Resistiamo

 

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Una bimba che conosco da sempre mi ha chiesto di scrivere un testo per il suo matrimonio. Certo bimba dagli occhi cangianti- ho pensato- quando sarai grande, avrai imparato a dire per bene la erre e ti sposerai scriverò qualcosa per te.
“A settembre” mi ha detto. Non settemble. Settembre, con la erre giusta. Che ansia, ha aggiunto. Pare che sia già cresciuta, ha avuto un bambino e ha imparato a dire la erre, credo, almeno in quattro lingue diverse e a settembre si sposerà. Mi sto arrovellando cercando di scrivere qualcosa per lei, scarto parole come abiti per un appuntamento. Troppo corto, troppo colorato, troppo banale, troppo leggero, troppo lungo, troppo vecchio, troppo stretto, troppo largo, troppo scollato. Resto seduta con le ante spalancate, lo sguardo perso a chiedermi come sia possibile avere così tanta roba inutile a disposizione.
Non leggerò a voce alta, però. Troverà qualcuno che lo farà, non io. Un po’ mi fa sorridere, un po’ mi agita, un po’ mi gratifica e mi emoziona che me lo abbia chiesto. Un po’ che ansia, pure. Per fortuna c’è ancora tempo.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale cambia completamente la grammatica. Cambiano i soggetti, i modi dei verbi, ti ritrovi a usare condizionali dove vorresti tagliare corto con un imperativo, ti ritrovi a chiederti chi, che cosa e no, non è il complemento oggetto del verbo che analizzi ma cerchi chi, che cosa te lo ha fatto fare. C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale ti chiedi chi te l’ha fatto fare. Cosa? Tutto. Tagliare i capelli così. Comprare le scarpe basse. Alte. Parcheggiare distante. Non cambiare al cambiamonete per il carrello e prendere il cestello, sghembo, che a trascinarlo ti viene il gomito del tennista. Smettere di giocare a tennis. Cominciare a giocare a tennis. Chi te l’ha fatto fare? Dire si, non dire no, pensare che sarebbe stato diverso, perché? Perché avrebbe dovuto essere diverso? Per te? Chi sei tu, chi sei tu per cui doveva essere diverso? Chi te l’ha fatto fare?
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale l’analisi logica non segue la tua logica, va beatamente per i cazzi suoi. E scivoli sull’analisi del periodo, inciampi nella principale, non riconosci le subordinate. Resti atterrita da un’ipotetica del terzo tipo come se fosse un incontro ravvicinato. È che l’analisi del periodo è subdola. Sembra facile e invece è la più complessa. Dipende dal periodo, dicono. No.
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale speri sia solo un periodo. Lo analizzi ma non riesci, lo sai.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è stato un tempo, era un tempo presente, quando le mie figlie erano piccole, durante il quale non sopportavo. Chi, che cosa? Tutto. Tutti. Quel blaterare di sottofondo che fa l’eco a un neo genitore . In procinto di partire per il mare “non bruciatela”, prima di uscire dal portone “mettetela la giacca”, per una bava di vento “mettetele la cuffia” durante lo svezzamento “non fatela soffocare”. Io ho sbagliato, oggi lo so. Lo sapevo anche in quel tempo, lo sapevo, ma non potevo dire quello che avrei voluto che suonava più o meno così “ e io che speravo di averla messa al mondo per poterla bruciare, per lasciarla morire di freddo, per farla ammalare, per farla cadere possibilmente procurandole un trauma cranico, io che speravo di vederla soffocare da un cazzo di bolo dovuto alla pappa sminuzzata senza cura e invece devo ringraziare te e queste inutili stronzate che mi rivendi come raccomandazioni se desisto dal mio scellerato piano criminale”.
Troppo. Allora tacevo e sbagliavo, sapevo che stavo sbagliando ma tacevo e mi lamentavo con chi non capiva e mi aspettavo che capisse e che intervenisse e non capiva, non interveniva e allora niente, dicevo, è un periodo, passerà. No.
I periodi non passano. I periodi li facciamo passare, è diverso. È diverso il soggetto, anche se sottinteso. Avrei dovuto dirlo una volta, una volta sola. Mettere a tacere, offendere una volta per tutte da subito, mettere in chiaro chi era la principale e chi no, chi aveva il ruolo di subordinata e chi un ruolo proprio non lo aveva perché non lo avevo previsto.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Non è che tutto si possa prevedere, però. O sapere, conoscere, distinguere. La vita serve ben a questo, no? A imparare a dire la erre, a procedere per tentativi, a provare. Acquisita una consapevolezza si passa al livello successivo, dove in genere ti capita di capire che non avevi acquisto un beato niente e così via fino al livello successivo. Io volevo che le mie bambine fossero autonome nei limiti della loro età. Quindi cose come lavarsi o pettinarsi o vestirsi, volevo che lo facessero da sole. Mi è successo di essere ignorata e disattesa. Non dalle mie figlie ma da chi si offriva di darmi una mano e invece non era un aiuto ma un tentativo di fare al posto mio.
Penso che niente sia più offensivo nei confronti di una madre. Tacevo e sbagliavo. Ma ho imparato a resistere, sapendo che resistere è l’infinito del verbo amare. Chi, che cosa? Se stessi.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove amo sta per amore, un diminutivo in uso nel linguaggio dei ragazzi, la mia amica che fa la Prof (prof è uguale a se stesso in ogni tempo e luogo) mi ha detto che tra loro, i ragazzi, si chiamano Fra, io pensavo che Fra fosse il diminutivo di Francesco, abbiamo riso di questa mia ingenuità. No, sta per fratello. E i fidanzati si chiamano amo. Resisti, amo. Io chiamo amore solo le mie figlie, lui no. Non mi piace. O tesoro, caro, no, nemmeno così. Non lo chiamo amo. Non uso diminutivi in genere ma storpio i nomi o creo soprannomi, prendo una caratteristica e la trasformo nel nomignolo della persona alla quale mi riferisco. Per esempio:pelatino, truciolo, torvo, buttero, tachipirina.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove resisti non è un imperativo ma un’esortazione, un incoraggiamento. Resisti amore, resisti. È il tifo dagli spalti quando mancano pochi secondi alla fine e stai vincendo o perdendo o pareggiando, è uguale. Sono le mani sulle spalle curve sui libri quando chiedi se va tutto bene, se c’è bisogno di aiuto o di un bicchiere di succo, è il pugno stretto intorno a un indice con l’unghia sporca di terra mentre un chirurgo cuce un buco in testa che non basta la colla servono i punti, è sera tardi e hai la maglia sporca di sangue che non è tuo e vorresti che lo fosse. È una speranza, resisti, amo. Resisti. A chi, a che cosa? Alla corrente, al pensiero comune, a chi ti dice di mettere la cuffia per una ridicola bava di vento, al vento, a me, che come la corrente cerco di attraversarti. È un monito. Resisti, amo. Resisti e sarai libera, andranno via gli invasori, finirà la guerra, resterà una canzone che è anche una poesia.

Resistiamo: r-esistiamo.

C’è un verso a proposito del fatto che ci incontriamo per rinascere perché esistere, in fondo, non basta a nessuno. R-esistiamo, esistiamo insieme di nuovo. Di nuovo dopo cosa? Dopo la guerra, dopo le parole non dette che invece andavano pronunciate, dopo aver imparato a dire la erre correttamente, dopo aver analizzato i periodi anche quelli sbagliati e aver visto che non erano sbagliati. Era l’analisi che non veniva. R-esisitiamo. Dove? Ovunque, al mare senza bruciarci, davanti a un armadio scegliendo le parole per un evento importante lasciando stare l’ansia e senza pensare che sia troppo, non è mai troppo. Per fortuna c’è ancora tempo.

 

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Per un soffio

 

Ho portato Pepe dal pediatra, il Dottor D. , che è il nostro riferimento da quando Cri aveva sei mesi e ha preso la sua prima influenza intestinale chiaramente durante il fine settimana e chiaramente in forma acuta con vomito inarrestabile.
Il Dottor D. ha un’età che non so, collocabile tra i 70 e gli 80 anni ed era così anche dodici anni fa. È alto come una porta, massiccio, è stato uno sportivo si vede, ha le dimensioni di un armadio ,di quelli di una volta che non li fanno più così solidi. Le sue mani sono esageratamente grandi. Le usa per misurare i neonati, penso ci sia proprio l’unità di misura della spanna del Dottor D.perché lui è pediatra e neonatologo e non si capisce come possano, quelle mani, avere avuto in dono l’abilità di quel tocco gentile. Il Dottor D. se sei femmina ti dice “allora vediamo un po’ cos’hai signorina”, se se maschio ti chiama “giovanotto”. Visita in modo accuratissimo, ausculta, tocca, batte sull’addome, sul dorso, guarda nelle orecchie e nelle narici, tira giù la lingua con il bastoncino di legno, ma solo se non sai abbassarla di tuo altrimenti te lo risparmia. Ti fa dare colpi di tosse, ti fa respirare a bocca aperta e poi a bocca chiusa e alla fine si siede sulla sua poltrona e inizia a scrivere dicendo ad alta voce prima la diagnosi e poi la cura suddividendo le parole per sillabe, con tono forte e chiaro, che si capisca. Pepe adesso ha un’O-TI-TE BOL-LO-SA A RI-SCHIO PER-FO-RA-ZIO-NE DEL TIM-PA-NO. Ha vinto una cura di quelle viste poche altre volte, con antibiotico e cortisone, una spruzzata di tachipirina in funzione antidolorifico e innaffiando tutto con i fermenti lattici, che si sa mai.

Le ha tolto lo sport per tutta la settimana almeno, domani potrà rientrare a scuola con un batuffolo di cotone nell’orecchio sinistro e se vorrà in classe potrà toglierlo, altrimenti, le ho detto, la scusa è ottima…
Mentre la visitava mi ha chiesto se c’eravamo, al plurale, mai accorti di un lieve soffio al cuore.
No, Dottore. Cristina si, lo sappiamo, da quando era neonata. Ma Pepe no.
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Aspetta un attimo signorina, sei agitata?
No. (bugia, nel momento in cui le ha chiesto se era agitata lei si è agitata)
Ha una frequenza cardiaca troppo alta, signora. Per essere la sportiva che è, soprattutto.
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Quanti anni hai signorina?
10.
Quest’anno 11, in agosto, Dottore, sono intervenuta io, da dietro le sue spalle, mentre continuava a sentirle il cuore e io non sentivo più il mio, via, sparito, io da quando sono madre ho perso il conto delle volte in cui sono stata viva senza esserlo, senza un cuore che battesse, un respiro che constasse delle due fasi, inspirazione ed espirazione, senza la testa libera da qualche diavolo di retropensiero, che quelli sono i peggiori.
Si è riaccomodato tranquillo, ha tirato fuori la penna, Pepe si è rivestita e si è seduta accanto a me.

Allora, signora, direi che non ci preoccupiamo. Al plurale. Va bene, allora va bene.
Direi che la rivediamo tra qualche mese perché può anche essere una fase di preparazione, la signorina è in prepubertà, anche la frequenza cardiaca accelerata si può spiegare così.
Quindi posso stare tranquilla?
Direi di si.
Quindi non devo fare accertamenti? Perché lei ogni anno fa l’elettrocardiogramma sotto sforzo, è un’agonista, insomma, lei è una sportiva, gli sportivi li controllano. Cioè, li controllano bene? Vero?
No.
Ecco.
No, l’elettrocardiogramma non ci dice nulla. Nel caso dovremmo fare l’ecocardiogramma. Ma non c’è fretta. Davvero. Stia tranquilla. È un soffio appena accennato.
Non mi preoccupo.
No.
E l’otite?
Ah, quella è bruttissima signora. Ne ho viste tante ma così poche. È bollosa.
Bollosa.
Si. Brutta.

Pepe ha il cuore che soffia, poco, leggermente, in modo lieve. E non mi devo preoccupare, me l’ha detto lui. A me può bastare che mi lui mi dica di non preoccuparmi per non preoccuparmi. Lui sa praticamente tutto. Sa che quando ti prepari a crescere il cuore soffia, sa che quando ti prepari a fare un salto in una fase diversa della vita, una fase con peli e cambi di umore, con ghiandole che premono dolorose per uscire, capita che ti si sballi la frequenza. Non prendi più quel canale. Ecco perché chi ti è accanto non capisce più cosa dici e chi sei. Con la mia vecchia autoradio nella mia prima macchina mi capitava. È così. Pepe ha il cuore che soffia e le frequenze da risintonizzare. Perché si sta preparando e il corpo lo sa, mica è affrettato o superficiale o incapace. Lo sa. Mica per prepararsi anticipa i tempi, come fanno a volte a scuola. Come la maestra di disegno, che va detto perché va detto, ogni anno in quinta, era già successo con Cri, decide di preparare i bambini al passaggio alle medie, al disegno tecnico che una volta si chiamava educazione tecnica e quando arrivavi in prima media facevi quella ed educazione artistica, erano due cose diverse e con professori diversi e dovevi comprare del materiale diverso. Per educazione tecnica era tutto uno sbatacchiare di squadrette a cui scheggiare da subito la punta, un giro di compasso con rotella lasca, un esercizio di lettura da miniaturista per decifrare la mina da inserire nel portamine. Io avevo una professoressa che odiavo. Una stronza arrabbiata con il suo destino infame che l’aveva relegata a insegnare a mezzi bambini e mezzi adolescenti , nessuno sintonizzato correttamente, che per la maggior parte avrebbero abbandonato la sua materia senza mai rimpiangerla- io in testa- fiera quando in terza le dissi che basta, mi ero iscritta al ginnasio, le sue mine non avrebbero fatto parte del mio futuro, concentrasse i suoi sforzi per quelli che si erano iscritti allo scientifico. O per i geometri. Con disprezzo, ricordo.
A distanza di trent’anni mi sta ancora sul culo. Lei e la sua materia. E il suo cognome, quello di un politico emergente di quegli anni, bifolco e rozzo come il suo successore.

Adesso la materia non si chiama più educazione tecnica ma Tecnologia. Fanno le stesse cose, più o meno. Cri non è appassionata ma si applica quel che serve. Invece la maestra di disegno delle elementari non molla. Li prepara, dice. Facendo comprare tutto il materiale di cui non hanno cura, arrabbiandosi perché la squadratura del foglio viene da schifo, perché con le mani sporche di mina toccano il foglio bianco e lo macchiano. Li prepara a qualcosa che faranno l’anno dopo. Come? Facendoglielo fare. A me sembra assurdo. Cri e Pepe hanno odiato disegno per tutta la durata della quinta, hanno vissuto con frustrazione quelle ore e quella maestra. Hanno anticipato di un anno il rifiuto di una materia che , magari, poteva avere una possibilità se affrontata al momento giusto, se si fossero preparate a consegnare un compito assegnato in tempo, a tenere pulita la postazione su cui lavorano, se si fossero preparate davvero, come fa il corpo.

Pepe ha il cuore che soffia, appena appena, leggero. Bisogna avvicinarsi per sentirlo, bisogna stare in silenzio e aspettare. Bisogna saperlo ascoltare. Pepe ha il cuore che soffia perché si sta preparando, davvero, ad accogliere chissà cosa, chissà chi, quando sarà il momento, quel momento. Io non lo so come fa un cuore che soffia, se soffia tipo un gatto quando si arrabbia o più tipo il vento e se è un vento forte e di tempesta o un vento che fa piacere, che non sconvolge ma al massimo scompiglia i fogli, alza la gonna ma solo un po’, rinfresca.  Magari soffia come una locomotiva a vapore, pronta a partire per andare dove non si sa, come il gioco da bambini quando si restava soli nell’ auto parcheggiata o lasciata un attimo in doppia fila e uno si metteva al posto del conducente, il fratellino accanto e si decideva dove dirigersi, da fermi. Oppure soffia per spegnere le candeline ed esprimere un desiderio mentre tutti battono le mani perchè è festa. Non lo so come soffia ma so che il cuore di Pepe è un cuore forte, un cuore buono, come lei, come i suoi occhi, è un cuore allenato, capace di soffrire, lo so, lo sappiamo già, e a volte mi sembra una speranza un cuore così, che sa sentire e sa sforzarsi e sa battere più forte quando serve. Un cuore che soffia, che soffia via la polvere da quel che tralasciamo, che soffia sul dolore degli altri come sul bruciore di una ferita che forse non guarisce ma cura. Soffia leggero, come una novità, come un’idea appena accennata, alla quale lavorare, un sogno appena iniziato, soffia, il cuore di Pepe, lei che mi somiglia così tanto ma non in questo, lei ha un cuore più grande, più sano, più pulito. Io non so come era il mio cuore ma non mi sembra che soffiasse. Credo che sbuffasse. Credo che sbuffi ancora. Se resto in silenzio e aspetto lo sento, si, sbuffa. Non di noia ma di fastidio. Non di pensieri ma di affanni. O retropensieri, che sono i peggiori. Non so quanto sia grande il mio cuore o quando sia diventato grande, credo verso i sedici anni, sicuramente so cosa-chi- ci sta dentro e ne deduco che sia interamente occupato. So che si era preparato, anche lui, al momento giusto, non prima e non dopo, ed è cambiato, si è trasformato e non so se batteva tanto di più del solito ma so quanto i battiti sono stati più forti anche se non più veloci per il clangore che si sentiva fino in gola, so che ha accolto e cacciato ostracizzando, è stato bistrattato e ricucito, rattoppato bene, perché sbuffa e non cede. Io ho il cuore che sbuffa, mia figlia ha il cuore che soffia, lei si appoggia su di me dal lato dell’orecchio dolorante e mi chiede se passa. A lei basta che io le dica che il dolore passerà per sapere che passerà. Si-la rassicuro- bisogna dare tempo alle medicine di fare effetto. Stiamo una sopra l’altra, il suo orecchio sul mio cuore, un soffio, uno sbuffo e aspettiamo insieme che arrivi il momento, quel momento, che arriverà in un soffio.

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Prendo atto

 

Mi sono innamorata di Willie Peyote solo che lo chiamo Williecoyote ma anche Alexa la chiamo Siri e le chiedo scusa, dispiaciuta, perché nemmeno ce l’ho Siri. Anche Cristina la chiamo Pepe e Pepe la chiamo Cristina e alla fine, poi, le chiamo 1 e 2 secondo l’ordine di nascita, loro lo sanno e non se la prendono, come Alexa, anzi rispondono e sono talmente consapevoli della madre che si ritrovano o talmente autoironiche a causa della madre che si ritrovano che quando mi capita di non sapere con quale delle due sto parlando-si, mi capita- e chiedo “tu, tu chi sei?”  loro dicono 1 o 2.  Cioè, se lo dicono da sole. Questa cosa dei nomi mi sta trasformando in mio padre che mi chiama sempre Chiara come mia sorella e io mi offendo, mica come Alexa e gli dico acida “Sonia”. Lo so- risponde lui- è che mi confondo.

Non avevo idea di cosa fosse il peyote, poi lui me l’ha spiegato. Non lui Willie, lui intendo lui, quello di cui mi sono innamorata prima, che non avevo previsto succedesse e figuriamoci lui, proprio convinto che quella cosa, qualsiasi cosa fosse, finiva così come non stava iniziando nell’abitacolo di quell’auto bianca e me lo aveva proprio detto e io lo avevo proprio rassicurato, che stesse tranquillo. Quindi, no, non sapevo cosa fosse il peyote e nemmeno chi fosse Willie fino a una sera di qualche settimana fa, a cena, dopo cena in realtà perché noi abbiamo questa abitudine quando finiamo di mangiare, le ragazze si alzano, tolgono i loro piatti soprattutto 2 che è più diligente di 1, va detto, e io e lui restiamo seduti per finire ancora un bicchiere di vino, rosso, lui rompe le noci, me le passa e io le sgranocchio un po’ scomposta, con le ginocchia al petto o magari con i piedi allungati sulla sedia di 1 che è alla mia sinistra e chiacchieriamo così, senza un ordine del giorno per fare ordine nel giorno e capita che diciamo cose intelligenti, o che ci sembrano intelligenti, tanto siamo io e lui e ci può sembrare qualunque cosa ma se invece sono cazzate ce lo diciamo che sono cazzate, perché siamo io e lui e ci possiamo dire qualunque cosa.
Quella sera, la sera che intendo, io stavo dicendo qualcosa sul fatto che è inutile cercare scuse, ciascuno di noi è davvero solo quello che è quando è da solo. Comincio io, ho detto: quando sono sola, quando nessuno mi vede, io sono una che si distrae. Una che allunga la mano per spegnere la sveglia e girarsi dall’altra parte e non c’è per nessuno. Una che se ne fotte abbastanza degli altri e delle loro necessità. Una che spera sempre che la vita si riveli all’improvviso, come se stesse in disparte a organizzare qualcosa di strepitoso, un evento sorprendente e poi si palesa così, all’improvviso, perché la vita dovrà pur tener conto che ho sempre giocato secondo le regole e allora si, sono una che spera sempre in una ricompensa imprevista. Una che non si accorge se un bimbo è maschio o femmina ma che guarda tra le zampe di ogni cane che incontra e si corregge perché le verrebbe da dire e da scrivere gambe ma no, sono zampe. Quando nessuno mi vede e resto bloccata in tangenziale, nel traffico, almeno quattro sere a settimane dopo aver lasciato 1 in palestra, ascolto vecchie canzoni e penso a come si cambia per non morire e sento in fondo al cuore un suono di cemento e se resto bloccata a causa di un incidente spero sempre che non si sia fatto male nessuno e questo fa di me una brava persona e subito dopo penso che però, cazzo, poteva capitare nell’altra carreggiata che invece fila liscia e beata e questo fa di me una cattiva persona e quindi io, quando sono da sola, sono una persona media che ascolta vecchie canzoni e non ha paura di toccarti il cuore con le dita.

A quel punto lui mi ha chiesto “conosci Willie Peyote?”
No.
Ascoltalo.
Ma chi è? Uno di quei cantanti che piacciono alle ragazze? Ti ho appena detto che medito ascoltando la Mannoia e solo quella della Mannoia perché oltre non vado.
Ascoltalo.
Willicoyote?
Willie Peyote.
Non c’entra con il coyote?
No. Ma sai cos’è il peyote?
No.
Non sai cos’è il peyote?!
No. Dovrei saperlo?

E mi ha spiegato.
A me piace quando lui mi spiega le cose. Perché noi non siamo una coppia di quelle nelle quali c’è uno che sa, sempre, e l’altro che impara e basta. Non c’è uno che decodifica il mondo per l’altro e glielo rivende e allora questo pensa che il mondo abbia solo quella forma lì, quella rivenduta. Ne conosco diverse di coppie così che sono proprio coppie e non due persone che vivono insieme. Uno dei due è l’esperto della vita, dei meccanismi sottesi al funzionamento delle cose, di come gira il mondo, su quali rotaie, secondo quali leggi universali e l’altro è il discepolo o il fedele, dipende da quanto impara e da quanto invece gli basta credere. No, noi non siamo così, ecco perché mi piace quando, a volte, lui mi spiega delle cose, perché un po’ mi affido e mi faccio piccola ed è una sensazione nuova che assaporo per il tempo che dura, poco, il tempo di verificare, andare a controllare, approfondire e alla peggio girargli la spiegazione sull’etimologia delle parole che ha usato così da andare in pari con le informazioni trasmesse. No, noi non ci interpretiamo il mondo a vicenda, mai. Però sappiamo come la pensa l’altro, su tutto, anche senza chiedercelo e sappiamo cosa direbbe l’altro e spesso no, non è quello che diremmo o che diciamo. Sappiamo dell’altro come poggia lo sguardo e cosa restituisce di quel che raccoglie e non ci verrebbe più in mente di considerare la sua versione migliore. Lo abbiamo imparato, ci siamo arrivati. Anche noi siamo finiti nella trappola del “parla con le tue parole”. Credo che sia una delle recriminazioni più diffuse nelle storie matrimoniali, mi mancano le statistiche ufficiali ma sono quasi certa che tutti, tutti, ci siano cascati almeno una volta. A un certo punto succede che uno dei due dice “parla con le tue parole”-“queste non sono parole tue”. O peggio, che uno dei due se lo senta dire da altri, da terzi, genitori, fratelli, idioti di passaggio che si sentono nella posizione di entrare nella partita, una partita che non li riguarda, una partita per la quale all’inizio non hanno scelto una pedina, non hanno mai tirato i dadi, eppure entrano. A quel punto si resta fermi. Tutti. Se sei fortunato resti fermo un giro, come quando sei in prigione a Monopoli e aspetti, alla peggio paghi ed esci. Altrimenti, smonti tutto e ritiri, e pace per i terreni comprati e le costruzioni. A noi è successo ed è stato un casino. Come quando ti capitano più imprevisti che probabilità e poi io sono una che ha sempre grandi probabilità di imprevisti nella mia carreggiata, più che nelle altre. È che la vita sta facendo le cose in modo silenzioso, per non farmi accorgere della sorpresa che arriverà, lo so. Quando è successo noi ci siamo fermati un po’. Io ho ripreso la scatola con le istruzioni e le regole e ho costruito l’impossibile così da impedire a chiunque il soggiorno gratuito sulle mie caselle, tra i miei pensieri e sui miei coglioni.

Comunque da parte ho il cartoncino che mi consente di uscire di prigione gratis.

Mi sono innamorata di Willie Peyote anche se lo chiamo Willicoyote e se lo conoscessi me ne scuserei. Quando ti innamori di un cantante alla mia età è bellissimo. Io non sono mai stata una ragazzina svenevole da concerto, sono andata a quattro concerti in croce, due dei quali di Vasco, del quale ero certa che fosse lui innamorato di me perché scriveva tutte le canzoni per me, era evidente. E poi io ho sempre avuto gusti poco moderni, ascoltavo Battisti e Vecchioni. L’ultima volta che sono andata a un suo concerto era all’aperto, a Sportinia, il giorno di Ferragosto, ho persino preso la seggiovia della quale ho paura e mi sono seduta su un pratone lasciandomi pungere le gambe dai fili d’erba duri come aghi e accanto a me c’era un odore di salsiccia grigliata e lui aveva appena iniziato a cantare forse non lo sai ma pure questo è amore che lo so che si chiama Stranamore ma con i titoli mi confondo, come con i nomi e anche quando chiedo ad Alexa di mettermi una canzone faccio casino che persino lei si spazientisce, allora le dico, lo so, lo so Alexa, scusami, è che mi confondo. Alla fine del concerto di Vecchioni mi giro verso di lui, non Vecchioni, ma il lui di cui mi sono innamorata dopo Vecchioni ma prima di Willie e gli ho chiesto se potevo raggiungerlo sotto il palco, così, tipo una groupie e lui mi ha risposto che data l’età di entrambi, mia e di Vecchioni, sembrava più un Groupon.
Quando ho compiuto 35 anni, qualche anno fa, gli ho chiesto di farmii innamorare. Di lui, di nuovo. Era estate, fine agosto, eravamo al mare, c’erano i nostri amici che avevano i figli a scuola con 1 e 2 e c’erano altri loro amici. I bambini giocavano scalzi e felici, noi eravamo rilassati di vermentino e abiti bianchi in riva al mare e durante una di queste cene l’amica della mia amica mi aveva raccontato che lei e suo marito, il secondo, si erano conosciuti da adulti, a 35 anni.
“Innamorarsi a 35 anni è bellissimo. Si è liberi qui “ e con l’indice batteva leggermente sulla fronte, appena sopra il naso. Non accanto alla tempia, che poteva sembrare altro. E poi mi aveva raccontato che la menopausa funziona più o meno così :” ti alzi una mattina che ti hanno trapiantato quella di un’altra”. Le avevo suggerito di provare a rivendere la questione a suo marito come sesso extraconiugale, “se è quella di un’altra si può tentare questa via”,  le avevo detto.

Avevamo riso di vermentino e abiti bianchi, di 35 anni e desideri. Tornando a casa gli avevo chiesto di farmi innamorare, di lui, di nuovo, ancora. Non volevo un altro, non avevo nemmeno tempo con due figlie e la professione. Ridevo.

Da quel momento invece, noi, io e lui siamo stati in bilico. Abbiamo iniziato un gioco al massacro per smettere di amarci invece di innamorarci di nuovo. Sono stata ferma, più di un turno, a volte, a volte la prigione mi è sembrata una benedizione, non ho giocato la carta per uscire, non ho pagato, ho scontato la mia pena sapendo di non essere completamente innocente e nemmeno totalmente colpevole. Ho lasciato che lui avanzasse, comprasse, vendesse, quando passava davanti alla mia casella mi giravo indifferente e disimparavo le sue parole e non gli dicevo più le mie, non spiegavo più l’etimologia, che si arrangiasse senza sapere da dove arriva e cosa significa davvero una parola, che pensasse che sono solo parole e non mezzi, veicoli, strumenti, bauli, conseguenze. Poi ho tirato fuori il manuale di istruzioni, ho chiuso le porte per non essere interrotta, ho controllato le regole. E ho ricominciato a giocare con lui. Che non giocava più da solo perché non si può giocare da soli, andava avanti e indietro ma non giocava più nemmeno lui. Ogni tanto diceva qualcosa allora io rispondevo e poi stavamo zitti e poi parlavamo insieme, uno sopra l’altro, allora ridevamo e dicevamo “prima tu”. Io allungavo le gambe o mi mettevo scomposta, come se fosse normale, lui comprava le noci prima che finissero quelle nel cesto di vimini dietro il tavolo, sul carrello vicino alla finestra. Io dicevo una cosa intelligente, lui una cazzata e poi il contrario. 1 e 2 camminavano senza far rumore, sapevano, che era un inizio e non andava interrotto, stavano così, sullo sfondo, ogni tanto una delle due diceva “mamma” e subito dopo “no, scusa, volevo dire papà, è che mi confondo”, soprattutto 2, che è più attenta di 1 a quel che succede, va detto. E lui era partito convinto, che quella cosa, qualunque cosa fosse, non poteva finire così, come una partita, per noia. E io non lo avevo rassicurato, non più. Ma mi ero innamorata di nuovo. E non avevo più 23 anni e nemmeno 35, ne avevo qualcuno di più ed era bellissimo. Innamorarsi alla mia età è bellissimo, si è liberi qui. Nel centro del petto, nelle orecchie. Alla base del collo. Lungo la linea tratteggiata delle clavicole, sulla punta del naso, in un punto preciso tra le scapole. Tra le dita dei piedi, nello spazio tra le cosce quando le unisci e non sfregano. Innamorarsi alla mia età è come avere un forte raffreddore, sai che passa, sai che non è grave ma se vuoi puoi fermarti un attimo, ti senti le ossa rotte ma hai gli occhi lucidi e sembri sempre commosso o stupito o entrambi, puoi dormire un po’ sul divano oppure puoi decidere di fare tutto lo stesso come se niente fosse. Non ti ferma ma ti cambia il gusto. Ne prendi atto, sai che c’è e continui la tua vita. E non ti confondi più, lo chiami con il suo nome. Oppure non lo chiami, sai che non serve. Quando si gira gli sorridi e tiri i dadi un’altra volta.

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Istruzioni di viaggio (lettera alle mie ragazze)

 

Ho trovato vecchie agende che usavo per  scrivere pensieri vaganti. Chissà perché si dice pensieri vaganti, come le mine.

Bugia.

Non le ho trovate le agende, ho sempre saputo che sono lì, nell’ultimo cassetto della scrivania in ufficio, ce le ho messe io. E’ il cassetto dove conservo tutto quello di importante che non riguarda il lavoro .

Ho riletto le vecchie agende che sapevo di trovare al fondo dell’ultimo cassetto della scrivania in ufficio e penso che sia giusto dire dei pensieri come si dice delle mine. Almeno per i miei pensieri, per i miei pensieri è giusto.

C’è anche il foglio con la strategia di sopravvivenza post separazione tirata giù un giorno a pranzo con Andrea, che io lui me lo ricordo al ginnasio e all’università e sembra che il tempo non passi ma e poi invece pranzi con il tuo compagno di banco che fa l’avvocato e già che ci sei tiri giù elenchi per punti numerati e pensi alle priorità. Alle tue. Per la prima volta. Anche se non mi sono separata non l’ho buttato, mi ricorda che ci sono delle priorità.

Non dovete buttare nulla finchè non avete controllato, ragazze mie. Tra le mie cose, intendo, se mai ci fosse la necessità che mettiate voi mano, non buttate, controllate, perché anche un foglietto volante può essere un pensiero vagante. Poi, per carità, non è che dovete conservare tutto, non è che ogni pensiero merita di essere pensato e custodito, almeno per i miei pensieri, per i miei pensieri non è detto che meritino. Deciderete, ma prima leggete.

15/11/2009 Cristina a cena  mi ha detto “mamma tu sei la mia gioia”.

Ho iniziato a tenere le agende dopo la nascita di Pepe, nel 2009, anche su indicazione dell’analista. Scrittura ombelicale, mi pare che si dica. Quella che guarda a se stessa, al proprio ombelico. Io avevo un ombelico trasfigurato da un’ernia. Si era appallottolato tutto lì lo sforzo di essere migliore, come un pugno accartocciato su se stesso che sfidava nessuno, incapace di allargare la mano e trasformarla, non dico in una carezza ma anche solo in un segno di pace, in una stretta di mano decisa, in una presa calda ma non sudaticcia. Nemmeno così riuscivo, però, a parlare solo a me stessa. Puntavo la penna dritta verso qualcuno, sempre. Chissà perché ho detto puntare, come si dice di una pistola. Quando scrivevo a voi, ragazze mie, era sempre per lasciare detto. Un’ansia che non mi ha mai abbandonata, la paura di non riuscire a dirvi tutto, a trasmettervi tutto. Tutto cosa? Non lo so.

27/04/2010 mentre preparavo cena Cri mi ha chiesto se le mamme vanno in cielo.

Vi ho detto che volevo usare una vostra foto per mispiego, quella scattata a Verona mentre abbracciate la statua di Giulietta. Vi siete lamentate, a Cri non piace come è venuta, allora mi avete detto che posso usare quella che papà ci ha scattato dal balcone, sempre a casa di Giulietta. Però nell’altra eravate di profilo, in questa si vede proprio il vostro viso, ho pensato che forse non era il caso di pubblicarla. Chissenefregamamma.  Allora me ne frego e con la vostra liberatoria la inserisco alla fine di questa lettera. Siete belle, e Cri , ti avevo detto che si, anche le mamme vanno in cielo ma solo quando è il momento. Per fortuna non mi hai chiesto quando è il momento.

“Scusa, non puoi scriverci una lettera,darcela e basta?”

No, non posso perché non voglio sapere se l’avete letta o meno. E poi la perdereste, soprattutto tu, Cri, perché sei una casinista, ieri sera siamo tornate da Varese dopo una tua gara, ti sei fatta la doccia e stamattina stavo mettendo la giacca della tuta sociale in lavatrice con la medaglia nella tasca chiusa. Per fortuna che le medaglie pesano e fanno rumore.

Anche per prenderle alcune medaglie si fa rumore. C’è questa cosa che fate nel karate, questo verso. Il kiai, una specie di urlo, un suono gutturale che vi esce quando tirate una tecnica, un pugno, un calcio. Ognuno ha il suo. Io riconosco il tuo kiai, Cri, come riconoscevo il tuo pianto da neonata. Hai avuto un accenno di ittero al tuo terzo giorno di vita e hai dovuto trascorrere una notte in lampada, al nido. Il nido era al secondo piano, la mia stanza al terzo. Quella notte l’ostetrica mi è venuta a chiamare per allattarti, mi sono tirata giù dal letto, non dormivo, nella mia stanza c’era una donna in travaglio e un’altra con due gemelli. Il bimbo della stanza accanto ha pianto per tutto il ricovero, a volte lo immagino ancora in lacrime. Non so se ti capita di incontrare un tredicenne piagnone, magari è lui. Avevo i punti del cesareo che mi dividevano in due il corpo, dal ventre in giù, le gambe, le caviglie gonfie, i collant bianchi a proteggere le vene. Dal taglio in su il tronco ripiegato, le spalle rigide, la schiena curvata. Quando sono arrivata al nido, quella notte, ti ho riconosciuta senza vederti, ero ferma sulla porta. Il pianto. Il tuo pianto. Quando la sera vengo a prenderti alle 21, dall’altra parte della città, aspetto in corridoio la fine degli allenamenti, non mi affaccio mai in palestra. Detesti i genitori che lo fanno, che stanno lì per la durata dell’allenamento e guardano. Non hanno un cazzo di meglio da fare, dici, ti chiedi, mi chiedi, con quel tono misto di chi non sa se ha fatto una domanda o ha rivelato una realtà. Ti riconosco. So che stai combattendo tu, in quel momento, dal kiai. Il tuo kiai.

25/05/2011 hanno diagnosticato la mastocitosi cutanea alla mia piccola Pepe

Non si muore di mastocitosi, forse nemmeno esiste, per word non esiste. Esiste. Esiste. Tante macchie piccole o medie, come medaglie che nessuno sperava di vincere e prurito come avevo visto solo su alcuni tossici, da piccola, fuori dalle farmacie.  Non si muore di mastocitosi ma avrei preferito non imparare la parola. Tu, Pepe, l’hai imparata bene e presto.

Perché devo mettere tanta crema?

Perché se mi gratto sanguino?

Perché devo prendere le gocce?

Perché dici sempre al dottore che non deve cambiarmi l’antibiotico? Cosa vuol dire potenzialmente allergica a un mare di farmaci? Cosa vuole dire potenzialmente allergica alle punture di insetti?

Potenzialmente, Pepe, potevi essere un disastro. E invece hai compiuto un miracolo. Un mese dopo averti inserita alla scuola materna ho avuto un incontro con la tua maestra e con la direttrice. Nella tua classe. Mi sono seduta su una sediolina e ho appoggiato i gomiti sul tavolino e dietro di me c’erano le ceste con i giochini di legno e per terra ancora le tracce di un lavoro fatto con le foglie e nell’angolo una cucina completa di elettrodomestici e subito dietro la sediolina della direttrice un baule con abiti che usavate per travestirvi e trasformarvi. Ascoltavo e pensavo a quel libretto di cartone spesso, Biancaneve, sul tavolino del nostro salotto, di lei che trova la casetta e le sette scodelline e le sette forchettine e sette bicchierini e sette lettini e si sdraia su due o tre perchè in uno solo non ci stava e solo un attimo perchè era stanca e invece era stremata e i sette nanetti la trovano così.  Chi ha mangiato la mia insalata? Chi ha bevuto la mia acqua? E tu seria, ascoltavi senza ridere e io avevo i gomiti su un tavolino ed ero stremata, Pepe. Sono uscita da quell’incontro piangendo tutte le lacrime che avevo accumulato e messo da parte perché non erano la priorità. Non mi avevano detto nulla che io già non sapessi, Pepe. Nulla che già non mi avesse spinta a inserirti nella sezione primavera  con sei mesi di anticipo, io, concettualmente contraria agli anticipi, io, figlia della maestra che per carità, i bambini non hanno bisogno di essere inseriti a scuola prima, io che ho dovuto metterti in quella sezione senza dire il perché a nessuno. Quando sono uscita da lì, Pepe, piangevo disperata perché sapevo che ero sola, tuo padre non avrebbe capito. Le priorità, le nostre, le tue e le mie bussavano con insistenza. Per uscire.

20/09/11 per controllare se la torta è cotta infilate uno stuzzicadenti nel centro, se quando esce è pulito allora la torta è cotta.

Adoravate la torta di carote, morbida e arancione. E le lingue di gatto, Cri, tu volevi sempre quelle. Raramente abbiamo fatto i biscotti, ho un problema con la pasta frolla. In realtà il problema è con il burro, lui sa che non lo amo e mi ripaga con la stessa moneta. Mia madre ci faceva sempre la torta di ricotta quando eravamo piccoli, piace anche a voi, adesso la fa solo quando arriva lo zio da Londra e allora la prendete in giro per questo e ve ne lamentate. A me per tanti anni hanno ripetuto che la cucina non era cosa mia, non faceva per me. Lascia perdere. Non era vero, sapete. Non era vero che non sono capace, che non sono in grado, che non mi appartiene. Era un’idea degli altri, non mia. Io detestavo la cucina esibita, la prova di forza a chi ha il mattarello più lungo e l’aringa più affumicata e la maionese meno impazzita e il brasato con più barolo, alla quale ero costretta durante le feste comandate o le domeniche a pranzo quando c’erano i miei nonni ospiti.  E poi, penso, bisogna sempre distinguere chi fa cosa. Se io prendo il mio tempo libero e invece di leggere comoda sul mio divano pulisco broccoli e assemblo torte salate prevedendo la varietà settimanale del menù con l’attenzione di una dietista della mensa scolastica al primo incarico allora il risultato di quel che faccio vale molto, cioè vale di più della stessa cosa fatta da una che del suo tempo libero non sa cosa fare e affetta zucchine su zucchine su zucchine. Ragazze mie, guardate sempre chi fa cosa prima di dire che qualcosa non è fatto bene o con amore. A volte vi spacciano per amore un tempo che non saprebbero riempire diversamente, vi spacciano per amore la loro noia.

30/10/11 le parole di Pepe:

Tao= ciao

Upo=lupo

Boco= bosco

Chi= Cristina

Tutuu= pullman

Bobo= bambolotto/bambino

Moe= amore

Basta=basta

Cocca= albicocca

Io Pepe= io sono Pepe

Mai= mai

 

Ci sono parole che non mi piacciono e spero che non le userete mai oppure che le userete solo per  scherzo, per gioco.

Bugia.

Non ustaele nemmeno per gioco o per scherzo. Non fanno ridere.

Zucchini. Per favore, per favore, per favore, dite zucchine. Non ne faccio una questione di correttezza, non mi importa se si dice zucchini o zucchine nella forma corretta. Non dite zucchini.  Se il soggetto della vostra frase è singolare usate il verbo al singolare, se il soggetto della vostra frase è plurale usate il verbo al plurale. Non dite cose del tipo non c’è problemi. Dite: Non ci sono problemi/ Non c’è problema.  Se i problemi ci sono non dite che non ci sono. Se vi gira di usare un dialetto, uno qualsiasi, usatelo e basta, senza fare un misto di italiano dialettizzato. Fa vomitare. Se dovete dire le parolacce, per favore, ditele. Non siate ibride. Non siate mezzosangue. Non state in mezzo. O le dite o non le dite. Mizzica, porca pupattola, eh la miseria, mi girano gli zebedei. Per favore. Fatelo per me, pensate a cosa direi io.

15/12/11 Pepe mi ha detto “mamma tu sei mio moe gande” (mamma tu sei il mio amore grande)

Ce lo diciamo di continuo. È tutto un parlare d’amore, ragazze mie. Io lo dico a voi che lo dite a me che non ve lo dite tra di voi ma va bene così. Mettiamo in chiaro che se saprete volervi bene nella vita molte cose saranno più semplici ma che non è detto che il solo fatto di essere sorelle sia sufficiente. Sarà una conquista anche quello, una medaglia, una potenzialità da alimentare. In ogni caso siate corrette, come dice il giudice di gara prima di un combattimento. Siate corrette. Io lo sono, con voi. Faccio un sacco di errori, molti li vedo, altri li scriverete voi su agende e saranno errori vaganti come pensieri vaganti come mine vaganti e mi colpiranno. Vi chiedo scusa in anticipo, spero non vi faranno troppo male, spero non siano irrimediabili. L’amore non basta come scusa, come giustificazione. L’amore non basta mai, ragazze. Troppo facile, altrimenti, basta amare amare amare e tutto va bene. No. Si ama, si improvvisa, si patisce, si ama, si soffre, si urla, si tace. Si ama, si cade e si resta stesi a non crederci. Ci si rialza, si ama, si guarda il mondo aprendo gli occhi durante un abbraccio, si chiudono gli occhi durante un bacio e si vede tutto. Non si ama mai e basta. Io vi amo, vi sveglio, vi cazzio, vi adoro, vi prendo in giro, vi allontano bruscamente, vi chiedo scusa, vi amo, vi ricordo, vi tengo dentro, vi amo, vi lascio andare, vi do le regole, vi aspetto, vi amo, ve lo avevo detto, vi amo, non fa niente, vi  amo di un amore che non basta  e se anche sembra che vi amo e basta no, non è vero. L’amore, ragazze mie, l’amore. Non si muore d’amore, si vive d’amore. Ricordatevi la frase che vi ho detto su quel balcone sorridendo verso papà, in fondo Giulietta è morta per un fraintendimento. Parlate chiaro sempre. L’amore, ragazze mie, l’amore è una parola che si conserva, un urlo che ricorda un pianto e non si dimentica, un pugno stretto grosso come il cuore, l’amore ragazze mie è una torta che aspetta un ritorno.  L’amore è il vostro destino.

 

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Venerdì 17

 

Io non sono superstiziosa, non completamente. Sono nata di 17, non era venerdì, ma tanto basta ad avermi resa selettivamente scaramantica , non temo evidentemente i numeri, 17 o 13 anzi, di venerdì 17 ho superato Istituzioni di Diritto Privato al primo tentativo. Gli esami si davano per tentativi, cioè, io li davo per tentativi. Non che mi presentassi senza aver studiato, figuriamoci, non è mai capitato. Ma vivevo gli appelli con quel senso di precarietà, di forse, con la patina del proviamo e vediamo come va, l’asta delle aspettative sempre rasoterra così da non soffrire troppo e potermi nascondere dietro un mesto “lo sapevo” a volte declinato come “me lo sentivo”. Però ero sempre attrezzata di penna porta fortuna nel caso di uno scritto, di maglia con cui la volta scorsa era andata bene, di cornetto rosso comprato a Napoli nel portaocchiali verde in borsa.

Oggi è venerdì 17 di anno bisestile. Nella mia famiglia di origine c’era l’ansia degli anni bisestili, perché portano via. Questo giorno in più servirebbe a portare via, pare. Persone, soprattutto.  In particolare il 1992, è stato un anno di lutti uno dietro l’altro, quel tipo di  lutti che per me quattordicenne non lasciavano un grande segno, zii e cugini di mia madre venuti giù uno dopo l’altro e mia nonna, incredula, con gli occhi pietrificati di pianto. Ricordo questo, ricordo lei che esce dalla sua camera da letto, avvolta in una delle sue vestaglie legata in vita e non ha più gli occhi ma due fessure scure e tutto intorno la pelle di cartapesta. E sangue. Si era sfregata la pelle del viso intorno agli occhi cosi tanto da sanguinare, si era torturata il volto e persino il neo, il neo sporgente che aveva sotto l’occhio sembrava che non ci fosse più. Di tutte quelle morti questo è il segno che mi porto addosso, lei. E quell’ultima morte, l’ultimo a venire giù. Il nipote prediletto. Un volo di sette piani, da tuffatore esperto e disperato.

Io non ci credo che gli anni bisestili abbiano questa carica letale, non completamente.  Si muore sempre, penso. Si vive ogni giorno e si muore sempre.  Però adesso mi riguarda tutto di più. La vita e la morte.  Sono finiti gli attori secondari, adesso in scena ci sono i protagonisti. Come nei film. Da piccolissima mi sedevo sulla pancia di mio nonno e guardavo i film gialli con lui, che li adorava. E chiedevo sempre: muore? Adesso muore? Se muore? Lo uccidono? Muore?

No, non può morire adesso.

Perché?

Perché altrimenti finisce il film. Muore un altro, uno che non serve più per mandare avanti la storia.

Mio nonno non era un uomo istruito, anzi. Sentirlo parlare in italiano faceva ridere o rabbrividire. Io ho avuto nei suoi confronti entrambe le fasi, con alte punte di irritazione da sucata studentessa di ginnasio pronta a richiedere la tessera all’Accademia della Crusca. Però le cose che mi ha dato senza saperlo sono tra le più importanti e che palle sembrare retorica, che io proprio lo odio. Non è retorica, non è smanceria verso il tempo perduto dell’infanzia. A me la mia infanzia non piace. Non è stato un tempo felice, non è stato facile niente, perché non lo so o forse si, forse ora lo so e a volte mi va di dirlo, altre volte no, perché mi sale su un grumo semisolido di lacrime, un nodulo, in gola, mi si appanna la vista e mi sento esposta a vista come una cucina di fine serie con tutte le botte prese da chi stava solo guardando, soprattutto in preciclo. No, niente nostalgia di quella pancia enorme usata come cuscino , ma la memoria, forte, di quello che da lì arriva. Il dialetto, l’egida sotto la quale riposano i miei pensieri più autentici. L’attenzione ai parcheggi nei controviali torinesi, a lisca di pesce. L’attenzione alle siringhe, che ormai non si vedono più ma io sono stata una bambina degli anni Ottanta, la sua voce appena spengeva il motore:  fai attenzione alle siringhe dei drogati, se ti buchi sotto le scarpe con quelle fetenzie dobbiamo andare all’ospedale, si muore pure. Io non riesco a scendere dalla macchina parcheggiata nei controviali sotto gli alberi senza pensare che nel terreno ci possono essere, sotto le foglie, quelle fetenzie. Anche lui è morto in un anno bisestile.

E il film che finisce se il protagonista muore. Lo ripeto anche alle mie ragazze. Però, loro, di attori secondari ne hanno ancora tanti da vedere.

L’anno scorso, a febbraio, senza che fosse un anno bisestile, è andata via lei, Cocò.  Cocò era, è, mia nonna. Quella del neo sotto l’occhio, della vestaglia elegante, del dolore che pietrifica. Delle risate ingenue. Dei baci schioccati sul collo. Del “che cazzo dici” come stile di vita, non importa se sei un bambino, se dici una sciocchezza ti beccherai il tuo che cazzo dici, gioia mia. Era l’ultima, tra i quattro nonni, lei è quella che aveva pescato il bastoncino più lungo. Chissà. Non penso che nessuno se lo chieda mai, in una stanza, in un salotto, con la tappezzeria alle pareti e una torta di compleanno con una candelina rosa, sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno, una domenica di settembre , dopo il 17 che festeggiare prima del compleanno porta male, e lo spumante nei bicchieri del servizio regalato per le nozze, solo un anno prima anche quelle, chissà se qualcuno se lo chiede mentre una bimba bionda con solo due denti in bocca gioca seduta per terra strofinando il ciuccio legato con una catenella all’abito bellissimo a maniche corte con i fiori rosa che sembra una bambola, chissà se qualcuno se lo chiede chi ha pescato il bastoncino , il legnetto più lungo.

Dei quattro lo aveva pescato lei, solita fortunata. Ma non l’ha mai potuto sapere, perché la memoria è andata via prima, prima che andasse via lui che lo abbiamo seppellito con una foto di lei nel taschino della giacca, una foto che i miei zii hanno trovato tra i documenti, lui la custodiva con le cose importanti, lei aveva scritto a mano un desiderio, solo uno, che lui non andasse via senza di lei perché le sarebbe stato impossibile vivere. E allora è andata via la memoria e lei è rimasta, con in mano il bastoncino più lungo, esile come un fuscello e l’anno scorso, con la prima folata di vento è volata lontano, come un desiderio, solo uno, soffiato su una candelina, una sola, rosa.

Il giorno del suo funerale in chiesa eravamo pochissimi. I miei cugini arrivati da giù. Chissà se anche nelle famiglie settentrionali si dice così, me lo sono sempre chiesto. Giù e su. Chi sta qui sta su, chi vive al sud vive giù. Forse le famiglie settentrionali non lo dicono perché tutti stanno su e non hanno motivo di andare giù. Le mie figlie accanto a me, nel secondo banco della chiesa, i miei fratelli. I miei zii, mia madre al primo banco. Ho sentito un clack.  Uno scatto, come di un meccanismo che fa un movimento in avanti e ho capito che non c’era più nessuno  davanti ai miei genitori e che io sono nella fila subito dietro. Clack. Sono finiti gli attori secondari nella mia vita.  Adesso, quel che succede, succede direttamente a me, sulla mia pelle di cartapesta. Allora, il primo dell’anno io ho chiesto solo questo. Anzi no, nemmeno, perché io non chiedo. Ho espresso un desiderio, solo uno, per questo anno bisestile, che non tocchi nulla per favore, che passi con il suo giorno in più senza raccogliere nessun bastoncino che questi che sono rimasti qui, con me, nella stanza, nella mia vita, mica se lo chiedono chi l’ha preso il bastoncino più lungo, solo io me lo chiedo, ma io mi chiedo sempre un sacco di cazzate e allora facciamo che pure questa è una cazzata e non tocchiamo nulla, caro anno bisestile,  e scusami se ti uso per camuffare le mie paure che come vedi non sono cresciute insieme a me, sempre quelle sono. Facciamo così, caro anno bisestile, che mi ignori, che stai attento a dove poggi i piedi, se vuoi, ma mi ignori. Non ti preoccupi del fatto che oggi forse prenderò una decisione importante, ovviamente di venerdì 17, che in questo momento c’è qualcuno che sta leggendo qualcosa che ho scritto che mi pare troppo chiamarlo  racconto e io mi sento come a scuola e comunque si tratta solo di un tentativo, che no, le mie paure non sono cresciute insieme a me e sarai clemente con me, caro anno bisestile perché le paure dei bambini da adulti sono terrificanti e poi perché anche se non sono scaramantica, non completamente, sono comunque incazzosa. Senza retorica.

 

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Imperfetto

 

Aveva i capelli neri- sembrano blu per quanto sono neri-diceva lei. Rideva, lui, “perché se sono neri non sono blu” – “infatti ho detto sembrano mica sono”. Lei aveva un’amica che era mezza giapponese e i professori, quelli nuovi, di matematica ne aveva cambiato almeno uno all’anno, l’anno della maturità addirittura tre, quando facevano l’appello pensavano che fosse sarda perché non alzavano nemmeno lo sguardo, leggevano solo i nomi sapendo già che era inutile associarli a un viso, magari avrebbero avuto un altro incarico, più lungo, annuale, magari la settimana dopo, i tempi del provveditorato, leggevano i nomi così uno dopo l’altro, la sua amica mezza giapponese veniva due cognomi dopo il suo e quelli non la guardavano, leggevano questo cognome con una sillaba strana tsu che si legge zu e pensavano solo che era sarda e lei aveva i capelli neri, neri che sembravano blu anche se erano neri.

Aveva la voce come la caffettiera quando il caffè è uscito tutto e spegni, ormai la casa è piena di quell’aroma e aveva le mani, il palmo, come l’interno delle borse di pelle, quelle dei medici, che fuori sono scure, graffiate, vissute, dure e dentro profumano, morbide e accoglienti. Mani che curavano, che firmavano la ricetta di un farmaco non mutuabile. Lei gliele guardava, le teneva strette, le annusava e poi le respingeva a volte, troppo calde, troppo forti, troppo vicine, poi. Quando si è laureata le hanno regalato una borsa così, di pelle, l’ha accarezzata, usata per un po’ e poi lasciata da parte per quel profumo quando la apriva, quando tirava fuori i documenti, la penna. Troppo.

Con quella voce diceva parole e silenzi, era la sola persona al mondo capace di dire silenzi che occupavano spazio. Lo spazio tra lei e lui, quello tra un giorno e l’altro che lei diceva “è tempo non è spazio” e lui rideva “no, vedrai è spazio non è tempo”. Con quella voce gesticolava, sperava, pensava. Lui pensava che si vedeva. Non cosa pensava ma che stava pensando e c’erano scatoloni di pensieri che veniva voglia di scriverci fuori fragile, a lei veniva voglia perché lei sapeva che bisognava fare attenzione come nei traslochi con i bicchieri imballati nei fogli di giornale che la cura è doppia, quando li ricopri e quando li scopri e poi magari se ne rompe uno nel trasporto perché qualcuno non ha fatto attenzione, perché qualcuno non ha scritto fragile, perché qualcuno non ha letto fragile, perché qualcuno a volte si sofferma a leggere la carta usata per imballare, vecchi articoli di un quotidiano che era quotidiano un giorno passato è adesso non è più niente, come quello che è passato, che a volte è ancora qualcosa ma spesso no.

Lei c’erano sere che avrebbe voluto chiudersi dentro uno di quegli scatoloni, gli diceva “farò attenzione, prometto, ma lasciami qui”. Lui sapeva che lei non avrebbe rotto nulla, nemmeno toccato qualcosa, avrebbe guardato, si, quello si, lui sapeva che anche lei era un bicchiere con un foglio di giornale addosso e allora la lasciava stare lì, nello scatolone con la scritta fragile, in un angolo. Erano le sere in cui lei passava una mano tra i riccioli di lui solo per restarci incastrata perché, diceva “ci pensi che basta questo per non permettermi di andare via”- “allora non taglio i capelli”, rideva, lui. “Non taglierò”, lo correggeva lei- “devi dirmi che non taglierai poi, in futuro”.

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Il futuro.
Il futuro è nel tempo, diceva lei.
No, vedrai, è anche nello spazio.

Lui c’erano giorni in cui non voleva più niente. Si chiudeva in una stanza e leggeva, studiava, parlava da solo e sembrava che fuori qualcuno stesse bruciando delle foglie secche e dei rami tagliati, lei controllava le finestre per chiuderle perché non sopportava quell’odore. Non sopportava alcune parole dette da lui per come le diceva lui, per come le usava lui : vagina, paludoso, ferale. Rideva, lui, di questa intolleranza come se fosse una sciocchezza mentre lei voleva picchiarlo di rabbia per quel devitalizzare le parole, quelle parole, polpa, anche polpa detta da lui le era intollerabile, rideva lui e lei voleva picchiarlo o insultarlo o ferirlo per quel portarla a non sopportarlo.

Sapeva che lei sarebbe andata via. “Basta che non mi perdi mai di vista” diceva lei, rideva lei- “non perdermi di vista, non tenermi come qualcosa su un tavolino, vedi, come quel piattino con dentro le monetine da duecento lire che ti danno fastidio in tasca. Non perdermi di vista, mai, e io resto”

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Perderti di vista.
Nel tempo, ci si perde nel tempo, con il tempo.
No, vedrai, ci si perde anche nello spazio.

L’aveva perso lei. Di vista. Se ne era resa conto subito, da subito, strano, pensava, “so che sta succedendo mentre succede, so che mi allontano mentre mi allontano”. Strano, pensava, lei che sapeva tante cose ma sempre dopo mai durante. Sapeva rispondere a modo, dopo. Sapeva dove andare, dopo esserci stata. Questa cosa invece la sapeva subito, questa cosa che non era una cosa. L’aveva capito, lui. E non si era opposto, forse solo un po’ per un attimo poi l’aveva lasciata andare, aveva rotto qualche bicchiere senza nemmeno togliere la carta, sentiva il rumore del vetro in frantumi sotto i piedi e se ne capacitava solo così, ma aveva lasciato che accadesse.

Lei c’era una sera in cui aveva detto tutto, tutto questo, che sapeva mentre succedeva e lui c’era un giorno in cui le aveva tolto la mano incastrata tra i ricci e gliela aveva baciata soffiandoci sopra come se lei si fosse tagliata con una scheggia di vetro, al centro, al centro del palmo, come un mago quando ti fa comparire una monetina, duecento lire, dietro un orecchio, il sinistro.
“Non sarebbe mai stato perfetto” diceva lei.
“Saremo sempre imperfetto”, non rideva più lui. “Saremo sempre un’azione che dura nel passato, saremo sempre qualcosa che sai mentre succede”.

Nel tempo o nello spazio? Aveva chiesto lei.
Cosa?
L’imperfetto.
Nel tempo, l’imperfetto è un tempo.
No, vedrai, saremo imperfetto anche nello spazio.

Stava lavando i piatti, una sera lontana, lei. Lontana nel tempo e nello spazio, anni luce. Aveva tra le mani due bicchieri incastrati uno dentro l’altro, non si separavano. Aveva chiuso il rubinetto, asciugato le mani, provato inutilmente, preso uno strofinaccio, riaperto l’acqua, tentato in senso orario, provato in senso antiorario. Finchè uno dei due non ha ceduto, rompendosi. Quello esterno, l’altro era solo scheggiato. Lei si era tagliata, roba da niente, il rosso del sangue sotto il getto dell’acqua sembrava dolce, sembrava rosa. Se è rosso non è rosa. “Infatti sembra” aveva riso lei, solo una lacrima se ne era accorta ma era già scivolata giù, nel tempo. E nello spazio.

 

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Questioni esistenziali

 

Pare che la vergine sia il segno favorito del 2020. Me l’ha detto lui, mio marito, la sera del 30 dicembre, in montagna, mi stavo asciugando i capelli e lui dal salotto, davanti alla tv,  mi ha urlato che l’anno nuovo sarebbe stato il mio anno. Io faccio sempre la doccia dopo cena, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. La doccia di sera, lo shampoo, significano che la giornata è finita. Alcuni preferiscono farla di mattino, invece, dicono che così hanno la carica per uscire. Solo quando vado in palestra derogo, ma mi asciugo in fretta perché devo tornare in ufficio, ho fretta e non è rilassante. Ho conosciuto una ragazza, Giuli, che scriveva oroscopi, anni fa, subito dopo la laurea e non ne sapeva niente di astrologia però, diceva, dava maggiori possibilità ai segni di sua madre, della sua amica del cuore, del fidanzato. Forse anch’io li scriverei così e alla bilancia non darei speranze perché ho difficoltà con quelli della bilancia, sarà la vicinanza, come tra siciliani e calabresi, mio nonno non parlava bene dei calabresi ma nemmeno dei catanesi, perché era palermitano e forse i palermitani parlano bene solo dei palermitani ma almeno era del capricorno. Invece la buona sorte la distribuirei tutta tra il toro e lo scorpione, il toro perché le persone che amo di più, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola, sono del toro e lo scorpione solo perché mi sembra onesto già nel nome- sono uno scorpione è nella mia natura pungere. Quindi, alla luce di cosa mi ha detto lei, Giuli, la notizia che aspettavo da almeno un decennio, che la vergine finalmente se la vedrà girare bene, non ha sortito l’effetto bomba che avrebbe meritato, però il 3 gennaio mi sono arrivati due sms per avvisarmi che le pratiche per un rimborso richiesto a novembre sono state accettate.

C’è qualcuno di insistente che viene qui con la regolarità intestinale di un compagno della scuola materna di mia figlia che tutte le mattine alle 8.30 andava in bagno e poi chiamava la maestra Sabry per farsi pulire e con rigore calvinista solo per trovarsi tra le mie parole, poi fa spallucce perché non trova il nome. Vuole il suo nome o quello di qualcuno della sua banda, per sbraitare. Non lo scriverò mai quel nome per un semplice e unico motivo: non sono scema. Non lo ero nel 2019, nemmeno nel 2018. Nemmeno nel 2017. Nemmeno quando ancora vivevo con i mei e andavo a scuola, quindi: no. Non conto di essere scema nemmeno nel 2020. E, sorpresa, non diventerò nemmeno empatica. O compassionevole. O paziente. O pietosa, nel senso di dotata di pietas. Io potrei mettere, anzi, io vorrei mettere una targhetta al collo, al mio, a quello di tutti gli altri, ma fondamentalmente al mio, una targhetta che fornisca subito le indicazioni basilari, quelle ritenute essenziali. Non sarebbe tutto più semplice se avessimo, ciascuno, una targhetta così? Come la lista degli allergeni, come la composizione e le avvertenze di lavaggio, come le frasi di rischio sulle etichette dei prodotti chimici? Mica dei pipponi eterni, bastano informazioni schematiche, che arrivino subito a chi ci è di fronte e cerca di avvicinarsi. Ognuno dovrebbe scriversi la sua, con onestà, e invece a me sembra che abbiamo tutti un’etichetta addosso, scritta da altri con indicazioni non fornite da noi e che non siamo in grado di leggere perché ce l’abbiamo sulla fronte in un mondo privo di specchi. Come quel gioco in cui tu sei al centro della stanza, seduto, ti mettono una fascetta in testa con il nome di un animale, di una città, di un film, gli altri te lo mimano e tu devi indovinare e che finisce sempre con te che non indovini e gli altri che si sono agitati inutilmente.e dopo ti dicono che era facile. Io vorrei scrivermelo da sola e metterlo in vista, tipo una collana, ti avvicini e leggi : non cercare di muovermi a compassione perché mi irriteresti, non toccarmi mentre mi parli, non dirmi “non è vero” perchè sarebbe come darmi della bugiarda e poi perché è vero, se te lo dico è vero. Al massimo non ti piace, ma è vero.

E poi, in piccolo ma leggibile, scriverei cat. Moglie, dove cat.significa categoria.

Osservo la gente, sempre. Se sono in un locale, per strada, a scuola dalle ragazze, in palestra, ovunque, tranne che in ufficio da me perché lì sono da sola e allora osservo me e basta, io osservo e penso che le persone si possano suddividere in tre grandi categorie: madre (padre per uomini)- figlio/a- moglie (marito per uomini). E non c’entra con il fatto di essere sposati o di avere figli o di avere genitori viventi e funzionanti. C’entra con quello che si è. Con chi si è. Chi si è per davvero, chi si è quando nessuno guarda, quando nessuno ci guarda. Chi si è per il solo fatto di esistere, di respirare, di camminare per la strada, di dormire su un fianco o a pancia sotto, di fare la doccia il mattino o la sera. Chi sei. Chi sei? Io sono una moglie. Lo sono da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. Mio padre è un padre, per esempio. È proprio un padre, lo era prima che nascessimo io e i miei fratelli, lo era nella relazione con sua madre, che era una figlia, con tutti, una figlia piagnucolosa e a volte capricciosa che amava sentirsi dire che era brava e che stava facendo bene e poi era pure della bilancia.

Avevo un fidanzato, più di vent’anni fa ormai, aveva quasi sedici anni in più di me. È stato colpito dalla damnatio memoriae, so di averlo amato, anche, ma non so perchè. Non ricordo niente di buono, di davvero buono, o di brutto, di davvero brutto, accanto a lui eppure la nostra storia è andata avanti, in modo altalenante, per quasi tre anni. Lui era figlio. Io ero moglie. Due categorie che non dialogano, impossibile. Una moglie e un figlio non hanno niente da dirsi e forse niente da darsi. Lui aveva bisogno di essere accudito, io avevo progetti da condividere. Ho amato un uomo, prima e dopo questo fidanzato figlio, forse l’ho amato più dopo che prima, comunque, era un uomo della categoria padre. Voleva proteggermi, indirizzarmi, guidarmi, aiutarmi. Io volevo sentirmi libera e non mi ci sentivo, quando ho capito che lo stavo deludendo e che iniziava a scuotere la testa come faceva mio padre quando vivevo ancora con i miei e andavo a scuola allora mi è stato chiaro che no, nemmeno le categorie moglie -padre possono funzionare insieme.

Le categorie che hanno buone possibilità di convivenza sono: madre-figlio (padre-figlia, padre-figlio, madre-figlia nella variante arcobaleno), marito-moglie (marito-marito, moglie-moglie nella variante arcobaleno). Due figli insieme no, litigano, si fanno i dispetti, escono dalla relazione per cercare qualcuno che gli dia ragione e mentre escono lasciano aperta la porta e tante volte dalla porta aperta entra qualcuno e la relazione finisce. Comunque non è destinata a durare, due figli insieme non hanno futuro. Come padre e madre, troppa forza, troppa potenza, troppe regole e nessuno a cui farle rispettare, si passa all’imposizione, finiscono con implodere.

Ho un’amica, una brava ragazza. È una figlia di quarant’anni con un matrimonio riuscito, che conta più di un matrimonio felice, perché ha sposato un padre. Lei ogni tanto fa le cose di nascosto, lui fa finta di non accorgersene, lei dice una cosa o fa una cosa e lui la guarda ammirato come se fosse un progresso, un vanto per lui. Un’altra mia amica, lei è una madre. Non ha figli. Ma ha sposato un uomo figlio. A cena lei sceglie per lui, cioè, lui vorrebbe prendere i tagliolini 40 tuorli con i funghi porcini ma lei gli dice, no, è meglio che tu prenda un secondo, magari il carrè di vitello arrosto. E il dolce no. E poco vino. Niente amaro. Il caffè a quest’ora? Lui è felice. Io non potevo capirlo, non riuscivo a crederci. Poi ho iniziato a inserire ciascuno nella propria categoria e allora mi è stato chiaro. Soprattutto che non so farmi i fatti miei e poi che siamo ciò che siamo e che è molto più onesto dichiararlo subito, anche agli amici, anche a lavoro. Io vado volentieri a pranzo con la mia amica madre ma la posso sopportare a mala pena il tempo del pranzo proprio come con mia madre quando vivevo con i miei e andavo a scuola anche se mia madre è figlia. E infatti, io, le mie figlie le amo e le adoro ma non è che proprio sono una madre di quelle che useresti per descrivere una madre in un catalogo, ipotetico, di madri. Perché io faccio la madre ma la verità è che non lo sono. Mio marito è un marito. Non è figlio, non è padre. Non cerca di educarmi, di crescermi, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Non cerca in me alibi, comprensione a tutti i costi, non teme il mio giudizio, anzi, me lo chiede perché sa che non è un giudizio ma solo un’opinione però è la mia ed è quella che trova più interessante, non si aspetta che io gli chieda se ha bisogno, preferisce fare la doccia il mattino così me la lascia libera la sera ma non per quello, lo preferisce per sé non per me. E poi è del toro e anche se non è palermitano non è calabrese, quindi per me siamo a posto così. Anche per il 2020.

 

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Cose del 2019

 

Mi lascio sorpassare, anzi, adesso agevolo il sorpasso. Mi sposto proprio, metto la freccia e via, scivolo a destra e poi con la mano sinistra che si veda bene dal finestrino indico la strada al sorpassante, sembra un augurio. Nessuno me ne voglia, oppure si in fondo non mi importa, ma nove volte su dieci si tratta di qualcuno al volante di un’Alfa che arriva sparato in direzione della mia piccola auto fucsia quasi a toccarla, quasi a toccarmi. Prepotenti. Ecco perché non li facevo passare, perché a me la prepotenza irrita a livelli da ricovero, mi trasfigura proprio, mi cambia i lineamenti, il tono di voce. C’è questa strada che percorro sempre, è una variante che mi porta da qui, da casa mia a ovunque: Torino centro, la tangenziale, il paese accanto, di rotatoria in rotatoria come punti tra un segmento e l’altro, ogni tanto qualcuno fa un sorpasso azzardato, si dice così per dire che te la giochi, si legge così sulla cronaca cittadina quando perdi. Adesso li faccio passare e aspetto, li guardo. Un mio amico ha questo atteggiamento nella vita. Non ti dice niente, non cerca di darti consigli, non esprime giudizi su quello che fai, non ti rimprovera nulla. Aspetta che ti schianti. Lo fa con la moglie che ogni settimana inventa un nuovo lavoro, una nuova intolleranza, una nuova malattia. Lo fa con la madre che ogni settimana si aspetta che lui dica qualcosa, pensato da lei, alla moglie, ai figli, a quella del primo piano, lo fa con i dipendenti che ogni settimana si lamentano gli uni degli altri a gruppi, a grappoli come le emorroidi, dice. Li lascia fare, tutti, aspetta che si schiantino.  Si schiantano sempre. Io quest’anno ho smesso di osteggiare la prepotenza, ho iniziato a spostarmi, a scansarla provando comunque irritazione e disgusto. Mi metto di lato e aspetto che si schiantino.

Guardo le facce di quelli che caricano le prostitute. Di segmento in segmento di rotatoria in rotatoria tutti i giorni passo in questo corso, alle spalle di un grande parco della città, mia figlia gioca a tennis in un circolo che affaccia lì, è la strada che percorro per andare e tornare dal lavoro e ci sono diverse prostitute. Quando c’è una macchina ferma e la signorina è affacciata verso l’interno per la trattativa, immagino, il preventivo insomma, ecco io se capita guardo la faccia del conducente. Non so perché, non ho mai pensato al perché lo faccio, lo faccio da poco, anzi, prima non lo facevo proprio per scelta, adesso guardo la scena e i personaggi. Stamattina sono passata per andare in libreria e dovevo girare sulla destra al semaforo, subito prima c’era questa auto blu, una jeep, ferma con il finestrino abbassato, ho sorpassato piano, guardato dentro, e poi mi sono rimessa nella corsia per svoltare. Dallo specchietto retrovisore ho visto che la ragazza è salita. Sono stata in libreria trentacinque minuti, quando ho ripreso la macchina e svoltato nuovamente nel corso ho incrociato la stessa auto andare via, la signorina era di nuovo al suo posto. Ci abbiamo messo lo stesso tempo ma penso di aver speso di più io.

Mi riposo. Quando è tempo, quando ne ho bisogno, mi fermo e mi riposo. E lo dico, dico no, adesso no perché sto riposando. E dico anche penso che mi riposerò un po’ oggi, più tardi. Poi magari non lo faccio però lo dico e mi piace dirlo, che si senta che no, non posso, perché ho intenzione di riposare. Mi riposo perché mi sveglio presto e alle 7.55 accendo il computer in ufficio poi tante volte lì davanti mangio a pranzo. Mi riposo perché se non ho niente di urgente da fare posso anche fermarmi, adesso. E dirlo a voce alta. Sembra una stronzata e forse lo è. Ma quando ero in ospedale per la nascita della mia seconda figlia io non volevo che le infermiere mi trovassero addormentata perché sembrava che fossi in vacanza e mi costringevo a restare sveglia nonostante l’anestesia da smaltire. Quando l’ho raccontato alla mia amica Betti eravamo all’angolo tra via XX Settembre e via dell’Arcivescovado, circa dieci anni fa, e lei mi ha detto “Sonia, datti tregua”. Ed è come se lo avesse scritto con una bomboletta sul muro di quel palazzo alle nostre spalle, cosa che lei non farebbe mai, ma è come se lo avesse fatto perché io lo vedo chiaramente ogni volta che ci passo e rivedo la sua espressione incredula davanti a questa mia ammissione e l’assoluta incapacità di capire cosa significasse per me. Mi riposo quando è tempo ed è la mia tregua, da me stessa, dal lavoro incessante che mi frulla in testa sempre.

Mi occupo di una bambina balbuziente, non fingo che sia cresciuta o che non sia esistita. L’ho scovata, tutta impolverata e con i capelli sottilissimi e me ne occupo. La porto con me, le racconto delle storie, vere, le chiedo di lei e aspetto che parli senza guardarla in modo insistente, girata di lato che non si imbarazzi e se proprio le parole incespicano troppo le dico che va bene così, che non è vero che deve dare il tempo alle idee di chiarirsi prima di parlare come le dicevano, perché lo so che ha le idee chiarissime, molto più di tanti adulti o sedicenti tali. Le dico che è il cuore che batte forte che le fa scivolare male le sillabe. Ma il cuore che batte così mica ce lo hanno tutti, anzi. Le passo la mano tra i capelli biondi, le sistemo gli occhiali dietro le orecchie e le dico che va tutto bene, lei è diffidente. Ma l’adulta sono io, devo essere io alla sua altezza, non lei alla mia. Me la porto dentro e la coccolo ogni giorno, sapendo che non crescerà mai, ringraziandola per questo. E per il cuore che abbiamo in comune, che mica ce lo hanno tutti.
Mi affido a chi sa, apertamente. E imparo da chi sa cose che non pensavo di imparare e nemmeno che mi importasse sapere. Bisogna bruciare settemila calorie per smaltire un chilo di grasso, o qualcosa di simile, pare. Per calcolare la massima frequenza cardiaca la formula è 220 meno l’età, grazie Stefano. soprattutto per la faccia teneramente incredula quando ti dico la mia età.  Quando descriviamo qualcosa non utilizziamo mai il senso dell’olfatto o del tatto ma prevalentemente la vista e l’udito, grazie Emiliano. La differenza tra colori caldi e freddi nelle tinte per capelli, per anni li ho confusi dicevo freddo e volevo caldo, grazie Gabriele, grazie.
Trattengo parole e frasi come una volta tenevo da parte la carta dei regali o i biglietti dei concerti, i tappi delle bottiglie di birra alla fine di serate speciali. Quest’anno vince quello che mi ha detto una signora con un maglione a collo alto:”non è vero che la gente vuole bene, lo dice, ma non è vero, perché chi vuole bene certe cose non le fa”. Dedico scaffali ai libri letti nello stesso periodo ma ho il mio preferito, quest’anno è Dolcissima abitudine, perché anch’io ho occhi importanti e non posso sprecarli con le bugie.

Non mi aspetto più che gli stupidi facciano cose non stupide, non mi stupisco quando gli intelligenti fanno cose stupide. Faccio cose stupide.
Assaggio vini nuovi e dimentico subito l’etichetta tanto c’è chi la ricorda per me e lascio fare, leggo con voracità e con tristezza per tutto quanto non riuscirò a leggere, vado a teatro di nuovo dopo decenni, progetto viaggi di famiglia, penso di più, penso più in basso che quasi mi sporco per quanto vado giù e penso più in alto che quasi non mi va di tornare, penso più lentamente ma con maggiore onestà. Mi difendo di meno e mi proteggo di più, indosso orecchini pendenti per una cena con amici, mi strucco ogni sera, quasi. Ho un nuovo mantra, sticazzi, perché sta bene con tutto, se qualcosa va bene, se qualcosa non va bene, se mi arrabbio, se mi spavento, se sono felice, se sono stanca. Recito anche ho-oponopono da metà ottobre ma sticazzi funziona di più.

Con il Natale ancora non ho fatto pace e penso che non succederà mai completamente, continuo a far finta che non debba arrivare o che non mi debba riguardare, compro i regali assegnati a me il 24 come se la cosa non mi riguardasse perché in fondo non mi riguarda. Poi lui arriva, veloce, quasi a toccarmi, prepotente. Ma la novità è che mi sposto, guardo sul sedile accanto a me la bimba bionda, aspettiamo che si schianti, tanto si schianta sempre. E sorridiamo senza dire niente, che ci è tutto chiaro.

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Per me

 

Per la cassiera del mini market vicino al mio ufficio io sono una casalinga svogliata con problemi di ciclo mestruale, una che compare sulla porta scorrevole solo dopo le 12.30, compra banane, insalatone e tonno, focaccia o pane già pesato e insacchettato, a volte delle polpette pronte in gastronomia incellofanate  in un contenitore adatto al microonde, assorbenti per  l’appunto e di tanto in tanto qualche biscotto  per cani. Mi vede solo durante i giorni feriali e pensa che il sabato o la domenica vada a fare la spesa in uno di quei supermercati grossi, magari con mio marito-porto la fede all’anulare- e così lui mi dà una mano con le casse dell’acqua, perché lì non le compro mai. O con i detersivi, che ingombrano. Le chiedo sempre un sacchetto e mi incasino per aprirlo, lo sfrego tra il pollice e l’indice, ci litigo sempre un po’, a volte le chiedo aiuto, a volte me lo offre lei. Svogliata e imbranata, pensa. E senza attenzione verso l’ambiente, invece di comprare una delle borse riutilizzabili che sono lì accanto alla cassa apposta, belle gialle resistenti e catarifrangenti.

Ne ho il bagagliaio pieno, è che mi dimentico di prenderle. E il sacchetto mi serve, lo uso per la spazzatura in ufficio, per la plastica. Bevo quasi due litri d’acqua al giorno, poi schiaccio le bottiglie nel senso della lunghezza e tolgo la carta,che butto in un enorme sacco di carta che svuoto nel bidone condominiale della carta, e poi inizio un’altra bottiglia. Si, l’acqua la compra mio marito, il sabato o la domenica, poi mi mette una o due casse in macchina e io il lunedì la scarico in ufficio. Va da solo, io non lo accompagno e nemmeno scrivo la lista da quando gli ho raccontato che Umberto Eco diceva che c’è una sola cosa che si scrive per se stessi ed è la lista della spesa e lui mi ha risposto che no, io nemmeno quella. Perché la scrivo per lui. È vero, non vado a fare la spesa, non ne  ho voglia. Però non ho problemi di ciclo, ancora. È che lui si dimentica di comprare gli assorbenti. O sbaglia la tonalità di viola che intendo.

Per la custode della scuola delle mie ragazze sono una mamma che da dieci anni varca quel cancello alle 16, difficilmente in altri orari. Pochi colloqui, poche dimenticanze a cui porre rimedio, magari la clavietta per musica prima che il maestro si accorga che è stata dimenticata e attribuisca un meno, dopo tre meno c’è la nota e lui è uno che con le note ci vive. Le mie ragazze per fortuna non fanno raccolta punti di meno. Nemmeno di più, ma va bene così. Poche uscite prima dell’orario, poche telefonate di quelle che generano ansia sempre a ridosso del fine settimana quando sai che trovare il pediatra sarà difficile.  Una mamma che saluta sempre ma non dà confidenza, quando deve chiedere un’informazione inizia la frase con “buongiorno”. Una mamma che esce con le ragazze accanto, una a destra e una a sinistra, e le ascolta contemporaneamente senza dimenticarsi mai di salutare anche quando va via.

Per la nonna sempre sorridente dell’amica di Pepe sono una ragazza che potrebbe essere sua figlia, anzi, persino più giovane, tanto cara e gentile.  Per la mamma invadente e rumorosa che lascia la macchina sempre sulle strisce sono una  spocchiosa che non saluta e con figlie con problemi di socialità perché non vanno alle feste, ovvio con una madre così, mica come i suoi figli che per fortuna hanno lei da cui imparare.  Per  gli allenatori di Karate sono una che non capisce niente di Karate ma purtroppo ne capisce di organizzazione e di lavoro per obiettivi e fa le facce quando qualcosa non funziona. Per gli allenatori di Tennis forse non esisto. Forse sono una macchina fucsia dalla quale Pepe viene scaraventata davanti all’ingresso del circolo all’urlo di “aspetta papà dentro se non lo vedi alle setteeeeee”. Per i ragazzi della scuola di windsurf di Cri sono una stordita con pareo colorato capace di presentare le proprie figlie con un grande enorme sconsiderato sorriso dicendo “loro sono Cristina e Benedetta, come le sorelle Parodi ma non lo sapevamo quando abbiamo scelto i nomi”. Che perché mi è venuto di dire una cosa così io non lo so. E quante possibilità avevo che delle tre persone presenti una fosse la figlia di una delle sorelle Parodi?  Per il calcolo delle probabilità io sono quella probabilità.

Per la mia migliore amica sono la sola a cui poter raccontare certe cose. Per Pepe sono la sola a cui non poter raccontare certe cose, solo che lei ancora non lo sa. Per mio padre sono quella dei tre che più gli somiglia, per fortuna dice, purtroppo pensa. La più facile e la più complessa, irriducibile barricadera. Lui me lo porto addosso come un tatuaggio, nella macchia di caffè uguale alla sua, nel sorriso quando c’è, nelle parole sempre ruvide ma sincere. Per mia madre sono quella dei tre che meno le somiglia. Niente. La più difficile e la più complessa, irriducibile barricadera.  Con le mie parole ruvide e sincere ai limiti dell’irriverenza, ma chi la vuole tutta questa sincerità?  Con l’aria di chi sa tutto e sale di un gradino, due , tre… mia madre che non so quando capirà che non so niente e ne sono sempre più sicura. E che non si tratta di salire sui gradini più alti ma di mettersi al riparo dove è più difficile che ti urtino mandandoti in pezzi. Niente.

Per Cristina sono  the best mum in the word.  Mi ha mandato un collage di foto che mi ha scattato, alcune veramente inguardabili, una in particolare, eravamo nella sala d’aspetto del loro oculista, avevo un pantalone giallo, non come la borsa del market, però giallo, si, direi indubbiamente giallo e in foto si vede proprio che ho questo pantalone giallo e non so se lo rimetterò mai più , e niente in questo collage ha messo i cuori e poi questa frase, the best mum in the word. Hai sbagliato, le ho detto ridendo. Io rido quasi sempre quando le faccio notare degli errori, mi sembra che pesino di meno così. Allora ha riso anche lei per quella elle dimenticata, prima però ha detto, no, dove? Lei fa così, sbaglia nega e nello stesso momento chiede dove tutto senza prendere fiato. World. Word vuol dire un’altra cosa, le ho detto. Qui. Qui, non hai messo una elle.

Per Cristina comunque non si tratta di un errore  a pensarci bene. Quindi, le ho chiesto, sono la mamma migliore a parole, così, in teoria, una mamma fuffa insomma? No, la migliore mamma nella parola, mi ha risposto, dentro la parola.

Per lui sono la libertà di essere se stesso in cambio della reciprocità.  A volte io urto contro i suoi spigoli e mi spunta un livido, a volte lui evita le mie risposte chirurgiche e prova con l’omeopatia ma  sa che non funzionerà. A lui spaventa la chirurgia, io sbatto sempre nello stesso punto, non la prendo più larga, non giro intorno, punto dritta allo spigolo, ogni volta. Tanto poi i lividi passano. E anche lo spavento.

Anni fa la psichiatra mi disse che i figli sono i nostri biglietti da visita nel mondo. La frase era calata in un contesto più ampio, non era buttata così, come la sto dicendo io adesso.  Il contesto un po’ l’ho perso di vista con il tempo, ma questa frase me lo sono portata addosso come un tatuaggio. Io per me sono la somma delle ore trascorse da sola. Sono mia madre quando mi costringo ad alzarmi alle sei ogni mattina, a fare colazione, a lavarmi ma sembra sempre che non sia abbastanza. Sono la mia migliore amica quando mi guardo allo specchio per dirmi quella cosa lì, quasi in silenzio che nessun altro senta. Sono mio padre, quando mi corazzo per uscire e mi controllo sempre un po’ a distanza,  sono mia figlia quando mi dico va bene, puoi farlo. Sono mio fratello quando rido senza controllo che sembra stia piangendo. Sono dio quando non penso che la vita mi punirà se non provo affanno in quello che faccio. Sono lui quando mi vedo ancora bella e sono me quando invece no. Io per me sono un biglietto da visita vecchio, qualcuno ha tirato una riga sul numero di telefono che nel frattempo è cambiato, ha aggiunto a penna un indirizzo mail, forse non ricorda dove l’ha messo ma in fondo non c’è più nessuno che lo chiede. Io però ho un biglietto da visita pieno di cuori. Non c’è il mio nome, quello che conoscono tutti perchè non serve,  ma c’è il posto dove trovarmi in giro per il mondo, tra le parole, nelle parole.

 

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Alla fine

 

Alla fine Pepe non l’abbiamo fatta operare alle caviglie. L’avevo portata da un ortopedico, gran professore, primario, che mi aveva detto assolutamente si, assolutamente si signora. Va corretta. Una vite nella caviglia destra, una vite nella caviglia sinistra. E allora l’abbiamo portata da un altro ortopedico, gran professore, primario, che mi ha detto assolutamente no, assolutamente no signora. Ciascuno mette i piedi come vuole, non c’è alcun difetto da correggere. E alla fine niente, siamo andati da un fisioterapista e osteopata e così è. Una via di mezzo tra intervenire e fare niente, qualcosa che ci consenta di dirle tra vent’anni quando verrà a chiederci conto del suo piede cavo e valgo che non è vero che non abbiamo fatto niente o che non abbiamo scelto e deciso per lei, pensando e cercando di fare sempre il meglio.

Come si fa a decidere per un altro? Come si fa a sapere cosa è giusto e cosa no? Io non sono medico, non sono ortopedico, non sono maestra, professoressa,  maestro di tennis, istruttore di karate, psicologa psicoterapeuta, dietista, parrucchiera. Come si fa? Questa è la piega della genitorialità che più mi disturba perché io, alla fine, ho sempre paura di sbagliare e penso finché si tratta di me non importa ma adesso, adesso che si tratta di loro, finché si tratterà di loro, io come faccio? Così faccio, faccio per tentativi. Sbaglio, chiedo agli altri, riprovo sperando di non fare casini enormi.  Ma due viti nelle caviglie no, non me la sono sentita. È che io ancora non ho capito come fare a mettere una sciarpa senza che mi ci si impiglino gli orecchini ogni volta che muovo leggermente la testa, magari mentre parcheggio . Io ancora confondo la riviera di ponente con quella di levante, ieri di nuovo, ho studiato la Liguria con Pepe e ho finto di sapere dov’è una e dov’è l’altra e invece no, ho guardato la cartina di nascosto. Anche con Cri due anni fa, uguale. È ovvio che io devo procedere per tentativi. E non è vero che ho sempre cercato di fare il meglio. Per dire, quando Pepe era piccolissima aveva paura dell’aspirapolvere, in generale di tutti i rumori improvvisi,quello del frullatore, del tritatutto e scoppiava in pianti inarrestabili ogni volta che azionavo un elettrodomestico rumoroso e allora dovevo avvisarla, farglielo vedere spento e dirle vedi, adesso mamma lo accende, sentirai un rumore ma dura poco e non è niente, è solo rumore. Però lei era davvero faticosa, lei piangeva sempre, tanto, per niente o comunque per qualcosa che io non sapevo e sembrava che non ci capissimo mai io e lei e che fosse tutto sbagliato e più sembrava così più mi si attaccava e veniva a cercarmi ma io non stavo bene, comunque, ero in analisi e mi sembrava di non sopportare più niente e allora io a volte accendevo l’aspirapolvere senza usarlo. Le dicevo vedi, mamma adesso deve usare questo, tu stai in camera da brava, quando finisce puoi uscire.  È capitato,anche, che iniziasse a piangere disperata e disperante in macchina, mentre guidavo, con quel pianto quello che penetra direttamente nel cervelletto e allora io accostavo e scendevo. Restavo lì, accanto alla macchina, accanto alla portiera, la vedevo piangere, appoggiavo la mia mano sul finestrino e ci guardavamo. Lei in lacrime e io anche. Le mie scendevano silenziose e per questo mi spaventavano. Il dolore quando mi riguarda è sempre muto. Poi mi guardavo intorno e fingevo di essere un’altra. La donna che entrava in panetteria, quel signore a passeggio con  il cane, la ragazza con lo zaino alla fermata del pullman, la signora che stende jeans da uomo . Alla fine, aprivo la portiera , la accarezzavo sulle guance rosse per lo sforzo e cercavo di calmarla, scendevo a patti con il mio male senza essere mai ricambiata.

Questa cosa delle caviglie mi è tornata in mente in questi giorni, in realtà è una vicenda dell’anno scorso, ma sarà che continuiamo a portarla dal fisioterapista, sarà che è dall’anno scorso che osservo le persone, tutte, con altri occhi dopo che il gran professore primario mi ha detto che ciascuno mette i piedi come vuole ed è vero, comunque, si, è pieno di gente che secondo me cammina male, butta il piede destro in fuori, il sinistro in dentro, tutti e due in fuori,entrambi in dentro, poggia tutto il peso sulla punta o sembra che debba cadere all’indietro per il peso che mette sui talloni. A me sembra che camminino male e invece mettono i piedi come vogliono.  Io non lo so come li metto, mi hanno detto che quando sono stanca anch’io li metto male, come Pepe.  Ma io sono sempre stanca. Forse volevano dire quando sono più stanca o molto stanca o forse volevano solo dire che ci somigliamo anche in quello.  O sarà che adesso è il periodo dei dossier e allora recupero pensieri da anni passati. È dal 1998 che queste sono le settimane dei dossier, in ufficio. Sta finendo l’anno, inizia l’anno, devo togliere i faldoni vecchi e creare quelli nuovi e ogni anno succede che il vecchio e il nuovo si trovano a convivere pacificamente mentre l’anno ancora precedente viene portato in cantina. Quindi sto preparando il 2020, sui ripiani più alti, sto spostando il 2019 nei ripiani più bassi e sto salutando il 2018, verso il dimenticatoio. Le caviglie di pepe sono nel 2018, vediamo.

È dal 1998, non è poco. Mia madre aveva circa la mia età, penso sia nato uno dei miei ultimi cugini quell’anno, avevo tre nonni su quattro e tutti ancora funzionanti, la società per cui lavoravo era un’altra. E scrivevo a penna “fatture 1999”. Adesso uso l’etichettatrice, così il colpo d’occhio è più ordinato. Che poi io lavoro da sola, non solo non c’è chi deve avere il colpo d’occhio ma nemmeno chi sa che ho un archivio o dei dossier o le settimane dei dossier e la pacifica convivenza tra anni su scaffali con un colpo d’occhio curato. Però, penso, se mi capita qualcosa e qualcuno deve sedersi al posto mio e rispettare le mie scadenze allora è meglio che abbia un colpo d’occhio pulito. Così si orienta meglio, perché un conto è il metodo e un conto è l’ordine. Io ho metodo. In tutto quello che faccio. Ma non sono ordinata, per niente, mi ci devo costringere  all’ordine. Io è dal 1998 che penso mi possa capitare qualcosa all’improvviso. Non vivo bene, mi rendo conto, ma poi penso che se non lo faccio porta male. Mia nonna diceva “morire di subito” per indicare quando, niente, uno è lì che sta bene e però muore e nessuno se lo aspettava. Ecco,io è dal 1998 che mi organizzo nel caso capitasse qualcosa perché comunque ci vuole metodo anche per morire di subito.

La prima volta che ho iniziato a occuparmi di insoluti il relativo dossier non lo avevo preparato io ma una persona con una grafia peggiore della mia, se possibile, e priva sia di ordine che di metodo.  A colpo d’occhio mi sembrava ci fosse scritto insulti. E lo avevo trovato addirittura geniale, quasi un modo di sdrammatizzare l’amministrazione aziendale, in effetti, dai, se non paghi quanto mi è dovuto è come se mi insultassi. Invece no, niente genialità, solo disorganizzazione . Ci ho ripensato il mese scorso, quando è arrivato il volantino per la presentazione del percorso di catechismo fino alla Cresima, per Cri, e l’ ho appoggiato sulla mia scrivania prima di infilarlo tra i fogli di recupero perché era stampato su una facciata sola e potevo riutilizzare per gli appunti quella in bianco, perché tanto era ovvio scontato e pacifico che Cri non avrebbe frequentato. Non farà la cresima. Non finché sono io che devo decidere e soprattutto organizzare il relativo pranzo visto che ancora aspetto si riformino le mie cellule epatiche morte per la comunione in seguito a fulminanti attacchi di rabbia.  Quindi, se vorrà, da adulta, in piena libertà di scelta, potrà accostarsi al sacramento della Confermazione. Comunque lei ha visto il volantino, e dopo un colpo d’occhio rapido mi ha detto che no, non le interessa la Cremazione. Poi dice che non mi assomiglia. Alla fine,uno i sacramenti li mette in ordine come vuole.

Dal 1998, non è poco, però questo è il primo anno in cui ho dubbi sulla pacifica convivenza tra i dossier. A me il 2019 sembra inconcluso. Non so, ho questa sensazione di un anno che mi resterà appiccicato addosso, ho la sensazione come di colla. È stato un anno faticoso, oltre la stanchezza, quella che mi fa storcere i piedi. Un anno in salita senza mai una discesa e senza nemmeno la vetta, ecco perché mi dà questa sensazione,noiosa, di non essere finito. Un anno nel quale ho iniziato a parlare di qualcuno  usando il passato e sapendo che sarà così per sempre: un passato per il futuro. Ho fatto le prove generali della morte di mio padre e non sono andate bene, mi hanno mostrato la solitudine che mi attraversa come una crepa di assestamento nonostante i miei fratelli, proprio per la loro presenza, la ferita di sentirsi figli unici davanti alla perdita, davanti al dolore.  Ma ho anche  conosciuto una donna che mi ha dedicato tempo quando ne ho avuto bisogno senza averne nulla in cambio e mi ha spiegato cosa significa non accettare a qualunque costo qualcosa solo perché lo desideriamo purché sia e poi ho conosciuto una ragazza che si è preparata una sigaretta davanti alla mia macchina, in una sera fredda,lei con i capelli rasati e piena di tatuaggi e mi ha detto di continuare a impigliare parole tra le righe come gli orecchini nella sciarpa, senza cercare sempre una soluzione e io dopo ho pianto silenziosa, mentre tornavo a casa. Un anno che non mi ha fatto niente di che, che non mi ha portato via nulla che già non fosse finito e  proprio per questo mi sembra impossibile che termini così, senza strascichi.  No, non sono arrivata alla fine, c’è qualcosa, qualcosa che non so cos’è che non è ancora stato ma che è di competenza di quest’anno, non posso metterlo nel 2020, è come con le fatture, è come se non avessi fatturato tutto. Sicuramente non ho incassato tutto. Gli insoluti- e gli insulti-me li trascino nell’anno nuovo. Andrò per cassa e non per competenza. Non riesco a spostare i dossier nel ripiano più basso, so che dovrò usarli ancora e con frequenza, dovrò tenerli accanto a quelli etichettati 2020 e il colpo d’occhio non mi piace, quindi spero che non mi accada niente di improvviso e che nessuno debba sedersi qui al posto mio, anche se poi alla fine uno i dossier li mette come vuole.

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