pensava che lui se ne fosse accorto, non per ignoranza ma perché sapeva che lui era il solo a riconoscerle la licenza poetica anche se non era una poetessa. Per lui era anche una poetessa. E una Furia. E una furia. E una Signora che ( R )assicurava solo lui, proprio lui che era il Signore ( R )assicurato solo perché c’era lei altrimenti sarebbe stato altro cosa non si sa perché c’era lei e lei era entrata davvero dalla porta principale trovata spalancata e senza antifurto e senza cani da guardia, era arrivata vestita con un pantalone color cammello a evidenziare un fisico notevole e con capelli profumati di lavaggi quotidiani e con un libretto universitario con voti decenti tendenti all’alto e dopo una vacanza nella seconda casa, al mare, di proprietà dei suoi genitori e lo aveva (R)assicurato fin dal principio di poter essere se stesso e basta, nessun altro, con lei non avrebbe mai dovuto fingersi altro e questo lo sapeva, eccheccazzo.
Ecco, stava lì, stava lì a cercare nello sguardo quando aveva capito che sì, qualcuno aveva avvisato dello sbaglio. Di quel suo andare oltre. Non si era dispiaciuta perché non era mai stata la Signora che si (Dis)piaceva, avrebbe tanto voluto ma di quelle ce n’erano davvero molte in giro e per quanto lei le ammirasse o si sforzasse era come la lunghezza delle gambe, sì, va bene il fisico notevole e il pantalone cammello ma le gambe lunghe o le hai o non le hai e lei non le aveva e quindi non si era più sforzata di diventare l’ennesima Signora che si (Dis)piaceva.
E anche questo lui lo sapeva, bisogna comunque dargliene atto.
Lo sbaglio era stato rilevato.
Ma guardando meglio, più a fondo nello sguardo, come in una visita dall’iridologo che poi scopri di essere intollerante al cumino, aveva scorto la verità.
L’esagerazione era stata rilevata. Non l’errore.
Poteva ignorarlo ancora anche lei. Chi se ne fotte dell’esagerazione, cioè è chiaro come è andata, stava lì tra tutte le Furie mica si guarda quanto si esagera in quelle situazioni.
No, non poteva. Doveva delle scuse, perché proprio lei quell’errore non avrebbe dovuto commetterlo e il solo modo di rimediare è riconoscerlo e scusarsi.
Con un gesto intimo e solenne, con un respiro profondo, sistemando gli ori ai polsi e alle dita delle mani, pulendo gli occhiali con il panno adatto, era pronta a scusarsi per aver scritto di avere in schifo coloro i quali hanno votato per questo governo.
La Signora che (R)assicurava sa che non si elegge il Governo nel nostro ordinamento ma il Parlamento, espressione della sovranità popolare. Con sincero dolore, e licenza poetica, si scusa profondamente e sinceramente, eccheccazzo.
I morti sono solo vivi che smettono di essere vivi ufficialmente. Alcuni sono morti da tempo, anche se parlano o biascicano cazzate o intasano i cellulari con i loro messaggi vocali, anche se ancora cagano e mangiano, persino se ancora scopano. Altri sembrano vivi, forse lo sono. E parlano, biascicano cazzate e intasano i cellulari con i loro messaggi vocali, e ancora cagano e mangiano e perfino scopano. Ma questo è, i morti sono solo vivi che ufficialmente smettono di essere vivi. E nella morte si portano le stesse specifiche tecniche della vita. Quindi, se fate schifo in vita farete schifo nella morte.
Amen.
È uscito il mio romanzo. Sta piacendo, agli estranei. Degli altri non mi interessa, voglio sapere cosa ne pensa chi non mi conosce e chi non ha la pretesa di pensare di conoscermi. Le pretese mi stanno sfiancando. Due settimane prima dell’uscita del libro, L’Orrendo Butterato è venuto a farsi un giro sul mio profilo LinkedIn, l’unico social sul quale non era stato bloccato. Veniva a raccogliere informazioni, penso, per il suo dossier sulla mia malafede. Vorrei che fosse un personaggio di fantasia, purtroppo è vivente. Sì, insomma.
Intorno al romanzo sta nascendo una piccola rete fittissima, con nodi stretti che ti spezzi le unghie se provi a scioglierli. Io non ci provo. Anzi. Piccoli nodi stretti che lo supportano, io non me l’aspettavo e nemmeno lo immaginavo e non so, eppure è così, una piccola rete fittissima a sostegno di qualcosa che non c’era e adesso c’è, tipo un figlio ma più indipendente e più bisognoso allo stesso tempo che non è un ossimoro, giuro.
Io di fantasia ne ho molta e allora immagino che all’Orrendo Butterato capiti ogni male del mondo, di questo e di ogni altro mondo. Tanto è solo fantasia.
Nel recinto del bestiame c’era una carcassa. A Lui ho solo raccomandato di accertarsi che il recinto fosse chiuso bene, che il bestiame non avesse modo di uscire di nuovo e lordare quanto di mia proprietà, e che si mangiassero pure tra loro la carcassa, come fanno con i vivi che facciano con quelli che non lo sono più.
Io non sono mai in malafede. È che non ho paura dei morti. Ma nemmeno dei vivi. Ho paura di certe vite quando sfiorano la mia, ho paura dello schifo che lasciano.
Lo schifo mi sta sfiancando. È in continuo aggiornamento. Mi fa schifo chi ha votato per questo governo. Mi fa schifo chi mangia nel piatto dove sputa. Chi parla male della cognata gattara e poi ci va a pranzo tra i conati di vomito. Mi fa schifo chi saluta per educazione una ex moglie che ha tradito anche il giorno di Natale ma tanto non si sa. Mi fa schifo chi nasconde le sue origini e poi ha i denti storti in bocca e dice cortello. Mi fa schifo chi confonde un figlio per una malattia nell’utero. Mi fa schifo chi spia. Mi fa schifo chi legge i libri di Fabio Volo. Mi fa schifo chi ha votato per questo governo già l’ho detto è che mi fa davvero schifo. Mi fa schifo chi sputtana un parente che gli ha chiesto soldi solo perché l’ha fatto mentre era dal barbiere e ha disturbato. Mi fa schifo chi mi suggerisce di non dire cosa mi fa schifo. Mi fa schifo chi ha un amore segreto che tutti conoscono ma non va via di casa perché ha comprato un armadio e quello è un pezzo suo. Mi fa schifo chi conta i pezzi suoi. Mi fa più schifo chi conta i pezzi altrui. Mi fa schifo chi va ai funerali solo perché il morto non è suo. Mi fa più schifo chi si intesta un morto.
Neanche i vivi sono vostri. Neanche i vivi quelli veri, quelli che non parlano, non biascicano cazzate e non intasano i cellulari con i loro messaggi vocali, quelli che cagano e mangiano e scopano ma solo per piacere mai per una qualche forma di profitto. I vivi veri, quelli che tanto muoiono anche loro perché morire è roba da vivi ma quando muoiono i vivi veri è più vera anche la morte e si portano comunque appresso le stesse specifiche tecniche della vita. Quindi io mi porterò lo schifo che mi sfianca anche nella morte.
Amen.
E allora che si sappia.
Che si dica.
Mi fanno schifo quelli che rubano. Mica solo i soldi, ma le idee, le parole, le immagini, il talento. Mi fanno schifo quelli che nascondono la loro assenza di talento e poi vengono smascherati dai denti storti in bocca e dicono cortello. Mi fanno schifo quelli che gli danno retta e applaudono a qualcuno senza talento e negano che siano mai stati smascherati e negano persino i denti storti. Mi fa schifo chi tra mentire e tacere sceglie di mentire. Mi fa schifo chi pensa che io non possa stancarmi e andare via senza più commentare solo perché non l’ho ancora mai fatto.
Intorno al romanzo è tutto un gran parlare, ciascuno ci ha visto quel che ha voluto, una persona sola sa tutto quello che contiene e non è Lui. Non vorrei nemmeno che fosse Lui. È Lei. Che del mio schifo sorride alleggerendomi. È Lei che del mio buio conosce anche l’odore. Se penso a una benedizione penso a questo e gli altri ci vedano quello che vogliono.
Io penso che, alla fine, è tutto uno specchio e che tanti non abbiano capito un cazzo di niente non del mio romanzo ma del loro specchio.
E comunque non abbiamo un recinto con il bestiame.
Ho iniziato l’anno piangendo sul futon di Roby. Questo io lo so fare bene, scegliere dove piangere e con chi. Ho pianto in quei primi mesi del 2024 tante storie. Si piangono sempre storie. Poi, ognuno ha le sue, sa le sue, magari non le sa raccontare ma le sa piangere. Le storie che ho pianto sul futon di Roby non erano vecchie, anzi, erano abbastanza recenti. A Roby non le ho raccontate tutte e nemmeno molto, ma avendole piante sul suo futon lei le ha viste e non so se quando vedi una storia poi ti serve anche raccontarla. Roby mi ha curata, ha avuto cura di me, con il tocco leggero che si riserva agli ammalati di storie.
Questo io non lo sapevo fare bene, farmi curare.
Il Lupo dietro lo sterno è stato prepotente quest’anno, pare sia normale con l’avanzare dell’età. Gli ho dato molto spazio oppure ho lasciato che se lo prendesse, non so se fa la differenza. Ai fini pratici no. Ha accettato le cure di Roby come si accettano le soluzioni che non condividi, fingendo che sia una tua idea. Ha avuto sguardi severi e giudizi tranchant, ha chiamato bugiardi i bugiardi, coglioni i coglioni, pagliacci i pagliacci. Ha avuto impazienze feroci e nessun pentimento. Ancora una volta mi ha salvato la vita.
Sto finendo l’anno guardando le montagne, dalla finestra ora, in questo momento mentre scrivo il sole tramonta appena dietro la montagna, non so il nome di questa montagna e se anche lo sapessi lo dimenticherei ma va bene, finchè non mi dimentico che è una montagna va bene.
Questo io non lo sapevo fare bene, dimenticare.
Anche dire “va bene”, comunque. Non è che proprio fosse tra i miei talenti. Mi sono allenata e ci riesco un po’ di più.
Ho una lista di medicine da prendere in diversi momenti della giornata. Antibiotico, cortisone, paracodina, mucolitico, integratore per il rinforzo del sistema immunitario. È che ho la tonsillite e il dottore non si spiegava come fosse possibile avere la tonsillite senza febbre e senza dolore alla deglutizione. Gliel’ho spiegato io, con la voce come una grattugia, gliel’ho spiegato io come si fa ad avere la tonsillite a tua insaputa e restare in piedi sempre.
Questo io lo sapevo già fare bene, spiegare.
La tosse in alcuni momenti sembra sparita poi torna con tutta la sua violenza, come alcune persone che pensi di esserti tolto dai coglioni e poi rispuntano. Approfitto di quei momenti per passeggiare o per lavorare, sto leggendo molto, ho cucinato qualcosa in più per fare meno domani. Il sole dietro la montagna sembra quello che disegnavo da bambina, era il solo disegno che provavo a fare, due montagne e il sole in mezzo che tramonta oppure il mare e il sole a mezzo cerchio che sorge. Tanto quello fa il sole, sorge e tramonta. Con o senza tosse. Con o senza rompicoglioni.
Questo io continuo a non saperlo fare bene, disegnare.
Il 2024 non è stato un anno intero, forse non è stato nemmeno un anno. È stato luoghi. La casetta in montagna, Napoli, il Cilento, il Canada di Cri, il futon di Roby, il ristorante messicano con Mara, il concerto di Vecchioni, la casa solo per me e il mio dolore quella settimana di agosto, la Romagna durante l’alluvione, Verona senza i miei cani, la poltroncina nello studio della Dottoressa Elle, la cattedra solo per appoggiare la borsa, il mio ufficio alle 7.45 del mattino, un altro concerto di Vecchioni. È stato persone. Sara e la sua bambina che tra poche settimane sarà. Gabriella e le storie che ridiamo. Bisogna essere bravi a ridere storie, non tutti ridono storie. Le mie figlie sempre più diverse tra loro e da me. Lui. Lui. Lui. In tutti i modi in cui è stato Lui. In tutti i modi in cui ho visto Lui. Mi sono dovuta allontanare moltissimo quest’anno che non è stato un anno. Mara, sempre. Mio fratello, da sempre. La mia editor e il suo vocale il 2 agosto e il suo messaggio il 16 settembre. I ragazzi della Gang del Pensiero, la mia libreria. Stefano che ha iniziato ad allenare anche Pepe e niente potrebbe farmi sentire più sicura che saperla affidata a lui. Le mie studentesse che cambiano umore nello spazio di una sigaretta durante l’intervallo, così volubili e imprevedibili, i miei studenti che non cambiano nemmeno la maglia da una lezione all’altra, così rassicuranti e prevedibili. Quintino che mi fa giocare davanti alla macchina fotografica e Lui che mi osserva fare qualcosa che non avrei mai fatto senza un valido motivo. Mio padre che si materializza come quando avevo un incubo, un attimo prima di chiamarlo, quando ancora non sapevo se chiamarlo e cosa dirgli. Sentirlo arrivare.
Questo io continuo a saperlo fare bene, sentire.
A febbraio uscirà il mio primo romanzo. Si intitola” Quello era un posto”, ha una copertina molto bella. Forse non è un romanzo intero. È poco più di 200 pagine. È una dedica in esergo cambiata un attimo prima di firmare con la casa editrice. È una serie di ringraziamenti alla fine. È una sfilza di notti senza dormire. È una serie di mail che non arrivavano. È una sinossi da scrivere. Una biografia da decidere. È il mio doppio nome sulla copertina. È il mio cognome che nessuno ha sbagliato questa volta. È una serie di foto ad alta definizione per scegliere quella della quarta di copertina. È un pezzo di storia che ho pianto e riso e alla fine raccontato per intero. Perché anche i pezzi possono essere interi basta non vederli come pezzi. Per non vederli come pezzi, però, ti devi allontanare moltissimo. E poi tornare.
Questo io non sapevo farlo bene, tornare.
Non so cosa succederà nel 2025, a parte questo, che il libro uscirà. Mi è sempre piaciuta questa espressione riferita alla pubblicazione. Esce. E cosa succede quando uno esce non si sa, non si sa mai. Uno esce e magari incontra rompicoglioni. Uno esce e magari era meglio che restasse a casa. Uno esce e qualcuno gli chiede un’indicazione e allora risponde che non è del posto. Uno esce e invece è del posto e allora si siede in piazza e guarda la gente passare e aspetta che il sole sorga e tramonti e incontra qualcuno a cui raccontare e qualcuno si ferma ad ascoltare e qualcuno tira dritto che di matti in giro non se ne può più. Le storie le sanno raccontare i matti.
Questo io sapevo farlo bene, cercare un posto.
“Quello era un posto” di Sonia Maria Laezza. Che sono io.
Una manciata di settimane fa Cri, la mia grande, è partita per il Canada. Quasi due manciate. Manciata la fai con una mano, no? Allora sì, quasi due. Studierà lì, quest’anno, è in quarta liceo e con il passaporto bordeaux tra le mani è andata che era una domenica ed eravamo a Malpensa e ho pianto poco perché io piango molto di dolore o di rabbia, poco di felicità, e l’orgoglio invece mi emoziona e basta, mi stringe il mento tra le nocche e mi espande il petto.
Quasi due manciate, tritate grossolanamente, di giornate a guardare l’ora e toglierne 5, una manciata, per sapere lei in che punto della giornata si trova. Quando, a decisione presa, abbiamo fatto sapere che sarebbe partita per questa esperienza qualcuno ha chiesto “non è troppo presto?”. Ma non ha chiesto per fare una domanda. Ha chiesto per esprimere un’affermazione. Qualcuno senza alcun titolo né per porre domande né per esprimere affermazioni su mia figlia, ovviamente. Non è troppo presto, rassicuro.
Una manciata di settimane fa ho compiuto quarantasei anni. Sì, una manciata, giusto, sto contando a ritroso le settimane, con le dita, 1,2,3,4. Sì. Stanno nella mano, è una manciata sola. Era un martedì dopo gli F24, Lui giocava torneo quella sera, allora ho spento le candeline dopo pranzo e a cena eravamo solo io e Pepe, ci siamo guardate qualcosa in tv, non ricordo cosa, Lui ha vinto e quando è tornato era soddisfatto, gli ho scaldato la cena, non ricordo cosa ma qualcosa di leggero, non so, queste cose così da un po’ non le ricordo più.
Una manciata, sì, tritata finemente, di giornate a organizzare tutte le nuove partenze che settembre e ottobre inglobano, senza gli impegni di Cri le giornate sono diventate improvvisamente più capienti, come la lavastoviglie, la tavola o lo spazio sul divano. Pepe tra scuola e tennis, io tra ufficio e scuola, Lui tra ufficio e tennis. Quando la sera guardiamo l’ora e ne togliamo 5, in genere un attimo prima di sparecchiare e pulire la cucina, ci chiediamo “l’hai sentita?”. Ma non chiediamo per fare una domanda. Chiediamo per esprimere una negazione. Perché quando uno dei due la sente lo dice subito all’altro e se non ci siamo detti niente è perché non c’è niente da dire, non l’abbiamo sentita, la sentiremo dopo, quando lei avrà tempo, modo, quando uscirà dalla palestra, da scuola, tornerà dal giro con le amiche, chiamerà e si sorprenderà se siamo a letto, “ah già da voi è sera, scusa, è troppo tardi, mami?”
No, amore mio, non è mai troppo tardi per te. Aspetta che ti sento male, provo a richiamarti. Aspetta che si è bloccata l’immagine. Cosa mangi? Lo stai spalmando sul pane, cos’è? Hai preparato tu, brava, ci hai messo cosa, una manciata di quello che avevi, sì, è così, sai, è così che si cucina, con quello che hai, brava, è così che si vive, sai, son manciate, mettici quello che hai. Cosa dici? Eri tu, una belga, una tedesca e una cinese? Sai che quando ero bambina le barzellette iniziavano così. C’era un italiano, un tedesco e un inglese o quel che vuoi tanto l’italiano era sempre il più furbo. No, amore mio, non è mai troppo tardi per noi. Fatti guardare nello schermo, che bella che sei, sei adulta, perché ti esprimi così, com’è che muovi le mani in quel modo, lo facevi anche quando eri qui, una manciata di settimane fa? Quasi due manciate. Sei raffreddata? A scuola cosa fate? Hai sentito i professori qui per il programma? Cosa dici, dovete organizzare Halloween? Da cosa ti vesti? Non sei grande per dolcetto scherzetto, figurati, non sei grande per niente, dai, fatti guardare nello schermo, che bella che sei, sei piccola piccola, quando metti la mano sotto il mento, sai, dormivi così, che eri poco più di cinquanta centimetri e in cinquanta centimetri ci stanno le mani , due, e si possono mettere sotto il mento e tu lo facevi come fai ora e poi le allungavi e mi strizzavi il mento come fai ora anche da lontano, che non lo vedi ma lo sai. E poi, alla fine, che avete fatto tu la belga, la tedesca e la cinese? Ah, siete andate dalla finlandese. Sì, sì, per organizzare Halloween, ho capito.
Quarantasei. È una discesa, adesso, verso i cinquanta, manca una manciata scarsa tritata grossolanamente. È che io sono molto brava con le salite e delle discese ho paura. Ho paura di farmi male, di inciampare. Se potessi scegliere vorrei salire verso i cinquanta, tanto il dislivello è poco. Vorrei fermarmi, ogni tanto, a riposare. Alla dottoressa Elle è piaciuto molto che abbia usato la metafora del campo base. Che poi mica era tanto una metafora. Un po’ sì, per forza, ma un po’ sto davvero in un campo base in attesa di ripartire. Poi, se proprio non riesco torno al campo base e aspetto ancora. Ecco, questa è la metafora. Io ci provo, poi vediamo. Non garantisco la riuscita, vorrei dire che mi dispiace ma non sarebbe vero, non mi dispiace. Per chi dovrebbe dispiacermi? Se non riesco non riesco amen, torno giù, che poi è qui, e sto al campo base. Aspetto. Ho imparato ad abitare le attese, ma solo le mie. Se altri aspettano qualcosa, spero lo facciano altrove, spero non dipenda da me.
Sono solo numeri, dice sempre Lui. Allora io li scrivo in lettere e non in cifre, anche se così sembrano di più. Ma sono i miei, ci faccio quello che mi pare, mi stizzisco così, dal nulla, rivendico inutilmente, chiarisco l’ovvio, ecco adesso questi quarantasei li metto qui e nessuno li tocchi, per cortesia, anzi ne metto un po’ qui e un po’ lì, sono abbastanza da dividerli, ecco, guarda ne metto ventidue e un pezzo lì, e ventitré e un pezzo qui e se proprio vuoi questi puoi guardarli, se ti serve qualcosa puoi anche prendere senza chiedere ma da quelli no, no, mi raccomando, come quali, quelli, i ventidue e un pezzo, quelli che ho messo lì, lì chiedi, sono più miei di questi, questi sono pure tuoi, che ti devo dire, che ti devo raccontare che non sai, ma quelli no, quelli sono solo miei e saranno pure solo numeri ma sono i numeri miei io che i numeri non li ho capiti mai, cosa dici, sono in un posto scomodo da raggiungere? Sì, e allora, che vuoi? Li devi raggiungere tu?
Una manciata di giovedì fa, due manciate, forse tre, sì, almeno tre manciate di giovedì fa la dottoressa Elle mi ha detto che le sembrava che stessi meglio rispetto ai nostri ultimi incontri. Alcuni degli ultimi incontri erano stati stile camera ardente, per stare meglio bastava già tornare alla terapia intensiva. Era una metafora, spero abbia capito. È merito della scomodità, le ho raccontato.
Avevo un cliente, nel suo ufficio c’era solo la sua poltrona dietro la scrivania, davanti alla scrivania nulla. I suoi interlocutori restavano in piedi, a me faceva portare una sedia dalla stanza delle impiegate ma era un trattamento di riguardo per le mie condizioni, ero incinta. “Dottoressa, Sonia, mi scusi se la chiamo per nome ma è così giovane, apra la sua mano e conti cinque persone, e basta. A quelle conceda di accomodarsi e di stare comode. A tutti gli altri riservi la scomodità, perché la scomodità è salvifica. La scomodità toglie i discorsi inutili, taglia le ripetizioni, evita gli eccessi. Sonia, gli eccessi nelle relazioni sono distruttivi. Ne tenga cinque, non saranno sempre le stesse, lei adesso è giovane ma già le sue priorità stanno cambiando, aspetta un bambino, sarà uno dei cinque, dovrà togliere qualcuno a un certo punto e le sembrerà di tradire o deludere e invece, lei si ricordi, sarà salvifico. È la scomodità il trucco. Stia scomoda nella vita di altri e lasci che gli altri stiano scomodi nella sua. Non dica quello che pensa a tutti, non risponda sempre a ogni domanda, non dia retta nemmeno a me, adesso, ma tra qualche anno ripensi a me, apra la mano e si chieda se chi è comodo ha motivo di esserlo”.
Alla dottoressa Elle il racconto è piaciuto. Mi dice spesso che sono un’ottima narratrice. Io sorrido, di sghembo, scomoda sulla sedia, alzo gli occhi appena sopra la sua testa, verso la finestra. È l’imbarazzo. L’orgoglio mi strizza il mento tra le nocche e mi espande il petto, l’imbarazzo mi sposta lo sguardo verso l’alto, non verso il cielo sia mai, il dolore e la rabbia mi fanno piangere, la felicità mi sorprende e allora mi commuovo, sono comunque lacrime sì, ma lacrime a diverso funzionamento. Ho aperto la mano e ripescato la scomodità. Dalla camera ardente alla terapia intensiva. E cosa è successo, mi chiede lei. Ma non chiede per fare una domanda. Chiede perché io senta la risposta, lei già la conosce.
Devo fare i pagamenti. Siamo a fine mese e io ho da gestire i pagamenti a scadenza di entrambe le società, questo mese il 30 cade di domenica e per lunedì voglio che i fornitori vedano che abbiamo saldato, precisi e bravi come da quando di questo mi occupo io. Anche di questo. Devo disporre i bonifici e autorizzare gli effetti, controllare la correttezza delle fatture, verificare che ci siano tutte e poi stilare la mia personale classifica e pagare prima quelli che lo meritano di più e dopo quelli che lo meritano di meno e va bene perché pagare dopo non significa non pagare, se non paghi sei una merda, se paghi dopo vuol dire che la merda è l’altro, quindi può aspettare un giorno in più.
Ho mangiato una roba veloce con Pepe, io e lei in terrazzo, un’insalata scrocchiarella con cetrioli e finocchi e pomodori datterini con tanta erba cipollina e poco, poco sale, un filo d’olio. E polpettine di ceci che vengono via facile, acqua non di frigo per carità. Poi lei ha mangiato anche una pesca, mi ha detto che ho fatto bene a metterle in frigo perché, è vero, sono già mature. Suo padre le ha comprate questa mattina al mercato prima di andare in ufficio, è rientrato e aveva la maglietta sporca, gli ho detto di cambiarsi, non mi piace che vada in ufficio sporco, insomma. Ha opposto una debole resistenza, perché l’aveva appena indossata. Quando fa così c’è da incazzarsi e mi incazzavo, un tempo. Adesso gli dico che se la sporca di più farò più fatica a farla tornare pulita, non posso lavarla a 60 gradi né usare chissà quali prodotti su una polo bianca, allora capisce che è più vantaggioso per lui, per me e per l’ambiente e non insiste. Cri è a pranzo con Franci, poi si allenerà o comunque so che devo andare a recuperarla alle 21.
Il caffè l’ho preso in studio, ho questa tazzina con scritto keep calm un cazzo, , è la mia preferita per il caffè del dopo pranzo. La mattina il caffè lo prendo nella tazzina della Vergine, giusto per una mia necessità di precisione. Ho risposto a due mail, alla terza ho dato conferma di lettura e augurato di schiantarsi al mittente ma senza scriverglielo cosa che non escludo a breve di fare. Non ho più voglia. Ecco. Non ho più voglia. Guardo i nomi, leggo le cifre, riguardo i nomi, controllo se sono cambiati gli iban, controllo se è corretto, se tutto è corretto e tutto riesce a essere corretto e sbagliato nello stesso preciso momento perché io non ho più voglia.
Ho portato i cani al parco, questa mattina. Prima che facesse troppo caldo, sono tornati stremati, io avrei proseguito a camminare e avevo il groppo in gola al pensiero di tornare a casa e mettermi in studio. L’idea di salire in auto e andare in ufficio, però, mi atterriva e allora ho scelto lo studio. Anche se poi ho portato Cri alla metro e sono passata da Andrea e Bea a ritirare dei libri, uno per Cri e uno per Pepe. Quando qualcuno mi dice che sono fortunata ad avere due ragazze che leggono tanto mi sale un rigurgito grumoso di cattiveria come quando mi dicevano che ero fortunata ad avere due bambine che mangiavano frutta e verdura e facevano sport con tanta continuità e passione. Niente, sono tornata a casa, con i cani dopo il parco intendo, e mi sono messa in studio a spararmi nelle palle quando ho avuto notizia dell’ennesima stupida trovata di qualcuno che trova senza cercare. Le trovate di quelli che stanno fermi mi fanno incazzare. Le cose immateriali che passano da una tempia all’altra e che vengono spacciate per idee mi fanno incazzare. Chi si sottrae al confronto per non essere confrontato mi fa incazzare. Ho l’incazzatura costante. Sono stanca. Stremata.
Lui dipinge molto bene, non glielo dico spesso, non glielo dico abbastanza. Lo penso e non lo dico ogni volta che ci penso che, sì, dipinge davvero bene. Confido nel fatto che sa cosa penso. Mi viene un grande, enorme, groppo in gola, ultimamente a pensare che Lui sa cosa penso e che questo è sufficiente perché io non dica più, non dica altro, non dica molto. Così ogni volta che dico poi mi chiedo se è necessario. Ma se la prendiamo sotto il profilo della necessità poco e niente è necessario. La verità è che non ho voglia di dire. Indugio nel pensiero. Almeno è il mio, certo. Il groppo in gola, certe notti, mi strozza. Allora penso che sto morendo, ma non è un pensiero nuovo solo che ogni volta è una morte diversa e allora è come se fosse nuovo. Lunedì notte, per esempio, era un infarto. La settimana scorsa era un tir che non frenava e mi faceva fare un salto di carreggiata con la mia macchinina fucsia. Quando non riesce a dipingere pensa al contorno, mi ha spiegato. Se non gli viene una mano, per esempio, smette di pensare che vuole dipingere una mano e inizia a dipingere tutto quello che c’è intorno alla mano. A me suona miracoloso.
Abbiamo stretto tanti patti in tutti questi anni trascorsi insieme. Il primo non è stato proprio un accordo quanto un atto unilaterale. Mio. Recitava più o meno: ti dirò sinceramente e sempre cosa penso di una situazione perché tu conosca, quando scegli, il mio punto di vista prima di decidere. Correva l’anno 2001. Non avremmo mai immaginato niente per noi due insieme, c’erano altre storie e altre vite, c’erano altri programmi, altro, altri, non conoscevo la sua famiglia dio che gioia e lui conosceva poco la mia dio che leggerezza, non avevamo niente insieme ma eravamo insieme. Non sono mai venuta meno all’impegno preso con quella frase. Mi chiedo se lo sa. Dovrei chiederlo a Lui, ma non ne ho voglia. Mi direbbe che lo sa ma sono certa che non ne ha mai tenuto la contabilità. Poi abbiamo fatto giurin giuretto che mai ci saremmo chiesti scusa e mai ci saremmo detti grazie, mai. Inutili orpelli, bizantinismi, quelli che oggi chiamo ghirigori del cazzo. E poi abbiamo deciso che io facevo il missile, perché quella è la mia natura ma lui faceva il supereroe, perché quello ci vuole per fermarlo un missile terra aria. E abbiamo stabilito di essere culo e camicia e io faccio il culo perché modestamente… e poi abbiamo decretato che non c’è posto libero in organico per alcun ex, se li si incontra li si saluta, si cambiano due informazioni su chi è morto e chi è moribondo ma poi basta, non abbiamo caselline di ex da riempire. E abbiamo scelto di lavorare insieme perché era il solo modo per esautorare lo strapotere cannibalizzante dei nonni, il solo modo per avere figlie capaci di mangiare molta frutta e leggere molto e fare sport e conoscere tutte le parolacce prima dei sette anni che poi con l’amigdala è un casino, certe cose vanno infilate nelle teste entro un termine preciso lo dice anche Galimberti e abbiamo deciso di infilarci le nostre cose perché le figlie erano le nostre e gli altri facciano anche un po’ come vogliono.
Non ci ho voluto infilare la tristezza. Però questa roba che mi si infrange addosso loro la vedevano e non potevo nasconderla, così l’ho ridipinta in malinconia, e quella un pizzico va infilata perché altrimenti la vita non ci mancherebbe mai.
Devo fare i pagamenti perché le mie figlie mangiano la frutta, insomma. Al massimo della sintesi la storia è questa. Ci sono giorni del mese in cui devo fare gli incassi, perché le mie figlie leggono molto. Quando faccio la riconciliazione bancaria è perché le mie figlie fanno sport. Poi ci sono momenti nei quali mi chiedo il missile dove sia finito, non vedo nemmeno il supereroe capace di fermarlo. La settima prossima potrei morire investita da un monopattino in contromano con sopra due deficienti.
Mentre raccoglievo la cacca di cane numero 1 ho pensato al giorno in cui ho disinfettato tutto l’ufficio, cornette del telefono comprese, perché la nipote di un collaboratore si era presa la suina. Tutti facevano un gran balletto di parole e io pulivo.
Non ci ho voluto infilare il senso di colpa perché interferisce con il senso dell’orientamento. Però questa eterna penitenza che mi sobbalza in petto loro la vedevano e non potevo nasconderla, così l’ho travestita da senso di responsabilità, perché saper portare pesi è sempre meglio, non ci si fa male la volta che tanto poi si deve fare.
Cane numero 2 caga in modo strano. Si apparta, porge le terga a un riparo, contro un muro, un palo, un albero, non si espone alla vista, mi costringe a posture incongrue per raccogliere le deiezioni. Mentre a mia insaputa mi srotolavo in qualche posizione yoga livello intermedio ho pensato a quante volte sono rimasta fino alla chiusura per coprire il centralino, in ufficio, quando chi era in chemioterapia non aveva la voce per rispondere e gli altri erano troppo devastati dal dolore del cancro altrui per farlo.
Non ci ho voluto infilare il pietismo perché non avrei saputo dove andare a prenderlo tra quello che avevo a disposizione. Però qualcosa dovevo mettere e mi sono ritrovata la pietas tra le mani e mi è sembrato che fosse quanto di più umano poter infilare nell’amigdala di qualcuno che ami e che deve camminare per il mondo.
Cane numero 1 si chiama Justin e cane numero 2 si chiama Power e si chiama così perché con Lui abbiamo riso molto dell’effetto justin power.
Quando ridiamo ridiamo molto, non è mai successo di ridere poco. Io faccio ridere molto più di Lui. Ma Lui ha tre o quattro cose che mi piegano sempre, un certo passo con il piede, una mossa che fa con il piede in avanti che mi fa ridere solo a pensarci. Quella è la cosa che mi fa ridere più di tutto al mondo. E la sa fare solo Lui.
Una signora prendeva il sole in costume su una panchina dei parco, era cosparsa di crema solare, forse era olio solare, cane numero 2 voleva leccarla o forse morderla, fa questa cosa di avventarsi sulle caviglie delle persone, devo sempre avere i riflessi pronti mentre cane numero 1 passa indifferente tra le gambe dei passanti, viaggia a un altro livello proprio, potrei avere entrambi gli atteggiamenti e restare comunque me stessa. Ho entrambi gli atteggiamenti.
Cane numero 1 si stanca in fretta, è più vecchio di cane numero 2 che è un cucciolone carico a palla, cane numero 1 ogni tanto alza lo sguardo per chiedere una pausa e allora mi fermo. Perché è una passeggiata e non una gara. Ci siamo messi all’ombra, in disparte, vedevamo senza essere visti. Ho pensato a come ho strutturato il recupero crediti, creando una procedura dal nulla con persone che diffidavano anche solo della mia presenza. Il mio obiettivo era recuperare gli insoluti entro il mese. A disposizione avevo due impiegati informaticamente analfabeti e un dossier di fogli appallottolati nelle buste crystal con qualche documento personale finito lì per sbaglio. Ci sono riuscita. Perché le mie figlie dovevano leggere molto.
Non ci ho voluto infilare la comodità, perché rende poco tonici. E se un corpo tonico attrae, una mente tonica conquista. L’amigdala non sa se si è maschi o femmine, forse. Ma il mondo lo vede. E avrei voluto insegnare alle mie ragazze che non c’è differenza ma la differenza c’è e allora meglio partire da subito con gli allenamenti e con la scarsa comodità. Come si dice, faccio tutto quello che fa Lui ma con i tacchi e all’indietro. Ecco, al posto della comodità ci ho infilato le scarpe da tennis da tenere in auto per guidare.
C’era un altro patto. Anche questo è vecchissimo, anche questo era partito da me. Sono stata il legislatore di questa vita trascorsa insieme, ma questo patto è inserito in costituzione, roba seria insomma. Prevede di non essere mai messa su un tavolino. Testualmente: non lasciarmi mai sul tavolino. Non capiva, all’inizio. Quale tavolino. Lasciata come. Allora io, strizzata in un jeans aderentissimo a sormontare tacchi altissimi, fortissima delle mie labbra ricoperte di rossetto rossissimo ho preso il posacenere , l’ho sollevato dal tavolino del pub dove eravamo seduti e gli ho detto che non doveva mai farmi diventare, nella sua testa, qualcosa di stanziale su un tavolino. Un oggetto su un cazzo di tavolino. Un cazzo di oggetto immobile sul tavolino. Cosa succede, altrimenti, aveva chiesto incuriosito. La sua curiosità verso di me mi ha sempre addolcito lo sguardo, come il sale con l’acqua calcarea, ecco la sua curiosità è l’addolcitore per il mio calcare, io che produco pietre e sassolini per lanciarli in giro e lui che scioglie piano piano, pezzetto per pezzetto i sassolini e le pietre un attimo prima che io le lanci solo così, con la curiosità quando mi ascolta. Rovescio il tavolino, avevo risposto. E se si rompe? Non importa. Perché? Perché io non sono il tavolino. Non mi devo mai dimenticare di te, insomma, aveva concluso. Mai. È come dire per sempre, noi non diciamo per sempre. No, noi non diciamo scusa e grazie e non è come dire per sempre, non pensare al per sempre, pensa a quello che c’è intorno al per sempre. Cosa c’è? Il mai, non mettermi mai sul tavolino.
Non ci ho voluto infilare il bisogno di giustificarsi o di spiegarsi, però questo continuo affanno di aprire i due punti lo vedevano e allora l’ho agghindato da capacità di ricapitolarsi, perché sapersi riavvolgere aiuta a non disperdere quel che si è e anche questo ho pensato potesse servire per sapere cosa devi pagare nel mondo, quando sei stremata, quando non hai più voglia.
Ho chiamato zia, dal treno e infatti pigliava male pure se adesso il treno è velocissimo, sai. In sei ore stavamo a Garibaldi. Volevo sapere il civico di piazza Carlo III, ma lei non lo sapeva o non lo ricordava, non cambia il risultato. Mi ha detto “faceva angolo”. E io mi immaginavo una grande piazza rotonda. Chissà perché, poi, voglio dire le piazze sono rettangolari o quadrate mica per forza rotonde solo che niente, io mi ero messa in testa che fosse rotonda e faticavo a infilarci un angolo. Vabbuò. Mi ha detto pure di chiamare Ale, perché lui da poco c’ era stato e aveva ricostruito un po’ tutto. Spostando il pensiero dall’angolo dentro il cerchio ho iniziato a chiedermi perché mai Ale si interessasse al posto dove tu hai conosciuto tua moglie. Ma qui è stato più facile dell’angolo del cerchio, sua madre è la sorella di tua moglie, viveva pure lei lì. Sopra il negozio di Piazza Carlo III, l’emporio di quel folle che sarebbe diventato tuo suocero, quello che aveva chiamato il gatto Benito solo per poterlo riempire di male parole urlando forte “BENITO!!!”. Solo che Ale io non lo sento da prima che si sposasse, ha pure divorziato poi, o forse dal funerale della nonna, aveva appena avuto un figlio che adesso è all’università. Così ti fai un’idea. Non è che posso chiamarlo e chiedergli un civico. Ma poi non mi va di chiamarlo. Ho detto a zia “vabbuò, facciamo senza, andremo un’altra volta, ti saluto il vulcano”. Non avevo voglia di chiamare nemmeno tua cognata, alla fine pure con lei non mi sento da una vita, ti pare che la chiamo per sapere dove viveva da bambina e per cosa poi, andare in una piazza rettangolare o quadrata che pensavo rotonda e scoprire che al posto dell’emporio del folle ci sta un negozio cinese o un bar fetente? Volevo solo immaginarti entrare lì, con la notizia che loro figlio era ancora vivo, che avevate fatto un patto: il primo dei due che tornava avvisava la famiglia dell’altro e che sei tornato prima tu. Volevo immaginarti bello, bellissimo, con gli occhi nocciola come papà, forte dei tuoi scarsi venticinque anni, con tutta la morte del mondo negli occhi e tutta la voglia di vita nella pancia, volevo immaginarti così intensamente da dire che si trattava di un ricordo , un mio ricordo nitido e preciso. Ma pure tua cognata adesso c’ha i cazzi suoi per la testa, il marito si è fatto vecchio, pure lei certo, ma per te che l’hai tenuta sulle ginocchia forse non può farsi vecchia mai, comunque lui si è fatto davvero vecchio e i vecchi come i bambini danno un sacco di pensieri, in più lui è fascista, ti ricordi. Ogni volta che ci perdevi a carte mi prendevi da parte, incazzato nero, e indicandomelo solo con il suo cognome, a togliere ogni affinità e parentela, mi dicevi “è fascista” .
Mo’ pare che vada bene pure essere fascista, comunque. Non so se lo sai, se lo vedi da dove sei tu, ma di imbroglioni a carte ce ne stanno diversi in giro, pure in Parlamento. Vabbuò, gli rideresti in faccia, sono tutti nati ricchi, diresti, non hanno visto niente, diresti, per questo avanzano la roba nel piatto e sprecano e dicono che schifo. “quatto sciemi ‘ro cazz”. Però se lo credono questi quattro scemi del cazzo, ma tanto passeranno, solo questo posso dirti, sai, per come la penso io, per quel poco che ho capito come funziona il meccanismo che tutto passa, qualcosa schivi, qualcosa pigli, qualcosa ti fotte, qualcosa ti piace pure se ti ha fottuto un po’, qualcosa ti manca, qualcosa manco per nulla, ma di tutto questo qualcosa niente resta.
Però è un peccato che non ti sei fatto vecchio, per davvero vecchio, solo un po’.
Ho chiamato papà. La sera, lungo Via Toledo, tornando verso il letto. Lo sapevo che lui il civico proprio non lo conosceva, se non la sa zia figuriamoci se lo sa papà. Non lo sento spesso, papà. Più di prima, sì, ma meno di prima prima. È così. Un pezzetto alla volta, non è facile, per me e per lui. Però ci ho scritto un libro. Prima o poi te lo leggo a voce alta, devo solo avere un po’ di ore di seguito senza interruzioni. Anche tu non parlavi con il tuo, che è morto così, che non vi parlavate più da un pezzo, non aveva nemmeno un ricordo con il nipote che portava il suo nome ma ne teneva la foto in cassetta di sicurezza, la foto della Comunione. Gliel’avevi mandata tu, chi altri? Comunque, non ti arrabbiare, io e papà la sistemiamo, è che abbiamo troppa gente intorno e io quando lo sento voglio sapere di lui e lui mi racconta di altri e io mi scoccio perché voglio parlare di lui e se voglio parlare di altri chiamo gli altri e invece lui non lo capisce, ma tu stai tranquillo, è che abbiamo un carattere simile io e lui, ma è per questo che ci ritroveremo. Io e Pepe abbiamo scommesso, guardando l’ora, lei diceva che stava sul divano a guardare un film di guerra, io che si era già addormentato e poi abbiamo riso perché abbiamo detto insieme che si era addormentato sul divano mentre guardava un film di guerra. Infatti. Vabbuò, l’ho chiamato e gli ho passato Pepe che quando gli parla un po’ è sempre piccola anche se non lo è più. La piccola compie quindici anni. Madonna, è alta più della sorella, accanto al padre dovresti vederla, un pezzo di ragazza che non finisce più, con le spalle larghe e una montagna di capelli pieni di profumo, da far girare la testa perché ci mette la maschera e lo shampoo e un profumo proprio per capelli e poi ha questo viso così vero, morbido, un viso che accoglie, la bocca bellissima, carnosa. È bellissima. Di viso assomiglia a noi, tanto. Ma lei è alta, noi siamo tutti più corti, lei invece quando mi abbraccia la sua testa chi la vede più. A me piace che non vedo più la testa delle mie figlie, sai. A pensarci è così che deve essere. Devi perderla la testa dei figli, che vada oltre, che veda oltre, che sia più su della tua. Mentre lei parlava con papà mi sono persa a pensare così. Glielo avevo promesso che l’avrei portata a scoprire quel pezzo da cui arriva anche lei, perché anche se non sono lì le sue radici sono lì le sue origini e le radici le puoi rimettere un po’ in altri vasi, così è successo a molti, ma le origini quelle le hai dentro, se ti tagliano un pezzo e lo analizzano al microscopio le trovano. Dai quartieri arrivavano canzoni e voci, clacson e urla, Pepe parlava con il nonno e pure io parlavo con te.
L’ho portata a Piazza del Plebiscito, subito, dovevo raccontarle la storia delle statue di Palazzo Reale, perché quella storia deve tramandarsi e niente come il racconto serve a questo, allora l’ho fatta mettere davanti alla prima e ho iniziato, siamo arrivati all’ultima, quella con la spada alzata e ho concluso la storiella lei ha riso e me la sono immaginata tra trent’anni, raccontarla a qualcuno perché non vada perduta, me la sono immaginata mimare il gesto con la spada sguainata e ridere quasi sguaiata ancora, lì in quella piazza, con il cielo appena coperto da nuvole di passaggio perché tutto è di passaggio e me la sono immaginata così intensamente da dire che si trattava di un ricordo, un mio ricordo nitido e preciso. E poi siamo scesi fino via Partenope a guardare il vulcano, e risalendo abbiamo fatto merenda in Piazza Trieste e Trento e la sfogliatella frolla batte la riccia, lo sai, a me è sempre piaciuta di più, ma noi la chiamavamo liscia e non frolla, vabbuò, la frolla piace di più pure a Pepe e poi abbiamo ripreso a camminare e ridere e parlare, io raccontavo e traducevo il dialetto che arrivava dai vicoli, siamo andate nei quartieri perché avevamo cose da cercare, da vedere, abbiamo schivato motorini con la dimestichezza imparata in tre minuti di adattamento e poi abbiamo trovato il posto per cenare, una pizzeria con il nostro cognome, che bellezza, il titolare si chiama come papà, con il nome di tuo padre, sicuro siamo parenti in qualche strano modo che non abbiamo indagato ma lui mi ha detto che potevo tornare quando volevo, che quella era casa mia, la stessa cosa che mi dicevi tu, mi ha fatto ridere assai, ho ricordato quella volta che ti arrabbiasti moltissimo perché avevo chiesto se potevo prendere non so più cosa in frigo e tu mi hai trattata bruscamente, fuori sul campanello ci sta il nome tuo, qui puoi fare quello che vuoi, non devi chiedere mai più e io non ho chiesto mai più ma non ho mai aperto il frigo. Però ho capito cosa intendevi. E comunque avevi ragione, è davvero successo che anche le madri possono dare il cognome ai figli pure se non sono figli di zoccola, come dicevi tu, si può decidere quale cognome dare ai figli, quello del padre o quello della madre o entrambi. Quando sono nate le mie figlie non era ancora così pienamente, hanno il cognome del padre, so che capisci, va bene così. Ci mancava pure passare per zoccola, già mi sono sentita dire che affidate a me sarebbero diventate schifose come me, come se potessero essere affidate ad altri, come se fossero in affidamento. Come se. Vabbuò, ogni tanto mi sarebbe piaciuto averti lì, in quel momento. Avresti trattato chi me l’ha detto come una mappina, l’avresti incenerita e mi sarebbe piaciuto. Ho dovuto fare da sola. E pure questo l’ho imparato sai, per adattamento. Come a schivare i motorini, come a sapere che tutto passa, che la testa dei figli deve stare più in alto della tua perché tu devi restare la base ma l’altezza è roba loro. Però la piccola ha gli occhi nocciola e la capacità di incenerire, va solo addestrata, e la grande si mangia i prepotenti e i fascisti come spuntino. So che ti piacciono.
La prima notte è stata difficile, il cambio letto, il respiro di Pepe e non di suo padre accanto, il rumore di una città che non dorme mai, che non si sta mai zitta, che non ti lascia in pace mai, che mai ti regala solitudine. Dal vicolo sotto arrivavano canzoni neomelodiche di quelle che, sinceramente, detesto. Pensavo a te, a me, a papà, a cosa significa andare via e tornare, a quanto male fa andare via e non tornare, pensavo a mio fratello, a Cri, a Lui, ai cani, al lavoro sulla scrivania, a una piazza rotonda, a dove metterci gli angoli, al gatto Benito, alla follia che si diluisce nelle generazioni, a una ragazzina con le trecce che ha il fratello in guerra e vede entrare un ragazzo in negozio per dire che quel fratello è vivo, al giro del giorno dopo che era già arrivato, la luce che filtrava debole, il giorno dopo a volte arriva prima, a noi che non diciamo prima e dopo ma primm’ e dopp’, senza vocali a chiudere, sempre tutto aperto, che tutto si veda e tutto si senta e non come parlano su, che non li capisci mai, che non sai cosa vogliono dire che basta non dire male e chi se ne fotte se si pensa male, basta che non si dica e che non si sappia, pensavo a queste parole per te e per me, a quelli che vengono a leggere qui per farsi i cazzi miei perché io quelli racconto, sai come si dice, parlo di me perché non voglio convincere nessuno, a quelli che vengono a leggere per incazzarsi perché dico che sono mappine. Non perché lo penso, ma perché lo dico. Vabbuò. Pensavo a come diciamo il presente: mo’. Perché noi lo sappiamo che il presente è veloce, che è nel prima e nel dopo che dobbiamo infilare la sostanza, adesso è già finito. Serve a nutrire il prima e il dopo. Il sonno mi ha presa dal vicolo, diceva t’aggio voluto bene a te, tu m’è voluto bene a me, aveva gli occhi nocciola e la pancia piena di vita.
Abbiamo fatto colazione con due lisce e due cappuccini, pure se abbiamo detto frolle. A Piazza del Gesù, poi siamo andate per via dei Tribunali, in san Biagio dei Librai, San Gregorio Armeno, abbiamo visto il Cristo velato, abbiamo mangiato un cuoppo di mare e uno misto di terra, siamo andate a Santa Luciella, ,me l’aveva suggerita Diego e ha fatto bene, su queste cose mio fratello è un’ottima fonte. Pure su altro, per carità. Lui c’era stato da poco, pure alla pizzeria col nostro cognome. Volevo che Pepe capisse perché. Perché i morti non muoiono mai, da dove ci arriva questa capacità di non interrompere mail il dialogo, il racconto, abbiamo fatto visita alle capuzzelle, “il nonno lo dice sempre e anche tu” ha sussurrato lei giù nella cripta. “E i teschi girati?” Ha chiesto un turista bresciano di quelli che se muori muori e se vivi vivi e non puoi partecipare di entrambe le condizioni nello stesso momento. I teschi girati sono stati girati perché non sono stati di parola, non sono stati intercessori adeguati e allora tutti devono sapere che sono inaffidabili, così che a nessuno venga in mente di prendersi in carico di spendere due preghiere per queste anime non di parola. Quanta vita in questo gesto. Lo sai, vero, che ti ho girato? Quando mio nipote è stato male, malissimo, ho preso la tua foto bello sorridente e urlandoti “che cazzo ti ridi” ti ho girato che manco volevo vederti con questo faccione morbido e le labbra carnose. Quando ho pensato che sarebbe morto ,perché l’ho pensato e non mi stava bene, per niente. E mi ero sempre arrangiata molto, lo sai, poche volte ti ho chiesto qualcosa ma questo sì. Ci ho messo in cambio, perché tu lo riferissi a chi volevi, qualunque cosa. Persino il libro su mio padre. Persino un pezzo mio, di vita mia, pure che non ne dispongo direttamente, non me ne fotteva proprio. E tu niente. Allora ti ho girato e vaffanculo. E vavattenne proprio, da te non me l’aspettavo. Mi avevi detto, quando da ragazzina ero stata male e anche tu eri ricoverato ma in un altro ospedale che avevi chiesto di far guarire me al posto tuo, me l’avevi detto di nascosto da tutti, mi avevi preso in disparte, pensavo volessi lamentarti del fascista e invece era questo. Me al posto tuo. E quando io, anni dopo, ti ho detto che ti amavo così tanto da volerti dare un po’ di anni miei tu mi avevi risposto che mi amavi così tanto da non volerne nemmeno uno di anni miei. Ecco. Noi così ci parlavamo, ricordi, tra i “non capisci niente” che ci rimbalzavamo a vicenda poi erano queste le cose che ci dicevamo quando eravamo io e te. Stronze cappuzzelle, ho biascicato nella cripta, chè i bresciani non sentissero. Prima di andare via ho lasciato un biglietto, con una richiesta, l’ho scritta in dialetto perché penso che per la cappuzzella sia più facile e che se deve scegliere tra una richiesta in dialetto e una in bresciano magari sceglie la mia. Comunque, poi ti ho rimesso a posto, la foto intendo.
Siamo andate a fare un saluto anche a faccia gialla, anche se non è che San Gennaro andasse forte da noi, non avevo aneddoti particolari da raccontare anzi non ne tenevo proprio e infatti mi sono stata zitta. Dalla via del Duomo si sentiva una voce che cantava ma ‘e vvote tu distrattamente pienze a me, Pepe era stanca per il tanto camminare, ha un problema al ginocchio e ho cercato di avere i giusti tempi di riposo ma non è semplice. Siamo state fermate da venditori di ogni tipo, uno teneva un canarino o comunque un uccello fetente che sorteggiava i numeri da giocare, voleva farmi beccare da questo coso, gli ho dato il doppio dei soldi purché lo tenesse lontano, Pepe ha riso, se c’è una cosa che mi fa schifo sono i volatili, ti pare che mi metto ad accarezzarne uno, davanti all’Università orientale abbiamo fatto un gioco matematico con un genio di strada, uno con il banchetto che a offerta libera ti fa sentire molto intelligente, che poi è quello che tanti vogliono, sai. Il mondo si divide , perché sì, il mondo si divide e tra le parti in cui si divide si divide tra quelli che è sempre merito loro e quelli che non è mai colpa loro. Io li chiamo i Fenomeni. Quelli che fanno 6×3 con la calcolatrice e ti dicono “ho calcolato”, quelli che scrivono 6 al posto di 3 e ti dicono “la calcolatrice ha sbagliato”. A me fanno girare di cazzo, brutalmente proprio, divento cattiva, come per te quelli che imbrogliano le carte, madonna, li incenerirei. Su questo sto lavorando dal primo giorno con le mie ragazze, sai. Perché se il mondo si divide, e si divide, non voglio che stiano dalla parte che mi fa girare di cazzo, ecco. Abbiamo scattato una foto, di sera, c’è il vulcano dietro ma non si vede, c’è il mare ma non si vede, perché è sera. Ma sorridiamo, io ho qualche ruga sulla fronte, fili tra case nei vicoli, ci ho steso i ricordi, si vedono tutti anche se è sera. Ho gli occhiali, non li tolgo più per fare lo foto, solo tu insistevi perché lo facessi e così non ho una sola foto bambina nella quale mi riconosco. Però so che ci sei tu dietro a tutte le foto, destinatario di ogni mio muso lungo, prima di ogni foto c’è una discussione, dopo ogni foto c’è una recriminazione. Pensa che mo’ le foto le fai con il telefonino, chi te lo doveva dire, eh? È una foto venuta abbastanza una chiavica ma quando la guardiamo noi sappiamo dove siamo, sappiamo che avevamo appena finito di cenare alla case dei femminielli, nei quartieri, che Ciro il cameriere era stato gentile di una gentilezza per niente sabauda ecco perché ce ne siamo accorte, che si trattava della nostra ultima sera nelle origini ma che ci stavamo promettendo di tornare. Per le rughe prendo il collagene, tutte le mattine una compressa. In teoria serve per le articolazioni ma pare che faccia bene all’aspetto della pelle, delle unghie e dei capelli. Non so. È che sto a un passo dai cinquant’anni, manca ancora un pezzo ma non un gran pezzo. Tu mi immagini così? No, penso di no. A volte neppure io mi immagino così. A volte invece mi immagino così intensamente da dire che si tratta di un ricordo , un mio ricordo nitido e preciso.
Ah, ecco, pure questo volevo dirti, che mi sto leggendo delle cose sull’eternalismo. Allora, è una cosa che tu prendi primm’, dopp’ e mo’ e li unisci tutti e tre. Non ci sta più primm’ e non ci sta più dopp’ e manco mo’. Ci stanno tutte le cose insieme. Un blocco unico. Perché non pensi più al tempo come lo pensavi ma lo pensi come pensi allo spazio. E se nello spazio dici che qualcosa sta lì, nello spazio, allora in questo modo pure del tempo puoi dire che qualcosa sta lì, nel tempo. E tutto è già passato ed è già futuro. Ci sei già stato e un altro ancora non c’è stato, perché tutto questo ci azzecca con la relatività. Tu ci sei già stato e io ancora no, io ci sto adesso e tu poi, nel tempo. Ci sto lavorando, come a tante altre cose, la mia testa frulla sempre, ma stavo cercando qualcosa che mi aiutasse a stare. Voglio stare. Non restare, non andare, non tornare, voglio stare come stanno quelli che sanno dove stanno e perché stanno. Voglio stare. Voglio stare male finché non passa e stare bene finché dura, voglio stare nella testa delle mie figlie per non morire mai, voglio stare al telefono con mio padre e chiedergli se lui ha capito come si sta non nello spazio ma nel tempo, voglio stare in una cripta a pregare pure se non sono capace e se non ci credo basta che ci credano le cappuzzelle, voglio stare sul treno che arriva senza mai arrivare e sul quello che parte senza mai partire, voglio stare negli anni miei, e te li ho dati tutti pure quelli in cui non sei dietro le foto e voglio stare negli anni tuoi, tutti, pure quelli in cui non sto dentro la foto.
Prima di partire siamo passate dall’ospedale delle bambole, ma non siamo entrate, avevamo la valigia e il pensiero già al treno. Accanto c’è un negozio che restaura oggetti. Si riparano ricordi, dice l’insegna. Mi veniva da piangere e ho pianto senza che Pepe se ne accorgesse perché non volevo spiegare niente, mi sono sentita improvvisamente stanca di secoli. Ho dimenticato di dirti che qualche settimana fa mi sono sognata che perdevo quattro denti, che venivano via tutti insieme, attaccati tra loro e con la lingua sentivo la voragine in bocca e il ferro del sangue, se vedi nonna chiedile un po’, so che non è niente di buono. E ho dimenticato di dirti che Diego mi ha chiesto “hai una foto del nonno?” e io stavo in giro, gli ho detto quando vado a casa e ho sorriso perché non abbiamo avuto bisogno di chiarire quale nonno. Il mondo si divide nei nonni solo nonni e i nonni con il nome. E ho dimenticato di dirti che ogni tanto sprofondo ed è un dolore al qual non mi abituerò mai ma che ogni volta imparo qualcosa e allora lo accetto, di sprofondare dico, va bene, anche se un giorno non tornerò su ma vorrà dire che non c’è più niente da imparare e comunque da qualche parte nel tempo è già così quindi non mi agito e poi ancora volevo dirti che la pastiera di zia è meglio di quella di Scaturchio e che da quando non la chiami più tu Mimosa nessuno la chiama più Mimosa e non so se lei di questo è felice oppure no. Io lo sarei, perché ci sono cose che non è che chiunque può fare o dire. Andando verso la stazione ho sentito cantare ma ‘e vvote tu distrattamente parl a me, e non ho mai tenuto il conto delle volte in cui me l’hai intonata e anche se non volevo crederci alla fine ho capito, allora mi sono girata a salutare.