Aggiornamento

 

Cristina è uscita con le sue amiche, ieri pomeriggio. Si sono date appuntamento davanti a scuola dopo tre mesi, per fare una passeggiata, mangiare un gelato, parlare, fare quel che fanno delle ragazzine di tredici anni. Io ne ho approfittato per andare in ufficio dopo tre mesi, Pepe è venuta con me perché aveva lezione online alle 16 e tennis alle 17.30 e così ci siamo armate di cartella, racchetta, notebook, alimentatore del notebook, acqua, mascherine, gel disinfettante, cialde del caffè che le avevo finite e siamo partite direzione scuola-ufficio-tennis come ai vecchi tempi.

In macchina abbiamo ascoltato le canzoni su Spotify secondo uno schema ormai consolidato, una canzone a testa mamma esclusa e io ho imbastito alcune raccomandazioni, perché ieri Cristina è uscita con le sue amiche.

Per la prima volta.

Allora a un certo punto, più o meno all’altezza del campo volo, poco prima delle baracche degli zingari, ho abbassato il volume della voce di Achille Lauro e ho iniziato a parlare di scatti di fiducia e passaggi di crescita e ne è venuto fuori qualcosa che sembrava il regolamento per la raccolta punti della spesa da Borello, cosa che non faccio, non ho tessere, non raccolgo punti perché tanto mi dimenticherei di richiedere il premio o di ritirarlo o comunque per avere quello che vorrei dovrei aggiungere cinquanta euro alla tessera completa. Cristina ha capito, penso. Se mi dimostri ogni volta che posso fidarmi di te io continuerò a fidarmi di te e aumenteranno le dimostrazioni di fiducia e finché toccherà a me darti il permesso di fare le cose, la maggior parte delle cose che vuoi fare, potrai avere vita facile perché io saprò che posso fidarmi di te e tu saprai che potrai contare su di me e questo idillio sarà come l’Eden.

Ma se sgarri, se tradisci la mia fiducia, se succede qualcosa che incrina, storce, strozza il libero fluire della fede che nutriamo l’una verso l’altra hai finito di chiedere, di volere, di desiderare, di esistere. Partorirai con dolore, anche tu.

Poi, arrivate a destinazione, volevo dirle di stare attenta quando attraversa, alle auto, alle persone, alle bici, alle moto, ai mezzi matti che circolano che vedono tre ragazzine da sole e magari le avvicinano, al resto in gelateria se paga con un pezzo da dieci euro, ai cani senza guinzaglio, alle cacche per terra, alle schegge di legno delle panchine, ai semafori se lampeggiano. Però era troppo lungo e così dopo che è scesa ho abbassato il finestrino e le ho detto “Cri, mi raccomando, non morire.”

Sua sorella mi ha presa in giro, mentre mi affacciavo dalla finestra del mio studio per guardare in direzione del cancello della loro scuola, se le amiche erano arrivate, se lei era ancora lì, Pepe mi ha sorpresa e mi ha chiesto “è viva?” e poi è scoppiata a ridere, come ride lei, che senti caldo.

È andata molto bene, ha trascorso due ore bellissime, Pepe ha fatto lezione e poi è andata ad allenarsi, lei che può, decretando la superiorità del suo sport rispetto a qualunque altro sport, il tennis è lo sport migliore da praticare durante una pandemia, cari atleti di karate che vi afferrate per la giacca alitandovi in faccia e poi vi scaraventate in terra, per voi la strada è ancora lunga, lunga almeno quanto il suo servizio con la pallina che vola alta, elegante e felice.

A cena hanno raccontato il pomeriggio al padre, la piccola con termini tecnici che appartengono solo a loro in qualità di frequentatori di terra rossa, la grande con l’aria vissuta di chi è sempre uscito da solo e se la cava nel mondo.

Io ho bevuto il mio vino rosso, compiacendomi dell’Eden.

Abbiamo anticipato il regalo di compleanno a Pepe di qualche mese. L’abbiamo dotata di cellulare. Perché le sue amiche ce lo hanno e no, questa non è mai stata una motivazione valida a muovermi, però la rottura di coglioni è un’argomentazione che subisco sempre un po’.

Usava il mio telefono quando voleva chiacchierare con le compagne, da quando la scuola è stata chiusa non si sono viste, niente più attesa in corridoio alle otto, sulla porta della classe, niente spogliatoio a ginnastica o nuoto, niente intervalli in cortilone che in cortilino vanno le prime e le seconde, loro sono in quinta, dovevano spadroneggiare in cortilone e invece no, niente pranzi insieme a mensa, solo il mio telefono per fare delle videochiamate. E dalle videochiamate a due siamo passati a quelle di gruppo, fino a quattro. E poi magari scarichiamo Hangout, che la sua amica ce lo ha e anche lo altre lo installavano e allora l’abbiamo fatto e l’ho sentita parlare con un’altra compagna e suggerirle di scaricarlo anche lei e poi dire “no, non è difficile, guarda se ce l’ha fatta mia madre” e allora ho preso nota e poi, la sera, le ho detto “scusa, non ho capito, cosa vuol dire se ce l’ha fatta mia madre?” e niente, lei ha riso, come ride lei che senti caldo e comunque non voleva dire niente, era un modo di dire.

Un modo di dire del cazzo, le ho detto.

E da Hangout siamo passati all’inserimento in un gruppo tipo “il meglio della VB” e da lì il passaggio al contro gruppo “il vero meglio della VB” e poi naturalmente il contro gruppo del contro gruppo “il vero meglio segreto della VB” e il gruppo segreto “VB misteriosa” e tutti i contro gruppi derivanti e allora basta. Non ho più retto.

Io che ho tolto la suoneria al telefono da anni, che ho silenziato tutti i gruppi, che ho tolto le spunte blu- ma così non le vedi nemmeno tu quando mandi un messaggio– ma sai che me frega se hanno visualizzato penso, io che non ascolto i messaggi vocali tranne quelli di Stefano ma solo perché Stefano mi allena e ha la responsabilità altissima di farmi sentire figa e tonica e non si sa mai se deve dirmi qualcosa di fondamentale per il mio metabolismo allora la sola deroga è per lui. Io che ho tolto la possibilità di visualizzare il mio ultimo accesso perché non sono affari tuoi quando io accedo, io che cerco di evitare tutte le scocciature perché so di non avere una dose sufficiente di diplomazia a disposizione prima di replicare con insulti o comunque malamente, non potevo rischiare di maltrattare il meglio della VB. Allora abbiamo deciso di regalare a Pepe il suo telefono, il padre è andato a comprarlo, le ha attivato la sim, le ha scaricato WhatsApp e le ha detto: “hai uno strumento in mano, mi raccomando a come lo usi, altrimenti con mamma poi vediamo”.

Con mamma.

Poi vediamo. Cosa? Niente, non si sa.

Ho pensato alla mia amica Cri, che non so se legge, se legge si ricorderà sicuramente, quella volta che sua figlia da piccola, forse in prima o seconda elementare a cena ha chiesto “cosa sono i preservativi?” e lei è rimasta con la forchetta per aria mentre il marito diceva “non lo so” e per un attimo anche lei ci ha creduto che lui non lo sapesse perché lo ha detto proprio così, che dovevi crederci, con che candore vedessi, mi aveva raccontato.

La prima persona alla quale Pepe ha mandato un messaggio è stato mio fratello e da quel momento hanno iniziato a sentirsi, a mandarsi vignette divertenti, sono dovuta intervenire qualche volta perché lei deve seguire le lezioni e finire i compiti, lui è indisciplinato e poi mi dice “ha iniziato lei”. Dopo due settimane, Pepe ha silenziato i gruppi, spegne quando va a giocare a tennis e si dimentica dove lo ha appoggiato. È diventata me.

Linkedin mi avvisa che il mio profilo sta avendo successo. Io non ci credo. Mi sembrano messaggi di nostalgia, c’è un trucchetto, come nei giochi della Chicco 12+ o 18+, quelli sonori, tu li accendi e loro fanno lucine e musichette, impari il ritornello e schiacci il quadrato giallo e il triangolo verde, poi te ne vai, lo lasci da parte, fai altro, giochi con un’altra cosa e dopo un po’ il maledetto Chicco si illumina e dice “Ciao Ciao”. Ti richiama, si ripropone. A me il mio profilo su Linkedin che sta avendo successo mi sembra quel ciao ciao e non mi distrae comunque, non ci casco, non vengo a controllare perché ho dimenticato la password e ogni volta devo ammetterlo cliccando su hai dimenticato la password e mi dà fastidio e devo fare la procedura  di ripristino e alla fine scopro che la nuova password che digito è uguale alla precedente, magari mi dimenticavo solo un carattere maiuscolo o speciale e comunque non c’è niente di speciale . Ma poi che successo potrà mai avere un profilo? Cosa vuol dire? La parola successo, in fondo, è già disturbante di suo. È un participio passato, c’è poco da nutrire speranze. Il passato si ricorda, non si spera.

La storia di Nina e Stefano, quella che sto scrivendo, riemerge ciclicamente. Ho mandato la seconda versione a Mara, non le è piaciuta, ma nemmeno a me. Però abbiamo convenuto che lei non può farmi da lettrice di prova perché è come se mi leggessi da sola, non vale. Gira e rigira, la storia non trova l’azione, resta sempre lo sfondo, questi due che hanno attraversato la vita e non riesco ad acciuffarli per fargli fare una cosa, una sola, quella. Aspetterò ancora un po’, ma no, la seconda revisione verrà cestinata. Meglio sullo sfondo che a fondo.

Mi sono fissata con le tre ceste per la roba sporca che ho in lavanderia. Ne ho una sola per la roba da stirare, mi sembra strano. A volte penso di avere la meglio ma è un’illusione ottica, sono sempre tutte piene. Ho ipotizzato che si fosse trasferito qualcuno da noi, qualcuno che non so, non conosco ma che mette a lavare di continuo. La lavanderia è il mio ufficio, a casa. Quando lui rientra la sera spesso non lo sento arrivare, mi chiama e poi chiede alle ragazze “dov’è mamma?”, in ufficio, rispondono loro e allora lui arriva in lavanderia e mi trova seduta su uno sgabello che smisto biancheria, colorati, bianchi, intimo, sportivo, lenzuola e asciugamani. Secondo lui lavo troppo, cioè non ci sarebbe la necessità di lavare sempre e tutto, lo rassicuro che no, non è una mania, dormi tranquillo gli dico e lasciami lavorare. La lavanderia è mia. Le ceste mi guardano e mi sento come un assessore lombardo di fronte a due infetti contemporaneamente, anzi peggio, perché loro sono tre e io una da sola.

Ho comprato mascherine bellissime, alle ragazze le ho fatte ricamare, per me ne ho presa una con la stampa della Notte Stellata e un’altra con un mandorlo in fiore, Pepe dice che è un ciliegio ma no, è un mandorlo, l’altro giorno ha detto albero di fichi ma poi si è messa a ridere, come ride lei, che senti caldo e ho capito che mi stava prendendo in giro.

Scrivo moltissimo, cancello, riscrivo. Prendo appunti, moltissimi appunti, su quello che penso, come lo penso e quando lo penso e gli appunti non li riscrivo mai.

Scrivo moltissimo e lascio riposare, non ho fretta. Distinguo tra urgenza e fretta e allora mi accorgo che scrivo per l’urgenza di farlo ma senza la fretta di farlo, lascio stare tutto dopo che è venuto fuori, quando è lì, sul foglio, come se dovesse asciugare e aspetto. Quando torno scopro se mi piace, se è ancora urgente e pungente e stringente o se si è risolto in un niente. Scrivo moltissimo e senza un motivo che non sia la scrittura, sembro Forrest Gump con la corsa, scrivo moltissimo e sono felice.

Le ragazze hanno riscoperto un gioco che avevamo inventato quando erano piccole. La fanno questa cosa, loro, ogni tanto, ritirano fuori da qualche cassetto della memoria avvenimenti o situazioni lontane e me le ripropongono. Forse hanno imparato guardandomi tirare fuori dal baule della loro bisnonna giochi messi via perché inutilizzati e che magicamente dopo mesi sembravano nuovi. Adesso hanno rispolverato il gioco “Vediamo quanto mi conosci”, inventato da me molti anni addietro quando per intrattenerle mi ingegnavo con le sole abilità che ho e che non sono certo di natura manuale. Niente lavoretti con il pongo, niente pasta di sale, niente pittura o lego o costruzioni. Noi si andava via di scomposizione delle parole, di numero di parole trovate con la stessa iniziale, di nomi di persona cose e animali.

“Vediamo quanto mi conosci” funziona così: io ti chiedo cosa mi piace di più tra due alternative e tu rispondi. Se è giusto mi conosci bene, altrimenti no. Facile.

Esempio: tra il gelato al cioccolato e quello alla menta? Menta! Giusto!

Tra il mare e la montagna? Mare! Giusto!

Questa era la versione base. Adesso l’abbiamo elaborata, andiamo a fondo, le alternative sono sottili e a volte perfide, scavano, non sono scontate e rivelano sorprese. Comunque, ogni volta che tra le alternative metto Justin, il mio cagnolino, loro lo sanno. È come quando l’istruttore di scuola guida mi aveva detto che se nei quiz avessi trovato “tromba bitonale” sarebbe stata sicuramente falso. Non ho mai verificato. Ma sono passati ventitré anni non so ancora cosa sia una tromba bitonale.

Per la Festa della Mamma ho ricevuto regali molto belli. A me non frega niente della Festa della Mamma, né come figlia né come mamma, ma le ragazze sono state davvero brave, quest’anno, senza la costrizione dei lavoretti a scuola, senza negozi dove andare a comprare si sono inventate qualcosa.

Pepe mi ha regalato una capsula del tempo fatta con un barattolo di marmellata vuoto, lavato, ridipinto e decorato con miei smalti di diversi colori. All’interno quel che servirà, sempre. Pezzi di vita che parlano di me, di loro, di noi, dell’Eden, di questa età strana che stiamo vivendo, un viaggio di cui loro sono le protagoniste e io a volte un compagno di avventure, a volte un controllore, a volte l’inserviente che igienizza i cessi, a volte solo il punto di partenza, di certo mai la destinazione. Nella capsula del tempo ci siamo noi per come vorrei ricordarci.

Cristina mi ha dipinto una tela con una scritta dedicata, mi è piaciuta moltissimo, la voglio appendere in studio, quello vero, non in lavanderia, l’ho dovuto specificare perché appena l’ho detto Pepe ha subito pensato alle ceste dei panni sporchi, alla mia postazione di lavoro lì, nel bugigattolo tra detersivi e scope poi si è messa a ridere, come ride lei che senti caldo.

Per ora entrambi i regali sono sul comò della mia camera da letto, li guardo ogni mattina e ogni sera. Come quando erano piccole vengono nel lettone, qualche minuto, di mattina appena sveglie e la sera, prima di andare a dormire, quando io sono lì, con i miei cuscini tirati su, a leggere e prendere appunti su di me, come per ripassarmi da capo, prima dell’interrogazione e allora chiedo:

“Tra me e voi?”

“Noi.”

Si, dico. Noi.

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Pensa se

 

Pensa se ti dicessero che da domani basta tutto chiude e non puoi uscire se non per comprovate esigenze di lavoro o salute o necessità e a te venisse da ridere e da tirare il fiato a dire “ma davvero?”.  Pensa se il mondo si fermasse e non ci fosse più la scuola alle 8 e la cafona con la macchina in doppia fila e la scuola alle 16 e la cafona con la macchina in doppia fila che anche la cafona deve stare chiusa in casa e pensa se il mondo si fermasse così come il castello della Bella Addormentata che quando lei si punge il dito con il fuso dell’arcolaio la cuoca resta con il mestolo a mezz’aria, lo stalliere resta fermo con la striglia in mano accovacciato sulle zampe del cavallo che anche lui resta fermo con lo zoccolo destro anteriore appena un po’ più avanti dell’altro ma solo perché è più elegante restare fermi così e tutto rimane esattamente com’è.

Pensa se non potessi vedere qualcuno: chi non vorresti vedere? A parte la cafona in doppia fila, chi non vorresti vedere? Che si fa in fretta a tirare giù lacrime ed elenchi di quelli che ti mancano ma prova a dire chi non vuoi vedere. Pensa se si potessero fare i nomi con tranquillità, pensa se nessuno si offendesse, pensa se a nessuno importasse di chi non vuoi vedere tu che tanto non stiamo parlando di me, che quelli che non voglio vedere non ho bisogno di un incantesimo o di un provvedimento normativo per non vederli, mi basta dire come la penso.

Pensa se si dimenticassero di dirti che va bene, da domani si può uscire senza comprovate esigenze di lavoro o salute o necessità. Pensa se dovessi stare lì dove sei adesso a fare quello che stai facendo adesso. Cosa stai facendo? Ti sfili le mutande dal culo con un movimento preciso. Stendi. Mangiucchi. Scorri i profili WhatsApp per vedere le foto. Fai la spesa online. Guardi la Vita in Diretta e fai finta di no. Lavori perché sei uno di quelli che ha lo smartworking e non sai nemmeno se la parola esiste. Pensa se non esistesse, staresti facendo una cosa chiamandola in un modo inesistente che non vale a rendere inesistente quello che fai intendiamoci. Pensa se, invece, non esistesse quello che fai. Cosa faresti? Sapresti cosa fare? Cos’altro fare? Hai un piano B? Un progetto? Un sogno? Un cassetto? Del lievito? Impareresti a fare altro o resteresti con lo sguardo fisso su una piastrella che compare davanti a te tra le tue ginocchia mentre sei seduto e non sai?

Pensa se le madri fossero buone e i padri eterni. O il contrario. Pensa se i figli non ti giudicassero mai, nemmeno a un certo punto della loro vita che coincide con un certo punto della tua e sono punti lontani ma attraversati da una sola e una sola retta e pensa se quella retta invece di chiamarla vita la chiamassimo lama chi impugnerebbe il manico? Pensa se ti accorgessi che lo stanno facendo, i figli, che ti stanno giudicando e pensa se ti fosse dato in dono il potere di essere il solo ad accorgertene che quando mai si è visto un genitore che se ne accorge, pensa se tu te ne rendessi conto. Avviseresti gli altri? Urleresti che succede così, che i figli fanno così, metteresti in guardia gli altri? Pensa se le madri fossero buone e i padri eterni. O il contrario. Pensa se le madri a un certo punto ti dicessero che vai bene, che sono orgogliose del lavoro che hanno fatto e possono considerarlo concluso e si togliessero dal grugno la smorfia insoddisfatta che lascia un quattro di matematica o un orario non rispettato e pensa se al posto di quella smorfia ci fosse il sorriso di chi ha scampato il pericolo e ora sono cazzi tuoi.

Pensa se al corso preparto ti spiegassero che la vera minaccia a ogni equilibrio familiare non è il pianto da colica e nemmeno l’allattamento a richiesta ma sono i nonni. Pensa se ti insegnassero a medicare il cordone e tenere a bada i nonni nello stesso ciclo di lezioni con esempi pratici. Pensa se il pediatra ti scrivesse nella ricetta con la posologia della vitamina D anche la posologia di rotture di coglioni alla quale puoi sottostare e oltre la quale sei autorizzato a dire che c’è pericolo per la salute. Pensa se i nonni si fermassero sulla soglia, appena sotto il fiocco con il nome ricamato, tanto non gli piace davvero il nome che hai scelto, fingono, pensa se fermi lì bloccati come la cuoca con il mestolo e lo stalliere con la striglia impossibilitati a muoversi arrivasse qualcuno di autorevole, un Arcangelo o una puericultrice di quelle viste in televisione, a dirgli di ricordare prima di aprire bocca, ricordare quando trent’anni fa, quarant’anni fa erano loro ad aver scelto un nome di merda, frutto di una libera decisione o di un compromesso generazionale, erano loro ad avere le ragadi al seno e privazioni di sonno utilizzate solo in certi regimi dittatoriali, ricordare quanto non sopportassero di dover dare spiegazioni e rendicontare ogni spostamento come se avessero perso improvvisamente qualche decennio o il senno e solo dopo aver ricordato come si sentivano loro e quel che provavano loro solo dopo, solo allora sentirsi liberi di parlare. Ma senza dire cazzate. Pensa se poi con uno schiocco di dita i nonni si risvegliassero potendosi muovere liberamente e oltrepassando il fiocco come risorti a nuova vita fossero in grado di mantenere fede a quel disegno programmatico sintetizzato nell’espressione “se hai bisogno ci siamo altrimenti non disturbiamo”.

Pensa se i figli a un certo punto la smettessero di fare i figli e si rendessero anche un po’autonomi per davvero e non pretendessero sempre un aiuto, pensa se i figli si preoccupassero di non ferirti perché ormai sono adulti e tu sei vecchio, inutile dire altro. Sei vecchio. Pensa se non ti dicessero tutto quello che non va ma solo quello che va, pensa se non ti comunicassero che devono fare degli esami di controllo perché il dottore vuole vederci chiaro e ti risparmiassero di stare in ansia, in apprensione, che sei vecchio, basta. Pensa se ti telefonassero spontaneamente, senza sollecitazioni da parte di chicchessia, pensa se quella chicchessia ti piacesse come sarebbe più facile anche ammettere che se ti chiama non è merito tuo, ma merito suo. Della chicchessia. Alla quale stai sul culo anche tu, non ti preoccupare. Solo che è più furba.

Pensa se la reciprocità fosse un’applicazione gratuita del telefono, ce l’avremmo tutti. E la useremmo, la sprecheremmo persino. Pensa se tu mi bloccassi con l’auto perché sei una cafona inarrivabile e pensa se io non potendo uscire dal parcheggio mi incazzassi molto e però poi andassi a prendere un caffè e al mio ritorno non ti trovassi più e però nel tragitto avessi inviato con l’app una richiesta di reciprocità e così tu, mentre stai uscendo dal tuo garage una mattina di pioggia scrosciante con il cancello elettrico che fa le bizze perché c’è anche il vento, forte, pensa se tu con i cristi che ti viaggiano su e giù tra il cervello e la bocca e i figli dietro seduti male e con il suono delle cinture che non si allacciano e un ritardo accumulato già a livello mentale ti trovassi bloccata da un’auto lasciata così, davanti al tuo carraio. Pensa se, invece, tu incrociandomi per caso e parlando con me per qualche minuto, almeno una decina, andassi oltre i convenevoli e mi dicessi che ho una caccola gigante nel naso e porgendomi un fazzolettino di carta ti voltassi mentre io me la tolgo discretamente ma comunque riconoscente e poi io buttassi il tutto, civilmente, in un cestino all’angolo della via dopo averti salutato e allora sorridendo manderei una richiesta di reciprocità e pensa se tu, così, mentre sei in coda alla cassa incontrassi lo sguardo del ragazzo davanti a te che ti invita a passare avanti, tanto hai solo due cose al massimo tre e tu gli dici “davvero?” e lui ti rassicura, si si davvero e allora tu lo ringrazi e lui sente di aver fatto cosa buona e giusta e che sua nonna sarebbe fiera di lui anche se gli direbbe che non avevi una faccia davvero riconoscente e che comunque va bene essere buoni ma fessi no ma tanto sua nonna è morta, pensa se fosse viva che stronza.

Pensa se non ti importasse di andare a vedere cosa fanno gli altri. Pensa se agli altri non importasse di sapere cosa fai tu. Pensa se ognuno avesse le proprie ossessioni a vista così da dirla tutta e subito a chiunque, pensa se bastasse dirla un’ossessione o scriverla invece di pensarla, pensa se tutti dichiarassimo qual è la nostra ossessione. Pensa se sapessi che io canto Nuova Ossessione per calmarmi quando serve, pensa se ti dicessi che la mia ossessione me la tatuerei sul polso sinistro in un misto tra corsivo e stampatello come scrivo io che non uso un carattere soltanto e sarebbe solo abc scritto così, quasi di fretta e sbadato e pensa se si capisse davvero cosa significa,smetterebbe di essere un’ ossessione forse. No.

Pensa se cancellassimo la parola resilienza dai vocabolari, da tutto, pensa se potessimo con una bacchetta magica anche un po’ sfigata e improvvisata praticare l’Oblivion a tutti quelli che la usano a vuoto, pensa se lo facessimo quante braccia senza scritte, quanti tatuatori fermi con l’ago a mezz’aria come la cuoca con il mestolo che non ricordano più  qual era la parola e pensa se decidessero loro solo guardandoti in faccia di scrivere quel che gli pare e pensa se alla fine ti stesse bene così, pensa se avessero ragione, alla fine.

Pensa se i bambini fossero tutti simpatici o almeno più simpatici. Pensa se le persone non ti guardassero male perché dici che preferisci i cani ai bambini, come argomento e come compagnia. Pensa se non dovessi ogni volta dire siiiiiiiiii lo so che ho due figlie e mi piacciono molto sai perché mi piacciono molto? Perché non sono più bambine intese come bambine a forma di bambine con scarpe da allacciare e nasi da soffiare – non tirare su, in giù, soffia bene in giù, no, non su, giù- e comunque i bambini degli altri non mi piacciono, siiiiiii lo so che sono belli ma i bambini mi annoiano e non sto dicendo che sono brutti sto dicendo che non mi interessano, come le armi da fuoco e la MotoGP, non mi interessano. Pensa se non fosse così complicato ogni volta e alla fine dici solo si, belli, belli per fortuna esistono i bambini. E i cani.

Pensa se mannaggia a loro un giorno ti dicessero che da domani puoi uscire per fare quel che vuoi senza comprovate esigenze. Così. Basta, puoi uscire. Niente più allenamenti in videochiamata  con la doccia lunga quanto vuoi e calda quanto vuoi un attimo dopo aver pigiato il pulsante rosso e perso la faccia perfetta dell’istruttore che ti ha vista con i capelli di merda ma che ti dice che sei in forma perché occupi poco spazio nello schermo del cellulare e pensa se mai ti avessero detto che avresti apprezzato un siffatto complimento, adesso devi prendere la macchina e andare a sudare in mezzo ad altri dieci stronzi come te che non si arrendono al gluteo calante ma comunque a distanza e igienizzandoti di continuo. Niente più lavatrice che va mentre bevi il caffè, il secondo della mattina e rispondi alle mail con frasi che sarebbero fini a se stesse e servirebbero a chiudere la comunicazione se non fosse che dall’altra parte l’intenzione è quella di sfinirti di mail così da farti dire “basta si fa come dico io”. Pensa se ognuno si prendesse un pezzetto di responsabilità. Piccolo, quel che può, come la beneficenza. Pensa se ti dicessero che sei libero di uscire e tu non avessi nessuno da voler vedere e ti rendessi conto che da chiusi in casa a chiusi dentro non è il passo che è breve, è la predisposizione individuale che fa la differenza. Niente più movimenti ripetuti, sicuro come un non vedente in casa propria, niente più cassetti dove andare a sbirciare quando non è il momento per vedere se i sogni sono ancora lì. Pensa se non fossero plurali, i sogni. Pensa se fosse, alla fine solo uno, e pensa se ti sembrasse che uscendo svanirebbe, morirebbe di sete, non avresti il tempo di accudirlo, di osservarlo come fai con le ragazze che fanno lezione in camera e ti arriva il vociare della classe e ti sembra di vedere cose che altrimenti non vedresti e di sapere cose che altrimenti non sapresti e così è anche per quel sogno che se tu esci senza una comprovata esigenza un po’ lo tradisci, un po’ lo dimentichi, di nuovo, nel cassetto e poi le pagine del quaderno diventano gialle e la punta della penna si secca e tu resti con la biro a mezz’aria, come la cuoca con il mestolo. Pensa se bastasse un abc sbadato a cominciarlo, quel sogno.

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Tra me e me

 

“Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

Non usiamo una sveglia, una sveglia a forma di sveglia intendo, perché io ho un problema con il ticchettio delle lancette, mi manda fuori di testa. Non abbiamo mai pensato a una sveglia senza lancette, però, una di quelle che sono proprio sveglie, che le compri perché hai bisogno di una sveglia. Noi usiamo un vecchio cellulare solo per la funzione sveglia. Cioè, io. Perché lui usa me come sveglia, che non sono comunque a forma di sveglia. Questo telefonino, è un Blackberry nero d’annata, lo usiamo perché ha la suoneria della sveglia che va bene, non mi irrita. Quello in uso prima di questo, sempre un Blackberry ma bianco, aveva anche il suono delle onde e infatti avevo impostato quello, invece questo nero non ce l’ha ma abbiamo trovato un compromesso. Cioè, io, io l’ho trovato. Con me stessa e la mia soglia dell’irritazione bassa, bassissima, inesistente.

Una volta ho usato l’esempio del telefonino vecchio e del telefonino nuovo per spiegare come vedo io la differenza tra chi ha figli e chi non ne ha. Il telefonino vecchio è il genitore. Il telefonino nuovo non è genitore. Il telefonino nuovo fa un sacco di cose che con il telefonare c’entrano poco, è bello, tutto da scoprire, ha funzioni notevoli e prestazioni veloci. Quello vecchio fa foto di merda, se le fa. La memoria si riempie subito, devi sempre scegliere cosa cancellare e cosa tenere e ti accorgi di quanto poco importanti sono le cose che cancelli che, anzi, come hai fatto a conservarle così a lungo. Non prende ovunque ma prende dove non te l’aspetti. Ma soprattutto, il cellulare vecchio ha una batteria che non ti molla mai.

La persona a cui avevo tirato, in breve, questo pippone non aveva figli e subiva molto il fascino dei telefoni, mi avevano detto, che a me sembra folle innamorarsi di un apparecchio con la mela smangiucchiata impressa sopra, folle proprio. Ma io mi innamoro di borse monogrammate. E non ho sveglie perché il ticchettio mi manda ai matti, quindi non posso parlare della follia altrui.

Si, sono una di quelle stronze che ti dice che certe cose, se non hai figli, non puoi capirle. Perché lo penso, altrimenti non lo direi.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. “

Che poi le persone più belle che conosco di figli non ne hanno. Le mie amiche storiche, quelle proprio mie, quelle che mi porto dietro ad ogni trasloco come il vocabolario di greco, quelle che si sa che sono le mie e che, nel caso, me le porto via, me le tengo io se ci dovessimo dividere le cose. Anche le amiche più recenti, quelle del pezzo di vita dedicato alla pratica dello shiatsu, quelle che sono così diverse da me che se ci fossimo incontrate in un bar una avrebbe tenuto la porta all’altra senza nemmeno guardarsi, appena un cenno di ringraziamento per educazione e che invece la sorte mi ha concesso di incontrare a un certo punto della mia vita, in un certo momento, che il semaforo era rosso in qualunque direzione io cercassi di andare e c’erano quei pensieri, quelli che non si dicono, che li avevo da poco infilati in un borsone e nascosti sotto il letto, come per fuggire ma senza mai andare, però ci andavo a dormire la sera e con la mano scivolavo appena sotto la rete del materasso e toccavo ed era lì, il borsone, i pensieri, quelli che non si possono dire e allora non li dici. Ma sai che li hai pensati, tu lo sai che li hai pensati e che se anche sei riuscita- come?– a infilarli in un borsone e a cacciarli lì sotto li hai pensati. Guardando la finestra spalancata al terzo piano di quel palazzo durante una riunione Il pedale dell’acceleratore in auto. Le rotaie del tram in centro.

A me piacciono tanto le persone senza figli, tranne quello del telefonino con la mela smangiucchiata, perché penso che potrei dirglieli i pensieri, quelli, e che forse non giudicherebbero perché loro non possono immedesimarsi e questo è meglio, è meglio se certe cose non puoi capirle.

Certe cose che poi sono solo pensieri, mica hai fatto niente, però esistono lo stesso, solo che nessuno lo sa, anche se non le chiami, se non gli dai un nome, anche se non le dici.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

A dividerci le cose, adesso, ci sarebbe da ridere. I libri li terrei quasi tutti io, è ovvio. Ed è ovvio perché io se immagino di dividerci le cose parto dai libri. Gli lascerei i suoi, quelli di Terzani sicuramente. Sarebbe un problema per quelli di medicina cinese e di taoismo e di filosofie orientali che ci fa incazzare ogni volta vedere che in libreria li mettono nel reparto “esoterismo”. Però lui è un uomo generoso, credo che molti me li lascerebbe e se li ricomprerebbe. I cani, i cani farei la matta per averli io, sul piccolo, il chihuahua blasonato e perfido nemmeno il minimo dubbio, è il figlio maschio che non ho avuto, prepotente e sbruffone ma anche il grande che è la sua ombra, che il mangiare lo vuole da lui, però è mio, sono andata a prenderlo una mattina di marzo dieci anni fa, mentre lui era a sciare, ho portato con me Cri e Pepe, lei aveva 7 mesi, e siamo arrivate in questa casa, una mezza cascina, dove avevano la cucciolata e lui era l’unico a pelo lungo tra dieci, i genitori a pelo corto e con le orecchie ben dritte e questo gli era uscito con un orecchio moscio e a pelo lungo, l’ho guardato e gli ho detto che lo sapevo come si sentiva a non assomigliare a nessuno e allora l’ho portato a casa nel trasportino del gatto e quella notte mentre lui piagnucolava fuori dalla porta della camera da letto e cagava in corridoio e mangiava il tappetino della cucina, quella notte non l’ho mica sfiorato il borsone dei pensieri che non si dicono ed era la prima volta, anche se il borsone l’avevo appena messo lì e non avevo ancora finito di riempirlo, ero ancora nel pieno anzi, però io quella notte non l’ho toccato e ho dormito come un bambino quando la storia finisce e si spegne la luce e tutto va bene.

Le mie foto da giovane gliele lascerei tutte, così mi ricorderebbe sempre bellissima e starebbe male perché la bellezza fa male. Cioè, a me fa male. La mia, quella passata.

Il vocabolario di greco via con me, per carità, subito. Perché ci pratico la divinazione dal 1995 e forse non avrei dovuto dirlo, però lui è il mio oracolo non potrei separarmene, io chiedo e il vocabolario risponde e tante volte non devo nemmeno interpretare troppo, tante volte è preciso e sintetico. Per esempio quando gli ho chiesto della storia con lui mi ha garantito che non avremo mai diviso nulla se non la sorte, buona o cattiva che fosse.

“Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

Mi sono accorta che si stava svegliando, ormai lo so, lo sento. Dal rimestare nelle viscere, le mie, anche se quello arriva per ultimo. Prima c’è il rumore sordo, che bello dire di un rumore che è sordo, si dice anche del dolore ma io non riesco, non per il mio, a me capita più il dolore muto. E lo stiracchiarsi lento, quasi indolente. Il lupo. Quello che mi vive dietro lo sterno, quello che sta nella gabbia toracica senza impazzire per il rumore del cuore, senza protestare ogni volta che prendo aria e butto fuori aria e prendo aria e butto fuori aria, resta lì e aspetta, dorme, aspetta. Mi sono accorta che si stava svegliando e non ho fatto niente per lasciarlo dormire, anzi. E così sono giorni e giorni, notti e notti in realtà, perché il lupo che mi vive dietro lo sterno preferisce la notte, che gira indisturbato e scava, annusa, ulula, fa quello che fanno i lupi, ma non quello che raccontano le pecore o i pastori, quello che davvero fanno i lupi. Lascia impronte. Cerca cibo. Aspetta ieratico e non si lascia avvicinare.

Il lupo che mi vive dietro lo sterno non mi farebbe mai del male, io non lo sapevo una volta, adesso lo so. E quando non dormo di notte gli parlo, gli racconto storie che conosce e che lo fanno addormentare, invece quando dormo di notte è lui che veglia, aspetta che io mi addormenti. Quando sono esausta io lascio che si svegli e che vada in giro.

Son cose che a dirle in giro ti prendono per matta ma secondo me è pieno di gente che ha un lupo dietro lo sterno o chissà cosa e non lo dice. Ma non è che se non lo dici il lupo o chissà cosa non esiste. Esiste, anche se non lo dici.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. “

Sposo le cause altrui sul lavoro e poi mi incazzo. Mi fa incazzare la mancanza di reciprocità, nella vita non solo sul lavoro.

Mi fanno incazzare un sacco di cose e poche persone comunque sempre per gli stessi motivi.

Blocco. Sui social come nella vita reale, ho bloccato anche dei ragazzini perché colpevoli di essere figli di quei genitori. Si, sono una di quelle stronze che pensano che no, le querce non fanno limoni. E comunque ai ragazzini i profili sui social andrebbero aperti chiusi. Che bello dire che devi aprire chiuso qualcosa. Faccio il dito medio se ti vedo in mezzo alla strada e non ho cazzi di vederti, purtroppo con una mano sola se l’altra è impegnata a tenere una delle mie borse monogrammate.

Sono morta, qualche volta. L’ultima è stato di notte, che nessuno se n’è accorto, solo il lupo. Il giorno dopo ero viva ma nessuno se n’è accorto, solo il lupo.

Non sono empatica. Mio marito ultimamente dice spesso “mi fa tenerezza” riferito a qualcuno o qualcosa verso il quale io contestualmente dico “mi fa incazzare”. La sua strada verso l’illuminazione sarà molto più veloce della mia, ma non sono invidiosa, che vada, se ci dovessimo dividere la buddità la prenderebbe tutta lui, Io non ci riesco proprio a non incazzarmi. Ogni tot tempo devo buttare giù, demolire, bruciare e poi vedere cosa rinasce spontaneamente. Rivolto il terreno, tutto. Poi aspetto. Quello che spunta lo curo, il resto non ci provo nemmeno a ripiantarlo. Non credo nella famiglia come istituzione sana e positiva, penso sia la culla di ogni male, quello per cui dobbiamo preoccuparci e occuparci di avere un borsone sotto il letto e cose da non dire come se a non dirle non esistessero. Quello per cui devi sperare di avere un lupo che vive dietro lo sterno e che resti svegli al posto tuo.

Quello per cui dici, altrimenti non potresti più pensare.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

 

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Elenco delle cose che fingerò di aver capito durante questo periodo

 

Durante questo periodo ma solo per ammantarle di maggiore intensità, come se capire qualcosa durante una quarantena di oltre cinquanta giorni nel mezzo di una pandemia che però a me, sinceramente, non mi ha turbata manco di poco fosse frutto di un lavoro profondo condotto su di sé, di un’introspezione spietata. E invece no. Perché già avevo capito, perché già ci sono nata con quella cosa spietata verso di me, dentro di me, in fondo a me che più di così solo un’analisi delle ecografie di quando il feto ero io. Ma è perché non esistono, altrimenti pure quello avevo già fatto. Non esiste niente che racconti il mondo quando mi aspettava, esiste il mondo prima di me, il mondo con me, esisterà il mondo dopo di me. Non esiste niente che racconti il mio viaggio prima, cosa succedeva prima, se qualcuno aveva lo sguardo puntato verso di me che ancora non c’ero ma stavo arrivando. Niente. Qualche foto di mia madre con un pancione enorme, una bambina con un cuscino appallottolato sotto un abito a fiori che gioca a diventare mamma. Io e mia cugina mettevamo il cotone nella canottiera per fingere di avere le tette, poi a lei sono cresciute per davvero, io ancora aspetto ma ho tolto i batuffoli e la canottiera.

Oppure fingerò e basta e non avrò comunque capito per tagliare corto in una conversazione quando non voglio che diventi una discussione, sempre più spesso, una leonessa stanca forse, o solo qualcuno che sa di non avere tempo.

 

  • Sono molto più credibile come lettrice che come madre. Le persone mi chiedono un sacco di consigli sui libri da leggere, io li dispenso generosa come non sono di natura e interpreto la necessità, la soddisfo, come un erborista che prepara l’infuso giusto. Sono stata nominata per ben due volte, forse tre, dai miei contatti facebook per quel giochino 10 libri in 10 giorni, 7 libri in 7 giorni. Ovviamente non ho partecipato perché non me ne fotte di fare queste cose. Invece nessuno, nessuno dei miei contatti mi ha nominata per fare la sfida della mamma più felice: nomina anche tu una donna che pensi sia una mamma speciale e sfidala a postare una foto, una soltanto, nella quale si sente la mamma più benedetta del mondo. Zero. Nessuno dei miei 100 contatti scarsi (sono una pessima utente dei social) ha pensato adesso nomino Sonia che comunque essendo mamma di Benedetta detta Pepe una qualche cazzo di credibilità come mamma benedetta dovrà pur averla. Zero. Ho visto nominare persone che non conosco ma che hanno delle facce che insomma pensi che i figli proprio gli sono capitati, che glieli hanno attaccati ai fianchi per fare la foto, come le scimmiette al circo, Cristina ha una foto così, scattata al circo appunto, con mio padre credo, il circo è una cosa che si fa con i nonni, e ha una faccia terrorizzata e disgustata e vorrebbe essere altrove e anche la scimmietta comunque non voleva starci lì, si vede chiaramente. Ho visto nominare persone che conosco che è meglio se fingo di non conoscerle così almeno non saprei quello che so. Comunque, niente, come mamma non convinco. Sappiate, cari contatti,  che non avrei partecipato perché non me ne fotte di queste cose.

 

  • Di politica non bisogna parlare. Mai. Esattamente come fanno i politici, mai. E nemmeno di religione, che poi è noiosa uguale. Ho fatto una cazzata: sono andata sulle pagine social di personaggi che detesto, pubblici, politici, sedicenti politici, solo per vedere quale tra i miei contatti li seguisse. E ho visto. Già lo sapevo, cioè lo sospettavo, lo pensavo, lo intuivo ma adesso ne sono certa. E se allora prima di uno pensavo che si, in fondo, è solo un ingenuo segaiolo adesso penso lurido onanista, se prima di quello pensavo che si, è solo un ragazzo limitato adesso penso che è immerso in un livello di conoscenza preculturale nel quale sguazza beato come un ippopotamo nella propria merda, li ho visti gli ippopotami allo zoo che non si chiamano più zoo come quello dove andavo da bambina, adesso si chiama safari park, ma è quella roba lì, ci avevo portato le ragazze quando erano più piccole, che comunque andare allo zoo è una cosa che si fa con i genitori.

Ho sbagliato ma ormai è fatta, continuerò a non parlare di politica con queste persone e forse parlerò sempre meno di tutto il resto perché comunque c’è un problema, grande, di fondo e cioè che io sono dispettosa ma davvero. E siccome a me della politica non me ne fotte proprio, io non voto da decenni che pure quando andavo al seggio poi scrivevo robe estemporanee che pensavo, tipo haiku, sulla scheda elettorale, tre versi a contenere il mio disappunto, siccome a me puoi dire che a destra fanno schifo e a sinistra di più perché, tanto, non mi tocchi in nessuna ideologia, in nessuna idea, siccome è così, ecco, se io so che l’onanista punzecchiato su quella roba invece reagisce ecco, niente di più facile che io lo punzecchio solo per vedere se esce acqua, come gli hamburger quando li butti sulla piastra e si rimpiccioliscono e sai che è carne di scarsa qualità. Secondo me l’onanista si rimpicciolisce. Parlerò sempre meno fino a non parlare più, come una leonessa stanca. Come qualcuno che sa di non avere tempo.

 

  • C’è un sacco di gente che ha un sacco di amici addetti ai lavori. Quali lavori non si sa ma sicuro sono ammanicatissimi e sanno già tutto. Quando finirà la quarantena, quanta gente c’è davvero nelle terapie intensive, i numeri, i numeri che sono sbagliati, la scuola che no, non riprenderà, le mascherine, no, il giro che c’è dietro le mascherine, ingenua che sei, che sono, non sai che giro c’è dietro le mascherine? No, non lo so, so che sono contenta che alcune persone debbano tenerla su, gliela lascerei obbligatoria a vita ad alcuni. Io non ho amici addetti ai lavori, quindi non so niente in anteprima e con certezza e per vie traverse, so però che a molti piace sentirsi un po’importante, se non per qualcuno perché non c’è quel qualcuno, almeno per qualcosa.

 

  • I maschi sotto i diciotto anni hanno voci odiose. Sono inascoltabili. Per carità, le femmine si dividono in due gruppi: le peppie e le inesistenti. Le peppie sembrano quella mia prozia zitella che poi alla fine ce l’ha fatta pure lei, “ha trovato” dicevano le sorelle ammogliate di lungo corso, ma nonostante il buon esito della ricerca le era rimasto quel fare noioso, sempre a puntualizzare, a dire agli altri come cosa e perché e soprattutto era sempre considerata zitella, come se quello che aveva trovato fosse un accessorio. Le inesistenti invece sono quelle che ti accorgi che non ci sono a metà dell’ora, quando le chiami per consegnare il compito corretto e allora scopri che nemmeno le avevi segnate assenti. I maschi però. I maschi. Cioè, alzano la mano e quando gli viene data parola questi invece di rispondere chiedono “qual era già la domanda”. Io non potevo crederci. Poi è successa questa cosa della didattica a distanza e allora mi succede di ascoltare le lezioni e le interrogazioni e gli interventi, la correzione dei compiti. Io dopo dieci minuti che li sento parlare non ne posso più. Ci sono i fenomeni, quelli che hanno la madre che gli dice, sicuro, che sono molto intelligenti e forse lo sono pure però per favore non ditegli anche che devono sempre candidarsi a leggere a voce alta. O che tutto quello che dicono è, davvero, interessante. Ci sono i paraculo, quelli che hanno la madre che gli dice , sicuro, che sono belli e simpatici e forse lo sono pure però per favore ditegli anche di smettere di toccarsi in mezzo alle gambe quando parlano. Per favore.

 

  • Inglese mi fa schifo. Ogni volta che arriva una mail della maestra di inglese mi vanno gli occhi al cielo e impreco malamente. La maestra di inglese scrive le consegne dei compiti in inglese ovviamente e a me sale un urto, ma un urto, un urto che le risponderei in latino e che palle. Matematica, geometria e scienze via, potrebbero non esistere. Anche se ho finalmente imparato la formula dell’area del cerchio. Ma non l’ho capita. L’ho solo imparata. Storia è sempre la mia preferita, geografia mi uccideva da studentessa e continua anche adesso, la morte per noia me la immagino così, durante una lezione di geografia. In analisi logica sono ancora e sempre campionessa del mondo, Cristina arranca un po’, Pepe le spiega la differenza tra predicato nominale e verbale almeno una volta alla settimana, io sovraintendo e intervengo quando le frasi si complicano un po’ ma solo per aiutarla a ragionare. A quale domanda risponde? Il complemento, a quale domanda risponde? C’è sempre una domanda alla quale rispondere. Cri a volte non sa rispondere, io a volte non voglio rispondere. Come una leonessa stanca, come qualcuno che sa di non avere tempo. Come chi ha capito che la domanda è più importante della risposta.

 

  • Mi affascina la manualità che non ho. Sono nota per non essere in grado di fare alcunché di manuale, sarà per questo che guardo rapita per mezz’ore intere e senza mai distogliere lo sguardo quei video che mostrano i mille utilizzi di una bottiglia di plastica, cosa ci si può fare con un paio di forbici e della colla a caldo. Oh, la colla a caldo. Non saprei da che parte cominciare. Il tappo della bottiglia di plastica, non buttatelo. Se lo forate e lo incollate alla piastrella diventa un portaspazzolino da denti. Irripetibile.

E le ricette, i dolci, gli impasti e la glassa e la forma del Pan brioches e tutti quegli ingredienti che no, io non ho a disposizione e che anche se li avessi no, no verrebbe mai così. Io guardo e so che no, io no. Mai. E con un calzino vecchio si può fare una mascherina, basta un paio di forbici e le forbici sono la sola cosa che ho ma io no, io non so tagliare andando dritta lungo una riga tracciata su un foglio figuriamoci fare una mascherina con un calzino, no, io no ma come è bello guardarli questi che con le mani sanno fare tutto. No, io no. Il regalo per la festa della mamma fatto a scuola, mi dico, Sonia, mi dico, ricordati quello. Quale, quello? Si, quello, mi rispondo. Quello. Il bocciolo di rosa sul rametto, di creta, dipinto a mano. Quello, Sonia. Che sembrava la deiezione di un cane con del sangue raggrumato sopra, roba da portarlo dal medico e non alla mamma. Si vedeva tra tutti, appoggiati sul davanzale della classe, si riconosceva senza leggere il nome, la maestra non aveva nemmeno controllato, sapeva già quando me lo ha restituito per portarlo a casa. Gli altri erano bellissimi, il mio no, io no. Scusa mamma, te la rifarei quella rosa ma lo sai, mamma, verrebbe uguale a quella lì, che avevi riso guardandola e lo sapevo mamma, lo sapevo che era una schifezza, mamma, tu che con le mani sapevi fare tutto e io invece no, no, io no, però l’avevi messa lo stesso lì, mamma, ricordi, sul comò della tua camera da letto, mamma, dove appoggiavi i gioielli, mamma.

 

  • Posso vivere senza vedere o sentire la quasi totalità delle persone che conosco congiunti compresi anzi congiunti soprattutto. Ho pensato di essere una bestia, peggio di una bestia. Ho pensato di essere anaffettiva, completamente. A volte lo penso ancora, in certi momenti di certe giornate quando mi sembra di non aver capito niente, di essere qui come potrei essere altrove, ovunque, e che in fondo me ne fotto di cosa succede fuori, chi ci vuole andare fuori a vedere, a sentire la gente, tutta questa gente. Mi viene il groppo in gola, un pugnetto chiuso sulle tonsille quando penso che no, io no, non sono anaffettiva o una bestia , solo che io sono così. Solo così. Sono una che con le mani non sa fare niente, una a cui non pensi di associare le beatitudini della maternità, una che no, non gliene fotte di un sacco di cose. Una a cui non manca nessuno, perché le ragazze sono qui, lui è qui. Quando Cristina aveva un anno e mezzo e sua sorella era un abbozzo nella mia pancia ma c’era la sua ecografia che anticipava al mondo, a me, che lei stava arrivando e che quindi no, il mondo sarebbe cambiato e che no, io no, nemmeno io sarei più stata uguale, un pomeriggio Cri ci aveva presi per mano, a me la destra e a suo padre la sinistra e pensavamo volesse fare quella cosa del vola vola vola e invece lei aveva detto “mamma,papà, io, tutti” e avevo sentito il pugnetto chiuso sulle tonsille perché avevo capito la domanda, quella, quella che mi facevo di continuo da quando infilavo il cotone nella canottiera e mai un cuscino sotto il vestito, no, io no, io mai  e che mi sembrava di ripeterla e basta, come la formula dell’area del cerchio, di ripetere una cosa che però no, io no, io non la capivo e invece lì, con la mano stretta sul pugnetto di Cri ecco, lì, capivo la domanda, quella, e iniziavo a lasciar perdere le risposte, come una leonessa stanca, come qualcuno che sa di non avere tempo.

 

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Giorni buoni

 

Il piede lungo come la piastrella, la piastrella lunga come il piede. Corrispondenza perfetta. A questo pensa la bambina mentre mette un piede nella piastrella e poi l’altro nella piastrella successiva e poi rimette il primo piede nella piastrella che viene dopo e poi ancora l’altro piede nella piastrella che segue senza interruzione. Senza fuga. Lo fa anche da seduta, piega la gamba, ginocchio sotto il mento, piede nella piastrella, piega l’altra gamba, altro ginocchio sotto il mento, altro piede nella piastrella. Le serrande tirate giù, un adesivo di plastica a ricoprire i vetri inferiori della porta finestra oltre la quale c’è il balcone, lungo e stretto, che affaccia sul cortile, a far da elle c’è il balcone dei vicini, Laura si chiama la mamma dei vicini, sorride e guarda la Carrà o Corrado, all’ora di pranzo. Sono all’ultimo piano, il nono, in primavera Laura si affaccia per controllare le sue figlie che giocano in cortile. Ogni tanto anche la bambina gioca in cortile con loro e con gli altri bambini, poi il signore del primo piano si affaccia e urla, la lattaia esce dal retro del negozio e urla. Il problema è il pallone dei maschi, finisce sulla macchina coperta dal telo grigio di uno, sbatte sulla porta e sulle bottiglie di latte vuote infilate in ceste rosse di plastica dell’altra . La lattaia si ubriaca, dicono, per quello le strisciano le parole in bocca, forse perché è veneta, dice un ragazzino che è più grande e sa cose che gli altri non sanno, i veneti si ubriacano. Ogni tanto anche la nipote della lattaia gioca in cortile, nessuno le chiede se sua nonna beve ma il ragazzino, lui, lui si, le chiede se è vero che sono veneti. Lei risponde di si, lui guarda gli altri ed ha lo sguardo scafato, calcia il pallone, il signore del primo piano si affaccia, tutti scappano dietro le macchine parcheggiate, ridendo.
Adesso no, però. Adesso le serrande stanno giù. Se suo fratello sbatte contro il vetro non si taglia, c’è la plastica adesiva che impedisce alle schegge di cadere all’interno. Suo fratello corre ma soprattutto salta. Dal divano a terra, da terra al divano, dal divano al tavolino, dal letto alla scrivania, salta e non sta mai fermo. È piccolo, ci vuole pazienza con i piccoli. La bambina non sa cosa sia la pazienza pensa che sia come aspettare. Allora si mettono lì, a terra, con i Puffi, con le macchinine quelle che cambiano colore se le metti nell’acqua fredda, con i Robot con le braccia che si trasformano, seduti a terra, con le serrande abbassate che a cadere giù dal nono piano dopo non ti raccolgono nemmeno con il cucchiaino le dice sempre sua madre e la bambina si immagina la scena, mai dal lato del cortile, sempre dal lato della strada, dove c’è la sua stanza, sempre davanti al portone, tra l’ingresso della latteria e quello della panetteria, si immagina sua madre con un cucchiaino in mano che no, non riesce a raccoglierla, perché la bambina pensa sempre che sarà lei a cadere, nel caso. Non sua madre. Sua madre è sdraiata sul divano, sotto un plaid di lana pruriginosa a scacchi, con spesse frange alle estremità, debole, sente il vociare di sottofondo dei due che giocano e non sa che la bambina non gioca. Mette il piede nella piastrella, la piastrella lunga come il piede, il piede lungo come la piastrella, un piede dopo l’altro, una piastrella dopo l’altra. Corrispondenza perfetta. Senza fuga. In un tinello con un cucinino, parole che non esistono più che indicano uno spazio che non esiste più, un piede dopo l’altro guarda suo fratello e aspetta. È così che si fa con i piccoli.

 

 

 

 
La donna le abbraccia entrambe, le sue figlie. Sul divano sotto le coperte di pile, morbide e lisce, senza disegni, rombi, scacchi, senza fastidi o pruriti. Guardano un film che fa paura, Lo Squalo, è un sabato pomeriggio, sono le tre così-si sono dette- per questa sera abbiamo smaltito lo spavento e andiamo a dormire tranquille. Ridono tutte e tre e si accovacciano sotto le coperte, sistemano i cuscini dietro la schiena, la donna in centro, le due figlie sotto le braccia, sembra un uccello con le ali spalancate e la figlia più grande schiaccia il tasto play e prende in giro la madre e la sorella e la figlia più piccola si stringe al fianco della madre e dice “dimmi quando posso guardare” e la madre dice “non lo so perché anch’io mi copro gli occhi” e ridono, ancora, tutte e tre, allora la donna capisce che può chiuderne solo uno di occhio, che deve guardare e dentro di sé ripete tanto è tutto finto è solo un film, il pescione è di gomma, ma è lei che deve dire adesso si, adesso no, è a lei che tocca essere forte, su quel divano. Poi l’imprevisto, lo squalo che emerge con la bocca mostruosamente spalancata e nessuna delle tre se l’aspettava, che la figlia grande aveva chiesto una fetta di torta, allora un pezzetto anche la figlia piccola e allora si, la donna le ha tagliate e appoggiate su due piattini da frutta e ha staccato un pezzo di scottex ciascuna dal rotolo sulla penisola in cucina ed è tornata a sedersi, lì in mezzo a loro, e le ragazze hanno detto che era venuta davvero buona e le hanno detto “brava, mamma, sei stata brava” e il cagnolino le era saltato in braccio un po’ per amore e un po’ perché c’era cibo sul divano ed era stato allora che era comparso anche lo squalo, quando mangiavano la torta sul divano con il cane e non si erano coperte gli occhi e non avevano prestato attenzione alla musichetta e allora avevano urlato tutte e tre insieme e il cane non capiva e si era prodigato in leccate consolatorie sulla faccia di una, dell’altra, della terza e poi ancora dall’inizio e quelle urlavano e ridevano contemporaneamente e viste da fuori sembravano sceme ma non c’era nessuno a vederle da fuori. E comunque la corrispondenza era perfetta.

 

 

È autunno, forse inverno, si portano cappotti, si va all’asilo e si resta in classe, non si va fuori a giocare. La bambina deve andare dal dottore, di nuovo. Lei va spesso dal dottore, sempre diverso. Tutti dottori gentili, con il camice bianco, parlano con i suoi genitori e poi la fanno, sempre, sedere su uno sgabello che gira e gira e gira e gira e gira e gira finché non è dell’altezza giusta. L’altezza giusta è quella che le consente di poggiare il mento e la fronte contro un macchinario freddo. Dall’altra parte il dottore le dice di guardare e dire “dov’è il cane? Dentro la casa o fuori dalla casa? Di che colore è il tetto della casa? Il cane è uno o sono due? “Quel giorno però è diverso. Si siede su una sedia grande come una poltrona, il dottore spegne la luce e in fondo alla stanza si illumina la parete e compaiono le lettere. La bambina va all’asilo, si, ma sa riconoscere le lettere. E le sa mettere insieme una dopo l’altra: t e l e f o n o, f r a t e l l i n o, c a m e r e t t a. In questo modo non balbetta, una lettera dopo l’altra con calma. Con i numeri no, non è capace, non le interessano i numeri, non c’è niente che possa dire con i numeri. Le indica una lettera difficile, ha l’occhio sinistro tappato, è la c dura. La K. Il dottore ride, non ha mai visto niente del genere, una bambina così. La c dura, la c dura fa ridere. La bambina non ride. La bambina non parla se non le rivolgono domande. La bambina non pensa che la c dura faccia ridere. Le tappano l’altro occhio. La bambina non vede più. Il dottore la fa scendere dalla poltrona e le dice parole che lei non capisce tutte insieme sa solo che lui in mano ha un cerotto marrone enorme, quadrato-di che colore è il cerotto che ha in mano il dottore? Di che forma è il cerotto? Lei piange. Non vuole piangere davanti agli estranei e il dottore è un estraneo ma dietro di lui ci sono mamma e papà e allora lei piange perché siano loro a vederla ma loro non possono farci nulla e allora il dottore fa quello che deve e le incolla il cerotto quadrato e marrone sull’occhio destro. Il solo dal quale vedeva, adesso non c’è più distinzione tra colori, tra lettere, forme, adesso che la portano in quel negozio bellissimo e le fanno scegliere quello che vuole che mai, mai una cosa così, mai era successo di poter scegliere e la barbie che ha tra le mani è seduta su una poltrona viola, come la poltrona su cui era seduta lei prima e la bambina la sceglie e sbaglia a dire il colore del vestito, no, non sbaglia, non lo vede e la commessa non capisce e la madre si commuove e poi vanno a prendere il fratellino, se non si è schiantato contro qualche finestra, a casa dei nonni e lì c’è anche suo cugino grande che non c’è quasi mai perché vive lontano e viene solo quando i suoi genitori stanno per lasciarsi finché non si lasciano davvero e allora lui non viene più, resta con il padre e c’è anche lo zio, un ragazzino con pochi anni in più della bambina, nemmeno dieci, nove mal contati, e la nonna apre la porta e vede la bambina con il cerotto marrone e la butta sul ridere e il fratellino no, non si è schiantato e lo zio e il cugino quando la vedono iniziano a ridere e le dicono di nascosto che ha il cerotto sull’occhio sbagliato perché le hanno lasciato scoperto quello storto e lei vorrebbe piangere e sente le lacrime e la pelle che tira intorno all’occhio per colpa della colla bagnata e vorrebbe che sua madre gli mollasse un ceffone a quei due, che sua nonna gli dicesse di levarsi di torno ma non lo fanno e allora lei non piange, perché no, perché non piange davanti agli estranei. Così ha deciso, ora che non può più distinguere le persone. Sono tutti estranei.

 

 

 

Suo marito le aveva telefonato che era una mattina normale. Alla fine della telefonata niente era stato come prima. Faceva caldo, era maggio. La donna aveva risposto distrattamente, sapeva che era lui, non aveva tolto lo sguardo dal computer, pensava le chiedesse qualcosa di lavoro invece aveva accavallato frasi sconnesse, qualcuno non veniva alla festa della figlia maggiore, chi non si capiva, il perché non si capiva.
“Calma.
Racconta con calma.” Aveva detto lei.
Ma lui non era agitato, lei lo sapeva, lei lo conosceva. Era incredulo e a lui non piaceva essere incredulo perché non vedeva i contorni della sua stessa incredulità e a lui non piaceva non vedere i contorni a meno che non fosse lui a disegnare senza contorni, come i Macchiaioli, a meno che non fosse lui a decidere che la linea che delimita il tutto è l’orizzonte, in barca, al sorgere del sole, quando si leva l’ancora e si va via di bolina.
Aveva raccontato quel che era accaduto.
Lei si era tolta gli occhiali e fatto quel gesto con l’indice e il pollice della mano destra di massaggiarsi il naso, tra gli occhi, dove ha i solchi lasciati dalla montatura, nonostante le compri sempre più leggere porta gli occhiali da troppi anni per non aver segni.
“Va bene-aveva detto lei- Tizio e il suo clan non verrà alla festa, meglio stiamo più larghi. Sento il ristorante e rimoduliamo i tavoli, poi spiegheremo alla bambina il perché. C’è un perchè? “Aveva chiesto lei, ancora.
Tizio aveva detto “niente di personale”.
Lei aveva riso. Niente di personale è già qualcosa di personale. Tizio aveva blaterato cose che riguardavano lei, Tizio si era fatto un’idea, ecco, aveva detto proprio così, che si era fatto un’idea, aveva poi fatto riferimento al fatto che lei non avesse ambizioni lavorative, che sua moglie lei invece guadagnava molto e che comunque non era niente di personale, le aveva riferito suo marito. La donna se lo immaginava Tizio che diceva “niente”con quella dizione stentata che sembrava dicesse gnente e gli si accumulava la bava agli angoli della bocca cadente. Non mi hai fatto gnente faccia di serpente, non mi hai fatto male faccia di maiale. Si ,Tizio da bambino doveva essere stato uno sputazzone del genere.
“Scusa, se si preoccupa di quanto guadagno io la cosa diventa personale, direi. Ad ogni modo, mi stanno facendo un favore grande come una casa. Se tu non la vedi così mi dispiace molto per te, ma io sono felice, si sono autoeliminati e mi hanno tolto una serie lunghissima di rotture di coglioni sotto forma di inviti e controinviti per il futuro.”
Questo era stato in sintesi il discorso di lei.
Lui aveva riattaccato.
Lei aveva scritto una mail. Una soltanto. Alla quale non si aspettava risposta, altrimenti avrebbe telefonato. Ma no, non voleva sentire risposte. Voleva dire esattamente quello che pensava, senza nemmeno omettere la parte del favore, travestendola solo un po’. Aveva cliccato invio senza la minima esitazione come si preme un grilletto quando sai che si tratta di legittima difesa. Non per lei, il pericolo non era per lei. Per sua figlia. Per sua figlia avrebbe preso a ceffoni anche il padreterno ammesso che esistesse e che si azzardasse a tirare in ballo sua figlia, figuriamoci Tizio o chi per lui, perché il punto era- è- solo uno per quella donna: i bambini non si toccano. Sua figlia non la sfiori nemmeno per sbaglio. Mai. Perché non c’è niente di più personale.

 

 
La bambina teneva la scala ferma, arrampicata in cima sua madre smontava le tende dai ganci per lavarle. Ogni gancio una parolaccia.
“Mamma non si dice.”
“Si che si dice. Quando ci vuole ci vuole.”
“E quando ci vuole?”
“Ci vuole quando ci vuole.”
Sua madre era campionessa di tautologia.
Perché si, perché no, perché lo dico io, perché due non fa tre, perché è così, perché perché perché.
La bambina guardava le caviglie di sua madre, erano magre, ossute. I piedi con le vene blu in rilievo infilati nelle ciabatte appoggiate, instabili, sui gradini uno dopo l’altro, lei con le gambe divaricate e le braccia, magre ma non ossute, a tenere ferma la scala.
“Se cadi?”
“È un casino, se cado. Ma non cado.”
La bambina pensava che sua madre potesse cadere. Suo padre no, non sarebbe mai caduto. Suo padre aveva la pancia. Le caviglie spesse. Le braccia grosse, tirava giù i materassi e li metteva in corridoio per insegnarle a fare le capriole anche se lei era imbranata fisicamente. Così dicevano. Non era coordinata. Era pigra. Anche la maestra diceva no, no, a lei datele solo che da scrivere. Lei sperava che non la facesse leggere a voce alta, in classe. Oh, la bambina leggeva meglio di chiunque altro e più di chiunque altro. Ma nella mente. In silenzio.
Alla bambina non piaceva quello che sentiva dalle persone, quando dicevano che lei era imbranata. Lei aveva paura ma nessuno le aveva mai chiesto se era così. O perché? Lei non avrebbe mai risposto ho paura perché ho paura. Lei avrebbe spiegato.
Alla bambina non piaceva quello che sentiva delle persone, di alcuni. I suoi zii per esempio, non le piacevano. Facevano quella cosa di guardarli, di guardare suo padre, come se fosse povero.
Suo padre aveva sempre macchine che facevano ridere i suoi zii. Però in tutte le macchine, gli zii non lo sapevano, c’era un tasto che era il tasto del Turbo. A un certo punto mentre lui guidava chiedeva  alla bambina e al fratellino “metto il Turbo?” E loro urlavano di siiiiii e la madre diceva “dai per favore” e il padre metteva il Turbo. Davvero, andavano davvero più veloci quando schiacciava quel tasto e la bambina e il fratellino si schiacciavano tutti contro il sedile, la schiena appoggiata indietro che sembrava una scena di Supercar. E poi loro andavano sempre al mare. Non avevano mai saltato un’estate, mai. Il padre caricava tutti i bagagli nell’auto, la madre sbrinava il frigo e lo lasciava aperto, poi partivano, di notte così la bambina e il fratellino dormivano per lungo, i piedi di uno in faccia all’altra e la corrispondenza era perfetta. I poveri mica vanno al mare tutte le estati. E poi i poveri possono smettere di essere poveri se diventano ricchi, sapeva con certezza la bambina. Invece quelli che sono stupidi non possono smettere di essere stupidi, come il suo compagno Diego, che la maestra lo aveva messo accanto a lei sperando che per osmosi succedesse qualcosa, evidentemente sapeva la maestra che la stupidità non è contagiosa mentre sperava che l’intelligenza lo fosse ma purtroppo per Diego non accadeva niente. La bambina pensava che essere bocciati così tante volte come i suoi parenti e andare a scuola per fare due anni in uno e copiare agli esami e farsi scrivere i temi- come si fa a farsi scrivere un tema , come si fa a prendere le idee di un altro– non fosse una cosa di cui vantarsi. Eppure si vantavano o qualcosa di molto simile al vantarsi, a sembrare furbi mentre visti da fuori si è solo stupidi. Però succedeva sempre che sua madre bilanciasse. “Si è stato bocciato, ma l’anno dopo è andato bene.”
Certo, ha ripetuto. Il sei dell’anno dopo era dato dalla somma dei due anni.

“Non va bene a scuola perché la scuola non è fatta per persone come lui.
Non saprà fare l’analisi logica come la sai fare tu ma almeno non tiene sempre il muso come fai tu.”
E così via, la bambina sapeva che per gli altri esistevano sempre delle giustificazioni e aveva il sospetto che se avessero dimostrato che lei sbagliava, se anche lei era sbagliata, allora avrebbero sanato gli errori degli altri. Compresa sua madre.

 

 

 

 
La donna macina chilometri su chilometri, conosce quel tratto della tangenziale ad occhi chiusi. Le sue figlie sono agoniste. Lei si riempie la bocca con la parola. Non le frega un cazzo delle prestazioni in gara, le piace il suono della parola agonista, la sente bella larga in bocca, da una guancia all’altra, agonista, agonista.
Tanti anni fa si era accomodata su una poltroncina di velluto davanti a una dottoressa senza camice, magrissima, ossuta, con gli occhi azzurri e spalancati come una bambola seduta e le aveva detto tutto d’un fiato “sono qui perché mio padre ha paura che ammazzi le mie bambine”. Aveva scelto la parola ammazzare, non aveva detto uccidere, uccidere suona delicato, lento, accettabile. Ammazzare è duro, fa paura a chi lo ascolta, fa paura a chi lo dice, non a lei. La donna è abituata ai suoni duri, alle zeta, ne ha due nel cognome, una fatica da che ha memoria, quel cognome sempre sbagliato da tutti, la vergogna di sentirlo pronunciare a voce alta e di dover correggere, non osava, quante volte ha lasciato che lo sbagliassero come se fosse colpa sua.
La donna è una formatrice, va nelle aziende, raggruppa i lavoratori e fa formazione nelle materie in cui è specializzata. Parla davanti agli altri e le sembra, ogni volta, un miracolo, un suo piccolo e fottuitissimo miracolo e alla fine tira su il dito medio a se stessa, a una serie indistinta di soggetti che le hanno abitato la testa e dice “si, cazzo. È andata. Parlo e scelgo le parole e questi mi ascoltano e faccio l’appello e faccio attenzione ai cognomi”, soprattutto a quelli stranieri, a quelli dell’Est che sono difficili e che non pensino che fa lo stesso, che si possono sbagliare così i cognomi e quando li pronuncia cerca con lo sguardo la persona e dice “spero di averlo pronunciato correttamente”. E lo dice pensandolo. E riconosce lo sguardo di ringraziamento, per quella che è una cura, un’attenzione stupida che costa niente.
La donna dice un sacco di parolacce perché le pensa, non c’è verso, non riesce a pensare senza le parolacce. Le pensa, le dice. Le sceglie anche se poi usa sempre le stesse : sposta quella cazzo di sedia, prepariamo sta cazzo di cena, se non importa a te della gara sai a me che me ne fotte, fai come ti pare ma non mi parlare di quella merda, pensala come vuoi ma non mi sfrangare i coglioni.
Sembra pesante viverci insieme ma in realtà le dice in un modo che poi uno non se ne accorge più. Una volta la mamma di una ragazzina che si allena con la sua figlia maggiore le ha detto “le dici con eleganza”.
La donna ci tiene che le figlie si allenino e abbiano passione. Non sono imbranate, sanno fare capovolte e stare in equilibrio dai tempi della scuola materna, frequentavano un corso extracurricolare di babygym, attività motoria in inglese. Così lei si sentiva una grande mamma, a loro diceva “jump like a monkey” la sola cosa che avesse capito durante la lezione aperta e quelle saltavano e si portavano le mani sotto le ascelle urlando.
La dottoressa senza camice aveva sbattuto le palpebre e senza alcuno stupore le aveva detto “no, lei non ammazzerà le sue bambine”. La donna aveva sentito un suono di metallo in fondo alla pancia, come un cucchiaino che cade su una piastrella.

 

 

 
La bambina aveva una memoria eccezionale, davvero. Fotografica, soprattutto. E poi coglieva tutti i dettagli, le scarpe, la borsa, il colore dell’auto. Ricordava tutto quello che le succedeva e anche quello che non le accadeva ma che la sfiorava. Iniziava a mettere da parte ricordi e insieme ai ricordi le emozioni collegate e più di altre il rancore. Oh, la bambina era una bambina rancorosa ma non lo poteva affermare con certezza. Non erano anni quelli in cui le emozioni andavano di moda tra i bambini. I bambini erano tutti felici, per definizione. Avevano l’acetone e le placche, facevano i capricci e bisognava ricordargli di non far fare brutte figure. Basta. La bambina no, non lo sapeva che quello era rancore. Lo sentiva, lo intuiva, lo ingoiava nonostante le placche e il dolore ma non lo poteva sapere. Pensava che ricordare fosse una qualità. Fosse utile. Se ti ricordi tutto allora puoi rispondere quando qualcuno non ricorda più. Invece, avevano iniziato a dirle che no, che era un difetto. Che non poteva rinfacciare. Ma non è rinfacciare, è ricordare, diceva lei. “No. Rinfacci. E vivi male, vedi, vivi male a ricordare anche le cose brutte. Lascia perdere, no? Vivi male.”
La bambina non era assolutamente d’accordo. Lei viveva bene ricordando. E poi mica puoi dire a qualcuno di dimenticare. Non è come buttare la carta del gelato nel bidone in fondo al marciapiede. No, la bambina sapeva che ricordare non poteva essere sbagliato. “Va bene, ricorda e vivi male. Ma non dirlo. Almeno non dirlo sempre tutto quello che ricordi, che vivi peggio. E la gente si offende.”
Ma se hanno detto o fatto una cosa che ora io ricordo come possono offendersi? Pensava la bambina che però era solo una bambina e con i bambini ci vuole pazienza. Che è come aspettare.

 

 

 

 

La donna aveva il terrore di perdere la memoria. Come sua nonna che se l’era divorata quella bestia di malattia di merda, sua nonna che non riconosceva più suo nonno, impossibile anche solo da pensare perché quei due a vederli da fuori chiunque pensava Dio, Dio, la corrispondenza è perfetta e invece lei un giorno lo aveva visto sulla porta della cucina e gli aveva detto che doveva andarsene, perché sarebbe rientrato suo marito che era geloso. La fine. Erano finiti i giorni buoni per sempre. La scorta del tempo a disposizione si era esaurita. La donna se li teneva stretti nel cuore quei due vecchi, più belli di come non fossero, impossibile, erano bellissimi, lei con gli occhi neri e lui con gli occhi verdi, lei con la pelle olivastra e lui bianco come il latte, lei sbadata, lui meticoloso, lei riccia, lui il suo capriccio. La donna aveva una paura fottuta di dimenticare ogni cosa allora ricordava tutto. Ripassava il tema dell’aoristo, i paradigmi dei verbi latini più difficili, gli anni in cui erano state scattate le fotografie senza girarle per spiare e controllava solo alla fine e poi faceva il dito medio così, per aria, a nessuno, a se stessa, a quella bastarda malattia-fottiti– e scriveva come in preda al delirio, come se fosse l’ultima cosa da fare prima di andare. E c’erano gli altri, comunque. Sempre gli altri, i Tizio, gli stupidi, le mamme delle amiche delle figlie, era impossibile scrivere senza scrivere di qualcosa e di qualcuno e misurando sempre le parole e questo si e questo no e allora dico solo di me così nessuno si offende, così non cerco di convincere nessuno-maledetta sucata che infili citazioni sucate– ma anche così non andava bene, c’erano ricordi che non poteva mettere in piazza però poteva trasformarli in storie e le storie quelle si sa, basta scrivere che i riferimenti sono puramente casuali. Ecco. Avrebbe fatto così, pensava la donna.
Incontrò un uomo un giorno, uno che scriveva davvero, per vivere, lei scriveva perché era viva ed era diverso eppure non tanto quanto sembra e parlando allora aveva detto, lei, che si, aveva capito, per scrivere non bisognava avere paura del giudizio degli altri, non si poteva scrivere se si aveva timore di cosa avrebbe pensato chiunque, Caio, la moglie di Tizio, lo zio scemo, il compagno di banco, la lattaia ubriaca, i veneti.
“Per vivere.” Aveva detto lui, l’uomo.
“Cosa?”, non aveva capito la donna, ancora nel pieno delle sue spiegazioni.
“Per vivere non si deve avere quel timore, non per scrivere.”
“Non vedo la differenza.”
Aveva concluso la donna, unendo le mani, sotto il mento, con una corrispondenza perfetta.

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Cose che volevo dire da un po’

 

Sono tra due specchi a figura intera, quello dietro di me lo tengo a una certa distanza, volutamente, come il parrucchiere quando deve mostrarti il taglio scalato, per dare più volume. I difetti, da dietro, sono i peggiori e i pregi, da dietro, sono i migliori. È difficile intervenire, dietro. Anche un semplice prurito alla schiena non è che da solo lo risolvi facilmente, anche riconoscersi da dietro non è semplice. Ho un neo rotondo sulla spalla sinistra e una macchia di caffè sul braccio destro, due fossette al termine della schiena che se camminassi a testa in giù, poggiandomi sulle mani anziché sui piedi sarebbero precise e perfette le fossette per la mia faccia da culo. Altri elementi per riconoscermi, da dietro, non li ho. Si, c’è il taglio. Scalato, per dare più volume. Nello specchio davanti ci sono riflessa io girata di spalle rispetto allo specchio posteriore. Mi guardo guardarmi, a distanza. Volutamente.

Sono stata l’altra, l’amante, per tre anni. Non ne vado fiera, ovviamente. Non è quel tipo di situazione nella quale vorrei si trovassero le mie figlie però è una cosa della vita e le cose della vita ci riguardano tutti, se siamo vivi e viviamo. Ero molto giovane o comunque abbastanza giovane da potermelo permettere come investimento di tempo, non nutrivo alcuna speranza, lui non me ne aveva date perché era onesto. A questo punto, in genere, scoppia la risata oppure arriva lo sguardo incredulo: onesto uno così? Uno come lui? No, non uno come lui. Lui. Con me, onesto con me. Con lei mica erano affari miei.

Io di lei non sapevo niente e ho pensato di tutto. Inizialmente che fosse una donna molto impegnata e sicura di sé, poi che fosse scema, tanto. Perché io sarei venuta a cercarmi e a prendermi a calci nel culo, invece niente. Poi ho pensato che fosse disabile, per quello non veniva a cercarmi. Con la mia migliore amica facevamo ipotesi, io dicevo che era in sedia a rotelle, che non aveva le mani, le dita, i piedi, lei annuiva e diceva “no, Soniè, non penso. Semplicemente lui è un paraculo e lei non ha voglia di dover mandare per aria tutto. Se ti cerca e ti trova poi cosa fa? E non vuole. Soniè, non ha voglia di vedere.”

La mia migliore amica è sempre stata fighissima per quella cosa che fa di annuire e dirmi no contemporaneamente che solo per questo quanto bene le voglio.

Questa cosa delle mani e delle dita, degli arti assenti insomma, a me agita moltissimo. Quando ero incinta volevo, ad ogni visita, che il ginecologo contasse dieci sopra e dieci sotto, due mani e due piedi, lui mi parlava di vescica, reni, milza, tutto in sede io pensavo bla bla bla  e dicevo “si molto bene dottore ma lei mi conti le dita”- “ma non è un indice diagnostico” rispondeva lui- “senta, mi diagnostichi l’indice, il medio, il pollice e tutto il resto che lo so io”.

Ero molto giovane o comunque abbastanza giovane ma ero una ragazza che viveva da adulta. Lavoravo e studiavo, il mattino portavo mia sorella a scuola, andavo a riprenderla alle 13.30 per il pranzo e poi due volte a settimana aveva il rientro pomeridiano. Ritiravo la pagella del primo quadrimestre, la portavo a catechismo. Alle feste di compleanno, cercavo le vie, il civico, le davo il regalo impacchettato. A judo, poco, è durata poco. A danza, è durata poco anche quella ma un po’ di più. L’avevo portata io a fare il richiamo di non so quel vaccino e i miei genitori non mi avevano firmato alcuna delega, mi sono beccata il cazziatone dell’infermiera, non potevo anche se ero maggiorenne, ma insomma, ma in che mondo viviamo se un genitore nemmeno si presenta a far fare i vaccini ai propri figli? Senza delega firmata niente vaccino. Le avevo strappato quel cazzo di foglio dalla mano e con l’altra avevo preso la bambina, percorso il corridoio, spalancato il portone ed ero arrivata al parcheggio.

“Sai che facciamo? Facciamo così, che adesso io compilo questo modulo, lo firmo e torniamo su, se quella stronza ti chiede qualcosa tu rispondi che si, siamo tornate a casa e abbiamo fatto firmare a mamma il foglio, eh? Che dici? Facciamo proprio così, ecco, adesso io scrivo qui il nome di mamma, il mio nome e facciamo che mamma ha firmato“. Ero abituata a puntare dritta al risultato.

L’altra, cioè la moglie, io ero l’altra, non era disabile comunque. Era una donna adulta che viveva da ragazza, da quel che ho capito, poco, ma va bene così. Non mi sentivo in colpa, non c’era quella cosa della solidarietà femminile o almeno io non ce l’avevo e non penso di avercela nemmeno ora. Non divido gli stronzi in maschi e femmine, non mi aspetto una condotta perché appartenenti allo stesso genere, ero e sono una sostenitrice della responsabilità personale e del fatto che esistono i nomi per dire le cose e soprattutto per pensarle le cose e che se non hai quelle parole allora non puoi pensare quelle cose e allora non puoi dirle e se non puoi dirle il tuo livello di responsabilità è diverso e se è diverso, dal mio, allora non abbiamo niente da spartire, mi dispiace. No, non è vero, non mi dispiace.

“Ma tu staresti con uno come me?”

Mi aveva chiesto così, era l’estate del 2003, fine giugno, era nato l’ultimo dei miei cugini quel giorno, mi toccava la visita in ospedale e non me ne fregava niente, di un cugino che anagraficamente avrei potuto partorire e dei suoi genitori, del cameriere che portava a me un macchiato e a lui un caffè normale  che non c’era niente di normale a stare seduti lì al tavolino di quel bar alle cinque del pomeriggio e poi vedere la sua faccia cambiare espressione perché aveva intravisto sua cugina passare, “perché non puoi prendere un caffè con una cliente?” e avevo pensato, perché abbiamo cugini, a cosa servono i cugini, quanti cazzo di cugini ci sono nel mondo e avevo canticchiato in testa la canzone quella di Claudio Bisio che fa quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia e questi pescatori greci…

“No, con uno come te mai. Ma con te si”.

Ci si confonde, a parlare intendo.  Si dice una cosa e si pensa che il significato sia chiaro invece no, bisogna intendersi sul significato. Faticoso. È per questo che sto smettendo di parlare sempre e con tutti o con molti o con abbastanza. Con tutti non ho mai parlato. Si dice zona di confort, resilienza e io me li vedo alcuni che sono andati un attimo prima su google a cercare e hanno letto ma non hanno capito. A me la resilienza fa schifo, chi dice resilienza mi annoia e chi vuole uscire dalla propria zona di confort ma poi non svuota il cestino della carta in ufficio o trema se gli chiedi un elenco dei clienti che segue per definire una strategia commerciale mi farebbe tenerezza se fossi incline alla tenerezza ma non lo sono. Quindi mi fa incazzare, perché sono incline alle incazzature.

Forte. Forte non è il contrario di sensibile. Non è che se mi dicono che io ero forte e l’altra, cioè la moglie, io ero l’altra, era sensibile funziona un qualche ragionamento perché manca proprio il ragionamento. Questa retorica della forza mi ha stufata. Tutta questa sensibilità che nell’allocazione delle risorse è stata destinata interamente a tutto il resto dell’umanità tranne che a me ha rotto le palle. Allora, io non sono forte. Non riesco ad aprire il barattolo nuovo della marmellata certe mattine, non sposto facilmente il divano per pulire. Io non mi lamento, è diverso. Io mi arrangio. Io resisto ma no, non sono forte. Io sono debole. Fragile. Insicura. Io detesto quelli che usano tre aggettivi di seguito perché mi sembrano “quelli del marketing” che non so, non so come facciano a rivendere le loro idee, comunque non sono debole, fragile e insicura. Sono debole. Fragile. Insicura. E la sensibilità altrui raccontata da narratori esterni mi fa alzare lo sguardo al cielo e cadere le braccia lungo i fianchi, proprio che le getto giù, quasi a terra e l’espressione sofferente del mio volto intende dire solo una cosa “eccccheeeeepalllleeeeeee”.  Più dei presunti sensibili odio i loro esegeti che pretendono da tutti la stessa cautela che adoperano nel parlarne, la stessa delicatezza. Perché i sensibili patiscono. Il tono di voce, sgarbato. Le parole, dure. Gli atteggiamenti, risoluti. Le richieste, pretese. Gli scherzi, di cattivo gusto. Le opinioni, giudicanti. L’ironia, fuori luogo. No, non sono sensibile, cioè se mi viene dato un pugno in faccia sento male, se muore qualcuno a cui voglio bene piango, da sola, in bagno o in auto o in ufficio o sotto la doccia che così si confonde, se sento un rumore improvviso mi spavento, se guardo un film violento chiudo gli occhi durante le scene maggiormente disturbanti. Ma questo mica fa di me una sensibile, una da raccontare come sensibile, dai.  Forte, forte suona meglio, suona antico, suona da sempre nella mia testa come un motivo maledetto, un jingle inventato da quelli del marketing non troppo bravi con le parole, forte suona e risuona bene ma senza dirlo troppo forte, che dà fastidio, poverini, ai sensibili.

Senza bile. Io sono senza bile. Non ho la colecisti, mi è rimasto il fegato a sputare fuori il liquido magico ma non posso abusarne perché manca il magazzino, non ho scorte, un po’ come quando compri sul venduto. Ho qui le cicatrici che me lo ricordano di fare attenzione, le vedo riflesse nello specchio, una in particolare, una x bianca appena sopra il fianco destro. Impercettibile, aveva detto il chirurgo. Che bella parola, gli avevo risposto. “Chi non lo sa nemmeno se ne accorgerà”. Vero. Ma chi non lo sa difficilmente mi vedrà l’addome nudo. Chi non lo sa non cercherà una cicatrice. Chi non lo sa non mi importa. Io la trovo subito, la vedo subito, come l’errore quando controllo un lavoro altrui, mi basta far cadere appena l’occhio ed eccolo lì. Pignola cagazzo, pensano. Lo so che lo pensano, lo penso anch’io quando controllo un mio lavoro e trovo l’errore subito. Come la parola che manca nel gioco delle parole intrecciate “ma come fai a vederla?”. La cerco. Si perde sensibilità sulle cicatrici, mi viene da sorridere. Sarà per quello. Però prudono, prudono come nessuna altra parte del corpo può prudere. Mi guardo, riflessa nello specchio anteriore e potrei disegnarmi ad occhi chiusi, lo scalino dei cesarei appena sopra il pube, le x bianche impercettibili sull’addome, l’ombelico triste che ha fatto il suo dovere e adesso nessuno se ne cura, le spalle larghe, tipiche delle donne forti, il seno di una vecchia adolescente, mai cresciuto per davvero. Le cosce allenate, faccio quella cosa di avvicinarle per vedere se c’è lo spazio, si, allora va bene, non sfregano. Mi guardo come davanti a una vetrina che non importa cosa è esposto ma come mi vedo. Il viso, le orecchie senza i nove orecchini collezionati da ragazzina e tenuti fino a pochi anni fa, fino al giorno in cui ne ho tolti sette, compreso il cerchiolino d’oro che mi faceva da piercing sulla cartilagine. Mia madre si innervosiva quando ero bambina e mi doveva legare i capelli, perché sono sottili e scappano dappertutto, mai una treccia ferma, mai una coda senza qualche crine sparato fuori, si arrabbiava proprio, perché non avevo preso i capelli da lei, ricci e voluminosi, no, io no, come mio padre, lisci, piatti, nemmeno i capelli da lei. Al culmine del nervoso mi dava delle sberle sulle orecchie, perché era impossibile. Ci rimediavo una coda di merda e le orecchie rosse per un po’, lì, sul padiglione dove anni dopo avrei messo il piercing. Non se n’è mai accorto nessuno di quell’orecchino fuori posto, non era esibito, chi non lo sapeva non lo cercava, non se lo aspettava nemmeno. Avevo rinunciato ai capelli lunghi e soprattutto alle code, prima un taglio fino alle spalle e poi via via sempre più corto. Spettinato. Scalato. Per dare volume. È venuto bene, alla fine, si vede, si vede bene. Nello specchio alle mie spalle.

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Lettera al mio psicanalista

 

Caro Dottor R.,

vorrei chiederle un modo non banale per iniziare una lettera. Che scema. Come se si potesse iniziare una lettera in modo non banale, come se avesse senso scrivere una lettera al proprio psicanalista dopo anni dalla fine della terapia.

Quanti?

Tanti, ma non li ho mai contati perché non mi sarebbe servito a sentirmi guarita. Non li ho mai contati perché, in realtà, non lo so. Non ricordo come fossi vestita il giorno del nostro ultimo incontro, se avevo il cappotto che appoggiavo sulla poltroncina prima di sdraiarmi sul lettino, allora era inverno. Forse non avevo le calze, allora era tra aprile e ottobre. So che eravamo commossi entrambi, lei aveva usato una mia frase per salutarmi, se la ricordava, mi aveva detto che ora toccava a lei guardarmi mentre staccavo le mani dal bordo e iniziavo a nuotare. Le avevo raccontato di Cri, quando aveva tre anni e in piscina l’avevano promossa dalla vaschetta alla prima corsia, il giovedì. Io restavo seduta in tribuna, restavo in maniche corte, mi sedevo centrale rispetto alla lunghezza della vasca e la guardavo fare lezione. C’è stato un giorno, è sempre un giorno che arriva così senza avvisare, che tutti dicono che le cose quando finiscono non avvisano che stanno finendo, io non lo so, a me tante volte avvisano. A me è quando arrivano le cose che mica mi avvisano e allora è facile che io sia impreparata, distratta magari. Quel giorno ero lì ed ero concentrata e lei ha staccato le mani dal bordo e via. Ha iniziato a nuotare. Dove non toccava. Da sola. O comunque senza di me che a tre anni significa da sola. Quando lei, Dottore, mi ha salutata così, dicendomi che adesso toccava a me staccare le mani dal bordo ho avuto paura. Una paura opposta a quella di quando abbiamo iniziato.

Il nostro primo incontro lo ricordo. Era in autunno. Per telefono mi aveva dato le indicazioni e aveva ripetuto due volte che se davanti alla sua porta c’era il segnale rosso non dovevo bussare ma attendere. Due volte. Mi ero irritata, profondamente. Non sono stupida, non c’era bisogno di ribadire, con me è buona la prima e per come sono io figuriamoci se busso con un segnale rosso. Io resterei ferma al rosso anche in mezzo al deserto. Ma lei non poteva saperlo. Avevo con me il foglietto della psichiatra con scritto cosa avevo, guai dirlo a voce alta, e che avevo rifiutato le pilloline perché allattavo- post partum lo si aggiunge per giustificare, quasi, per rendere più tollerabile la diagnosi. Era la mia lettera di presentazione insomma, quella che rigiravo tra le dita mentre salivo a piedi i due piani per arrivare al suo studio, in Asl, quella che ho infilato in borsa velocemente una volta arrivata davanti alla porta del reparto con il cartello “Centro di Salute Mentale”.

Sono salita ancora di un piano. Per la vergogna di oltrepassare quella scritta, non me lo aspettavo, non era meglio un Dottore con lo studio privato magari, con la segretaria e con le piante nella reception? Non potevo entrare e se qualcuno mi avesse vista- chi? – chiunque.  Ma l’incapacità di arrivare tardi ad un appuntamento è stata più forte della vergogna. Sono tornata al piano corretto, ho indossato gli occhiali da sole, ho aspettato che non passasse nessuno e comunque poteva sembrare che andassi via non che arrivassi e sono entrata.

Ho finto di essere lì per caso per molti mesi, come se quel posto non mi riguardasse e fossi lì per accompagnare qualcuno e in un certo senso è stato così. Venivo in metropolitana, troppo caotico il centro, la vicinanza con la stazione di Porta Nuova rendeva impossibile trovare parcheggio, camminavo pesante all’andata- se la prossima auto che passa ha una targa pari allora morirò– devastata al ritorno – io urlo, urlo forte ma urlo sott’acqua e mi bruciano i polmoni.  Non mi piaceva venire da lei, non c’è stato un solo venerdì nel quale io sia stata felice di entrare o sollevata uscendo. Anzi. Ogni volta pensavo che sarebbe stata l’ultima. Mentre passavo davanti alle vetrine chiuse per la pausa pranzo pensavo a come dirle basta, a come lasciarla che non  sembrasse che stavo rinunciando ma nemmeno che non mi trovassi bene con lei, insomma che non fosse colpa di nessuno dei due e non trovavo mai la formula giusta, la frase, il momento, poi arrivavo, salivo, entravo, semaforo rosso, sedie in corridoio, la coda dei matti fuori dalla stanza accanto alla sua, quelli che venivano a prendere le medicine, tutti in fila con i loro versi, con i loro pianti, con le risate inopportune, le frasi oscene, la bava schiumosa agli angoli della bocca, con gli elastici colorati e gli anelli di plastica, con lo smalto rosa  da bambina su unghie attaccate a mani di un corpo vecchio e flaccido, con i sacchetti del Pam e dentro le analisi, le ricette, le impegnative, le esenzioni dal ticket. I matti, Dottor R., i matti veri. Mica quelli come me, con la borsa elegante, con la taglia 38 dopo due gravidanze, con le unghie pulite e il mascara senza nichel. I matti, quelli veri. Quanto li ho invidiati in quel corridoio, i matti, che possono dire quello che vogliono, Dottore. Che possono piangere e chiederti “che cazzo hai da guardare” contemporaneamente, i matti che fanno paura anche se non li conosci, i matti. I matti la formula, la frase giusta la trovano sempre.

Questa cosa della paura opposta, poi, andrebbe capita meglio. Perché ho una paura e il suo opposto? Come in questo periodo, per esempio. Ho paura, come tanti, ho paura per il lavoro, che i clienti chiudano, non paghino e poi ho paura che ci dicano ok, da domani ricomincia tutto. Scuola, sport, impegni, agenda della settimana. E ho paura di dire che a me, in realtà, sta bene così, ancora un po’ se possibile. Che no, non c’è nessuno che mi importi vedere fuori di qui. Che no, non mi interessa andare in ufficio. A scuola dalle ragazze. Lo so, lo so che c’è chi non riesce a stare in casa, che c’è chi non ha entrate e non sa se ne avrà, che c’è chi sta lavorando su di sé e chi invece sta solo rompendo le palle a tutti gli altri. Non lo dico, Dottore, che ho paura che finisca questa quarantena, questo tempo in cantilena, i miei cani sdraiati ai miei piedi, le mie figlie in giardino, non lo dico perché mi sento in colpa a stare bene da sola, a non volere altro che non sia qui, a portata di mano, la mia mano con le unghie pulite.

Si ricorda come è nato il mio senso di colpa?

La leggenda narra che una volta dimessa dall’ospedale dove sono nata, all’età di cinque giorni mia nonna materna nel cambiarmi le fasce ciripà si accorse di un graffio che mi attraversava la nuca. Qualche buttana infermiera non si era tagliata le unghie, decretò.

Magari se l’è fatto da sola. I neonati hanno lamette al posto delle unghie. Quell’idea entrò dal graffio e venne trasportata fino al mio cervello, come una lettera di presentazione. Penso sia andata più o meno così. Magari è colpa mia. Tutto.

Nel mezzo di una pandemia io mi sento in colpa se sto bene, se vivo in campagna e le mie figlie hanno la possibilità di uscire senza uscire. Nella normalità se troviamo posto in un ristorante senza aver prenotato ed era l’ultimo tavolo e subito dopo si crea la coda -c’è da aspettare almeno mezz’ora- ed è ovvio che non devo essere io a lasciare il posto eppure mi sento così, che è colpa mia se qualcuno aspetta. Io mi sento in colpa se Pepe vuole fare la ricerca di informatica con suo padre che è un informatico e prende un voto del cazzo perché- dice lui- questa roba comunque non c’entra niente con l’informatica e le lezioni però sono online perché c’è la pandemia e cosa stai a spiegare al maestro e poi comunque no, non c’entra un cazzo con l’informatica ma pure tu però, lei ci teneva a farla con te, altrimenti avrei fatto io come tutto il resto, che tu cosa ne sai delle guerre puniche, di Cartagine, che ne sai dei verbi servili o della forma riflessiva.

Però, Dottore, non mi sento, più, in colpa per tutto.  Per tutti.

È successo a un certo punto, quasi tre anni fa ormai. Le mie figlie mi hanno soprannominata mamma orsa in quel periodo. Lei sa perché si dice mamma orsa e non papà orso? Se fossi sdraiata sul suo lettino, con la sua voce alle spalle- che espressioni assume, Dottore? Dalla voce si capiva ma non l’ho mai saputo davvero, l’ho annoiata Dottore? Si è distratto mentre parlavo? Ha guardato l’ora? – con il quadro astratto davanti- ce l’ha ancora Dottore? Erano linee rette e spezzate, curve e semicurve- lo sa che ieri ho studiato la differenza tra poliedri e solidi di rotazione? E ho detto a Pepe perché mai uno dovrebbe far ruotare un rettangolo o un triangolo? Adesso guardo un quadro dove ci sono io, Dottore, solo che nessuno lo sa che sono io, lo so solo io, come sempre, come per tutto, e in questo quadro io non so se vado o se vengo e mi piace per questo, posso decidere se andare o tornare, invece lui, lui che l’ha dipinto è il solo che lo sa se vado o torno ma non me lo dice- se fossi sdraiata sul suo lettino e non sul mio divano le chiederei se lei lo sa perché si dice di non toccare i cuccioli alla mamma e mai al papà.  O se ha mai pensato che i papà possono prendere le pilloline perché non allattano. Lei sa perché si dice mammiferi e non papiferi? Lei sa che un papà può indossare la stessa taglia senza che nessuno si stupisca? Poi le racconterei di quando tre anni fa un orrendo butterato e una culona senza qualità hanno strumentalizzato mia figlia servendosi di pietre aguzze come gli uomini primitivi prima della scoperta del fuoco. Ma non tanto l’episodio in sé che è una storia noiosa di gente stupida quanto quello che ne è derivato. L’intensità che ne è scaturita. Il numero di pixel con il quale sono arrivata a vedere la realtà. I pensieri nuovi che ho inaugurato.  Le parole, Dottore, le parole che ne sono arrivate– che cazzo avete da guardare?

 

Comunque, continuo ad accendere le luci del terrazzo. Ogni sera. In tutti questi anni, che non ho contato, penso di non averlo fatto meno di dieci volte, molte di queste durante il periodo di mamma orsa. Quando era meglio così, spegnere, trattenere, chiudere, contenere. Si ricorda, Dottore, quella cosa che mi ha spiegato che fanno le madri, contengono, ci abbracciano e ci fanno sentire fin dove arriviamo, ci fanno sentire chi siamo e arginano, limitano e sono le prime a spezzarsi, come le rette, Dottore, le madri. Se non ci abbracciano non sappiamo chi siamo, le madri.

Lui arriva la sera e trova le luci del terrazzo accese. Lei mi aveva detto che avrei messo in discussione tutto durante la terapia, intendendo tutto quando diceva tutto. Me stessa, troppo facile, mia madre soprattutto e per prima e fino all’ultimo, mio padre, la mia forma, la mia storia per come l’avevo sentita fino ad allora, per come la raccontavo. Gli uomini che avevo amato. Gli uomini che mi avevano amata. Quelli che solo un po’. Quelli che qualcosa di simile. Quelli che non è amore però mi piaci. Quelli che almeno toccami. Quelli che basta. Quelli che ti prego. Lui. Lui che avrebbe preferito sapere che avevo un tumore, in quel momento. La rimozione sarebbe stata chirurgica. In un certo senso è stato così. La cura sarebbe stata lunga e avrebbe prodotto segni visibili sul mio corpo. In un certo senso è stato così. La guarigione sarebbe stata dichiarata con la remissione, dopo il periodo di recidiva. Non può essere così.

Durante un litigio lui aveva detto che sapeva cosa aspettarsi la sera quando rientrava a seconda delle luci del terrazzo. Se le trovava accese allora io avevo avuto una buona giornata. Se erano spente allora tratteneva il respiro un attimo prima di scendere dall’auto ed entrare. Si ricorda Dottore? Glielo avevo raccontato. Piangevo senza singhiozzare, piangevo come si suda, senza volontà. Lui mi conosceva bene, profondamente. Mi aveva detto così, che lui mi osservava, lui stava attento a quello che facevo, lui guardava come mi comportavo. Lui era interessato a me. A quello che io sentivo.

Ogni sera accendo le luci del terrazzo e so perfettamente cosa sto facendo mentre schiaccio l’interruttore, so profondamente il senso di quello che faccio. Lo so davvero. Ci siamo sposati, lo so che dicevo di no, Dottore. Invece si. Un venerdì mattina, alle dieci. In municipio, non abbiamo neanche una foto decente perché avevamo dato la macchina fotografica a un idiota che le ha sbagliate tutte. Sappiamo di esserci sposati, avevo un abito color oro e un mazzo di tulipani, li ha scelti Cri, sappiamo di esserci sposati, Dottore ma non abbiamo nulla che lo ricordi. La data l’abbiamo scelta chiedendo a un nostro amico numerologo, ci ha detto quali numeri assolutamente no e quali si, abbiamo trovato quelli si e prenotato la sala del Comune.

Lei lo sa perché si dice scelte calcolate, Dottore?

Dopo la fine della terapia ho provato a dare un esame, una roba importante, mesi di studio matto e disperato come piace a me. Mica per lavoro, figuriamoci. Non mi vestirei mai come quelli che esercitano quella professione e non farei il bagno in quel profumo nauseante, tutti uguali. No, Dottore, non parlo di prostitute. Però sembra, è vero. Ma per quello non c’è un esame di abilitazione o se c’è non ne ho informazione. L’ho fatto perché ne avevo paura. Era il mio bungee jumping, volevo la maglietta con la scritta i did it. L’ho fatto perché mi hanno operata d’urgenza e ho pensato che potevo morire e non volevo morire senza averci provato. L’ho fatto perché non studiavo più da un pezzo, perché ho bisogno di sentire il cervello che lavora, che fatica, perché era un tassello da infilare, una figurina che mancava per finire l’album e conservarlo per poi buttarlo al primo trasloco. L’ho fatto perché non pensavo di passare gli scritti e quando me l’hanno detto ho pensato cazzo cazzo cazzo cazzo e l’ho detto a mio nonno, l’ho chiamato che era in azienda per dirglielo e alla sua segretaria ho detto passamelo, passamelo per favore e dopo quindici giorni gliel’ho ripetuto, sussurrandolo appena, nella terapia intensiva dove stava morendo e non so se mi ha riconosciuta tutta bardata come questi che si vedono in televisione adesso, Dottore. Che strazio il rumore di quel reparto, Dottore. Lo penso ogni sera, tolgo l’audio al telegiornale e guardo le immagini e poi guardo il quadro e non so se vado o se torno. Ma forse torno.

Perché si dice di uno che muore che è mancato?

Io non lo trovo giusto, Dottore. Uso il verbo morire quando uno muore e anche quando spoilero a qualche deficiente quel che sarà. Se dico muori non sto augurando mica la morte, sto rivelando una cosa che accadrà. Nonostante questa considerazione, Dottore, pare che non stia bene dire “muori”. Eppure, la gente muore. La luce manca. Il respiro manca. Il sale manca. La gente prima muore, solo dopo, forse, solo alcuni mancano. Nel dopo. Bisognerebbe dire “è morto Tizio mancherà all’affetto dei suoi cari ogni volta che…”.  Lei cosa ne pensa? Non me lo direbbe, comunque. Lo so. Però ci pensi, adesso che gliel’ho detto. O lo chieda a qualcuno che sa se è giusto oppure no. Ai matti, Dottore, lo chieda ai matti.

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Di rumori, quarantene e pensieri (quarantennali)

 

Dormo di più ma non di notte, di notte mi sveglio sempre verso le tre o le quattro. Dormo di più dopo, alle sei, adesso che non suona la sveglia proprio a quell’ora e il mio cervello lo sa e allora si dà pace e mi concede di riaddormentarmi dopo aver passato in rassegna decine di pensieri, cento attacchi per uno scritto, il solo discorso da fare ma che sia una volta per tutte e amen se non verrà capito, le presentazioni bancarie di fine mese, il recupero crediti-pagheranno ancora? Saranno sempre gli stessi a non pagare, con o senza virus- stocazzo di disegno tecnico, un pentagono, da allegare, la prova invalsi di inglese, chissà la mia amica Simo del mare come sta, la verifica di scienze sull’udito e l’olfatto.
Non guardo l’ora, di notte, quando mi sveglio. Se non è ancora partito il riscaldamento allora è prima delle cinque. Dalla mia camera da letto sento l’impianto che si mette in moto. Quanto prima delle cinque non lo so con certezza, dipende, mi regolo. Dal numero di giri che faccio da un fianco all’altro. Allungo la mano, sfioro la sua, a volte me la stringe a volte no, non è detto che sia sveglio, a volte la stringe come un istinto, come un arco riflesso, come un neonato. Altre volte invece sento che tasta il lenzuolo fino a me, fino alla mia mano, piccoli passi con le dita che si allungano oltrepassando il confine tra i materassi, fino alle mie e allora stringo io, come un istinto, come un arco riflesso, come una neonata. E così mi riaddormento.

La casa ha una vita che ignoro nella quotidianità, l’altra, quella di prima del virus. Noi non diciamo corona virus o covid 19, diciamo solo virus. Ci basta. A volte diciamo vairus ma per imitare Marty Feldman quando interpretava Igor, lo diciamo anche con quella cadenza lì.
La lavastoviglie suona quando finisce il ciclo di lavaggio, lancia tre suoni come la sirena del traghetto quando entra in porto a Genova, che ritorni dalle vacanze, non stai partendo. È tempo di scaricarla e mettere tutto in ordine. La lavatrice fa una musichetta come la suoneria di un cellulare una di quelle che scarti quando prendi il telefono nuovo e scegli la suoneria come prima cosa, come se fosse la base per poi impostare tutto il resto, lampeggia e il display diventa nero. Tac. È lo sblocco dell’oblò, si può aprire.
Prima tutto questo avveniva mentre io ero in ufficio. O in auto. O a pranzo al giapponese, il giovedì, io e Cri da sole, lei parla parla parla io ascolto ascolto ascolto, prima di rientrare in ufficio, dove io lavoro ancora un po’, lei studia, poi andiamo a prendere Pepe che esce alle 16.15, dalla piscina della scuola perché ha nuoto all’ultima ora e dico sempre speriamo si sia asciugata bene i capelli.

Sono felice di non avere la sveglia, mi ha sempre rotto le palle. A me piace dormire, andare a letto presto e alzarmi tardi. Sapere che posso riaddormentarmi quando mi sveglio ed è troppo presto per tutto o troppo tardi, solo per quella cosa lì magari, ma tardi. E mi dispiace che le ragazze siano senza allenamenti, senza palestra, senza amici e gare e tornei e compagni e qualcosa da raccontare però mi piace non passare ore in tangenziale per accompagnarle e recuperarle e motivarle e sgridarle e nessuno ci crede che davvero lo faccio, mi piace cenare tutti insieme allo stesso orario e poi fare la doccia che in palestra non ci sono andata e non l’ho potuta fare e poi ricordarmi di disconnettermi dalla rete dell’ufficio o dire a lui di farlo, per favore scusa che già ieri mi sono dimenticata.

Il portone di ingresso viene sbattuto ogni volta che qualcuno entra o esce, roba da spaccare i vetri prima o poi. Bum. Bum. I miei genitori abitano al primo piano, noi al piano terra. Fine della casa, fine dei condomini. Ogni volta che mandano il cane in giardino il portone sbatte. Ogni volta che accompagnano mia nipote in giardino il portone sbatte. Non lo sanno accostare, lo lanciano. Fanno lo stesso con la porta blindata del loro appartamento, sopra il mio. Me li immagino che lo chiudono con un calcio all’indietro, con la gamba sollevata e un colpo di tallone, olè, e sbam, come se avessero sempre le mani occupate, come se non sentissero i rumori.

Quando Cri era appena nata mia sorella andava al liceo, usciva presto il mattino, alle 7.30. La camera di mia figlia era vicina al portone, ho provato a dire, spiegare, incazzarmi, motivare, chiedere, indicare, far presente, il problema. Ho suggerito che era sufficiente accostare la serratura e spingere appena. Che bastava fare attenzione. Metterci cura, interesse. Educazione. Poi è successo che lei ha smesso di andare al liceo, noi abbiamo iniziato ad uscire presto per andare all’asilo e il portone ha continuato ad essere percosso come se fosse colpevole e ci si aspettasse una confessione.

Anche tu, però, ti dà fastidio un cucchiaino che cade per terra.

Ho una tubotimpanite bilaterale cronica. Regalo di una bronchite mal curata sei anni fa, un inverno faticoso. Per la prima volta dopo decenni avevo la febbre e una tosse che mi apriva in due il petto, il medico mi aveva prescritto gli antibiotici e la cura l’ho fatta, tutta, per una settimana una compressa ogni dodici ore. Solo che l’ho fatta andando comunque in ufficio e a prendere la ragazze a scuola. Non posso più mettere la testa sott’acqua da allora e  ho un fastidio perenne in fondo alle orecchie, ogni raffreddore è una punizione. C’è di buono che non metto nemmeno più la testa sotto la sabbia e che si, adesso, ogni cosa che non voglio più sentire mi dà talmente fastidio che devo dirlo. O allontanarmi. Scusate, ho la tubotimpanite, i vostri discorsi mi arrivano come rebbi della forchetta che strisciano su un piatto. Scusate ho la tubotimpanite cronica, le vostre voci nei messaggi vocali di whatsapp sono fastidiose. Vi rendete conto, si, che sovrastimate il vostro timbro di voce? Il tono? E poi fate quel verso, quando parlate al microfono del telefono, appoggiate la lingua contro il palato un attimo prima di pronunciare la prima lettera della prima parola che è sempre “allora”:
Allora, la maestra dice che
Allora, ho pensato che possiamo fare così
Allora, vista la situazione
E questo schiocco di saliva iniziale. Che schifo.
Allora ditelo alla fine.
Si, mi dà fastidio anche un cucchiaio che cade per terra.
Scusate, ho la tubotimpanite cronica. Anche il fastidio.

Ho passato la vita da studentessa sperando che la scuola venisse chiusa. Per allagamento, per incendio, per una qualche calamità dalla quale tutti uscivano indenni ma la scuola veniva resa inagibile e come tale restava per un po’. Fino all’Università ogni domenica sera andavo a letto sperando in qualcosa del genere. Non è mai avvenuto.
Nel 1985, durante la grande nevicata, ero in prima elementare. Frequentavo la scuola del mio quartiere, come gli altri bambini del palazzo in cui abitavo, uscivo dal mio portone, che non sbattevo, civico 69 e andavo a piedi fino a scuola, civico 107, stessa via. Durante il tragitto sbucavano bambini dagli altri portoni, ciascuno con la propria cartella, si chiamava cartella, le mie figlie ridono, quando Cri è andata in prima non capiva, io dicevo cartella, lei diceva zaino.
Un nutrito gruppo di bambini sputati fuori dagli androni di marmo, con gli occhi cisposi, i più piccoli con la mano stretta a quella delle madre, i più grandi da soli ma bastava alzare lo sguardo ed erano affacciate, con la vestaglia, con il pigiama a controllare che non succedesse niente eppure impossibilitate a intervenire se qualcosa fosse successo. In classe noi eravamo 25, da lunedì al sabato, dalle 8.20 alle 12.30. I compagni erano quelli che ritrovavo ai giardini o a catechismo, nella parrocchia di zona, due vie dietro la scuola, dove Don Sebastiano chiedeva volontari per servire messa. Io non mi sono mai offerta. Avevo paura di stare da quel lato lì dell’altare, con tutta quella gente che guardava, se avessi sbagliato anche solo un passo se ne sarebbero accorti tutti.
Anche la maestra abitava nel nostro quartiere, veniva a scuola a piedi. Era severa e per niente materna. Sapeva che mia madre era una sua collega, anche se insegnava in un’altra scuola, in un altro quartiere. Mia madre insegnava al tempo pieno, matematica, aveva allievi che mangiavano solo a scuola, quel che preparavano a mensa. Aveva un’allieva con i pidocchi, me li ha attaccati dopo averli presi da lei, mi ha messo la testa in giù nella vasca e con il pettinino e l’aceto ha ridotto i miei sottilissimi e liscissimi capelli biondi in saggina per scope da cortile, imprecando come se l’avessi fatto di proposito. A prenderli. Ad avere i capelli così sottili che scappano via, mai una coda decente, mai una treccia che stesse ferma. Io a lei non li ho mai attaccati. La mia maestra mi diceva: se sbagli a mamma come lo diciamo?
Io non sbagliavo mai.

 
Quando le scuole sono state chiuse, per la nevicata di quell’inverno, l’avevamo incontrata per strada, nel quartiere, davanti a una cartoleria che vendeva anche giocattoli ma Natale era appena passato e il mio compleanno è in settembre e bisognava aspettare ancora un po’, lo sapevo, non chiedevo. Non l’avevo riconosciuta, ancora adesso ho difficoltà a riconoscere le persone fuori dall’ambiente nel quale le frequento di solito. Lei con il cappotto non l’avevo mai vista. O con i suoi figli. Senza la lavagna a farle da sfondo.
Guarda chi c’è. Si dice sempre così, guarda chi c’è. La mia maestra.
Sei contenta che non ci sia scuola?

Eh?sei contenta?

Sarai contenta no?
No.
Invece lo ero, ma pensavo fosse maleducato dirlo.
Quando siamo tornati in classe avevano tutti tante cose da dire, alzavano le mani agitandosi sulla sedia, sollevando la chiappe insieme alle mani insieme alle braccia. A me era venuta la febbre e quando avevo la febbre potevo magare il gelato anche se era inverno perché il mio pediatra diceva che era come una medicina.
In tutta la mia vita da studentessa io non ho mai alzato la mano.

 
Pepe gioca a tennis tutti i giorni. Si alza, inforca gli occhiali, si veste con la tuta del circolo, mi chiede di farle la coda. Ha i capelli lisci, ma spessi, più dei miei. Anche se scappano, meno dei miei, facciamo la coda alta, quattro giri di elastico, arancione. Scherziamo sempre sul fatto che con il giro finale restano incastrate anche due dita mie che poi spuntano sulla sommità della coda: cos’hai li? No niente, l’indice e il medio della mano destra di mia madre. Prende la racchetta ed esce dalla porta finestra del terrazzo.

I cani te li lascio dentro?
Se non ti danno fastidio portali fuori
no, non mi danno fastidio
ok
Io lavoro dal salotto, mi connetto alla rete dell’ufficio, basta una password ed è come se fossi seduta alla mia scrivania. Quasi.
Tum
Tum
Tum
Pepe palleggia contro il muro del salotto.
Tum
Tum
Tum
Palleggia da sola, ogni tanto prova a giocare con sua sorella ma lei non è capace, non c’è soddisfazione. Aspetta il sabato e la domenica per giocare con il padre, tirano una corda in giardino che fa da rete e si sfidano. In settimana invece palleggia contro il muro, dall’altro lato del mio computer.
Tum
Tum
Tum
Ho saputo di essere incinta di Pepe di martedì. Era il 9 dicembre del 2008, avevo 30 anni e una partita iva, una figlia di quindici mesi e un letto senza testiera. Quel giorno avevo un sopralluogo di mattina e un appuntamento anche di pomeriggio, insieme a Max, dovevamo andare in uno studio di commercialisti in via Susa. Tra il primo e il secondo appuntamento ho fatto la pipì sul test, mi sono lavata e mani e ho aspettato. Cri era con la tata, poi l’avrei portata dalla nonna, poi sarei tornata a riprenderla. Positivo.
A lui l’ho detto sulla porta del suo ufficio, quello stesso giorno.
Ho iniziato a stare male a Natale. Iperemesi gravidica. Pensavo fosse maschio, pensavo che il mio corpo rifiutasse di avere un figlio maschio, di diventare madre di un figlio maschio e allora mi costringesse a vomitare dieci volte in un pomeriggio come per liberarmi da un pericolo, da un veleno. Ho pensato che alla prima ecografia il dottore mi avrebbe detto che non c’era niente, solo un grumo di cellule senza battito, uno schermo nero come la lavatrice dopo la centrifuga e lo scarico, nero lo sfondo, nero il contenuto, niente. Ho pensato che me lo meritavo, nel caso.
La prima volta che ho visto Pepe era di mercoledì, era il 7 gennaio e c’era la neve, tanta da aver paura di scivolare e allora ho aspettato che lui parcheggiasse e mi sono fatta aiutare a scendere e appoggiandomi al suo braccio, come un instinto di sopravvivenza, sono entrata nello studio del mio ginecologo senza sbattere il portone. Lo schermo era nero, sembrava vuoto e invece era pieno.
Ecco il battito, direi che sta benone, congratulazioni.
Tum
Tum
Tum

Cri si chiude a chiave in bagno. Da poco ma ha iniziato e non la smetterà più. Mentre lavoro la sento alle mie spalle che entra e clack chiude. Lo fa velocemente, un giro secco di chiave. Altrettanto velocemente riapre e sguscia fuori verso la sua stanza.
Quando si cresce le ossa si allungano, i muscoli si adeguano a quello scheletro cambiato, i tendini, i legamenti, le spalle si curvano a volte e altre si aprono, è come per le risate e le lacrime, a volte le une a volte le altre, a volte insieme. Quando si cresce ci si allontana da tutti, come un arco riflesso, quando si cresce il corpo fa clack solo che nessuno lo sente, bisogna stare zitti per accorgersene, bisogna esserci passati e ricordarlo.
Va in camera sua. Avere quasi tredici anni e una camera solo per sé significa passare la quarantena in isolamento. La prendo in giro, sorride, a volte ride.
Sento le lezioni, le voci dei professori che si barcamenano con la didattica a distanza, lei che cerca di mettersi in una posizione per cui non si veda il disordine della stanza e nemmeno il colore della parete o i biglietti che ha attaccato con frasi ricopiate dai libri che legge o frasi sue, scritte con la grafia spigolosa, attaccati con lo scotch al muro.
Le lasci appendere foglietti così sul muro?
si
e sugli armadi?
si
E sulla porta?
si
Perchè?

Perché non trovo una motivazione valida a sostenere un no. Se dovessi dirle di no e se lei dovesse chiedermi perché io non saprei cosa rispondere e allora vuol dire che non so perché non dovrebbe farlo e allora che lo faccia. Perchè io non potevo.
Riemerge dalla sua stanza ogni tanto. In tuta, prende la corda per saltare, i pesi ed esce. Si allena in giardino, combatte contro un avversario immaginario ma che le somiglia, rientra. Senza il karatè si spegne, io non ce l’ho mai avuto un fuoco così da alimentare.
Ogni tanto si siede con noi, mentre seguo Pepe con i compiti, con le lezioni su YouTube, con le schede degli aggettivi dimostrativi in inglese, con la battaglia di Benevento e il sussidiario che non racconta come furono sconfitti gli elefanti, dice solo che a un certo punto i Romani ebbero la meglio su Pirro.

Io non sono stata in congedo per maternità. Allattavo, mi tiravo il latte con il tiralatte manuale appoggiato sul tavolo della cucina, ero sempre di corsa, su e giù per andare all’appuntamento fissato e tornare per la poppata, il loro passeggino rosso è stato dietro di me in ufficio, dondolato con il piede mentre le mani battevano sulla carta intestata preventivi che si concludevano con un extra sconto riservato.
Non era vero. Era un formula uguale per tutti, non ho mai riservato niente di speciale o di extra a nessuno. Scusate, non ho nemmeno preso il congedo per maternità. Scusate.
A volte arriva e mi si butta addosso, lunga lunghissima come suo padre, mi si sdraia addosso e resta ferma, le massaggio la testa, passo polpastrelli tra i capelli, lisci e sottili, castano chiaro come suo padre ma grassi come i miei, vanno lavati di continuo, dalla base della nuca fino alla fronte e poi all’incontrario. Chiude gli occhi, mugugna, se allontano la mano me la stringe, come un istinto, un arco riflesso, come un neonato.

 

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Personaggi in cerca d’autore

 

Accade, a me accade, di essere seduta su uno scoglio piatto e di lanciare pietre in mare. Sassolini, grigi, ovali, tondeggianti, striati di bianco, neri lucidi o opachi, mai più grossi del mio palmo. Io ho le mani piccole. Normali.
Lancio e guardo il sasso cadere, non cerco di farli rimbalzare, credo ci sia un nome, fisico, per il fenomeno dei cerchiolini, lo ignoro. Io lancio pietre per vederle andare giù.
Accade, a me accade, di lanciare pietre per fare buchi. Nell’acqua. Sulla pelle di chi fa il bagno proprio lì sotto. Io controllo, comunque, in genere. Io sto attenta ma accade, a me accade, che qualcuno spunti dall’acqua e mi dica che l’ho colpito. E rispondo che c’è tutto il mare a disposizione, perché venire proprio sotto la mia linea di tiro? Rispondo così, in genere.
Lancio pietre solo per farlo, mica per altro. Lancio pietre per pensare senza che sembri solo quello, proprio quello.
Accade, a me accade, di lanciare pietre senza essere seduta su uno scoglio piatto e senza avere il mare appena sotto i piedi. Eppure le lancio. Lo faccio quando sono sola ecco perché io ho bisogno della mia solitudine più di altri o in modo diverso da altri, no, più. Più di altri. Io non conosco un’altra persona che abbia il mio bisogno di solitudine, che abbia la mia voglia di solitudine, il mio amore per la solitudine. Non conosco un’altra persona a cui dia così fastidio quando arriva qualcuno a dire la sua, a parlare, a interrompere un pensiero, un lancio, un momento solitario.
In questo periodo non sono sola mai. Lavoro da casa, male, le ragazze sono sempre con me. Sono distratta, non organizzata, in balia delle cose più urgenti e tralascio tutto il resto. Non mi piace. Ho trovato almeno quattro errori nell’ultima settimana, miei, tutti miei. Niente di imputabile a un sistema che non ha funzionato, solo a me e alla mia mancanza di solitudine che mi fa sbagliare. Non conosco un’altra persona a cui dia così fastidio commettere errori. Però, non conosco un’altra persona così tranquilla, ormai, da dirlo. Sento molti, troppi, in questo giorni ripetere che andrà tutto bene e che quando tutto questo sarà finito faranno, diranno, andranno. Io non so come andrà.
Io andrò a sedermi sullo scoglio. E sarà come in un sogno, però, come quando racconti “ero a casa di mia nonna che non era proprio casa di mia nonna e c’erano i miei cani che non erano proprio i miei cani”, così. Il mio scoglio sarà in una stanza chiusa, con una finestra con il davanzale di marmo e gli infissi verdi un po’ scrostati. Senza termosifone sotto la finestra. Qualche spiffero, si, ma sarà primavera e non mi darà fastidio.
Starò seduta, comoda, su una poltrona rossa, con i braccioli larghi, avrò i piedi sotto il culo e le ginocchia messe di sbieco. Si, così per me è comodo.
Lancerò pietre.
Aspetterò.
Ho bisogno di stare seduta, così, ad aspettare che succeda qualcosa, ma non qualcosa così, una cosa purché sia, no. Non so cosa ma lo saprò quando succederà e per farlo succedere io devo aspettare. Che loro due entrino in scena, perché adesso, in questo periodo, negli ultimi giorni, sono lontani, ne ho quasi perso traccia, li cerco ogni tanto, mentre lavoro, male, e mi distraggo, magari arrivano e io non posso, gli dico che devono aspettare. Oppure la sera, in doccia, e mi sembra quello il momento in cui sono più vicini, a me e tra di loro.
Loro si chiamano Stefano e Nina e hanno una storia. Come ciascuno di noi, certo. Solo che la loro storia la sto scrivendo io, quando sono sola, quando lancio pietre in mare e qualcuno mi rompe le palle con cose che non c’entrano invece di allontanarsi per non farsi male.
Aspetterò che Stefano e Nina facciano qualcosa, ma non qualcosa così, devono fare quella cosa lì, solo quella, quella che devo riconoscere e fermare, intercettare, afferrare. Hanno un nome, altre storie che ho raccontato non lo prevedevano, me ne sono resa conto solo ora, invece loro hanno un nome.
Stefano.
Stefano è il nome del mio primo amore, anche se lo chiamavo Voga, lui si chiama Stefano. Si era fatto tatuare il nome, sulla caviglia, in giapponese. Diceva lui. Io gli avevo suggerito che potevano anche averlo preso per il culo, “magari ti ha scritto sono un pirla”. Si era offeso o qualcosa di simile, nessuno gli aveva ancora prospettato questa possibilità, chi lo farebbe? Io.
Parlando di me diceva “la Sonia”, da milanese dell’hinterland, quelli che son tutti di Milano e poi sono di Cinisello. E poi diceva “la una”, così, “è la una andiamo a pranzo?”, aveva la voce roca e pizzicava la erre. Una volta, una delle ultime in cui ci siamo visti mi ha detto che poteva arrivare da me solo alla una, ma era l’una di notte e io lo avevo aspettato e lui era venuto davvero.
Stefano è stato l’unità di misura dei miei innamoramenti successivi per molto tempo. Quanti Stefani? Qualcuno mezzo. Il massimo è stato due, ma era un calcolo falsato, come la temperatura misurata sotto l’ascella quando il termometro è guasto. Per capire la temperatura vera devi mettere il termometro nel sedere, dice il pediatra. Che è un po’ come dire che devi prenderla nel culo per sapere come stai. Finché il punto è stato di sapere, capire, misurare, quanto amavo, Stefano e quell’arrivare da me alla una di notte è stato l’unità di misura.
Poi il punto è stato come amavo. Non quanto.
Il primo nome a cui ho pensato è stato, comunque, ancora il suo. Il primo personaggio a cui dare un nome l’ho chiamato così o forse si è presentato così, lui. È arrivato e aveva quel nome, mica puoi cambiarglielo. Stefano non è milanese, non ha tatuaggi soprattutto non si tatuerebbe mai qualcosa in giapponese per il timore di essere preso in giro, a lui non piace non sapere quello che lo riguarda, indossa maglioncini con la camicia sotto, la camicia ha le iniziali ricamate. Nella sua vita le cose importanti, quelle importanti per ogni uomo insomma , che sono sempre le stesse, sono arrivate all’improvviso. Anche Nina. Soprattutto Nina. È stata la voce di Nina, è stato quella sensazione data dalla sua voce, una moneta incastrata nel doppio fondo della tasca del cappotto quando c’è un buco nella stoffa e lei scivola giù. Sai che c’è ma non puoi prenderla. La senti ma è irrecuperabile.
Nina è arrivata, sotto braccio a lui, con un incedere dal sapore un po’ antico, come una zuppiera di ceramica, superstite di un servizio regalo di nozze, sopravvissuta a traslochi e passaggi di mano in mano fino al suo posto su una credenza in legno, al centro, che si veda. È blu, il decoro della ceramica, almeno così dice Nina, ma non ricorda bene, perché questo è il punto. Questo è il problema. Nina si chiama così, due sillabe, un diminutivo di quale nome non si sa, quello di sua nonna, due sillabe e niente più, me lo ha detto lei. Niente più.

Nina sa tante cose, tante davvero non solo come chi ha studiato molto ma come chi ha osservato sempre e ha sempre cercato la verità delle cose senza mai opporre resistenza a quelle stesse cose. Nina ama, ha amato, Stefano come nessun altro al mondo e questo lui lo sa e lo sa dal primo momento, per quello stava scappando, all’inizio, perché come poteva reggere quel peso anche se non lo portava lui? Invece era rimasto. Sorride, lei, mentre lo racconta. Lei ha preso questa abitudine, adesso, da quando sa del problema che in fondo lei se lo aspettava da sempre, è una questione ereditaria, anche quel modo di amare e un problema ereditario, come certi nomi. Lei racconta e lascia detto e si perde nei particolari finché riesce a venirne fuori da sola, a volte non riesce più, di già, allora lui le suggerisce la parola, inizialmente hanno cambiato la grammatica per non ferirsi e poi hanno deciso che no, loro non sono così, non girano intorno alle parole scegliendo cosa non dire più. I ricordi si chiamano ricordi e se non c’è più quella parola a disposizione allora ci va qualcuno che li conservi. Lo farà lui.
Su questo sono entrambi d’accordo.
Invece è rimasto, si, ecco. Questo stava dicendo. È rimasto mettendoci un po’, comunque, come tutte le cose importanti nella vita, di Nina, importanti per lei e che sono importanti nella vita di ogni donna. O forse no.
Stefano è rimasto e questa è una storia lunga una vita intera eppure appena cominciata, una storia nella quale nessuno dei due alla fine avrà più a che fare con se stesso. Nessuno dei tre.
Io sono seduta, li osservo. Li ascolto. Aspetto che facciano quella cosa, solo quella. L’azione che manca. E poi saranno pronti, saremo pronti.
Aspetto la mia solitudine e che le parole cambino il senso che hanno sempre avuto, osservo Nina mentre le sente allontanarsi e soffre, senza che nessuno-lui-possa fare qualcosa davvero,  le vede che si staccano quelle parole così familiari, vanno via come la pelle dopo una scottatura, lui passa il palmo delicato sulle spalle bruciate di lei , gli restano pezzi di pelle, quella di lei, la sua, non le distingue più, questo succede adesso e non è mai solo pelle, sono i figli, i loro, sono le risate il mattino nel letto prima che la giornata inizi per tutti tranne che per loro, sono gli oggetti della loro casa che perdono di senso se spostati, le lacrime per quel litigio, quale, quello, ah si, il vapore sulle pareti della doccia, il punto interrogativo che lei tratteggiava prima di uscire e asciugarsi e che restava lì, dietro le sue spalle, come tutto ormai, la paura di restare senza l’altro, quel frugare in tasca per sentire la moneta, nel buco.
E trovarci un sasso. Accade.

 

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Resistiamo

 

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Una bimba che conosco da sempre mi ha chiesto di scrivere un testo per il suo matrimonio. Certo bimba dagli occhi cangianti- ho pensato- quando sarai grande, avrai imparato a dire per bene la erre e ti sposerai scriverò qualcosa per te.
“A settembre” mi ha detto. Non settemble. Settembre, con la erre giusta. Che ansia, ha aggiunto. Pare che sia già cresciuta, ha avuto un bambino e ha imparato a dire la erre, credo, almeno in quattro lingue diverse e a settembre si sposerà. Mi sto arrovellando cercando di scrivere qualcosa per lei, scarto parole come abiti per un appuntamento. Troppo corto, troppo colorato, troppo banale, troppo leggero, troppo lungo, troppo vecchio, troppo stretto, troppo largo, troppo scollato. Resto seduta con le ante spalancate, lo sguardo perso a chiedermi come sia possibile avere così tanta roba inutile a disposizione.
Non leggerò a voce alta, però. Troverà qualcuno che lo farà, non io. Un po’ mi fa sorridere, un po’ mi agita, un po’ mi gratifica e mi emoziona che me lo abbia chiesto. Un po’ che ansia, pure. Per fortuna c’è ancora tempo.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale cambia completamente la grammatica. Cambiano i soggetti, i modi dei verbi, ti ritrovi a usare condizionali dove vorresti tagliare corto con un imperativo, ti ritrovi a chiederti chi, che cosa e no, non è il complemento oggetto del verbo che analizzi ma cerchi chi, che cosa te lo ha fatto fare. C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale ti chiedi chi te l’ha fatto fare. Cosa? Tutto. Tagliare i capelli così. Comprare le scarpe basse. Alte. Parcheggiare distante. Non cambiare al cambiamonete per il carrello e prendere il cestello, sghembo, che a trascinarlo ti viene il gomito del tennista. Smettere di giocare a tennis. Cominciare a giocare a tennis. Chi te l’ha fatto fare? Dire si, non dire no, pensare che sarebbe stato diverso, perché? Perché avrebbe dovuto essere diverso? Per te? Chi sei tu, chi sei tu per cui doveva essere diverso? Chi te l’ha fatto fare?
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale l’analisi logica non segue la tua logica, va beatamente per i cazzi suoi. E scivoli sull’analisi del periodo, inciampi nella principale, non riconosci le subordinate. Resti atterrita da un’ipotetica del terzo tipo come se fosse un incontro ravvicinato. È che l’analisi del periodo è subdola. Sembra facile e invece è la più complessa. Dipende dal periodo, dicono. No.
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale speri sia solo un periodo. Lo analizzi ma non riesci, lo sai.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è stato un tempo, era un tempo presente, quando le mie figlie erano piccole, durante il quale non sopportavo. Chi, che cosa? Tutto. Tutti. Quel blaterare di sottofondo che fa l’eco a un neo genitore . In procinto di partire per il mare “non bruciatela”, prima di uscire dal portone “mettetele la giacca”, per una bava di vento “mettetele la cuffia” durante lo svezzamento “non fatela soffocare”. Io ho sbagliato, oggi lo so. Lo sapevo anche in quel tempo, lo sapevo, ma non potevo dire quello che avrei voluto che suonava più o meno così “ e io che speravo di averla messa al mondo per poterla bruciare, per lasciarla morire di freddo, per farla ammalare, per farla cadere possibilmente procurandole un trauma cranico, io che speravo di vederla soffocare da un cazzo di bolo dovuto alla pappa sminuzzata senza cura e invece devo ringraziare te e queste inutili stronzate che mi rivendi come raccomandazioni se desisto dal mio scellerato piano criminale”.
Troppo. Allora tacevo e sbagliavo, sapevo che stavo sbagliando ma tacevo e mi lamentavo con chi non capiva e mi aspettavo che capisse e che intervenisse e non capiva, non interveniva e allora niente, dicevo, è un periodo, passerà. No.
I periodi non passano. I periodi li facciamo passare, è diverso. È diverso il soggetto, anche se sottinteso. Avrei dovuto dirlo una volta, una volta sola. Mettere a tacere, offendere una volta per tutte da subito, mettere in chiaro chi era la principale e chi no, chi aveva il ruolo di subordinata e chi un ruolo proprio non lo aveva perché non lo avevo previsto.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Non è che tutto si possa prevedere, però. O sapere, conoscere, distinguere. La vita serve ben a questo, no? A imparare a dire la erre, a procedere per tentativi, a provare. Acquisita una consapevolezza si passa al livello successivo, dove in genere ti capita di capire che non avevi acquisto un beato niente e così via fino al livello successivo. Io volevo che le mie bambine fossero autonome nei limiti della loro età. Quindi cose come lavarsi o pettinarsi o vestirsi, volevo che lo facessero da sole. Mi è successo di essere ignorata e disattesa. Non dalle mie figlie ma da chi si offriva di darmi una mano e invece non era un aiuto ma un tentativo di fare al posto mio.
Penso che niente sia più offensivo nei confronti di una madre. Tacevo e sbagliavo. Ma ho imparato a resistere, sapendo che resistere è l’infinito del verbo amare. Chi, che cosa? Se stessi.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove amo sta per amore, un diminutivo in uso nel linguaggio dei ragazzi, la mia amica che fa la Prof (prof è uguale a se stesso in ogni tempo e luogo) mi ha detto che tra loro, i ragazzi, si chiamano Fra, io pensavo che Fra fosse il diminutivo di Francesco, abbiamo riso di questa mia ingenuità. No, sta per fratello. E i fidanzati si chiamano amo. Resisti, amo. Io chiamo amore solo le mie figlie, lui no. Non mi piace. O tesoro, caro, no, nemmeno così. Non lo chiamo amo. Non uso diminutivi in genere ma storpio i nomi o creo soprannomi, prendo una caratteristica e la trasformo nel nomignolo della persona alla quale mi riferisco. Per esempio:pelatino, truciolo, torvo, buttero, tachipirina.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove resisti non è un imperativo ma un’esortazione, un incoraggiamento. Resisti amore, resisti. È il tifo dagli spalti quando mancano pochi secondi alla fine e stai vincendo o perdendo o pareggiando, è uguale. Sono le mani sulle spalle curve sui libri quando chiedi se va tutto bene, se c’è bisogno di aiuto o di un bicchiere di succo, è il pugno stretto intorno a un indice con l’unghia sporca di terra mentre un chirurgo cuce un buco in testa che non basta la colla servono i punti, è sera tardi e hai la maglia sporca di sangue che non è tuo e vorresti che lo fosse. È una speranza, resisti, amo. Resisti. A chi, a che cosa? Alla corrente, al pensiero comune, a chi ti dice di mettere la cuffia per una ridicola bava di vento, al vento, a me, che come la corrente cerco di attraversarti. È un monito. Resisti, amo. Resisti e sarai libera, andranno via gli invasori, finirà la guerra, resterà una canzone che è anche una poesia.

Resistiamo: r-esistiamo.

C’è un verso a proposito del fatto che ci incontriamo per rinascere perché esistere, in fondo, non basta a nessuno. R-esistiamo, esistiamo insieme di nuovo. Di nuovo dopo cosa? Dopo la guerra, dopo le parole non dette che invece andavano pronunciate, dopo aver imparato a dire la erre correttamente, dopo aver analizzato i periodi anche quelli sbagliati e aver visto che non erano sbagliati. Era l’analisi che non veniva. R-esisitiamo. Dove? Ovunque, al mare senza bruciarci, davanti a un armadio scegliendo le parole per un evento importante lasciando stare l’ansia e senza pensare che sia troppo, non è mai troppo. Per fortuna c’è ancora tempo.

 

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