E’ andata così

Il 16/05/1982 avevo tre anni e otto mesi meno un giorno. Infatti, come negli anni precedenti, ho compiuto quattro anni il 17 settembre di quello stesso anno. Questo aspetto dei tre anni e otto mesi meno un giorno è importante, tenetelo a mente. Il 16/05/1982 era una domenica, potete controllare oppure fidatevi, è così. Era domenica e faceva caldo. Quella domenica io ho mangiato, senza finire la porzione che avevo nel piatto e non sporcando la camicia con bretelle che indossavo graziosa, le lasagne altrimenti dette pasta al forno seduta al tavolo di una cucina in un alloggio in via Italo Pizzi a Torino. Durante il pranzo la padrona di casa, la zia di mio padre, si è alzata per andare a rispondere al telefono che era posto sul mobile dell’ingresso, altrimenti detto corridoio. Al telefono era suo nipote, mio padre, che annunciava quel che andava annunciato. Non ricordo mia nonna, la sua reazione ma la immagino facilmente: finti svenimenti e pianti inutili e poi la domanda, stupida, rivolta al figlio al telefono “hai mangiato?”. Non ricordo mio nonno, la sua reazione ma la immagino facilmente: sorriso enorme, aria compiaciuta come se, in fondo, fosse merito suo e speranza, ancora non disillusa, che quella ragazza ossuta e riccia cedesse all’importanza del nome da attribuire. Non ricordo la reazione di mia zia, sorella di mio padre, incinta del primo figlio e prossima al termine della gravidanza ma la immagino facilmente: tacitare suo marito che infieriva sulla suocera, mia nonna, per la storia dei finti svenimenti e dei pianti inutili. Ricordo che ero seduta tranquilla in mezzo alla confusione quando mi hanno detto “è maschio, hai un fratellino. Sei contenta?”. Ricordo di aver detto no, che non ero contenta. Volevo una sorellina che si sarebbe chiamata Silvia, nome che non mi piaceva. Anzi, forse non volevo niente. Anche questo è un aspetto importante, tenetelo a mente.

Il 16/05/1982 al nono piano di un alloggio in via San Marino 69, a Torino, nella camera da letto dei miei genitori, sotto la supervisione di un’anziana ostetrica miope e di mia nonna materna è nato mio fratello. Con almeno tre settimane di anticipo sul termine, ricoperto di una patina gelatinosa, la camicia, tipica dei prematuri pare. Con la bocca rossa e tantissimi capelli. La teogonia, narrata oralmente sino a questo mio tentativo odierno, riporta che la nascita pretermine sia dovuta all’ingenuità materna che il giorno precedente aveva indotto la gravida a lavare la trapunta matrimoniale nella vasca da bagno e, resasi conto del fatto che l’attività così faticosa non era adatta alla sua condizione, per non farsi rimproverare dal marito aveva pensato bene di sollevare la trapunta bagnata e stenderla, senza preoccuparsi di fornire spiegazioni sul come una trapunta matrimoniale bagnata potesse arrivare da sola dalla vasca ai fili sulla stessa penzolanti. E così, sulle lenzuola appena cambiate è arrivato nel mio mondo Diego, 3,5 kg per 52 o 53 cm, sorprendendo tutti per il fatto di essere maschio e per il fatto di avere capelli perché, sempre secondo la teogonia ufficiale, mai nessun bambino aveva osato nascere con i capelli nella famiglia materna e soprattutto mai nessuno aveva pensato che un bambino che nasce ha anche una famiglia paterna alla quale rendere conto, famiglia paterna nella quale sono nati tutti con i capelli, circostanza appurata solo quel giorno.

Le fonti riportano la gioia incontenibile della nonna materna, che dopo tre nipoti femmine e un solo maschio vedeva avanzare la squadra per la quale ha fatto apertamente il tifo per decenni, salvo ricredersi un attimo prima di soccombere alla dimenticanza di tutto e tutti, rivalutando la squadra delle femmine ma solo perché figlie delle sue figlie, in aperto spernacchio ai figli dei figli, che pagano lo scotto di essere, soprattutto, figli delle nuore. All’urlo di “è maschio, è maschio” declinato in dialetto era uscita dalla camera adibita a sala parto per comunicare a mio padre, serissima:” è femmina”. A mio padre, pare, importava molto poco, c’era solo l’incombenza del fiocco nascita, insomma, azzurro o rosa, quello bisognava chiarire, perchè la precisione viene prima di tutto. E poi la vicenda pruriginosa del nome, ma tanto sapeva che non c’era possibilità, avrebbe dovuto dire a suo padre che no, il nipote non avrebbe avuto il suo nome. Oppure poteva fare finta di niente, non dare spiegazioni e mettere tutti di fronte al fatto compiuto di un nome diverso. Come ogni figlio maschio che si rispetti, incapace di sostenere un contraddittorio con sguardo di disapprovazione genitoriale nonostante l’età adulta, mio padre percorse questa seconda strada. Il fiocco azzurro apposto sul portone del condominio recitava la mia felicità nell’annunciare al quartiere Santa Rita la nascita del fratellino che per gli anni successivi avrebbe dovuto dire che no, non si chiamava come Maradona per questioni calcistiche. Come Zorro, diceva la mamma.

Comunque, non ero felice. La teogonia ufficiale, a questo punto, si concentra su questo aspetto e narra che la prima domanda rivolta da parte mia alla puerpera ancora sdraiata nel letto con una lunga treccia poggiata sulla spalla destra sia stata “adesso puoi prendermi di nuovo in braccio?”. Questo non lo ricordo, quindi non posso certificarlo. Come non ricordo che proprio l’evento nascita abbia scatenato un peggioramento della mia balbuzie. Come non ricordo di aver chiesto nei mesi precedenti alla gravidanza di avere un fratellino, proprio un fratellino, e di averlo quindi suggerito e voluto e di essere stata, perciò, accontentata e di dover, persino, ringraziare quindi. Come non ricordo di aver specificato che il fratellino lo volevo ma con un altro papà, per non dover dividere il mio che tra i tanti meriti che aveva quello era il più importante, il fatto di essere tutto mio. Qui diventa importante la questione dei tre anni e otto mesi meno un giorno. Perché il fratellino è stato pianificato a tavolino, spero concepito non sullo stesso tavolino, ma comunque tre erano le certezze granitiche di mia madre dopo la prima esperienza di maternità, cioè io, e queste certezze erano: partorire entro il primo semestre dell’anno perché un’altra estate incinta nemmeno morta/non partorire mai più in un ospedale asettico correndo il rischio di fare il travaglio accanto a una donna che deve partorire un feto morto e che ci tiene a dirtelo durante una tua contrazione/ aspettare che la bambina (cioè io) abbia almeno tre anni così è alla scuola materna il che significa buon livello di autonomia e giornate dedicate al neonato sino alle 16.30 almeno. Eccolo qui, otto mesi dopo il mio terzo compleanno, nato in anticipo, con il suo inspiegabile carico di capelli, la dimostrazione vivente della capacità procreativa, della facilità a concepire, delle fertilità, della fecondità delle donne della famiglia, quella peculiarità sintetizzata dall’espressione secondo la quale mia nonna, mia madre e mia zia rimangono incinte con lo sputo.

Nel mio piccolo confermo la caratteristica insita nel dna mitocondriale, ma avendo avuto un aborto e una partenza stentata delle gravidanze terminate in parti  d’urgenza non rientro completamente nel gotha di quelle che figliano senza accorgersene, circostanza che mia madre sottolinea con un discorso al plurale, retaggio della professione di maestra, per cui sostiene che noi donne di oggi (ormai quasi di ieri anche noi, ma poi noi chi?) facciamo fatica a partorire naturalmente, a portare a termine una gravidanza. Loro, dopo lo sputo fecondante, non c’era pericolo che non portassero a termine la missione, naturale, per la quale siamo (ma siamo chi?) fisicamente progettate. Fa così lei, parla al plurale come quando metteva la nota di classe.

Il 16/05/1982 non avevo nemmeno quattro anni e già portavo gli occhiali, avevo un occhio pigro e storto, l’altro dominante e arrabbiato perché doveva fare tutto da solo. Seduta sul sedile anteriore di un’automobile che non so, in braccio alla zia di mio padre, mi hanno portata a casa mia e mi hanno fatta salire su uno sgabello nero per farmi vedere il contenuto della carrozzina. Un neonato del quale mi hanno detto che si chiamava fratellino. Il giorno dopo, all’asilo, ho disegnato male la scena e sul retro del foglio, ho scritto bene “è nato il mio fratellino”. Sapevo per certo di non averlo chiesto, di non averlo desiderato. Della gravidanza di mia madre ricordo solo una scena, lei con una camicia da notte stretta sulla pancia davanti a me, io in piedi in camera loro, pronta per andare in camera mia a dormire, lei che mi mostra un bozzetto, uno gnocco che si muove dentro la pancia, è un piede del fratellino o della sorellina, mi dice. Tocca, mi invita. Mi fa senso solo l’idea ma pare sia importante e allora poggio l’indice sul rigonfiamento e quello si sposta. Vorrei togliere il dito ma non posso, allora seguo il piede del fratellino o della sorellina. Quando venticinque anni dopo ho visto il primo calcio di Cristina, non sentito ma visto nella pancia che cambia forma, ho pensato a mio fratello.

Perché negli anni, poi, il fratellino è diventato fratello. Questo succede, ai più fortunati e io lo sono stata. Anche lui, va detto. I primi lustri sono stati di assestamento, è vero, ma già il fatto che abbia deciso di nascere sotto il segno del Toro come la maggior parte delle persone che amo (ovviamente non sei tra queste, Orrendo Butterato, ti ho beccato sei di nuovo qui) e non dei Gemelli come la maggior parte delle persone che detesto (scusa mamma, prendila più come una nota di classe, una cosa generale insomma) ha contribuito a rendermelo meno inviso, lui sapeva che sarebbe stata una vita impossibile, altrimenti. E sono passata oltre alla volta in cui ha cercato di strangolarmi con la cintura dell’accappatoio di spugna mentre giocavamo al cavallo, dove io ero il cavallo e la cintura fungeva da redini, lui era il cow-boy e mia madre quando se n’è accorta dalle abrasioni sul mio collo mi ha rimproverata perché non dovevo lasciarglielo fare e lì ho imparato che poco importa se è colpa degli altri se tu li lasci fare.  E nessun rancore nemmeno per i morsi. Per le bambole brutalizzate. Per il cibo mangiato al posto mio. Per i compiti rovinati con la parte indelebile del cancellino della stilografica. Per tutti i conflitti, senza i quali non avremmo avuto gli armistizi. E le alleanze successive. E va bene anche per i giri al pronto soccorso durante i quali annuncio chiaramente che io entro con il ragazzo perché è minorenne e io sono la sorella, scansatevi pure, non potete impedirlo. O per le visite di controllo dopo l’intervento, quando lo accompagnavo solo per fare la scema con il chirurgo che l’aveva operato e gli dico di esagerare un po’ nel riferire la lentezza della ripresa, che gli costa, un’altra visita?  E va bene anche quando se n’è andato, via su un aereo, via a Londra e io sono rimasta, invece, qui, a immaginarlo lì. A insegnare alle mie bambine a salutare ogni aereo in cielo perché magari lì sopra c’è zio, sono rimasta qui, a chiedere a mamma e papà quando arriva Diego? Diego che nel frattempo aveva ripescato anche il secondo nome, quello che non ce l’aveva fatta quel 16/05/1982, il nome di nostro nonno, ricollocato accanto al primo come fanno i figli a un certo punto, che recuperano qualcosa che avevi messo da parte per loro ma che a loro non piaceva. E va bene per i segreti, tutti, li ho mischiati nel cestino di vimini che lui sa, non li può toccare nessuno, neanche l’ultimo, l’ultimo segreto in ordine di tempo, io l’ho mantenuto dopo che me l’ha raccontato al tavolo della sua cucina, a Londra, nell’estate del 2018 e quel giorno resta un segreto ancora oggi, il più prezioso di tutti forse, perché è stato come toccarlo di nuovo prima che nascesse, mio fratello. Quel giorno resta segreto, ma il segreto di quel giorno a giugno compirà tre anni, ha un sorriso immenso e un padre immenso, un nome che pronuncio male e un secondo nome che ha appena scoperto di avere e che gli piace pronunciare: come ti chiami gli chiedo, sorride inquadrato male dal telefonino, Ethan, zia, mi chiamo Ethan Marco, come il nonno. La fai una cosa per zia, gli chiedo. Sì. Dai un bacio a papà da parte mia e gli dici i love you? Anch’io i love you zia ma adesso siamo un po’ lontani, io poi vengo a casa tua da Pepe e Cri.   

Allora, Ethan Marco come il nonno, fai così oggi, prendi tu la mano del tuo papà, sei il solo che può toccarlo prima che nasca e perché non muoia mai, prendilo tu per mano che noi adesso siamo un po’ lontani, e digli di non fare lo gegge. E se sorride (sorriderà) digli che, forse, era vero che lo volevo (a nonna, invece, non lo confesseremo mai).

Per favore

Cucino come se pregassi. Cerco lavorazioni lunghe, come un rosario per i defunti, taglio la verdura, elimino le parti brutte, seleziono quelle belle, sminuzzo, taglio, affetto, lavo, passo le dita sotto l’acqua del rubinetto, agito e scuoto, sfrego se serve e risciacquo e ancora da capo poi la lascio sgocciolare, metto sul fuoco un tegame, inizio a cuocere, accendo le luci sopra la cappa, mai la cappa perché m dà fastidio il rumore. Misuro la farina, investo del ruolo di tara una tazzina da caffè per calcolare quanti sono 30 ml di olio, impasto, accarezzo, benedico senza sapere come si benedice, benedico di buone intenzioni e di speranze, di regole rispettate tutte, di peso lordo meno tara, di sale messo a sentimento ma è un sentimento buono, benedico chiedendo aiuto a Pepe, assaggia, dimmi tu se va bene, io non assaggio perché altrimenti non sarebbe più un atto di fede, metto da parte, copro con un canovaccio pulito preso nello scomparto della credenza, appoggio la ciotola sempre nello stesso posto e prometto di non guardare se succede, se lievita, prometto di aspettare perché siccome non so farlo devo promettere per riuscire a farlo. Ma non prego. Cucino come una liturgia, mi inchino davanti al forno, genuflessa, guardo, cresco con gli occhi, mi alzo, apro le mani, faccio cose buone che raramente vengono anche belle, Pepe la mia chierichetta laica, se dovessi avventurarmi in chissà quale avventura la vorrei al mio fianco, è già stato così. In cielo come in terra.

Giocano ancora insieme, in giardino, non ai giochi di quando erano piccole ma ancora si perdono insieme da qualche parte. Litigano anche allo stesso modo di quando erano piccole, si fanno i dispetti, si provocano a vicenda ma non mi chiamano più per risolvere, per avere ragione. Le sento parlare: Pepe insegna a sua sorella a tenere una racchetta in mano, Cri insegna a sua sorella ad avere pazienza, Pepe non ci riesce, Cri impara subito il rovescio, Pepe si incazza, Cri ha un talento per ogni sport, inutile discutere. Discutono. Ogni tanto ci provo a chiedere silenzio, per favore, fate piano vorrei dire ma non esce niente, in queste settimane arrivo solo a un verso come un rutto dopo l’acqua frizzante, allora sto zitta, sento le bollicine nel naso e sul palato, parlo che nessuno mi senta così non devo spiegazioni, parlo al Lupo dietro lo sterno, sei sempre lì gli dico, dove vuoi che vada mi risponde. Lasciami stare male, allora, per favore. Lasciami il male da sbocconcellare, da succhiare, da ruminare, chè non posso mandarlo giù con un bicchiere d’acqua, nemmeno frizzante e per favore non mi guardare, non mi consolare, non mi dire che sono la più bella che non lo sono più da un pezzo e forse lo sono stata ma solo una volta e comunque non oggi. Quando rientrano dal giardino mi chiedono tutto bene mamma, tutto bene amore rispondo. La pace sia con te. E con il tuo spirito.

Sai cosa faccio, a volte, quando ho pensieri che mi intristiscono, mamma? No, amore, cosa fai? Ci gioco al gioco delle foche, te lo ricordi? No. Quello delle foche che spuntano fuori con il muso e tu le devi schiacciare. Povere foche. Parlavamo dei pensieri che intristiscono, però, mamma, non delle foche per davvero. Sì, è che io ho bisogno di andare fino in fondo anche alla tristezza, amore, ci vuole pazienza con me, so che non è il tuo forte perché non è nemmeno il mio, però ci vuole pazienza con me. Assaggio, mamma? Sì. È strepitoso. Amen.

Le ragazze vivono in un eterno presente, il futuro si spinge fino a lunedì o al massimo a maggio, io cerco qualcuno a cui appaltare il restauro dei ricordi e il futuro lo conto nelle ore di lievitazione, anche di quel tempo mi prendo il merito, come se le avessi messe di tasca mia, come se facessero parte della ricetta ecco, le metto una per una, le conto, le misuro, le verso, le aspetto, quelle ore sono mie al pari della farina, dell’acqua, dell’olio, del lievito, delle mani che impastano con decisione e con una forma nuova di gentilezza che solo io lo so quanto poco costa la farina, l’acqua e persino la gentilezza ma quanto pesa quando tutto pesa, anche il respiro.

Copritevi, fa freddo. No, mamma, non fa freddo, è aprile non fa più freddo, come fai a sentire freddo? Oh, ma il mio è un freddo lontano,  un freddo di tutte le volte che mi hanno detto di non camminare scalza, di portarmi dietro un golfino, di asciugare bene i capelli, bene la radice diceva mia madre, solo dietro la nuca e un po’ le punte capivo io, è quel freddo vecchio arrivato tutto insieme a farmi sfregare le mani, a farmi curvare le spalle, avete ragione, non fa freddo, ma per favore chiudete le finestre, lasciatemi un pezzo di coperta sul divano, ci mettiamo vicine, sì ma tu raccontaci qualcosa, mamma. Cosa? Qualcosa di te, per favore.

Sono le ragazze il mio lavoro. Me l’ha detto Lui una sera, forse era mattino. Avevo appena abortito l’idea di un progetto, io sono così, concepisco facilmente nuove idee ma sono un soggetto poliabortivo, dovrei essere seguita da un centro per i progetti a grande rischio, dove qualcuno di molto competente monitori i parametri e la crescita della mia idea, ma per come sono io potrebbe morire durante il parto. Con loro fai un ottimo lavoro, mi ha detto una donna gentile a cui la gentilezza costa poco ma pesa molto. Lo diremo alla fine, le ho risposto. Lo direte alla fine, bambine belle.  Quando sarà pronto, quando sarete pronte e scusate fin da ora per il giorno in cui piangerete l’una per l’altra, scusate se l’amore che provate l’una per l’altra vi arriverà addosso all’improvviso come un amore lontano, di tutte le volte che vi ho detto di tenervi per mano, un amore vecchio arrivato tutto insieme.

Mamma, ho trovato il modo di parlare con la me del futuro. E come fai? Con un sistema di lettere, scrivo alla me del futuro e nascondo le lettere, poi quando le trovo io sono già nel futuro, è come parlare con un’altra persona e così parlo con me stessa che poi, mamma, a volte è come parlare con lo sconosciuto numero uno. Io vorrei parlare con la me del passato. E perché, mamma, ci sei già stata con la te del passato. Per sperimentare la tenerezza, per accarezzarla un po’ di più, per non costringerla a stare dove non vuole, per dirle che alcune paure si sono rivelate insensate, come quella di venie colpita dal telefono della doccia con conseguente trauma cranico, chiusa a chiave in bagno, con l’acqua che continua a scorrere in una stanza d’hotel senza la possibilità di chiamare i soccorsi. Se la te del passato è arrivata nel futuro nonostante questa paura non hai più niente da dirle, mamma, che storia.

Siamo una società, mi ha detto Lui una notte che non dormivo, io e te siamo una società. Devo smaltire qualcosa di me, gli ho risposto io ma non è uscito niente, nemmeno un verso come un rutto dopo l’acqua frizzante, allora sono stata zitta, mi sono alzata, ho preso gli occhiali e un libro dal comodino, ho acceso la lampada vicino al camino, ho rubato la coperta al cane, ho letto perché quando leggo è come se pregassi, torna a letto mi ha suggerito il Lupo dietro lo sterno, stai troppo sveglio gli ho detto, lo so che ci sei, puoi appisolarti, mi accorgo di te anche se non sembra, sai, puoi agitarti anche meno. No, non posso. Allora stai qui, ti leggo questa storia, è scritta bene. Scrivine una tu, per favore. No, non ne ho più voglia. E di cosa hai voglia. Di niente.

Cucino come se bestemmiassi. Cerco lavorazioni veloci, apro il surgelatore, ravano negli scomparti, guardo le scadenze. Cerco ricette online, digito velocemente, accolgo i suggerimenti, mi mancano gli ingredienti, mi manca tutto. Maledico sapendo benissimo come si fa, maledico di cattiveria, di rancore, non me ne dispiaccio, non me ne pento. Accarezzo la carne che non mangio più da quasi dieci anni, la uccido due volte, con il sangue sulle dita segno l’uscio della porta, non è qui che devi venire, vai altrove, vai da chi so io a portare la sciagura, rosolo su tutti i lati, sfumo, chiudo con il coperchio, non ho mai creduto che il diavolo non fosse in grado di farli, abbasso la fiamma, osservo, resto in piedi ad aspettare che passi oltre, che arrivi il futuro e ci lasci incolumi. Ma non bestemmio. Cucino come un sabba, arrivo al limite del bruciare, dimentico, mi distraggo, recupero all’ultimo, non controllo, aggiungo senza misurare, apro buste e rovescio in pentole ancora fredde, faccio cose belle che non ho preparato io, io non sono qui, sono altrove con le dita sporche di sangue. Scrivo una lettera alla me del futuro, la consegno al Lupo che vive dietro il mio sterno, il mio futuro, oggi, arriva a lunedì, al massimo a maggio, è una lettera di scuse, una lettera di tenerezza, una richiesta di perdono. Tienila tu, per favore, dammela quando sarà pronto, quando sarò pronta, se dovessi perdermi all’Inferno sei il solo che può venire a prendermi, è già stato così.  

Pizze, canzoni, attori e preghiere

Ti dispiace se lascio il cellulare sul tavolo? Lo chiedo, ma per finta, perché mentre mi sfilo la giacca lo appoggio accanto al tovagliolo.

No, figurati. Tutto bene con le ragazze? Domanda, mentre toglie la borsa e il cappotto e li sistema su una delle sedie vuote.

Sì, non è per le ragazze, sono con il padre.

Le racconto, d’un fiato. Guardo il suo sguardo cambiare, la mano alla bocca, e poi sulla fronte, tra i capelli, solo alla fine sulla mia mano rimasta immobile sul cellulare.

Almeno così te l’ho detto. E possiamo cenare. Di farinata ne prendiamo una porzione sola, va bene anche per te? Altrimenti poi non mangio tutta la pizza, le dico mentre sfoglio le pagine plastificate del menù, tu sai già cosa prendi?

Guardo sempre e poi alla fine prendo la stessa pizza da trent’anni. La quattro stagioni con il tonno al posto del prosciutto.

Io cambio, invece. Questa con la cipolla rossa non è male. Da bere? Io birra, assolutamente.

Io coca zero.

Niente vino, stasera. Il vino è da adulti, da signore. Stasera siamo due ragazze, con le facce un po’ sbiadite dal tempo sì, ma due ragazze e le ragazze bevono birra o coca cola e smezzano la farinata. Niente vino stasera, il cellulare sul tavolo non aspetta un messaggio da interpretare in due e al quale rispondere, sibillinamente, in due. Niente vino stasera, che mette malinconia. Quando si avvicina il cameriere per prendere le ordinazioni ci chiama “ragazze”: allora, ragazze, avete scelto? È evidente che siamo due ragazze, stasera, se n’è accorto anche lui. Scambia qualche battuta con lei, accenna a suo marito, sono amici,fine dell’incantesimo, ci ha riconosciute, ha scoperto il trucco, dice quella cosa orrenda, quella della libera uscita, quella che suona così: “ah, stasera siete in libera uscita?”. Lo odio d’istinto. L’importante è avere la libera entrata, gli rispondo, tornare è sempre più difficile che andare. Mia figlia direbbe che faccio battute da boomer. Sorrido ma per finta. È di circostanza, è un sorriso che dice levati di torno, cosa vuoi, prendi le ordinazioni e ripassa quando è pronto, non vedi che tengo il cellulare come si regge il mondo?

Dio che situazione. E tu come stai?

Io sono il meno, come sto io è il meno. Aspetto, aspetto, aspetto. Mezze giornate, vivo così. Come le commesse.

Quali commesse?

Sì, sai la canzone che dice le commesse del centro, quelle vivono a mezze giornate, no che non sono le fate. Vivo così. Non lobotomizzata ma robotizzata. Mi alzo. Mi lavo. Mi vesto. Lavoro. Piango. Mi nascondo. Mi scuso. Accompagno. Ritiro. Cucino. Piango. Mi nascondo. Mi scuso. Impreco. Mi lavo. Leggo. Dormo. Mi sveglio. Non dormo più. L’altro giorno sono stata ore seduta in lavanderia, con la testa tra le mani a fissare il mucchio della roba scura da mettere in lavatrice, sono stata lì tutto il tempo di lavaggio della roba sportiva, centrifuga compresa. Mi serviva un posto. Ma come sto io è il meno. È questa cosa che devi aspettare, che non sai, che non ti dicono perché è presto per dire, che non è una questione di soldi o di conoscenze da far intervenire, amici di amici, ma solo di tempo. È questa vicenda del tempo, sul quale non hai potere. Che fai? Fai passare le giornate più velocemente? Poi, non so tu, voi, ma io mi ritrovo con giornate lunghissime incastrate in settimane cortissime. Porca puttana, in un attimo arriva giovedì. Ma come? Era lunedì. Però le giornate sono eterne. Eterne. E comunque il tempo non basta ancora, ci vuole più tempo per sapere. Aspettare è sfinente.

Sì, anche per noi. È che i ragazzi fanno un sacco di cose. Cri come si trova al liceo? Mio figlio è contento, gli piace la scuola nuova, i compagni nuovi e anche vedere altre realtà, magari un po’ più dure però almeno si rende conto delle differenze e di quanto è fortunato.

Anche Cri si trova bene, ha trovato il suo percorso di studi, davvero. Le piace sapere e allora studia, ha capito che non c’è altra strada. Sono stati anni belli, ovattati, dall’asilo alle medie salendo di un piano alla volta. Siamo stati bene, ti ricordi? Tra poco finirà anche Pepe e anche tutti questi anni trascorsi nel perimetro di quelle mura, in quei cortili, nelle corsie della piscina o tra le poltrone del teatro. Se ci pensi, ne sono già passati tanti. Noi a gennaio abbiamo spento dodici candeline lì dentro.

Noi siamo arrivati a settembre, di quell’anno, il 2010.

Mi ricordo. Avevi il pancione del piccolo.

Tu avevi Pepe nel passeggino. Perché Cri ha iniziato prima?

Due anni e mezzo, 30 mesi, è stato il solo anticipo che ho fatto fare, a entrambe. Dovevo toglierle da dove erano senza far capire che le stavo togliendo da dove erano. Mandarle a scuola era la sola possibilità. Figurati, per educazione sono contraria a tutti gli inserimenti anticipati, mia madre da brava maestra ha sempre detto di lasciar perdere e penso avesse ragione, in quel caso non avevo scelta perché non avevo ancora voce.

Capisco. Fin troppo.

Esistono i cliché, sono retorici ma esistono. C’è un motivo se esistono i cliché, non è che una cosa diventa cliché così,  la storia che si ripete è sempre, banalmente, la stessa. Quello non è stato proprio un periodo facile.

Ti chiamavamo la Canalis bionda e triste.

Ma chi?

Tu. Io e mio marito ti chiamavamo così, dicevamo è arrivata la Canalis bionda e triste.

Minchia. Non assomiglio per niente alla Canalis.

Vabbè, lamentati…

No, no, anzi. Meglio la Canalis che Gegia triste. Prendi quel pezzo di farinata, è tuo.

No, ho già preso, è tuo.

No, è tuo.

Allora facciamo a metà.

Sì, ma taglialo bene. Come fanno le mie figlie quando devono dividere qualcosa: con il righello. Soprattutto Pepe, tremenda, davvero. Cri se ne frega di più. È carattere. Ogni tanto si adombra, vedo le nuvole attraversarle i pensieri, poche schiarite, tende al paesaggio irlandese. Non penso sia l’adolescenza, penso sia lei. Io ho terrore dell’adolescenza, comunque. Tu?

A volte. A volte li guardo e dico ma dove sono i miei bambini? Chi sono questi due, alti, che mi danno un bacio chinando la testa, ormai, che hanno queste voci strane, prima alte e poi basse e questi peli. Peli. Peli ovunque con i maschi.

Anche le femmine. Noi facciamo pellegrinaggi dall’estetista, ormai. Appuntamento triplo, fuori una dentro l’altra. Per non dire dei capelli. Troppo lunghi ma non si possono tagliare perché poi sono troppo corti, troppo sporchi, shampoo sbagliato, balsamo sbagliato, vita sbagliata. A me l’adolescenza distrugge. Mi ferisce proprio, sarà che penso alla mia.

Io mi ribellavo. Ero tremenda.

Io mi detestavo. Ero tremenda.

Ma tu hai cambiato taglio? Sono diversi, vero?

Sì, abbiamo fatto il bob. Un tempo si diceva caschetto. Adesso si chiama bob. Senza frangia che vomito, per carità la frangia. “Abbiamo fatto” perché William, il ragazzo che mi taglia i capelli, dice così, che l’abbiamo fatto. Ma sono già troppo lunghi, mi sa che li taglio quando vado per ritoccare il colore, pensavo già di farlo il mese scorso ma lui non ha voluto, ha sostenuto che il taglio “si è stabilizzato”. Beato lui, gli ho risposto.

Anche i miei, con i capelli, sono fissati. Non è solo roba da femmine. Adesso hanno la mania del ciuffo. L’umore della giornata dipende dalla stabilità del ciuffo. A volte mi rispondono in un modo che guarda, oppure gli dico cento volte di fare le cose e non le fanno, sai, io mica gli sto insegnando che non devono fare niente in casa perché sono maschi, anzi. Ci sto provando. Che sappiano tenere una casa pulita, preparare da mangiare, occuparsi della loro roba.

Brava! Io no…cioè, fanno per imitazione, ma per alcune cose sono autonome fin da piccolissime, per esempio la questione vestiti puliti e vestiti sporchi, cosa riporre, come riporre. Io lavo, loro mettono via. Se avessi avuto un figlio maschio sarebbe stato uno sbruffone, però avrei insistito di più di quanto faccia con le ragazze, avrei fatto come fai tu ma con meno allegria, comunque io figli maschi non ne volevo. Nemmeno ero sicura di volere le femmine. A tutti i miei amici  arrivati ai quarant’anni senza figli io dico apertamente e chiaramente : non fateli. Lasciate perdere, non fateli, l’avete scampata. Cos’è questa cazzata dei figli che ti completano? Ma cosa? Ma chi? No, no, tu sei completo senza figli, guardati, sei tutto lì, dove ti metti stai, sai fin dove arrivano le tue estremità, fin dove puoi arrivare con il tuo fiato, sei intero e integro. Nel momento in cui questa situazione cambia e proliferi tu vai in pezzi. Guardami. Io sono disarticolata, lussata come una spalla, assumo posizioni innaturali ormai, sono calcificata. E pure tu. E tutti quelli come noi. Non fateli, coglioni. È arrivato un messaggio, scusa.

Tutto bene?

Sì. È altro. Altro. Come se io avessi ancora interesse per altro. Ieri la mamma di una compagna di Pepe mi parlava della guerra. Della terza guerra mondiale nel cuore dell’Europa. Wow. Annuivo. Ce le ho qui, le bombe. Stanno bombardando anche noi e forse non troveremo un rifugio, volevo dirle. E mi sento una stronza, perché guardo il mio male e non quello che accade agli altri. E poi mi ha detto qualcosa sulla primavera. Così, passa dalla guerra alla primavera come se fosse possibile un collegamento. Mi è insopportabile la primavera. La primavera è retorica, la primavera sostiene la teoria del “se vuoi puoi”. Ma vaffanculo. Non voglio fiorire. Non voglio sbocciare. Voglio sprofondare. Voglio essere sotterrata.

Gliel’hai detto?

No. Ho annuito. Mi ha fatto gli auguri per la festa della donna. Grazie, le ho risposto senza ricambiare.

È retorica anche la festa della donna?

Sì. È retorico Dio, è retorica la dottrina del “mammo”, è retorico il femminismo di femministe con il culo comodo, è retorico il nuoto come sport completo, è retorico l’asterisco con cui vogliono sostituire le vocali. Cazzo. Come lo pronuncio? Mi ribello a parole che non posso pronunciare fino alla fine. È retorico che qualunque motivo diventi una motivazione. Basta. Ditemi come devo chiamarvi, al femminile, al maschile, al plurale, cane gatto cavallo? Vi ci chiamo. Ma non sfracassateci l’esistenza con l’asterisco. L’asterisco è una roba da surgelati nel menù, indica che il prodotto non è fresco. La maestra di mio fratello, alle elementari, non so di quale paesino pugliese fosse originaria ma non finiva mai una parola. Mai. Immagina i dettati: “prendet la penn e scrivet”. Oppure, un amico di mio fratello, Dio, come si chiamava, lo chiamavamo con un vezzeggiativo, sai come Sonia-Sonietta, ecco, boh, non mi ricordo, facciamo che si chiamava Carlo-Carletto, lui era bravissimo a imitare Anna Oxa, si vestiva e parruccava uguale. Allora, immagina queste cene dove io ero l’unica eterosessuale, tipo un film di Ozpetek ma senza Accorsi.

Tu tipo Margherita Buy.

Tipo.

Più della Canalis.

Diversa.

Sì.

Ecco, Carletto non diceva il cucchiaio, ma la cucchiaia. Non diceva il giaccone ma la giaccona. Non diceva il piatto, ma la piatta. Volgeva tutto al femminile. Per ridere. Per dissacrare. Per uscire dalla retorica, perché se un nome ha un genere è solo quello, un nome con un genere. Perché il neutro indica le cose. Le cose. Come l’asterisco indica i prodotti surgelati. Poi, fate come cazzo vi pare. Io le parole le voglio pronunciare intere, le voglio finire, perché se non finiscono più nemmeno loro come possiamo finire noi? Io non userò mai l’asterisco. Asterisc.   

È retorico se chiedo a mia madre di fare qualcosa con il suo gruppo di preghiera? Le vecchiette, lì, son tremende, sai. Quelle smuovono le montagne, pur di non ricevere più invocazioni vengono accontentate. E sono tante.

Lo farebbe?

Certo. Immagina un flusso costante di preghiere indirizzate.

Come se avessero il destinatario scritto sopra?

Sì.

Anche con un indirizzo inglese?

Non penso sia un problema.

Anche con un nome inglese?

Sì.

Pregano al posto mio?

Pregano. Non al posto di altri, loro pregano. Pregherebbero comunque.

Come le sarte che cuciono i corredi, con le iniziali di chi li commissiona?

Si.

Io ho solo lenzuola Ikea. O Bassetti. Però, sì. Grazie. Davvero. Non so cosa dire. Ringraziala da parte mia, non so se la incontro fuori da scuola, viene a prendere il piccolo ogni tanto?

No, ormai torna a casa da solo anche il piccolo, ma stai tranquilla. In generale, stai tranquilla. Le cose passano, si aggiustano, magari sono diverse dall’idea peggiore che ci siamo fatti, magari ci vuole un po’ di speranza, quella si può avere anche senza fede. E poi seguire il corso della vita, di più non possiamo fare.

Io voglio stare nel controviale, non nel corso. Nel controviale ci sono i semafori direzionali, i parcheggi, puoi fermarti, accostare, ti incolonni per svoltare e puoi svoltare, non tagli la strada a nessuno, vai meno veloce ma correre è retorico. Non voglio correre. Voglio accostare sotto un albero e capire se il dolore funziona come la felicità o al contrario. Ogni volta che sono felice penso che potrei essere più felice. Una mezza tacca in più. Ogni volta che sono addolorata penso che non potrei provare più dolore di quello che sento addosso, nemmeno un grammo in più.

E poi? Cosa succede la volta dopo?

Il dolore. È sempre più grande di quello precedente. Mi è presa la malinconia anche con la birra. Merda. Scusa.

Le scuse sono retoriche.

Sì.

Ti posso abbracciare.

Grazie.

I ringraziamenti sono retorici.

Fanculo.

Eccoti. Ti accompagno alla macchina, dov’è?

Nel controviale.

Appunti di notte

C’è una macchia sull’ultima maglia che Pepe ha voluto comprare, la maglia è bianca con una V rosa al centro, l’iniziale del suo cognome. In mezzo alla V c’ è questo alone non so di cosa. L’abbiamo acquistata da Zara, postaccio qualunque. Il mio professore di Diritto Pubblico Comparato  diceva spesso che “la medesimezza dei consumi è un fattore di democrazia”. Ogni volta che entro da Zara ci penso. C’è questo alone lì al centro e mi sembra che finchè non ne saprò l’origine non sarò in grado di eliminarlo. Non è sugo, né cioccolato. Non è succo. Nessuna bibita. Potrebbe essere frutta, una frutta sbrodolosa che ha sbrodolato. Pepe  mangia la frutta come gioca  a tennis, da agonista. Potrebbe partecipare a tornei per mangiatori di frutta. Nessuno mangia la frutta come e quanto lei. Mio nonno paterno, solo lui lo faceva. Io non lo sogno più da quando è nata lei.  Ci sono talenti che saltano più di una generazione.

La mimica facciale, per esempio. Mia madre è una specie di sfinge, alza un sopracciglio, corruga la fronte, strizza gli occhi. Basta. Non si capisce mai niente dal suo viso. Mia nonna materna invece, lei si trasformava proprio e muoveva ogni muscolo e cambiava espressione e modulava anche la voce. Anch’io lo faccio. Imito lei che lo fa. “Uguale, uguale”- rideva mio fratello quando rideva e si girava verso gli altri, quelli arrivati dopo nella nostra vita e nella nostra famiglia e che non l’avevano conosciuta-” uguale, ti giuro, uguale.” E rideva. Adesso non ride, perché come direbbe nostra nonna ha altri cazzi per la testa.

Ecco, io stanotte la metterei sul piatto questa cosa della mimica facciale. Vorrei sapere l’origine della macchia sulla felpa per toglierla e poi offrirei all’Universo la mia abilità di muovere la faccia e modulare la voce. A me una faccia che si muove tutta intera non serve. Non se non c’è mio fratello che ride. A me basta metà faccia, ormai. Posso cederla, davvero. A chi fatica a muoverla tutta. Così poi mio fratello ride di nuovo.

Vorrei sapere con chi posso parlare. A chi posso scrivere. Al Papa, magari. Dovrei parlare con chi comanda, con chi sa come si gestisce questa cosa dell’offerta spontanea della mia faccia. Posso stare fissa, posso anche smettere di dire tutte le parole che conosco, ormai a me ne bastano molto poche per vivere, quindi voglio offrire uno scambio. Però io con Dio non ci parlo. Con nessun Dio, sia chiaro. Con nessun Dio di nessuna religione monoteista convinta di essere la sola nel giusto.

Perché Dio è figlio unico. Non mi fido di un Dio figlio unico. Non mi fido di un Dio e nemmeno dei figli unici. Non capiscono. E Budda è diventato Budda lasciando moglie e figlio appena nato, altrimenti col cazzo raggiungeva l’Illuminazione. Bravo. Vieni qui a illuminarti, qui, dove sono io, in una giornata delle mie in una settimana delle mie, poi vediamo se riesci.

Intanto mi inventerò un’allergia. Mi sembra una buona idea. Per gli occhi gonfi e la faccia di cartapesta. Tanto chi può dire che non sono mai stata allergica? Nessuno. Chi sa che non sono mai stata allergica o è morto oppure conosce i motivi per cui ho questa faccia da giorni. Gli altri si accontenteranno di una versione riveduta, di una menzogna, di un’invenzione. Una bella storia ben raccontata, un’allergia improvvisa in età adulta. A cosa? Al dolore. Alla sofferenza di chi amo. Alle piante. A chi è vivo e non so perché. A Dio, che è un figlio unico al quale non si può dire niente perché non sa tenere un segreto. Se non hai fratelli quando hai imparato a tenere i segreti?

Devo trovare il responsabile, quello con cui parlare per risolvere la situazione. Passeggio davanti alle foto di chi non c’è più, bravi. Bravi un cazzo, gli dico. A cosa servite? Non intercedete? Cosa c’è di lì? Come vengono gestite le richieste? Più che il culto degli antenati mi esercito nel culo agli antenati. Li rimprovero, li tratto male. Non servite a niente, vi giro la foto, non voglio nemmeno vedervi. Dovreste vergognarvi di lasciarci così. Ridevamo, lo sapete quanto ridevamo. Ridevamo scomposti, ridevamo anche infelici, ridevamo e voi dovreste vergognarvi.

Dovrei chiedere scusa a mia figlia, la grande. Quando andrò a svegliarla domani, le chiederò se vuole un toast o il caffè o uno yogurt e poi le chiederò scusa per aver minimizzato fino a perdere la pazienza, fino a sbottare e dirle basta, queste sono cazzate, queste non sono cose importanti, per lei era importante quella vicenda di portare dei soldi al rappresentante di istituto in quinta perchè doveva parlare con uno di quinta e se sei uno di prima è importante. Eppure non lo è. E l’ho trattata male.

Dividere l’importante dal non importante. Creare scatoloni di importante a lunga conservazione e portarli in un centro di raccolta, assicurarmi che arrivino a destinazione. Creare scatoloni di non importante, chiedere a Lui di portarli in garage, accorgermi che pesano poco e che posso fare da sola, senza chiedere a Lui. Sapere che nemmeno Lui può capire, anche se non è Dio, anche se è un falso figlio unico. È la quota di estraneità che ci portiamo ancora dietro dopo ventuno anni insieme. È il confine naturale, il crinale della montagna. Da questa parte e da quella parte. Non può capire e non voglio spiegarglielo, perché se dovesse inventarsi Lui un’allergia non vorrei capire, non mi interesserebbe nemmeno, forse penserei che di là, dall’altra parte del crinale se lo meritano.

Non mi scuserò con mia figlia, la grande. Metabolizzerà la mia reazione, è abbastanza grande. Anzi, le dirò esattamente come stanno le cose. No. Non è abbastanza grande. Glielo dirò solo se diventerò anch’io una sfinge. Le spiegherò. Mi scuserò. Piangerò senza muovere la faccia.

Dopo aver diviso l’importante dal non importante, stanotte, andare in cerca di cose che non sono motivi per piangere e per le quali piangere senza motivo, trovare tutte le piccole angosce che ho nascosto, tirarle fuori e lasciarmi commuovere. Scoprire se si può vivere nutrendosi solo di frutta secca. Cercare rifugio in piccoli gesti, piccolissimi, minuterie. Riporre l’accendino nel cassetto subito dopo aver acceso la candela vicino al camino. Svuotare la paletta dopo aver raccolto i peli del cane. Scaricare la lavastoviglie quando ancora i piatti bruciano i polpastrelli. Impilare perfettamente i tappi dei barattoli uno sopra l’altro. Impilare perfettamente i barattoli uno dentro l’altro. Continuare la lettura del romanzo su comodino, una storia pessima scritta malissimo da un francese sopravvalutato come tutti i francesi. Inimicarmi i francesi.

 Creare uno zaino per la sopravvivenza, la mia. Metterci dentro la frutta secca. Raccontare alle ragazze che le noccioline tostate sono per me una dipendenza affettiva. Raccontare la storia di una bambina che va a trovare il nonno in azienda e passa dal laboratorio dove le dipendenti, tutte in camice bianco e cuffietta in testa, prendono con un coppo bianco una quantità di noccioline, le mettono su una bilancia, le infilano in un sacchetto, chiudono la confezione passandola sotto una macchina che la sigilla con il calore e ricominciano mentre lei si dondola nella gonna plissettata e allunga la mano nel cestone della noccioline, le prende e le mangia e ricomincia finchè non sente la poltiglia riempirle i denti, quelli in fondo, allora scava con la lingua per liberarli, ingoia e di nuovo allunga la mano nel cestone.

Metterci dentro una scatola da scarpe con delle risate, chiuderla con un elastico, che non escano finché non saremo al sicuro. Un patto con l’universo, un’offerta che non si può rifiutare. Un mantra, gli occhiali per leggere, una penna e un quadernetto per gli appunti, che siano di notte o di giorno. Dell’antistaminico. Una fune lunga per recuperare mio fratello, nel caso scivolasse in un burrone. Una torcia, nel caso si chiudesse in una grotta. È la sua sopravvivenza questa, sì, ma è anche la mia. Raccontare alle mie figlie la storia del crinale e della quota di estraneità, che in parte riguarda anche loro.

Metterci dentro una notte lontana con una lampada su un comodino, accesa, sul muro tappezzato  l’ombra lunga di una bimba corta, ha un caschetto sottile di capelli, ha detto le preghiere con suo padre che gliele ha insegnate in un ordine preciso che non avrebbe mai dimenticato: Padre Nostro, Ave Maria, Eterno Riposo, Angelo di Dio. Il padre ha chiuso la porta uscendo dalla cameretta, sono loro due da soli, la mamma non c’è e nemmeno il fratellino. Sono in ospedale. Perché il bambino deve essere operato. La bambina con il caschetto sottile si avvicina al letto con le sponde, un letto da piccoli, non come il suo.  C’è un pigiama appoggiato, sembra dimenticato, non è sotto il cuscino. Lo prende tra le mani e lo respira, ci affonda il naso dentro, lo preme sulla bocca, cerca l’odore, lo trova, le entra su per le narici, assomiglia al suo odore, le famiglie hanno lo stesso odore, i fratelli hanno lo stesso odore, dice a Dio che non lo tratterà più male, solo questo può offrirgli, lo dice a Dio perché ha solo lui, perché prega ogni sera parole grandi e qualcosa vorrà dire, lo dice a lui, ti prego, fa che vada tutto bene, fallo tornare a casa e gli vorrò bene per sempre. Rimette a posto il pigiama che ha una macchia, un alone al centro della maglia, la bambina non sa di cosa, se ne occuperà sua madre, le sue lacrime sul pigiama si asciugheranno, al massimo racconterà che è bagnato di acqua, una bella storia ben raccontata. La bambina ancora non sa che Dio è figlio unico, ecco perché la metto nello zaino della sopravvivenza.

Scusarmi con Lui, anzi no. Metabolizzerà la mia reazione, è abbastanza grande per accettare questi miei giorni di rabbia e dolore, di tutto quanto sto offrendo in cambio della causa della macchia. Non inventare storie, dirgli che è una questione di odori, di promesse, di notti che non avevo mai raccontato nemmeno a Lui. Scusarmi solo se diventerò una sfinge. Piangerò senza muovere la faccia e poi rideremo, di nuovo, tutti.

di bambine quando erano come Dio.

Olio su memoria.

Lo sanno tutti

Per primo l’ha saputo il vento, ha sparso la notizia come fa con le foglie, sai, che poi vanno raccolte o almeno ammonticchiate in un angolo. Dio è come il vento, diceva un poeta, chissà se è vero. Dio è padre, mi hanno insegnato, allora sì, è come il vento che si alza. Si dice così del vento, che si alza. Tu ti sei sempre alzato, di notte, quando le ragazze erano bambine. Io no, io meno. Però il vento soffia, si dice così, allora Dio potrebbe essere madre, sai quella cosa che facciamo noi madri quando abbiamo davanti delle ginocchia sbucciate, disinfettiamo e soffiamo. A me, il vento, provoca mal di testa e innervosisce. Allora Dio è sia madre che padre, mi ripeto. Appena saputo che eri partito ha iniziato ad agitare il pino, costringendo i rami a una danza inusuale. Dici che non era il posto dove piantare un pino, è vero, ma lì lo hanno piantato e lì lo abbiamo trovato. Dopo il nostro pino si è agitato il nostro vicino, io ho inventato una canzoncina delle mie con la facile rima del pino nel giardino che spaventa il vicino ma tu non c’eri e, d’improvviso, mi è parso che avesse meno senso, che facesse, persino, meno ridere.

Poi l’ha saputo il tuo bonsai, che ha deciso fosse giunto il momento di esplodere rigoglioso per evidenziare tutta la mia incapacità a occuparmi di lui al posto tuo o per fare in modo di non passare inosservato, un tentativo di urlare la sua presenza così che io non potessi ignorarlo.  Hai trovato il posto giusto, sai, con la luce giusta. Tutto giusto ma se non torni tu morirà.

E gli insetti, molti, diversi. Hanno saputo e si sono presentati in camera di Pepe. Non tutti insieme, ma ad intervalli. Il tempo di lasciarmi scendere le scale dopo averne sconfitto uno per essere richiamata con la voce petula, a metà tra la supplica e la rabbia, quell’incapacità di cavarsela perché la paura è più forte, l’imbarazzo di aver paura di una mosca o di una cimice. Tutto quel chiamare “fastidio” la paura.

Lo sa il garage dove la mia auto riposa storta, non più parcheggiata fino in fondo per lasciare lo spazio alla tua. Occupa sempre lo stesso spazio, quella è, eppure mi sembra che sia vuoto. Lo sa il sacchetto dell’umido che non potrà aspettare il tuo ritorno anche se provo a convincerlo, resisti gli dico, ma so che non è possibile. Lo sa il cane grande che attende senza mangiare, lo sa il cane piccolo che deve giocare a “Chi vuole più bene a me” il gioco che facevo con mamma e papà da bambina, quello in cui uno chiede e chi vuole più bene a me? e il primo tra tutti che risponde vince. Quando la domanda la faceva mio fratello faceva vincere sempre mamma, anche se lei stava zitta, perché lo aveva pensato, sosteneva lui e questo era sufficiente a garantirle la vittoria. Io ero onesta ma vinceva sempre papà. Adesso questo gioco lo facciamo con le ragazze, ma io lo so che tu lo pensi per primo. E comunque non si vince nulla, va detto.

Lo sa l’ambulante che vuole vendermi gli accendini al semaforo e Pepe che mi racconta “qui è dove papà ne ha comprato uno e ha dato una banconota da cinque euro ed è scattato il verde allora non gli ha dato il resto, ha pagato un accendino cinque euro ma sai com’è fatto papà che non è capace di vedere le persone così senza fare qualcosa”. Lo sa Pepe che mi dice che non le manchi perché torni presto. A me manca lo stesso, sussurro. Lo sappiamo, mamma. Lo sa la professoressa di latino di Cri, durante il colloquio, non c’è molto da dire anzi niente, è brava, è educata, riservata, preparata. Mi viene in mente una canzoncina delle mie, ma se non ci sei tu non mi fa nemmeno ridere.

Lo sa Spotify che fa di testa sua e propone canzoni che aprono varchi temporali, che mi scaraventano nei possibili mondi paralleli che non ho vissuto perché ho incontrato te. Canzoni che mi costringono a pensare a uomini che non sei tu in vite che non sono più la mia. Ho tradito un uomo che accusavo di tradirmi e che non mi ha mai tradita ma solo annoiata e forse è lo stesso. Sai, quando sei giovane, capita di pensare che non puoi andare via, capita di scambiare i propri piedi con radici, capita di pensare che sei un albero e che senza il vento forte non succederà niente. A me è capitato, ecco, magari non capita a tutti i giovani ma a me sì. Ho imparato ad andare via, non ero capace.  Ho aspettato sveglia un uomo che doveva finire di provare uno spettacolo di cabaret dopo aver lavorato tutto il giorno come istruttore in palestra e aver allenato a calcio una squadra di bambini che lo chiamavano Mister. Peggio degli uomini chiamati Mister ci sono quelli che li chiamano Mister. Che dolcezza smisurata in un uomo che in piena notte attraversa la sua città per entrare nell’Hotel dove tu alloggi per lavoro e trascorre quel che resta fino all’alba a raccontarti i suoi sogni di fama, su una poltroncina scomoda mentre un portiere di notte incasina un solitario al computer. Lo sa Spotify che sono esistita anche prima di te, come certe leggende.

Lo sa la mamma di un’amica di Pepe che mi guarda con sufficienza, lei che ha scelto di essere sola, lei che ha scelto di fare da sola e si barcamena tutto da sola. Scusa, scusami, le suggerisco con lo sguardo, lo so che valgo poco, lo so che è debolezza sentirmi sola senza di Lui, lo so che posso farcela, che dentro di me ho le risorse come te, quasi come te. Scusa.  Ma sono due, tu ne hai una sola e io ne ho due. Io ho il doppio di quello che hai tu. Tu hai la metà di quello che ho io. E poi loro hanno me come madre, capisci? Non hanno te. Brava, ti faccio un applauso e hai tutta la mia stima ma io ne ho due. Quindi scusa un cazzo, alla fine. E lo sa quel padre che incontriamo in pizzeria, seduto con i figli al tavolo accanto al nostro, mi guarda come per dire siamo tutti sulla stessa barca mentre i suoi due smanettano al cellulare. No, non siamo sulla stessa barca, io viaggio a vela e tu a motore, a me serve il vento perché il vento è Dio e Dio è padre, guarda come sventolo la mano sinistra, vedi? Vedi la fede e l’anello con i brillanti? Li vedi? Guarda come agito inutilmente la mano sinistra con la quale sono incapace di fare qualunque cosa eppure la sventolo come un gonfalone, eccomi, non siamo uguali, oggi è il tuo giorno e devi dargli cena, li porterai dalla madre tra poco. Io non ho giorni, ho tutti i giorni. Vedi la mano sinistra? Non le ho part-time, non ci sono accordi consensuali, cioè sì, ci sono, ma non come i tuoi, i nostri sono davvero consensuali, io preparo cena a casa e Lui va a prendere la grande a Karate, solo che lui oggi non c’è e non ci sarà domani e allora tocca a me ecco perché ho portato anche la piccola con me e ci siamo dette, cioè io ho detto, che ne dite di una bella pizza? Perché mica ci frega che sia anche buona. Deve essere bella, pronta, veloce. Si dice così, no? Una bella pizza. Che poi perché ti sto dando tutte queste spiegazioni? Chi cazzo ti conosce? E togli il cellulare da tavola e i gomiti, che non è educato, per forza ti ha lasciato.

Lo sa il mio diritto al mugugno, le lamentele del mattino, le mail ottuse, le chat del tennis, lo sa il veterinario che mi dice si vede che sei stanca mentre sono seduta dalla parte opposta della sua scrivania con il cagnetto in braccio e le gambe un po’ divaricate, come certe donne incinte, con quel peso innaturale da portare. Resterei seduta qui, dottore, tutto il pomeriggio se possibile. Lo sa che Lui mi chiama scimmia? Questo basterebbe a giustificare il fatto che resti nel suo ambulatorio? Gli chiedo se i cani sentono la paura degli altri animali. Perché il cagnetto trema sempre quando veniamo qui, magari sente che altri sono stati qui, sente le medicazioni o certi odori che noi non percepiamo. Mi sembra una domanda stupida ma non faccio quella cosa di scusarmi in anticipo per la domanda stupida così da permettergli di dirmi che non esistono domande stupide. Lo sappiamo tutti che esistono domande stupide. Persone stupide. Cani stupidi. Parenti stupidi. Giorni stupidi. Impegni stupidi. È più una cosa dei gatti, risponde. Hanno come dei sensori sotto i polpastrelli, dice, se non pulisco subito il tavolo delle visite tra un gatto e l’altro è un casino. Forse ho anch’io qualcosa sotto i polpastrelli, dottore, qualcosa che sente gli altri.  I cani possono ammalarsi di Alzheimer, gli chiedo ancora. Penso al nostro cane grande, il cane di Pepe. Ha dodici anni, mi sembra mia nonna quando aspettava il pullman per Palermo, per andare a trovare i suoi fratelli. Che erano tutti morti. E lei abitava a Torino. No, è demenza senile quella dei cani, mi dice.  E le scimmie? Le scimmie possono avere l’Alzheimer?

Lo sa la ragazza di un tempo, te la ricordi? Quella che studiava le definizioni del codice e preparava gli schemi e tutto doveva stare nelle definizioni e negli schemi e il mondo lo divideva in regole ed eccezioni, come il Diritto e tu eri l’eccezione. Lo sa anche lei, è quella che patisce di più, povera stella, la tua lontananza, l’ha sempre patita. Quante volte ti ha aspettato accontentandosi di cinque minuti con te senza mai pensare che si stesse accontentando, così smaniosa di respirarti nell’incavo del collo, di baciarti tra le clavicole. Anche adesso che sei la regola, gioia bella, ti aspetta così. E lo sa la donna, quella che conosci bene. La donna che è stata discussa, nemmeno messa in discussione, magari, no, discussa con il chiacchiericcio smodato e sgrammaticato di alcuni, la madre vituperata, tirata in ballo, usata come bersaglio. A lei non manchi, sappilo. Con i tuoi modi garbati davanti alla prepotenza, con la pacatezza dell’indifferenza verso certi atteggiamenti che a lei mandano in subbuglio le arterie, con l’aria serena di chi non perde tempo in discussioni sterili. No, a lei non manchi, così poco sanguigno, poco irremovibile, poco belligerante.  Segnatelo. Lei pensa che ognuno va dove vuole andare e fa quel che vuole fare e dice ciò che vuole dire. Lei pensa che non siete qui adesso perché siete stati fortunati o più fortunati di altri, lei non pensa che serva la gentilezza per superare l’usura del tempo ma solo il rispetto che, purtroppo, si misura nelle differenze perché a rispettare le similitudini siamo capaci tutti.  Se mai tu dovessi decidere di non tornare è a lei che mi rivolgerei, non certo alla sdilinquevole ventitreenne, anzi andremmo a cercarla, la staneremmo per cacciarla, afferrandola dai capelli, dietro la nuca con quella presa come la tua, quella che vista da fuori sembrava che le facessi male e invece il male era non prenderla così. E, comunque, nessuno vi vedeva da fuori, ma Dio se eravate belli.

Lo sa il soffitto della nostra camera da letto, l’impronta della zanzara schiacciata con il libro dell’I Ching al culmine di una lotta serrata l’estate scorsa, la luce che filtra dalle persiane, il gatto del vicino che amoreggia in giardino, forse proprio sotto il nostro pino, le misure di me che prendo in queste notti senza di te durante le quali prendo sonno e lo lascio, lo riprendo e lo perdo di nuovo, è che senza di te soffro di in-Sonia, mi do contro, mi do addosso, mi combatto. Girata sul fianco sinistro guardo al buio il tuo lato del letto, stendo le gambe in quella direzione, sento il cuore che batte, se mi giro sul lato destro non lo sento. Mi rigiro a sinistra. Lo sento. È il mio. Non so se sia possibile. Non che batta, è ovvio che batta. Sono viva. Non so se sia possibile sentirlo così, solo perché girata su un fianco. Mi giro a destra e non lo sento, però batte perché sono viva, ancora. Mi giro un’ultima volta dal tuo lato ed eccolo che batte. Allora forse è il tuo cuore quello che sento forte, come diceva la poetessa. Penso di dirtelo, allungo la mano per cercare il telefono, devo dirtelo. In quel momento mi chiami. E chi vuole più bene a me, chiedi sorridendo. Ti sento sotto i polpastrelli che sorridi.

Io.

Una somma di piccole cose

Lui guarda qualche programma in tv, Pepe gli si sdraia accanto sul divano, non si toccano, non c’è coccola, lei è lì e Lui è lì, sono lì insieme ma ognuno per sé, io lo so anche se non li vedo. Li sento. La porta della mia stanza è socchiusa, Lui cambia spesso canale, lei si innervosisce, anche a me fa innervosire questa incapacità di silenziare e lasciare lì, togliere il volume e basta. Lui no, non vuole vedere la pubblicità, non gli basta non sentirla. Discutono. Poi riprendono a guardare il loro programma, lo commentano, ridono a volte, a volte Lui le spiega qualcosa, lei annuisce anche se non la vedo. Scrivono la loro storia mentre parlano, mentre si parlano. Poi Lui si alza, toglie il filtro dall’acqua calda, travasa la tisana nelle tazze, quattro, e inizia il giro, chiama Cri dal primo gradino della scala che va in mansarda, lei non risponde, Lui la chiama di nuovo, lei non risponde, lui toglie le ciabatte e sale con la tazza tenuta saldamente così da non rovesciare nemmeno una goccia sulle scale, per non sentirmi dopo. Le tazze, sua e di Pepe, restano sul vassoio accanto al divano, Pepe chiede se si può già bere o se è ancora troppo calda, “prova” le risponde il padre. Suo padre le dice sempre prova. Io le dico sempre “aspetta che provo e ti dico”. Poi viene in camera nostra. Io leggo, sul comodino non c’è spazio per appoggiare la tazza, troppi libri, troppi amuleti, se ne lamenta un po’, sorridendo. “Leggi piano- mi dice sempre- leggi con un po’ di pane altrimenti non ti sazi” facendo il verso a suo padre e anche al mio, che non si sono mai incontrati e che dicevano le stesse cose, seduti a tavola. Io, a volte, gli chiedo di portarmi qualcosa di nascosto da me stessa, allora Lui va di là e torna con un biscotto, “è troppo-gli dico- metà”. “Ma smettila-risponde- è di nascosto, non ti scoprirai mai”. Se ne va, da Pepe, hanno un discorso da ultimare che è la loro coccola, è la loro storia, quella che lei si porterà via da questa casa insieme a qualche abito e qualche foto e qualche libro. Lui è la casa. Mio padre era la casa. Lui è una casa con un portico ampio, è un gazebo strutturato, fissato al terreno, con pali solidi, non c’è vento, non c’è nevicata, non c’è temporale che possa abbatterlo. Ma sei all’aperto, vivi così, coperto, protetto ma esposto, c’è l’ombra per mangiare senza fastidio se fa caldo ma ci sono gli insetti, c’è riparo dalla pioggia ma devi coprirti bene, altrimenti prendi freddo. Mio padre era un appartamento al quarto piano con ascensore, dove c’è spazio ma si deve condividerlo, aveva mobili di legno con zampe leonine, sedie foderate di ciniglia e qualche oggetto antico che sembrava vecchio, mobili classici che non stancano, diceva. I padri sono case. Le madri sono cose. Cose di uso comune. Una somma di piccole cose.

Io sono un colino, servo da filtro e setaccio per modiche quantità, do respiro al lievito nell’impasto di una torta, trattengo la parte più spessa della spremuta d’arancia la domenica mattina. A me restano i grumi, i gropponi, tutto quello che non scorre agevolmente residua su di me. Sono un rimedio casalingo, l’aceto per il calcare, il borotalco contro le formiche, la buccia di patate per le macchie di ruggine, il dentifricio per lucidare l’argento, il sale sulla macchia d’olio. Sono una bacinella di plastica con un manico deformato, vecchia ma la più comoda per lasciare in ammollo lo sporco ostinato, fatto di sangue o terra rossa, sono l’orologio sulla parete a cui non viene aggiornata la data, il togli pelucchi elettrico da passare sotto le maniche di certi maglioni, nel cavo dell’ascella o più giù, sui gomiti. Sono un vocabolario dei sinonimi e contrari impolverato, il dispenser del sapone che non viene ricaricato, il rotolo di carta igienica esausto sul termosifone del bagno. Sono la lucina accesa di notte per non aver paura, quella che a un certo momento, invece, disturba e basta. La penna sui cui alitare perché riprenda a scrivere, sono l’acchiappa polvere dimenticato su un ripiano della libreria, l’acchiappa colore, salvifica invenzione che consente di mischiare senza incidenti i panni sporchi, dubbio di ogni lavaggio, l’avrò messo? Sono il foglio di carta velina che separa le pagine negli album, lascio intravedere la foto successiva, mi sollevo leggera, mi strappo con niente ma non importa, basta passarci la mano liscia sopra, con il palmo ben aperto, che sembri una coccola, sono la memoria prima che si perda, sono tutte le volte, tutte le volte come quella volta.

Come quella volta che Cri ha chiesto di fare la lezione di prova a catechismo, pensando si trattasse di uno sport che andava di moda tra i suoi compagni in quel momento. Come quella volta che una delle due era soprannominata la Signorina Cacapietre e non dico chi perché ho promesso. Come quella volta che ho dato per l’ultima volta un bacio a pizzicchillo, era il 1996, era una casa in affitto, una casa disordinata ma felice, una casa che era stata bombardata durante la guerra, abitata da demoni che pasteggiavano su tavoli verdi, una casa dove il venerdì non si mangiava carne, mai, una casa dove ci si baciava così, con il bacio a pizzicchillo e ci si commuoveva per i cartoni animati dove gli animali restavano orfani, una casa che non esiste più se non dietro la carta velina di un album o dentro qualche ricordo. Come quella volta che Pepe durante l’interrogazione su Martin Lutero lo ha chiamato Juan Martin Lutero, come Juan Martin del Potro, il tennista, perché ognuno ha le sue strategie di mnemotecnica, come quella volta che Cri, a due anni, chiedeva a tutti quelli che incontrava “come chiama tua mamma?” A tutti, poi, rispondeva: “ah”. Solo ah. Cosa si può rispondere? Niente, si dice ah. E solo a sua sorella appena nata aveva chiesto “come chiama tuo papà?” Ah.

Sono i vestiti da dare via accatastati sul fondo di un armadio, sono un classico della letteratura letto in un’estate, al liceo, con il prezzo in lire e le pagine scricchiolanti ma disponibile al bisogno improvviso, una domenica sera per il lunedì mattina, pronto a tappare i buchi di una dimenticanza. Sono la molletta che chiude i sacchetti così da non disperdere la freschezza e la fragranza, sono i Tupperware senza tappo, il cesto della roba sporca in bagno, riempito fino al colmo e che si spera sia sempre qualcun altro a svuotare.  Sono le frasi ripescate, la notte, è di notte che si va a pesca, è quello il momento. Sono l’affanno del restare in balia della bonaccia, quando tutto è fermo e calmo e ti chiedi quando arriverà la fregatura. O la tempesta. “Non si chiama la tempesta” dice sempre Lui che per mare ci sa andare davvero, guai. Ma è della tempesta che le persone poco coraggiose hanno bisogno per cambiare. Sono la poltrona nell’angolo accanto allo specchio, in camera da letto, dove poggio tutto quello di cui mi spoglio a fine giornata, i pantaloni, pochi, le gonne lunghe e plissettate, molte, i maglioni morbidi con il collo ampio, le giacche del tailleur, la tuta per i lavori di casa, le scadenze bancarie, i colloqui con i professori, il doppio cognome alla fine di ogni comunicazione che riguardi le ragazze, le telefonate dalla macchina, il tratto di tangenziale in cui, ancora, il cellulare non prende, l’idea ingenua di meritare qualcosa solo perché ci si è comportati bene, tutti i non fa niente indossati  a strati nel corso della giornata, sono la Regina dei Non Fa Niente, quando invece fa tutto, le lacrime, poggio sulla poltrona un ingente quantitativo di lacrime da versare, quelle che se non versi poi te ne dimentichi. Non di piangere, no, ti dimentichi il motivo e finisci a piangere per niente e invece volevi piangere questo, volevi piangere per questo.

Come quella volta che ho vestito un corpo vecchio e morto che sembrava una mummia e pensavo di vestire una malattia e invece la stavo spogliando, la malattia, e la stavo poggiando sul comò e temo di essermi dimenticata di buttarla via perchè è così che ti frega quella malattia, che ti dimentichi. Come quella volta che Cri, piccolissima, mi ha chiesto cosa fosse il suicidio e dopo la mia spiegazione ha detto “oh, no, no, io aspetto di morire da sola” e ho pensato a come muoiono gli animali, dopo aver vissuto e basta, come quando le donne della famiglia parlavano in cucina e si interrompevano all’improvviso all’ingresso di qualcuno e all’improvviso riprendevano appena usciva di nuovo , come tutti gli anni in cui mio padre ha lavorato come trasfertista e tornava il venerdì sera e ripartiva la domenica sera e io andavo e tornavo per prenderlo e portarlo in aeroporto e quando guidava lui mi rilassavo e quando guidavo io mi concentravo e intanto parlavamo ed era la nostra storia, quella che avrei potuto portare via, come quando durante la settimana mia madre ci chiedeva “cosa volete per cena che siamo solo noi?” Ed eravamo quattro, comunque, mancava solo lui e per lei eravamo solo noi senza di lui e lei era tante cose, tutte di uso comune, una somma di piccole cose stipate lì a riempire la casa, che era lui anche se non c’era. E lei ripescava frasi lontane e storie passate, non so da dove, non so se andasse a pesca di notte anche lei, non ci siamo ancora incontrate nella nostra navigazione.

È la somma che fa il totale, diceva spesso. Insegnava matematica, pensavo parlasse di quello ma io la matematica non l’ho mai capita e nemmeno lei. Invece parlava di sé. E di me.

Strani pensieri

Iniziava a sceglierli dalle prime ore dal mattino, o le ultime della notte, ancora nel letto, sommersa dal piumone e sul piumone la coperta, quella in più, quella per quando sale il cane. Il cane non dovrebbe salire, diceva Lui, ma senza convinzione, è che in ogni famiglia ci vuole qualcuno che dica qualcosa e questo qualcosa, in quella famiglia, toccava a Lui. Raramente sceglieva gli stessi del giorno prima, quelli che aveva lasciato sulla poltrona in camera da letto o in bagno, sopra l’accappatoio. Non perché fossero sporchi, ma perché erano spiegazzati, da rivedere, stanchi. Il più delle volte li prendeva direttamente dal filo sul quale li aveva stesi con estrema cura, quasi maniacale, anche se erano ancora umidi, non importa-pensava-mi si asciugheranno addosso. Capitava, dipendeva dalle lacrime, i pensieri stesi con tanta attenzione appena dietro gli occhi, sul robusto filo che univa le due tempie, erano quelli più esposti. Non importa. Di tanto in tanto, invece, prendeva dall’armadio, disordinato ma tutto lì dentro era sicuramente pulito e profumato.

La Signora con gli strani pensieri, in ogni caso, non indossava mai gli stessi. Li cambiava ogni giorno, anche se non doveva farsi vedere da qualcuno, anzi, era molto probabile che nessuno la vedesse per la maggior parte della giornata, eppure lei i suoi strani pensieri li cambiava ogni giorno, sopra ci buttava un cappotto o una pelliccia, ecologica si intende, ai quali abbinava la borsa, poi guinzaglio al cane e via, verso la giornata da svolgere tutta intera, come un compito, come un impegno, come un progetto. Si inizia e si finisce e quel che si infila in mezzo a volte importa, a volte no. Alla Signora dai pensieri strani il più delle volte non importava, si faceva quel che c’era da fare.

Viveva di scadenze, non come le persone importanti ma più come gli addetti al banco del fresco del supermercato. Controllava quotidianamente che niente andasse a male, che niente superasse la data indicata per la consumazione, preferibilmente. Spostava in avanti quello che era prossimo a scadere, si scusava con quel che lasciava indietro, ma per quello c’era più tempo. Anche del tempo bisognerà poi occuparsi, pensava. E comunque anche gli addetti al banco del fresco sono persone importanti. Per qualcuno, per qualcuno sicuramente lo sono, pensava.

La Signora con i pensieri strani si concentrava sempre un po’ su uno dei suoi difetti, uno fra i tanti. Non per migliorarlo, men che meno per tentare di eliminarlo. Era un’esegeta dei difetti. Sono i difetti la vera impalcatura dell’essere, non sai chi sei se non sai quali sono i tuoi difetti, non puoi vivere accanto a qualcuno che non scelga di vivere con i tuoi difetti. Questo era il periodo del difetto più invalidante: quello di motivazione. La Signora si trascinava senza scopi, ripetendo la giaculatoria del “non ce la faccio più”: non ce la faccio più, non ce la faccio più che non vibrava come il nam yo ren ge kyo ma, inspiegabilmente, la  connetteva alla parte più intima di sé, quella della sgobbona che deve faticare tutto per riconoscere un minino di valore a qualcosa.

Viveva scorrendo le settimane e i mesi e gli anni dal menu tendina del programma degli incassi bancari. Raramente sbirciava nel futuro, in quale giorno della settimana sarebbe stato Natale tra tre anni o il suo compleanno tra due, non le avrebbe cambiato la giornata, né Natale tra tre anni e nemmeno il compleanno tra due, non le avrebbe cambiato niente sbirciare negli anni davanti. Aprendo il menu tendina le comparivano gli anni indietro, quelli che aveva già visto, sempre affacciata da lì, sempre a presentare incassi, aspettare che venissero digeriti dal programma e infine archiviati. Questo succedeva agli anni trascorsi. Si archiviavano. Anche del passato bisognerà poi occuparsi, pensava. Ed eccoli lì, sotto i suoi occhi. C’era il 2017, l’anno dell’Aggressione a sua figlia. Un po’ come il calendario cinese, pensava, l’anno del bufalo, della tigre, del topo e così via. Qui c’erano l’anno dell’Aggressione, l’anno delle Indagini, l’anno del Processo, l’anno della Sentenza. Chissà che non fosse questo l’anno della Vendetta, pensava. Perché, a differenza del calendario cinese, la Signora non sapeva prima quale anno stesse iniziando, lo sapeva alla fine.

La Signora dagli strani pensieri nutriva adamantine antipatie ma non le nutriva in modo equilibrato, no, lei le mandava all’ingrasso e come la strega cattiva della favola le toccava per saggiarne le dimensioni. Tutte le avversioni avevano lo stesso denominatore: la maleducazione. Da quella base partiva la gerarchia. Al livello più basso la tabagista con i due cani brutti, quella che non chiudeva mai il portone del condominio tranne quando la vedeva arrivare con borse, borsette e borsoni. In cima, sopra a tutti, c’era un’insensata triade verso la quale l’antipatia non era nemmeno più sufficiente. Forse aveva esagerato con la ferocia, nel nutrimento. Va bene un pizzico, come il sale nelle torte, ma in questo caso poteva esserle scappata la mano e anche dell’orripilante terzetto bisognerà poi occuparsi, pensava.  

Aveva il terrore che Lui morisse presto. All’improvviso e presto, senza essere diventato vecchio, vecchissimo, talmente vecchio che va bene morire o anche solo abbastanza vecchio da farselo andare bene. Questo non lo poteva dire a nessuno, non si dice in giro questa cosa, non si racconta questa paura, non è come la paura dei ragni o di guidare con la nebbia, non è come la paura di volare o del buio. È tutte queste paure insieme. Non si può dire a nessuno, pensava. Allora lo diceva a Lui, che poi era il solo, eventualmente, interessato al discorso. E lo diceva a suo modo, chè mica poteva mutuare il modo di un’altra. E lo diceva brusco, coriaceo, fastidioso, suonava come un rimprovero. Se muori mi incazzo. Se muori sei uno stronzo. Capisco, diceva Lui, che sapeva vivere con i difetti della Signora dai pensieri strani e sapeva che quel che l’avrebbe devastata sarebbe stata la sopravvivenza a cui l’avrebbe relegata, condannata, non la solitudine, magari la solitudine. Sapeva che era il pensiero di vivere senza di Lui e di dover crescere le ragazze, che già erano cresciute ma di strada ancora ce n’era da fare e di decisioni da prendere e di dubbi da avere e di divieti e di regole e di permessi e di soddisfazioni e di botte di orgoglio e di notti a parlare di una e dell’altra e di telefonate quando loro non ci sono per valutare insieme cosa dire, che sia la stessa cosa e insomma quelle due erano un progetto  nel quale, sinceramente, lei non si sarebbe mai imbarcata senza di Lui. Lo sapevano entrambi. Se lo dicevano tra loro e basta.

La Signora con gli strani pensieri avvertiva come una perdita, ogni giorno che sfogliava dal menu tendina  perdeva un pezzetto come una molletta quando cade mentre ritiri il bucato, si era messa di impegno per cercare dove fosse la perdita, cosa riguardasse, quale parte, era partita con un’ispezione severa, non aveva tralasciato nulla, sapeva che era legato all’età e allora aveva chiesto a Lui che dalla sua età ci era già passato, voleva sapere se, per caso, si ricordava di aver perso qualcosa in quel tratto di cammino e Lui le aveva detto di no, aveva chiesto alle sue amiche coetanee e le avevano detto di no, anzi, acquistavano consapevolezza, tutte o quasi, maledette, rifiorivano, coltivavano nuovi interessi, progettavano ampliamenti dove lei a mala pena pensava di dare una mano di bianco per uniformare il colore. Sapeva che era legato alla vita, non tanto quella che aveva vissuto quanto quella che aveva dato, sparso in giro, gettata come riso sugli sposi, infilata in bottiglie gettate nel mare, persa come palloncini scappati di mano alla fine di una festa della materna, quando sei felice di essere il genitore di un invitato e non il genitore del festeggiato, quando sai che non tocca a te ripulire, per una volta, e hai visto tuo figlio divertirsi e sudare e mangiare male, sai che salterà la cena e forse ci vorrà del Biochetasi. Sapeva che la perdita era legata a tutto quello che non sarebbe mai successo, mai più, mai, tutte quelle scelte che non avrebbe preso, tutte quelle donne che non sarebbe più diventata, tutte quelle strade che non avrebbe percorso, tutto quel potenziale che mai si sarebbe espresso. Anche del mai bisognerà poi occuparsi, pensava.    

Quella mattina aveva trovato e indossato il pensiero della mezza età. Dopo essersi alzata, mentre si lavava il viso, bene negli angoli degli occhi raschiava la cispa, con il sapone dietro i lobi delle orecchie e poi una passata di tonico su un pezzo di carta igienica sempre lì, dietro gli orecchini e  con la fascia rosa a tenerle indietro i capelli gettava una spruzzata di tonico sulla faccia chiudendo gli occhi. È adesso la mezza età. Porco Giuda, è adesso. Era andata in camera, da Lui. Lo sapevi tu, che è adesso. Lui dormiva, poco ma dormiva, ma a lei non importava perché doveva dirglielo, forse chiederglielo, ma più dirglielo che chiederglielo. Lo sapevi tu. Non è all’età di mia madre, mica campiamo 130 anni. La mezza età è adesso, ora, la mia. Non è che il pensiero le stesse stretto, anzi, era persino largo per lei che indossava i pantaloni smessi dalla figlia, taglia 14 anni. È che le stava male addosso. La mortificava. E non la copriva abbastanza, non dove avrebbe dovuto, la faceva più goffa di quanto non fosse e non la proteggeva da tutto quello che c’è fuori, anzi la rendeva più esposta e lei non voleva essere esposta. Ci avrebbe messo su un antivento, non era molto ma qualcosa faceva e alla fine si fa quel che c’è da fare. Anche della fine bisognerà poi occuparsi, pensava.

Ho fatto tredici

Al tredicesimo giorno di isolamento non distinguo più il positivo dal negativo, come quando devo inserire le pile nel telecomando, mica sostituirle, no, io le tolgo, le rimetto e così funziona di nuovo. Al tredicesimo giorno di isolamento, ammetto, non sono mai stata isolata. Come fa una madre a isolarsi? In lavanderia, è quello il solo spazio, avrei dovuto segnalare che sì, avrei osservato l’isolamento presso il mio domicilio ma nel vano lavanderia, seduta sullo sgabellino sghembo osservando il timer del display della lavatrice, sorprendendomi della lunghezza di cinque minuti quando li osservi da dentro.

Al tredicesimo giorno di isolamento osservo solo da dentro.

Il lupo che mi vive dietro lo sterno è sveglio, attento, scattante direi. Il dolore in qualche regione situata dietro le costole o tra le costole lo ha infastidito da subito e ha smesso di dormire. Risponde alle mie domande, fa da filtro, scarta i pensieri che non devono arrivare, chiude la porta, spegne la luce, controlla le finestre. Armeggia con cuscini e nastro adesivo per gli spifferi, qualcosa passa comunque, ma so che non può fare più di quello che fa per non espormi ad altro.

Quando sto tanto dentro arriva sempre, l’altro.

Al tredicesimo giorno di isolamento mi mancano gli allenamenti ma mi mancano anche il fiato e le forze. Mi mancano la voce di Stefano che conta le ripetizioni, i muscoli affaticati, la sensazione di aver fatto tutto e tutto bene, al massimo, al meglio. Ogni tanto mi manda un messaggio per sapere come sto, io dimentico il cellulare in giro per casa, Lui me lo porta e mi dice che mi ha scritto Stefanino, come lo chiamo io quando parlo di lui, con una tenerezza che riservo a pochi, Lui lo sa per quello mi fa il verso.

Con il lupo abbiamo inventato un gioco che è un lungo elenco e forse anche una poesia, ogni giorno aggiungiamo un pezzo, lo abbiamo chiamato Ringraziare desidero, perché anche i giochi hanno diritto a un nome altrimenti poi non sai di cosa si tratta. Anche le poesie. Gli elenchi non lo so, forse loro no.

Ringraziare desidero per aver sposato Lui, che fra tanti che ne siamo al mondo potevo anche confondermi e  sbagliare, questione di attimi. In isolamento aver sposato il tuo migliore amico fa la differenza. Anche il ragazzo che ti piace da impazzire. Si chiama crush, mi ha detto Pepe. Lui è il mio crush, insomma. Sembra un’onomatopea, ho obiettato, come quando qualcosa si rompe. O anche una di quelle cose da test informatico sui livelli di sicurezza nella protezione da attacchi esterni. No, è solo per dire che hai una cotta, mi ha confermato.

Al tredicesimo giorno di isolamento ho voglia del mio isolamento in ufficio per un numero minimo di ore, circa cinque o sei, nelle quali sono sola, completamente sola, così sola che nessuno apre la porta ogni minuto e mezzo o mi chiede qualcosa dall’altra stanza e io non capisco e allora non è che si alzano e vengono dove sono io per dirmela da vicino, no, urlano e non capisco lo stesso e allora urlano in due, il primo e quello che ha capito e io non sento ancora e allora urlano in tre e se non mi alzo io allora potremo andare all’infinito.

Ringraziare desidero per il modo in cui Lui pronuncia il mio nome quando parla di me al telefono. Mi sembra un nome nuovo, appena imposto, come se mi battezzasse ogni volta, come se capissi di cosa si tratta, quando si parla di me.

Al tredicesimo giorno di isolamento non so se fa freddo o caldo, se pioverà o se la neve si è già sciolta tutta in montagna, se la primavera arriverà e allora l’inverno finirà presto, se i desideri sono quello che chiedi di ottenere o ciò che speri di preservare, se le mie ragazze sono felici di vivere con me, se avranno più ricordi felici o più ricordi tristi, se mi assoceranno a una risata o se faranno smorfie quando parleranno di me, non so se ci sono tanti modi per dire mamma, se uno è meglio di un altro, se c’è un modo che vuol dire mamma come qualcosa di solo bello. Al tredicesimo giorno racconto pezzetti di quando erano piccole, cose piccole di bambine piccole, che a guardarle ora non sembra possibile sia stato tutto così, per davvero, eppure non invento, giuro, dico mentre ridiamo, giuro che è vero, quella volta che Pepe mi ha spiegato la differenza tra il bene e il male all’uscita dall’asilo: arriva un angioletto bravo a suggerirti nell’orecchio cosa fare e allora fai bene. E quando il giorno dopo ha fatto male a sua sorella e l’ho sgridata, Pepe che cazzo, e l’angioletto? Che ti ha detto l’angioletto? Mamma, è arrivato prima quello cattivo. Quella volta che era un venerdì e lei aveva dimenticato nell’armadietto della scuola a copertina dudù, che ancora ci dorme, guai a chi la tocca e ce ne siamo accorte alle 18.30, ad asilo chiuso e abbiamo bruciato semafori mentre chiedevamo la cortesia, al telefono con la portineria della scuola, aspettateci, aspettaci un attimo, prendiamo la copertina rosa e andiamo via, roba di secondi e ci hanno detto che la comunità dei Fratelli si stava ritirando per il Rosario e allora ho assicurato che avrei fatto scendere Cristo dalla croce per aprirmi il portone e ci hanno aspettate e tutto è andato bene.

Ringraziare desidero per il tempo felpato, i sogni all’alba che entrano nella giornata e non restano nella notte, per la tazza termica della tisana, per il terzo libro che sto leggendo, per l’assenza di gravità delle situazioni perché prima la salute e poi il resto, per la me che dimentico in giro e quando la ritrovo è una vecchia amica, per le pagine bianche e i fogli di recupero quando sbagli a stampare, per la stanchezza che adesso si può dire fatigue e cambiando il nome sembra si tratti di altro, per i miei cani che in due si ingegnano su come aprire  le porte per vedere dove sono.

Al tredicesimo giorno di isolamento bevo meno caffè, lavoro quando riesco, patteggio con il senso di colpa e archivio il senso del dovere, non indugio davanti allo specchio, mi vedo chiaramente. Con il lupo contiamo i pezzetti come facevo con le bambine: qui c’è un nasino e lì c’è la boccuccia, due sono le orecchie e questi gli occhietti belli. Gli chiedo di contare per me, come fa Stefano quando mi allena, così posso distrarmi, posso pensare ad altro e lui non vuole, non lo fa, non vuole l’altro, quello che arriva quando sto tanto dentro, così tanto da non dovermi guardare per vedermi, che mi basta aprire il palmo della mano perché ci sia tutto riflesso, il nasone e gli occhi pesti, la bocca screpolata e le orecchie guaste, le righe in su e in giù, i segni del tempo quando non è stato felpato, i segni del tempo quando ho riso, i segni del tempo quando non lo contavamo. Resto con la mano aperta e la poggio sulla sua fronte.

Ringraziare desidero per aver tanto amato, mi sembra di aver ballato a una grande festa, ho volteggiato e non sapevo i passi e non andavo a tempo e non seguivo il ritmo e mi sono lasciata condurre e ho pestato qualche piede e qualcuno mi ha lasciata in mezzo alla pista e qualcuno mi ha invitata e qualcuno mi ha stretta senza chiedere e qualcuno si è stancato e qualcuno è rimasto sullo sfondo con un bicchiere in mano ad aspettarmi per un po’ o per molto ma io ho ballato, sempre, per tutta la festa e ancora ballo, anche con il fiatone, ancora adesso che la festa è la mia e conosco il deejay, è il mio crush.

Al tredicesimo giorno di isolamento mi dispiace per le mie ragazze quando capiscono che  vorrei non ci fossero sempre, in ogni momento, in ogni angolo, in ogni stanza, ad ogni pasto. Sempre e ovunque. Eccola, mi dico, la crepa nella devozione, la smagliatura sulla pelle liscia, ecco il buco nella trama, lo strappo rattoppato, eccola, mi dico, eccoti, eccomi. Al tredicesimo giorno di isolamento mi dispiace per le mie ragazze quando vago per casa elemosinando attenzione, conferme, rassicurazioni, quanto bene a mamma, quanto bene a mamma, tanto?  Sì, preparo quello che mi chiedi ma quanto bene mi vuoi? Tanto? Tantissimo? Eccola, mi dico, la questione irrisolta, il nodo da sciogliere, il riscatto da pagare, eccolo, mi dico il pegno richiesto, la paura più grande, l’incredulità di un’atea quando avviene il miracolo.

Ringraziare desidero per essere tanto amata, per l’ambivalenza dei sentimenti, per la positività che è indicata da una croce, robe da fedeli o analfabeti, per la negatività che è indicata da un trattino, roba da elenchi senza nome, per il lupo che mi protegge dagli attacchi esterni, per tutti i pezzi che nella conta non ho ritrovato, per quelli che ha preso Lui dopo averli rotti, ringraziare desidero perché funziono lo stesso, per i pezzi che non si trovano più e non so dove siano finiti o se qualcuno li ha tenuti, ringraziare desidero perché non mi servono più.

Ringraziare desidero Roby per la foto sul suo futon, dopo un trattamento shiatsu qualche settimana fa.

In conclusione

Ho un biglietto chiuso in una busta sul fondo della borsa nera sul ripiano dello scrittoio all’ingresso. È lì da sabato pomeriggio. Lo scrittoio all’ingresso era del padre di Lui, dovrei dire mio suocero ma non avendolo conosciuto non mi riesce, la borsa nera è mia, regalo di Lui, un regalo senza occasione, il biglietto nella busta è indirizzato a me, la grafia sulla busta è di mio padre che, poi, è chi me l’ha dato dicendomi di leggerlo perché si era impegnato per scriverlo. Non l’ho letto. Ancora. Forse perché mi ha chiesto, detto, di farlo, forse perché potrebbe esserci scritto di tutto, da un ti amo a un vaffanculo attraverso tutti i casi in cui si declina il nostro volerci bene, dispettoso, guerrafondaio, ricattatorio,  stupido, onesto. Non l’ho letto. Ancora. Perché è inverno, mi sono detta e mi è sembrato bastevole.

È tornato un sogno che per un periodo è stato ricorrente e rincorrente, mi agguantava nonostante i miei tentativi di scappare, seppur con il fiatone arrivava sempre, circa quattro anni fa, quando la scena della nostra tranquilla esistenza si è riempita di personaggi folli da arginare ed essendo sola, profondamente sola, a farlo mi sono inventata per loro nomi che mi facessero ridere e che mettessero in ridicolo quelle loro caratteristiche orrende. Nel sogno ho un brufolo tra il rossastro e il giallognolo, ma non è sul viso o sulle spalle. È sulle gamba sinistra. Lucido e pieno. Lo schiaccio tra i due pollici ed esce il pus, tanto, in un getto continuo, non uno spruzzo ma una lunga e lenta fuoriuscita di pus e a un certo momento un pelo. Un pelo incarnito che incarnito non è più. Un pelo lunghissimo, come se fosse rimasto a crescere sotto la pelle della gamba dal giorno della mia nascita, un cazzo di pelo carsico, sommerso, folto, robusto, cattivo, resistente, indifferente allo scrub, al peeling, alle cerette, a tutte le follie che ho commesso da ragazzina sulle gambe perché fossero lisce e perfette, un lungo pelo cresciuto nel pus che della mia rincorsa alla perfezione non solo se ne fotte ma la sfotte.

Non ho fiato per salire le scale, non so quanti gradini ci siano, non molti, li conto e poi me ne dimentico. Comunque non ho autonomia per farlo. Ho avuto la febbre, io che non ho mai la febbre, ho avuto le ossa rotte soprattutto di notte, ci ho giocato a puzzle, ci ho provato ma a me i puzzle hanno sempre annoiata. Anche ricomporre le mie ossa mi annoia. Anche io mi annoio a volte. Ho la tosse, secca, corta, fastidiosa. Anche io mi do fastidio, spesso.  Igienizzo le mani di continuo, ho uno spray disinfettante che nebulizzo su maniglie e plaid e divani. Apro e chiudo finestre come apro e chiudo la bocca, mai a sproposito ma a volte per abitudine. Sono abituata a me stessa, per la prima volta da quando mi frequento, osservo ogni sintomo come se fosse mio, con un occhio di riguardo. Per gli altri non ho riguardi. Per gli altri non ho attenzioni. Non mi interessano. Soprattutto i curiosi e i vanesi e quelli che cercano la parola vanesio sul dizionario. Ho mal di testa io che ho spesso mal di testa ma è diverso. È proprio nella testa, dentro, al centro, nel fondo, dove non ci arriveresti con la mano se la testa fosse aperta come un vaso, come una Testa di Moro, dove faresti fatica a scorgere qualsiasi cosa, anche il dolore. È lì che mi fa male, di più non so dire.

Mia nonna paterna interpretava i sogni. Non penso sapesse niente di Freud o di Jung.  Conosceva un po’ di mitologia greca, la rivisitava in chiave dialettale, faceva ridere senza aver in sé nulla di comico e nemmeno di tragico. Avrebbe voluto essere tragica, lei chiedeva i sintomi per sentirseli addosso e dichiararli a sua volta come le generalità, ne conosco tanti così. Le eroine e le dee erano femmine, non le ho mai sentito usare la parola donna. Nel mondo c’erano i maschi e le femmine. E le femmine hanno delle caratteristiche e i maschi no. Ne hanno altre, forse. E le femmine sono brave femmine o male femmine. I maschi non lo so, non lo ricordo com’erano i maschi per lei. Interpretava i sogni a richiesta, di chi sognava ovviamente. Le sue sorelle, loro sognavano e dicevano chiediamo a Maria. Mio padre- anche i maschi sognano-mio padre chiedeva a sua madre, poche cose deve averle chiesto nella vita ma questa sì, poi non so se ci credesse, non penso, forse era un conforto, un desiderio che lei provasse a capirlo, forse era solo un modo per stare insieme, in un inverno senza fine, il loro. Mia nonna interpretava i sogni perché gli altri pensavano che lei fosse capace di farlo. Io non so cosa sono capace di fare. Non penso che le chiederei di spiegarmi il mio sogno del pelo e del pus, non le chiederei niente, forse solo di salutarmi il nonno ma lei si offenderebbe e io rincarerei, per farle dispetto perché le femmine piagnone a me stanno sul culo.

Mia figlia Pepe è dotata di sinestesia gustativa. Che roba mi sono andata a trovare eh?  È così: datele un nome di persona e lei vi dirà quale cibo è e il più delle volte sarà vero, vi verrà di pensare che è proprio così. Da quando è piccola. Adesso le chiedo, ogni volta, anzi no, le chiedo spesso ma non ogni volta, spesso, le chiedo di dirmi che sapore hanno le persone, chiudo gli occhi e aspetto ma lei non ci deve pensare, per lei è immediato davvero. Ci sono cibi che piacciono di più, altri meno, ci sono quelli che ci fanno schifo, lei è fortunata ad avere questa abilità, insomma vedere il sapore delle persone è meglio che saper interpretare i sogni.  Mia figlia Cristina ha elencato le nove forme di intelligenza di cui può essere dotato l’essere umano, femmine e maschi senza distinzioni, perché le sta studiando in pedagogia o psicologia non so, e le ho detto che sono tante quante le vite dei gatti e lei sostiene che le vite dei gatti siano sette e alla fine non importa, ho concluso, gatti non ne abbiamo. A lei piacerebbe avere un gatto ma è impossibile finchè conviviamo perché i gatti li detesto e spesse volte anche gli umani che dai gatti vengono ospitati. Abbiamo fatto il gioco di cercare di capire quante forme di intelligenza abbiamo e lei ha vinto. Nella corsa ad accaparrarsi il meglio di quello che io e suo padre potevamo offrire quella sera di ottobre del 2006 lei ha vinto. Avere tante forme di intelligenza è meglio che saper interpretare i sogni. Ed è come avere più vite.

Al secondo giorno di isolamento, nel penultimo giorno dell’anno, ieri ho capito che rumore fa l’amore. Anzi, ho sentito che rumore fa l’amore. Ma mica l’amore universale, che ne so io di quelle cose. Ho sentito che rumore fa l’amore qui, a casa mia, dove c’è uno scrittoio di qualcuno che non ho mai conosciuto, dove non abbiamo gatti e i nomi propri li teniamo in dispensa o nel frigo, dove i sogni li raccontiamo, dove non interpretiamo nulla, nemmeno dei ruoli, dove i personaggi con nomi ridicoli servono solo a ricordarci che è sacro  ciò che noi rendiamo tale e tutto il resto è suscettibile di privato ludibrio, che anche gli alberi genealogici perdono le foglie e possono, persino, essere potati, che le frasi che iniziano con “devi” le lasciamo aspettare sulla soglia, magari passa il cane e ci piscia sopra. Ho sentito che rumore fa l’amore quello che abita qui e non altrove e mi ha fatto sorridere. Mia nonna materna, splendida Musa di leggerezza, si lamentava con mia madre e mia zia perché non era stata bene e lui, quel rompiballe, passava le giornate a misurarle la pressione, prima lui e poi lei, mattino e sera e annotava su un quadernetto, giorno, data e ora, preciso e metodico con la sua grafia inquinata dal greco antico, scriba in vestaglia, amanuense della minima e della massima. Lei lo imitava, di nascosto in cucina, mentre le avvolgeva la macchinetta intorno al braccio e poi con la pompetta gonfiava e puf, puf, puf, puf. Il loro amore faceva puf. Io infilo il dito in una scatoletta, bene fino in fondo, come il male alla testa, lì giù fino a toccare con la punta dell’unghia qualcosa e la scatoletta inizia a  emettere un trr, trr, trr, trr.  E indica che sono tachicardica, appena un po’, ma che la saturazione è buona. Anche se non ho voglia, anche se mi sembra inutile, anche se possiamo farlo dopo, mi siedo di fronte a Lui che apre il mobile, tira fuori la scatoletta, mi fa infilare il dito e mentre noi restiamo in silenzio sentiamo insieme il trr, trr, trr. Che potremmo ballare stretti, finché è inverno.

Ultime scoperte

Adolescenza significa che non c’è dolo. È un evidente caso di alfa privativa, a-dolescenza: la danza di lacrime e risate su una base di stizza non è intenzionale. Che poi è come vivo io, salvo il discorso del dolo, ovviamente. Vivere con degli adolescenti è istruttivo, personalmente ho trovato più distruttivo vivere con degli infanti. In assoluto, comunque, è meglio vivere con dei cani. A star con gli adolescenti impari che le Regine delle Fate esistono, sono quelle che rispondono danza quando viene chiesto loro che sport praticano. Impari che se li fai incazzare ti metteranno la forchetta rimasta sporca o caduta a terra mentre apparecchiano controvoglia e raccolta senza risciacquarla, senza nemmeno soffiarci sopra entro i dieci secondi, pratica che uccide ogni germe, è risaputo. Tu mangerai con quella posata pestata dai cani dopo essere stati in giardino senza sapere i rischi che corri. A vivere con gli adolescenti ti senti come quando nel tuo quartiere cambia qualcosa, passi per giorni davanti a un cantiere, un negozio annuncia la nuova apertura, tu ci passi mattina e sera, vedi ma non guardi, poi il negozio apre e non hai capito bene di cosa si tratta e nello spazio di qualche settimana non ti ricordi più quale negozio fosse lì prima. Una profumeria? Un calzolaio? Adesso cos’è? Un’agenzia immobiliare. Prima cosa c’era? Boh. Ripensi al quartiere dove vivevi da bambino, ai negozi e quelli te li ricordi tutti. Farmacia-panetteria- latteria-fruttivendolo- edicola-drogheria. Invece qui, adesso, questi non te li ricordi. A vivere con gli adolescenti capita di dover spiegare cos’era una latteria. Il negozio che c’è adesso, forse, non ti serve, non è il tipo di negozio dove entreresti. Ma tanto non è lì per te. Va bene lo stesso, dici, a nessuno, perché nessuno ascolta. Solo il cane.

Vivere con qualcuno, chiunque esso sia, è fondamentale quando si ha la febbre o il sospetto di avere la febbre. Perché il termometro te lo deve dare qualcuno dopo averlo scalato e al termine dei cinque minuti lo devi dare a qualcuno che controlla la temperatura e tu devi capire solo dallo sguardo. L’operazione termometro non può essere svolta in autonomia. Non ho mai visto nessuno farlo. Impossibile. O, almeno, inconcepibile.

Una donna che si chiama Paola mi ha detto che il mio nome, Sonia, è molto diffuso. La riformulo. Sonia è un nome molto diffuso, a detta di una persona che si chiama Paola. Niente, me la rigiro in tutti i modi ma continua a non aver senso nella mia testa. Apro la rubrica del telefono. Ho mille Paola. Poi, non so in giro per l’Italia, ma qui a Torino si fanno chiamare tutte Paoletta. Ora, già Paola significa quel che significa, anche Sonia significa quel che significa, ma insomma a significato direi che non c’è gara, poi se lo usate anche con il diminutivo è veramente riduttivo. Ecco. Mille Paola. Nemmeno una Sonia nella mia rubrica. Ma Sonia è un nome diffuso. Ma soprattutto mi ci sono intestardita, su questa cazzata. Che non so nemmeno io perché, la vado ripetendo un po’ a tutti: ti rendi conto, una che si chiama Paola mi ha detto che Sonia è un nome molto diffuso, cioè, capito? Paola. Scusate, Paole e Paolette della mia rubrica, è che non me ne capacito.

Ho fretta. Sempre. Senza motivo, davvero io non ho motivi di fretta. Posso arrivare in ufficio quando voglio. Posso uscire dall’ufficio quando voglio. Le ragazze frequentano scuole vicine, accompagno entrambe e riprendo entrambe con tempi comodi. Ma io, ultimamente, ho fretta. Mangio in fretta, velocissima, non è mai successo prima. I tempi biblici dei miei pasti da bambina sono uno dei cavalli di battaglia narrativi di mia madre. Pare che ci mettessi quaranta minuti a mangiare un uovo al tegamino o alla coque. Lo dice sempre e cerca lo sguardo di mio padre, ti ricordi, gli chiede. Lui si ricorda. Ora, io pranzi di quaranta minuti a casa dei miei fatico a ricordarli, nel senso che ci si sedeva, si mangiava, ci si alzava. Però. Per carità. Lei ricorda, chiede a lui, lui conferma. Tutto giusto. Io ricordo la mia sedia. Avevo lei a destra e lui a sinistra. Il tavolo era rotondo. Davanti a me c’era il cucinino e poi negli anni mio fratello. I miei genitori fumavano a tavola, una volta finito di mangiare. Quindi, secondo il loro racconto mentre io ancora cercavo di convincermi che dovevo masticare e ingoiare. Dietro di me c’era la radio, sul ripiano angolare. Era spenta, non si mangiava con la radio accesa. Il televisore era in un’altra stanza. Ricordo anche un uovo, nel portauovo, il cucchiaino che stacca il bianco, albume, dal bordo, il rosso, tuorlo, nel qual intingere la mollica. Forse, mamma, non mi piacevano le uova. Adesso, invece, ho fretta. Sempre. Senza motivo se non che mi manca qualcosa, non so cosa, mi manca nel respiro che si fa corto, mi manca nelle ore di sonno risicate e rosicate e rosicchiate. Mi manca negli automatismi. Nell’ordine dettato per fare le cose. Nella programmazione. Ho fretta di andare incontro a un imprevisto per dire che, visto, l’avevo previsto. È tutto sotto controllo. Ho fretta e cammino veloce per andare da nessuna parte. Ho fretta e aumento gli allenamenti. Ho fretta e compro altri libri. Ho fretta e questa è una cosa nuova. Sono una neofita della fretta. Sono un’entusiasta della fretta. Ho fretta, non aspetto più. Mai più.

Siamo diventati importanti consumatori di caco-mela. È iniziato come un tentativo, da parte mia. Il cachi mi ha sempre fatto schifo. Proprio schifo, schifo che non si dice schifo del cibo ma se fa schifo devi dire schifo. Il cachi mi ricorda la maestra Clara, all’asilo. La maestra Clara non mi faceva schifo, ma gli zoccoli bianchi che aveva ai piedi sì. E anche il cachi come merenda del pomeriggio. Si spappolava tutto, risaliva lungo il cucchiaino, era impossibile non essere agguantati da quella gelatina vischiosa e arancione. L’arancione mi fa schifo. Quando aspettavo Cri, nei primi mesi di gravidanza, ho avuto solo due voglie. Vere voglie, proprio quelle che sono voglie, che devi soddisfare a tutti i costi, potresti uccidere per avere quello che non solo desideri ma proprio vuoi. Solo due voglie, in due serate diverse fortunatamente: un involtino primavera e il suo odore. E il gelato al cachi.  Cristina adora il cachi. È la sola in famiglia. Ho trovato il caco-mela, questo curioso incontro tra il cachi e la mela. Ha la consistenza di quest’ultima e la dolcezza del primo. Lo prendo, proviamo. Ogni volta che porto a casa qualcosa da provare incontro una sola resistenza, una sola. Quella di Lui. Lui pensa, in partenza, che io sia stata mossa da un desiderio di novità che mi deluderà. Pepe dice che è solo perché non ha avuto Lui l’idea, una sorta di invidia della novità. Io non lo so, ma a volte mi sono sforzata di apprezzare per non dargli ragione, con il mapo per esempio, l’incrocio tra mandarino e pompelmo. Non in questo caso, però. Lui ha detto che il caco-mela non esiste in natura. È una forzatura. Anche tu, gli ho detto. Cosa si incrociano piemontesi con friulani, che poi uscite strani. Sei come il caco-mela, ho concluso. Ti ho dato una possibilità e mi sei piaciuto lo stesso. E niente, adesso va in giro per mercati a comprarli per le ragazze, perché io li prendo al supermercato e costano di più e sono meno buoni, certo. Lui sa dove prenderli, bravo. Solo gli ha cambiato nome e glielo abbiamo concesso, li chiama: melocaco. Lo capisco.

Mio nipote, duenne inglese con bilinguismo incorporato, mi ha portato in bagno, a casa dei miei genitori e mi ha fatto vedere il bidet. Per lui è un accessorio sconosciuto, a casa sua. Cos’è questo, Geppetto? Gli ho chiesto curva su di lui, occhi negli occhi. È il lavaculo. Lavaculo. Lavaculo. Laaaavaaaaculooooo. Anche i vicini lo hanno sentito. È il tempo trascorso con mia madre, lo so. Riconosco lo stile. Poi mi ha legata alla poltrona del salotto con il nastro del regalo che gli ho portato e mi ha fatto aggredire da un dinosauro, da un robot, da Ken rubato a sua cugina, mia nipote quattrenne italiana con rivendica incorporata e così quando lei si è accorta del furto gli ha strappato Ken di mano lui prima di piangere ha cercato di riprenderlo e le ha tirato qualcosa come i capelli o la maglia e io ero legata alla poltrona e loro litigavano e lui deve aver detto qualcosa come dad, help me e mio fratello che succhiava nervoso la sigaretta elettronica mi ha detto senti come parla bene, lo trovi cresciuto, è bello vero? Ho detto sì, sì, sì. Ho chiesto di essere liberata, hanno smesso di litigare per dirmi che non avevano ancora finito di giocare con me e anche mia nipote si è aggiunta e ha iniziato a farmi aggredire da Barbie, da Cicciobello cagacazzobua o quel che era e a quel punto è arrivata mia madre che era sul balcone della cucina a fumare e mi ha chiesto cosa ci facessi seduta e legata e poi è arrivato mio padre che era nel suo studio a lavorare e mi ha chiesto perché fossi seduta e legata. E io mi sono sentita un po’ in colpa.

Non ho presentimenti buoni. Pre-sento le cose quando vanno male, su quello sono davvero imbattibile. Se nell’aria c’è un accenno di tragedia o problema io lo capto con la precisione di un radar sofisticato. Se nell’aria c’è qualcosa che gira per il verso giusto niente. Niente. Io non sento niente. Sonia, mi sono detta, non Paola, Sonia, la felicità non fa rumore. È quel vecchio adagio che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce? Mi sono chiesta. Tipo, mi sono risposta. È più come quando da adolescente, ricordi, sei stata adolescente anche tu è inutile che cerchi di rimuovere, è tutto ancora lì lo sai, è più come quando da adolescente ti eri amminchiata con l’atarassia e l’aponia. Ah, che tempi gloriosi quelli in cui anelavi a tanto. Ecco. Non senti il turbamento, non senti l’agitazione, questa è la felicità, pensi sia l’assenza di segnali invece è il segnale. Tutto sta andando bene. Zitta, non pensare a voce alta. Zitta. Non andrà male solo perchè dici che sta andando bene. Ascolta, cosa senti? Niente. Ecco, giusto. Vuol dire che arriverà la felicità se non vibro, se non ho sentore alla bocca dello stomaco, se non mi trema l’anima? Vuol dire che è già qui la felicità. Sicura? No, sicura mai. Si tratta, sempre, di te. O di me.

Va bene. Va bene lo stesso.