L’adolescenza è un bel posto ma non ci vivrei

No, non è vero. L’adolescenza è un posto terribile. Inospitale. Un posto di merda, in estrema sintesi. Lo dico qui, tanto qui le mie ragazze non ci vengono e se anche venissero leggerebbero quello che già sanno perché lo sentono dalla mia viva voce. Io non è che so, davvero, chi viene qui, a parte qualcuno, ogni tanto becco una mia frase su qualche social che gira, qualche storia di WhatsApp o di Instagram con mie parole accompagnate da hashtag come #riflessionigentoriali ma senza la citazione dell’autore di quella riflessione genitoriale. Vabbè. Comunque, preferisco non sapere chi viene qui. Anche perché chi mi conosce di persona non ha motivo di passare a leggere, basta che mi telefoni.

Allora, l’adolescenza è un posto terribile, confermo. Lo dico soprattutto a voi, avvocate di quello studio di Corso Vittorio che anche se non vi conosco so che venite qui, lo dico soprattutto a voi perché so che avete una manciata di anni in meno di me e qualche figlio piccolo sparso in varie sezioni colorate della scuola materna (Scuola dell’Infanzia, lo so) o delle prime classi delle elementari (Primaria di primo grado, lo so) alle prese con recite e concerti scolastici ai quali applaudire e lavoretti di merda da elogiare ed esporre su mensole bene a vista ad altezza pargolo. Nessuno spoiler, siamo stati tutti adolescenti, no? Ecco, allora pensate a voi, pensatevi indietro e non solo avanti, ricordatevi senza imbrogliare che tanto non si vince niente e senza argomentare, tanto non c’è un giudice che dà ragione a controparte.

Ne parlavo con Andrea, il mio amico storico dal ginnasio all’Università, di come succede che una volta genitori ci si dimentichi di essere stati bambini prima e adolescenti dopo. C’è un istituto scolastico a Torino, quelli come me e Andrea che hanno frequentato il liceo negli anni Novanta sanno benissimo che si tratta del peggior diplomificio della città, sanno benissimo che si tratta(va) dell’ultima spiaggia prima che i genitori cedessero alla presa di consapevolezza di avere un figlio scemo, era il diploma a tutti i costi, era il miraggio che avendo perso un anno fosse possibile recuperarlo facendone due in uno. Non avevi raggiunto le competenze richieste per superare un anno per mille mila motivi? Nessun problema, andavi lì e potevi recuperare non solo l’anno perso ma anche quello successivo. Geniale. Ecco, Andrea mi diceva che ha sentito diversi genitori raccontare di aver iscritto in quell’istituto i propri figli vantandosi, come se non sapessero di cosa si tratta o come se avessero dimenticato.

Si dimentica, è la via più facile. A me le cose facili non sono mai piaciute.

Dunque, l’adolescenza, vi assicuro, è un posto tremendo. Fa sempre troppo caldo o troppo freddo, il tempo è bello, sereno, certe giornate di sole che non si descrivono e in un attimo la tempesta come in montagna, cambi improvvisi e inaspettati del meteo che tu dici ma è possibile con tutti gli strumenti che ci sono adesso non prevedere? Sì, è possibile. Si mangia poco o troppo, si ha fame in momenti inopportuni e lo stomaco si chiude agli orari convenuti per i pasti per poi spalancarsi alla qualunque non appena parte l’avvio della lavastoviglie e l’ultimo alone dello sgrassatore è stato rimosso dal piano cottura in acciaio. Ci si veste in modo curato o come senzatetto senza considerare il contesto. Si mischiano gli stili e i tessuti, un pezzo della mamma ma che non sia da vecchia, uno di un’altra stagione, un pezzo della sorella chiesto, supplicato in prestito, un pezzo bucato, rotto o comunque  almeno un po’lacero, come fanno alcune spose che devono indossare qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di prestato e qualcosa di blu.  Ci si lava moltissimo i capelli. Anzi, direi che il livello di sanificazione dei capelli è direttamente proporzionale all’entusiasmo profuso in una qualsivoglia attività. Non posso, ho i capelli sporchi (io non andavo nemmeno a buttare la spazzatura, mio padre si incazzava perché proprio non capiva, aveva un cortocircuito cognitivo per questa mia risposta), mia figlia arriva al parossismo: sento che mi stanno per sporcare i capelli. Dal momento in cui pronuncia questa frase so che i suoi impegni scemeranno inesorabilmente fino al momento della doccia.

In doccia si ascolta musica, loro portano Alexa e l’attaccano in bagno, io portavo il mangiacassette e lasciavo andare il nastro, loro danno ordini con tono imperioso, io da fuori che mi dispiaccio per Alexa trattata in quel modo. In doccia si canta e questo è universale e transgenerazionale. Le mie ragazze cantano le stesse canzoni che cantavo anch’io. A volte. Non l’ho capito subito, ma è come se ci fosse un tipo di sofferenza (base emotiva per le canzoni che ascoltavo anch’io) generale, uguale per tutti. Avevi quindici anni trent’anni fa? Hai quindici anni oggi? Fa lo stesso. È la sofferenza generale, come la formazione generale obbligatoria per i lavoratori, non importa il settore merceologico, non ti si chiede il codice ateco, beccati questi contenuti generali che rappresentano credito formativo permanente, beccati il cantautorato che ci è arrivato prima di te e solo per te a dire quanto male fa.  Anche dopo trent’anni.

In auto la musica la decidono loro secondo lo schema consolidato sin da quando erano piccolissime: una canzone a testa. Le canzoni che ascoltano in auto io non le ascolterei nemmeno dietro pagamento altro che l’abbonamento a Spotify. Soprattutto alle 7.15 del mattino in tangenziale con tutti che entrano a Pianezza-Collegno e  nessuno che esce a Savonera. Questa mattina Cri ha scelto: Paranoia Mia di non  so chi e Vita Paranoia di non so chi. Il trend era comunque chiarissimo. E questa è la sofferenza solo sua, della sua generazione, di doppie spunte blu ignorate e storie social a cui non vengono messi cuoricini, è la sofferenza specifica come la formazione specifica dei lavoratori, quella che ti prepara ai rischi propri del tuo settore. Io ne resto fuori, ascolto senza commentare (troppo), senza capire (tutto), metto la freccia per sorpassare e la rimetto per rientrare nella corsia, temo che non siano felici perché io sono ossessionata dalla loro felicità, dal saperle felici, felici e basta non per forza felici di me, se sono felici di tutto in quel tutto ci sono anch’io allora, nell’universale c’è il particolare, rispetto il limite dei 70, mi comporto secondo le regole, accosto, aspetto che scendano e riparto senza di loro che vanno. Senza di me.

È così, l’adolescenza è un posto ostile. I confini mobili portano a discussioni, care avvocate dello studio di Corso Vittorio, segnate che questa è materia vostra e sul codice non lo trovate. L’adolescenza è tutta una questione di confini: loro vogliono pezzi del tuo fondo, tu rispondi con il cazzo che ti do più di quello che hai che è moltissimo e anzi tieni pulito il confine e rispetta le distanze, allora loro ti accusano di fare troppa ombra e ti intimano di abbassare gli alberi e tu vorresti prendere il fucile e regolarla nel modo più veloce. Più o meno. Le mie ragazze non esagerano, io ero molto peggio ma i miei genitori non erano me e Lui, va detto. Come va detto che, di tanto in tanto, mi sembrano in difficoltà rispetto ad alcuni amici che hanno genitori che sono spariti, fratellastri che compaiono, disagi sparsi tra i diversi domicili, madri ossessionate dalla verginità e dal controllo del telefono (Dio grazie che non siete paranoici come la mamma di Carla, le ha dovuto mandare una nostra foto insieme per dimostrarle che era davvero uscita con me mi ha raccontato al rientro da un pomeriggio in centro, la madre di Carla avrà i suoi motivi per non fidarsi ho suggerito, no, no, è solo pazza)  noi siamo così poco avvincenti e tormentati da risultare impresentabili. Per il resto, la vicenda somiglia molto a una trattativa sindacale, se qualcuna di voi fa diritto del lavoro sarà avvantaggiata. Se c’è anche una penalista tanto meglio perché vi imbatterete in situazioni odiose come omicidio e cannibalismo: il vostro bambino con le mani sporche di tempera per decorare il lavoretto di merda non esiste più, è stato ucciso e/o mangiato da questo nuovo soggetto che abita a casa vostra, a volte come ai domiciliari, a volte come in un ostello. Ogni tanto vi sembrerà di scorgere dei pezzi di quel bambino, un movimento delle dita non più cicciotte e sudaticce tra i capelli, persino una risata di pancia, penserete che sia tornato che non è mai andato via e invece sono solo rigurgiti. L’adolescente ogni tanto vomita brandelli del bambino che era. Imparerete ad appezzarlo. Come il ruttino dopo la poppata.

Le parole sono poche o troppe contemporaneamente, bisogna imparare a tacere. Ti viene da impazzire, ma come, hai passato mesi e mesi per insegnargli a parlare scandendo bene le sillabe, leggendo e rileggendo adattamenti di fiabe da libri di cartoncino rosicchiati sui bordi e adesso tu devi tacere. Sì. Bisogna tendere alla regola del 7 su 10, almeno. Cioè, parli 3 volte ogni 10. Per il resto su YouTube ci sono molti mantra che tornano utili. A me salva aver amato sconsideratamente degli improbabili oggetti d’amore durante l’adolescenza, la mia. Quando mi dicevano che l’amore salva sempre intendevano forse questo? Ricorrere all’esperienza passata per sopravvivere nel presente? Ciascuno si salva con quel che ha e, alla fine, io ho questo: aver amato sempre e sempre aver desiderato di essere amata soprattutto da chi trovava questa attività troppo faticosa e impegnativa (un minuto di silenzio per tutte le volte che così mi hanno definita).

Questo è l’adolescenza, una relazione sbilanciata nella quale tu ami e non sei mai certo di essere ricambiato, certi giorni giureresti di no, in altri hai una flebile speranza, ogni tanto suonano le campane a festa perché sì, è evidente, che nonostante i toni sei amato anche tu e allora ti azzardi a fare progetti per il fine settimana o per le vacanze e vieni inesorabilmente disilluso. Non importa. Questo è. Pensare a qualcuno che non sai se ti pensa, che molto probabilmente non lo fa. Fare il simpatico per strappare una risata a qualcuno che si imbarazza per te, sentirlo ridere per qualcosa che non sai e che gli è apparso sul display, nei giorni migliori ti senti chiamare e ti viene mostrato quel che fa tanto ridere solo che a te non fa ridere ma ridi lo stesso, per finta e non importa se invece di mamma o ma’ ti ha appena chiamata Amo. Meglio di quando ti chiama Alexa, con lo stesso tono che usa per Alexa. Sono passata sopra a Voga che una volta mi aveva chiamata Patty. Avevo 17 anni. Sono passata sopra nel senso fisico dell’espressione, penso di averlo travolto con tutto il mio disgusto e la mia indignazione, come si permetteva di rivolgersi a me usando il nome della sua ex, quella cessa, cessa anche nel nome, cessa anche nel diminutivo, che aprisse bene gli occhi per vedermi, vedere me, amare me. Voga è il motivo per cui oggi so cosa succede. È il motivo per cui so che non è facile stare con me ma lasciarmi è ancora più difficile.  È il motivo per cui non lascio più.

Avevo capito che mi avrebbe tradita da come stava parlando con lei quando l’abbiamo incontrata, per caso. Si sono aperte le porte dell’ascensore, noi uscivamo e lei aspettava di entrare, si sono guardati e riconosciuti,  ma dai, non ci credo cosa ci fai qui, ci vivo, al quinto piano e tu?  ma dai, mio fratello e mia cognata vivono qui da un paio di settimane, inaugura la casa stasera, ma dai, è quello del trasloco di 15 giorni fa, sì è lui, ma dai, ma dai, ci vediamo, sì, sì, ci vediamo. Non me l’ha presentata, ero lì accanto a lui come il carrellino della spesa, avevo un gonnellone ampio, era di mia madre, a lui piaceva moltissimo come indossavo i gonnelloni, mi diceva che ero bellissima con i gonnelloni solo che non ne avevo ma per fortuna mia madre era entrata negli anni Novanta roteando gipsy nei suoi gonnelloni e per fortuna avevamo la stessa taglia, lui non sapeva che non erano miei e mia madre non sapeva che mi servivano solo per farmi dire che ero bellissima, che non avevo nessun altro motivo per indossarli o per toglierli. La Signorina Ma Dai alla fine gliel’ha data, anzi prima della fine. Quando gli ho detto che lo sapevo mi ha chiesto come fosse possibile. L’ho sentito, gli ho detto. Da chi, mi ha chiesto. A quel punto ero già in frantumi, penso che un pezzo di me abbia sorriso e che lui lo abbia scambiato per un ghigno. Non da chi, da cosa. E l’ho lasciato, perché lui non era capace di farlo, di farmi così male mi ha detto mentre io ero capacissima.

L’adolescenza è un posto in cui si fa ciò di cui si è capaci pensando che basti sempre e che sia sufficiente a definirti, è una palestra in cui si suda e si fa fatica senza sapere perché. È il posto in cui nascono le ossessioni che ci seguono come ombre per la vita, ciascuno ha le proprie, non fate finta di averle dimenticate che non ci crede nessuno, non dovete necessariamente dirle io lo faccio solo perché ho imparato che per me è meglio così, è meglio dire molto (quasi tutto) così chi resta, chi vuole restare, è informato e chi non vuole ha motivi validi per andarsene. Io non lascio più. Ciascuno si salva con quello che sa e io questo so, che non lascio più. E lo sanno le mie ragazze, che non vado via, resto, magari mi sposto di lato, vicino all’uscita di emergenza, dove non mi si vede ma ci sono ad aspettare la loro felicità, ad amarle, amarle, amarle sempre senza che loro lo debbano mai desiderare.

L’adolescenza è un posto difficile ma a me le cose facili non sono mai piaciute.  

Esemplare di adolescente del 1993. Casa di Giorgia, foto scattata da Monica. Calze nere concesse da madre ossessionata dalla volgarità, come strappo alla regola.

Avvisi e divieti (2023)

Alle 4.40 del 4 gennaio mi è stato chiaro che non mi sarei riaddormentata, forse mai più, e pertanto potevo arrendermi, smettere di lottare con il piumone, i cuscini, le lenzuola e persino con i pensieri, lasciando che mi prendessero in ostaggio, alzarmi in segno di resa come quando ti colpiscono a palla prigioniera, e che la tristezza delle 4.40 suona in modo dolce, soprattutto se è il 4, tutta un’altra tristezza da quella che coglie alle 3.30, per dire, più aguzza, più appuntita.

Quando si è molto tristi, dice Merlino a Semola in una scena de La Spada nella Roccia, non c’è che una cosa da fare: imparare qualcosa. Nei primi tre giorni dell’anno ho chiesto informazioni per cinque corsi e due master, con il Lupo che mi vive dietro lo sterno in stato di allerta, preoccupato del mio restare in pigiama ma ancora di più dell’interessamento tutto nuovo per un corso di Ikebana, mi ha ricordato che con i fiori e con le piante vivi forse è meglio che io eviti un contatto diretto e che, in fondo, con il pigiama sono carina. Quando ho proposto il corso di Kintsugi mi ha detto che funziona solo con il ciotolame e che, in fondo, anche con tutte le mie ferite aperte sono carina.

Ha lavorato moltissimo in questi primi giorni,il Lupo, esattamente come nell’anno appena trascorso durante il quale ho letto 60 libri, ho portato a termine 120 allenamenti e ho tenuto in servizio il Lupo dietro lo sterno pe circa 360 giorni.  Lupus sanus in corpore sano.  Che poi, a dover dire il perché mica lo so. Della tristezza, intendo. Mi è presa così, come certe ubriacature quando ti prendono male e diventi molesta e lagnosa, do la colpa all’anno che è terminato, uno dei più faticosi e brutti da quando ho memoria e quindi da molto tempo. Ma non faccio bilanci, per quello c’è la commercialista. E non faccio pronostici, per quello c’è l’astrologo. Sui propositi ho già detto come la penso, mi annoia anche solo la parola. Rimugino nella mia tristezza, la esploro fino in fondo e lascio che faccia un po’ come le pare.

Quando sono molto triste la sola cosa che mi riesce di fare è camminare. Non con il pigiama. Il cane è il mio salvavita, mi costringe a uscire. Nel nostro percorso quotidiano c’è la tappa ai giardini, quelli della mia infanzia, sotto casa dei nonni, lì ci sono due rocce tra le panchine. Non ne ho mai capito il significato, in realtà non me lo sono chiesto fino a quando non ci sono tornata da adulta, con il cane. Ho una foto tra quelle due rocce, scattata da un mio zio, una delle poche cose carine che gli riconosco nei miei confronti, la foto è venuta bene per essere una foto della prima metà degli anni Ottanta. Quella foto è nel mio salotto e non so perché, ce l’ho messa io ma non so perché. Le foto di quando sono bambina non mi piacciono mai. Mi vedo e non mi riconosco nell’intero, solo nei dettagli, nei pezzi: la frangetta, i capelli così biondi da dover essere giustificati in famiglia, il sorriso forzato di chi vorrebbe essere altrove ma non può, l’occhio strabico che disorienta. Mi facevano togliere gli occhiali per essere fotografata, non so se per evitare un effetto del flash oppure se perché c’era lo stigma dell’occhiale e così sono rarissime le mie foto nelle quali mi riconosco davvero, perché io mi vedevo solo con gli occhiali, se li toglievo non vedevo e quindi non mi vedevo. Alle mie figlie non verrebbe mai in mente di togliere gli occhiali per farsi fotografare e io penso che, forse, loro sapranno sempre riconoscersi senza bisogno di andarsi a recuperare componendo pezzi e pezzetti. Il cane non fa mai la pipì contro quelle due rocce, non mi va.

L’idea di ricominciare con i ritmi pieni dalla prossima settimana, mi sono detta. Sicuramente quello concorre a determinare la mia tristezza che è sempre un po’ un misto di stanchezza e insoddisfazione, un vapore acquoso e grigiastro che non è pioggia e non è  nebbia, che sai cosa non è e non sai cos’è, di certo c’è solo che è grigio e che è giusto così, mica può essere tutto bianco o nero, sono nell’età del grigio. Grigi i capelli che crescono, grigio il Lupo dietro lo sterno, grigio il cappotto sotto il quale lo nascondo. “La vedo grigia” è un’espressione abbastanza usuale di mia madre. È tutto grigio. L’idea che tutto mi costa di più, dopo lo scorso anno, anche solo stare in piedi e fornire indicazioni minime: dov’è il tubetto di dentifricio nuovo, la maglia termica è stesa, a pranzo la pasta al pomodoro che non si sbaglia mai. Sono aumentati i pedaggi per entrare nei miei pensieri, per percorrerli e ci sono cantieri, lavori a non finire, restringimenti di carreggiata soprattutto di notte, sono stati abbassati i limiti di velocità perché si creavano troppi incidenti e no, non erano dovuti alla distrazione e  l’ aumento del carburante, quelli che vanno avanti a rabbia ne sanno qualcosa. L’idea di perdere la barra di comando se cambio un solo elemento e di non essere in grado di riprenderla e di non sapere più fare tutto quello che c’è da fare o , peggio, di non aver più voglia di fare tutto quello che c’è da fare ma c’è una rotta da seguire anche se mi sento come Ifigenia quando le hanno detto che, alla fine, suo padre ci andava a combattere a Troia, stava solo cercando un modo per propiziarsi mare e vento.

Alle 4.40 del 4 gennaio mi è stato chiaro che avrei dovuto segnalare nuovi divieti e  nuove avvertenze. A cominciare dal sottofondo quando sono sola in casa, niente più telegiornale di Sky tg24 ma maratona di Harry Potter e basta perché non sono in grado di ascoltare i nomi dell’attuale governo in continuazione, molto più credibile il Ministero della Magia. Poi, interdire l’accesso alla lavanderia ai non addetti perché quella è la stanza del mio piagnisteo, che ciascuno si trovi il proprio luogo deputato. Intendo vietare anche l’uso della locuzione “è un periodo” riferito a qualsivoglia avvenimento, lo sostituiremo con un più onesto “è la vita”, perché è esattamente quello che è tutto questo cadere, rialzarsi, venire colpito, colpire, schivare, abbassarsi, adottare la strategia dell’opossum, ripetere da principio come un circuito di allenamento, due giri di ripetizioni e il terzo giro a tempo cercando di infilare quante più ripetizioni in quel tempo e portate il battito al massimo e lasciarlo abbassare, bere un goccio d’acqua per togliere il sapore ferroso dalla bocca e poi da capo, per lo stretching ci sarà tempo alla fine.  È la vita, dico al Lupo e così si acquieta.

Quando sono molto triste e cammino a lungo succede sempre che mi ricordo qualcosa che poi mi fa sorridere o piangere o tutte e due le cose insieme e non che mi faccia passare la tristezza ma è come se mi ci facesse camminare sopra senza la paura di farmi male, come quando ero bambina e papà, d’estate,  portava me e mio fratello ai tappeti elastici e potevamo saltare e cadere senza pericolo, lui entrava insieme a noi a volte ed era capace di fare un balzo altissimo e tornare giù dritto perfetto , mamma no, aspettava fuori e controllava i sandali, che nessuno li confondesse con i propri e ci sorrideva da dietro la rete, con la sigaretta tra le mani e le gambe abbronzate. Ieri, durante la passeggiata con il cane,  sono arrivata alle rocce e diversamente dal solito mi sono seduta sulla panchina più vicina e ci ho appoggiato i piedi sopra.

Tutte le donne del ramo materno, mi sono detta. È sempre lì che affondo la mia tristezza da quando ero una morula aggrappata alla cavità uterina di mia madre, quarantacinque anni in questi giorni ed è sempre lì che cerco il suo rimedio, in quelle frasi che metto insieme come tanti pezzetti, per vedermi, per riconoscermi, per darmi le indicazioni di cui ho bisogno mai come adesso. Mia madre dice sempre “parente di mio parente a me non viene niente” che è il discrimine per interessarsi o meno alle vicende di famiglia, dai battesimi ai funerali passando per i matrimoni, mio padre torna a casa con la notizia dell’invito da qualche parte e lei applica questa semplice regola logica per decidere se è tenuta o meno ad accettare. La mia bisnonna diceva “se non è netto è freschetto” che significa pace, anche se non è pulito come vorresti almeno è rinfrescato, fatti bastare quello che puoi fare, va bene. Mia nonna diceva “il monaco buono non esce dal convento”, che significa stai attenta a quello che sembra un affare, perché se davvero lo fosse resterebbe dov’è, se il monaco valesse davvero quel che dicono resterebbe in convento a fare il suo, non lo troveresti in giro in cerca di collocazione. Mia zia adotta il parametro delle dimensioni del culo. Il culone è pericoloso, bisogna stare lontano dai culoni perché non si rendono conto dei danni che sono in grado di provocare. Quando mio nonno era ricoverato in terapia intensiva, prossimo alla morte, hanno fatto entrare a turno ciascuno di noi nipoti per un ultimo saluto. Lui non era cosciente ma noi sì e quindi tutti in coda come per le centomila a Natale siamo entrati a turno. Mia zia in qualità di primogenita e camerlengo coordinava ingressi e uscite, faceva entrare il nipote, due parole, usciva lei e poi rientrava per fare cenno che toccava a chi c’era dopo. Quando è toccato a me sono entrata e quasi non l’ho riconosciuto quel piccolo uomo in quel letto attaccato con tubi e tubicini a dei macchinari, ho dovuto osservarlo nei dettagli, nei pezzi del viso, il naso grande, le sopracciglia, il mento e ricomporre l’immagine intera per decidere che sì, si trattava di lui. Mia zia gli accarezzava la mano piena di ecchimosi ricoperta da cerotti e aghi e piangeva, quanto piangeva mentre sussurrava hai visto che bello il nonno, sai che sta morendo il nonno, non ce la fa il mio papà, non ce la fa questa volta, hai visto che bello e io annuivo e poi scuotevo la testa e poi annuivo e piangevo anche io ma senza fare altro, senza parlare. In quel momento si è avvicinata un’infermiera per ricordarci che è ammesso un solo parente alla volta e allora mia zia, in lacrime, fa cenno di aver capito e poi la guarda mentre questa si gira di scatto e si allontana dal monitor dove delle linee verdi segnano che è ancora vivo e strabuzzando gli occhi zia diventa serissima e mi chiede “ma è legale fare lavorare in questo reparto una con un culone tanto grosso?”, io impiego qualche secondo a capire la domanda e a capire che si aspetta davvero una risposta da me. Confermo, è legale. “non dovrebbe esserlo, perché questa con un colpo di culone stacca qualche filo, qualche cavo e i cristiani muoiono per colpa del suo culone”, poi ancora scandalizzata è uscita e mi ha lasciata sola con lui che era impassibile e allora sono stata certa che si trattasse di mio nonno.  

Alle 4.40 del pomeriggio del 4 gennaio ero seduta su una panchina con i piedi appoggiati ad una roccia e raccontavo a una bambina bionda cosa è accaduto dopo, in quella stanza della terapia intensiva quando sono rimasta sola con il nonno, tanto sono passati più di dieci anni e ormai interessa a pochi, forse a nessuno. Per prima cosa ho controllato il monitor, perché in effetti con quel culone non si sa mai. Ho appoggiato la mano sulla sua senza portare peso, gli ho detto che le bambine erano a casa con il papà, avevano quasi finito l’asilo e c’era aria di vacanze e di mare. Poi, sussurrandogli “veniamo a noi”, ho coniugato al presente indicativo il verbo essere in greco, prima, seconda e terza singolare, seconda e terza duale, prima, seconda e terza plurale. A quel punto gli ho detto che ci avevo pensato a lungo e che mi trovavo d’accordo con Parmenide per quella storia dell’essere che non può che essere. Infine, ho gli ho sussurrato l’art.2697 del Codice civile che è il faro della mia navigazione. Esattamente quello di cui parlavamo io e lui quando restavamo soli. Un attimo prima che mia zia rientrasse l’ho salutato per sempre e ho lasciato il posto a chi aspettava dietro di me. La bambina bionda è rimasta in silenzio, penso che abbia paura di balbettare e quindi preferisce stare zitta anche se di cose da dire ne avrebbe. Non importa, sai, se non è netto è freschetto le ho detto. Poi le ho confessato di aver dimenticato il verbo essere in greco e tutti gli altri verbi, riesco ancora a leggerlo ma basta, non vado oltre. È che a un certo punto serve spazio e a qualcosa si deve rinunciare. Sai che ci assomigli a Semola, quello della spada nella roccia, sei la bimba nella roccia, la prendo in giro, anzi sei la bimba di roccia e così le strappo un sorriso. Facciamo così, le prometto, quest’anno mi impegno a sollevarti e portarti via da qui, non so quando, nessuno lo sa, ma mi sembra di allenarmi solo per quel momento.

La Bimba nella roccia.Giardino Kranji-Rivoli.

Io & Lui

Lui ha gli occhi verdi, se ci si avvicina per guardarli bene sembrano anche grigi, se ci si avvicina per guardarli meglio assomigliano a certi laghi che devono il colore cangiante agli alberi da cui sono circondati. Io ho gli occhi neri, se ci si avvicina per guardarli bene sembrano proprio neri, se ci si avvicina per guardarli meglio assomigliano a quei sacchi usati per portare via i cadaveri dalla scena del crimine, in genere dall’assassino e non dal medico legale. Io sono convinta che chi ha gli occhi chiari veda il mondo diversamente da chi ha gli occhi scuri, con più ottimismo. Immotivato.

Io, a volte, mi scuso con Lui per questa cosa che sto invecchiando:” mi dispiace-gli dico- che sono più vecchia e meno bella per te che sai di quando ero meno vecchia e più bella”. Lui non mi trova invecchiata e da vicino ci vede ancora bene, mette gli occhiali per vedere da lontano ecco perché io cerco di stargli il più vicino possibile così sa sempre come sono, davvero. Io, ogni tanto, parlo con la Dottoressa Elle del fatto che mi spiace invecchiare più per Lui che per me, in fondo, e che a volte penso a quella mia amica che è arrivata al quarto marito di seguito che mi sembra un modo per fermare il tempo senza trascorrerlo e non mi piace ma va detto che è anche una bella garanzia contro il dolore di aver vissuto la maggior parte della vita accanto a una sola persona che a un certo punto morirà, al quarto marito non fai nemmeno in tempo ad affezionarti, penso. Lui mi ascolta sempre quando gli parlo della Dottoressa Elle, in genere a letto, appena svegli.

Lui odia la pubblicità in televisione, cambia canale e si lamenta che ci sia la pubblicità contemporaneamente su tutti i canali e dice frasi come “ma davvero qualcuno compra un profumo perché vede questa roba, ma davvero qualcuno compra un’auto perché vede questa roba?” I canali che lo interessano di più sono quelli che io non guarderei mai, quelli delle emittenti locali, con le trasmissioni di musica e balli nelle balere, quelli nei quali Marisa di Brandizzo manda i saluti a tutti quelli che la conoscono, lo rilassano, gli danno un senso di leggerezza. Io li detesto, mi appesantiscono e mi dà fastidio l’accento piemontese,il modo di parlare sgrammaticato, allora faccio il verso al presentatore e ai mezzi disgraziati inquadrati e Lui mi dice di smetterla perché siamo in Piemonte ed è giusto che loro parlino così, ma poi ride insieme a me.

Io non ricordo mai i vini che beviamo, i nomi o le etichette, invece Lui sì, assaggia sempre al ristorante, tiene in bocca per un po’ poi fa un cenno di assenso e lascia che venga versato anche a me e intanto si accomoda meglio sulla sedia e poi mi dice, sempre, di lasciarlo riposare un attimo indicando il vino nel bicchiere. Lui ha un grande senso della musica e del ritmo, io ho un grande senso del testo, mi interessano le parole, solo le parole. Io ricordo tutti i libri che leggo, magari non l’autore ma la copertina sì e li abbino nella libreria secondo un criterio che conosco solo io. Io non sono assolutamente portata per il disegno, a scuola mi regolavo con due cavalli di battaglia che erano l’alba o il tramonto, a seconda del titolo dell’opera, al mare o in montagna a seconda che il sole sorgesse, o tramontasse, dall’orizzonte delineato con matita o pennarello, a seconda della tecnica, azzurro o tra due i vertici di due triangoli innevati o con scarsa vegetazione, a seconda di quanta voglia avevo di colorare di marrone o di lasciare bianco. Lui dipinge benissimo, soprattutto ad olio che è la tecnica che non finisce mai di poter essere lavorata e io penso che sia questo, in fondo, che lo attrae davvero.

Lui è la persona migliore al mondo con cui crescere dei figli sin da piccoli e se io non fossi tanto gelosa potrei noleggiarlo, ormai, perché è davvero  bravo. Per prima cosa non patisce troppo l’assenza di sonno, ha il suo modo di recuperare con brevi sonnellini piombati invidiabili dall’esterno e quindi difficilmente accumula sonno arretrato. Poi, non ha schifo di niente: vomito da influenza o da acetone, cacca nelle diverse consistenze, pellicine delle unghie che fanno infezione, sbucciature e cadute che determinano fuoriuscite di sangue. Io fatico di più, trattengo il disgusto, lo maschero ma vorrei essere altrove. Il sangue mi ferisce e più in generale da quando sono madre vorrei avocare ogni malattia, indisposizione, disturbo così da sbrigarmela da sola. Lui non pensa troppo a come fare e cosa dire con i figli , dice che basta far vedere senza tante parole e, soprattutto, che ormai è fatta, ormai non gli insegnamo più cosa sì e cosa no, ormai lo sanno e quindi ormai scelgono, lo sanno già, quel lavoro l’abbiamo già fatto, mi dice. La Dottoressa Elle conferma, ha ragione Lui. Se non fossi tanto gelosa potrei mandare Lui in seduta, sarebbe un paziente migliore.

Io tengo a mente tutte le date, i compleanni e glieli ricordo solo se mi va di farlo, per esempio  da quando qualcuno mi ha detto che senza di me Lui era molto meglio ho smesso di farlo per tutta una serie di persone e quindi Lui non fa più regali né auguri e forse sembra maleducato invece è solo meglio. Ad aprile saranno ventidue anni insieme ma ci siamo conosciuti nel settembre precedente, ci ha presentati uno che a guardarlo non gli dai due lire e che  ha un cognome che suona come una rivolta e Lui ogni tanto mi dice “ma lo sai che dobbiamo dire grazie a un mezzo coglione” e io gli rispondo che lo so e però è stato davvero come una rivolta. A maggio Lui compirà cinquantatré anni, io ci penso spesso. Anche Lui ci pensa spesso. A volte ci pensiamo spesso insieme. Suo padre è morto a quell’età. Che vuol dire, ci diciamo quando ci pensiamo insieme. Ognuno ha la sua storia, ci rassicuriamo quando ci pensiamo insieme. Lui ha parlato con il suo osteopata che gli ha detto che quando ha superato l’età della morte del padre (49) ha ripreso a respirare correttamente. Io me lo immagino Lui che chiede in giro informazioni di questo tipo, come nostra figlia, la grande, che quando era molto piccola non chiedeva alle persone come si chiamassero o quanti anni avessero ma chiedeva sempre “come chiama tua mamma?”, collezionava nomi di madri altrui, ogni tanto si interessava ai padri “come chiama tuo papà?”, questo l’ha chiesto anche a sua sorella appena nata, per sicurezza. Lui me lo immagino così, un po’ spaurito che chiede in giro  “quando è morto tuo papà?”. Io so che se fai un brutto sogno e lo racconti allora non si avvera, almeno così mi ha garantito mio padre quarant’anni fa, ecco perché io certe cose a cui penso le dico, anche se non sono sogni magari funziona allo stesso modo. Io quando penso ai suoi cinquantatré anni chiudo gli occhi e aggiorno la mia lista dei sacrificabili al suo posto, nel caso a qualcuno potesse servire. Sono tutti nomi di quelli a cui non fa più gli auguri.

Lui va sempre a fare la spesa, io raramente, così raramente che quando accade la mia banca mi manda un sms per avvisarmi che il mio bancomat è stato usato al supermercato. Per la frutta e la verdura Lui va al mercato, io odio il mercato, Lui si mette in coda e ascolta quel di cui parla la gente, io tengo la borsa stretta e sbuffo di fastidio in mezzo a tanta banalità. Lui è diventato molto bravo anche nell’acquisto dei detersivi non si discosta molto dalle mie indicazioni e quando lo fa io, ormai, non mi lamento più perché  è solo un detersivo e anche le lamentele vanno selezionate. Lui non mangia le olive e nemmeno i cetrioli. Io adoro le olive e i cetrioli. Lui li compra lo stesso, io so che mi ama molto perché non devo chiedergli di comprarli. Io non ho mai zuccherato il caffè o il tè, Lui ha smesso di zuccherarli, Io ho iniziato a mangiare il riso, gli gnocchi e la fonduta da quando vivo con Lui, prima vomitavo solo nel vederli. Lui mangia i roccocò a Natale e la pastiera a Pasqua, sa che si dice arancina altrimenti è  abominio.  Io continuo a rifiutarmi di mangiare il minestrone a pezzi, solo passato. Lui non mangia più il minestrone a pezzi, solo passato.

Io amo la solitudine e il silenzio, me li sono conquistati come tante altre sensazioni e condizioni. Lui ultimamente non sopporta tanto le altre persone, vorrei che fosse merito mio ma no, è qualcosa a cui è arrivato in piena autonomia a furia di essere esposto al vociare molesto di clienti e fornitori. Io ho cambiato lavoro, Lui mi ha supportata nel farlo. Lui certe notti pensa al lavoro, io penso insieme a Lui, poi ci scambiamo i pensieri perché altrimenti sarebbe tutto molto noioso e soprattutto significherebbe che solo uno dei due pensa. Io mi accorgo quando Lui ha un pensiero non suo, di più in passato, ormai è sempre più originale. Si è ripulito di una serie di grossolanità che lo ricoprivano come la patina caseosa sui neonati, si è liberato di una serie di falsi ricordi e di qualche menzogna e io ho fatto lo stesso e così Lui non crede più di non essere portato per le piccole riparazioni casalinghe e io non credo più che se piangi per la morte di un animale domestico poi muore un parente. Comunque, devo dirlo, non è mai stato un deterrente per impedirmi di piangere la morte dei miei cani, anzi, ho sempre avuto la lista dei sacrificabili.

Lui alcune parole non imparerà mai ad usarle e io rido moltissimo di questo. Se mai dovessero rapirlo io per essere sicura che sia ancora vivo chiederei di fargli formulare una frase con il verbo confutare prima di pagare il riscatto. Io gli dico ogni giorno che è bellissimo, anche adesso che è un po’ magro. Lui mi dice che sono la migliore, mi stringe la mano nel letto, al buio e io mi sento migliore davvero, magari non la migliore ma migliore sì. Lui mi chiama in un modo che sappiamo solo io e le ragazze, non mi chiama mai per nome. Io a volte lo chiamo in un modo che sanno solo Lui e le ragazze e a volte lo chiamo per nome e a seconda di quante o pronuncio alla fine si capisce l’urgenza o meno che ho. Abbiamo un nostro esperanto come tutti gli innamorati, ma noi siamo più innamorati o comunque innamorati meglio di tutti gli altri.

La Dottoressa Elle mi ha detto che io  e Lui siamo una coppia sana, una coppia che sa ripararsi, ha detto e nel pronunciarlo ha messo i palmi delle mani uno sopra l’altro senza farli aderire e ha mosso la mano destra in senso orario e la mano sinistra in senso antiorario come un ingranaggio, questo significa, per lei, che siamo una coppia che sa ripararsi. Osservavo le sue mani, la fede all’anulare, un braccialetto sottile al polso, le unghie senza smalto o gel o diavolerie che siamo rimaste io e lei al mondo a non fare la manicure e pensavo che quando dico riparare io, invece, mimo il gesto del cucire, unisco l’indice e il pollice della mano destra e ricamo in aria qualcosa, come se rammendassi, cosa che non so fare. L’amore è sutura. Sutura, non benda, sutura, non scudo. Sutura con cui il vento è cucito alla terra, come io a te sono cucita, diceva la poetessa. Ogni volta che ci siamo riparati- e in ventidue anni è successo spesso -è questo che abbiamo fatto, ci siamo rattoppati, cuciti, rammendati. Ecco perché siamo dei mostri, adesso, dei nuovi Frankenstein ricuciti malamente, ecco perché gli altri non ci riconoscono più, perché ci guardano e vedono solo le suture senza individuare i lineamenti, quelle suture che possono essere accarezzate solo da chi le ha praticate con cautela per riparare quel che si era rotto. Siamo una coppia sana, una coppia che sa ripararsi, ha detto e io ho unito il pollice all’indice come per scrivere qualcosa prima di dimenticarlo e mi sono ricordata che mi avvicino a Lui il più possibile e solo lì trovo riparo, osservandolo attraverso i suoi occhi verdi che io non ho paura di annegare e Lui si avvicina a me il più possibile e solo lì trova riparo, attraverso i miei occhi neri che proteggono da tutto, che Lui non ha paura dei cadaveri.

Animali forastici e dove trovarli

Sono stanca, Lupo. Stanca, stanchissima. È stanca Mamma Orsa, vorrebbe andare in letargo. Ti ricordi quando le Cucciole Orse mi hanno ribattezzata così? Quanto tempo è passato? Quasi sei anni da quando la Cucciola grande è stata usata per colpire suo padre e me, mio dio. Mayday, mayday, Lupo. Sono stanca e so che lo sai, ti sento anche senza parole, ti sento soprattutto quando non si sentono le parole, so che lo sai, ti sento agitato dentro la mia cassa toracica, smuovi tutto, scavi e tiri fuori, stai di guardia  ai miei pensieri, osservi quelli che escono e aspetti quelli che entrano, hai il tuo carico di lavoro, lo sento.  È stanca Mamma Orsa di tutti gli impegni delle Cucciole Orse che le cascano sulle spalle e l’abbassano ogni giorno un po’, ecco perché le Cucciole sembrano ogni giorno più alte, mica lo saranno diventate per davvero, che dici? Soprattutto la Cucciola piccola, mica può essersi alzata di tutta una testa nello spazio di una stagione? Non è possibile, Lupo, è Mamma Orsa che si abbassa sotto il peso dei giorni, vero che è così? Ti sento, Lupo, ti sento anche senza parole, ti sento con il fiuto, soprattutto di notte quando sto di guardia  al giorno che finisce e aspetto  quello che inizia, che stanchezza, mio dio. Mayday, mayday, Lupo.

Sono cresciute le Cucciole, sì, me l’hanno fatta così sotto gli occhi e oltre gli occhi, me l’hanno fatto in fretta, in quest’anno maledetto durante il quale ti ho fatto lavorare tanto, tantissimo, chissà se sei stanco anche tu, Lupo. Ti sento  affaticato, ti sento anche se non ti lamenti, ti sento senza le orecchie, lo sai che valgono poco ormai, è tutto un bruciare e prudere e scrosciare di acqua lì dentro le mie orecchie, non posso più farci affidamento, guardo le labbra delle persone mentre mi parlano e vivo nel mondo delle ipotesi, con te non ne ho bisogno, ti sento senza le orecchie. Mamma Orsa ti sente stanco, Lupo, e teme sia colpa sua. Mamma Orsa teme sempre che sia colpa sua anche quando non è detto che sia colpa sua, soprattutto quando è stanca, stanchissima, mio dio. Mayday, mayday, Lupo.

Mamma Orsa e Cucciola grande sono state a Roma per due giorni, quarantotto ore filate via sotto una pioggia sconsiderata, in mezzo a lampi e tuoni scagliati da Giove pluvio in gran forma, quarantotto ore passate in fretta, fatte di amiche ritrovate per la Cucciola e di passeggiate mischiata tra le persone per Mamma Orsa, con il cappello a ripararla e una mappa spiegazzata in tasca, con tanti pensieri, tanti davvero, da rimettere in ordine, con qualche affanno dal quale separarsi per poco, solo quarantotto ore, ma vere, con un paio di desideri da gettare agli dei per il tramite di una monetina, Mamma Orsa e il Lupo dietro lo sterno, a passeggio sotto il diluvio come se non fosse vero.

Dopo aver lasciato Cucciola grande alla fermata della metro  Ottaviano con raccomandazioni infilate a caso nelle tasche come spicci lasciati all’ultimo momento sono tornata in San Pietro perché avevo cose serie da sbrigare: mi serviva Santa Lucia. Una medaglietta di Santa Lucia, di quelle che si tengono nel portafogli o in qualche tasca. Mia nonna aveva la medaglietta della Madonna di Loreto, a cui era devota, pinzata nella sottoveste, ogni tanto scostava l’abito o la camicia e me la mostrava baciandola. La Madonna di Loreto non ha le braccia quindi io l’ho sempre patita molto perché sulle menomazioni non vado forte, anche la devozione di mia nonna non me la sono mai spiegata fino in fondo, aveva una sua versione dell’agiografia, diciamo che tendeva alla semplificazione. “Nonna che cosa fa Santa Chiara” “eh, Santa Chiara è importante.” “perché? che ha fatto?” “eh, Santa Chiara se la faceva con San Francesco, per quello è importante”. Ah. “Nonna, ma Santa Sonia esiste?” “No, tu non la tieni la Santa.” “E perché non esiste?” “eh, perché non hai un nome cristiano?” “In che senso non è un nome cristiano, scusa, mi hanno pure battezzata?” “eh, vabbuò, ti hanno battezzata ma quello perché il prete era amico di papà tuo, tua mamma ti ha dato un nome senza Santa”. Questa  nonna era, va da sé, quella paterna.

Mi serviva Santa Lucia, una medaglietta di Santa Lucia made in China direttamente da San Pietro.  Ho iniziato a frugare tra le medagliette infilate in diverse scatoline dentro un negozio grande che prometteva il fatto suo sull’argomento. Niente. Mi sono arresa, dopo sei o sette sante mi sembravano tutte la Madonna con un altro nome scritto sotto, persino Papa Francesco mi sembrava la Madonna con un altro nome scritto sotto (Papa Ratzinger no, sembrava proprio lui)è quello che chiamo l’effetto Trip Advisor per cui al quarto ristorante di cui leggo le recensioni vado in confusione e mi sembrano tutti uguali. Allora ho chiesto aiuto alla commessa. Non ho posto una domanda difficile “buongiorno, mi scusi, vorrei una medaglietta di Santa Lucia, se possibile” “Santa Lucia?” chiede come colta alla sprovvista la giovane ragazza ad occhio mia coetanea. “Sì” annuisco, confermo, sorrido persino. “Forse è meglio che chieda alla mia collega, per questo.” Sono rimasta ferma al forse per un attimo, come quando sai di aver capito bene ma non ti torna nel senso della frase. Forse. Non era sicura nemmeno lei che la sua collega potesse aiutarmi, per questo. Per questo indica la difficoltà del quesito, la specificità della richiesta che necessita di un intervento specializzato. Forse. Mi sono rivolta alla collega, sempre con il sorriso, finto, sulle labbra. Ho riformulato la richiesta. La collega, e forse madre della giovane e inesperta venditrice data la vaga somiglianza che ho colto nel lampo di stupore intravisto nello sguardo altrimenti spento, ha ripetuto la mia richiesta a voce alta. Sì. Ho riconfermato. Santa Lucia. Sono sicura. “allora, qui se vuole c’è Santa Marta.” “No, grazie, non voglio Santa Marta, voglio Santa Lucia, non so nemmeno che fa Santa Marta.” “eh beh, pure Santa Marta fà, per fare, pure Santa Marta fà.” Ho avuto un attimo di esitazione, volevo chiederle se avesse parenti a Napoli, se qualcuno della sua famiglia per caso arrivava dalla zona di Piazza Carlo III, se di cognome faceva come mia nonna. Mi sono trattenuta e ho continuato a sorridere. Per finta. “Allora qui, se vuole c’è San Francesco” “No, grazie, sto cercando Santa Lucia. Mi serve proprio lei” “ah, è per gli occhi, allora? Vuole proprio apposta per gli occhi? “Sì.” “è per lei?”. Ma che te ne fotte a te?! “No, devo regalarla” “ah, ho capito, allora San Francesco lo mettiamo via, pure San Giuseppe lo mettiamo via?” “sì, lo metta via, grazie.” “eccola qui, lo sapevo, visto? Ecco Santa Lucia, guardi un po’, ce ne sono due addirittura” “oh, grazie! Che differenza c’è tra le due?” “nessuna, la Santa è quella” “Sì, però in questa c’è scritto Santa Lucia ovunque proteggimi e in questa Santa Lucia prega per me, quindi la differenza c’è.” “e qual è?” “eh, mica e lo stesso pregare e proteggere, prendo questa che protegge, grazie.” “sì, ma anche la preghiera fà, per fare, pure la preghiera fà”. “Sì, per carità. Ma la preghiera è più in difesa capito, è più come dire difendimi se mi attaccano, io qui voglio la protezione anche se non mi attaccano, come con i figli, no? un conto è difenderli e un conto è proteggerli” “come dice lei, signora, la Madonna che scioglie i nodi la metto via o la prende?” “La prendo, che pure sciogliere i nodi non è da tutti.” Che fatica, Lupo, mio dio. Mayday, mayday, Lupo.

C’era una zia di mia madre, anzi la zia di mia madre perché gli altri erano tutti zii, che iniziava ogni discorso in due modi: “se fossi Dio” oppure “se fossi al governo”, a seconda che la vicenda da gestire riguardasse il potere spirituale o quello temporale. Aveva una soluzione morale e politica a tutto, pur essendo dichiaratamente atea e monarchica nonostante il crocefisso inamovibile in casa e la visione femminista e progressista di se stessa. A volte mi chiedo come si possa arrivare da posizioni così lontane tra di loro, come si possa avere all’interno del proprio DNA le stesse percentuali di una famiglia e dell’altra, mi sembra folle essere il prodotto di istanze così lontane e inconciliabili eppure lo sono e forse sono così per questo, a volte guardo le Cucciole Orse e mi sembra impensabile che abbiano questi universi dentro le loro cellule, eppure li hanno e sono il miglior prodotto che potesse venire fuori o comunque confido molto nella selezione della natura  e nel salto generazionale e così spero che alcune idiozie non le riguardino o che comunque siano capitate ad altri, va da sé, non della parte materna. Che stanchezza, Lupo. Ho tanto desiderato essere Dio, quest’anno. Anche solo dio, un dio qualsiasi. Comunque un dio con determinate caratteristiche. Un dio abbastanza incazzoso e vendicativo, uno che non te le manda tanto a dire, uno con cui non ragioni molto e che promette poco, anzi, un dio che non ti dà garanzia alcuna sul dopo, nessuna teoria escatologica ma solo prospettive scatologiche. Un dio facilmente bestemmiabile, senza timore di essere punito perché imprecherei più forte e fulmienrei a caso e fanculo pure il libero arbitrio, via, tolto, ve lo buco ‘sto cazzo di libero arbitrio. Quest’anno ho trascorso molto tempo seduta sullo sgabellino della lavanderia a guisa di scranno in una cattedrale, che fortuna avere un posto dedicato per stendere dice la mia amica Gabri che sposta gli stendini in ogni stanza della casa a seconda del fabbisongo, io invece ho spostato pezzi di casa in lavanderia e seduta sullo sgabellino quest’anno ho pianto per ore, singhiozzando forte coperta dal rumore dell’asciugatrice e della lavatrice, insonorizzata, protetta e difesa allo stesso tempo, incapace di pregare, con una sola richiesta a riempire le labbra, chiedendo all’Universo di prendermi i pezzi che non mi servono chiedendo di rivolgere altrove tutto questo dolore. Sì. Così. Se fossi stata dio, un dio qualsiasi, anche un ciarlatano, un dio sedicente tale, un dio da poco, se fossi stata un dio minore avrei saputo a chi indirizzare il male che mi stava torturando, lo avrei spostato con un soffio. Sì. L’ho pensato. Ne vado fiera? No. Lo riafarei? Sì. Perché io sono così, ho ben chiara quella parte di me, cattiva, torbida, spietata e non è un difetto, magari fosse un difetto, sarebbe qualcosa che manca, qui invece c’è  e non posso toglierla. Posso farci dei compromessi. Posso metterla a a tacere, posso educarla. Posso evitare che sbraiti. Ma che stancezza, quanta stanchezza, Lupo, mio dio. Mayday, mayday, Lupo.

Ho finto di non conoscerla, speravo facesse altrettanto non per lei ma per me, per il Lupo, per Cucciola Orsa. Invece no, nemmeno il tempo di prendere posto sul treno del ritorno, con le giacche piene di acqua e il trolley da sollevare mi guarda e si aspetta che la identifichi. Il mio sguardo diventa di pietra. Il mio istinto di conservazione è più forte del suo istinto di conversazione e infatti lei cede. Allora pronuncia il mio nome  “Sonia” ma lo fa come se fosse una domanda. “Si” e lo dico come se fosse una sentenza di condanna. Fingo ancora di non sapere di chi si tratti. E poi mi dice “sono la moglie dell’Orrendo Butterato”.  Mi viene in mente una frase scritta a matita sul libro di letteratura l’anno della maturità , il commento a un qualche brano non so quale, vedo la mia grafia sul libro, nello spazio tra due paragrafi, la memoria visiva è uno dei miei cavalli di battaglia, la memoria in generale è una delle condanne che mi sconto in vita: elì, elì, lama sabacthani, lo sconforto supremo, il dubbio nella sua espressione più crudele, fingo ancora, faccio come mia nonna materna quando non mi ha riconosciuta per la prima volta di tutte le volte successive, quando mi ha fregata così, faccio come mia nonna che il giorno prima sapeva chi ero e il giorno dopo mi ha detto “buongiorno Signora” con un distacco gelido che mi si è attaccato dentro,vicino al cuore e il Lupo ci si rifà i denti  quando è nervoso. Immagino di aver sentito male, ho le orecchie a puttane, Raperonzolo dal flaccido doppio mento qui davanti a me non ha detto così, ha detto “ci sono foglie proprio qui sul selciato” oppure ha detto” ho voglie che ho colmato con un gran gelato”, può anche aver confessato “sono doglie anzi no, guarda, ho solo defecato”.  Con lo sguardo disgustato le ho rivolto un olofrastico “eh”. Basta.  Ho preso il Lupo e Mamma Orsa, li ho fatti sedere davanti a Cucciola grande, che nessuno si avvicinasse. Basta. Nessun profluvio di contumelie, tutte rimaste a livello di pensiero. Basta. Ho promesso, seduta sul mio sgabello, che non avrei alimentato la rabbia, in cambio ho chiesto di riavere indietro mio fratello e suo figlio, nulla posso fare per il rancore, quello è e quello rimane. Nulla posso fare per il desiderio di vendetta, quello è e quello rimane, posso solo tacerli, lasciarli sbocconcellare al Lupo, lasciarglieli triturare e poi scusarmi con lui che alla fine mi difende mentre io proteggo la Cucciola, indifferente a tutto questo, lei con lo sguardo rivolto fuori dal finestrino, il sorriso di chi ha capito, di chi ha sentito ogni sforzo e ogni pianto, non con le orecchie e senza le parole. Lascio Raperonzolo alle sue telefonate, devono averle detto di non avvicinarsi ulteriormente altrimenti potrei uccidere. Sì. Posso. Guardo fuori dal finestrino e poi davanti a me, lei, Cucciola grande con gli occhi di suo padre e il mio modo di guardare: come si fa ad arrivare da entrambi questi posti contemporaneamente, nello stesso modo, nella stessa percentuale? È impossibile. È un miracolo. L’ho fatto io. Come se fossi dio. Ma che stanchezza, Lupo, mio dio. Mayday, mayday, Lupo.  

Una piccola madre e altre simili sciocchezze

Sono una persona paurosa, così gli ho scritto in un messaggio l’altro giorno, gli ho confessato qualcosa che già sa, nessuna nuova scoperta né per me né per Lui, ma il bisogno di dirlo, scriverlo, per formalizzarlo, per dire è così.  Sono una donna paurosa, ho pensato di me, prima di scriverlo a Lui, ecco perché metto spazio e tempo tra me e quel che vivo, tra me e quel che faccio, ecco perché arrivo prima e aspetto, aspetto sempre ho pensato mentre camminavo sul lungo Po, guardavo i cani senza guinzaglio camminare accanto al padrone, qualche irriducibile correre ben equipaggiato contro il freddo che stenta ad arrivare , dei ragazzini ridere in canoa incuranti dello sforzo, una ragazza con un passeggino canticchiare una ninnananna a un bambino sveglissimo, ho contato i miei passi, lo faccio quando sono nervosa, ho guardato l’ora e c’era ancora tempo prima della visita di cui avevo paura e non c’era motivo di averne solo che ancora non lo sapevo.

Ho piccole paure, arrivo a quelle un po’ più grandi quando si tratta della salute ma non tanto per me, non tanto su di me, più per le mie ragazze e per Lui, per le conseguenze.  Ho paura delle scale mobili, più in discesa che in salita. Degli ascensori. Di trovare insetti nella farina o vermi nella macchina del caffè, non so perché, non è mai successo, la lavo ogni giorno e penso sia impossibile che succeda e nonostante questo ne ho paura. La paura è sempre nonostante qualcosa che penso o che so. La paura abita il nonostante, per quel che mi riguarda. Ho paura di investire un cane, di citofonare e che nessuno risponda perché il citofono è guasto o perché ho sbagliato giorno. Ho paura che il bancomat si smagnetizzi. Ho paura di tagliare troppo i capelli, di rischiare di non piacermi per un po’, ancora, o peggio di non riconoscermi. Hai mai pensato alla frangia? Mi ha chiesto la parrucchiera. L’ho inventata io la frangia, le ho detto, quando ero bambina esisteva solo la frangia che ricresceva troppo e prima del resto e cadeva dentro gli occhiali, penzolava moscia lì, come fai a vedere con questa frangia così lunga mi dicevano e allora si andava a tagliare di nuovo e poi ricresceva troppo e sempre prima del resto e ricadeva dentro gli occhiali e tutta la storia si ripeteva sempre uguale a se stessa esattamente come fa la storia finché non si cambia un elemento. La frangia mi fa schifo, deponi la forbice parrucchiera, limitati a ciò che ti ho chiesto, è finito il tempo dell’osare senza pensare, lascia che io mi guardi con amore, ancora, che arrivare a farlo è stato un lungo viaggio.

Sono stata brusca, allora ho sorriso sperando di addolcire un po’ il tono. “È che hai questo modo tranchant di parlare”- mi ha detto qualcuno a cui raccontavo l’episodio pochi giorni fa- “ma è normale perché hai la Luna in Ariete”. Grazie, non lo sapevo. Per anni mi hanno detto che era il carattere di merda  e adesso scopro che c’è una spiegazione. Astrologica, va bene, ma che importa? Ho la Luna in Ariete, scansatevi tutti, mia madre mi ha messa al mondo a quell’ora e ha decretato ciò, bastava che partorisse in un’altra fascia oraria e invece no. Che significa, gli ho chiesto. Che sei un maschio alfa. Ma chi, io? Sì. No, guarda, questo no. Sono una donna paurosa, quale maschio alfa. Non sono nemmeno femminista, io. Non come sono femministe le donne che guai ad offrire la cena perché possono pagarsela da sole, non come sono femministe le donne che usano nomi maschili per le loro cariche, non come sono femministe le donne che forzano un sostantivo per declinarlo al femminile a tutti i costi. No, guarda, io sono cresciuta guardando la Signora Minù, che ne sai tu, quanti anni hai, quanti giri intorno al Sole hai compiuto caro esperto di astri? La signora Minù diventava piccola, piccolissima, lei e il suo cucchiaino.  Sono cresciuta guardando Strega per Amore, che ne puoi capire tu, quante volte hai immaginato di poter diventare così piccolo da stare dentro una lampada arredata in stile Maison du Monde con una coda svolazzante e la frangia(!) perfetta perculando un astronauta che chiami Padrone senza che nessuno davvero ci creda? Sono cresciuta immaginando di poter diventare piccola, piccolissima in caso di necessità e che solo così potevo fare quello che volevo, esattamente come quelle donne, mentre gli uomini restavano grandi, grandi e basta, persino un po’ ridicoli come tutte le cose grandi.

“Prenditi il tuo spazio, Sonia, non sei così piccola come pensi”. Questa frase me l’ha detta Enrica, quasi dieci anni fa. Ero su un futon, in abbigliamento comodo e calzettoni, tutto comprato per l’occasione perché nel mio guardaroba non c’era niente di simile. Era la prima lezione del Corso per diventare operatrice Shiatsu e non avevo mai toccato nessuno lungo tutto il corpo in quel modo, non avevo mai tenuto una testa tra le mani che non fosse quella delle mie figlie o di qualcuno che stringevo a me perchè non andasse via, Enrica è stata la mia insegnante, da allora ho tenuto tra le mani molte teste, ho contattato e toccato molti corpi, ho comprato molti calzettoni e ho capito la differenza tra sentirsi piccola ed essere piccola. Soprattutto ho imparato che nessuno è talmente grande da poterti fare sentire piccola. E se lo è, allora è anche talmente ridicolo da poter essere preso in giro senza paura o con una piccola paura. In ogni caso in modo tranchant.

Lo insegno alle mie ragazze ogni giorno da molti giorni, lo farò ancora ogni giorno per molti giorni, ma meno di quelli già spesi così. Arriverà il giorno in cui diventerò inutile, c’è un brano molto bello “la buona madre è quella che diventa inutile” , io sto lavorando in quella direzione, in quel senso. E sto lavorando per essere non una buona madre ma una madre buona, perché la posizione delle parole è importante quanto il tono con cui vengono pronunciate. E sto lavorando per diventare una piccola madre, di quelle che occupano poco spazio e che porti con te un po’ ovunque, un amuleto nel portafogli, il rossetto ferma al semaforo, una ditata sulle lenti degli occhiali che appanna appena ma ti permette di vedere, il prurito di una cicatrice prima che cambi il tempo, l’abilità di fare da soli le piccole cose di ogni giorno, la cautela nell’amore che prende il posto dell’impeto, la cura che arriva quando si ama da molto tempo, l’attenzione a non colpire, l’istinto di coprire anche se il freddo non è ancora arrivato, la conoscenza dell’altro che è come imparare a parlare, prima si impara ad ascoltare e solo dopo a parlare la conoscenza di se stessi che è come imparare a  scrivere, prima si impara a leggere e solo dopo a scrivere, la conoscenza che è come imparare a camminare, prima si impara a correre e solo dopo a camminare. E sto lavorando per diventare una  piccola madre, di quelle che non disturbano, che ti sembra di vederle per strada e non sono loro ma potrebbero, una battuta che fa ridere, un bicchiere di vino rosso, una ricetta che sai replicare senza sapere perché, l’occhio colorato del Daruma sulla mensola e non l’altro, quello da colorare, per ricordarti che non importa esaudire il desiderio o realizzare il progetto, importa avercelo un desiderio, averlo espresso, importa avercelo un progetto e impegnarsi. E sto lavorando per diventare una piccola madre, di quelle che puoi nascondere bene così nessuno te la ruba, un ricordo lontano ma vivo, un rito anche senza fede, un’ attesa contando i passi per fare qualcosa, ché attendere è un’azione che si fa da fermi altrimenti, una piccola paura che non era tua ma te la intesti e poi ne parlerai all’analista, una ninnananna che serve solo quando si è sveglissimi, altrimenti non è utile, una stella luminosa a cui guardare e va bene anche se forse è già morta che della morte non c’è da aver paura perché è grande e ridicola.

(E sto lavorando. Perché ho il Sole nella Vergine e pare che non possa fare altro che lavorare, nel mio piccolo.)

Lo imparo dalle mie ragazze ogni giorno da molti giorni, lo farò ancora ogni giorno per molti giorni, più di quelli già spesi così. E sto imparando ad essere una piccola madre, di quelle che sai non potranno mai farti male, un cerotto su un taglio, una sciarpa intorno al collo, la crema alla calendula sulla pelle irritata, una foto mossa perchè la vita è ferma solo quando si aspetta, la salute prima di tutto, un fazzoletto di stoffa ritrovato nel giaccone dopo un anno. E sto imparando ad essere una piccola madre, di quelle che le sposti facilmente, non pesano e non devi chiedere aiuto a nessuno, d’estate al sole e d’inverno al riparo, che basta poco, un po’ di luce e acqua quando vedi che il terriccio è proprio secco, non occorre il rinvaso e non farà fiori ma sarà sempre verde, che basta niente, davvero, per non farla gelare, un minimo di attenzione. E sto imparando ad essere una piccola madre, di quelle che non le vedi per un po’ e te le ritrovi un mattino dentro lo specchio, appena dopo esserti sciacquato il viso, prima di lavarti i denti, con la bocca un po’ aperta e il sopracciglio che mai si era alzato così prima, di quelle che inizi a mangiare o smetti di mangiare che robe da matti cambiare gusti alla tua età. E sto imparando a essere una piccola madre, di quelle che aspettano contando i passi per fare qualcosa, ché attendere è un’azione che si fa da fermi altrimenti, di quelle che hanno piccole paure anche se non ce n’è motivo, è che magari ancora non lo sanno.

(E sto imparando. Perchè ho Mercurio nella Vergine e pare che non possa fare altro che imparare, nel mio piccolo.)

Da queste parti

Sono andata via, non ho nemmeno bevuto il mio tè bancha, ho lasciato la borsa e i documenti e l’auto con le chiavi nel quadro in garage e le chiavi  di casa quelle le ho proprio scaraventate sul pavimento e lo stesso ho fatto con il telefono e vaffanculo ho detto, vaffanculo a tutte e due e a me che vi ho fatte, mi sono infilata le scarpe e ho preso il piumino, quello rosa che non è proprio rosa, ma è un colore molto tenue, Lui dice che è dorato, io mi innervosisco ogni volta che lo dice perché non è dorato e ho preso il cappello di Borbonese, per la pioggia, quello che mi ha regalato Lui dopo l’ecografia in cui ci hanno confermato che Cristina era una femmina e io scoppiavo di felicità dentro i pantaloni premaman, ho messo il cappello perché pioveva, pioveva che Dio la mandava giù davvero, pioveva come piace a me che piove davvero, non quelle pisciatelle stupide con la gente che piagnucola blaterando di pioggia battente, tutti che partono con la tiritera della pioggia battente. Vaffanculo anche a loro, anche a voi, so io cosa vi batterei e dove. Sono andata via al culmine di una scena madre che se si dice così un motivo c’è, ho urlato e pure menato, le ho colpite sulle braccia, non ho mai dato uno schiaffo, mai. Però ho menato le braccia, due o tre colpi a testa mentre recriminavo, mentre imprecavo, piccole ingrate che non siete altro, ho menato e sembravo una bambina che colpisce i genitori, sono così alte e inarrivabili ormai, eppure sembravo comunque una madre che colpisce come colpiscono le madri, nodose. Dolorose.   Pioveva una pioggia insistente, una pioggia che puoi scambiarla per un’abluzione rituale se ti infili un cappello ed esci senza niente perchè niente ti serve.

Sono andata via sotto la pioggia insistente perché hanno iniziato a discutere tra loro, ancora, di nuovo, per l’ennesima volta. Ieri. Che era giovedì. Il giovedì non devono discutere. Il venerdì possono mangiare carne e il sabato lavorare, possono fare tutto quello che vogliono, possono fare tutti quei rumori che i corpi di giovani donne producono in casa, possono chiudere le porte, far scattare le serrature, aprire il rubinetto dell’acqua calda più e più volte, accendere il phon, mettere musica, porre domande imbarazzanti ad Alexa, far singhiozzare il frigorifero a furia di aprirlo senza motivo, lasciare scorrere i cassetti nelle guide con quel sibilo struggente di animale morente, lasciare la tv accesa e dimenticarsene. Possono fare quello che vogliono. Ma non il giovedì. Il giovedì non si litiga, non si discute per ogni cazzata, il giovedì tutto è una cazzata per mia decisione insindacabile. Il giovedì è come se io mi muovessi  con il trespolo dell’ossigeno, con il catetere che raccoglie le urine e le espone alla vista di chi c’è, è come se fossi ricoperta di tubi e tubicini che mi permettono di respirare e funzionare un po’. Il giovedì affronto l’abisso e quando torno sono sfinita e allora non si dicute, non si dicono parole inutili, tutte le parole sono inutili il giovedì per mia decisione insindacabile. Sono andata via perché sono sedici anni che progetto di farlo almeno una volta al giorno e almeno una volta al giorno l’ho sempre fatto senza che nessuno se ne accorgesse.  Sono andata via ogni volta in cui ho aspettato un momento prima di scendere dall’auto e prenderle da qualche parte. Sono andata via ogni volta che mi sono chiusa a chiave in bagno e mi sono seduta sul bordo della vasca a guardarmi nello specchio. Sono andata via ogni volta che ho lasciato un biglietto amoroso nel quale promettevo rientri veloci. Sono andata via ogni volta che ho cercato un nuovo lavoro, ogni volta che mi sono iscritta a un corso di formazione o di aggiornamento, ogni volta che ho detto al cane “meno male che ci sei tu”.

Camminare sotto la pioggia, solo questo, volevo solo questo, sbollire, mettere distanza tra me e le parole crudeli che avrei usato, volevo fermarmi un attimo prima di fare male, volevo solo creare distanza, uno iato, un respiro più lungo nel quale rilassarmi. Ho pensato di non tornare, certo. Il primo pensiero. Poi mi sono detta: cazzo Sonia, è giovedì, la puntata di Chi l’ha visto è andata in onda ieri e ho pensato alla mamma di Ceci: la mamma di Ceci lo guarda sempre, io no, non lo guardo mai ma lei dice che è uno spaccato sociologico interessante e allora mi sono immaginata la mamma di Ceci sul suo divano che porta una mano al viso e dice ma questa che cercano è la mamma di Benny, ma comunque mercoledì prossimo ormai. Per la mamma di Ceci io sono la mamma di Benny. La chiamano così, fuori. Noi dentro la chiamiamo Pepe e io mi confondo sempre, parlo di Pepe e dico di Pepe e racconto di Pepe e alla fine le persone mi chiedono ma chi è Pepe, ah, Benny. Come volete, pure voi. Ho pensato di non tornare, certo. Il primo pensiero e dopo il secondo riferito alla mamma di Ceci mi sono immaginata di essere ritrovata così com’ero uscita, che insomma, dall’incazzatura repentina che mi è montata su ho infilato il piumino, quello rosa che non è proprio rosa ma sotto avevo già messo il maglione che uso per stare a casa. Rosso. E spuntava anche un po’ dal piumino. E le scarpe. Presa dall’incazzatura mi sono infilata gli anfibi senza le calze perché io a casa non porto le calze e nemmeno fuori, le ho abolite, basta calze, mi ribello alle calze, non sopporto le calze, le uso solo quando mi alleno e quando dormo. Sì. Dormo con le calze, ma non è questo il punto. Se mi succede qualcosa, mi sono detta, mi ritrovano con gli anfibi e senza calze, con un maglione rosso che spunta da un piumino rosa, più o meno rosa, così, senza documenti che se dovessero chiedere a Lui di riconoscermi direbbe no, perché Lei ha un piumino dorato. E mi sono immaginata le amiche e gli amici di Cri che a volte quando stanno insieme dicono “ma parliamo un momento di quanto è figa la mamma di Cri”. Così dicono, questi matti, che mi è venuto da chiamarli e dirgli allora, guardate adesso, con la pioggia insistente che mi batte sulle spalle, con le mani in tasca e lo sguardo a terra, con il nervoso che non spurga nemmeno così, nemmeno se parto per il cammino di Santiago, guardate adesso che schivo le pozzanghere e i pensieri dolorosi allo stesso modo, i ricordi dai quali non guarisco, le mancanze che non riesco a colmare da sola, guardate adesso che vago sotto la pioggia e c’è ancora chi pensa che ad essersene andata sia la mamma di Cri e di Pepe e invece è Sonia che se n’è andata per ritrovarsi in qualche posto dove si arriva solo a piedi, è Sonia che cerca modi per sopravvivere, è Sonia che cerca, cerca, cerca perché ha il sistema motivazionale dell’esplorazione predominante. È Sonia. Quella che ha il cuscino sporco di mascara. E l’accappatoio azzurro Tiffany, lo voleva verde acido ma non c’era della sua taglia allora ha lasciato che lo prendesse Lui di quel colore perché, in fondo, le metteva allegria l’idea di vedere quella tinta in bagno e allora che fosse il suo accappatoio o quello di Lui poco cambiava e in quel momento ha capito qualcosa di più sul senso del matrimonio. Del suo, per carità, non di tutti i matrimoni. È Sonia, perché la mamma di Cri e Pepe dove volete che vada, cosa volete che faccia senza quelle due piccole ingrate, immense facce da culo, cosa volete che dica e a chi volete che lo dica senza una versione di latino su cui intervenire e la ricerca di un nominativo introvabile e cosa dico alla professoressa, dai, se ne accorge che non posso averlo trovato da sola e tu dille che c’è dentro un po’ di tigna e un po’ di culo che li hai presi da mamma e papà, indovinate da chi la tigna e da chi il culo. Dove volete che vada la mamma di Cri e Pepe, al massimo fa il giro dell’isolato e se proprio si spinge più in là è per recuperare Sonia, adesso che sta in pensiero anche per lei se non la vede tornare, adesso che le hanno dato il compito di parlarle come parla alle sue ragazze, di menargli pure se è il caso ma di fare esattamente come fa con le sue ragazze, di guardarla con lo stesso amore, di accoglierla e di non farle pesare tutti i pezzi in cui è rotta, tutte le volte in cui si inceppa, magari si aggiusterà, magari no, ma si può provare a farla funzionare lo stesso. Ci vuole un po’ di tigna e un po’ di culo.

E poi la pioggia si è indebolita, come fiaccata, forse stufa. Poche goccioline, ho tirato su il viso per vedere se mi bagnavo ma c’erano solo le lacrime di rabbia ferme agli angoli degli occhi, forse un po’ di mascara colato, il naso rosso per il freddo ma pioggia poca. Ho tirato fuori la lingua e non ho sentito nessuna goccia. Ho tirato fuori le mani dalle tasche e ho aperto i palmi verso il cielo come certe anziane quando pregano inginocchiate al primo banco e niente nemmeno così. Ho preso la strada del ritorno, con calma, con più calma di quanta calma volessi usare, a ogni passo un respiro a ogni respiro un soffio a ogni soffio uno sbuffo a ogni sbuffo un passo a ogni passo un respiro a ogni respiro un soffio a ogni soffio uno sbuffo a ogni sbuffo un passo fino al citofono, cognome di Lui, cognome mio, quattro lettere, sei lettere per totali dieci lettere, dieci è un bel numero ho pensato, ho suonato e non mi hanno aperto e mi sono incazzata e allora ho suonato di nuovo una scampanellata lunga che la sentono anche sotto il casco della parrucchiera altro che phon e chissà se esistono ancora i caschi dalla parrucchiera, dal mio non li ho più visti e allora mi hanno aperto e nel vialetto ho incontrato il vicino che usciva per andare a buttare la spazzatura, io non la butto mai la spazzatura, a casa nostra la butta sempre Lui e svuota anche il tappo del lavabo in cucina dai residui perché io lavo e pulisco ma quello mi fa sempre un po’ schifo e lo faccio proprio solo se vedo che non lo fa Lui che comunque è molto bravo e lo fa con una certa continuità e il matrimonio è fatto di queste cose, penso io, il mio matrimonio per carità, mica tutti i matrimoni. Il vicino sorride sempre e io lo ammiro per questo perché sorride davvero, sorride genuino e io a volte mi esercito ma non riesco a sorridere sempre, la mamma di Cri e Pepe in questo è molto più brava, lei sorride spesso e ride molto. “Sonia”, mi ha chiamata e l’ho guardato perché penso che in due anni sia la prima volta che usa il mio nome e mi è venuto da guardarmi alle spalle perché ho avuto il dubbio per un attimo di non essere io come quando mio padre mi ha mandato gli auguri di compleanno il giorno prima e prima di rispondergli per correggerlo io comunque ho controllato la data e poi ho messo in discussione per un momento 44 anni di certificati, ecco per un attimo ho pensato di non essere Sonia, non completamente e invece lui aveva solo pronunciato il mio nome che è il modo con il quale i consociati e i condomini e le persone in genere usano appellarsi e niente mi ha offerto del cavolo nero. Che coltiva lui. Senza niente. Senza pesticidi o niente, senza robe non previste dalla natura del cavolo nero. E ho accettato e allora mi ha portato questo sacchetto di carta con dentro il cavolo nero a kilometro zero già lavato e ho ringraziato, davvero, grazie mille, che meraviglia che ti occupi anche di questo e ti viene in mente di offrirmelo e mi sorridi e scusa adesso rientro, ho un maglione rosso che spunta dal piumino e i piedi scalzi raggrinziti negli anfibi e devo sbollentare il tuo cavolo , ho sbollito il nervoso, è giovedì ma niente gnocchi, fatico a respirare e non voglio sentire rumori, mi viene da piangere un po’ di più il giovedì, è così, adesso rientro, perché ero andata via ma mica per davvero.

E’ tutto (l)oro

“È tutto loro” ho detto spazientita dopo dieci minuti, circa. Mi sono spostata sulla sedia, senza alzarmi, il peso da una chiappa all’altra, le gambe hanno cambiato incrocio, ho tolto un capello dalla maglia. Ne sto perdendo da non crederci. Di capelli. E di pazienza. Ma i capelli, quelli sono corti quando stanno al loro posto e poi sembrano lunghissimi quando li raccatto in giro che mi chiedo se davvero sono i miei. Che finimondo per un capello biondo cantava mia madre quando ripiegava gli abiti di mio padre. Lei aveva i capelli rossi mogano, quelli biondi che sfilava dalle spalle dei maglioni erano i miei, poggiavo lì la testa. Ho sempre perso i capelli, mi consolo. E la pazienza.

Cosa è loro? Mi ha chiesto senza scomporsi, le braccia lungo i braccioli, la schiena dritta, i piedi su due delle cinque razze della poltrona, è ergonomica, non ho ancora perso l’occhio della consulente aziendale, anche se quella era una delle vite precedenti e proprio come da una vita precedente ogni tanto arrivano suggestioni. Cerco sempre l’uscita di sicurezza, controllo sempre che sia sgombro il passaggio in quella direzione, per esempio.

Tutto. Il tempo. Il tempo delle lancette, io non ce l’avevo un orologio prima di loro, non mi serviva. Mi regolavo con il cellulare o con il cruscotto dell’auto, chiedevo a un passante. Non dico guardare il cielo per orientarmi, quello no, però mi orientavo senza lancette, arrivavo e andavo via e il tempo trascorso tra quei due momenti era solo tempo trascorso tra due momenti senza interruzioni.

Tutto. Le interruzioni. Io non avevo interruzioni prima di loro, iniziavo qualcosa e lo finivo, bene o male dopo si valutava. Tutto. Lo spazio dentro le interruzioni, lo spazio dentro il tempo, lo spazio che si crea come un doppiofondo nelle attese, piccoli vani nascosti dietro pannelli al fondo di un armadio. I miei nonni ne avevano uno così in camera da letto, ci tenevano i gioielli o i contanti. Ogni tanto vedevo mia nonna sparire dentro l’armadio e poi uscirne con dei sacchetti di velluto scuro, non si poteva dire a nessuno ma adesso non c’è più nessuno, sono tutti morti e quell’armadio non so nemmeno se esiste ancora. Io esisto ancora, quella bambina e quella ragazzina seduta sul letto che promette di non dirlo a nessuno anche. Se esistesse il doppiofondo mi ci infilerei ma loro sarebbero anche lì, lo so, perché è tutto loro. Anche quello che non esiste più.   

Tutto. Tutto lo spazio. In casa, fuori casa, in ufficio, ovunque c’è qualcosa di loro, io stessa sono qualcosa di loro in fondo. Mi guardi. Questa maglia è della grande. Anzi è mia, ma l’aveva voluta lei e poi me l’ha restituita. Questa collana, me l’ha regalata la piccola per via del ciondolo, un enorme cuore nero sfaccettato e sfacciato che mi rimbalza sul cuore a ogni passo. Tutto. Le attese dentro lo spazio che occupano, tutta la vita incastrata lì, quella è tutta loro. Ogni mattina dalla tangenziale vedo un aereo in fase di atterraggio. Ogni mattina. Sempre questo aereo che arriva e mai, mai uno che parte. Ogni mattina chiedo alle ragazze ma secondo voi chi cazzo atterra alle 7.30 a Torino e perché? Perché ti viene di atterrare a Torino così presto? Cosa devi fare a Torino? Le ragazze non rispondono, non c’è risposta in effetti. Io però non atterrerei a Torino un martedì alle 7.30. Ma sarei all’aeroporto ad aspettare qualcuno che lo fa. Ecco, la vita io la vedo incastrata lì. Subito fuori dalle porte scorrevoli a controllare un monitor che indichi landed. Cioè, la mia vita. Mica voglio generalizzare. Sa come si dice: parlo di me così non offendo nessuno. Eppure io parlo di me e comunque qualcuno che si offende lo trovo sempre. Sarà il modo. Il mio, ovviamente.  

Tutto. La paura. La stanchezza. Il sonno arretrato. Le cicatrici sulla pancia. La sveglia delle sei. La dieta bilanciata, le verdure fresche e la frutta nel cestino sul carrello accanto alla credenza. Il latte e gli yogurt che non scadano, le uova un paio di volte a settimana, il profumo dell’ammorbidente e il cambio delle lenzuola, i complimenti esagerati volutamente quando indosso un caschetto da cantiere e mi arrampico sul ponteggio della loro autostima, qualcosa mi rovina sempre addosso e devo restaurare e sistemare e non so come si fa, non so come si costruisce quella sicurezza di sé che ti fa stare dritto nel mondo anche se arriva il terremoto. Non lo so. Tutto, anche quello che non so. Soprattutto quello che non so. Quello che ho dimenticato. I vocaboli irregolari della terza declinazione, i verbi deponenti, la maieutica, la Metamorfosi di Kafka. Tutto quello che sono stata e non sono più, è tutto loro, la mia infanzia e la mia adolescenza che mi tormentano di prurito come arti fantasma. La vita, la morte. È loro anche la morte. La mia morte. La loro morte. Loro moriranno, un giorno. Le ho messe al mondo e moriranno e come possiamo vivere così? Come possiamo non soffrire noi che sappiamo già come andrà a finire? Tutto. Tutto loro. La cacciata dall’Eden è solo questo: sapere che moriremo, la conoscenza che non dovevamo assaporare è solo questa. Io vorrei morire come muoiono gli animali e vivere come vivono gli animali. Invece lo so. E lo sanno anche loro. Tutto, anche la conoscenza. Anche quella è loro. È tutto loro e io non ci sono più.

Come quale animale vorrebbe vivere? O morire?  E perché? Mi ha chiesto sorridendo, le braccia sulla scrivania, le dita che sfiorano il cappuccio blu della penna, quella gialla e nera, una tra le migliori, ho ancora l’occhio della grafomane scribacchina perché è tutta la vita che faccio quello e non potrei fare altro mica per talento ma per necessità, mica per vanto ma per urgenza, mica per gli altri e nemmeno per me. Mica è una penna. È un guinzaglio.

Il cane. Forse dovrei dire il lupo ma così già ci vivo, così già mi vive dentro, sa, il mio lupo dietro lo sterno. Perché? Perché. Perché il lupo è cattivo solo quando non racconta lui la storia, ci ha mai fatto caso? Perché il lupo è monogamo, sociale, famelico. Il mio lupo forse non è nemmeno più un animale. Allora dico il cane. Perché è fedele. Perché crede in qualcuno e non in qualcosa, perché per farsi capire non ha bisogno di parlare. Io odio profondamente, dalle viscere davvero, chi parla di cani mordaci e bambini indifesi, chi colpevolizza il cane e non educa le persone. Abbiamo sempre avuto cani e sempre ne avremo. Le ragazze non hanno ricordi senza. Pensi, una volta Cristina, aveva 13 mesi, era estate e aveva iniziato a muovere i primi passi, era burrosa e morbida con le pieghe di ciccia sui polsi, aveva solo il pannolone perché faceva caldo, era scalza in terrazzo e con una mano si teneva alla ringhiera e con l’altra portava il biberon alla bocca, io stavo stendendo o non so, mi sembra però di sì comunque ero distratta e con la coda dell’occhio intercetto questo movimento strano e allora osservo e lei stava sì portando il biberon alla bocca, dava una golata e poi via, un sorso al cane e poi via di nuovo lei e così, un po’ a lei e un po’ al cane. Di quella volta mi sono accorta, di tutte le altre no. Ecco. Così. Ho insegnato alle bambine quando erano bambine che i cani si chiamano prima di toccarli, che ci si avvicina mai frontalmente ma sempre di lato, loro devono vederti arrivare così e non dritti sparati come un pericolo, che non li si tocca dietro senza che prima ti abbiano visto e sentito, che la fronte non è il posto preferito dove amano essere contattati, meglio la schiena. Che il cane non ha modo di dirti che gli dai noia o che non ha voglia di giocare o che vuole stare da solo tranquillo e allora ringhia o peggio morde, perché non ha un altro modo se gli si dà fastidio, siamo noi che abbiamo gli altri modi e allora siamo noi che ci dobbiamo adeguare. Cioè loro. Noi ma intendo loro. Ho insegnato alle bambine quando erano bambine come si sta con un cane. Anche questo, vede, adesso è loro. È tutto loro. Anche il cane, anche saper stare con il cane, anche la scelta del cane, anche la morte del cane. È tutto loro e io non mi trovo più.

Tiro su con il naso. Mi viene da piangere, dovrei sporgermi fino alla scrivania e prendere un kleenex ma non mi va di muovermi e di piangere. Guardo in su, un angolo del soffitto e poi l’altro, la porta è alle mie spalle, il passaggio è sgombro eppure non cerco di uscire. Di uscirne. Passo la lingua da una guancia all’altra, sento sapore di ferro, mordicchio il labbro inferiore, con l’unghia del pollice non do tregua all’unghia del mignolo, già nei nomi c’è il destino, se ti chiami mignolo devi soccombere al volere del pollice, mi perdo in queste cazzate per restare salda sulla sedia, spazientita, stanca, sfinita, accucciata. Non cerco i suoi occhi, non voglio guardarla perché è di fronte a me, mi sposto appena un po’ di lato, non voglio guardarla e non la guardo perché ormai se non voglio fare qualcosa non lo faccio e basta, perché ormai decido io e gli altri si regolano di conseguenza, perché adesso l’adulto sono io e non c’è da sentirsi amputati o sbagliati e come dicevamo una o due o tre sedute fa, che ne so, sono parte di questo progetto immenso che sono le mie ragazze e non spettatrice, sono agente anche se non so come si fa perchè nessuno sa come si fa e chi dice che lo sa è un bugiardo o un idiota e vince chi sbaglia meno ammesso che ci sia un premio e va bene anche se mi perdo in questi pensieri e una parte di me dice così all’altra parte di me, dice che va bene, cioè va bene anche se siamo in due a parlare e io sono solo una perché finché so che lo sto facendo non è schizofrenia mi ha detto ridendo quella volta che le ho chiesto e lo saprà bene lei, no, cos’è schizofrenia e cosa no e se uno che è solo uno parla e risponde che così sembrano due ma lo sa va bene. Non cerco i suoi occhi. Guardo la mia borsa, il cavo del computer attaccato alla presa, il filo nella canalina a norma, non ho perso l’occhio e nemmeno il fiuto, ho solo perso la pazienza e tanti capelli in quest’ora che sta terminando.

Sono io, vero? Il cane? Quando alle bambine ho insegnato a stare con il cane, a non farsi fare male dal cane ma a non averne paura, io stavo insegnando alle bambine quando erano bambine come stare con me? Con la loro mamma?

Sì, Sonia. Anche la mamma è tutta loro. Tutta.

La Signora senza Sogni

La Signora senza Sogni dorme poco, trascorre gran parte della notte a rigirarsi su sé stessa. Ecco spiegata la mancanza di sogni, le dicono. Ma con la Signora senza Sogni bisogna andare cauti in fatto di spiegazioni perché lei è una specialista della materia, a tutto cerca la spiegazione e quando, a volte, le capitano situazioni per le quali non c’è spiegazione cerca la spiegazione dell’assenza di spiegazione. Sbuffa sfinita dalla banalità di certe affermazioni. Cosa c’entra la mancanza di sonno con la mancanza di sogni? È quello il tempo per sognare, le dicono allora. Sbuffa ancora più sfiancata dall’ingenuità di certe risposte. I sogni non hanno bisogno di tempo, ma di spazio. Altrimenti perché uno li metterebbe nel cassetto? Il tempo serve ai progetti. Ai sogni serve lo spazio.

La Signora senza Sogni cammina in lungo e largo all’interno di un’area delimitata. Tra Piazza Rivoli e Piazza Bernini lungo Corso Francia, tra Corso Lecce e Corso Svizzera sino a Corso Tassoni. Avanti e indietro, tra le vie e i controviali, a scendere e salire, il cane a guidarla come se non ci vedesse e un po’ è davvero così. Un paio di volte alla settimana si spinge fino al Parco della Tesoriera, inizia il giro sempre da destra, costeggia gli alberi e torna indietro, uscendo da sinistra. In quelle occasioni il cane è più felice, lei lo sa perché è come se lui glielo dicesse o, comunque, lei lo capisce. La Signora senza Sogni cammina in lungo e in largo e mentre i talloni si poggiano e le punte si sollevano conta i passi arriva a dieci e ricomincia. Sua madre le direbbe che sembra un’anima in pena, pensa, e intanto perde il conto ma non è grave, ricomincia. Una volta alla settimana, in genere il giovedì, invece si spinge oltre Piazza Bernini, ma da sola, senza cane e senza contare i passi, attraversa Piazza Benefica che forse non si chiama nemmeno così, l’attraversa facendosi largo tra i clienti del mercato, la attraversa come se dovesse farlo a  nuoto, c’è una speranza di sopravvivenza nel modo in cui lo fa e attraversa davanti alla farmacia nella quale aveva comprato il test di gravidanza che le avrebbe annunciato l’arrivo della piccola, si infila in una via e in un portone e in appartamento e in una stanza e su una sedia e parla per un’ora di come sopravvivere a una donna che le chiede sempre come si sente e lei risponde sempre dove si sente, in quale punto. Poi esce e compie lo stesso tragitto al contrario, si lascia alle spalle la farmacia e attraversa il mercato come se dovesse farlo a nuoto, questa volta a dorso, guarda il cielo e chissà se le anime in pena sono lì, se in mezzo a tutte quelle persone è la sola ad aver comprato un test di gravidanza in quella farmacia e ad avere avuto una bambina che sembrava solo una bambina e invece era la sopravvivenza, se è la sola ad essere senza Sogni, se è la sola ad avere uno stradario aggiornato con tutti gli eventi della sua vita, se è la sola che si sente da qualche parte invece che in qualche modo. Chissà se sua madre ha mai visto un’anima in pena, com’è fatta e dove. Dove l’ha vista?

La Signora senza Sogni ha il sogno inserito nel nome. Quando era bambina qualche presa in giro c’era stata per quel nome a cui bastava togliere una I e inserire una G per trasformarlo nell’imperativo del verbo sognare, che però non regge l’imperativo. Il verbo dormire sì, ma il verbo sognare, dai, non si è mai sentito. E dormire non c’entra niente con i sogni, non con quelli che mancano a lei.  Quali sono i sogni che ti mancano, le chiedono. Ma con la Signora senza Sogni bisogna andare cauti con le domande, perché lei è una che risponde sempre e tante volte chi fa una domanda non vuole, davvero, la risposta. Sbuffa snervata dall’inutilità di certe domande. Se sapessi quali sogni mi mancano me li procurerei, non confondiamo quello che manca con quello che si perde. Ma forse se chiudi gli occhi e ti concentri, le suggeriscono. Sbuffa ancora più insofferente dalla limitatezza di certe semplificazioni.  I sogni non hanno bisogno di occhi chiusi, quelli servono ai desideri. Ai sogni servono occhi ben aperti per essere realizzati.

La Signora senza Sogni lancia pensieri e corre a riprenderli, li riporta indietro e li lancia di nuovo, poi si ferma per riposare o per ricordare, all’interno di un’area delimitata tra il 1981 e oggi. Ha festeggiato un compleanno palindromo da quindici giorni , una coppia di quattro comodi come un divanetto a due posti dove stare per un po’ a guardare che succede, cosa danno in tv, per aprire un libro o per bere una tisana. Non abbastanza per sdraiarsi ma va bene così, va bene anche stare seduti e fare cenno a una persona, una sola, che c’è posto, ci si può stare in due, il cane si sposta un po’ o lo si tiene in braccio e anche se lo spazio non è molto è sufficiente per dirsi quello che è rimasto da dire, ora, perché le parole non hanno bisogno di spazio ma di tempo e quel tempo è adesso. Allora invita accanto a lei un uomo dal profumo buono e le mani forti e gli dice che adesso ha capito quella canzone che lui le cantava serio “ma che cos’hai, ma cosa non ho, solo le stesse parole che io ancor non ti ho detto, comunque vada comunque sia io non ti perdo, sei qui con me, noi, ma io ho te, è solo un timido pretesto”, adesso ha capito cos’è un timido pretesto lei che rideva di quell’aggettivo fuori contesto perché a diciotto anni i pretesti sono inutili e non timidi e gli dice va tutto bene, sai, non sono cambiata ma solo invecchiata. Allora invita accanto a lei un bimbo di tre anni e gli legge un libro e un altro e un altro ma lui si muove e sale e scende e non sta fermo e lei ringrazia e ringrazia e ringrazia e ogni salto che lui salta lei ringrazia e ogni calcio che lui calcia lei ringrazia e ogni parola che lui parla lei ringrazia perché ha avuto paura che non succedesse più e ha chiuso gli occhi per tante notti senza dormire e ha espresso un solo desiderio così tante volte da pensare di non poter più chiedere nulla per il resto della sua vita e adesso il bimbo scende e corre e allora lei fa sedere un uomo che le somiglia, tutti hanno sempre detto così ma non sa più se è vero o se lo sia mai stato e aspetta che lui parli ma lui non parla e lei nemmeno, lui la guarda offeso e con disapprovazione ma lei non ci casca più e allora gli dice puoi andare, sai, non ho voglia di essere rimproverata, lui non capisce nemmeno questa volta ma lei sa che non può farci nulla. Allora sorride e fa solo un cenno a lei che si siede e le dice Soniè, qua stai? Sì, Marè, qui sto, le risponde. E guardano nella stessa direzione come facevano a sedici anni, senza grandi cose da aggiungere perché tra loro è sempre stato il tempo delle parole, è lo spazio insieme che è mancato un po’ ma la vita fa cose strane. E poi tocca a Lui sedersi accanto alla Signora senza Sogni. Lui le ha insegnato che l’amore è solo quello ricambiato, lei per sicurezza ha sempre con sé pezzi di ricambio per aggiustare quel che si rompe, se si rompe, quando si rompe. Lui le tiene la mano, senza fare domande e senza dare spiegazioni, senza stringere troppo, senza fretta, senza censure, senza fine.

Tormentoni (Lo sai che non mi va)

È un’estate senza tormentoni, questa, tutte le canzoni mi sembrano già ascoltate anche quelle che dovrebbero essere nuove  e tutte le parole mi sembrano già dette anche quelle che riporto sul quadernetto delle parole nuove. I tormenti, quelli sempre. Ma non sono nuovi neppure loro. Li metto e li tolgo dalla valigia, alcuni ben piegati tanto so che li userò di meno, altri appallottolati a riempire spazi che altrimenti resterebbero non solo vuoti ma sprecati. Li ho tirati fuori soprattutto al mare, è un’abitudine consolidata. Ho letto che esiste nel mezzo di non so quale oceano un’isola costituita interamente di plastica e ho pensato che potrebbe esisterne una simile ma nata dalla stratificazione dei tormenti che quelli come me negli anni hanno provato a gettare nel mare. Quelli come me.

Quelli come me il mare lo guardano, ci entrano fino alle spalle e poi basta. Non è paura semplicemente non possono più.  Quelli come me hanno le orecchie che non possono bagnarsi mai, pena dolori ingestibili. Quelli come me hanno acufeni che non sono sibili o fischi  ma sciacquoni del cesso che perdono incessantemente come sottofondo alle azioni quotidiane. Quelli come me lanciano i tormenti nel mare e lo sanno che non li disperderanno, il mare li restituirà un po’ levigati e potranno immaginare di maneggiare smeraldi e non cocci di vetro. Quelli come me non raccolgono conchiglie per sentirci il rumore del mare dentro perchè come dice  mia figlia, la piccola, siamo noi le conchiglie con le onde nelle orecchie. Quelli come me hanno figli poeti che trasformano acque di scarico in flutti.

Il solo tormentone che mi risuona è ancora e sempre “l’estate sta finendo, un anno se ne va, sto diventando grande lo sai che non mi va”, inizio a canticchiarla a luglio perché sono una che arriva sempre in anticipo. La fine dell’estate coincide con il mio compleanno, alla fine di ogni estate io divento davvero più grande e ormai mi va come non mi va,  non importa più. Quando ero piccola volevo diventare grande. C’era anche un film: un ragazzino desiderava diventare adulto e non ricordo come o perché ma una mattina si sveglia ed era grande, all’improvviso. Ecco, a me sarebbe piaciuto. Ero una bambina che non voleva essere bambina, volevo togliermi di dosso la subordinazione come facevo con il pigiama. Sono stata una bambina diligente, questo è quello che ricordo e questo è quello che riportano le fonti, anche quelle ufficiali, le vecchie pagelle, una bambina silenziosa che raggiunge tutti gli obiettivi prefissati da altri, una bambina che legge moltissimo non per piacere, quello è arrivato dopo come arriva il piacere nella vita, sempre dopo, ma per estraniarsi, per non esserci pur non potendo andare via. L’assalto alla diligenza c’è stato con l’adolescenza, ma quella roba degli obiettivi prefissati da altri galleggia ancora lì, è diventato uno schema, dice la Dottoressa Elle. Appena qualcuno mi indica un obiettivo  io non fisso il dito che indica, magari, no. Mi fiondo su quello che ci si aspetta che io riporti come un Retriever ben addestrato.  

A metà luglio è morto il nostro Pastore Tedesco. Kimb. Kimb aveva il nome prima di nascere, prima di sapere che avremmo avuto un Pastore Tedesco, prima delle mie figlie. Kimb era Kimb nella mia mente anni prima che andassi a prenderlo un giorno prima del compimento dei 60 giorni, un piccolo orsetto che dormiva sul divano, quando ancora lo chiamavano Rudolph, per l’amor del cielo! Era Kimb. Aveva un orecchio moscio che non si è mai tirato su ed era il solo della sua cucciolata a pelo lungo, diverso da tutti i suoi fratelli anche nella stazza, era grande, il più grande tra tutti. Era Kimb, la crasi tra i due soprannomi che usiamo per chiamarci io e Lui. Era Kimb, il cane più buono del mondo, quello che mio padre mi consigliò di dare via perché mordace lo stesso giorno in cui il veterinario mi fece i complimenti perché oltre ad essere bellissimo era straordinariamente bravo. “Ascolta tuo padre, farà male alle bambine” . Io le frasi che iniziano con ascolta non mi sforzo nemmeno di sentirle, ormai, mi sembrano preludio a quelle cantilene ecclesiastiche, le invocazioni guidate durante un’elegia funebre. Alle mie bambine il male è arrivato sempre e solo dalle persone, mai dagli animali e infatti quelle abbiamo dato via. Kimb è morto a dodici anni sei mesi e un giorno, alle 20 di un venerdì sera, mentre mangiavamo sushi a casa, sdraiato al suo posto tra la sedia di Pepe che è sempre stata il suo grande amore e quella di Lui che è sempre stato il suo riferimento. Ha lanciato un urlo, rovesciato gli occhi e perso un po’ di urina. Basta. Lui ha cercato di fare qualcosa ma non c’era niente da fare perché non è che la morte arriva e puoi fare qualcosa, la morte porta via e non puoi fare niente. “non c’è più” gli sussurravo mentre gli scuoteva il muso. Pepe ha detto “non è vero, Kimb ci sarà per sempre”. Lo abbiamo vegliato per circa un’ora in attesa che venissero a prenderlo, gli abbiamo chiuso gli occhi e composto la bocca, lo abbiamo ringraziato, gli ho chiesto di salutare i cani con cui avevo condiviso pezzi di vita prima di lui, gli ho detto che nessuno sarebbe mai stato come lui. Lo hanno portato via ed è come se ci avessero svaligiato casa. Ho capito perché si dice “lanciare un urlo”: perché qualcuno viene colpito e ferito.

Io e il cagnetto ci ammazziamo di passeggiate. Al mare abbiamo percorso chilometri pisciando ogni cespuglio e annusando quanti più culi sconosciuti possibili, lui. Io ho percorso gli stessi chilometri limitandomi a chiedere “è maschio?” . Mia figlia sostiene che quella sia la frase che il cagnetto mi sente pronunciare di più, dividiamo il mondo canino non tra buoni e cattivi ma tra maschi e femmine, con i maschi litighiamo e con le femmine soccombiamo. Io e il cagnetto parliamo al plurale. Quando non siamo in giro con valigie cariche di tormenti andiamo nel giardino vicino alla casa dove vivevano i miei nonni, pochi minuti da casa mia. Ci andavo quando ero bambina, con mia cugina più grande. Nonna si affacciava ogni tanto, quando si ricordava che eravamo lì, penso, più per farci vedere che ogni tanto avrebbe controllato che per controllarci davvero. Noi sapevamo che si sarebbe affacciata prima o poi, ce lo aspettavamo. Ogni tanto mi siedo su una panchina e fisso la finestra del loro salone o quella della camera da letto, ripercorro la casa, i velux della mansarda da questo lato sono quelli sopra il divano sul quale guardavamo la televisione noi nipoti, dall’altra parte, quella che da qui non si vede, la camera dei miei zii. Il cagnetto si muove quel tanto che il guinzaglio consente, ogni tanto mi guarda ma finché sono seduta con lo sguardo fisso sa che non faremo niente di particolare, sa che aspetteremo un po’ un segno che non arriverà, poi ci alzeremo e continueremo la passeggiata, schivando i maschi come si fa con certi pensieri.

Ho rivisto mio fratello e mio nipote dopo sette mesi, la maggior parte dei quali passata pensando che non so se li avrei rivisti. Mesi nei quali ho imparato a non giustificarmi per le emozioni che provavo, mesi nei quali mi sono chiusa a chiave in stanze inaccessibili e dalle quali adesso fatico a uscire. C’erano regali sul pavimento tutti da scartare, un tripudio di carta scricchiolante e plastica di imballaggi, libri e strumenti musicali, pongo, palle e mazze da golf, c’era la pasta verde e il piatto a capotavola, la pipì fatta in piedi nel water , zia vieni a vedere. C’era un libro sulla gioia e c’era un momento in cui siamo rimasti soli e allora abbiamo letto il libro sula gioia non per estraniarci me per essere lì insieme a leggere una storia in cui Topolino è felice quando vede i fiori e Minnie è felice quando vede la neve e Pluto è felice quando spunta l’arcobaleno e Paperina è felice quando sta con gli amici e allora anch’io ho detto che sono felice quando Geppetto è con zia e gli ho chiesto quando sei felice tu? E c’era Geppetto che ha risposto “io sono felice quando sono felice”. Perché la felicità è cannibale.

C’era una festa senza torta e senza striscioni, senza invitati, c’era una festa e ho aperto tutte le stanze perché prendessero aria e luce, c’era qualche goccia di pioggia che alla fine non so mai se son lacrime con questa cosa che faccio sempre di tirare su la faccia, verso il cielo, appena cambia il vento e proteggo le orecchie ma il viso mai, lascio che si bagni e si asciughi e si stropicci che un anno se ne va, c’era un segno che questa volta è arrivato e un tormento trasformato in smeraldo, questa volta per davvero.   

Precis(e)azioni

La grande si è addormentata nel mio letto, questa mattina, quando io mi stavo alzando lei è arrivata in punta di piedi sulle sue gambe lunghissime, si è sdraiata al posto di suo padre e ha tirato su il lenzuolo lasciando scoperto un braccio, buttandomelo addosso in quel modo che significa che devo accarezzarlo, farle il solletico ma il solletico dolce, a sfioro con i polpastrelli, una lunga coccola per un lungo braccio. È tutta lunga questa bambina mia che non è più bambina, che sta male di notte e non si prende la briga di chiamarmi, di chiedere aiuto, si arrangia da sé e poi arriva da me, perché un conto è arrangiarsi e uno è aggiustarsi e io a questo servo, ad aggiustarla. Con i polpastrelli, a sfioro. È tutto un muoversi a sfioro ormai, un chiedere lieve, un entrare bussando, un affermare senza punti esclamativi. Avere quindici anni è più faticoso che avere quindici mesi, i denti che bucano le gengive sembrano niente al confronto di tutto quel che cresce e taglia e spunta e ferisce adesso. Il senso di impotenza, mio, invece è lo stesso e ora come allora la stringo quando è tra il sonno e la veglia e le dico l’amore direttamente nell’orecchio, un sussurro lieve che le arriva così, a sfioro e le concede un sorriso appena accennato.

Abbiamo fatto un lungo viaggio, per tornare a casa e per essere qui così come siamo. Sarà stata l’aria condizionata, le ho detto, gli sbalzi di temperatura, il mangiare un po’ disordinato. Il pensiero di tornare. Sarà stato il condizionamento che provo ad evitare, ho pensato, i miei sbalzi d’umore, il suo disordine che ingoio per non litigare.

La piccola mi tocca sempre, non riesce a starmi accanto senza allungare la mano su una qualche mia parte: il collo, i capelli, una gamba, la spalla. Mi guarda, mi tocca, a volte mi morde persino. Cosa fai, le chiedo spazientita, ti pare che si morde. È per assaggiarti. Non sono buona, sì che lo sei. E non toccarmi sempre, lo sai che non mi piace.  Non riesco, confessa, devo toccarti, anche poco, anche solo la mano. “La parte per il tutto” diceva la mia professoressa di Italiano al ginnasio.  Ci sono molti giorni nei quali vorrei un esonero, chè non basta più la giustificazione. Vorrei proprio allegare un certificato medico che mi dispensi dall’attività per un lungo periodo e non la giustificazione per indisposizione. Vorrei un esonero per indisponibilità. Un documento che accerti che non posso più rendermi disponibile a tutto questo amare ed essere amata, toccare ed essere toccata, lo produrrei bella tronfia a chi pensa che sono una brutta stronza, lo sbatterei sul muso a tutti quelli che sanno come si fa e che lo farebbero meglio di me. Forse non sono molti i giorni, forse sono solo giorni in cui lo desidero molto.

Da qualche settimana nella mia vita è arrivata la Dottoressa Elle. Un’ora alla settimana, senza lettino ma su una sedia, una quasi poltroncina, comoda ma non troppo. La Dottoressa Elle è la nuova addestratrice del Lupo che mi vive dietro lo sterno, una specie di comportamentalista. Ma cognitivista. Non sono tornata dall’Uomo con la Barba perché temevo le minestre riscaldate, avrei passato settimane a raccontargli gli ultimi dieci anni, mi sarei offesa se non avesse ricordato tutto quello che già gli avevo raccontato, sarebbe stato malinconico e il Lupo ci avrebbe sguazzato. La Dottoressa Elle è caruccia. Competente. Mi riceve sulla porta e mi accompagna all’uscita, mi osserva partecipe e mi ascolta attenta, ha un bell’accento dell’Italia centrale che la fa sembrare sempre stupita e lo stupore è stupendo. Penso.  Ecco, da qualche settimana ho iniziato a pensare più a fondo del solito, pensieri verticali, prendo fiato e mi immergo. Al Lupo non piace, non sguazza e teme di annegare.

“Alle nonne importa poco di chi sei”, mi ha detto la grande a ridosso di un incontro che voleva evitare. Si fanno la loro idea e non la cambiano, pensano di conoscerti e se provi a raccontare qualcosa di te tirano in ballo i confronti con gli altri nipoti, confronti inutili e al limite del ridicolo. Può essere, amore mio dalle gambe lunghe. È l’inghippo delle famiglie. Non c’è la cautela e il rispetto che si usa con gli estranei però se ci pensi si nasce estranei, ci va tempo per impararsi, per conoscersi. Abbi pazienza, amore grande dalle braccia lunghe. Sfangati questa cena ogni tanto, lasciale con la loro idea di saperti, le famiglie sono un incrocio strano di persone che si arrogano diritti fino a diventare arroganti. Scegli le persone e crea la tua famiglia diffusa, come certi alberghi, ripari sparsi dove trovare ospitalità.  Fatti scegliere per quello che sei da chi ha voglia di saperti e sii riparo ospitale.

Capita, un giorno, che un amico ti chiami per dirti che suo padre è morto. Questo fanno i padri a un certo punto, questo fanno gli amici subito dopo. Ti chiamano e usano la parola papà. “È morto papà”. Non dicono mio padre, non c’è bisogno del possessivo. Capita allora che te lo ricordi quel papà, nel corridoio del ginnasio, un attimo prima dei colloqui con il professore di greco, con lo sguardo all’orologio per tornare a lavoro. E il giorno della discussione della tesi in Diritto Civile seduto in prima fila, elegante e preparato che ti viene da chiederti se per osmosi devi chiamare anche lui Dottore, alla fine. E il giorno del matrimonio, un attimo dopo il lancio del riso, defilato sul sagrato, stretto a sua moglie, da stasera rimaniamo solo noi, le sussurra, cingendole l’abito blu. Le mamme degli sposi indossano sempre abiti blu. E sorridono accanto al fotografo quando chiamano gli amici di lui per scattare le foto e gioca a riconoscerli, come nella foto di classe portata alla fine dell’anno, le mamme delle spose sono più propositive, più operative, gestiscono direttamente, le mamme degli sposi sono invitate, magari un po’ speciali ma pur sempre invitate. Capita che in un pomeriggio di sole ingiusto porti il tuo saluto a quel papà e abbracci il tuo amico che per mestiere parla, parla molto e sempre e parlava molto e sempre anche prima di quel mestiere e tu lo sai perché sai chi è. Adesso non parla. Si lascia abbracciare, si lascia piangere sulla tua spalla e non parla perché non si può citare in giudizio la morte, non si può presentare una comparsa di costituzione e risposta al cancro che ti ha trascinato in una lite temeraria. Non si può fare. Capita, un giorno, che un amico non parli. Ma tu sei lì lo stesso, lo guardi e vedi quanto gli assomiglia, al suo papà. E pensi a quanto assomigli al tuo.

È che il dolore non è veloce e nemmeno lento. Il dolore è solo dolore. Sai di essere adulto quando sai che proverai dolore. Fino a un certo momento della tua vita il dolore ti coglie di sorpresa, quasi impreparato, fino a un certo momento della tua vita il dolore è postumo, è a consuntivo. Poi un mattino ti alzi e il dolore è preventivo, lo metti tra le voci corrette e spunti la casella. Quello stesso giorno ti aggrappi ai “non”. A tutto quello che non è. A tutto quello che non si verifica, a tutto quello che non è successo. Da quel giorno troverai sollievo in frasi che iniziano con non : non è un tumore, non si è aggravato, non dovrebbero esserci danni. Da quel giorno in poi il condizionale ti sembra certo come l’indicativo. È un piccolo esercizio di fiducia, tra le possibilità offerte dal condizionale accarezzi quelle che preferisci, con i polpastrelli, a sfioro, vuoi raccontarlo ma non sai a chi importerebbe e allora non lo racconti per non passare per mezza matta o tutta matta, lo osservi e basta.

Anche la madre che viaggia sul vostro  treno la osservi a lungo, nove ore sono molte. Alta e cerulea come sono i piemontesi rimasti tali, con il pallore dell’incarnato e i capelli spenti, la bocca come una riga sottile tracciata da un bambino in un disegno venuto male. Il marito sembra suo fratello tanto si somigliano. A vederli erano compagni di Facoltà, entrambi studenti brillanti. Sportivi, sciano e nuotano, forse giochicchiano a tennis. Hanno la casa di famiglia a Bardonecchia. E a Noli. Sono quasi certamente figli unici. Lui ha portato l’apparecchio ai denti da bambino ma veniva preso in giro per le orecchie a sventola, entrambi indossano gli occhiali con montature inconsistenti.  Dopo cinque o sei anni di fidanzamento e conseguimento delle abilitazioni professionali hanno convissuto per un anno. Poi si sono sposati. La cerimonia religiosa, non sono praticanti e forse nemmeno credenti però le nonne sì. La wedding planner è stata suggerita dalla cugina di lei e per prima cosa ha voluto capire le loro esigenze, seduta davanti a un gin tonic con una sigaretta Iqos. È andato tutto per il meglio, la cugina di lei aveva ragione, l’organizzazione è stata impeccabile, la richiameranno per il baby shower. Il parto in clinica, un cesareo programmato perché lei ha paura di soffrire, la sua socia di studio è stata ventiquattro ore in sala parto, l’hanno ricucita tutta e ha pisciato solo sotto il getto della doccia per sei mesi dopo la nascita del bambino.

Eccolo il bambino ceruleo, assomiglia a entrambi, era facilmente immaginabile. Non possono fare il gioco dell’eredità senza de cuius, il gioco perverso che ogni genitore e ogni nonno compie: il naso ereditato da uno, gli occhi ereditati dall’altro, la parte superiore del viso, dal naso in giù, la bocca. Ho visto visi sezionati e mostruosamente ricomposti dopo essere stati attribuiti a una o all’altra parte. Quando è nata Cristina qualcuno è arrivato a sostenere che le unghie fossero uguali a quelle della nonna del padre, la sola morta. Quando è nata Cristina era tutta uguale a suo padre, bastava questo. Quando è nata Pepe nessuno ha sostenuto niente perché era tutta uguale al mio di padre. Tutto questo prendere in eredità il più delle volte senza il morto mi immalinconisce un po’.  Il bambino ceruleo ha iniziato a piangere a Lecce e ha smesso a Torino Porta Susa per quel che mi riguarda perché lì sono scesa, ma avrà proseguito fino a Torino Porta Nuova e poi fino a casa sua.  Il bambino ceruleo piangeva e sua madre era in imbarazzo. Poi in difficoltà. Poi in agitazione.  Poi ha ceduto allo sconforto. È passata attraverso la rabbia, l’ha avvolto nella fascia sull’addome e ha percorso chilometri dentro i chilometri percorsi dal treno, si è alternata con il marito, ha aperto vasetti, riempito biberon, smosso sonaglini, ha dondolato su se stessa, ha intonato canzoncine.  È stata un’ora davanti al bagno, nello spazio tra un vagone e l’altro, senza aria condizionata per non disturbare gli altri viaggiatori, quelli che per nove ore hanno parlato al telefono di tutti i cazzi loro a voce alta senza pensare che, forse, poteva recare disturbo, imperterriti nel raccontare la banalità delle loro vite consequenziali, dove il nesso causale e a vista come la polvere sui mobili, senza mai il brivido di un salto logico, di un tuffo in un pensiero che non si sa, che non si conosce come le persone, come i nipoti.

Ho guardato Lui, che stava leggendo assolutamente impermeabile al pianto del bambino ceruleo non essendo nostro, e gli ho chiesto se, davvero, era stato così difficile anche per noi. Siamo in quella fase, osserviamo e non ci ricordiamo più. Forse abbiamo rimosso come si fa con certi traumi, penso io quando penso verticalmente e vado giù, giù,giù. No, mi ha risposto, non è stato difficile ma nemmeno facile. È stato. Ci siamo riusciti, ci riusciranno anche loro. Anche lei? Ha stretto il bambino ceruleo e gli ha sussurrato adesso basta, tu vuoi farmi impazzire. Bisognava abbracciarla in quel momento. Bisognava alzarsi, percorrere i metri di corridoio che ci separavano e abbracciarla e accoglierla nel club delle madri sbagliate, quelle che le hanno buttate in un branco di madri perfette e sono state espulse perché nuotavano controcorrente e a dorso per non preoccuparsi di dover anche respirare. Bisognava darle il benvenuto tra le madri che premettono. Ci sono madri che promettono e poi ci sono le madri che premettono. Quelle che iniziano ogni discorso premettendo che amano i propri figli, come se nessuno se l’aspettasse, proprio da loro, tanta capacità. Quelle che premettono che li amano davvero i propri figli, come se fosse il giusto bilanciamento a quel che segue, al desiderio di fuggire. Alla richiesta di esonero che a un certo punto vorresti inoltrare. Bisognava rassicurarla e nessuno l’ha fatto. Nessuno le ha detto che non impazzirà. Non del tutto. Nessuno le ha detto che tutto si aggiusta, che basta sfiorare.