“La vuoi una matrioska?”
Me l’ha chiesto in mezzo a Corso Francia, che stavamo attraversando, nel pezzo verso il controviale e che a momenti scattava il rosso perché era già giallo e io mi ero fermata e invece lei andava avanti. Io sono una che si ferma al giallo. Sono una che il giallo è come il rosso. Lei è una che il giallo è un verde sbiadito. Lei è una che con il giallo va.
Tornavamo alle nostre auto, dopo la pizzeria. Noi andiamo sempre nella stessa pizzeria perché siamo sicure di digerire. Alla nostra età è una certezza irrinunciabile. Ci andavamo anche nelle altre età che abbiamo attraversato insieme ma perché era comoda, quell’età in cui è tutto davvero così scomodo, con i bambini piccoli e il lavoro autonomo e gli incastri improbabile di tempo e spazio che sono due dimensioni che come le incastri eppure devi farlo come i giochi dei bambini, quelli delle forme e dei colori, che cerchi di infilare il triangolo rosso nello spazio del quadrato blu e per forza non ti riesce e tu insisti. Io e lei siamo state insistenti, va detto. Poi passa quell’età, quella in cui sei scomodo in tutto e cerchi di incastrare tutto.
Ha tirato fuori questa piccola matrioska dalla tasca del piumino, ne aveva due o tre e ne ho scelta una.” Grazie”, le ho sorriso.
Un suo cliente gliele regala, lei non dice di no ecco perché si ritrova manciate di matrioske. A me sono sempre piaciute. Quando ero bambina se ne vedevano tante, io non ce l’avevo. L’avevo chiesta. Mi era stato chiesto cosa me sarei fatta.
Che rottura di coglioni quando a una domanda rispondono con una domanda.
Comunque, niente. Che te ne fai di una matrioska? Cioè, non è qualcosa di cui fare qualcosa. L’avrei guardata. L’avrei avuta. L’avrei accarezzata con il polpastrello dell’indice. Non me l’avevano regalata perché, in effetti, non mi serviva.
In pizzeria siamo andate la sera dopo il suo compleanno, che è a marzo. Lei è di marzo, io di settembre. L’anno è lo stesso. Lei è dei Pesci e io della Vergine che, lo sanno tutti, sono gli opposti dello zodiaco, quelli più opposti proprio. Ma non ci importa perché siamo diventate amiche da adulte e piacersi da adulti è raro. Certo, se fosse stata della Bilancia o dei Gemelli col cazzo diventavo sua amica. E poi io ho un qualcosa in pesci, non ricordo quale pianeta ma quello per cui mi interesso di spiritualità anche se tutto il resto del mio piano natale direbbe che io e la spiritualità siamo due rette parallele. Quel pianeta che governa la spiritualità, la ricerca introspettiva e tutto quanto è celato, quello io ce l’ho nei pesci. E lei ha sposato uno della Vergine, quindi.
Non abbiamo parlato di mariti e dei loro pruriginosi ascendenti o collaterali, quella sera. Di figli sì. Alla nostra età è un argomento che affronti con le persone più fidate perché stai parlando di semiadulti che tu hai messo nel mondo. Tu con i tuoi metodi e con i tuoi traumi. Alla nostra età parlare di figli non lo fai facilmente. Parlavamo di figli anche nelle altre età che abbiamo attraversato, quel età in cui ne parli con chiunque e dovunque perché stai parlando di semidei che tu hai messo nel mondo. Tu con il tuo corpo che ancora ne porta i segni e con i tuoi sogni.
Poi passa quell’età. Quella in cui i tuoi figli sono solo il bambino che hai fatto.
Lei aveva parcheggiato come parcheggia lei, che insomma. Io avevo parcheggiato bene, che tutti potevano passare, uscire ed entrare. Ci siamo fermate ancora un attimo a dire le ultime cose. La patente dei più grandi, che quasi ci siamo, magari la prossima pizza la facciamo per festeggiare quello. Le similitudini fra i piccoli. Che sono più alti dei grandi. Che mentre eravamo occupate a stare dietro ai grandi sono diventati grandi per osmosi anche i piccoli. I grandi che non sai perché fanno così. I piccoli che diosanto quando fanno così sono uguali a noi e che gli vuoi dire a uno che è come te? Gli spaccheresti la testa ma diosanto che bella quell’aria di sfida in faccia che riconosci.
In piemontese dicono biffa. Diosanto che bella quella biffa in faccia.
Lei è piemontese. Una piemontese vera, intendo. A Torino non è facile trovarne. Per me non è facile capirli. Non intendo il dialetto, quello non ci provo nemmeno. Intendo l’abito mentale. C’è una tendenza alla cortesia stucchevole che mi insospettisce.
Ne ho sposato uno. Di piemontese. Sono felice che mia nonna sia morta avendo dimenticato questa cosa che ho fatto. È mezzo piemontese, comunque, solo che con l’altra metà non sono certa che ci abbiamo guadagnato.
Però è del Toro. E Toro e Vergine funzionano bene. Tanta terra per mettere radici. A volte per lottare nel fango. Ma solo quando piove forte. Quando il terreno non drena. Se non drena è perché abbiamo sbagliato qualcosa nella manutenzione. Allora corriamo ai ripari. Poi drena. Poi cresce tutto quello che abbiamo piantato.
Ho iniziato una ricerca genealogica sulla mia famiglia. Sulle mie famiglie: quella paterna e quella materna. Ce ne dimentichiamo spesso, parliamo di famiglia come se arrivassimo da un posto solo. Io geograficamente arrivo da due posti diversi. E non c’è più nessuno a cui chiedere, allora ho iniziato a cercare tra i documenti degli archivi di Stato e tra i registri delle parrocchie e ho telefonato ai cimiteri e agli uffici anagrafe, ho mandato pec con richieste.
Sono risalita fino ai quadrisnonni di mio padre e ai trisnonni di mia madre. Sono ritornata indietro all’inizio dell’Ottocento per scoprire che i miei nonni sono stati i primi a venire via. A sradicare qualcosa. È quel qualcosa che mi ha permesso di nascere eppure è quel qualcosa che mi ferisce. È quel qualcosa che loro hanno reciso 60 anni fa che vibra ancora. La sindrome del paese fantasma.
Ho trovato le donne dei due rami della mia famiglia. Che poi sono quattro e così via a risalire. Di quelle donne nessuno conosceva i cognomi. Li ho presi e spolverati. Ogni giorno li mastico un po’ in bocca per sentirne il sapore. Di quelle donne nessuno conosceva i compleanni. Li ho segnati in agenda e li celebrerò ogni anno. Di quelle donne nessuno conosceva la data di morte. Le ho riesumate e pregherò senza dio, pregherò gratitudine in quei giorni. Ne ho parlato con la Dottoressa Elle, giovedì scorso, mi ha detto che era commovente ed era visibilmente emozionata, le ho risposto che era emozionante ma ero visibilmente commossa.
L’altra mattina ho accompagnato Cri, la grande, all’aeroporto. Erano le cinque del mattino, le ho fatto controllare almeno tre volte i documenti, che la corta di identità fosse davvero la carta di identità nel portafogli e non la tessera di Blockbuster, le ho detto ridendo, cos’è, mi ha chiesto seria. Gliel’ho spiegato e a quel punto non faceva più ridere nemmeno me. Sulla variante per l’aeroporto un segnale luminoso indicava “Pioggia Prudenza” ma io ho letto male e le ho detto che avevo letto Piango Prudenza. Allora abbiamo riso e mia figlia mi ha detto che funziona anche come complemento oggetto perché io, invece, la dicevo con la virgola, la dicevo esortativa: piango, prudenza. piango, state attenti. siate attenti, siate prudenti. Per lei, no, andava bene così, piangere prudenza è meglio che piangere lacrime , sosteneva. E poi siamo arrivate e l’ho accompagnata dentro, le ho chiesto se avesse bisogno di soldi, c’era un bancomat, ma era a posto così e mi ha detto che potevo andare e allora l’ho baciata e le ho sistemato i capelli dietro l’orecchio che è solo un vezzo di quando la saluto, di quando la bacio, solo per toccarla con il polpastrello dell’indice e sentirla. le ho raccomandato prudenza. E lei ha riso allora ho riso anch’io. Rido, prudenza. Rido prudenza.
L’ho fatta anche per Lui, la ricerca degli antenati. Ma per Lui l’ho commissionata a un esperto. Era il mio regalo di anniversario, volevo che conoscesse quante biffe ci sono volute perché Lui arrivasse da me. Ma all’esperto ho chiesto di indagare solo il suo ramo paterno. Quello del cognome delle mie figlie. L’ho fatto anche per loro, in fondo. Perché sapessero da dove arrivano prima di decidere dove andare. E poi l’ho fatto perché speravo di beccare un qualche antenato straniero, un forestiero, uno arrivato anche solo dalla Liguria a dire la sua e invece no. Quel ramo lì è piemontese almeno da quanto io sono campana e siciliana. Però ha un trisavolo che si chiamava Ignazio e di questo lo prendo per il culo quasi ogni giorno, nemmeno ci si chiamasse Lui. Ignazio è un nome nostro, non loro.
Al corso di biblioterapia ho dovuto raccontare perché mi chiamo come mi chiamo. Perché mia madre mi ha chiamata così. E poi cercare il significato del mio nome. Ma lo conosco, lo so da sempre il significato del mio nome.
Mi chiamo Sonia. È stato il regalo di mia madre. Un nome mi serviva e lei me l’ha dato e penso non potesse fare di meglio. L’ha scelto lei, da sola, dalla soglia dei suoi venti e poco più anni, da sola in una domenica mattina di settembre alla fine di un parto troppo veloce per le stime delle ostetriche, prima che mio padre mi vedesse, prima che chiunque mi vedesse perché quando ti vedono devono sapere chi sei e allora lei ha scelto e ha detto chi ero: Sonia. Che vuol dire intelligenza, conoscenza, sapienza. E mia madre me l’ha sempre detto che l’intelligenza è tutto nella vita. Che la bellezza è una scimunizione. A che ti serve la bellezza, che poi finisce?
E poi mio padre è andato all’anagrafe a dire che era padre. Il mio. Sul bordo dei suoi venticinque anni e quindici giorni, stringeva un foglio del reparto che attestava che mia madre aveva dato alla luce me, una domenica mattina, aveva fatto questa cosa strepitosa, di essere lontana dalla sua terra e di avere incontrato un altro che era lontano anche lui dalla sua terra e quei due insieme avevano fatto me e lei aveva scelto un nome, un nome proprio di persona perchè lei è maestra e sa cosa significa e quello era il mio nome per sempre. E lui ci metteva il cognome, che è una cosa che fino a poco fa facevano i padri e solo loro. E con quel foglio in mano lui è andato a dire che era mio padre e io ero sua figlia per sempre. E poi gli è venuto in mente di aggiungere dei pezzi a quel nome che pure, sì, gli andava bene, certo ma mancavano dei pezzi.
E quando ha aggiunto il secondo pezzo non ha messo la virgola perché era lei la maestra e lei stava cercando di allattarmi e non ha pensato di dire a lui che le virgole separano e i punti interrompono e i due punti spiegano e allora lui ha messo niente, ha detto all’impiegato di scriverlo staccato quel secondo pezzo ma così, senza virgola.
E quel secondo pezzo l’ha preso da sua madre a da sua suocera che avevano lo stesso nome ma lo indossavano diversamente. Lo stesso nome, due taglie diverse: Maria.
Io non ho mai, mai, controllato il significato del nome Maria. Pensavo solo al senso religioso, sarà per quella vicenda del pianeta in Pesci.
Al corso di biblioterapia ho pensato che forse, ora, potevo verificarlo. Che, forse, a questa età potevo indossarlo per intero questo nome che porta dietro di sé nomi dimenticati e perduti da tanto tempo. Potevo indossarlo per come sono io, con la mia taglia, quella di questa età in cui la taglia non conta più.
Vuol dire amata. La più amata.
E mio padre me l’ha sempre detto che sono l’amore di papà. Il primo amore di papà, scriveva in tutti i bigliettini.
Mi chiamo Sonia Maria. È stato il regalo di mia madre. È stato il regalo di mio padre. Ché l’intelligenza senza amore non serve a niente, che te ne fai e l’amore senza intelligenza è solo una scimunizione e poi finisce.
La matrioska la tengo in borsa. Ne intuisco la forma e i lineamenti, senza guardare, mentre cerco le chiavi o il lucidalabbra. Mi fa ridere di niente, per la prima volta in quasi mezzo secolo, ecco cosa me ne faccio.









