Cose stupide

Oggi ho fatto una cosa stupida che ha coinvolto mia figlia. Odio fare le cose stupide perché non sono stupida e quindi ho tutte le abilità per prevenire la commissione di gesti stupidi. Quando faccio cose stupide poi non dormo, non mi addormento proprio, quando le cose stupide le fanno gli altri magari mi sveglio nel mezzo della notte ma non ho difficoltà ad addormentarmi.  Quando faccio cose stupide queste mi rimbombano in testa per lunghi periodi, si appiccicano alle pareti della mia mente e fanno da sfondo a tutti gli altri pensieri perché non so perdonarmi e c’è una parte di me che mi rinfaccia di continuo di aver fatto qualcosa di stupido.

Non ha senso entrare nel dettaglio, oggi.

L’altro giorno ho fatturato per due volte la stessa prestazione a un cliente solo perché non avevo tolto il suo contratto dalla scrivania e non mi sono accorta di aver appena cliccato quel nome, proprio due fatture consecutive, bisognava essere molto distratti per non accorgersi che era lo stesso cliente. Ero molto distratta. La mia testa era altrove, lo è, inutile dire di no o cercare altre scuse. Ho la testa altrove e non posso farci nulla.

Non ha senso dire dove, oggi.

Nel 2014 a maggio della prima elementare mia figlia ha saltato una gara di nuoto perché io ho fatto una cosa stupida. La mamma di un suo compagno mi ha telefonato, dalla tribuna. Mi ha chiesto se davvero la bambina non avesse con sé il costume, l’accappatoio, la cuffia, le ciabatte. Perché, le ho chiesto. Perché, oggi non è giorno di nuoto. No, non lo è ma oggi è il giorno della gara di fine anno, la fanno tutti e lei è a bordo vasca, vestita, seduta sulla panchetta con il maestro che, per inciso, ha le ascelle pezzate. Siamo tutti qui, tu dove sei?

Ero al Viridea. Ha senso dirlo, ormai. Era un mattino lavorativo e io non ero a lavoro. Era un giorno scolastico con una gara di nuoto calendarizzata aperta a tutti i genitori e mia figlia era senza costume, accappatoio, cuffia,ciabatte e senza genitori. Perché io avevo la testa altrove, perché io stavo male, malissimo, ero arrabbiata, inferocita proprio, pronta a scappare e contemporaneamente zavorrata, impossibilitata a muovermi e smaniosa di non farmi trovare.

Arrivo, Monica, arrivo subito. Le ho detto. E piangendo ho fatto una corsa fuori, passando da una cassa qualsiasi perché non c’è l’uscita senza acquisti e io no, non volevo comprare alcuna pianta, io ero lì perché speravo che le piante appassissero tutte solo al mio passaggio, speravo di ucciderle con la mia sola presenza, meglio loro che altri mi dicevo, meglio loro che io, pensavo. E di corsa sono arrivata a scuola. Il maestro di mia figlia ha fatto la faccia desolata, insomma, più che mettere l’avviso, mandare la circolare, confidare nelle comunicazioni tra genitori, alla fine se uno è stupido c’è poco da fare.

No, guardi, ho fatto una cosa stupida ma non sono stupida.

Mia figlia era stretta nelle sue spalle, come se avessimo tolto malamente la gruccia dalla maglia, erano i vestiti a tenerla su e non il contrario. Non piangeva, non sorrideva, non faceva niente, niente in quel suo viso imperscrutabile, niente nel suo sguardo liquido, verdognolo come certe pozzanghere nei boschi. Adesso piange, mi dicevo. Adesso si arrabbia con me, pensavo. Adesso appassisce perché io sono qui, temevo.

Le ho chiesto scusa, scusa, scusa scusa amore mio. Scusa, scusa, scusa amore mio, che tu sei l’amore mio. E piangevo. Piangevo per quella volta che lei appena nata non smetteva di urlare e io ero sola a casa e allora l’ho guardata, sdraiata nel lettone che si dimenava come uno scarafaggio rivoltato e le ho detto, brusca, ma cosa vuoi, ma cosa vuoi tu da me, ma cosa cazzo vuoi e devo aver urlato perché lei è stata zitta e io allora io volevo soffocare, volevo riprendere in bocca tutta l’aria che avevo sputato fuori, volevo rimangiarmi tutte le lettere sillabate e volevo che mi uccidessero, che mi soffocassero, che mi rimanessero incastrate in gola e ho iniziato a chiederle scusa, scusa, scusa scusa amore mio, che tu sei l’amore mio. Piangevo per tutta la rabbia che covavo come una malattia verso suo padre in quei giorni di incomprensioni, di faide lavorative e vendette di famiglia, per il posto dove ero costretta a stare, a lavorare, per le persone che lo occupavano, per me che non sapevo tirarmi fuori da quella situazione in un modo diverso che non fosse scappare al Viridea, a guardare le piante perché morissero tutte al posto mio, in una mattina di maggio.

Oggi sono andata prenderla, mi hanno chiamata a causa della cosa stupida che ho fatto, nessuna amica, nessun tono cordiale, nessuno sguardo di desolazione o di biasimo camuffato da parte di nessuno solo una comunicazione data per quel che è, lei era accovacciata sul marciapiede, lo sguardo al cellulare, non mi ha vista entrare nella rotatoria e accostare appena possibile, mettere le quattro frecce. Io l’ho vista. L’ho chiamata al telefono, ho pensato al taglio dei suoi occhi quando compare il mio nome sullo schermo del telefono, non so nemmeno come mi ha salvata, penso Sonia Mamma, una volta me l’ha detto perché una sua amica l’aveva guardata in modo strano, ma come, tua madre la salvi prima con il nome? Il suo numero è un numero del padre dismesso e poi rimesso in funzione quindi il mio nome c’era già in memoria, lei ha solo aggiunto Mamma e così mi ha salvata. Non ha senso dire in che senso. Ho pensato al suono della sua voce, che non tradisce mai nulla. Ho pensato alle sue spalle, che non le piacciono perché sono troppo larghe e che a me piacciono perché sono belle larghe. Ho pensato che per colpa mia era accovacciata sul marciapiede di un quartiere di merda e che se fosse stato un altro quartiere forse sarebbe stato diverso vederla così.

Quando è entrata in macchina volevo piangere e lei invece anche secondo me ma non ha pianto e io ho imprecato non contro di lei ma contro il cielo che non tuonava, basta con questo caldo, io adesso voglio l’autunno perché non so più come vestirmi e contro il luogo dove pratica sport e forse anche contro il colore della divisa della società sportiva. E le ho detto che non ci sto tanto con la testa, che le zanzare non le sopporto più, che ho bisogno che lei e sua sorella mi stiano lontane un po’ perché non meritano questa mia energia che cerca di sterminare le piante e immagina di schiacciare quel cagacazzo con il monopattino. Questa che mi fa dire cose tremende perché le penso e mi fa fare cose stupide anche se no, non sono stupida, non sono stupida nemmeno un po’, questa che mi chiede di esplodere, mi implora di esplodere e cambiare tutto, che mi fa pensare cose tremende e me le fa dire con la disinvoltura dei matti o degli ubriachi. Statemi lontane un po’, quando sono così, quando mi sentite così, statemi lontane perché non c’entra niente con voi, è tutta roba mia che non vi deve sfiorare, non vi deve riguardare, è solo roba mia questa testa che va altrove, questa incapacità di chiedermi scusa. E mentre le dicevo che era colpa mia, che avevo fatto io la cosa stupida per la quale era stata accovacciata sul marciapiede ad aspettarmi senza vedermi, per la quale avevo odiato quel quartiere di vite senza possibilità, immaginavo che si sarebbe chiusa in camera sua, con i suoi libri o con i manga e che non mi avrebbe mai più parlato di quanto accaduto oggi ma ci avrebbe pensato sempre in futuro: quella volta che per colpa di mia madre è andata così. Quella volta che per colpa di mia madre non ho potuto fare la gara di nuoto davanti a tutti i genitori. Quella volta che per colpa di mia madre le piante sono morte tutte. Quella volta che per colpa di mia madre ho passato il pomeriggio a progettare di andare via, di starle lontana, di non vedere la sua testa che va altrove senza poter far nulla per trattenerla. Quella volta che per colpa di mia madre ho smesso di urlare il mio adattamento al mondo nel mezzo di un letto enorme. Al semaforo l’ho fissata, per la prima volta eravamo senza musica in auto, e le ho chiesto scusa. Scusa, scusa, scusa scusa amore mio, che tu sei l’amore mio.

Udite Udite (ho passato)

Cristina ha iniziato il Liceo, Pepe la seconda media e io ho iniziato a svegliarmi di nuovo prima che suoni la sveglia per non farmi trovare impreparata mannaggia a me. Occhi sbarrati al soffitto e imprecazioni come screen saver del cervello, con effetto rotante e luminoso che fa molto anni ‘90, quando andavo io al Liceo. Pepe si è messa d’accordo con la sua amica per i banchi da riservare, la prima che è arrivata li ha tenuti per l’altra. Cri invece ha avuto un incontro in aula magna e poi è stata smistata nella sua classe, un po’ come con il Cappello Parlante. C’è questa cosa per cui i genitori non potevano entrare il primo giorno, è giusto le ho detto, ti pare andare al Liceo con la mamma? Però, ho aggiunto, però, io con la mascherina e gli occhi un po’ truccati e lo zaino buttato su una spalla sola sembro una ragazza del quinto anno? Secondo me si. Hai voglia mi ha rassicurata lei. Poi adesso pare che si trucchino le occhiaie. Pazzesco. Ragazzine con la pelle naturalmente liscia che si disegnano occhiaie bluastre e grinzose per avere l’aspetto sbattuto. Allora posso sembrare anche una del quarto anno. Invece niente, non sono entrata, che poi io al Liceo non tornerei nemmeno se mi pregassero o se mi pagassero o se mi offrissero tutto quello che voglio. Per niente al mondo. Quelli sono stati tra gli anni più infelici della mia vita, durante i quali ogni innesco di gioia o soddisfazione è stato spento a titolo precauzionale prima che riuscisse solo a scaldarmi, non dico a bruciarmi. Da Cri sarei entrata solo per assicurarmi che stesse bene, tanto lo so già che la merenda non la mangia e che se non le rivolgono la  parola lei non lo fa per prima, mica come Pepe che parla anche con i muri ed è in grado di farsi rispondere. Io ero come Cri. Per questo volevo solo dare un’occhiata, poi sarei uscita anzi scappata e avrei assaporato la libertà di essere adulta, adulta vera, quella libertà per cui si, è vero, c’è tanta gente che ti rompe i coglioni ma tu puoi tappare le orecchie e fare gnègnè e ti puoi permettere di non sentirli. Da ragazzo no. Mi sono attenuta alle indicazioni e ho aspettato entrambe in ufficio, la grande con il passo sicuro di chi sta facendo qualcosa per la prima volta e la piccola che per la prima volta a scuola non è più la sorella minore di qualcuno ma è solo lei. Ho passato le prime mattine ad aspettarle, lavorando per distrarmi lo confesso, riversando sul cagnetto attenzioni in eccesso costringendolo a rintanarsi dietro una tenda pur di sparire al mio sguardo pietoso. Dopo qualche giorno è tutto più disinvolto, non siamo ancora al livello della consuetudine ma puntiamo dritte in quella direzione e anche il cagnetto lo vedo più sereno.

Quest’anno vinciamo il primo premio per l’organizzazione. Abbiamo i libri foderati, ne mancano ancora tre o quattro per Cri e uno solo per Pepe, abbiamo fatto scorta di ricambi a righe e quadretti, evidenziatori, gomme e matite. Abbiamo jeans nuovi a vita alta perché a vita bassa sono da sfigate. Abbiamo scarpe per educazione fisica da tenere pulite. Abbiamo ritirato il libretto delle giustificazioni e comprato il diario, Pepe ha voluto la Smemoranda rosa fluo per poco non me la ricompravo, mi son dovuta trattenere razionalizzando l’evidenza di non averne bisogno, ma tornata a casa ho recuperato le mie, dal fondo del mio Invicta ginnasiale. Ho trovato una fotografia di me e Mara in gita a Parigi,  siamo vicinissime sotto un ombrellino con le punte piegate dalla forza dell’acqua, opponiamo una debole resistenza agli eventi atmosferici e ridiamo. Le ho mandato la foto della foto, le ho detto ti pare che mia figlia inizia il Liceo quando noi dobbiamo ancora finirlo? Infatti, non le pare, nemmeno a lei. Non può essere. Eppure è. Questo è.

Ho scoperto che detesta il suo nome. Mia figlia, l’ha scritto nel gruppo WhatsApp della classe nuova, si è presentata e ha chiesto di essere chiamata Cri perché detesta il suo nome per lungo. Ma sei scema, le ho chiesto? Ma sai quanto tempo ci ho girato intorno? Ma sai la fatica di trovarlo e pronunciarlo tante volte per sentirlo, per sentire come sarebbe stato chiamarti nella mia vita, parlarti, come sarebbe stato rivolgermi a te mentre ti immaginavo e non ti sapevo, non ti potevo sapere? Niente, mi ha detto che scritto va bene, ma pronunciato per lungo non le piace. Allora, l’ ho rassicurata, ti scriverò un biglietto per mandarti a cagare.  Anche un’altra sua compagna ha chiesto di essere chiamata con il diminutivo perché detesta il suo nome, ma lei ha ragione  perché ha un nome orrendo. Ma Cristina. Cristina. Dai, su, è un nome che va bene con qualunque titolo accademico a precederlo, va bene dall’asilo nido al pensionato per anziani non autosufficienti, va bene se diventi zia o nonna, va bene sempre. Va bene con il cognome. Non le piace nemmeno quello, mi ha detto. Perché è corto e secco, tempo di dirlo è già finito. Allora ti faccio fare un giro con il mio, le ho suggerito. Ho passato gran parte della vita a scusarmi e a fare lo spelling prima di imparare che non mi devo scusare proprio di niente, se lo capisci bene altrimenti gnègnè.

Io ti piaccio, le ho chiesto. Per sicurezza, per rassicurazione. Si, a volte, molte volte, il più delle volte, dipende. Dice che se dovesse riassumere il nostro rapporto sarebbe così: madre che si agita perché non trova qualcosa, generalmente in borsa, e spazientita dice Criiii, strascicando la iiii, bella lunga a buttare fuori l’aria dopo l’apnea bene da coinvolgere il diaframma. Figlia che non si scompone per niente, come suo padre, e dice alla madre che ciò che sta cercando è sicuramente lì dove lo sta cercando solo che non lo sta vedendo. Mi ha fatto ridere moltissimo, perché è vero e a me la verità fa sempre questo effetto qui, mi fa ridere. Le bugie mi fanno incazzare. È così: Cristina mi rassicura, dovrebbe essere compito mio, anzi è compito mio e io lo eseguo, io ci sono, sempre, spesso, ogni volta che serve e anche quando non serve perché lei sia al sicuro, e non dovrei dirlo ma ci sono di più che con Pepe o forse solo diversamente perché lei ne ha avuto più bisogno, perché lei è stata usata per colpire me e suo padre, ecco perché continuo a stare di guardia. Però, questo faccio io, la tengo al sicuro mentre lei mi rassicura. Da sempre. Dal battito intercettato in una placenta lacerata, ravanato tra il sangue quando tutto sembrava perduto. Il tutto era lei. Ho passato settimane a pregarla di restare con me, piccola divinità contenuta nel mio utero e lei ad ogni visita mi rassicurava, piccolo extraterrestre dalla testa allungata e le dita ossute, telefono casa. La casa ero io.

Domani è il mio compleanno. 43. Iniziano a suonare stranamente, come se ormai il decennio fosse avviato non più come qualcuno che si affaccia a guardare, non posso più dire che do solo un’occhiata insomma, ci sono dentro. Ma va bene. Va bene per davvero, forse è il momento di vita nel quale sono più felice ma tengo stretto il forse perché io ho sempre avuto paura dell’invidia degli dèi più che dell’invidia degli uomini. Mi è spuntato un gran brufolo nel centro della fronte, anche quando è nata Cri ne avevo uno uguale, uscito fuori con me dalla sala operatoria. L’ho guardato e ci ho messo su il ciuffo per coprirlo. Ho passato anni a camuffarli, avendone pochissimi non tolleravo nemmeno quei pochi giorni di passaggio sulla mia pelle e giù di spremitura e correttore e fondotinta e intrugli di varia natura. Ho mal di testa a fine giornata, gli occhiali mi sembrano un balsamo. Ho passato anni a nasconderli in fondo alle borse sperando di non romperli perché avrei dovuto spiegare ai miei genitori come mai gli occhiali non si trovavano sul mio naso. Ho capito di essere diventata adulta, adulta vera, quando mi sono potuta permettere da sola due paia di occhiali, uno da tenere sempre in ufficio. Mi sono comprata un completo color malva che mi sta benissimo. Ho passato la vita a vestirmi di nero pensando che bastasse a rendermi invisibile. Cri ha un bellissimo pullover celeste, lo abbiamo comprato insieme qualche giorno fa, se non lo metti tu lo metto io ci siamo dette reciprocamente. Lo tormentava con la mano destra prima, mentre mi raccontava della professoressa che ha conosciuto oggi, vorrebbe diventare come lei che ha detto ai ragazzi che il suo compito è quello di trovare il loro demone e tirarlo fuori perché possano scoprirlo. Ho invidiato la possibilità di questa donna di stare così dentro mia figlia nei prossimi cinque  anni, di potersi avvicinare così tanto al suo talento da vederne l’innesco. Ho passato gran parte della vita a ridurre in silenzio il mio perché così avevo capito che bisognava fare con i demoni, anche se sono buoni, anche se siamo noi. Per fortuna non si può fare per sempre. Ho passato alle mie ragazze vestiti e scarpe e libri e gioielli e tutta me stessa, tutti i pezzi che volevano, perché non sperassero mai di essere invisibili. E ho passato sul viso di un uomo le mie mani ragazze e le mie mani adulte, adulte vere, che lasciano i segni mentre guariscono, Lui pensa siano segni del tempo e invece sono io incastonata nel suo sguardo. Ho passato notti terribili e giorni stentati, ho passato esami e semafori con il giallo. Ho passato molto tempo arrabbiata e ho passato molto tempo ridendo. Ho passato qualche battaglia, ancora nessuna guerra, ho passato compleanni fissando un telefono muto, ho passato giorni interminabili e anni velocissimi. Ho sciolto nodi, ho afferrato le corde, le ho tenute strette come faccio solo con le mie ragazze e con i miei forse. Mi ci sono aggrappata come faccio solo con le mie ragazze e con i miei forse. Le ho passate intorno a un ramo e mi sono dondolata, che questo ho imparato da adulta, adulta vera, a dondolare da sola. Ho riso, perché sono vera.

Quei giorni (conversazione con il Lupo)

Oggi non mi alzerò. Nemmeno domani, penso. E non so perché mi sono alzata ieri, l’ho fatto ma ho sbagliato. Non so quando mi alzerò di nuovo, penso mai più.  Non posso, peso troppo, almeno cento chili, forse centocinquanta o duecento. Le mani. Le mani. Pesano, ogni dito peserà almeno dieci chili e anche le dita dei piedi. Si fa in fretta il calcolo. E poi mi fanno male i pensieri, sarà che sono schiacciati dal peso e quando le mani toccano la testa qualche danno lo fanno. Mi fanno male tutti i pensieri, sono ammaccati, contusi più che confusi, doloranti più che dolorosi, come se avessero sbattuto o come se gli fosse venuto addosso qualcosa. E ho male a ogni ricordo, dal più vecchio al più recente, mi fanno male al punto che mi viene da piangere. E i sogni, quelli si sono tutti intorpiditi, come se ci avessi dormito sopra, appoggiata tutta lì, con tutto il peso, questo peso, questo che si fa in fretta il calcolo e come si fa a muoversi con questo peso? Mi formicolano tutti, i sogni. Tutti. Due o tre, mica ne son rimasti tanti altri, provo a sbatacchiarli ma non si riattiva la circolazione. Oggi non mi alzerò e lo dirai tu in giro, andrai lì fuori e dirai che questo è, a nessuno verrebbe in mente di contraddire un lupo, specialmente se parla. Dillo come sai tu, non dire che resterò a letto sine die, che poi capiscono che sono parole mie, dillo come sei tu, dillo selvatico e famelico, dillo che faccia paura a tutti. E non ci provare, non insistere, non convincermi. Non mi alzerò. Non affronterò la luce, il rumore, le voci, il traffico, la rampa del garage, la macchina del caffè, non sorriderò per sembrare conciliante e rassicurante e disponibile al confronto sempre e comunque, purché sia costruttivo. Non assottiglierò i miei occhi, non alzerò le guance nel tentativo di sembrare qualcuno che accoglie con il sorriso. Non accoglierò e non sorriderò. Manco per niente.

Perché ho male a me, tutta, tutta quella che sono rimasta. E non sono sorridente e nemmeno conciliante e men che meno rassicurante e il confronto mi ha stancata. Sì, sono stanca, quindi resterò a letto e non affronterò la vita, la mia o quella di nessun altro, lascerò che scorra senza occuparmene e vedrai che funzionerà lo stesso, tu guarderai fuori e vedrai che tutto andrà avanti. Guarda come sai tu, non fare smorfie di arricciamento del naso, che poi capiscono che usi il mio sguardo, guarda come sei tu, guarda solitario e mistificato, guarda che tutti stiano lontani. Non mi alzerò, no. E vedrai che comunque arriveranno le mail illeggibili, con la x al posto del per, vedrai il camion si metterà in divieto di sosta dietro la mia auto anche se ce ne sono altre dieci, vedrai che i libri del liceo non saranno arrivati tutti, che mio padre anche quest’anno  avrà quella faccia mentre apre il regalo di compleanno e avrà vissuto tutta una vita senza mai pensare che dietro quel pacchetto che soppesa annoiato c’è il tempo che qualcuno ha speso e non tornerà più. E non si può cambiare se non piace. Il tempo non lo puoi cambiare. Non mi alzerò. No. Inutile che me la racconti. Non affronterò nessuna questione, non sarò all’altezza di nessuna aspettativa, non raccoglierò le provocazioni e nemmeno la cacca del cane in giardino. Seccherà. Lascio che tutto si secchi, come la mia pelle che l’hai visto anche tu quanta crema ho messo, sempre, eppure  dopo quattro giorni inizia la desquamazione, lo spellamento. Nonostante l’impegno profuso, nonostante la disciplina, la condotta esemplare, nonostante la costanza impiegata. Aggiungi che mi fa male la pelle, tutta. Tutta quella che mi è rimasta addosso e anche questa che cade passandoci su il palmo, si sfarina e si volatilizza. Beata lei.

Non mi alzerò, né oggi né mai. Mai più. La donna che rimase a letto, una specie di Barone Rampante ma più comoda.  Non mi alzerò mai più, questo è il piano. Non tingerò più i capelli, non abbinerò la borsa alle scarpe, non indosserò collane, non sarò la versione migliore di me stessa perché io con le versioni già al liceo faticavo, non è che mi venissero così, a volte le imbroccavo altre volte no e non ho più voglia di faticare. Non mi alzerò e non ci saranno più salite, parcheggi rincorsi, carrelli con la ruota sbilenca e buste della spesa con i manici rotti, non ci sarà più la patina di inadeguatezza da rimuovere con un panno in microfibra che non graffi la superficie. Non affronterò la crescita delle mie figlie perché non sono in grado di farlo, sulla carta forse, in teoria magari, ma nella pratica no. Non andrò a prendere nessuna parte recondita della mia esistenza per sviscerarla al fine di acquisire consapevolezza ed essere finalmente una madre pacificata ed equilibrata. Io con l’equilibrio faccio casino. Barcollo. Fisso un punto, certo, ma resto fissa sul punto fisso: io quando sono in equilibrio non riesco a fare altro che restare in equilibrio. Non ascolterò comprensiva, non gestirò il senso di colpa ma lascerò che prenda il sopravvento, che prenda tutto, è il senso più acuito che ho, dillo pure, vai fuori e dì pure che è tutta colpa mia, a nessuno verrebbe in mente di contraddire un lupo, specialmente se parla. Dillo come sai tu,  senza sorrisetti sarcastici, che poi capiscono che son parole mie, dillo come sei tu, dillo fiero e mal raccontato, dillo che tutti mi pensino colpevole. È colpa mia. Non sono loro, sono io, sono io che non posso alzarmi perché mi fa male la crescita, ho come un osso inaspettato che continua a crescere, ho come un dente che continua a bucare la gengiva, un dolore continuo e incessante, un dolore per la vita che cresce, per il tempo che c’è dietro la crescita e tutti si concentrano sul tempo che c’è dopo, tutti che guardano avanti e nessuno che si ferma a guardare il tempo che c’è dietro a una persona che cresce, il tempo dondolato che serve per cullare, il tempo piegato che insegna a camminare, il tempo lallato che insegna a parlare, il tempo scandito che insegna ad aspettare, il tempo speso dando fondo a ogni risparmio, il tempo che non puoi cambiare se non va bene o se non piace.  Come posso alzarmi con questo male addosso, ti rendi conto? Ho male al mio tempo infilato nella vita degli altri, a volte anche a forza, sedendomi sopra pur di chiudere la valigia, ho male alla donna che non riesco a d essere, alla madre che non riesco ad essere, ho male alle mie figlie che mi sembrano immense in un mondo di confini e limiti. Non mi alzerò, vai fuori e dillo tu, poi però torna qui che io ho male alla vita che passa, tutta, tutta quella che resta.

Racconta, ti prego.

Racconta, ti prego, se mai sono state davvero così piccole da stare tutte su un avambraccio, racconta con parole paffute che riempiano le guance solo a pronunciarle, come un soffio prima di essere soffiato, con parole profumate di latte e pasta di fissan, con parole tenute su come la testa, che pesa di più. Racconta, ti prego, se sai quali pensieri passano attraverso quelle teste che pesano di più, di più di cosa? Del corpo, tutto intero? Del mondo tutto intero? Quali pensieri stanno accartocciati lì dentro? Racconta, ti prego, se sai come succede che una persona intera possa stare tutta su un avambraccio mentre pensa qualcosa che non ti dirà mai perché sarai distratto dai buchi sulle sue mani, lì dove spunteranno le nocche. Racconta, ti prego come succede che dai buchi nascano nocche, come succede che da me siano nate persone, persone vere, persone intere, uscite dalla mia testa come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, di quel sogno che arriva di notte, ti tocca la spalla e ti sveglia, racconta con parole sussurrate che nessuno le capisca, con parole che tenti di afferrare come bolle di sapone, con parole sul comodino accanto alla bottiglietta dell’acqua. Racconta, ti prego, se sai perché certi sogni hanno bisogno che tu sia sveglio per vederli pur restando al buio, per viverli, si possono vivere i sogni? Racconta, ti prego, di quel sogno ricorrente che ti cita in giudizio e tu sei il convenuto, ti giri su un fianco e punti sulla contumacia, invece no, lo sai che devi presentarti e sai come finirà, il sogno ha ragione, vincerà, tu perderai e pagherai le spese. Racconta, ti prego, se i sogni quando si avverano si possono chiamare premonizioni, se i sogni quando si avverano valgono ancora come sogni o diventano altro e te ne dimentichi come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, della morte quando i bambini ti chiedono cosa succede, racconta con parole vere come una conta a nascondino, con parole a forma di rettangolo da inserire nella casella del rettangolo e a forma di triangolo da inerire nella casella del triangolo, con parole certe come il finale di una fiaba letta prima di addormentarsi. Racconta, ti prego, se loro quando erano piccole hanno capito la storia del pianto quando qui muore qualcuno, qui, da questo lato, il lato dove siamo noi: quando muore qualcuno qui si piange per il distacco e si festeggia il ricongiungimento dall’altro lato, il lato da dove arriviamo e dove torniamo. Da questa parte piangiamo e diciamo è morto, è morto, dall’altro lato ridono e dicono è morto, è morto. Quando qualcuno nasce da questo lato ridiamo e diciamo è nato, è nato, dall’altro lato piangono e dicono è nato, è nato. Racconta, ti prego, se mai sono state davvero così grandi quando erano piccole, con gli occhi puntati come spilli per prendere le misure, il panno da adattare ero io. Racconta, ti prego, se saranno mai così grandi da non aver bisogno di essere consolate da me, se sarò mai così grande da non aver bisogno di consolarle da me e se sapranno lasciarmi andare come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, dell’amore senza le maiuscole, racconta con parole concrete e primitive, racconta come un dettato di cui fare prima l’analisi grammaticale, poi quella logica e solo alla fine quella del periodo. Racconta, ti prego, dell’amore quotidiano come il pane e come la polvere sui mobili, della scadenza sul latte, dell’assaggiare lo stesso prima di buttare, del riciclo, delle frasi minime che a nessuno puoi dire se non a quella persona perché abbiano senso: mi ha punto una zanzara, ho dimenticato nel bagagliaio dell’auto il sacchetto di tela per la spesa, ho pagato la multa entro i cinque giorni dalla notifica. Racconta, ti prego, se sai come tutto questo finisce oppure no, se è colpa delle correzioni con la penna rossa, se basterebbe correggere con la penna verde, se basta sapere che ogni volta che vai a capo puoi scriverla con la maiuscola. Racconta, ti prego, se sai perché non si possono dire dell’amore parole senza eco, senza clamore, senza enfasi, perché si deve parlare d’amore solo se fa cose incredibili, racconta, ti prego se sai perché piace solo a me l’amore credibile, come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, del dolore quando arriva da un genitore, quando ti arriva da genitore e lo senti di più, racconta con parole che abbiano un foro d’entrata e uno d’uscita, con parole precise come sassi lanciati contro le auto in corsa, con parole dolose così che la condanna sia più facile da pronunicare. Racconta, ti prego, se sai come succede a chi ti ha tenuto su un avambraccio, il suo non quello di un altro e ha tenuto la tua testa, la tua non quella di un altro, di volerti fare male o peggio di non preoccuparsi di farti male. Racconta, ti prego, se sai come succede che con le nocche sulle mani vieni colpito e con le nocche sulle mani vorresti colpire e nessuno ricorda più che lì c’erano i buchi che facevano sorridere e venivano percorsi con i polpastrelli dell’indice, racconta, ti prego se sai perché succede che la persona che sei, che già eri su quell’avambraccio, non piaccia più. Racconta, ti prego, se sai come guarisce la solitudine che ti cade addosso quando ti sembra di non essere nato da nessuno, come un pensiero quando non riesci a spiegarlo.   

Solo una ragazza

Giorno 1:

Caldo porco.

Frasi che non riesco più a sentire: temperature record-cabina di regia-ho sentito anche di gente che dopo è stata male-ci vuole il greenpass anche per trombaremamma ma devo venire per forza?

Mi suda la pancia, con le goccioline proprio. Mi fa schifo quando mi suda la pancia, si macchiano i vestiti e la mia insofferenza verso la vita raggiunge livelli preoccupanti. L’estetista dalla quale ogni tanto faccio qualche trattamento dice che va bene, invece, perché così elimino le tossine e quando si suda tanto dalla pancia significa che hai tanto stress e ansia, le tossine sono tutte concentrate lì.

Ecco.

Dovrei essere liquefatta stando ai miei livelli di ansia. Mi sono anche chiesta che cosa ne sa lei, ma siccome è un centro di estetica avanzata ho pensato che ne sapesse di più per forza. Se qualcuno mi osserva interrogativo le chiazze addominali rispondo che mi si sta sciogliendo lo stress.  

C’è una bambina che vive al piano terra, mi ha chiesto come si chiama il cane, Justin le ho risposto. Nei dieci minuti successivi me l’ha chiesto altre cinque volte. Il suo cane si chiama Stella, è femmina, ha solo quattro mesi e ogni tanto la morde. Mi ha chiesto la razza di Justin. È un chihuahua le ho detto. Nei dieci minuti successivi lo ha definito pincher e pastore tedesco in un crescendo incomprensibile. Si chiama Sofia, è un bel nome le ho detto. Ha lo stesso significato del mio ma questo non son stata lì a raccontarlo. Sonia è la versione russa di Sofia mi diceva mia madre quando ero piccola. Non hai l’onomastico, mi diceva mio nonno paterno che segnava sul calendario tutti gli auguri da fare, non hai il santo. Si vede che posso farne a meno, gli rispondevo cattiva. Mio cugino si chiama Giancarlo, lui si era segnato l’onomastico del nipote sia per San Giovanni che per San Carlo. Non mi torna, gli dicevo acida. Ha il nome composto, mi spiegava: Giovanni + Carlo. Ho il cugino preposizione articolata, pensavo.

I genitori di Sofia non hanno l’accento del posto, lei in parte, ce l’avrebbe ma si sente che i suoni primordiali nelle sue orecchie sono diversi da quelli che sente appena fuori casa. Mi sono chiesta se anche di me si sente, penso di sì, che si senta. Io me lo sento.

Il nostro alloggio è bellissimo. Curato in ogni dettaglio, ha il soffitto a cassettoni e la vista su un parco oltre il quale iniziano le mura. Siamo dentro le mura e siamo sopra le mura, questo palazzo sorge sulle mura romane, fuori ci sono quelle medievali. Cristina diceva medievate, da piccola. Le piaceva mangiare il pollo con le mani portando su la coscia fino a farla entrare in bocca con un movimento all’alto. Perché mangi così? Le chiedevo. Perché mi piace mangiare il pollo come i medievati.

Indosso una collana che mi ha regalato Lui, lunga fino a metà dello sterno, sulla medaglia siamo incisi tutti, noi quattro e i cani, con il nome di ciascuno, sul retro ha fatto scrivere il suo cognome con la s del genitivo sassone. Un po’ medaglietta di identificazione in caso di smarrimento, un po’ simbolo di fede, la sola che ho ormai.

La prima notte passa insonne per uso sconsiderato del climatizzatore che porta con sé due problemi: il rumore e la lucina del led che indica i gradi. A Lui sta bene. Io sono al limite della bestemmia. C’è una zanzara, una sola in tutta la casa. Se la prende con me e solo con me, le offro il mio corpo in sacrificio pur di non vedere sveglie le ragazze alle tre del mattino, che poi parlano perché loro fanno così, si svegliano e mi parlano senza guardare l’ora. La zanzara mi tempesta la parte sinistra del corpo, mi gratto senza speranza, mi compaiono ponfi da foresta tropicale, mai visti prima. Lui mi viene in soccorso con il gel dopo puntura, io non lo voglio. Basta fare le croci sopra, lo sanno tutti, non hai mai fatto le croci sulle punture di zanzare? Che infanzia hai avuto? E si che da dove arrivi tu le zanzare sono immatricolate per quanto sono grosse e cattive. Non voglio il gel dopo puntura perché mi gratto lo stesso, mi finisce sotto le unghie e poi in bocca e negli occhi e anche nelle orecchie, ho la dermatite nelle orecchie, sono condannata a usare l’Otobor a vita perché anche la dermatite è cronica, anche quella e sempre lì, nelle orecchie. Nelle mie orecchie il tempo si è fermato.

Mi alzo, fuori è buio e lo sarà ancora per molte ore. Pepe ha detto che la casa è bella ma è piccola perché divide la stanza con sua sorella. Io un anno in vacanza ho dormito su un materasso poggiato a terra con mia cugina e il suo cane, uno Yorkshire che si chiamava Piccolo. È stata una bellissima vacanza, anche se mi sono accorta dopo giorni che al cane accarezzavo sempre il culo scambiandolo per il muso. Alle sei torno a letto, pensando che sono solo una ragazza che ancora crede che due bagni siano una comodità, non la normalità.

Giorno 2:

mi siedo nel dehors di un bar per il caffè del mattino, in vacanza non prendiamo mai il caffè in casa. Osservo le persone, mi piace molto. Tengo su gli occhiali da sole, il cane si siede sotto la sedia, il guinzaglio è bloccato, controllo comunque sempre che non ci siano altri cani nei paraggi. Qui ce ne sono pochi, dice Lui. Il caldo, rispondo io, senza articolare la frase in modo completo, non ce n’è bisogno, Lui capisce cosa intendo dire. Parliamo delle nostre figlie. Nel tavolino accanto una signora anziana manda cuori rossi con WhatsApp pigiando con l’indice forte, come se dovesse essere schedata in commissariato. Il marito guarda verso la piazza. È la chat con la figlia, nel messaggio precedente c’è la foto di un ragazzino al mare, non sorride, è in posa per quello scatto da inviare alla nonna. Un ragazzino tedesco legge il menu in italiano sotto lo sguardo dei genitori, è bravo anche se dice prosiutto ma conosco italiani con lo stesso difetto. Chiedo l’acqua frizzante insieme al caffè. Questa è la mia ultima novità, quando ho caldo, molto caldo, voglio acqua frizzante, mi sembra che mi disseti di più. Invecchiando diventerò mio padre più di quanto non lo sia già.

Cristina non si è ancora alzata, Pepe è pronta per fare il giro delle mura in bici con suo padre, tra pochi giorni saremo al mare, la sola cosa che le interessa, questo prologo cittadino era per soddisfare il desiderio di Cri di visitare musei e vedere cose non solo mare mare mare (cit.). Lui dice che dal prossimo anno ognuno deve fare le vacanze per i fatti propri e basta, tanto è impossibile che ci piacciano le stesse cose nello stesso momento. Progettiamo le prossime vacanze come si fa con una fuga. La scarsa sopportazione del caldo ci suggerisce i fiordi norvegesi. Alla fine, ragioniamo per tornare in Trentino, che eravamo stati bene, no? Andiamo verso casa, piccola ma bella, costruita sulle mura romane a recuperare una figlia a testa, Lui prende quella che non riesce a stare ferma, io quella che dorme sul divano, scomposta come un medievato. Ci diamo appuntamento per pranzo, organizziamo il menu, più Lui perché Lui fa così, diventa odioso i primi giorni di vacanza, deve organizzare tutto e mette becco e bocca su tutto e non gli va bene niente di quello che faccio io o chiunque altro ma in fondo non me ne frega di chiunque altro,è quando non gli va bene niente di quello che faccio io che mi incazzo parecchio perché è come se non gli andassi più bene io e allora mi viene da scuoterlo per le spalle e dirgli ma che cazzo fai, non lo vedi che sei odioso e non posso essere odiosa anch’io contemporaneamente perché altrimenti è una mattanza, lo vedi, si? Allora lo faccio, glielo dico. E lui mi dice si è vero, faccio così. E so che gli vado sempre bene, come un abito comodo, come le calzature giuste, quelle che quando le indossi sai di essere arrivato dove dovevi arrivare e non ti servono per andare via ma per stare, bene, dove stai.

Sulle scale incontro Sofia che saluta Justin chiamandolo Jasmine. La correggo con gentilezza, che comunque la gentilezza non è un sentimento quindi mi riesce anche verso i bambini. Cristina è nella posizione in cui l’ho lasciata, non si è lavata, preparata, non ha nemmeno fatto colazione. Penso che voglio tornare a casa, che i cani sono meglio dei figli, che l’adolescenza di nuovo io non me la merito, che se non lo dico muoio, che muoio lo stesso è vero ma almeno l’ho detto, che ho caldo, che gestire le esigenze di quattro persone è troppo faticoso per me, davvero, onestamente, mica riesco. Le altre sono più brave, più motivate, più strutturate, le altre vogliono farlo e io no, non ho voglia come non ho voglia di fare parapendio o step coreografico. Le altre sono le altre madri, quelle che osservo dalla mia sedia nel dehors, dal mio angolino rintanata come un animale. Le altre sono quelle che non sorridono mai e che reggono il mondo tutto intero, così mi sembrano. Io mi guardo riflessa nella finestra davanti, pensando che sono solo una ragazza che ancora ha voglia di ridere e di cadere giù per terra se il mondo casca.

Giorno 3:

Bolla africana e ricerca di cerotti per bolle sui piedi, non i miei perché ormai ho abdicato a qualunque tipo di calzatura scomoda come filosofia di vita proprio. Io e Lui ci infiliamo alla Mondadori anche se è la Mondadori, chiedo scusa ai miei amici librai, Andrea e Bea, mi riprometto di sottolineare che siamo alla Mondadori ogni due minuti, di precisare che si c’è l’aria condizionata e guarda caso anche due titoli che proprio volevo MA siamo alla Mondadori, che si c’è il bar e il caffè è anche buono e i divanetti comodi MA siamo alla Mondadori, reciterò il mio Ho’oponopono con una motivazione in più per aver comprato alla Mondadori e non solo e sempre nelle librerie indipendenti. Io e Lui parliamo delle nostre figlie. Pago con il bancomat, a volte mi chiedo se i dipendenti delle banche guardano i movimenti e le transazioni sui conti, si può fare? Possono guardare? Il bancario che guarda il mio conto secondo me scuote la testa pensando che sia impossibile non avere altri interessi. Me lo immagino un po’ tipo il mio Angelo Custode, anche lui scuote la testa pensando che sia impossibile restare ore nell’angolo a osservare e prendere appunti come se il resto del mondo fosse un luogo da studiare e non da vivere. Poi mi dico che forse nemmeno ce l’ho l’angelo custode non avendo l’onomastico e un santo tutto mio, una santa, però forse mio cugino ne ha due. Mio nonno mi direbbe scherza con i fanti ma lascia stare i santi. Chi te li tocca gli risponderei io, stronza.

Io e Lui decidiamo per un’escursione in un borgo medievale a quaranta chilometri, ci teniamo per mano mentre guardiamo sulla cartina, sappiamo di dovere essere forti, uniti, coesi, io baluardo a Nord e Sud, lui baluardo a Est e Ovest, dobbiamo preparare una versione sola, la stessa, ripeterla finché non saremo sicuri, non cadere in contraddizione. Decidiamo chi comunica alle figlie l’intenzione, lo diciamo sicuri, in una frase sola, senza tentennamenti, senza esitazioni. Se mai ci dovessimo lasciare sarebbe così, lo diremmo così. Poi faccio gli scongiuri, penso a certe facce se ci dovessimo lasciare io e Lui, col cazzo che vi do la soddisfazione, me lo tengo anche odioso tanto poi gli passa.

Le figlie reagiscono come sapevamo ma noi non cediamo. Rinunciano. Indossano il muso ma per fortuna sono sedute dietro e non le vedo. 

Finiamo negli anni Ottanta non del quattordicesimo secolo ma dello scorso. Sento un’aria familiare. Le sedie di plastica del bar nella piazzetta sono quelle che ti lasciano tutte le righe marchiate sulle cosce come stimmate per giorni interi, c’è un gatto di tutti e di nessuno che si lascia accarezzare, beviamo una limonata con menta da un bicchiere lungo lungo, adatto al becco di una cicogna, e pieno di ghiaccio, la musica di sottofondo è Azzurro di Celentano, io ho cinque anni, mio zio guida e noi bambini siamo seduti dietro uno sopra l’altro, se ci conto siamo almeno quattro, io, mia cugina di nove anni, mio cugino di undici e mio zio di tredici, mio fratello di un anno e mia cugina di due non ci sono, non so dove siano, li troveremo già al mare e non so come ci siano arrivati, ma nessuno chiede quando arriviamo, a nessuno importa perché cantiamo, nessuno chiede di mangiare o bere, lo faremo poi, non abbiamo cinture di sicurezza, il gruppo è la sicurezza di arrivare, di bere, di mangiare.

Al ritorno Sofia saluta Justin chiamandolo Dante. Il cane non si cura di lei ma guarda e passa, io la correggo resistendo alla tentazione di aggiungere ecchecazzoperò tutto attaccato. La guardo meglio, ha lo smalto rosso alle dita delle mani, ieri non l’aveva, ha mattine lunghe e pomeriggi lunghissimi, chissà se poi andrà al mare prima di iniziare la terza elementare. Chissà il treno dei suoi desideri dove va.  Salgo le scale pensando che sono solo una ragazza che si è accorta di non avere più risorse senza di Lui.

Giorno 4:

Torno dal caffè e Cri è pronta, sveglia, pettinata, truccata. La missione è recuperare la tinta rosa per una ciocca di capelli. Si, rosa. Una ciocca sola, ovvio. Di quelle tinte che vanno via con qualche shampoo, ovvio. Non ci andrà a scuola, ovvio. A costo di tagliare la ciocca, ovvio. O di strappargliela a mani nude. A volte temo che da sotto la mia faccia crepata per il caldo e il tempo esca la faccia di mia madre. Come una tartaruga a cui tolgono il carapace, a mia madre piacciono le tartarughe, o come le pitture rupestri scoperte dopo millenni, ecco così potrebbe venirmi fuori lei, io penso sia una nuova ruga o una macchia scura dovuta al sole invece sono le scene di caccia o di lotta di mia madre impresse sul mio volto durante la vita uterina, qualche era geologica fa.

Poi andiamo alla Mondadori. Reciterò il mio Ho’oponopono una volta in più, ma c’è tutto Stephen King e lei adora Stephen King e ci sono i libri di Harry Potter in inglese e lei adesso vuole leggere in inglese. Pago con il bancomat e racconto a mia figlia la storia dell’impiegato della banca, quello che forse guarda le transazioni. Poi vorrei dirle anche dell’Angelo Custode ma decido di no, magari un’altra volta.

La ciocca rosa non viene. Non capiamo perché.

Sua sorella è in bici con il padre, mi mandano la foto del chioschetto dove si sono fermati per bere qualcosa di fresco, di profilo lei gli somiglia, non era così, non ha mai avuto nulla di suo padre, eravamo sicuri, l’avevamo guardata bene per giorni e giorni e giorni. La grande uguale a Lui, la piccola roba mia, non mia di me, mia della mia parte, si dice così, no? La parte di Lui e la mia parte. La piccola era roba della parte mia e adesso invece ingrandisco le foto di profilo e ci trovo lui, insinuato chissà quando e chissà come, magari durante una delle loro partite a tennis o mentre fanno giardinaggio insieme o quando spariscono e sono in taverna a dipingere o quando guardano per l’ennesima volta Fantozzi insieme, non so quando si è infilato nel profilo di nostra figlia, è impercettibile ma io lo vedo, l’ha fatto, si è posizionato anche lì, prima non c’era e adesso c’è e non andrà più via.

Aspetto che le ragazze facciano il tampone in farmacia, mi metto nell’angolino del dehors, ordino un caffè e un bicchiere di acqua frizzante, la metà delle volte si sbagliano e la portano naturale, vabbè dice Lui, vabbè un cazzo dico io sperando di aver beccato la metà in cui non si sbagliano, il cane resta seduto sotto la sedia, le persone mi scorrono davanti, osservo come mettono i piedi, la metà delle persone che vedo li poggia male, voglio andare al mare per avere, poi, voglia di tornare a casa. Le ragazze vengono verso di noi, sorrido, rido, le guardo. Penso che sono solo una ragazza che la sua casa ce l’ha tutta con sé, come una tartaruga.

Poi ti dico

Le ragazze non ci sono ma rientrano tra pochi giorni. Cristina è in un Campus con docenti inglesi o spagnoli, mi pare, comunque persone che fingono di non sapere l’italiano così da costringerla a conversare in inglese. Mi telefona con regolarità, a ogni mia domanda risponde “poi ti dico”, non può mai parlare in quel momento e non so se si ricorderà tutto quello che mi vuole dire. Doveva andare a Malta, era il regalo per l’esame e per i quattordici anni, poi a quattro giorni dalla partenza è successo quello che è successo, Malta ha chiuso le scuole e l’agenzia si è reinventata una soluzione in Italia, in una località che non dirò non perché ai più non interessa ma per fare dispetto ai tre che passano di qui solo per saperlo.  Siamo quei genitori, si, quel tipo di genitori. Quelli che “complimenti”, quelli che “proprio quest’anno dovevate mandarli all’estero”, quelli che “poi non vi lamentate se si ammalano” come se avessimo fatto, deciso o programmato qualcosa di vietato e noi delinquenti ostinati nel portare a termine la condotta delittuosa. Avevamo programmato qualcosa che si poteva fare. Abbiamo cambiato i programmi quando ci hanno comunicato che non si poteva più fare. Cosa che negli ultimi quindici anni di genitorialità (conto la gravidanza, capita quando non puoi disporre del tuo tempo perché sei costretta a stare sdraiata sperando che la placenta cicatrizzi. Per quanto tempo? Non si sa, si vede di settimana in settimana. Capita quando sai che dalle 16 in avanti tu non sarai più tu ma ti trasformerai in una creatura con la capacità di vomitare anche per dodici volte in due ore. Per quanto tempo? Non si sa, si vede di settimana in settimana), cosa che negli ultimi quindici anni di genitorialità, dicevo,  abbiamo fatto sempre. Cioè, c’è un altro modo di essere genitori? Perché io non lo so, non mi pare. Mi piacerebbe sentirmelo dire dai fenomeni, tanti, che sanno tutto. Però mi devono dire anche quanti figli hanno, di quale età, con quali interessi, quali passioni, come si chiama il pupazzo con cui dormivano da piccoli, il frutto preferito e il gusto di gelato che mettono sotto nel cono. Il compagno di classe che sta sul culo. Il sogno per il futuro. La paura più grande. Il colore dell’ultima maglia che hanno voluto. Se chiudono il bagno a chiave. Il libro che c’è sul comodino. Se dormono al buio. A che età hanno avuto la varicella. Quando hanno iniziato a usare il vasino, che tempo c’era fuori. Se amano la pioggia. In quale città vorrebbero vivere. Il parente che detestano e quello a cui sono più affezionati, che non si capisce perché. L’umore il mattino quando c’è scuola. La loro domenica ideale. Quando mi avranno detto tutto questo dei loro figli e quando sentirò che tanto di tutto questo è molto simile al mondo delle mie figlie allora ringrazierò e prenderò in considerazione i moniti, i complimenti ironici, le soluzioni come offerte del discount.  

Pepe è via con la squadra di tennis, è già stata via per una settimana a giugno, questa volta è diverso, meno allenamenti e più tornei, è meno contenta, mi telefona con regolarità e a ogni mia domanda risponde “poi ti dico”, non può mai parlare in quel momento e so che si ricorderà tutto quello che mi vuole dire. Il problema del torneo è che mette in gioco dinamiche che ancora non padroneggia e lei è una di quelle persone che deve sentirsi sicura di quello che fa, dell’abilità in quello che fa. A volte penso che saprebbe allenarsi ad oltranza pur di aggiungere centimetri di consapevolezza , potrebbe andare avanti senza fermarsi per sentirsi padrona della tecnica, solo che lei non si accontenterà mai, cercherà sempre il suo “di più”.  Io sto ferma, la capisco, ogni volta che posso infilo un corso che mi insegni a fare meglio qualcosa che già faccio. E non mi basta, allora ne cerco un altro, per imparare ancora qualcosa che mi sfugge. Ho passato almeno vent’anni a rincorrere la perfezione, l’idea della perfezione. Sono abilissima nell’inseguire le idee io: l’idea di giustizia, l’idea di sapere, l’idea di amore, l’idea di felicità. Ho vissuto decenni nel mondo delle idee. Allora sto ferma, con lei. Ogni tanto, quando si stende con la testa sul mio cuore, ci provo, piano, a raccontarle quello che ho capito, quello che ho imparato, ma non è mai una lezione, una predica dall’alto di un pulpito, non ci credo a quei metodi lì, a quelle ipocrisie, non credo ai genitori che mentre ti fumano in faccia a tavola ti minacciano di farti ingoiare la sigaretta se ti beccano a fumare. Credo nel racconto. Nelle storie. Nella storia scritta da chi ha perso e non da chi ha vinto, meno eroica e più umana, credo nell’esempio che si può ripetere, quello alla portata di tutti, credo nella narrazione degli errori senza omissioni, perché cancellare gli errori non ci rende giusti, ci rende mancanti, vuoti in un punto, bucati dallo sfregamento della gomma e giù da quel buco chi può sapere cosa si perde. Adesso la sto aspettando, la mia Pepe, perché so che avrà bisogno di poggiare la testa sul mio cuore senza buchi e vedremo che storia vorrà sentire, che storia vorrà raccontare.

Nel frattempo, non posso dire che mi stiano mancando. Vivo senza guardare l’ora, sospesa, galleggio sulle incombenze quotidiane, il lavoro principalmente, senza aggiungere altro, ogni respiro è solo un respiro, ogni momento è solo un momento, quel momento, non c’è preparazione, non c’è fretta, non c’è la somma di altre vite alla mia. Quindi no, non mi mancano.

Sono reduce da una brutta otite e ho scelto la parola reduce di proposito. Due cicli di antibiotico e una cura di antiinfiammatori che mi hanno debilitata moltissimo. Ero al mare per qualche giorno prima che le ragazze partissero ciascuna verso la propria destinazione e il dolore era davvero forte, ho sentito una pallina dietro l’orecchio, dura e dolorante. Il lupo che mi vive dietro lo sterno si è svegliato, l’ho svegliato, ogni volta che penso di morire lui si sveglia per ricordarmi che sono viva. Sono andata dal medico, al mare, un otorino trovato su internet. Mi ha visitata e mi ha detto “Signora, io non so come faccia a stare ancora in piedi”.

Così, quando sono uscita dallo studio stringendo in mano il papiro su cui erano segnati i geroglifici della terapia di durata prossima all’eternità , mi sono seduta perché il medico aveva detto che potevo sedermi. Sdraiarmi. Dormire di pomeriggio. Fermarmi. Avere male. Stare male. Sentirmi male. La pallina dolorante è un linfonodo ingrossato, il lupo mi ha intimato di non giocarci, poi è rimasto sveglio per giorni a vegliare i miei pensieri, ad allontanare l’idea della morte che non si muore di otite, stupida che sei deve anche avermi detto una notte. Io l’ho chiamato con regolarità, ogni volta che mi faceva una domanda gli rispondevo “poi ti dico” e  ridevo da sola, perché il lupo, lui, non ride. Ho preso appunti delle cose che voglio dirgli perché non so se me le ricorderò tutte, ho scritto anche solo una parola e da quella ho iniziato, quando il dolore si è assopito e lo abbiamo vegliato, io e il lupo, parlando a bassa voce sperando che non si svegliasse.

E allora gli ho detto che ancora aspetto l’autorizzazione, il riconoscimento esterno, il cenno di assenso dell’autorità, la legittimazione. All’alba dei 43 anni ancora aspetto che un medico mi dica che è vero che sto male, anche senza febbre che a me non viene la febbre e so io quanto vorrei avere un bel febbrone da restare stesa, un febbrone da termometro schizzato che quelli che lo prendono e vedono la lineetta restano di stucco, un febbrone che faccia dire sta male, fate piano, fate silenzio, lasciamola riposare, deve guarire. Invece no, niente febbre. Che non si veda il male, che non sta bene far vedere il male. Io ancora aspetto una giustificazione, mai una scusa. Stupida che sono, devo avergli detto a un certo punto e il lupo ha annuito, stupida che sei, lo sai e non lo impari, devi esercitarti di più, non basta ancora.    

E gli ho detto che spero che le mie ragazze siano diverse, che generino idee invece di rincorrerle, che siano testimoni di loro stesse senza cercare altrove la ragione di quello che provano. Che frughino lì dentro, che c’è tutto, io lo so, io l’ho visto e a volte ho provato mettere in ordine ma non  si può mettere ordine dentro gli altri, nemmeno se sono i tuoi figli, soprattutto se sono i tuoi figli. Allora sai cosa faccio, faccio così, memorizzo. Memorizzo dove ho visto le loro cose, come quando entro in camera loro e appoggio roba sul letto o sulla scrivania. Non tocco niente, non sposto, non butto. Guardo e memorizzo, poi arriva sempre il momento in cui chiedono dov’è qualcosa perché non lo trovano e io dall’altra stanza, da un’altra parte, dagli anni che ci separano, dico a voce alta, indico dove guardare. E loro trovano. Poi capita che non trovino, si capita. Perché hanno spostato loro, hanno buttato e non me l’hanno detto. E allora si arrangiano un po’, cambiano i programmi, che poi è così che si vive. Cioè, c’è un altro modo per vivere? Perchè io non lo so, non mi pare.  Ho chiesto al lupo che mi vive dietro lo sterno.

Poi ti dico, mi ha risposto. E ha riso, piano, per non svegliare il dolore.

Perdonate(mi)

Perdonate i vostri genitori non quelli degli altri, quelli degli altri sono solo persone mentre i vostri sono anche persone. E perdonate i vostri figli che vi educano alle differenze, voi che vorreste fare uguale per tutti e non si può perché non si può fare uguale per chi è diverso. Perdonate i figli quando partono, ché i figli quando partono non sono mai uguali. Di uno sapete che se la caverà, dell’altro sperate che riesca a farcela. I figli sono uguali solo quando tornano.

Perdonate le assenze, i tempi senza abitanti, le case vuote, i chiodi sbilenchi senza più quadri da sostenere, le sparizioni che sono guarigioni, i morti che si portano via la loro voce dal mondo, le madri che le voci le fanno entrare nel mondo. I vecchi che vogliono essere chiamati anziani. Gli adolescenti che non vogliono essere chiamati. I padri con la pancia grossa e le gambe sottili. Chi si fa chiudere lo stomaco dall’amore o dalla rabbia o da entrambi.

I matti, i poeti, chi parla con i cani e chi ai cani risponde, i deboli, chi guarda una finestra aperta pensando se quell’altezza basterebbe a morire, chi ringrazia per educazione, chi custodisce la sacra fiamma del Lei rivolto agli sconosciuti e ai camerieri, chi deve consultare l’agenda, chi sorride anche se gli manca un dente.

Perdonate gli amori finiti, abbiatene cura, non lasciateli al vociare altrui, a marcire sotto il sole facile preda di bestie attratte dalla putrefazione, non togliete la dignità all’amore che avete amato solo perché non lo amate più. Chiedete indietro il corpo perché abbia sepoltura. Perdonate chi dice che ve l’aveva detto, ché siamo tutti Cassandre dopo. I nomi che non pronuncerete più, non in quel modo. Il vostro nome che vi sembrerà di non sentire pronunciare più, non in quel modo.

Le madri dei figli maschi che si comportano come spose tradite, ma solo se sono le vostre. Le madri che pensano di sapere tutto. Le madri che scelgono un nome perché entri nel mondo come se fosse nuovo. Le madri che sanno di non sapere tutto e chiedono che resti così, per favore, che ci sia ancora spazio per immaginare di aver creato creature speciali, incapaci di piccoli orrori quotidiani, incapaci di pensieri piccoli e meschini, incapaci di recare dolore a un altro essere vivente. Le madri che fanno preferenze, ma solo se non sono le vostre.

Perdonate il mare, il sole, il vento, i nostalgici, gli zoppi, le strade in salita, i parcheggi stretti, gli atti di gentilezza buttati a caso nel cosmo solo per sentire se qualcosa torna giù, la pioggia anche quando era prevista, i numeri selezionati inesistenti, lo spazio tra i denti, chi svuota il bidone del vetro alle cinque del mattino, il sesso fatto in silenzio, le apnee notturne, chi non vuole una famiglia, i bambini brutti, ché esistono anche loro.

Perdonate chi pone le premesse, chi non ascolta la risposta, chi piange di gioia, gli orgogliosi e quelli che sono fatti così per via del loro segno zodiacale, ma solo se non sono della bilancia o dei gemelli o dell’acquario. Perdonate chi si scusa per essere arrivato in anticipo, gli ansiosi, i timidi, gli uomini che arrossiscono che se a vent’anni vi sembreranno sfigati vi assicuro che a quaranta vorreste andarci a cena. Chi non ha fratelli e sorelle, quelli che li hanno, i fratelli e le sorelle ma solo se sono i vostri, chi non vuole figli, chi non lo sa finché non li ha e poi non può cambiare idea. Chi vorrebbe cambiare idea, se potesse. I cugini scemi e gli zii imbarazzanti. Chi cambia idea.

Le madri che vi tengono stretti, quelle che non sanno mai quando sarà l’ultima volta di quella presa calibrata in anni di esperienza, le madri che ogni volta potrebbe essere l’ultima, che solo chi ha messo delle voci e dei nomi nel mondo ha il terrore di un mondo senza quelle voci e quei nomi, le madri che vi spingono a partire e non vi diranno mai di tornare, le madri che aspettano barattando con il cielo ogni speranza, le madri di cui sapete fare a meno, le madri perché sapete farne a meno. Le madri sono uguali solo quando non tornano.

Il tempo di arrivare

Ogni volta che ho chiamato un taxi, lo scorso fine settimana a Roma, l’operatore mi ha risposto: il tempo di arrivare. Nessuna indicazione, stai lì buona e aspetta tanto dove devi andare se non sai come andarci. Mia figlia mi ha chiesto quant’era il tempo di arrivare. Che ne so, Cri, che ne so, le ho risposto. È come se ci avessero detto appena inizia a piovere o quando si alza il vento. Non lo so. Come faccio a dirti quello che non so, bambina mia? Già è difficile con quello che so, per esempio so che la corsa di ritorno costa sempre di più della corsa di andata e non ho mai capito il perché. Lei non mi ha risposto, mi ha guardata sotto il sole e sotto i suoi pensieri, non so quali bruciassero di più. Succede spesso che non mi risponda, annuisce quello sì, oppure guarda un punto fisso davanti a sé senza osservare nulla, poi apre un libro e sparisce tra le pagine, come quando si tuffa che non la vedo più.

Ha fatto anche quello, lo scorso fine settimana, il primo bagno in mare della stagione, si è avviata verso la riva e poi non l’ho vista più. Che sollievo tutti quegli anni di nuoto a scuola, per lei e sua sorella nuoto è materia scolastica, a me hanno tolto il peso dei pomeriggi in piscina controvoglia, perché così sarebbe andata, le avrei dovute obbligare e io non avevo, non ho, la voglia e le forze per obbligare qualcuno a fare qualcosa.  Io non so nuotare, non avrei potuto insegnarglielo, questo è uno degli aspetti che mi sono più chiari della vicenda genitoriale: non puoi insegnare quello che non sai. Forse nemmeno il resto, ma sicuramente non quello che tu non sai. Com’è l’acqua, le ho chiesto. Più simile a quella di Lignano che a quella della Sardegna ma andava bene, mi ha risposto. Ho ripreso a leggere pensando che ha imparato a nuotare senza che me ne accorgessi e allo stesso modo a giudicare in modo onesto quel che la circonda. Cristina non esagera mai, sua sorella forse un po’ di più, ma solo nei modi, mai nei contenuti. Poi mi sono appisolata con il libro aperto sulla pancia per non perdere il segno, sapendola accanto a me anche se in silenzio, senza più la litania di sottofondo che era il parlottare tra lei e sua sorella quando giocavano sotto il lettino, in spiaggia, io chiudevo gli occhi e mi bastava allungare una mano per sfiorarle entrambe. Non è più così.

È cambiato. Cosa, mi ha chiesto. Tutto. Il nostro modo di stare insieme, di scherzare, lo spazio che dividiamo, prima non lo dividevamo, lo condividevamo. Ma è normale. È giusto. Il cambiamento è un processo, le ho detto. I tempi del processo sono lunghi, si sa, e poi i processi sono sempre fatti da parti in causa e alla fine c’è sempre una decisione che scontenta qualcuno, in genere quello che non ha nemmeno capito le ragioni del processo, del cambiamento. E se lo capiscono entrambi, mi ha chiesto. Allora è meglio, il cambiamento viene accettato, c’è una transazione e si va avanti. Sono i cambiamenti i bastardi invece, perché son robe di un attimo, quelli, e tutto viene stravolto. Ecco, dovessi dire una cosa che ho capito è questa, bambina mia, affronta il cambiamento con validi argomenti e non ti intestardire sui cambiamenti, non li prevederai mai. Quanto tempo serve per il cambiamento? Non lo so, il tempo di cambiare, credo. O quando inizia a piovere. O se si alza il vento. Non lo so. Però so che non si può cambiare quel che hai già fatto. In genere, sono le cose che hai già fatto che possono cambiare te.

Come pensi che andrà la gara, mi ha chiesto. Come se bastasse il mio pensiero a rendere valido un pronostico, come se le madri avessero un qualche valore predittivo nascosto in tasca. Io in tasca ci tengo le dita incrociate e basta. Non lo so, quindi questo non posso dirtelo, bambina mia. Ma so che le brutte sensazioni si portano appresso sempre una quota di verità maggiore delle belle sensazioni. L’intuito funziona così, mia madre la chiama l’’anima che trema e non mi ha mai parlato di anima che balla per la gioia. Quando? Quando le chiedevo secondo lei come sarebbe andata, per me. Certo che lo chiedevo, è mia madre, a chi altri avrei dovuto chiedere di sentire al posto mio? Di sentirmi al posto mio.

È così. Cosa, mi ha chiesto. Il trucchetto è così. Io ho già avuto 14 anni, bambina mia, tu non ne hai mai avuti 42. Sono io che posso sapere cosa provi tu e non il contrario. O almeno, ci provo. Andrà male la gara? Può darsi, molto probabile. Soffrirai, ne sarai delusa, penserai di aver sbagliato, vorrai mollare, non saprai come dirmi tutte le parole che ti rimbomberanno in testa. Se io ci scherzassi su, è solo una gara in fondo e se anche tu vincessi non ti darebbero nemmeno una coppa, nemmeno una tazza da usare come portapenne, ti offenderesti. Se ti dicessi che quel male è questione di poco nella durata della tua esistenza, che è destinato ad arrivare e passare  non mi capiresti, se mi arrabbiassi aggiungerei delusione a delusione. Andrà male la gara? Braccia spalancate, le mie. Come se fosse andata bene, come se non ci fosse stata alcuna gara. Braccia spalancate e bocca chiusa. Le delusioni passano, quelle che ci diamo da soli ci mettono più tempo, quanto? Non lo so. Il tempo di asciugare tutte le lacrime dentro, quelle che non versiamo fuori, le delusioni che ci diamo da soli sono fiumi carsici, bambina mia, li vediamo solo noi, li sappiamo solo noi. Se a quel dolore lì io aggiungessi un mio sguardo di biasimo sarebbe come pugnalarti, questo lo so, l’ho imparato proprio alla tua età e ancora sento i lembi rimarginati della ferita da taglio.

Abbiamo letto che la vita è un morso, a cena, in quel ristorante napoletano, era scritto su un muro come si scrivono gli avvisi. C’era l’indicazione del bagno, dell’area riservata al personale e poi questo, che la vita è un morso. Solo tu riesci a trovare un ristorante napoletano senza cercarlo, mi ha detto. È l’istinto, le ho risposto. Certi suoni mi attireranno sempre più di altri, certi suoni mi mancheranno sempre più di altri. Non lo so poi se è davvero così, che la vita è un mozzico, forse è quello che mordiamo, c’è chi morde velocemente è vero, chi lo fa lentamente, alla fine conta solo quello che mordi e non il tempo del morso, bambina mia. La vita è il tempo prima di arrivare, il silenzio prima di parlare, il sospiro prima di dormire, il tovagliolo sulle gambe prima di mangiare, il cambiamento prima di appellare, l’acqua del mare prima di nuotare, una madre prima di invecchiare, una corsa di ritorno che sai più cara prima di pagare.

Cose che capitano

Va tutto bene, sai. Io sto bene, abbastanza insomma, dai. Piango poco, solo ogni tanto, in auto in genere e solo se sono sola mai quando ci sono le ragazze. Non mi piace piangere poco, meno di quanto vorrei o dovrei perché mi sento come il freezer quando va sbrinato. Penso. Perché non so come si sente il freezer quando è pieno di ghiaccio ma potrebbe sentirsi così, come me, in affanno.

Le ragazze, loro stanno bene. Mi sembra, a vederle, a parlarci, certo fanno i conti con la crescita, chi non li fa? E con gli impegni, ne hanno già tantissimi ma hanno ancora la leggerezza di non avere un’agenda. Ce l’ho io, la loro. Sono grandi, sai? Capita anche questo e capita velocemente, non mi avevano avvisata o forse si ma non ci credevo, non ci avevo creduto, adesso so che è vero. Sono grandi che mi prendono le scarpe o i pantaloni o che io li prendo a loro, Cri mi ha passato dei jeans che a lei vanno ancora di vita ma sono corti, li ho presi anche se sono taglia 13 anni, tanto la taglia è scritta dentro, mica si vede. Poi li avevo pagati io, le ho detto, formalmente sono miei.  È alta, abbastanza, insomma per essere anche figlia mia e non solo di suo padre è alta. Sono grandi che non mi dicono le cose, non tutte, alcune se le tengono per loro due e se una inciampa in un argomento riservato l’altra le fa sguardi eloquenti, sai, quelli che dicono “zitta c’è mamma”.

Domani io e Cri andiamo ad Ostia, per una gara, andiamo a prendere botte e speriamo di darle, poi passiamo da Roma per una pausa di bellezza. Pepe va via sabato con il circolo, per una settimana giocherà a tennis sette ore al giorno, penso sia la sua rappresentazione della felicità. Sono grandi così e io non ci credevo e adesso lo so.

Ti piacerebbero, non possono non piacere, sono simpatiche e ironiche, sono talmente tutto che a volte mi chiedo se, davvero, sono uscite da me e quando mi rispondo, perché io alle mie domande ancora mi rispondo sai, ci provo almeno, quando mi rispondo io sorrido, sorrido sempre, più di quanto vorrei o dovrei, perché mi sento nel posto giusto per la prima volta. Mi sento il posto giusto per la prima volta.

Sono ancora molto vanitosa, non ho smesso di guardami e riguardarmi, solo che non mi specchio più nelle vetrine dei negozi e nei finestrini delle auto parcheggiate, anzi lo faccio ancora, ma solo ogni tanto, poco e in genere quando sono sola. Mi specchio nelle ragazze, adesso. E mi sembra di essere molto bella, mi vedo bene, loro camminano verso di me e io giro su me stessa come una bambina felice. Penso. Perché non so come fa una bambina felice, davvero felice. Ma penso che potrebbe fare così, come faccio io.

Sembra strano, eh? Da dove ero partita, ti ricordi, che dicevo sempre “mi ci sono voluti tutti i primi otto mesi di psicanalisi prima di riuscire ad andare al supermercato con entrambe” ed era vero, che mica racconto cazzate.  Sai, le ho sempre guardate le altre madri e ancora le guardo, si lo faccio ancora, per capire, per imparare, le guardavo e le guardo come i programmi di ricette, per vedere se riesco anch’io. Perché mi sembra sempre di non avere l’abilità, quella che serve , o il tempo per la lievitazione  e quella pazienza lì per esempio, oppure a me manca sempre un ingrediente e allora rifaccio la ricetta ma con una variazione, con una sostituzione. Tu dicevi sempre che la cucina è questione di precisione assoluta, secondo me non è davvero così. Perché se fosse solo una questione di precisione assoluta mi sentirei più a mio agio.  Invece tante volte devi fare con quello che hai, è applicare la precisione all’improvvisazione, ecco perché a me le ricette replicate non vengono mai. Non uguali. Che poi chi le ha mai assaggiate davvero le pietanze preparate da questi fenomeni dei programmi?

Io no. Non è che ci credo, in fondo. Le guardo ancora, le altre madri. Quelle che dicono dei propri figli che quando sono arrivati loro sono passate tutte le paure. Lo dicono, si, le ho sentite, ti dico. Nati loro via tutte le paure, sbam, tutte fuori dalla porta in un battito neonatale di palpebre senza ciglia.

Io no. Non lo dico, perché non racconto cazzate. Quando sono nate loro, io sbam, ecco arrivate tutte le paure, tutte entrate dalla porta e dalle finestre e da ogni pertugio, sai come la scena in Harry Potter, quando lo zio  stronzo cerca di non fargli recapitare la lettera da Hogwarts? Forse non la conosci la scena, non hai fatto in tempo a leggerla o vederla, mi sa. C’è questo odioso zio che si oppone al destino del nipote mago nascondendogli la verità, immagina pure come finisce. Si è mai visto qualcuno che possa, davvero, opporsi al destino e nascondere la verità?

A me le paure sono arrivate così, come un destino e come una verità, portate da loro, le ragazze.  Paure che nemmeno pensavo fossero catalogate, paure che non pensavo esistessero già nei manuali, paure che quando le racconti gli altri ti dicono che è normale.

Grazie.

Ma se è normale perché non lo dite? Perché aspettate che lo dica io in un discorso prima di sbilanciarvi? Perché fate quelli che si siedono in fondo alla sala nell’ultima fila e sperano di non essere interpellati? Ma se è normale perché non vi sedete davanti e alzate la mano? Perché non lo raccontate?

No, non sono passate, anzi. Alcune si, ma sono state sostituite e allora niente, mi ci sono organizzata intorno. Le tengo distinte dal resto, soprattutto dalle inquietudini, che quelle sono mie e non c’entrano con le ragazze, quelle le avevo già, ti ricordi? Mi galleggiavano già negli occhi, che sono neri da averne paura lo so, ma le inquietudini sono chiare, le mie almeno, e si vedono bene lì dentro. Tu le avevi scure le tue, ti galleggiavano nel verde degli occhi, anche le tue non sapevano nuotare, mi sa. Io le conto, anzi no, sai cosa faccio? Faccio la mappatura. Come con i nei. Lo faccio solo ogni tanto, di notte in genere, mentre Lui dorme e non sa di me, quel che mi succede, dove vado, cosa vedo. Ne ho trovata una nuova, ci ho messo un po’ ma sapevo che c’era, alla fine l’ho stanata, la maledetta, alle tre del mattino di un martedì senza scadenze, con solo Cri che si allena e dei libri da ritirare in libreria. Si era nascosta nel ventre, sotto il taglio dei cesarei, è che lì cerco poco. C’entra con le possibilità, è un’inquietudine piatta, non è in rilievo, non sporge, non è nemmeno grande. Ma non è piccola, potrebbe crescere se non la tengo sotto controllo. C’entra con il venire meno delle possibilità, le mie, quelle solo mie. C’entra con il tempo, quello che pensi che ti resti perché è solo un pensiero, il tempo, no? Il tempo futuro è solo un pensiero, vero? Puoi contare solo il tempo passato  ecco perché capita, pure, che ti arrivino certe botte di coraggio quando realizzi che del tempo futuro non sai niente e ti dici ma si, lo faccio, ma si, corro il rischio, ma si. Però, lo sai, perché lo sai, che anche se di coraggio sempre di botte si tratta.  C’entra con la bellezza su cui vorresti posare lo sguardo. C’entra con le speranze, che ti sembra di averle date via tutte, di averle arrotolate come banconote e infilate nelle tasche dei figli perché non si sa mai, se dovessero avere bisogno, meglio che ne abbiano di scorta.

Questo nessuno me l’aveva detto.

Per davvero nessuno, non è che magari qualcuno ci aveva provato e io ottusa come pochi non avevo ascoltato o non avevo capito, no, davvero, nessuno me l’aveva detto che capita, può capitare, che mi sarebbe capitata questa cosa di fare la conta delle possibilità come si fa con gli ovuli. Nessuno mi aveva detto che, come per gli ovuli, quello è il numero delle  possibilità che ti sono date. Adesso ho il dubbio, però, che invece per gli ovuli non sia così. Aiuto. Io e i miei dubbi.  Anche quelli non mi sono passati, ricordi quanti ne ho avuti sempre? Tu ne hai avuti tanti? Penso di si, penso che non ti andasse di farli vedere ma che li avessi, tra le pieghe del borsello, magari.

Vorrei chiedere agli altri, se capita anche a loro, ma come si fa? Fermo qualcuno mentre mi parla di qualcosa di importante tipo l’estrazione della lettera per l’inizio degli esami di terza media –vogliamo tutti che i nostri passino a metà, facciamo pace, nessuno vuole passare per primo o per ultimo– o tipo la composizione della valigia dei tennisti- quanti cambi per sette ore al giorno per sette giorni– o tipo la dicitura per l’esenzione dell’Iva da inserire in fattura-dove? In calce? Ma non lo fa il programma da solo? Ma il programma è solo un programma, sei tu che lo programmi non si autoprogramma, dai tu le istruzioni al programma, ah davvero? Eh, si– lo interrompo e cosa gli chiedo? Capita? Capita anche a te di sapere che non puoi più? Che non potrai più? Che quello che hai sbagliato non lo correggi e che sono tanto belle le frasi motivazionali il coaching e quelle cose per cui non puoi cambiare l’inizio ma puoi scrivere il finale ma che sono cazzate? Capita? Capita anche a te di stare sveglio di notte a elencare quel che non puoi più? Capita anche a te di svegliarti perché sai che tra poco tempo ti verrà restituita la tua solitudine, quella che sbam,è uscita dalla porta e dalla finestra al primo battito neonatale di palpebre senza ciglia e che penserai sia un dono e invece è roba tua, l’avevi ceduta e adesso ti torna indietro, e forse non l’apprezzerai nemmeno? Perché non sei più abituato alla solitudine, ti sei abituato alle attese, è diverso. Aspetti sempre , quando sei solo in auto fuori da una palestra di periferia- deve esserci un motivo sociologico per cui alcuni sport vengono praticati in strutture così vicine al carcere o alle principali vie di fuga dalla città, mai in centro- aspetti sempre e lo spazio di quelle attese pensi sia il tuo tempo invece no, è altro, è un tempo che occupi come una pausa caffè.

Cosa faccio? Fermo la gente e chiedo: Capita? Capita anche a te? E se ti capita tu cosa fai? Come fai? Ci vivi bene lo stesso? Ti organizzi o non ci pensi, sei uno di quelli che rinvia la gestione del problema? Lui mi dice sempre che le questioni vanno affrontate quando sono piccole. Gli ho chiesto, allora, di questa inquietudine che ho trovato alle tre del mattino di un martedì, questa robina piatta e senza sporgenze e mi ha detto che a lui non capita.

Sai, non so perché ma lo sapevo che a Lui non capita. Gliel’ho chiesto solo perché era semplice, perché gli chiedo sempre tante cose, se mi ama, se è felice, come va la caviglia, come è stata la giornata. A te capitava?  Avrei voluto chiederti tante più cose, si dice sempre così, lo so. È sempre quella storia del tempo e delle botte che ti dà. Però secondo me  a te non capitava, per come ti ricordo non penso, non so nemmeno quante volte hai riscritto il tuo finale, se mai l’hai fatto.

Io il finale ce l’ho in mente, tutti quelli che bazzicano il mondo delle storie lo sanno che se non sai il finale è inutile raccontare, ti perdi, in fondo è come con le barzellette, se tu racconti una barzelletta e ti dimentichi il finale non farà mai ridere e allora non sarà più una barzelletta, sarà altro ma non sarà una barzelletta e se volevi raccontare una barzelletta è un peccato. Però capita, a quanti capita, ci avevi mai fatto caso? Uno inizia a raccontare e poi dice no aspetta, faceva così…

Le ragazze le raccontano bene, sai, fanno ridere moltissimo, farebbero ridere anche te che non sei mai stato uno facile in questo senso. Sono sarcastiche e intelligenti, sono talmente tutto che a volte mi chiedo come sia possibile che certe fortune siano capitate proprio a me e non mi rispondo, a questa domanda non mi rispondo, ma solo perché aspetto, aspetto di restare sola, ancora non è il momento ma non manca molto, poi cercherò la risposta. Quando la troverò, sai, quello sarà il finale. Sorriderò e prima di fare la giravolta, stavolta, lo dirò a tutti, li avviserò, tutti sapranno com’è che è capitato a me, proprio a me, tra tutte le possibilità.

In foto la vista da casa tua, che lho guardata io per te, l’altro giorno mentre ti pensavo.

Regali

Il corriere non arriverà in tempo, il tempo è oggi. Ha lui il regalo che Pepe ha scelto e pagato con i suoi risparmi per te. Qualcuno ieri ha suonato ma Cri non ha interrotto la professoressa per chiederle se poteva rispondere al citofono visto che è da sola a casa in quarantena scolastica come tutta la sua classe, per via di quel compagno positivo. Non si trattava comunque del corriere, lo so per certo, ho la mail con l’indicazione del giorno di consegna.

Il mio regalo giace in lavanderia, nascosto per bene. Non è niente di che ma penso che ti piacerà. Adesso sarò costretta a cambiargli posto.

Cri non ha fatto in tempo a comprarlo, per via della quarantena. Riavrà la sua libertà sabato prossimo, penso che prima del tuo regalo nelle sue priorità ci siano gli allenamenti e le prove per lo spettacolo di teatro. E poi mi ha confessato che non ha idee, non sa cosa regalarti. Non sa cosa ti può piacere, perché quello è il senso di un regalo, che piaccia a chi lo riceve e non a chi lo fa.

Allora ho proposto di rinviare i festeggiamenti. Stasera solo la torta, dopo cena, soffierai sulla candelina il tuo numero appuntito, l’anno scorso era più morbido è vero, ma questa nuova unità non ti sta male addosso, anche il primo compleanno con me accanto era così, un po’come il primo compleanno nella vita, che è quello con il numero 1 che svetta, mica con la comodità dello 0. Sabato sera la cena, il mio rossetto rosso e il correttore sul brufolo spudorato che non sa quanti anni ho, Cri con il mascara e la matita sfumata, Pepe con i jeans nuovi e la borsetta a tracolla, tu con la camicia con le inziali appena sotto il cuore, i pacchetti da spacchettare e l’ansia che non ti piacciano.

Fino a sabato cercherò qualcosa da integrare al mio regalo, lo faccio sempre, mi sembra che non basti, come quando preparo un piatto nuovo o quando abbiamo ospiti, che poi avanza sempre un mare di roba ma è più forte la paura che non basti mai. È che non mi hai detto niente, ti ho chiesto nelle ultime settimane se ci fosse qualcosa che proprio volevi, ancora ieri sera. Se non lo sai tu- mi hai risposto- nessuno mi conosce come mi conosci tu.

Nessuno, è vero. Ma non aiuta anzi a volte è peggio. È dall’anno del taglia capelli e regolabarba che non ho più certezze, per la tua reazione. Quell’anno facevamo abbastanza schifo, va detto, tu forse un po’ di più ma poi siamo andati in pari, perché io sono un fenomeno quando si tratta di recuperare nella categoria sbandieramento di cattiverie. Ho come uno sprint finale.

Anche quattro anni fa, non era andata proprio bene. Odio le foto di quella sera, le ragazze accanto a te, il tuo gilet blu, il terrazzo senza piante, senza fiori, il cielo pronto a rovinarci addosso la sua incazzatura, il mio sguardo attraverso l’obiettivo, dall’altro lato dell’obiettivo, che vi fissa in sorrisi forzati e che ti considera un ospite, uno a cui ha prestato per un momento quelle due meraviglie per scattare la foto, uno così, che non aveva il coraggio di rovinare addosso a quattro cialtroni la sua incazzatura.

Ti avevo regalato la guida di viaggio per il Giappone e un pigiama. Un ossimoro, insomma. Nessuno te l’aveva mai regalato prima.

Quest’anno non mi sbilancio. Non siamo al massimo della forma ma nemmeno da buttare. Ho pensato di integrare così, per esempio, con Pepe che dice che essere il numero 1 non conviene, perché più su non puoi andare, puoi solo scendere o restare dove sei e per farlo la fatica è tanta. Tanta fatica per restare fermo, in effetti non conviene. E se sei il numero 1 alla fine non hai più sogni, è più facile che tu abbia incubi. Prendi Djokovic, dice. Perché lei in testa e tra le mani ha, principalmente, la racchetta in questo ultimo periodo di vita, circa il 50% del suo vissuto, sta facendo una lunga gavetta, partita dopo partita, sempre contro quelle più grandi, più alte, più arrabbiate e lei che non molla, non indietreggia, passa lo straccio e migliora il servizio, si complimenta con l’avversaria, beve dalla bottiglia, si asciuga il sudore, partita dopo partita concentrata sul singolo punto allarga lo sguardo oltre la rete, quando è lì dentro non cerca nessuno di noi là fuori.

Oppure con Cri che dice: i figli delle famiglie che funzionano li riconosci. Quali sono le famiglie che funzionano ti viene da chiederle, almeno a me viene e infatti le chiedo. Sono quelle in cui si fanno le cose insieme, non tutte, le cose importanti mi rivela. Quali sono le cose importanti ti viene da chiederle, almeno a me viene e infatti le chiedo. Le vacanze, andare a teatro, la cena. La torta per il compleanno. Raccontarsi la giornata. Scambiarsi i libri. Passare del tempo insieme, domando. Si, ma bene, non passarlo per passarlo. Poi aspetta, beve il cappuccino con latte di riso nel locale giapponese dove ci siamo fermate per fare una pausa da tutto quel camminare in centro, è buono, sentenzia: “noi siamo una famiglia che funziona, mamma”. Possiamo ricominciare il giro, mi ha detto quello che voleva che sapessi.

E integro con tutti i miei scongiuri non si sa mai, son le cose che funzionano che possono rompersi mica le altre, quelle già rotte, quelle alla peggio si sbrindellano ma già non funzionavano.  È il problema delle famiglie disfunzionali, pare. Lo dicono gli esperti, lo dicono un po’ tutti, io non sono esperta e non sono tutti, non sono nessuno. Sono solo una che ha imparato ad accorciare le frasi, che punta tutto sulla frase minima. E allora per me è il problema delle famiglie. Che di famiglie funzionali io non ne conosco ma faccio il tifo per quelle che funzionano.

Aggiungo ben impacchettati tutti i Sacri Testi Genitoriali che ho riscritto abbreviandoli, arrivando all’osso e così non diremo mai alle nostre figlie: “dove ho sbagliato con te?” ma ci fermeremo un attimo prima, quel tanto che basta a lasciarle fuori dai nostri errori. Dove ho sbagliato? E non le faremo cadere nella trappola dei nostri dispiaceri, li terremo divisi dai loro, faremo una corretta raccolta differenziata dei dolori singoli e dei dolori collettivi, nella riscrittura non compare la frase “non darmi questo dispiacere” ma in grassetto è scritto “sono dispiaciuto insieme a te”. I capitoli più corti sono quelli delle “Verità che fanno male” perché quelle vanno dette senza preamboli e “Sii quel che sei purché tu sia felice” in cui la frase più lunga è il titolo e le pagine a seguire sono bianche. Te li lascio, per sicurezza.

Insieme a tante piccole cose un po’ a caso sparse per casa che di quelle è fatto il mio amore quotidiano.  La cura dei gesti che non vedi, quando non li vede nessuno, è lì il bene che ti porto. Il pigiama piegato sotto il cuscino quando rifaccio il letto, la forchetta rimasta macchiata che tengo per me quando apparecchio, l’aceto per pulire dopo che sei uscito che quell’odore ti disgusta, il sedile tirato indietro se poi devi guidare tu, il passo indietro che tengo, quello che gli sciocchi scambiano per subordinazione. Non sanno che stare dietro la tua schiena serve a farmi spuntare fuori all’improvviso cogliendo tutti di sorpresa. E che così ti guardo il culo.

E integro con i ricordi in cui non ci sei così diventano anche tuoi e quando io li perderò potrai restituirmeli. E allora prendi e guarda, c’è il tabaccaio in Piazza Montanari e una bambina con i pantaloncini e i sandali che compra un pacchetto di Diana e sua madre affacciata alla finestra che la guarda entrare con soldi nel palmo destro e uscire con il resto nel palmo sinistro. C’è il ghiacciolo l’ultimo giorno di scuola nel chioschetto in legno, è alla menta ma questo lo sai già, e c’è una ragazza come Pepe, molto simile nell’aspetto, che muove le labbra e finge di recitare il Salve Regina tutti i sabati mattina con la Professoressa di Educazione Artistica perché quella preghiera la getta nello sconforto e non sa a chi dirlo, per fortuna sei arrivato tu anni dopo. C’è una ragazza come Cri, molto simile nell’atteggiamento, che passa il suo tempo a leggere e solo questo la salva dai pensieri più tristi e non sa a chi dirlo, per fortuna sei arrivato tu anni dopo. C’è una ragazza come me, ma molto più giovane nell’aspetto, che sullo specchio scrive con il rossetto quod amantem iniuria talis cogit amare magis sed bene velle minus e questo è l’insegnamento più vero e feroce che abbia mai ricevuto sull’amore, quando sei arrivato tu anni prima. C’è una donna come nessuna, colma di consapevolezze tardive, malinconica e irriverente, che l’amore lo impara e lo insegna, se lo appunta, lo scrive, quasi mai lo rilegge, lo affida ma solo perché per fortuna sei arrivato tu.

Ti regalo il giorno in cui Cri, a quattro anni, mi ha chiesto cosa significava la parola suicidio e dopo la mia spiegazione mi ha detto che non le piaceva, che lei avrebbe aspettato di morire da sola. E anche Pepe negli anni dell’asilo quando ogni mattina si portava dietro la sua copertina Dudù e la metteva per bene sotto la cintura di sicurezza per proteggerla, come facevi tu con lei. La volta in cui pensavi che Cri avesse il pannolino e invece era lei burrosa e morbida come non sarebbe mai più stata e noi non lo sapevamo. Pepe con le gocce negli occhi che non vede nulla e mi chiede com’è portare gli occhiali. La notte di tregenda al mare e la corsa dalla guardia medica per un labbro deformato, il podio con l’oro al collo, il treno per Torino, la noia di giorni sempre uguali che uguali non sono solo che ancora non lo sappiamo, il silenzio della casa quando si spegne la luce, la canzone che ancora non hai ascoltato, l’orgoglio di viverti accanto, i libri sottolineati solo perché tu possa trovarmi sempre o un giorno quando sarà, aprendo a caso una pagina sbadata, una riga sottile sotto una parola, come una piccola cosa che significa una cosa grande, che quello sono io, una sineddoche. Nessuno te l’ha mai regalata prima.