Metti che

 

Ho passato il pomeriggio sul divano, dalle 14.30 circa. Prima ho steso, poi fatto pipì tre volte, mangiato una fetta di melone e preso un caffè, uno solo. Ho bevuto quasi un litro d’acqua, ogni volta che bevo un sorso penso all’ecografista che risponde “per sempre” alla mia domanda. Sabbia. La sabbia chiama acqua ma questo già l’ho detto da qualche altra parte. Penso anche a Stefano, che mi allena e mi dice sempre che mi vede bene, io mi vedo da schifo certi giorni, tipo ieri. Ieri era tutto uno schifo allora gliel’ho detto e lui mi ha detto che invece no. Penso a lui perché anche lui mi dice di bere, per combattere la ritenzione liquida e io sono una guerriera. Acqua chiama acqua. Stefano mi piace, infatti parlando di lui lo chiamo Stefanino ma lui non lo sa. Io non uso mai diminutivi, quasi mai. E mi piace anche uno degli istruttori di Cri perché è davvero un bravo ragazzo solo che non ha un nome facile da vezzeggiare. Mi piacciono i ragazzi per bene, quelli educati, simpatici, mai eccessivi. Mi piacciono quelli che no, non mi sarebbero mai piaciuti alla loro età.

Le ragazze sono andate in montagna con il papà, fino a domani. In un posto dove io non vado perché per carità. Dico sempre che se devo pulire pulisco a casa mia, non a casa di altri, anche se tra questi altri c’è lui, sono gli altri altri che figuriamoci. Allora gli do le lenzuola pulite, nostre, loro vanno su, si montano i letti, il padre le porta a cena fuori poi fanno due passi mentre lui fuma un pezzo di sigaro e loro blaterano cose, magari si dicono quelle robacce che si dicono tra loro, Pepe dice “ti scasso di botte”, sembra affiliata ai Savastano, ha pure quel tono. Cri però la provoca. Insomma, ci sono i futili motivi ma c’è anche, sempre, l’istigazione.

Ho finito di leggere un libro, ne devo iniziare un altro, il protagonista è quel figo di Contrera, la storia è ambientata qui a Torino e mi piacciono molto i romanzi ambientati a Torino, mi sembra di sapermi muovere meglio al loro interno, mi sento un po’ di Torino io che non sono di nessun luogo, in fondo, come tutti i figli di matrimoni misti lontani da casa per chi ha un posto da chiamare casa. Io potrei andare via domani, ora no. Ora sono sul divano e intendo restarci.

Non sto male, non sono malata. Non ho l’influenza, solo sto sul divano e fisso il quadro davanti a me. Mi giro sul fianco e guardo i titoli di Sky Tg 24 che scorrono, la giornalista è senza audio, muove le labbra, parte il servizio. Durante la quarantena, nel fine settimana, ascoltavo la conferenza stampa degli assessori della Regione Lombardia perché la voce di quell’assessore, quello che non ne azzecca una, ecco la sua voce mi faceva addormentare bene, davvero. Aspettavo che dicesse, l’ha sempre detto: “il bollettino di Regione Lombardia” invece che il bollettino della Regione Lombardia. Secondo me è corretto l’uso della preposizione articolata e invece lui niente, sicuro di sé con questo “di Regione Lombardia”. Era il segnale, come un ipnotista, Dio, non so se poi è vero che gli ipnotisti usano la parola speciale per ipnotizzare però nei film mi sembra che vada così.

Ho ucciso una zanzara che mi ha martoriata. Le odio, maledette. Quando ero piccola non mi pungevano mai, mia madre mi diceva che avevo il sangue amaro, mio fratello invece era un bersaglio facile, ma lui aveva il sangue dolce. O buono. Non ricordo. Mi è cambiato il sangue o le zanzare sono meno schizzinose, penso sia più una cosa di adattamento loro comunque che una cosa mia. Prima il rumore e poi il prurito. Ho pensato di scrivere che ho passato il pomeriggio sul divano e poi mi sono immaginata un paio di facce che si deformavano dal disgusto e allora mi sono detta no, Sonia, lascia perdere. Poi le ho immaginate meglio e mi sono detta, si Sonia, scrivilo. Tanto non importa. Cioè, in fondo, per davvero, a quelle facce mica importa. Resteranno fermi alle lenzuola. Entrano sempre dallo stesso post, anche se gli scrivi suca nel titolo (si, l’ho fatto) mica la capiscono, solo per trovare appigli.

Sono sul divano, non potete attaccarvi a nulla Se volete c’è il bracciolo. O vi lancio il telecomando. C’è anche il lupo. Comunque. Quello dietro lo sterno, è sveglio, sveglissimo. Stiamo patteggiando.

Lui le ha portate via perché lo sa quando io ho bisogno di silenzio e solitudine che poi solitudine magari perché qui dentro, nella mia testa, siamo tanti. Dalla chiusura della scuola si contano sulle dita di una mano i momenti che ho trascorso senza la  presenza delle ragazze, sono abbastanza stanca. Per me è faticoso, più che per altri. Perché io posso stare sul divano in silenzio anche per giorni.

Loro no. Loro mi vogliono. Mi vogliono raccontare le cose, mi vogliono vedere, mi vogliono toccare. Mi stanno toccando moltissimo, più del solito, a volte penso che mi credano irreale, a volte mi sento irreale. Pepe mi ha mandato già un video e due messaggi, Cri un messaggio e una foto, mi hanno chiamata una volta sola. Mi sono semiseduta sul divano, con un cuscino dietro la schiena, mi hanno chiesto dei cani. Volevano sapere e allora ho raccontato che il piccolo stava sporcando in camera di Cri con fare prepotente e il grande si mangiava le unghie della zampa destra e solo una delle due era vera, l’altra era una cosa inventata. Mi sono alzata anche per dare da mangiare al grande, è vero. Solo che non mangia, se non c’è lui, il suo padrone. Lo capisco. Nemmeno io mangerei ma poi lui mi chiede se ho mangiato perchè sa che non mangerei allora mangio solo per non dirgli una bugia. Le mie figlie mi costringono a ritmi che non avrei, forse mi hanno salvata dal randagismo obbligandomi a occuparmi di preparare pranzi e cene ad orari fissi. Ho preso una terrina con dell’insalata, ci ho buttato sopra dei semi di girasole, niente sale perché sono una guerriera vera, e un po’ di feta, la mangio solo io in famiglia la feta, a volte ci penso, cioè prima sul divano ci pensavo, che le famiglie sono quei posti dove si sa cosa mangiano gli altri e cosa non mangiano. Mio fratello non mangiava l’Emmenthal da piccolo, guai. Solo io e mio padre. Io niente fontina, per carità, la morte. A mia madre si, piaceva.

Mio marito non mangia i cetrioli e nemmeno le olive. Io e le ragazze ne andiamo matte. Lui mangia il cavolfiore, i broccoli e l’insalata ma solo da quando sta con me. Io mangio gli gnocchi ma solo da quando sto con lui. Se mia nonna resuscitasse con le certezze con le quali è morta, per me non li preparerebbe, guai. Ma era quella famiglia lì. Adesso è questa.

Ho letto che in media viviamo circa 30.000 giorni. Io ho passato la metà. Ho sentito una fitta dolorosa, una fitta di fretta, di rimpianto. Ho letto che in uno studio condotto da due psicologi americani sul tema del rimpianto risulta che al primo posto ci sia il livello di istruzione. La gente rimpiange di non aver studiato o di non aver fatto gli studi che voleva per diversi motivi. Mi ci trovo.

Ho pensato, poi, sempre guardando il quadro che l’adolescenza è come studiare giurisprudenza: non hai la più pallida idea di cosa stai andando a fare, pensi sia una roba fighissima e invece ti trovi a imparare un sacco di regole senza capirne il senso e poi ci sono le deroghe e poi ci sono le fonti e la gerarchia rigida tra queste. Io sono stata una pessima adolescente e adesso un po’ la temo questa seconda ondata di adolescenza che si abbatte in casa mia, portata a spalle dalle ragazze, sbattuta come una porta, di durata incerta, come giurisprudenza, appunto.

I figli ti fregano così. Ti danno orari e regole, in cambio anche tu dovrai dargli orari e regole, gli racconti cose di te, sperando siano da esempio e ti accorgi che fai esempi del cazzo e che a loro dà fastidio che tu dica certe cose. Pepe ha notato che io dico sempre “metti che…” e le dà noia, a volte, non sempre, dipende.

Metti che viene a piovere? Portati il cappello.

Metti che sudi molto dopo il singolo, portati un’altra maglia per giocare il doppio.

Metti che finisci l’acqua, tieni sempre almeno cinque euro in tasca.

Ti fregano così, che ti impediscono di dimenticare, anzi, ti obbligano a ricordare e poi capita che si sveglino anche i lupi.

La settimana scorsa, venerdì, un ragazzo- si può ancora dire ragazzo a 37 anni?- mi ha chiesto com’è essere una mamma. Così. Come avrebbe potuto chiedermi se con il cambio automatico mi trovo bene. Gli ho detto che non lo so, che essere mamma è una cosa strana che sei, che fai, che boh, che ecco se qualcuno mi chiama Cristina perchè si confonde  io mi giro lo stesso anche se mi chiamo Sonia, capito? Per me essere mamma è quello, che mi giro se chiamano il nome delle mie ragazze.

Avevo letto, tanto tempo fa, forse dieci anni fa, che Churchill aveva chiamato la sua depressione il Cane Nero.

In Monster & co a un certo punto, Mike Wazowsky rimprovera Sullivan perché dà un nome alla bambina, la chiama Boo e quando dai un nome a qualcosa vuol dire che ti stai affezionando. Dice una cosa del genere.

Il lupo dietro lo sterno vive lì da sempre, il nome me l’ha dato lui. Io l’ho solo riconosciuto e ho imparato a starci insieme senza farci, ancora, male. E no, lui non c’entra con il divano.

Mi sono alzata anche per chiudere i finestrini della macchina perché stamattina l’ha presa lui e li ha lasciati giù, ho pensato che se stanotte piove poi è un casino. Una volta aveva dimenticato aperta la finestra della mansarda nella casa dove abitava prima e si era allagato tutto, il parquet si era gonfiato, il tappeto ci aveva messo settimane per asciugare. Avevamo pensato, per un momento, di vivere lì, in quell’appartamento ma io non mi sentivo a mio agio, ci aveva vissuto con un’altra e non riuscivo a farmelo piacere. Una sera lui mi aveva detto di prendere quella casa come se fosse un suo difetto, non poteva fare diversamente. Ma poi ha preferito vivere a casa mia, penso gli piacesse l’idea del giardino per crescere il bambino che aspettavamo e che non è mai nato.

L’anno scorso mispiego poteva diventare un libro e ho rifiutato la proposta editoriale. Perché non era accettabile, anche se la casa editrice era tra quelle considerate serie, importanti, proprio per questo in realtà. Guardo un altro quadro, è meglio. Sto scrivendo qualcosa e pensavo di inserire per intero il testo di Milady, come se fosse un capitolo. In fondo lo è stato.

Sono andata dall’otorino in settimana, in sala d’attesa c’era una signora che si chiama Mariolina e non la conosco ma so che doveva comprare un armadio ed era in dubbio tra due annunci di Subito.it e perciò ha fatto diverse telefonate presentandosi ogni volta.  Ho pensato che voglio invecchiare al mare, con abiti larghi, tuniche, i capelli corti e bianchi, le mie collane e i miei bracciali a indicare il mio arrivo e quello del lupo, i cagnetti che mi camminano accanto, la mia risata che fa rumore così copre il latrato di certi giorni o il rumore delle onde o il rumore del vento.

Ho letto in un romanzo bellissimo ambientato a Torino che le donne piemontesi hanno le bocche di chi ha, fin da giovane, mal di denti. Anche certi nomi, certi nomi sono solo di certi posti, dove voglio andare io di Marioline non ce ne sono.

Ho guardato tante mamme, in giro, questa settimana. Le guardo sempre, da dietro gli occhiali scuri. Le guardo per capire se si sono pentite o se sono felici, se è solo un momento oppure no. Un mio amico aveva teorizzato il “coefficiente di disperazione familiare” siglato come CDF e aveva indicatori precisi, io mi sono specializzata nel CDM, il coefficiente di disperazione materna. Osservo come trattano i figli, se li guardano quando loro sono distratti oppure no, se approfittano della distrazione per guardare il cellulare. Io ho capito che potevo farcela quando mi sono accorta che restavo in un angolo ad osservarle mentre loro non lo sapevano. Sulla porta della classe della scuola materna, per esempio, c’era sempre quel momento in cui loro erano ancora assorte nel gioco o nel disegno  e non mi aspettavano, poi alzavano lo sguardo oppure un compagno le toccava- c’è tua mamma– e allora sorridevano da un orecchio all’altro e facevano gli occhi da asilo, così li aveva chiamati il padre che a volte si liberava da appuntamenti di lavoro per essere su quell’uscio alle sedici a prendersi lui gli occhi da asilo. Metti che poi smettono di farteli. Chissà, forse se le porta via ventiquattr’ore per quello, per qualcosa che gli somiglia, per avere il loro odore vicino, mischiato al suo sigaro, alla brace di qualcuno nei prati o per lasciare me e il lupo alle nostre occupazioni, a programmare la manciata di giorni che restano o solo le fatture da emettere la prossima settimana e gli incassi da verificare. Se le porta via per avermi lì, con lui, mentre ordinano al ristornante qualcosa che io no, non mangio ma loro si, per ridere della cameriera che dice zucchini e non zucchine e io odio quando dicono zucchini ma odio anche altre parole, come saporito o il nome Cecilia, si, mi dà fastidio. Se le porta via per poi dirmi che non smettono mai di parlare come se io non lo sapessi o non lo vivessi tutti i giorni, se le porta via perché è il solo modo di tornare, di farmi alzare dal divano per spalancare le finestre in camera loro e aspettarle, metti che poi mi mancano.

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Lettera a Geppetto

 

Caro Geppetto,

oggi compi un anno e non ti vedo da oltre quattro mesi e si che ci sono i video e le video chiamate ma no che non è lo stesso. E no che non ti chiami per davvero Geppetto, cioè non è quello il tuo nome ma io ti ci chiamo per davvero perché tanto i nomi propri, quelli attribuiti all’anagrafe, qui vengono spesso disattesi se non dimenticati e poi perché ci vengono un sacco di rime: Geppetto berretto, Geppetto scalzetto, Geppetto bagnetto, Geppetto furbetto.

Non c’entra la storia di Pinocchio, anche perché avrei dovuto chiamare tuo padre Geppetto, non te, per la forza con cui ti ha voluto nonostante e dopo il nonostante metto il punto. Nonostante. Poi, a me, la storia di Pinocchio nemmeno piace, non so, la trovo affollata.

Ho saputo del tuo arrivo mentre controllavo che i collant neri velati non avessero difetti, infilando le scarpe con il tacco, seduta sul bordo del letto con il cellulare buttato tra i cuscini, a Rimini, pochi minuti prima di accompagnare mio marito alla premiazione per i suoi venticinque anni di attività. Eravamo tutti tirati a lucido, Cri, Pepe, anche il cagnetto che però è rimasto in stanza. Avevo i capelli troppo corti e il ciclo, l’abito mi stava molto bene, gli organizzatori hanno voluto che salissimo anche noi sul palco, accanto a lui, eravamo orgogliose ed emozionate e io sapevo che tu eri in viaggio, nessuno lo immaginava, a nessuno magari importava. Era un segreto tra me e tuo padre, come milioni di altre volte prima di quella sera. Lui lo sapeva, io lo sapevo, tu c’eri già perché per esserci basta che qualcuno sappia che ci sei. Noi lo sapevamo e ci importava. E ho mandato un messaggio, un cuore credo, a tuo padre quello che non è mio fratello.

Non so come sia avere due padri, Geppetto. So com’è averne uno grande, ingombrante a volte, cercare di smarcarti e non riuscirci. E so com’è avere una madre come la mia e com’è essere una madre diversa dalla mia e com’è fare la madre e diventare madre e come tutte queste cose non sempre convivano. Non so nemmeno com’è essere maschio. Sono felice che tu lo sia perché penso sia più semplice e poi perché ho scoperto, sorprendendomi, che in fondo in fondo ma nemmeno troppo, mi piace che porti in giro il mio cognome. Che pensieri di un’altra generazione, lo so. Quanto poco progressismo in questa mia consapevolezza celata ai più, è vero. E se non esistessero pensieri generazionali ma pensieri umani? E se non esistessero sentimenti legati a un contesto storico ma sentimenti umani? E se questo mio andare fiera del tuo doppio cognome dove leggo anche il mio fosse solo una banale cosa umana? Tienitelo per te, comunque. Mi piace, mi piace sapere che questo cognome così difficile da leggere correttamente, per gli idioti Geppetto perché ti assicuro che due vocali successive mettono in crisi solo gli idioti, passi a te e che te lo porterai a spasso per il mondo. È il cognome di mio nonno, un uomo che mi diceva spesso che aveva fatto la guerra lui e che non aveva mai avuto paura di morire perché in quel momento non aveva niente da perdere. A vent’anni, Geppetto. A vent’anni non aveva niente da perdere, diceva e gli credevo perché quello che non voleva perdere è arrivato dopo, quando è tornato dopo aver imparato a fare il genio guastatore, a fare le iniezioni, con le stesse mani smisurate sai, quelle stesse mani sapevano fare cose così diverse, a dormire in un cimitero scattandosi una foto con un teschio in mano, a dire ti amo in una qualche lingua slava. È arrivato dopo, quando ha preso il demone che lo abitava e lo ha ridotto al silenzio, che estirparlo non poteva, che estirparli certi demoni non si può, Geppetto, viene giù tutto, sono strutturali per alcuni di noi e allora ti ci organizzi intorno, ci firmi la pace. Gli credevo perché quando ho avuto vent’anni nemmeno io avevo paura di morire, nemmeno io avevo niente da perdere. A lui il nostro cognome piaceva moltissimo, quando è nato tuo padre, primo nipote maschio si è gonfiato come un gallo cedrone, sentiva di aver dato il suo contributo ancora per un po’, sperava di avere qualcosa da perdere. Era certo che nel futuro anche le donne avrebbero potuto dare il proprio cognome ai figli e gli sembrava una cosa giusta, ma solo riferita a me e al nostro cognome. Gli altri, quelli senza cognome paterno erano inseriti tra i “figli di zoccola”. Non sono certa che avrebbe capito la vicenda dei due padri ma sono sicura che avrebbe trovato l’eccezione alle sue regole, perché si trattava di stare dalla parte di tuo padre e lui era, comunque, un partigiano.

 

Ho cresciuto le mie ragazze ripetendo allo sfinimento “denti unghie e capelli”. In questo ordine, sempre, mattina e sera, prima di uscire, anche se non si deve uscire, dopo la colazione, prima di dormire. Ecco, se dovessi darti un primo suggerimento partirei da questo. Lavati i denti, pulisci le unghie e tieni in ordine i capelli. Non farci casini, se saranno ricci lasciali ricci, se saranno lisci tienili lisci, davvero. Non ti intestardire sulla natura dei capelli perché è una battaglia persa in partenza. Non li colorare, decolorare, rasare con creste folli, sfumare con rasature sui lati, oppure fallo ma non mandarmi foto, oppure mandamele ma preparati al mio commento oppure fottitene del mio commento e fai come ti pare, tanto i capelli sono i tuoi. Non rosicchiarti le unghie, le mani di chi lo fa sono brutte e le mani uno pensa che siano la nostra periferia e così le tratta, ma sono le periferie a raccontare di noi, delle nostre abitudini, di come viviamo, dell’età che abbiamo più di quella che dimostriamo. Le mani non mentono, la voce mente, la postura inganna, a volte, nei più abili, anche lo sguardo può essere bugiardo. Ma le mani no, Geppetto, quando ti guardi le mani sai chi sei, come qualche mese fa quando te le passavi, incredulo, davanti agli occhi e le avvicinavi più che potevi e ne restavi incantato e poi le infilavi a pugno in bocca. I denti sono fondamentali, se puoi non fumare, non mangiare schifezze, non attaccarci diamantini che non sei una rockstar e se invece diventi una rockstar, scusa. Fai pure.

 

Sogna di diventare chi vuoi: pompiere, musicista, chef, medico, commesso in un negozio di scarpe, informatico, autista del bus, ballerino, giocatore di polo. Se vorrai, raccontami di tutte le vite possibili che avrai davanti, di ogni speranza. Non chiedere agli altri cosa puoi diventare, lo sai solo tu e lo saprai molto presto, siamo animali strani, Geppetto, sappiamo di noi fin da subito tutto quel che conta davvero e poi ce ne dimentichiamo e iniziamo a vagare cercando di ricordare quello per cui sapevamo di essere vivi, chiediamo in giro se qualcuno sa e allora quelli che interpelliamo ci danno le indicazioni e a volte pensiamo di aver capito e invece no. Il più delle volte le indicazioni sono sbagliate, le abbiamo chieste a chi non è di quella zona e andiamo fuori strada, tocca accostare e a volte quando sei lì, fermo, con le quattro frecce che segnali agli altri di fare attenzione, qualcuno passa e ti suona come se fosse colpa tua aver accostato, come se non gli stessi dicendo di evitarti e proseguire. Quelli facilmente sono gli idioti che vanno in crisi per due vocali successive. Poi capita che qualcuno si fermi e ti chieda sei hai bisogno. Quelli facilmente non ti diranno dove devi andare ma ti metteranno a disposizione un telefono o ti indicheranno la stazione di servizio più vicina, un baretto dove si mangia bene e, alla peggio, aspetteranno insieme a te che arrivino i soccorsi.

 

Cerca di essere chi sei, ti ci vorrà tempo per capirlo ma il senso del gioco è quello, penso. La vita non è lunga o corta, è solo veloce, mannaggia a lei. Prima inizi meglio è, non so come si fa, sto ancora giocando anche perché ho iniziato tardi, ovviamente. Nessuno mi aveva detto che andava così, per molto tempo mi hanno detto tutto quello che non ero e mi sono trasformata nella sedia in camera di Cri, sotterrata da vestiti sporchi e puliti, autunnali ed estivi, pantaloni del karategi e camicetta bianca come se fossero un abbinamento, tutti buttati lì, sulla sedia inutilizzabile come sedia e non adatta come armadio. Mi ci sono voluti anni per buttare a terra gli abiti e riscoprire il colore che avevo sotto quella montagna di roba che mi avevano riversato addosso. Quindi, se puoi, inizia. È utile quel che non ti piace più di quello che ti piace, almeno per me è utile, capirmi per sottrazione, fai attenzione a chi non ti piace, a quel che non ti piace, senza per forza voler capire il motivo, non è detto che ci sia, non è detto che sia utile conoscerlo. A me non piacciono alcune persone che sono sempre la stessa persona ma in corpi diversi. Ho dovuto capirlo e poi imparare a tenerli distanti, perché mi irrita troppo averli vicini e mi fa male, mi faccio male da sola e questo è folle. Se riuscirai a sapere chi sei cerca di esserti fedele, non tradirti con una versione di te più conveniente, non ne vale mai la pena. E poi abbi fede. E non sto parlando di Dio. Sto parlando di te, di avere fede in te stesso, di crederti e rispettarti. Fedeltà e fede. Non so come si dica in inglese, perdonami. Però senti come suonano vicine? Un idiota potrebbe pensare che siano la stessa cosa, invece no, Geppetto, ma se ti riesce portale a braccetto. Tanti anni fa tuo padre mi regalò un braccialetto con la scritta Truth&Hope, intendeva la stessa cosa penso, ma siccome lui sa che io a braccetto non porto niente e nessuno ha pensato bene di far leva sulla mia vanità, perché invece al braccio porto di tutto.

Ti capiterà di deludere qualcuno. Penso sia un’esperienza molto dolorosa però non conosco nessuno che non ci sia passato e quindi credo che sia una cosa così profondamente umana che è meglio saperlo. Si delude, si soffre e si vive lo stesso. Dopo un po’ passa, come tutto. Ti capiterà anche di essere deluso e fa malissimo anche quello, perché ci delude sempre e solo qualcuno che ci è molto vicino, altrimenti non è delusione e non è nulla in realtà. Quando ero ragazza, diciassette anni, al liceo avevamo tradotto un frammento di Saffo che recitava “perché sono coloro che amo di più che mi fanno il male peggiore”. Una folgorazione. Sono coloro a cui vogliamo bene i soli ai quali permettiamo di avvicinarsi fino al punto di farci, anche, male. Gli altri non sono mai così vicini. Non significa che devi evitarlo o non avere nessuno accanto o non amare, anzi, significa il contrario. Ama ma sappi che c’è anche questo, nell’amore. E più ami e più c’è. Ama, ma sappi cosa stai facendo. Io avevo pensato con dolore a quel giovane uomo che mi aveva lasciata spezzandomi il cuore in mille frammenti ed era andato via senza nemmeno raccogliere i cocci, pezzetti affilati che prendevo da terra e recitavano maledizioni, i resti di quel cuore che prima era colmo di poesie ora li raccoglievo incisi di dolore. Con uno di quei frammenti l’ho ferito e lui ha lasciato che lo facessi. Non avrebbe dovuto, Geppetto, non avrebbe dovuto permettermelo e invece si sentiva talmente male e talmente in colpa che mi aveva permesso di scagliarmi contro di lui armata di uno spuntone di cuore per fargli altrettanto male. È finita che il mio male dopo era tutto lì, inzuppato di rabbia e perciò gonfio e ingombrante e pesante, lui non poteva fare altro che andare perché quello aveva deciso e non avrebbe cambiato idea. Non meritava il mio attacco non nel senso che non lo valeva ma nel senso che non era giusto fargli male perché io avevo male o perché lui me ne aveva fatto, quel male lì purtroppo non è mai al portatore e questo prima lo impari meglio è, soprattutto come giovane uomo, Geppetto mio bello. Non permettere a nessuno di tentare di scaricare, abusivamente, il proprio dolore su di te, nemmeno se te ne senti responsabile, nemmeno se lo sei, perché non è giusto, perché se sei responsabile pagherai per conto tuo la tua delusione. Imparare ad andare via senza farsi male è difficile, ma non impossibile. E poi quel frammento mi aveva fatto pensare a mia madre, alla mia famiglia e per quel pensiero ho pianto moltissimo in vita mia.

 

Adesso veniamo a noi, nel senso di io e te. Dunque. Caro Geppetto a me non piacciono i bambini e questo comunque si risolve in fretta perché si è bambini per poco considerando la lunghezza media di una vita. Ti diranno che preferisco i cani alle persone. Più invecchio più è vero, quindi finché cammini a quattro zampe non dovresti avere problemi a incuriosirmi. Non parlo inglese che è la lingua nella quale tu sei immerso, ci capiremo a gesti per un po’, finché non stenterai con l’italiano accentato londinese e io ti correggerò perché quello è un vezzo che non mollo, anzi. Non credo per niente alle relazioni familiari, alle parentele, ai legami che se sbagli l’accento ti trovi legato per tua stessa richiesta, no grazie. Ho quattro zii e ne frequento solo una, l’unica che mi piace anche se da lei ho preso la forma del naso, non dovrebbe essere legale. Non so cosa fanno gli zii, cosa prevede il ruolo di zia. Io che procedo sempre per sottrazioni sono arrivata a ipotizzare l’inutilità ontologica della figura ziesca. I miei amici figli di figli unici non hanno zii e vivono benissimo, non hanno difetti o problemi e se la cavano meglio con le feste comandate rispetto a me che da bambina le temevo e adesso le detesto. Io spero di piacerti, non hai il mio naso, piacerti e basta, se accadrà, chiamami come ti pare, zia, auntie, Sonia, non importa, ma chiamami solo se ti va. Poi c’è la questione dell’occuparsi di te, che stai con i tuoi papà a Londra bello beato nella vaschetta con le bolle, sul tappeto igienizzato e pulitissimo tra giochi e musica e stimoli adeguati, con il menu studiato nei dettagli e cucinato con materie prime genuine, con Alexa come fata madrina pronta a realizzare le richieste e non sai, un po’ perché sei piccolo e un po’ perché non sono cose che si dicono ma io sono sempre quella che se c’è qualcosa da non dire tranquillo lo dico, che agli adulti prende un’ansia strana all’altezza dello sterno, sopra la bocca dello stomaco, una stretta al centro del petto quando pensano, e lo pensano, alla propria morte improvvisa ora che sono genitori. Ora che hanno qualcosa da perdere. I più bravi gestiscono queste sensazioni, e quelli sono i fighi. I meno bravi si spalmano come nuance di colore partendo dai negazionisti, quelli che non può succedere e basandosi sul nulla allontanano il pensiero come un amaro calice fino ad arrivare a quelli che si sdraiano sul lettino dello psicanalista perché non usano nemmeno più l’ascensore e questi non sono per niente fighi. Ti lascio scoprire io, da genitore, dove mi colloco.

I tuoi papà non vanno esenti da questi pensieri, nessuno ci va. Secondo me uno dei due è un figo. L’altro, purtroppo per lui, è mio fratello.

E io e mio fratello parliamo, soprattutto quando nessuno ci sente, abitudine che ci portiamo dietro da tempi remoti, fatti di letti vicini e spazi contesi, di ripicche e insulti, di spalle coperte, di spalle in appoggio, di sale d’attesa del pronto soccorso, di cene da soli con tutti gli altri al mare, di mani che invecchiano e risate sempre uguali, di mattine presto nella vostra cucina a immaginare di te prima ancora di provarci, io sveglia di pensieri al centro del petto, lui sveglio di pensieri al centro della testa, entrambi comunque svegli mentre tutti dormono, lontani da casa eppure a casa, perché Geppetto, tuo padre ovunque sia, ovunque vada, per me sarà sempre dove sono cresciuta. Ecco perché io e te, in fondo, abbiamo questo in comune, oltre al cognome. Abbiamo lui. Abbiamo la necessità di non perderlo, di non dover mai pensare il mondo come un posto dove lui non c’è perché ci sarebbe insopportabile.

Ecco, Geppetto, questo è, solo questo. Amiamo la stessa persona, io ne conosco già i difetti, tu ne scoprirai di nuovi. Io sono quel che c’è dietro di lui, tu sei la strada che prosegue. Io mi sono sentita l’unica in diritto di detestarlo, picchiarlo, offenderlo e la più brava a giocarci insieme. Ora lui gioca con te e tu sei il solo di cui non sono gelosa, stai attento però perché a volte non vuole che si tocchino le sue cose e le nasconde ma i nascondigli sono facili. Non offenderlo, ho fatto io per tutti. Non trattarlo male, già dato anche in questo. Ascoltalo senza interrompere, so che non è facile, ma lui lo apprezza. Quando perde la pazienza è perché si sottovaluta, è un difetto di fabbrica non si corregge. Fatti raccontare tutto quel che puoi, poi passa da me e vediamo se è vero, non perché lui menta ma ha ricordi selettivi, confonde i giorni e a volte gli anni, se ascolta alcune canzoni è certo di essere nel 1998. Sii orgoglioso di essere stato così fortemente voluto, le tue cugine non possono dire lo stesso sai, loro sono arrivate e sono state accolte, tu sei stato immaginato e non riesco a pensare a niente di più intenso. Abbi cura di tutte le fragilità che vedrai in lui, sono i punti in cui si è rotto, sono frammenti riattaccati, è la mappa della frangibilità, percorrila, studiala, rispettala, c’è un frammento anche per te se guardi bene e lui no, cercherà di non farti male mai ma capiterà che te ne farà perché è un uomo, come tutti, come tanti ma è il solo con il sorriso uguale al mio.

 

Buon primo compleanno piccolo Laezza Marchiori, zia è felice di saperti al mondo.

 

in foto la dimostrazione scientifica della parentela:

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Lei

 

La sera del 2 agosto del 2015 verso le 21.30 l’ho persa nella via centrale di Lignano Sabbiadoro all’altezza della farmacia, quella accanto alla sala giochi, di fronte alla profumeria. Per più di cinque minuti, penso, ma meno di dieci, non posso giurarlo. Forse per un anno o per sempre. Forse non è mai successo e l’ho solo sognato, un incubo, l’incubo di ogni genitore. No, so che è successo. Lo so io, lo sa lei, lo sa la sorella maggiore che era accanto a me, accanto a lei e che è rimasta ferma nel mio campo visivo mentre perdevo lei ed è rimasta ferma mentre la guardavo, sgomenta, pensando che non mi sarebbe mai bastata, mai più senza di lei e me ne vergognavo nel momento stesso in cui lo pensavo. Ho guardato a terra cercando i sandali con i brillantini mentre la chiamavo tra la folla, maledicendo quel posto di merda pieno di turisti di merda con scarpe di merda e deodoranti dozzinali- non vi si macchia la pelle? –  ricoperti di citronella come se bastasse in quei posti dove la toponomastica non lascia scampo e i paesi accanto si chiamano Gorgo e Paludo, come se bastasse a tener lontane le zanzare che se ne fottono della citronella, anzi, secondo me si eccitano pure, merde di zanzare che comunque sono a casa loro, lì. Ho guardato in alto, se qualcuno, un signore per bene- come suo padre– magari l’aveva vista spaventata e sola in mezzo a quel mare di persone e le ha chiesto di salire sulle spalle per vedere se mi trovava dall’alto, ho guardato in alto mentre la chiamavo a voce alta usando il suo soprannome perché quello non ce l’ha nessuno e ho guardato sua sorella e le ho chiesto di aiutarmi –perché ero disperata e sapevo che non mi sarebbe mai più bastata la vita, la mia o la sua o la nostra, senza di lei– perché così l’avremmo ritrovata di sicuro. Ho visto il suo muso sdentato e il gelato alla fragola che colava tutto lungo il cono e sul polso e lungo il braccio come il segno della carezza che le faccio con l’indice per coccolarla davanti alla televisione, sul divano. I suoi sandali con i brillantini, i pantaloncini che non sapevo, non ricordavo avesse indossato quelli dopo la doccia, non avrei saputo descriverla alla Polizia se non l’avessi ritrovata. L’ho stretta e lei ha vomitato. Perché quando si agita lei vomita. Abbiamo buttato il cono, mi ha chiesto scusa se lo stava sprecando, le ho detto che non me ne fotteva niente del cono e poi ho ripetuto sonoquisonoquisonoquisonoquisonoqui e quando siamo tornate a casa in bagno ho vomitato e mi sono guardata allo specchio, ero ancora intera, e mi sono sentita una sopravvissuta. Odio Lignano Sabbiadoro.

 

 

Campionessa del Mondo di palloncini scoppiati nel giro di pochi minuti dal gonfiaggio.

 

 

“No, guarda, ti assicuro che tua figlia è tutto tranne che timida”

“Come scusa? Sono tre anni che arriviamo davanti alla porta del circolo e fa la bocca storta, tre anni che le viene mal di pancia e le devo dare un mio braccialetto come amuleto che si prende il mal di pancia al posto suo così può fare lezione.”

“Vabbè, mica c’entra con la timidezza. Quella è ansia. Ti assicuro che Benny al circolo la conoscono tutti e fa battute, è spiritosa, cambia il nome alle persone, è divertente.”

“Come cambia il nome alle persone?”

“Si, vedi il maestro Biagio lì? Lei lo chiama Bigio, va lì e gli dice ciao Bigio e allora tutti abbiamo iniziato a chiamarlo Bigio. No, guarda, Benny non è per niente timida.”

 

“E’ un evidenziatore, signora. Benny, posso chiamarla Benny? So che a casa la chiamate Pepe ma a scuola la chiamiamo tutti Benny, le dà fastidio?”

“No, la chiami pure Benny, io le chiederò di Pepe e lei mi racconterà di Benny, facciamo così?”

“Si, mi piace, facciamo così. Ecco, cosa le stavo dicendo…”

“L’evidenziatore.”

“Giusto. Benny è come se fosse un evidenziatore, signora. Ha la capacità- quasi un dono direi- di far risaltare le qualità di chi ha accanto, come se le rendesse fluorescenti. È senza dubbio una bambina da righe, come dico io, cioè i quadretti, la matematica, ecco, non sono tanto nelle sue corde e si vede già. Scrive benissimo.”

“Non mi fa leggere nulla”

“Peccato. Come mai?”

“Non vuole. Io chiedo, lei dice di no. Allora non insisto.”

“Fa bene. Si fidi, ha pensieri profondissimi che esprime con una proprietà di linguaggio sorprendente. La ritrova questa Benny nella sua Pepe?”

“In parte. Pepe è cocciuta, a volte prepotente. Piange moltissimo e con una velocità incredibile, noi diciamo che ha le lacrime in tasca perché è impossibile che le produca in così poco tempo, davvero, scoppia in lacrime all’improvviso. Dice cose tremende alla sorella. La prima risposta è sempre no, poi sparisce, ci ripensa e torna con un si, con una proposta. Non deve mai pensare di fare qualcosa solo perché un altro le ha detto di farlo, l’idea deve essere sua. Tutto questo lo fa, sicuramente, in modo profondo, lirico e con grande proprietà di linguaggio.”

“A scuola il comportamento è ottimo. Non ho indicazioni di conflitti con nessuno dei compagni, anzi, mi creda se le dico che Benny è davvero molto molto amata e anche in qualche misura contesa.”

“Contesa”.

“Si.”

“Maestra, lei sa cosa vuol dire Benedetta?”

“Nel senso religioso?”

“No, non stiamo a scomodare nessuno. Nel senso letterario. Vuol dire che se ne parla bene, colei di cui si dice bene.”

“Alla fine, io la chiamo Benny, lei la chiama Pepe e tutti parliamo di Benedetta”

“Si, qualcosa del genere, maestra. Per i quadretti…”

“Si”

“Ecco, per i quadretti, riusciamo a farle pensare, sentire, credere che possa dare una possibilità alla matematica? Glielo chiedo perché vede per me è andata proprio così, come dice lei, delle righe e dei quadretti e in realtà io ho sempre rifiutato di riuscire anche in altro.”

“Si, signora, possiamo lavorare in quel senso. Però, se permette, ecco, se mi permette io penso che chiunque possa essere bravo in matematica, magari non bravissimo ma bravo sì. Invece non tutti possono scrivere quel che scrive Benny, come lo scrive Benny. Tenetelo presente, se potete”

“Lo faremo. Grazie, grazie per questo colloquio. Lei, ogni volta, mi fa venire voglia di tornare a scuola e io a scuola ci andavo con il mal di pancia. Mi dicevano che ero timida, sa. Invece era ansia, solo che non l’avevano ancora inventata.”

 

I capelli lunghissimi. E non si discute.

 

L’altalena attaccata al ramo di un ciliegio è la condizione necessaria per cadere. Quando si allungano le gambe in avanti e si sale si sente il vuoto nella pancia e si chiudono gli occhi, si può essere ovunque, basta volerlo.

Un chirurgo dietro la sua testa, io davanti al suo viso, la sua mano sotto il mento, la mia mano sulla sua, l’altra che le sfiora la guancia screpolata che potrebbe addormentarsi se solo non le stessero cucendo un buco nel cranio. Suo padre che ci guarda e aspetta, sa che la più coraggiosa è lei, aspetta di portarci a casa, di portarmi a casa, dove non dormirò per controllare che non stia male, che non ci sia nulla delle cose che indicano anche il trauma cranico, dove finalmente crollerò per la paura arrabbiandomi con qualcuno o qualcosa, che è il solo modo che conosco per cedere e lui è il solo che lo sa. Le medicazioni con il betadine, le macchie sulle federe, la mia cicatrice sulla fronte che prude a distanza di trent’anni, giocavo con mia cugina, mi ricordo una colata di sangue davanti agli occhi, sulle lenti degli occhiali, un chirurgo e la mano di mio padre, calda e poi basta. Niente garetta di fine anno a nuoto, no, la saltiamo. E togliamo quelle pietre da sotto l’altalena, solo un coglione può lasciarle lì così. Non mi importa chi è stato, se lui o mio padre o mio cognato. Un coglione qualsiasi, che è andata bene così, poteva andare peggio.

Per tutta la vita guarderà le altalene sentendo la mia voce che le ripete di fare attenzione. Forse le pruderà la testa, in un punto che non capirà e che io so dov’è e arriverà il giorno in cui le sembrerà di sentire ancora il vuoto nella pancia, a pensare alla mia voce.

 

Un senso del ritmo innato che condivide solo con suo padre.

 

Il cappellano dell’ospedale me lo sono trovato davanti al letto, sonnecchiavo smaltendo il dolore, soprattutto alla mano, la farfallina nella vena della mano destra per le flebo, quella è stata più dolorosa di tutto, della puntura nella schiena o del frugare nella pancia. Sembra strano che con un taglio sull’addome quel che fa davvero male sia la mano.

Ho aperto gli occhi sentendomi osservata e lui era lì.

“Cos’ha dato al mondo, signora? Maschio o femmina?”

“Una femmina. Benedetta.”

“E che sia benedetta anche dal Signore allora. Auguri, pregherò per voi.”

Nella pancia era la Biba da quando abbiamo scoperto che si, era una bimba, la seconda, si femmina evviva, perché io un maschio non lo volevo, non lo volevo proprio e quando il dottore mi ha detto che tra le gambe si vedeva l’inconfondibile chicco di caffè ricordo di aver esultato sul lettino. Tornate a casa, dopo la nascita, è stata da subito Tuga, perché aveva il collo molle e rugoso di una tartaruga solo che sua sorella maggiore non lo sapeva dire, cioè lo sapeva dire solo che lo diceva così. Tuga. E noi capivamo. Dopo pochissimi mesi, è diventata Pepe. Perché sua sorella la chiamava Pepedetta e poi Pepe. Allora è rimasta Pepe, per tutti e per sempre.

“Speriamo sia benedetta anche tra le persone comuni, senza scomodare troppo lassù, comunque. Grazie.”

Al terzo giorno di vita è diventata gialla. Anche lei, come la sorella due anni prima. Mi ha spiegato una mia amica biologa che è dovuto ai gruppi sanguigni, il mio e quello del padre. Qualunque figlio nostro avrebbe avuto l’ittero, non ho capito perché ma quando me l’ha detto mi è parso che fosse molto brava e molto competente e so di aver pensato che cazzo però a sapere così le cose. Io sono 0 RH+, il padre è AB RH +. La grande è B RH+, Pepe è A RH+. Non avrebbero potuto essere 0, perché è recessivo. Ti pareva, mi sono detta.

È stata mandata in lampada. Andavo al nido a richiesta, le ostetriche una volta mi hanno chiamata dopo solo mezz’ora dall’ultima poppata, nonostante la doppia pesata ci avesse indicato che aveva mangiato abbondantemente, piangeva disperata senza possibilità di essere calmata. Quando l’ho presa ha smesso, ha aperto gli occhi, mi ha fissata o forse no, pare che non vedano a quell’età, non so a me è parso che mi fissasse, sicuramente la guardavo io come si guarda una novità e niente. Siamo state lì così, sulla panchina del nido, con la vestaglia che tirava sul seno dolorante, la mia mano sulla sua guancia, la sua mano sotto il mento imbronciato, finché non si è addormentata. Quella notte hanno portato in elicottero dalla Calabria un neonato con una gravissima patologia cerebrale, ho ascoltato tutte le telefonate mentre allattavo, prima che la rimettessero in lampada, non avrei voluto sapere cosa stava capitando al piano di sopra. Quando sono tornata nella mia stanza la ragazza del letto accanto ha rotto le acque, è scoppiato un temporale estivo, ho mangiato un biscotto dal pacco che mi aveva portato mia zia, mi sono sdraiata senza sforzare gli addominali inservibili, mi sono girata sul fianco e ho pensato a una madre calabrese che non sapevo chi fosse, a quel che si dà al mondo e a quello che dal mondo si prende, compresi i calci in culo. E mi sono sentita una sopravvissuta.

 

Divoratrice di frutta.

 

Battesimo fatto. Prima Comunione pure. Scuola cattolica anche. Basta, ci fermiamo qui, è come per il gruppo sanguigno, ognuno mette quello che ha, tanto i nostri vengono tutti fuori gialli. Il resto sarà una scelta sua se vorrà.

A catechismo le avevano chiesto di portare una bottiglietta da mezzo litro di acqua, vuota. L’hanno riempita di acqua benedetta, decorata esternamente e riportata a casa fino all’incontro successivo. Il giorno prima inizia la ricerca folle della bottiglietta d’acqua, sparita. Eppure, era sempre stata in salotto, su un mobile, in vista, una bottiglietta senza etichette commerciali, con decori e dell’acqua -benedetta- all’interno. L’abbiamo cercata ovunque. Anche nella sacca da tennis, niente. Pepe ha iniziato a piangere, imprecare, inveire, minacciare, disperare, tutto inutile. Nessuna bottiglietta di acqua benedetta. All’improvviso il lampo, l’intuizione, il dubbio. La signora delle pulizie, la grande colpevole volontaria e involontaria di tutto quello che non si trova più.

In quel periodo era Rossana, una signora peruviana che lavorava anche da mia nonna.

“Ohh me dispiaseeee.”

Questa è stata la conclusione della scena. Vista da fuori, da un angolo della stanza, dal lato opposto alla grande porta finestra tra cucina e salotto deve essere andata più o meno così:

mattino, circa le 9. Donna pronta per andare a lavoro che volge la mano sinistra verso un mobile tenendo lo sguardo fisso sull’altra donna che, dalla cucina, guarda il mobile indicato e poi la signora che ha truccato troppo le labbra-bisognerebbe dirglielo– che porta la mano sinistra sopra la destra ma con un po’ di spazio tra i due palmi opposti e chiede di una bottiglietta di plastica, chiede con tono gentile ma finge perché si vede che è solo una stronza disordinata. La donna pronta per andare al lavoro, che ha messo la trousse in borsa così ritocca il rossetto dopo pranzo, aspetta una risposta, un cenno- avrà capito? – da parte dell’altra donna. Le due donne si guardano e già sanno tutto.

Una penserà per sempre che l’altra se l’è bevuta prima di buttarla.

L’altra penserà per sempre che se le cose venissero lasciate in posti logici nessuno le sposterebbe.

Alla notizia definitiva Pepe si era lasciata prendere dallo sconforto assoluto. Non poteva presentarsi a catechismo, non avrebbe potuto fare la Comunione con i suoi compagni, forse le avrebbero revocato anche il Battesimo e chissà che non concorresse per la scomunica.

“Come facciamo?”

“Così. Vai di là e fai un disegno simile a quello che avevi fatto sull’altra bottiglia. Intanto io bevo come se dovessi fare un’ecografia renale, non ti preoccupare.”

“Ma cosa fai?”

“Niente, non ti preoccupare. Ecco la bottiglietta che uso in palestra, vuota. Riempila di acqua.”

“Quale acqua?”

“Acqua, Pepe. Acqua.”

“Dal rubinetto?”

“Si”

“Così?”

“Si. Brava. Ecco, attacca il disegno, ecco qui. Puoi andare a catechismo.”

“Ma non è acqua benedetta”

“È acqua di Benedetta. Andrà bene lo stesso”.

“Ma si può fare?”

“Si.”

“Secondo me no. Poi scusa tu nemmeno ci credi.”

“Per quello che posso.”

“Allora vedi che non si può.”

“Pepe, alla peggio ci giochiamo la carta del perdono.”

“E come?”

“Diciamo ohh me dispiaseeeee.”

 

 

Scalza, sempre scalza, possibile?

 

“Dovrebbe esserci quella cosa per cui basta un suo sorriso e io non sento più la fatica. Sono ripagata. Dicono così, le madri. Dicono che basta un sorriso e sono ripagate dalle notti insonni. Mia figlia non sorride, Dottore. E poi, di fondo, anche quando sorride non mi ripaga di niente. È come se mi guardassi in uno specchio tutto rotto cercando di vedermi intera, con lei, quando la guardo.”

“Quali madri lo dicono?”

“Le madri, in giro. Sa quando ti fermano e dicono che si è una gran fatica crescerli ma poi basta un sorriso.”

“Ma sono madri che lei conosce?”

“In che senso?”

“Non so, sono sue amiche madri come lei in questo momento preciso, sua madre, sua zia, madri con cui lei ha una relazione di durata e di qualità?”
“No. Cioè. No. Sono cose che dicono le donne quando si parla di bambini piccoli.”

“Sono cose che si dicono, quindi.  E dunque, sono cose che queste persone non le riportano in quanto esperienza diretta come se adesso io le dessi un pizzicotto e poi subito dopo una carezza e allora lei direbbe di aver avuto esperienza di entrambe le cose. È così?”

“Si, penso.”

“E dunque, lei questa settimana si è soffermata più volte sulla sua inadeguatezza, come la chiama lei, perché qualcuno che lei non conosce dice cose che sono come un intercalare in coda in posta nel quale lei non si riconosce?”

“Penso che sia andata così. Comunque, mia figlia sorride poco, a me soprattutto.  Con me piange, urla, si irrigidisce.”

“Lei sorride spesso?”

“No. Non più.”

“Nemmeno allo specchio?”

“No. Lo specchio è in pezzi e io cerco un’immagine intera”

“Lei con chi è solita fare scenate, se vogliamo chiamarle così, con chi è solita perdere le staffe?”

“Con me stessa e poi con lui, si, con lui.”

“Noi diamo il peggio di noi stessi solo con coloro dei quali ci fidiamo. Non mostriamo mai quella parte ad altri dei quali non siamo sicuri. Bisogna amare molto qualcuno per permettere a noi stessi di mostrarci deboli, arrabbiati, furibondi o semplicemente tristi.”

“Quindi mia figlia con me è insopportabile perché mi ama di più degli altri? Che culo.”

“O forse perché sa che lei la ama più degli altri, in ogni caso. Provi a guardare sua figlia, a pensare sua figlia, come se lo specchio fosse intero, cosa le riflette?”

“Che sono io quella a pezzi, ecco perché non mi vedo intera.”

“Il tempo per oggi è terminato, ci vediamo venerdì.”

 

Le sue mani che sanno sempre dove fa male, dove è successo che si è sopravvissuti.

io e Pepe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ho dimenticato

 

C’era un vaso per terra, colmo, difficile da spostare.

Se mi dovessero regalare fiori non saprei dove metterli, non potrei ripetere quella scena vista fare tante volte da mia made o mia nonna, i fiori che arrivano con il gambo avvolto nella carta argentata e tutto intorno un velo trasparente a proteggerli- “oh, che belli, che meraviglia, prendi, prendi un vaso e mettici dell’acqua che li sistemiamo”.  E poi tutto quello spacchettare rumoroso e ingombrante, il velo trasparente da appallottolare e buttare, il gambo da recidere ancora un po’ per adattarlo al vaso- “no, non questo, l’altro, quello lungo di cristallo”.

Dove vengono custoditi i vasi quando non ci sono i fiori dentro?

Ma io non ricevo fiori. Perché non mi piacciono e lui lo sa. Dico sempre: “me li porterete quando sarò morta, prima di allora ci sono altre cose grazie. Libri, borse, rossetti, opere di bene”. I fiori in casa dopo due giorni puzzano di cimitero.

E comunque con me due giorni sono anche troppi perché io ho il talento unico di far morire anche le piante finte. Davvero. Ci ho provato, ci provo ogni anno perché sono cocciuta o stupida non so, ci provo. A un certo punto, verso marzo o aprile, con le ragazze vado in un centro di floricoltura che è vicino a casa, loro ridono appena allacciano la cintura di sicurezza e non smettono fino al rientro, quando scarichiamo piante da interno mezza luce poca acqua cambio terriccio ogni mai, piante da esterno sole pieno per terrazzi esposti a cazzo ma quelli sono, piantine di consolazione da disseminare dove ti pare che hanno il solo pregio di costare € 2,99.

“Ma l’acqua l’hai data alle piante? La terra è tutta secca, sembra il deserto”

“No.”

“Perché?”

Perché. Non si può chiedere il perché, non faccio parte di un gruppo organizzato per l’uccisione delle piante a mezzo disidratazione, non ho una mia personale vendetta che mi porta a comprarle per poi ucciderle. Non mi chiedere il perché.

Me ne dimentico.

A un certo punto, verso maggio o giugno, me ne dimentico. Basta. Non le vedo proprio più, ci passo accanto e non mi accorgo della loro presenza.

Una zia di mio marito, con piante meravigliose in ogni angolo della casa e del giardino- eh ma il suo è ben esposto– mi ha detto di puntare tutto sulle piante grasse, perché non hanno bisogno di attenzioni o cure particolari, cioè magari ne hanno però si arrangiano, fanno con quel che trovano. “Le metti lì e te ne dimentichi”. Questo doveva dirmi per fare centro. A parte una dolorosa vicenda iniziale con un cactus che forse si è suicidato, direi che il consiglio si è rivelato valido. Ho capito che i miei cani e le mie figlie hanno avuto possibilità di sopravvivenza grazie al fatto che comunicano con me.

E ho scoperto di essere una pianta grassa.

 

 

Per spostare un vaso colmo non ci vuole forza ma concentrazione.

 

Aveva gli occhi troppo azzurri. E si preoccupava sempre.

Hai freddo? Ti do la mia giacca.

Hai mangiato? Sei tanto magra.

Hai dormito? Il sonno perso non si recupera, sai, ci sono studi scientifici che ne trattano diffusamente.

Ti è piaciuto? Stiamo bene insieme, vero?

Passo a prenderti, non uscire finché non mi vedi.

Ti riaccompagno, hai le chiavi? Apri, io aspetto.

Ci vuole solo un po’ di tempo, poi vedrai che di lui ti dimenticherai completamente, sei così giovane. E poi hai me, ci sono io, no? Mi vedi? Ci sono io che mica ti farò male come ti ha fatto lui, lo sai vero? Che ci sono io, che lui non c’è, che lui ti ha fatto male te lo ricordi sì? Te lo devi ricordare, così poi vedrai che lui lo dimentichi. Cosa significa che non sai? Cosa vuol dire che non va, che non c’è entusiasmo, non lo vedi quanto siamo felici? Non è vero che non stiamo bene, guardaci, ridiamo. Io ti abbraccio e tu mi abbracci, vedi che stiamo bene? Anche i miei amici mi hanno detto che non mi hanno mai visto stare così bene con una ragazza. Se ne sono accorti anche loro che stiamo bene. Cosa significa che no, tu non stai bene. Magari è roba di ora, di un momento, di passaggio. Ogni tanto ti prende così, che non sai, che te ne vuoi andare per i fatti tuoi ma non è vero. Anzi no, non me lo dire cosa significa, lascia stare, non fa niente. Adesso dici così ma poi ti passa. E poi scusa io che faccio? A me ci hai pensato? A dire queste cose come se io non fossi qui che ascolto mentre dici che non ti va più, che basta, che è meglio stare soli, altrove. Altrove dove? Allora io cosa sono scusa? Niente. Non sono niente. Decidi tu, fai tu. Sei una ragazzina, io ho una laurea, un dottorato e devo stare qui a sentire te che frigni, ma chi ti credi di essere? Ma tu lo sai che vita faccio io dopo anni, a n n i cara mia, a n n i, che tu ancora andavi all’asilo, dopo anni di studio mi trovo tutto il giorno a vendere medicine dietro un bancone a gente che mi chiede supposte di nitroglicerina eh, tu lo sai? Lo sai che entrano i tossici e li devo servire sperando che non mi rapinino. A n n i per finire a fare il bottegaio, perché quello è, invece di fare ricerca perché quello dovevo fare e tu? Tu che non sai? Ah, ora lo sai? E cosa sai? Lo sai quello che mi stai facendo? No, no, zitta, non ti dimenticherò. Non dimenticherò quello che mi stai facendo.

 

Non aveva la forma elegante del vaso, sembrava più un catino. Eppure, era un vaso.

 

Insegnava Lettere e Latino, Greco lo insegnava un’altra, ma ho dimenticato chi, il nome, anche la faccia. Era una classe tutta di ragazze, per un momento c’era stato un solo maschio ma non so che fine abbia fatto, forse lo avevamo sacrificato per propiziarci la benevolenza di Atena in vista della maturità.

Insegnava Lettere e Latino e non so se era brava perché non conoscevo altri che lo facevano e allora non potevo sapere. Spero che lo sia stata. Negli anni la mia migliore amica, diventata archeologa, mi ha rivelato che qualche cazzata ce l’aveva detta. Lei poteva saperlo, io continuavo a ignorarlo.

Entusiasmo.

In greco si scrive così, il gesso sulla lavagna.

Ragazze, sapete da dove arriva la parola entusiasmo? Provate, si bene. Quasi. Sara B.? Vicino ma ancora no. Alessandra? Laura? Chiara S.? Chiara C.? Claudia? Paola? Sonia? Mara?

Essere invasati, ragazze.

Ma mica pazzi invasati come i tifosi di calcio, ragazze. No. Questo lasciamolo pensare a chi non conosce il senso delle parole, il significato, quello che possiamo trovare andando a cercare con i nostri strumenti, lasciamolo pensare ai cugini deboli dello scientifico.

Che parola c’è, qui, in mezzo, guardate la lavagna, che nome vedete lì, dentro la parola?

Dio. Giusto. Brave. Entusiasmo ragazze, avere dentro di sé un dio. Essere ispirati da un dio. Essere come vasi all’interno dei quali sentire quale dio ci ispira, se siamo sacerdoti o indovini. O poeti.

Aveva le mani più vecchie, quello sì. Fumava, e mi ero soffermata sulle dita, sulle macchie marroni che le chiazzavano il dorso delle mani. Il viso no, non sembrava che fosse passato tanto tempo, l’avevo riconosciuta subito nel trovarmela davanti, io camminavo dritta a testa bassa, ero appena uscita da una seduta e andavo verso la metropolitana, lei aveva svoltato dalla via laterale e mi era finita di fronte.

“Buongiorno Professoressa”

Messa a fuoco. Niente.

“Ecco, aiutami”

“Terza C, maturità nel 1997, era il nostro membro interno. Sonia.”

“Sonia.”

Comunque, il mio nome ha davvero un bel suono. Io non lo sento mai perché nessuno lo usa per intero, per davvero, lo scrivo, lo leggo ma non lo sento mai e invece è proprio bello, va detto.

“Si, Sonia”

“1997”

“Si. Al Cavour”

“Si, si, quella classe tutta di ragazze ah ma forse c’era anche un uomo a un certo punto”

“Si. È stato bocciato. Come un sacrificio alla divinità, credo.”

Ride.

“Eh, tu?  Non ti avrei riconosciuta, no. Sai quanti mi fermano, ogni giorno, sai. E non vi riconosco tutti, non mi ricordo tutti, mi dispiace. Tu? Cosa hai fatto della tua vita?”

“Ho studiato Giurisprudenza, mi sono laureata e niente, lavoro, ho due bambine.”

“Due bambine, di già. Brava. Che lavoro fai?”
“Mi occupo di sicurezza sui luoghi di lavoro, adempimenti normativi per le aziende, formazione. “

“Brava, facciamo anche a scuola quelle cose, che barba, invece di lasciarci insegnare ci fanno fare tutte queste cose, che però sono obbligatorie. Due bambine, di già. Brava. Abiti qui in zona?”

” No.” – sono qui perché il venerdì a quest’ora passo sempre di qui sa, esco dall’Asl, dal servizio per i disturbi mentali perché ho la depressione e penso spesso che ne morirò o che comunque morirò e le mie figlie saranno cresciute in un contesto che non prevede l’uso corretto del gruppo fonetico sci-sce ma che lo sibila e allora mi torturo e spero di non morire, di resistere anche perché non siano costrette a indossare il cappellino contro il sole o la cuffia contro il freddo anche durante l’adolescenza di modo che possano sentirsi normali– “avevo un appuntamento di lavoro” .

E subito insieme:

“Mara è diventata archeologa, se la ricorda?”

“Vi sentite ancora?”

“Sempre.”

Ma non se la ricordava.  Io invece l’ho chiamata subito, mentre scendevo i gradini della metro e timbravo il biglietto.

“È impossibile che non ti abbia riconosciuta, Soniè, sei sempre uguale.”

È che lei non mi ha mai dimenticata.

 

Non è la goccia che fa traboccare il vaso ma un urto maldestro.

 

Mi ha mandato un paio di messaggi a marzo, agli inizi della quarantena. Ho sorriso, quando ho letto il suo nome, sorrido ogni volta che lo leggo, sorrido di buone cose. Mi ha mandato anche due quotidiani in pdf, il Sole 24 ore e il Corriere, credo. Gli avrei offerto il caffè, ma non si poteva. Ci diciamo, ogni volta, prima o poi un caffè, un bicchiere di vino, due parole. Non ci siamo mai più visti e non so se mai ci rivedremo, non lo escludo perché, ormai, sono poche le cose che escludo in generale, ma se vedo il suo nome sorrido e questo lo so, lo sa anche lui.

È stato un momento, il mio ventiduesimo compleanno sotto la Mole, un marciapiede su cui salire per arrivare meglio a quel bacio di tarda estate, a quell’abbraccio di inizio autunno. Un poster comprato in Via Po, il treno per Milano, la sua auto fuori casa dei miei genitori, non ricordo che modello fosse, niente, ho dimenticato. Un prendi e lascia senza mai prendere e senza mai lasciare, tanti chilometri per qualcosa solo perché sa di buone cose, nessuna domanda su quel passato appena passato, su quell’altro lasciato così, senza acqua, senza terriccio, che morisse di sete, basta, non lo vedevo più, fatti crescere le spine coglione se non sai resistere altrimenti muori.

Nessuna domanda su quella nuova presenza, appena percepita, appena arrivata, in quel guardare il telefono quando si è vicini- non è me che aspetti- sapere perché si sente, sapere senza chiedere, nessuno che toglie niente, solo una goccia in più se vuoi, ma sono gocce che non riempiono, sono gocce che al massimo si infiltrano e restano, sono gocce contate una a una su una ferita che non siamo nessuno per curare ma che sappiamo vedere. Non è te che aspetto. Ma se rimani ancora un po’ mi sembra meglio, se ti fermi solo un attimo ancora smetto di frugare con le mani per cercare cosa sento lì sul fondo che preme e magari me ne dimentico, non è che te che aspetto ma mi piace che stai qui a farmi sentire buone cose come se ci fosse abbastanza acqua, la giusta luce e in due la colpa di non aspettarsi è annacquata, meno colpa per me, meno colpa per te, resto, resta, sento, senti. Alziamoci con calma, no, non ho detto amiamoci con calma, che non si può. Alziamoci piano che poi ci gira la testa, attento è buio, inciampi, urti contro qualcosa che non avevi previsto e no, non ho detto amiamoci piano, che non si può. Alziamoci che non faccia male alle ginocchia e facciamo attenzione a quel che abbiamo spostato per la curiosità di guardare e toccare, rimettiamolo a posto ma io ho dimenticato il posto, lascio così, lascia così che no, non ho detto amiamoci che non faccia male che non si può. Alziamoci in silenzio e lasciamo tutto così, quel che è fuoriuscito è andato perduto, si vede che era di troppo ma lì sul fondo preme ancora quel che non so, è ancora lì, lo so, lo toccherò e forse sarà un dio o forse sarò solo io e un giorno te lo dirò e no, non ho detto amiamoci in silenzio che non si può.

Vai. Vado. E per la prima volta non ti odio e per la prima volta non mi odio. Io ho le mie spine, lo capisco, ma mi servono per sopravvivere, a te servono per sapere che non è mai stata colpa tua. E ho le mie storie che mi servono per vivere e che non ti ho mai raccontato perché si raccontano le favole, perché le storie io non le so raccontare, perché si vive ciascuno come può, dimenticandosi l’inizio e inventandosi il finale.

 

cielo

 

 

 

 

Aggiornamento

 

Cristina è uscita con le sue amiche, ieri pomeriggio. Si sono date appuntamento davanti a scuola dopo tre mesi, per fare una passeggiata, mangiare un gelato, parlare, fare quel che fanno delle ragazzine di tredici anni. Io ne ho approfittato per andare in ufficio dopo tre mesi, Pepe è venuta con me perché aveva lezione online alle 16 e tennis alle 17.30 e così ci siamo armate di cartella, racchetta, notebook, alimentatore del notebook, acqua, mascherine, gel disinfettante, cialde del caffè che le avevo finite e siamo partite direzione scuola-ufficio-tennis come ai vecchi tempi.

In macchina abbiamo ascoltato le canzoni su Spotify secondo uno schema ormai consolidato, una canzone a testa mamma esclusa e io ho imbastito alcune raccomandazioni, perché ieri Cristina è uscita con le sue amiche.

Per la prima volta.

Allora a un certo punto, più o meno all’altezza del campo volo, poco prima delle baracche degli zingari, ho abbassato il volume della voce di Achille Lauro e ho iniziato a parlare di scatti di fiducia e passaggi di crescita e ne è venuto fuori qualcosa che sembrava il regolamento per la raccolta punti della spesa da Borello, cosa che non faccio, non ho tessere, non raccolgo punti perché tanto mi dimenticherei di richiedere il premio o di ritirarlo o comunque per avere quello che vorrei dovrei aggiungere cinquanta euro alla tessera completa. Cristina ha capito, penso. Se mi dimostri ogni volta che posso fidarmi di te io continuerò a fidarmi di te e aumenteranno le dimostrazioni di fiducia e finché toccherà a me darti il permesso di fare le cose, la maggior parte delle cose che vuoi fare, potrai avere vita facile perché io saprò che posso fidarmi di te e tu saprai che potrai contare su di me e questo idillio sarà come l’Eden.

Ma se sgarri, se tradisci la mia fiducia, se succede qualcosa che incrina, storce, strozza il libero fluire della fede che nutriamo l’una verso l’altra hai finito di chiedere, di volere, di desiderare, di esistere. Partorirai con dolore, anche tu.

Poi, arrivate a destinazione, volevo dirle di stare attenta quando attraversa, alle auto, alle persone, alle bici, alle moto, ai mezzi matti che circolano che vedono tre ragazzine da sole e magari le avvicinano, al resto in gelateria se paga con un pezzo da dieci euro, ai cani senza guinzaglio, alle cacche per terra, alle schegge di legno delle panchine, ai semafori se lampeggiano. Però era troppo lungo e così dopo che è scesa ho abbassato il finestrino e le ho detto “Cri, mi raccomando, non morire.”

Sua sorella mi ha presa in giro, mentre mi affacciavo dalla finestra del mio studio per guardare in direzione del cancello della loro scuola, se le amiche erano arrivate, se lei era ancora lì, Pepe mi ha sorpresa e mi ha chiesto “è viva?” e poi è scoppiata a ridere, come ride lei, che senti caldo.

È andata molto bene, ha trascorso due ore bellissime, Pepe ha fatto lezione e poi è andata ad allenarsi, lei che può, decretando la superiorità del suo sport rispetto a qualunque altro sport, il tennis è lo sport migliore da praticare durante una pandemia, cari atleti di karate che vi afferrate per la giacca alitandovi in faccia e poi vi scaraventate in terra, per voi la strada è ancora lunga, lunga almeno quanto il suo servizio con la pallina che vola alta, elegante e felice.

A cena hanno raccontato il pomeriggio al padre, la piccola con termini tecnici che appartengono solo a loro in qualità di frequentatori di terra rossa, la grande con l’aria vissuta di chi è sempre uscito da solo e se la cava nel mondo.

Io ho bevuto il mio vino rosso, compiacendomi dell’Eden.

Abbiamo anticipato il regalo di compleanno a Pepe di qualche mese. L’abbiamo dotata di cellulare. Perché le sue amiche ce lo hanno e no, questa non è mai stata una motivazione valida a muovermi, però la rottura di coglioni è un’argomentazione che subisco sempre un po’.

Usava il mio telefono quando voleva chiacchierare con le compagne, da quando la scuola è stata chiusa non si sono viste, niente più attesa in corridoio alle otto, sulla porta della classe, niente spogliatoio a ginnastica o nuoto, niente intervalli in cortilone che in cortilino vanno le prime e le seconde, loro sono in quinta, dovevano spadroneggiare in cortilone e invece no, niente pranzi insieme a mensa, solo il mio telefono per fare delle videochiamate. E dalle videochiamate a due siamo passati a quelle di gruppo, fino a quattro. E poi magari scarichiamo Hangout, che la sua amica ce lo ha e anche lo altre lo installavano e allora l’abbiamo fatto e l’ho sentita parlare con un’altra compagna e suggerirle di scaricarlo anche lei e poi dire “no, non è difficile, guarda se ce l’ha fatta mia madre” e allora ho preso nota e poi, la sera, le ho detto “scusa, non ho capito, cosa vuol dire se ce l’ha fatta mia madre?” e niente, lei ha riso, come ride lei che senti caldo e comunque non voleva dire niente, era un modo di dire.

Un modo di dire del cazzo, le ho detto.

E da Hangout siamo passati all’inserimento in un gruppo tipo “il meglio della VB” e da lì il passaggio al contro gruppo “il vero meglio della VB” e poi naturalmente il contro gruppo del contro gruppo “il vero meglio segreto della VB” e il gruppo privato “VB misteriosa” e tutti i contro gruppi derivanti e allora basta. Non ho più retto.

Io che ho tolto la suoneria al telefono da anni, che ho silenziato tutti i gruppi, che ho tolto le spunte blu- ma così non le vedi nemmeno tu quando mandi un messaggio– ma sai che me frega se hanno visualizzato penso, io che non ascolto i messaggi vocali tranne quelli di Stefano ma solo perché Stefano mi allena e ha la responsabilità altissima di farmi sentire figa e tonica e non si sa mai se deve dirmi qualcosa di fondamentale per il mio metabolismo allora la sola deroga è per lui. Io che ho tolto la possibilità di visualizzare il mio ultimo accesso perché non sono affari tuoi quando io accedo, io che cerco di evitare tutte le scocciature perché so di non avere una dose sufficiente di diplomazia a disposizione prima di replicare con insulti o comunque malamente, non potevo rischiare di maltrattare il meglio della VB. Allora abbiamo deciso di regalare a Pepe il suo telefono, il padre è andato a comprarlo, le ha attivato la sim, le ha scaricato WhatsApp e le ha detto: “hai uno strumento in mano, mi raccomando a come lo usi, altrimenti con mamma poi vediamo”.

Con mamma.

Poi vediamo. Cosa? Niente, non si sa.

Ho pensato alla mia amica Cri, che non so se legge, se legge si ricorderà sicuramente, quella volta che sua figlia da piccola, forse in prima o seconda elementare a cena ha chiesto “cosa sono i preservativi?” e lei è rimasta con la forchetta per aria mentre il marito diceva “non lo so” e per un attimo anche lei ci ha creduto che lui non lo sapesse perché lo ha detto proprio così, che dovevi crederci, con che candore vedessi, mi aveva raccontato.

La prima persona alla quale Pepe ha mandato un messaggio è stato mio fratello e da quel momento hanno iniziato a sentirsi, a mandarsi vignette divertenti, sono dovuta intervenire qualche volta perché lei deve seguire le lezioni e finire i compiti, lui è indisciplinato e poi mi dice “ha iniziato lei”. Dopo due settimane, Pepe ha silenziato i gruppi, spegne quando va a giocare a tennis e si dimentica dove lo ha appoggiato. È diventata me.

Linkedin mi avvisa che il mio profilo sta avendo successo. Io non ci credo. Mi sembrano messaggi di nostalgia, c’è un trucchetto, come nei giochi della Chicco 12+ o 18+, quelli sonori, tu li accendi e loro fanno lucine e musichette, impari il ritornello e schiacci il quadrato giallo e il triangolo verde, poi te ne vai, lo lasci da parte, fai altro, giochi con un’altra cosa e dopo un po’ il maledetto Chicco si illumina e dice “Ciao Ciao”. Ti richiama, si ripropone. A me il mio profilo su Linkedin che sta avendo successo mi sembra quel ciao ciao e non mi distrae comunque, non ci casco, non vengo a controllare perché ho dimenticato la password e ogni volta devo ammetterlo cliccando su hai dimenticato la password e mi dà fastidio e devo fare la procedura  di ripristino e alla fine scopro che la nuova password che digito è uguale alla precedente, magari mi dimenticavo solo un carattere maiuscolo o speciale e comunque non c’è niente di speciale . Ma poi che successo potrà mai avere un profilo? Cosa vuol dire? La parola successo, in fondo, è già disturbante di suo. È un participio passato, c’è poco da nutrire speranze. Il passato si ricorda, non si spera.

La storia di Nina e Stefano, quella che sto scrivendo, riemerge ciclicamente. Ho mandato la seconda versione a Mara, non le è piaciuta, ma nemmeno a me. Però abbiamo convenuto che lei non può farmi da lettrice di prova perché è come se mi leggessi da sola, non vale. Gira e rigira, la storia non trova l’azione, resta sempre lo sfondo, questi due che hanno attraversato la vita e non riesco ad acciuffarli per fargli fare una cosa, una sola, quella. Aspetterò ancora un po’, ma no, la seconda revisione verrà cestinata. Meglio sullo sfondo che a fondo.

Mi sono fissata con le tre ceste per la roba sporca che ho in lavanderia. Ne ho una sola per la roba da stirare, mi sembra strano. A volte penso di avere la meglio ma è un’illusione ottica, sono sempre tutte piene. Ho ipotizzato che si fosse trasferito qualcuno da noi, qualcuno che non so, non conosco ma che mette a lavare di continuo. La lavanderia è il mio ufficio, a casa. Quando lui rientra la sera spesso non lo sento arrivare, mi chiama e poi chiede alle ragazze “dov’è mamma?”, in ufficio, rispondono loro e allora lui arriva in lavanderia e mi trova seduta su uno sgabello che smisto biancheria, colorati, bianchi, intimo, sportivo, lenzuola e asciugamani. Secondo lui lavo troppo, cioè non ci sarebbe la necessità di lavare sempre e tutto, lo rassicuro che no, non è una mania, dormi tranquillo gli dico e lasciami lavorare. La lavanderia è mia. Le ceste mi guardano e mi sento come un assessore lombardo di fronte a due infetti contemporaneamente, anzi peggio, perché loro sono tre e io una da sola.

Ho comprato mascherine bellissime, alle ragazze le ho fatte ricamare, per me ne ho presa una con la stampa della Notte Stellata e un’altra con un mandorlo in fiore, Pepe dice che è un ciliegio ma no, è un mandorlo, l’altro giorno ha detto albero di fichi ma poi si è messa a ridere, come ride lei, che senti caldo e ho capito che mi stava prendendo in giro.

Scrivo moltissimo, cancello, riscrivo. Prendo appunti, moltissimi appunti, su quello che penso, come lo penso e quando lo penso e gli appunti non li riscrivo mai.

Scrivo moltissimo e lascio riposare, non ho fretta. Distinguo tra urgenza e fretta e allora mi accorgo che scrivo per l’urgenza di farlo ma senza la fretta di farlo, lascio stare tutto dopo che è venuto fuori, quando è lì, sul foglio, come se dovesse asciugare e aspetto. Quando torno scopro se mi piace, se è ancora urgente e pungente e stringente o se si è risolto in un niente. Scrivo moltissimo e senza un motivo che non sia la scrittura, sembro Forrest Gump con la corsa, scrivo moltissimo e sono felice.

Le ragazze hanno riscoperto un gioco che avevamo inventato quando erano piccole. La fanno questa cosa, loro, ogni tanto, ritirano fuori da qualche cassetto della memoria avvenimenti o situazioni lontane e me le ripropongono. Forse hanno imparato guardandomi tirare fuori dal baule della loro bisnonna giochi messi via perché inutilizzati e che magicamente dopo mesi sembravano nuovi. Adesso hanno rispolverato il gioco “Vediamo quanto mi conosci”, inventato da me molti anni addietro quando per intrattenerle mi ingegnavo con le sole abilità che ho e che non sono certo di natura manuale. Niente lavoretti con il pongo, niente pasta di sale, niente pittura o lego o costruzioni. Noi si andava via di scomposizione delle parole, di numero di parole trovate con la stessa iniziale, di nomi di persona cose e animali.

“Vediamo quanto mi conosci” funziona così: io ti chiedo cosa mi piace di più tra due alternative e tu rispondi. Se è giusto mi conosci bene, altrimenti no. Facile.

Esempio: tra il gelato al cioccolato e quello alla menta? Menta! Giusto!

Tra il mare e la montagna? Mare! Giusto!

Questa era la versione base. Adesso l’abbiamo elaborata, andiamo a fondo, le alternative sono sottili e a volte perfide, scavano, non sono scontate e rivelano sorprese. Comunque, ogni volta che tra le alternative metto Justin, il mio cagnolino, loro lo sanno. È come quando l’istruttore di scuola guida mi aveva detto che se nei quiz avessi trovato “tromba bitonale” sarebbe stata sicuramente falso. Non ho mai verificato. Ma sono passati ventitré anni non so ancora cosa sia una tromba bitonale.

Per la Festa della Mamma ho ricevuto regali molto belli. A me non frega niente della Festa della Mamma, né come figlia né come mamma, ma le ragazze sono state davvero brave, quest’anno, senza la costrizione dei lavoretti a scuola, senza negozi dove andare a comprare si sono inventate qualcosa.

Pepe mi ha regalato una capsula del tempo fatta con un barattolo di marmellata vuoto, lavato, ridipinto e decorato con miei smalti di diversi colori. All’interno quel che servirà, sempre. Pezzi di vita che parlano di me, di loro, di noi, dell’Eden, di questa età strana che stiamo vivendo, un viaggio di cui loro sono le protagoniste e io a volte un compagno di avventure, a volte un controllore, a volte l’inserviente che igienizza i cessi, a volte solo il punto di partenza, di certo mai la destinazione. Nella capsula del tempo ci siamo noi per come vorrei ricordarci.

Cristina mi ha dipinto una tela con una scritta dedicata, mi è piaciuta moltissimo, la voglio appendere in studio, quello vero, non in lavanderia, l’ho dovuto specificare perché appena l’ho detto Pepe ha subito pensato alle ceste dei panni sporchi, alla mia postazione di lavoro lì, nel bugigattolo tra detersivi e scope poi si è messa a ridere, come ride lei che senti caldo.

Per ora entrambi i regali sono sul comò della mia camera da letto, li guardo ogni mattina e ogni sera. Come quando erano piccole vengono nel lettone, qualche minuto, di mattina appena sveglie e la sera, prima di andare a dormire, quando io sono lì, con i miei cuscini tirati su, a leggere e prendere appunti su di me, come per ripassarmi da capo, prima dell’interrogazione e allora chiedo:

“Tra me e voi?”

“Noi.”

Si, dico. Noi.

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Pensa se

 

Pensa se ti dicessero che da domani basta tutto chiude e non puoi uscire se non per comprovate esigenze di lavoro o salute o necessità e a te venisse da ridere e da tirare il fiato a dire “ma davvero?”.  Pensa se il mondo si fermasse e non ci fosse più la scuola alle 8 e la cafona con la macchina in doppia fila e la scuola alle 16 e la cafona con la macchina in doppia fila che anche la cafona deve stare chiusa in casa e pensa se il mondo si fermasse così come il castello della Bella Addormentata che quando lei si punge il dito con il fuso dell’arcolaio la cuoca resta con il mestolo a mezz’aria, lo stalliere resta fermo con la striglia in mano accovacciato sulle zampe del cavallo che anche lui resta fermo con lo zoccolo destro anteriore appena un po’ più avanti dell’altro ma solo perché è più elegante restare fermi così e tutto rimane esattamente com’è.

Pensa se non potessi vedere qualcuno: chi non vorresti vedere? A parte la cafona in doppia fila, chi non vorresti vedere? Che si fa in fretta a tirare giù lacrime ed elenchi di quelli che ti mancano ma prova a dire chi non vuoi vedere. Pensa se si potessero fare i nomi con tranquillità, pensa se nessuno si offendesse, pensa se a nessuno importasse di chi non vuoi vedere tu che tanto non stiamo parlando di me, che quelli che non voglio vedere non ho bisogno di un incantesimo o di un provvedimento normativo per non vederli, mi basta dire come la penso.

Pensa se si dimenticassero di dirti che va bene, da domani si può uscire senza comprovate esigenze di lavoro o salute o necessità. Pensa se dovessi stare lì dove sei adesso a fare quello che stai facendo adesso. Cosa stai facendo? Ti sfili le mutande dal culo con un movimento preciso. Stendi. Mangiucchi. Scorri i profili WhatsApp per vedere le foto. Fai la spesa online. Guardi la Vita in Diretta e fai finta di no. Lavori perché sei uno di quelli che ha lo smartworking e non sai nemmeno se la parola esiste. Pensa se non esistesse, staresti facendo una cosa chiamandola in un modo inesistente che non vale a rendere inesistente quello che fai intendiamoci. Pensa se, invece, non esistesse quello che fai. Cosa faresti? Sapresti cosa fare? Cos’altro fare? Hai un piano B? Un progetto? Un sogno? Un cassetto? Del lievito? Impareresti a fare altro o resteresti con lo sguardo fisso su una piastrella che compare davanti a te tra le tue ginocchia mentre sei seduto e non sai?

Pensa se le madri fossero buone e i padri eterni. O il contrario. Pensa se i figli non ti giudicassero mai, nemmeno a un certo punto della loro vita che coincide con un certo punto della tua e sono punti lontani ma attraversati da una sola e una sola retta e pensa se quella retta invece di chiamarla vita la chiamassimo lama chi impugnerebbe il manico? Pensa se ti accorgessi che lo stanno facendo, i figli, che ti stanno giudicando e pensa se ti fosse dato in dono il potere di essere il solo ad accorgertene che quando mai si è visto un genitore che se ne accorge, pensa se tu te ne rendessi conto. Avviseresti gli altri? Urleresti che succede così, che i figli fanno così, metteresti in guardia gli altri? Pensa se le madri fossero buone e i padri eterni. O il contrario. Pensa se le madri a un certo punto ti dicessero che vai bene, che sono orgogliose del lavoro che hanno fatto e possono considerarlo concluso e si togliessero dal grugno la smorfia insoddisfatta che lascia un quattro di matematica o un orario non rispettato e pensa se al posto di quella smorfia ci fosse il sorriso di chi ha scampato il pericolo e ora sono cazzi tuoi.

Pensa se al corso preparto ti spiegassero che la vera minaccia a ogni equilibrio familiare non è il pianto da colica e nemmeno l’allattamento a richiesta ma sono i nonni. Pensa se ti insegnassero a medicare il cordone e tenere a bada i nonni nello stesso ciclo di lezioni con esempi pratici. Pensa se il pediatra ti scrivesse nella ricetta con la posologia della vitamina D anche la posologia di rotture di coglioni alla quale puoi sottostare e oltre la quale sei autorizzato a dire che c’è pericolo per la salute. Pensa se i nonni si fermassero sulla soglia, appena sotto il fiocco con il nome ricamato, tanto non gli piace davvero il nome che hai scelto, fingono, pensa se fermi lì bloccati come la cuoca con il mestolo e lo stalliere con la striglia impossibilitati a muoversi arrivasse qualcuno di autorevole, un Arcangelo o una puericultrice di quelle viste in televisione, a dirgli di ricordare prima di aprire bocca, ricordare quando trent’anni fa, quarant’anni fa erano loro ad aver scelto un nome di merda, frutto di una libera decisione o di un compromesso generazionale, erano loro ad avere le ragadi al seno e privazioni di sonno utilizzate solo in certi regimi dittatoriali, ricordare quanto non sopportassero di dover dare spiegazioni e rendicontare ogni spostamento come se avessero perso improvvisamente qualche decennio o il senno e solo dopo aver ricordato come si sentivano loro e quel che provavano loro solo dopo, solo allora sentirsi liberi di parlare. Ma senza dire cazzate. Pensa se poi con uno schiocco di dita i nonni si risvegliassero potendosi muovere liberamente e oltrepassando il fiocco come risorti a nuova vita fossero in grado di mantenere fede a quel disegno programmatico sintetizzato nell’espressione “se hai bisogno ci siamo altrimenti non disturbiamo”.

Pensa se i figli a un certo punto la smettessero di fare i figli e si rendessero anche un po’autonomi per davvero e non pretendessero sempre un aiuto, pensa se i figli si preoccupassero di non ferirti perché ormai sono adulti e tu sei vecchio, inutile dire altro. Sei vecchio. Pensa se non ti dicessero tutto quello che non va ma solo quello che va, pensa se non ti comunicassero che devono fare degli esami di controllo perché il dottore vuole vederci chiaro e ti risparmiassero di stare in ansia, in apprensione, che sei vecchio, basta. Pensa se ti telefonassero spontaneamente, senza sollecitazioni da parte di chicchessia, pensa se quella chicchessia ti piacesse come sarebbe più facile anche ammettere che se ti chiama non è merito tuo, ma merito suo. Della chicchessia. Alla quale stai sul culo anche tu, non ti preoccupare. Solo che è più furba.

Pensa se la reciprocità fosse un’applicazione gratuita del telefono, ce l’avremmo tutti. E la useremmo, la sprecheremmo persino. Pensa se tu mi bloccassi con l’auto perché sei una cafona inarrivabile e pensa se io non potendo uscire dal parcheggio mi incazzassi molto e però poi andassi a prendere un caffè e al mio ritorno non ti trovassi più e però nel tragitto avessi inviato con l’app una richiesta di reciprocità e così tu, mentre stai uscendo dal tuo garage una mattina di pioggia scrosciante con il cancello elettrico che fa le bizze perché c’è anche il vento, forte, pensa se tu con i cristi che ti viaggiano su e giù tra il cervello e la bocca e i figli dietro seduti male e con il suono delle cinture che non si allacciano e un ritardo accumulato già a livello mentale ti trovassi bloccata da un’auto lasciata così, davanti al tuo carraio. Pensa se, invece, tu incrociandomi per caso e parlando con me per qualche minuto, almeno una decina, andassi oltre i convenevoli e mi dicessi che ho una caccola gigante nel naso e porgendomi un fazzolettino di carta ti voltassi mentre io me la tolgo discretamente ma comunque riconoscente e poi io buttassi il tutto, civilmente, in un cestino all’angolo della via dopo averti salutato e allora sorridendo manderei una richiesta di reciprocità e pensa se tu, così, mentre sei in coda alla cassa incontrassi lo sguardo del ragazzo davanti a te che ti invita a passare avanti, tanto hai solo due cose al massimo tre e tu gli dici “davvero?” e lui ti rassicura, si si davvero e allora tu lo ringrazi e lui sente di aver fatto cosa buona e giusta e che sua nonna sarebbe fiera di lui anche se gli direbbe che non avevi una faccia davvero riconoscente e che comunque va bene essere buoni ma fessi no ma tanto sua nonna è morta, pensa se fosse viva che stronza.

Pensa se non ti importasse di andare a vedere cosa fanno gli altri. Pensa se agli altri non importasse di sapere cosa fai tu. Pensa se ognuno avesse le proprie ossessioni a vista così da dirla tutta e subito a chiunque, pensa se bastasse dirla un’ossessione o scriverla invece di pensarla, pensa se tutti dichiarassimo qual è la nostra ossessione. Pensa se sapessi che io canto Nuova Ossessione per calmarmi quando serve, pensa se ti dicessi che la mia ossessione me la tatuerei sul polso sinistro in un misto tra corsivo e stampatello come scrivo io che non uso un carattere soltanto e sarebbe solo abc scritto così, quasi di fretta e sbadato e pensa se si capisse davvero cosa significa,smetterebbe di essere un’ ossessione forse. No.

Pensa se cancellassimo la parola resilienza dai vocabolari, da tutto, pensa se potessimo con una bacchetta magica anche un po’ sfigata e improvvisata praticare l’Oblivion a tutti quelli che la usano a vuoto, pensa se lo facessimo quante braccia senza scritte, quanti tatuatori fermi con l’ago a mezz’aria come la cuoca con il mestolo che non ricordano più  qual era la parola e pensa se decidessero loro solo guardandoti in faccia di scrivere quel che gli pare e pensa se alla fine ti stesse bene così, pensa se avessero ragione, alla fine.

Pensa se i bambini fossero tutti simpatici o almeno più simpatici. Pensa se le persone non ti guardassero male perché dici che preferisci i cani ai bambini, come argomento e come compagnia. Pensa se non dovessi ogni volta dire siiiiiiiiii lo so che ho due figlie e mi piacciono molto sai perché mi piacciono molto? Perché non sono più bambine intese come bambine a forma di bambine con scarpe da allacciare e nasi da soffiare – non tirare su, in giù, soffia bene in giù, no, non su, giù- e comunque i bambini degli altri non mi piacciono, siiiiiii lo so che sono belli ma i bambini mi annoiano e non sto dicendo che sono brutti sto dicendo che non mi interessano, come le armi da fuoco e la MotoGP, non mi interessano. Pensa se non fosse così complicato ogni volta e alla fine dici solo si, belli, belli per fortuna esistono i bambini. E i cani.

Pensa se mannaggia a loro un giorno ti dicessero che da domani puoi uscire per fare quel che vuoi senza comprovate esigenze. Così. Basta, puoi uscire. Niente più allenamenti in videochiamata  con la doccia lunga quanto vuoi e calda quanto vuoi un attimo dopo aver pigiato il pulsante rosso e perso la faccia perfetta dell’istruttore che ti ha vista con i capelli di merda ma che ti dice che sei in forma perché occupi poco spazio nello schermo del cellulare e pensa se mai ti avessero detto che avresti apprezzato un siffatto complimento, adesso devi prendere la macchina e andare a sudare in mezzo ad altri dieci stronzi come te che non si arrendono al gluteo calante ma comunque a distanza e igienizzandoti di continuo. Niente più lavatrice che va mentre bevi il caffè, il secondo della mattina e rispondi alle mail con frasi che sarebbero fini a se stesse e servirebbero a chiudere la comunicazione se non fosse che dall’altra parte l’intenzione è quella di sfinirti di mail così da farti dire “basta si fa come dico io”. Pensa se ognuno si prendesse un pezzetto di responsabilità. Piccolo, quel che può, come la beneficenza. Pensa se ti dicessero che sei libero di uscire e tu non avessi nessuno da voler vedere e ti rendessi conto che da chiusi in casa a chiusi dentro non è il passo che è breve, è la predisposizione individuale che fa la differenza. Niente più movimenti ripetuti, sicuro come un non vedente in casa propria, niente più cassetti dove andare a sbirciare quando non è il momento per vedere se i sogni sono ancora lì. Pensa se non fossero plurali, i sogni. Pensa se fosse, alla fine solo uno, e pensa se ti sembrasse che uscendo svanirebbe, morirebbe di sete, non avresti il tempo di accudirlo, di osservarlo come fai con le ragazze che fanno lezione in camera e ti arriva il vociare della classe e ti sembra di vedere cose che altrimenti non vedresti e di sapere cose che altrimenti non sapresti e così è anche per quel sogno che se tu esci senza una comprovata esigenza un po’ lo tradisci, un po’ lo dimentichi, di nuovo, nel cassetto e poi le pagine del quaderno diventano gialle e la punta della penna si secca e tu resti con la biro a mezz’aria, come la cuoca con il mestolo. Pensa se bastasse un abc sbadato a cominciarlo, quel sogno.

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Tra me e me

 

“Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

Non usiamo una sveglia, una sveglia a forma di sveglia intendo, perché io ho un problema con il ticchettio delle lancette, mi manda fuori di testa. Non abbiamo mai pensato a una sveglia senza lancette, però, una di quelle che sono proprio sveglie, che le compri perché hai bisogno di una sveglia. Noi usiamo un vecchio cellulare solo per la funzione sveglia. Cioè, io. Perché lui usa me come sveglia, che non sono comunque a forma di sveglia. Questo telefonino, è un Blackberry nero d’annata, lo usiamo perché ha la suoneria della sveglia che va bene, non mi irrita. Quello in uso prima di questo, sempre un Blackberry ma bianco, aveva anche il suono delle onde e infatti avevo impostato quello, invece questo nero non ce l’ha ma abbiamo trovato un compromesso. Cioè, io, io l’ho trovato. Con me stessa e la mia soglia dell’irritazione bassa, bassissima, inesistente.

Una volta ho usato l’esempio del telefonino vecchio e del telefonino nuovo per spiegare come vedo io la differenza tra chi ha figli e chi non ne ha. Il telefonino vecchio è il genitore. Il telefonino nuovo non è genitore. Il telefonino nuovo fa un sacco di cose che con il telefonare c’entrano poco, è bello, tutto da scoprire, ha funzioni notevoli e prestazioni veloci. Quello vecchio fa foto di merda, se le fa. La memoria si riempie subito, devi sempre scegliere cosa cancellare e cosa tenere e ti accorgi di quanto poco importanti sono le cose che cancelli che, anzi, come hai fatto a conservarle così a lungo. Non prende ovunque ma prende dove non te l’aspetti. Ma soprattutto, il cellulare vecchio ha una batteria che non ti molla mai.

La persona a cui avevo tirato, in breve, questo pippone non aveva figli e subiva molto il fascino dei telefoni, mi avevano detto, che a me sembra folle innamorarsi di un apparecchio con la mela smangiucchiata impressa sopra, folle proprio. Ma io mi innamoro di borse monogrammate. E non ho sveglie perché il ticchettio mi manda ai matti, quindi non posso parlare della follia altrui.

Si, sono una di quelle stronze che ti dice che certe cose, se non hai figli, non puoi capirle. Perché lo penso, altrimenti non lo direi.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. “

Che poi le persone più belle che conosco di figli non ne hanno. Le mie amiche storiche, quelle proprio mie, quelle che mi porto dietro ad ogni trasloco come il vocabolario di greco, quelle che si sa che sono le mie e che, nel caso, me le porto via, me le tengo io se ci dovessimo dividere le cose. Anche le amiche più recenti, quelle del pezzo di vita dedicato alla pratica dello shiatsu, quelle che sono così diverse da me che se ci fossimo incontrate in un bar una avrebbe tenuto la porta all’altra senza nemmeno guardarsi, appena un cenno di ringraziamento per educazione e che invece la sorte mi ha concesso di incontrare a un certo punto della mia vita, in un certo momento, che il semaforo era rosso in qualunque direzione io cercassi di andare e c’erano quei pensieri, quelli che non si dicono, che li avevo da poco infilati in un borsone e nascosti sotto il letto, come per fuggire ma senza mai andare, però ci andavo a dormire la sera e con la mano scivolavo appena sotto la rete del materasso e toccavo ed era lì, il borsone, i pensieri, quelli che non si possono dire e allora non li dici. Ma sai che li hai pensati, tu lo sai che li hai pensati e che se anche sei riuscita- come?– a infilarli in un borsone e a cacciarli lì sotto li hai pensati. Guardando la finestra spalancata al terzo piano di quel palazzo durante una riunione. Il pedale dell’acceleratore in auto. Le rotaie del tram in centro.

A me piacciono tanto le persone senza figli, tranne quello del telefonino con la mela smangiucchiata, perché penso che potrei dirglieli i pensieri, quelli, e che forse non giudicherebbero perché loro non possono immedesimarsi e questo è meglio, è meglio se certe cose non puoi capirle.

Certe cose che poi sono solo pensieri, mica hai fatto niente, però esistono lo stesso, solo che nessuno lo sa, anche se non le chiami, se non gli dai un nome, anche se non le dici.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

A dividerci le cose, adesso, ci sarebbe da ridere. I libri li terrei quasi tutti io, è ovvio. Ed è ovvio perché io se immagino di dividerci le cose parto dai libri. Gli lascerei i suoi, quelli di Terzani sicuramente. Sarebbe un problema per quelli di medicina cinese e di taoismo e di filosofie orientali che ci fa incazzare ogni volta vedere che in libreria li mettono nel reparto “esoterismo”. Però lui è un uomo generoso, credo che molti me li lascerebbe e se li ricomprerebbe. I cani, i cani farei la matta per averli io, sul piccolo, il chihuahua blasonato e perfido nemmeno il minimo dubbio, è il figlio maschio che non ho avuto, prepotente e sbruffone ma anche il grande che è la sua ombra, che il mangiare lo vuole da lui, però è mio, sono andata a prenderlo una mattina di marzo dieci anni fa, mentre lui era a sciare, ho portato con me Cri e Pepe, lei aveva 7 mesi, e siamo arrivate in questa casa, una mezza cascina, dove avevano la cucciolata e lui era l’unico a pelo lungo tra dieci, i genitori a pelo corto e con le orecchie ben dritte e questo gli era uscito con un orecchio moscio e a pelo lungo, l’ho guardato e gli ho detto che lo sapevo come si sentiva a non assomigliare a nessuno e allora l’ho portato a casa nel trasportino del gatto e quella notte mentre lui piagnucolava fuori dalla porta della camera da letto e cagava in corridoio e mangiava il tappetino della cucina, quella notte non l’ho mica sfiorato il borsone dei pensieri che non si dicono ed era la prima volta, anche se il borsone l’avevo appena messo lì e non avevo ancora finito di riempirlo, ero ancora nel pieno anzi, però io quella notte non l’ho toccato e ho dormito come un bambino quando la storia finisce e si spegne la luce e tutto va bene.

Le mie foto da giovane gliele lascerei tutte, così mi ricorderebbe sempre bellissima e starebbe male perché la bellezza fa male. Cioè, a me fa male. La mia, quella passata.

Il vocabolario di greco via con me, per carità, subito. Perché ci pratico la divinazione dal 1995 e forse non avrei dovuto dirlo, però lui è il mio oracolo non potrei separarmene, io chiedo e il vocabolario risponde e tante volte non devo nemmeno interpretare troppo, tante volte è preciso e sintetico. Per esempio quando gli ho chiesto della storia con lui mi ha garantito che non avremo mai diviso nulla se non la sorte, buona o cattiva che fosse.

“Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

Mi sono accorta che si stava svegliando, ormai lo so, lo sento. Dal rimestare nelle viscere, le mie, anche se quello arriva per ultimo. Prima c’è il rumore sordo, che bello dire di un rumore che è sordo, si dice anche del dolore ma io non riesco, non per il mio, a me capita più il dolore muto. E lo stiracchiarsi lento, quasi indolente. Il lupo. Quello che mi vive dietro lo sterno, quello che sta nella gabbia toracica senza impazzire per il rumore del cuore, senza protestare ogni volta che prendo aria e butto fuori aria e prendo aria e butto fuori aria, resta lì e aspetta, dorme, aspetta. Mi sono accorta che si stava svegliando e non ho fatto niente per lasciarlo dormire, anzi. E così sono giorni e giorni, notti e notti in realtà, perché il lupo che mi vive dietro lo sterno preferisce la notte, che gira indisturbato e scava, annusa, ulula, fa quello che fanno i lupi, ma non quello che raccontano le pecore o i pastori, quello che davvero fanno i lupi. Lascia impronte. Cerca cibo. Aspetta ieratico e non si lascia avvicinare.

Il lupo che mi vive dietro lo sterno non mi farebbe mai del male, io non lo sapevo una volta, adesso lo so. E quando non dormo di notte gli parlo, gli racconto storie che conosce e che lo fanno addormentare, invece quando dormo di notte è lui che veglia, aspetta che io mi addormenti. Quando sono esausta io lascio che si svegli e che vada in giro.

Son cose che a dirle in giro ti prendono per matta ma secondo me è pieno di gente che ha un lupo dietro lo sterno o chissà cosa e non lo dice. Ma non è che se non lo dici il lupo o chissà cosa non esiste. Esiste, anche se non lo dici.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. “

Sposo le cause altrui sul lavoro e poi mi incazzo. Mi fa incazzare la mancanza di reciprocità, nella vita non solo sul lavoro.

Mi fanno incazzare un sacco di cose e poche persone comunque sempre per gli stessi motivi.

Blocco. Sui social come nella vita reale, ho bloccato anche dei ragazzini perché colpevoli di essere figli di quei genitori. Si, sono una di quelle stronze che pensano che no, le querce non fanno limoni. E comunque ai ragazzini i profili sui social andrebbero aperti chiusi. Che bello dire che devi aprire chiuso qualcosa. Faccio il dito medio se ti vedo in mezzo alla strada e non ho cazzi di vederti, purtroppo con una mano sola se l’altra è impegnata a tenere una delle mie borse monogrammate.

Sono morta, qualche volta. L’ultima è stato di notte, che nessuno se n’è accorto, solo il lupo. Il giorno dopo ero viva ma nessuno se n’è accorto, solo il lupo.

Non sono empatica. Mio marito ultimamente dice spesso “mi fa tenerezza” riferito a qualcuno o qualcosa verso il quale io contestualmente dico “mi fa incazzare”. La sua strada verso l’illuminazione sarà molto più veloce della mia, ma non sono invidiosa, che vada, se ci dovessimo dividere la buddità la prenderebbe tutta lui, Io non ci riesco proprio a non incazzarmi. Ogni tot tempo devo buttare giù, demolire, bruciare e poi vedere cosa rinasce spontaneamente. Rivolto il terreno, tutto. Poi aspetto. Quello che spunta lo curo, il resto non ci provo nemmeno a ripiantarlo. Non credo nella famiglia come istituzione sana e positiva, penso sia la culla di ogni male, quello per cui dobbiamo preoccuparci e occuparci di avere un borsone sotto il letto e cose da non dire come se a non dirle non esistessero. Quello per cui devi sperare di avere un lupo che vive dietro lo sterno e che resti svegli al posto tuo.

Quello per cui dici, altrimenti non potresti più pensare.

“Non preoccuparti. Hai sempre scritto e scriverai ancora. Non devi fare altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai.”

 

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Elenco delle cose che fingerò di aver capito durante questo periodo

 

Durante questo periodo ma solo per ammantarle di maggiore intensità, come se capire qualcosa durante una quarantena di oltre cinquanta giorni nel mezzo di una pandemia che però a me, sinceramente, non mi ha turbata manco di poco fosse frutto di un lavoro profondo condotto su di sé, di un’introspezione spietata. E invece no. Perché già avevo capito, perché già ci sono nata con quella cosa spietata verso di me, dentro di me, in fondo a me che più di così solo un’analisi delle ecografie di quando il feto ero io. Ma è perché non esistono, altrimenti pure quello avevo già fatto. Non esiste niente che racconti il mondo quando mi aspettava, esiste il mondo prima di me, il mondo con me, esisterà il mondo dopo di me. Non esiste niente che racconti il mio viaggio prima, cosa succedeva prima, se qualcuno aveva lo sguardo puntato verso di me che ancora non c’ero ma stavo arrivando. Niente. Qualche foto di mia madre con un pancione enorme, una bambina con un cuscino appallottolato sotto un abito a fiori che gioca a diventare mamma. Io e mia cugina mettevamo il cotone nella canottiera per fingere di avere le tette, poi a lei sono cresciute per davvero, io ancora aspetto ma ho tolto i batuffoli e la canottiera.

Oppure fingerò e basta e non avrò comunque capito per tagliare corto in una conversazione quando non voglio che diventi una discussione, sempre più spesso, una leonessa stanca forse, o solo qualcuno che sa di non avere tempo.

  • Sono molto più credibile come lettrice che come madre. Le persone mi chiedono un sacco di consigli sui libri da leggere, io li dispenso generosa come non sono di natura e interpreto la necessità, la soddisfo, come un erborista che prepara l’infuso giusto. Sono stata nominata per ben due volte, forse tre, dai miei contatti facebook per quel giochino 10 libri in 10 giorni, 7 libri in 7 giorni. Ovviamente non ho partecipato perché non me ne fotte di fare queste cose. Invece nessuno, nessuno dei miei contatti mi ha nominata per fare la sfida della mamma più felice: nomina anche tu una donna che pensi sia una mamma speciale e sfidala a postare una foto, una soltanto, nella quale si sente la mamma più benedetta del mondo. Zero. Nessuno dei miei 100 contatti scarsi (sono una pessima utente dei social) ha pensato adesso nomino Sonia che comunque essendo mamma di Benedetta detta Pepe una qualche cazzo di credibilità come mamma benedetta dovrà pur averla. Zero. Ho visto nominare persone che non conosco ma che hanno delle facce che insomma pensi che i figli proprio gli sono capitati, che glieli hanno attaccati ai fianchi per fare la foto, come le scimmiette al circo, Cristina ha una foto così, scattata al circo appunto, con mio padre credo, il circo è una cosa che si fa con i nonni, e ha una faccia terrorizzata e disgustata e vorrebbe essere altrove e anche la scimmietta comunque non voleva starci lì, si vede chiaramente. Ho visto nominare persone che conosco che è meglio se fingo di non conoscerle così almeno non saprei quello che so. Comunque, niente, come mamma non convinco. Sappiate, cari contatti,  che non avrei partecipato perché non me ne fotte di queste cose.

 

  • Di politica non bisogna parlare. Mai. Esattamente come fanno i politici, mai. E nemmeno di religione, che poi è noiosa uguale. Ho fatto una cazzata: sono andata sulle pagine social di personaggi che detesto, pubblici, politici, sedicenti politici, solo per vedere quale tra i miei contatti li seguisse. E ho visto. Già lo sapevo, cioè lo sospettavo, lo pensavo, lo intuivo ma adesso ne sono certa. E se allora prima di uno pensavo che si, in fondo, è solo un ingenuo segaiolo adesso penso lurido onanista, se prima di quello pensavo che si, è solo un ragazzo limitato adesso penso che è immerso in un livello di conoscenza preculturale nel quale sguazza beato come un ippopotamo nella propria merda, li ho visti gli ippopotami allo zoo che non si chiamano più zoo come quello dove andavo da bambina, adesso si chiama safari park, ma è quella roba lì, ci avevo portato le ragazze quando erano più piccole, che comunque andare allo zoo è una cosa che si fa con i genitori.

Ho sbagliato ma ormai è fatta, continuerò a non parlare di politica con queste persone e forse parlerò sempre meno di tutto il resto perché comunque c’è un problema, grande, di fondo e cioè che io sono dispettosa ma davvero. E siccome a me della politica non me ne fotte proprio, io non voto da decenni che pure quando andavo al seggio poi scrivevo robe estemporanee che pensavo, tipo haiku, sulla scheda elettorale, tre versi a contenere il mio disappunto, siccome a me puoi dire che a destra fanno schifo e a sinistra di più perché, tanto, non mi tocchi in nessuna ideologia, in nessuna idea, siccome è così, ecco, se io so che l’onanista punzecchiato su quella roba invece reagisce ecco, niente di più facile che io lo punzecchio solo per vedere se esce acqua, come gli hamburger quando li butti sulla piastra e si rimpiccioliscono e sai che è carne di scarsa qualità. Secondo me l’onanista si rimpicciolisce. Parlerò sempre meno fino a non parlare più, come una leonessa stanca. Come qualcuno che sa di non avere tempo.

 

  • C’è un sacco di gente che ha un sacco di amici addetti ai lavori. Quali lavori non si sa ma sicuro sono ammanicatissimi e sanno già tutto. Quando finirà la quarantena, quanta gente c’è davvero nelle terapie intensive, i numeri, i numeri che sono sbagliati, la scuola che no, non riprenderà, le mascherine, no, il giro che c’è dietro le mascherine, ingenua che sei, che sono, non sai che giro c’è dietro le mascherine? No, non lo so, so che sono contenta che alcune persone debbano tenerla su, gliela lascerei obbligatoria a vita ad alcuni. Io non ho amici addetti ai lavori, quindi non so niente in anteprima e con certezza e per vie traverse, so però che a molti piace sentirsi un po’importante, se non per qualcuno perché non c’è quel qualcuno, almeno per qualcosa.

 

  • I maschi sotto i diciotto anni hanno voci odiose. Sono inascoltabili. Per carità, le femmine si dividono in due gruppi: le peppie e le inesistenti. Le peppie sembrano quella mia prozia zitella che poi alla fine ce l’ha fatta pure lei, “ha trovato” dicevano le sorelle ammogliate di lungo corso, ma nonostante il buon esito della ricerca le era rimasto quel fare noioso, sempre a puntualizzare, a dire agli altri come cosa e perché e soprattutto era sempre considerata zitella, come se quello che aveva trovato fosse un accessorio. Le inesistenti invece sono quelle che ti accorgi che non ci sono a metà dell’ora, quando le chiami per consegnare il compito corretto e allora scopri che nemmeno le avevi segnate assenti. I maschi però. I maschi. Cioè, alzano la mano e quando gli viene data parola questi invece di rispondere chiedono “qual era già la domanda”. Io non potevo crederci. Poi è successa questa cosa della didattica a distanza e allora mi succede di ascoltare le lezioni e le interrogazioni e gli interventi, la correzione dei compiti. Io dopo dieci minuti che li sento parlare non ne posso più. Ci sono i fenomeni, quelli che hanno la madre che gli dice, sicuro, che sono molto intelligenti e forse lo sono pure però per favore non ditegli anche che devono sempre candidarsi a leggere a voce alta. O che tutto quello che dicono è, davvero, interessante. Ci sono i paraculo, quelli che hanno la madre che gli dice , sicuro, che sono belli e simpatici e forse lo sono pure però per favore ditegli anche di smettere di toccarsi in mezzo alle gambe quando parlano. Per favore.

 

  • Inglese mi fa schifo. Ogni volta che arriva una mail della maestra di inglese mi vanno gli occhi al cielo e impreco malamente. La maestra di inglese scrive le consegne dei compiti in inglese ovviamente e a me sale un urto, ma un urto, un urto che le risponderei in latino e che palle. Matematica, geometria e scienze via, potrebbero non esistere. Anche se ho finalmente imparato la formula dell’area del cerchio. Ma non l’ho capita. L’ho solo imparata. Storia è sempre la mia preferita, geografia mi uccideva da studentessa e continua anche adesso, la morte per noia me la immagino così, durante una lezione di geografia. In analisi logica sono ancora e sempre campionessa del mondo, Cristina arranca un po’, Pepe le spiega la differenza tra predicato nominale e verbale almeno una volta alla settimana, io sovraintendo e intervengo quando le frasi si complicano un po’ ma solo per aiutarla a ragionare. A quale domanda risponde? Il complemento, a quale domanda risponde? C’è sempre una domanda alla quale rispondere. Cri a volte non sa rispondere, io a volte non voglio rispondere. Come una leonessa stanca, come qualcuno che sa di non avere tempo. Come chi ha capito che la domanda è più importante della risposta.

 

  • Mi affascina la manualità che non ho. Sono nota per non essere in grado di fare alcunché di manuale, sarà per questo che guardo rapita per mezz’ore intere e senza mai distogliere lo sguardo quei video che mostrano i mille utilizzi di una bottiglia di plastica, cosa ci si può fare con un paio di forbici e della colla a caldo. Oh, la colla a caldo. Non saprei da che parte cominciare. Il tappo della bottiglia di plastica, non buttatelo. Se lo forate e lo incollate alla piastrella diventa un portaspazzolino da denti. Irripetibile.

E le ricette, i dolci, gli impasti e la glassa e la forma del Pan brioches e tutti quegli ingredienti che no, io non ho a disposizione e che anche se li avessi no, no verrebbe mai così. Io guardo e so che no, io no. Mai. E con un calzino vecchio si può fare una mascherina, basta un paio di forbici e le forbici sono la sola cosa che ho ma io no, io non so tagliare andando dritta lungo una riga tracciata su un foglio figuriamoci fare una mascherina con un calzino, no, io no ma come è bello guardarli questi che con le mani sanno fare tutto. No, io no. Il regalo per la festa della mamma fatto a scuola, mi dico, Sonia, mi dico, ricordati quello. Quale, quello? Si, quello, mi rispondo. Quello. Il bocciolo di rosa sul rametto, di creta, dipinto a mano. Quello, Sonia. Che sembrava la deiezione di un cane con del sangue raggrumato sopra, roba da portarlo dal medico e non alla mamma. Si vedeva tra tutti, appoggiati sul davanzale della classe, si riconosceva senza leggere il nome, la maestra non aveva nemmeno controllato, sapeva già quando me lo ha restituito per portarlo a casa. Gli altri erano bellissimi, il mio no, io no. Scusa mamma, te la rifarei quella rosa ma lo sai, mamma, verrebbe uguale a quella lì, che avevi riso guardandola e lo sapevo mamma, lo sapevo che era una schifezza, mamma, tu che con le mani sapevi fare tutto e io invece no, no, io no, però l’avevi messa lo stesso lì, mamma, ricordi, sul comò della tua camera da letto, mamma, dove appoggiavi i gioielli, mamma.

 

  • Posso vivere senza vedere o sentire la quasi totalità delle persone che conosco congiunti compresi anzi congiunti soprattutto. Ho pensato di essere una bestia, peggio di una bestia. Ho pensato di essere anaffettiva, completamente. A volte lo penso ancora, in certi momenti di certe giornate quando mi sembra di non aver capito niente, di essere qui come potrei essere altrove, ovunque, e che in fondo me ne fotto di cosa succede fuori, chi ci vuole andare fuori a vedere, a sentire la gente, tutta questa gente. Mi viene il groppo in gola, un pugnetto chiuso sulle tonsille quando penso che no, io no, non sono anaffettiva o una bestia , solo che io sono così. Solo così. Sono una che con le mani non sa fare niente, una a cui non pensi di associare le beatitudini della maternità, una che no, non gliene fotte di un sacco di cose. Una a cui non manca nessuno, perché le ragazze sono qui, lui è qui. Quando Cristina aveva un anno e mezzo e sua sorella era un abbozzo nella mia pancia ma c’era la sua ecografia che anticipava al mondo, a me, che lei stava arrivando e che quindi no, il mondo sarebbe cambiato e che no, io no, nemmeno io sarei più stata uguale, un pomeriggio Cri ci aveva presi per mano, a me la destra e a suo padre la sinistra e pensavamo volesse fare quella cosa del vola vola vola e invece lei aveva detto “mamma,papà, io, tutti” e avevo sentito il pugnetto chiuso sulle tonsille perché avevo capito la domanda, quella, quella che mi facevo di continuo da quando infilavo il cotone nella canottiera e mai un cuscino sotto il vestito, no, io no, io mai  e che mi sembrava di ripeterla e basta, come la formula dell’area del cerchio, di ripetere una cosa che però no, io no, io non la capivo e invece lì, con la mano stretta sul pugnetto di Cri ecco, lì, capivo la domanda, quella, e iniziavo a lasciar perdere le risposte, come una leonessa stanca, come qualcuno che sa di non avere tempo.

 

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Giorni buoni

 

Il piede lungo come la piastrella, la piastrella lunga come il piede. Corrispondenza perfetta. A questo pensa la bambina mentre mette un piede nella piastrella e poi l’altro nella piastrella successiva e poi rimette il primo piede nella piastrella che viene dopo e poi ancora l’altro piede nella piastrella che segue senza interruzione. Senza fuga. Lo fa anche da seduta, piega la gamba, ginocchio sotto il mento, piede nella piastrella, piega l’altra gamba, altro ginocchio sotto il mento, altro piede nella piastrella. Le serrande tirate giù, un adesivo di plastica a ricoprire i vetri inferiori della porta finestra oltre la quale c’è il balcone, lungo e stretto, che affaccia sul cortile, a far da elle c’è il balcone dei vicini, Laura si chiama la mamma dei vicini, sorride e guarda la Carrà o Corrado, all’ora di pranzo. Sono all’ultimo piano, il nono, in primavera Laura si affaccia per controllare le sue figlie che giocano in cortile. Ogni tanto anche la bambina gioca in cortile con loro e con gli altri bambini, poi il signore del primo piano si affaccia e urla, la lattaia esce dal retro del negozio e urla. Il problema è il pallone dei maschi, finisce sulla macchina coperta dal telo grigio di uno, sbatte sulla porta e sulle bottiglie di latte vuote infilate in ceste rosse di plastica dell’altra . La lattaia si ubriaca, dicono, per quello le strisciano le parole in bocca, forse perché è veneta, dice un ragazzino che è più grande e sa cose che gli altri non sanno, i veneti si ubriacano. Ogni tanto anche la nipote della lattaia gioca in cortile, nessuno le chiede se sua nonna beve ma il ragazzino, lui, lui si, le chiede se è vero che sono veneti. Lei risponde di si, lui guarda gli altri ed ha lo sguardo scafato, calcia il pallone, il signore del primo piano si affaccia, tutti scappano dietro le macchine parcheggiate, ridendo.
Adesso no, però. Adesso le serrande stanno giù. Se suo fratello sbatte contro il vetro non si taglia, c’è la plastica adesiva che impedisce alle schegge di cadere all’interno. Suo fratello corre ma soprattutto salta. Dal divano a terra, da terra al divano, dal divano al tavolino, dal letto alla scrivania, salta e non sta mai fermo. È piccolo, ci vuole pazienza con i piccoli. La bambina non sa cosa sia la pazienza pensa che sia come aspettare. Allora si mettono lì, a terra, con i Puffi, con le macchinine quelle che cambiano colore se le metti nell’acqua fredda, con i Robot con le braccia che si trasformano, seduti a terra, con le serrande abbassate che a cadere giù dal nono piano dopo non ti raccolgono nemmeno con il cucchiaino le dice sempre sua madre e la bambina si immagina la scena, mai dal lato del cortile, sempre dal lato della strada, dove c’è la sua stanza, sempre davanti al portone, tra l’ingresso della latteria e quello della panetteria, si immagina sua madre con un cucchiaino in mano che no, non riesce a raccoglierla, perché la bambina pensa sempre che sarà lei a cadere, nel caso. Non sua madre. Sua madre è sdraiata sul divano, sotto un plaid di lana pruriginosa a scacchi, con spesse frange alle estremità, debole, sente il vociare di sottofondo dei due che giocano e non sa che la bambina non gioca. Mette il piede nella piastrella, la piastrella lunga come il piede, il piede lungo come la piastrella, un piede dopo l’altro, una piastrella dopo l’altra. Corrispondenza perfetta. Senza fuga. In un tinello con un cucinino, parole che non esistono più che indicano uno spazio che non esiste più, un piede dopo l’altro guarda suo fratello e aspetta. È così che si fa con i piccoli.

 

 

 

La donna le abbraccia entrambe, le sue figlie. Sul divano sotto le coperte di pile, morbide e lisce, senza disegni, rombi, scacchi, senza fastidi o pruriti. Guardano un film che fa paura, Lo Squalo, è un sabato pomeriggio, sono le tre così-si sono dette- per questa sera abbiamo smaltito lo spavento e andiamo a dormire tranquille. Ridono tutte e tre e si accovacciano sotto le coperte, sistemano i cuscini dietro la schiena, la donna in centro, le due figlie sotto le braccia, sembra un uccello con le ali spalancate e la figlia più grande schiaccia il tasto play e prende in giro la madre e la sorella e la figlia più piccola si stringe al fianco della madre e dice “dimmi quando posso guardare” e la madre dice “non lo so perché anch’io mi copro gli occhi” e ridono, ancora, tutte e tre, allora la donna capisce che può chiuderne solo uno di occhio, che deve guardare e dentro di sé ripete tanto è tutto finto è solo un film, il pescione è di gomma, ma è lei che deve dire adesso si, adesso no, è a lei che tocca essere forte, su quel divano. Poi l’imprevisto, lo squalo che emerge con la bocca mostruosamente spalancata e nessuna delle tre se l’aspettava, che la figlia grande aveva chiesto una fetta di torta, allora un pezzetto anche la figlia piccola e allora si, la donna le ha tagliate e appoggiate su due piattini da frutta e ha staccato un pezzo di scottex ciascuna dal rotolo sulla penisola in cucina ed è tornata a sedersi, lì in mezzo a loro, e le ragazze hanno detto che era venuta davvero buona e le hanno detto “brava, mamma, sei stata brava” e il cagnolino le era saltato in braccio un po’ per amore e un po’ perché c’era cibo sul divano ed era stato allora che era comparso anche lo squalo, quando mangiavano la torta sul divano con il cane e non si erano coperte gli occhi e non avevano prestato attenzione alla musichetta e allora avevano urlato tutte e tre insieme e il cane non capiva e si era prodigato in leccate consolatorie sulla faccia di una, dell’altra, della terza e poi ancora dall’inizio e quelle urlavano e ridevano contemporaneamente e viste da fuori sembravano sceme ma non c’era nessuno a vederle da fuori. E comunque la corrispondenza era perfetta.

 

 

È autunno, forse inverno, si portano cappotti, si va all’asilo e si resta in classe, non si va fuori a giocare. La bambina deve andare dal dottore, di nuovo. Lei va spesso dal dottore, sempre diverso. Tutti dottori gentili, con il camice bianco, parlano con i suoi genitori e poi la fanno, sempre, sedere su uno sgabello che gira e gira e gira e gira e gira e gira finché non è dell’altezza giusta. L’altezza giusta è quella che le consente di poggiare il mento e la fronte contro un macchinario freddo. Dall’altra parte il dottore le dice di guardare e dire “dov’è il cane? Dentro la casa o fuori dalla casa? Di che colore è il tetto della casa? Il cane è uno o sono due? “Quel giorno però è diverso. Si siede su una sedia grande come una poltrona, il dottore spegne la luce e in fondo alla stanza si illumina la parete e compaiono le lettere. La bambina va all’asilo, si, ma sa riconoscere le lettere. E le sa mettere insieme una dopo l’altra: t e l e f o n o, f r a t e l l i n o, c a m e r e t t a. In questo modo non balbetta, una lettera dopo l’altra con calma. Con i numeri no, non è capace, non le interessano i numeri, non c’è niente che possa dire con i numeri. Le indica una lettera difficile, ha l’occhio sinistro tappato, è la c dura. La K. Il dottore ride, non ha mai visto niente del genere, una bambina così. La c dura, la c dura fa ridere. La bambina non ride. La bambina non parla se non le rivolgono domande. La bambina non pensa che la c dura faccia ridere. Le tappano l’altro occhio. La bambina non vede più. Il dottore la fa scendere dalla poltrona e le dice parole che lei non capisce tutte insieme sa solo che lui in mano ha un cerotto marrone enorme, quadrato-di che colore è il cerotto che ha in mano il dottore? Di che forma è il cerotto? Lei piange. Non vuole piangere davanti agli estranei e il dottore è un estraneo ma dietro di lui ci sono mamma e papà e allora lei piange perché siano loro a vederla ma loro non possono farci nulla e allora il dottore fa quello che deve e le incolla il cerotto quadrato e marrone sull’occhio destro. Il solo dal quale vedeva, adesso non c’è più distinzione tra colori, tra lettere, forme, adesso che la portano in quel negozio bellissimo e le fanno scegliere quello che vuole che mai, mai una cosa così, mai era successo di poter scegliere e la barbie che ha tra le mani è seduta su una poltrona viola, come la poltrona su cui era seduta lei prima e la bambina la sceglie e sbaglia a dire il colore del vestito, no, non sbaglia, non lo vede e la commessa non capisce e la madre si commuove e poi vanno a prendere il fratellino, se non si è schiantato contro qualche finestra, a casa dei nonni e lì c’è anche suo cugino grande che non c’è quasi mai perché vive lontano e viene solo quando i suoi genitori stanno per lasciarsi finché non si lasciano davvero e allora lui non viene più, resta con il padre e c’è anche lo zio, un ragazzino con pochi anni in più della bambina, nemmeno dieci, nove mal contati, e la nonna apre la porta e vede la bambina con il cerotto marrone e la butta sul ridere e il fratellino no, non si è schiantato e lo zio e il cugino quando la vedono iniziano a ridere e le dicono di nascosto che ha il cerotto sull’occhio sbagliato perché le hanno lasciato scoperto quello storto e lei vorrebbe piangere e sente le lacrime e la pelle che tira intorno all’occhio per colpa della colla bagnata e vorrebbe che sua madre gli mollasse un ceffone a quei due, che sua nonna gli dicesse di levarsi di torno ma non lo fanno e allora lei non piange, perché no, perché non piange davanti agli estranei. Così ha deciso, ora che non può più distinguere le persone. Sono tutti estranei.

 

 

 

Suo marito le aveva telefonato che era una mattina normale. Alla fine della telefonata niente era stato come prima. Faceva caldo, era maggio. La donna aveva risposto distrattamente, sapeva che era lui, non aveva tolto lo sguardo dal computer, pensava le chiedesse qualcosa di lavoro invece aveva accavallato frasi sconnesse, qualcuno non veniva alla festa della figlia maggiore, chi non si capiva, il perché non si capiva.
“Calma.
Racconta con calma.” Aveva detto lei.
Ma lui non era agitato, lei lo sapeva, lei lo conosceva. Era incredulo e a lui non piaceva essere incredulo perché non vedeva i contorni della sua stessa incredulità e a lui non piaceva non vedere i contorni a meno che non fosse lui a disegnare senza contorni, come i Macchiaioli, a meno che non fosse lui a decidere che la linea che delimita il tutto è l’orizzonte, in barca, al sorgere del sole, quando si leva l’ancora e si va via di bolina.
Aveva raccontato quel che era accaduto.
Lei si era tolta gli occhiali e fatto quel gesto con l’indice e il pollice della mano destra di massaggiarsi il naso, tra gli occhi, dove ha i solchi lasciati dalla montatura, nonostante le compri sempre più leggere porta gli occhiali da troppi anni per non aver segni.
“Va bene-aveva detto lei- Tizio e il suo clan non verrà alla festa, meglio stiamo più larghi. Sento il ristorante e rimoduliamo i tavoli, poi spiegheremo alla bambina il perché. C’è un perchè? “Aveva chiesto lei, ancora.
Tizio aveva detto “niente di personale”.
Lei aveva riso. Niente di personale è già qualcosa di personale. Tizio aveva blaterato cose che riguardavano lei, Tizio si era fatto un’idea, ecco, aveva detto proprio così, che si era fatto un’idea, aveva poi fatto riferimento al fatto che lei non avesse ambizioni lavorative, che sua moglie lei invece guadagnava molto e che comunque non era niente di personale, le aveva riferito suo marito. La donna se lo immaginava Tizio che diceva “niente”con quella dizione stentata che sembrava dicesse gnente e gli si accumulava la bava agli angoli della bocca cadente. Non mi hai fatto gnente faccia di serpente, non mi hai fatto male faccia di maiale. Si ,Tizio da bambino doveva essere stato uno sputazzone del genere.
“Scusa, se si preoccupa di quanto guadagno io la cosa diventa personale, direi. Ad ogni modo, mi stanno facendo un favore grande come una casa. Se tu non la vedi così mi dispiace molto per te, ma io sono felice, si sono autoeliminati e mi hanno tolto una serie lunghissima di rotture di coglioni sotto forma di inviti e controinviti per il futuro.”
Questo era stato in sintesi il discorso di lei.
Lui aveva riattaccato.
Lei aveva scritto una mail. Una soltanto. Alla quale non si aspettava risposta, altrimenti avrebbe telefonato. Ma no, non voleva sentire risposte. Voleva dire esattamente quello che pensava, senza nemmeno omettere la parte del favore, travestendola solo un po’. Aveva cliccato invio senza la minima esitazione come si preme un grilletto quando sai che si tratta di legittima difesa. Non per lei, il pericolo non era per lei. Per sua figlia. Per sua figlia avrebbe preso a ceffoni anche il padreterno ammesso che esistesse e che si azzardasse a tirare in ballo sua figlia, figuriamoci Tizio o chi per lui, perché il punto era- è- solo uno per quella donna: i bambini non si toccano. Sua figlia non la sfiori nemmeno per sbaglio. Mai. Perché non c’è niente di più personale.

 

La bambina teneva la scala ferma, arrampicata in cima sua madre smontava le tende dai ganci per lavarle. Ogni gancio una parolaccia.
“Mamma non si dice.”
“Si che si dice. Quando ci vuole ci vuole.”
“E quando ci vuole?”
“Ci vuole quando ci vuole.”
Sua madre era campionessa di tautologia.
Perché si, perché no, perché lo dico io, perché due non fa tre, perché è così, perché perché perché.
La bambina guardava le caviglie di sua madre, erano magre, ossute. I piedi con le vene blu in rilievo infilati nelle ciabatte appoggiate, instabili, sui gradini uno dopo l’altro, lei con le gambe divaricate e le braccia, magre ma non ossute, a tenere ferma la scala.
“Se cadi?”
“È un casino, se cado. Ma non cado.”
La bambina pensava che sua madre potesse cadere. Suo padre no, non sarebbe mai caduto. Suo padre aveva la pancia. Le caviglie spesse. Le braccia grosse, tirava giù i materassi e li metteva in corridoio per insegnarle a fare le capriole anche se lei era imbranata fisicamente. Così dicevano. Non era coordinata. Era pigra. Anche la maestra diceva no, no, a lei datele solo che da scrivere. Lei sperava che non la facesse leggere a voce alta, in classe. Oh, la bambina leggeva meglio di chiunque altro e più di chiunque altro. Ma nella mente. In silenzio.
Alla bambina non piaceva quello che sentiva dalle persone, quando dicevano che lei era imbranata. Lei aveva paura ma nessuno le aveva mai chiesto se era così. O perché? Lei non avrebbe mai risposto ho paura perché ho paura. Lei avrebbe spiegato.
Alla bambina non piaceva quello che sentiva delle persone, di alcuni. I suoi zii per esempio, non le piacevano. Facevano quella cosa di guardarli, di guardare suo padre, come se fosse povero.
Suo padre aveva sempre macchine che facevano ridere i suoi zii. Però in tutte le macchine, gli zii non lo sapevano, c’era un tasto che era il tasto del Turbo. A un certo punto mentre lui guidava chiedeva  alla bambina e al fratellino “metto il Turbo?” E loro urlavano di siiiiii e la madre diceva “dai per favore” e il padre metteva il Turbo. Davvero, andavano davvero più veloci quando schiacciava quel tasto e la bambina e il fratellino si schiacciavano tutti contro il sedile, la schiena appoggiata indietro che sembrava una scena di Supercar. E poi loro andavano sempre al mare. Non avevano mai saltato un’estate, mai. Il padre caricava tutti i bagagli nell’auto, la madre sbrinava il frigo e lo lasciava aperto, poi partivano, di notte così la bambina e il fratellino dormivano per lungo, i piedi di uno in faccia all’altra e la corrispondenza era perfetta. I poveri mica vanno al mare tutte le estati. E poi i poveri possono smettere di essere poveri se diventano ricchi, sapeva con certezza la bambina. Invece quelli che sono stupidi non possono smettere di essere stupidi, come il suo compagno Diego, che la maestra lo aveva messo accanto a lei sperando che per osmosi succedesse qualcosa, evidentemente sapeva la maestra che la stupidità non è contagiosa mentre sperava che l’intelligenza lo fosse ma purtroppo per Diego non accadeva niente. La bambina pensava che essere bocciati così tante volte come i suoi parenti e andare a scuola per fare due anni in uno e copiare agli esami e farsi scrivere i temi- come si fa a farsi scrivere un tema , come si fa a prendere le idee di un altro– non fosse una cosa di cui vantarsi. Eppure si vantavano o qualcosa di molto simile al vantarsi, a sembrare furbi mentre visti da fuori si è solo stupidi. Però succedeva sempre che sua madre bilanciasse. “Si è stato bocciato, ma l’anno dopo è andato bene.”
Certo, ha ripetuto. Il sei dell’anno dopo era dato dalla somma dei due anni.

“Non va bene a scuola perché la scuola non è fatta per persone come lui.
Non saprà fare l’analisi logica come la sai fare tu ma almeno non tiene sempre il muso come fai tu.”
E così via, la bambina sapeva che per gli altri esistevano sempre delle giustificazioni e aveva il sospetto che se avessero dimostrato che lei sbagliava, se anche lei era sbagliata, allora avrebbero sanato gli errori degli altri. Compresa sua madre.

 

 

 

La donna macina chilometri su chilometri, conosce quel tratto della tangenziale ad occhi chiusi. Le sue figlie sono agoniste. Lei si riempie la bocca con la parola. Non le frega un cazzo delle prestazioni in gara, le piace il suono della parola agonista, la sente bella larga in bocca, da una guancia all’altra, agonista, agonista,agonista.
Tanti anni fa si era accomodata su una poltroncina di velluto davanti a una dottoressa senza camice, magrissima, ossuta, con gli occhi azzurri e spalancati come una bambola seduta e le aveva detto tutto d’un fiato “sono qui perché mio padre ha paura che ammazzi le mie bambine”. Aveva scelto la parola ammazzare, non aveva detto uccidere, uccidere suona delicato, lento, accettabile. Ammazzare è duro, fa paura a chi lo ascolta, fa paura a chi lo dice, non a lei. La donna è abituata ai suoni duri, alle zeta, ne ha due nel cognome, una fatica da che ha memoria, quel cognome sempre sbagliato da tutti, la vergogna di sentirlo pronunciare a voce alta e di dover correggere, non osava, quante volte ha lasciato che lo sbagliassero come se fosse colpa sua.
La donna è una formatrice, va nelle aziende, raggruppa i lavoratori e fa formazione nelle materie in cui è specializzata. Parla davanti agli altri e le sembra, ogni volta, un miracolo, un suo piccolo e fottuitissimo miracolo e alla fine tira su il dito medio a se stessa, a una serie indistinta di soggetti che le hanno abitato la testa e dice “si, cazzo. È andata. Parlo e scelgo le parole e questi mi ascoltano e faccio l’appello e faccio attenzione ai cognomi”, soprattutto a quelli stranieri, a quelli dell’Est che sono difficili e che non pensino che fa lo stesso, che si possono sbagliare così i cognomi e quando li pronuncia cerca con lo sguardo la persona e dice “spero di averlo pronunciato correttamente”. E lo dice pensandolo. E riconosce lo sguardo di ringraziamento, per quella che è una cura, un’attenzione stupida che costa niente.
La donna dice un sacco di parolacce perché le pensa, non c’è verso, non riesce a pensare senza le parolacce. Le pensa, le dice. Le sceglie anche se poi usa sempre le stesse : sposta quella cazzo di sedia, prepariamo sta cazzo di cena, se non importa a te della gara sai a me che me ne fotte, fai come ti pare ma non mi parlare di quella merda, pensala come vuoi ma non mi sfrangare i coglioni.
Sembra pesante viverci insieme ma in realtà le dice in un modo che poi uno non se ne accorge più. Una volta la mamma di una ragazzina che si allena con la sua figlia maggiore le ha detto “le dici con eleganza”.
La donna ci tiene che le figlie si allenino e abbiano passione. Non sono imbranate, sanno fare capovolte e stare in equilibrio dai tempi della scuola materna, frequentavano un corso extracurricolare di babygym, attività motoria in inglese. Così lei si sentiva una grande mamma, a loro diceva “jump like a monkey” la sola cosa che avesse capito durante la lezione aperta e quelle saltavano e si portavano le mani sotto le ascelle urlando.
La dottoressa senza camice aveva sbattuto le palpebre e senza alcuno stupore le aveva detto “no, lei non ammazzerà le sue bambine”. La donna aveva sentito un suono di metallo in fondo alla pancia, come un cucchiaino che cade su una piastrella.

 

 

La bambina aveva una memoria eccezionale, davvero. Fotografica, soprattutto. E poi coglieva tutti i dettagli, le scarpe, la borsa, il colore dell’auto. Ricordava tutto quello che le succedeva e anche quello che non le accadeva ma che la sfiorava. Iniziava a mettere da parte ricordi e insieme ai ricordi le emozioni collegate e più di altre il rancore. Oh, la bambina era una bambina rancorosa ma non lo poteva affermare con certezza. Non erano anni quelli in cui le emozioni andavano di moda tra i bambini. I bambini erano tutti felici, per definizione. Avevano l’acetone e le placche, facevano i capricci e bisognava ricordargli di non far fare brutte figure. Basta. La bambina no, non lo sapeva che quello era rancore. Lo sentiva, lo intuiva, lo ingoiava nonostante le placche e il dolore ma non lo poteva sapere. Pensava che ricordare fosse una qualità. Fosse utile. Se ti ricordi tutto allora puoi rispondere quando qualcuno non ricorda più. Invece, avevano iniziato a dirle che no, che era un difetto. Che non poteva rinfacciare. Ma non è rinfacciare, è ricordare, diceva lei. “No. Rinfacci. E vivi male, vedi, vivi male a ricordare anche le cose brutte. Lascia perdere, no? Vivi male.”
La bambina non era assolutamente d’accordo. Lei viveva bene ricordando. E poi mica puoi dire a qualcuno di dimenticare. Non è come buttare la carta del gelato nel bidone in fondo al marciapiede. No, la bambina sapeva che ricordare non poteva essere sbagliato. “Va bene, ricorda e vivi male. Ma non dirlo. Almeno non dirlo sempre tutto quello che ricordi, che vivi peggio. E la gente si offende.”
Ma se hanno detto o fatto una cosa che ora io ricordo come possono offendersi? Pensava la bambina che però era solo una bambina e con i bambini ci vuole pazienza. Che è come aspettare.

 

 

 

 

La donna aveva il terrore di perdere la memoria. Come sua nonna che se l’era divorata quella bestia di malattia di merda, sua nonna che non riconosceva più suo nonno, impossibile anche solo da pensare perché quei due a vederli da fuori chiunque pensava Dio, Dio, la corrispondenza è perfetta e invece lei un giorno lo aveva visto sulla porta della cucina e gli aveva detto che doveva andarsene, perché sarebbe rientrato suo marito che era geloso. La fine. Erano finiti i giorni buoni per sempre. La scorta del tempo a disposizione si era esaurita. La donna se li teneva stretti nel cuore quei due vecchi, più belli di come non fossero, impossibile, erano bellissimi, lei con gli occhi neri e lui con gli occhi verdi, lei con la pelle olivastra e lui bianco come il latte, lei sbadata, lui meticoloso, lei riccia, lui il suo capriccio. La donna aveva paura di dimenticare ogni cosa allora ricordava tutto. Ripassava il tema dell’aoristo, i paradigmi dei verbi latini più difficili, gli anni in cui erano state scattate le fotografie senza girarle per spiare e controllava solo alla fine e poi faceva il dito medio così, per aria, a nessuno, a se stessa, a quella bastarda malattia-fottiti– e scriveva come in preda al delirio, come se fosse l’ultima cosa da fare prima di andare. E c’erano gli altri, comunque. Sempre gli altri, i Tizio, gli stupidi, le mamme delle amiche delle figlie, era impossibile scrivere senza scrivere di qualcosa e di qualcuno e misurando sempre le parole e questo si e questo no e allora dico solo di me così nessuno si offende, così non cerco di convincere nessuno-maledetta sucata che infili citazioni sucate– ma anche così non andava bene, c’erano ricordi che non poteva mettere in piazza però poteva trasformarli in storie e le storie quelle si sa, basta scrivere che i riferimenti sono puramente casuali. Ecco. Avrebbe fatto così, pensava la donna.
Incontrò un uomo un giorno, uno che scriveva davvero, per vivere, lei scriveva perché era viva ed era diverso eppure non tanto quanto sembra e parlando allora aveva detto, lei, che si, aveva capito, per scrivere non bisognava avere paura del giudizio degli altri, non si poteva scrivere se si aveva timore di cosa avrebbe pensato chiunque, Caio, la moglie di Tizio, lo zio scemo, il compagno di banco, la lattaia ubriaca, i veneti.
“Per vivere.” Aveva detto lui, l’uomo.
“Cosa?”, non aveva capito la donna, ancora nel pieno delle sue spiegazioni.
“Per vivere non si deve avere quel timore, non per scrivere.”
“Non vedo la differenza.”
Aveva concluso la donna, unendo le mani, sotto il mento, con una corrispondenza perfetta.

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Cose che volevo dire da un po’

 

Sono tra due specchi a figura intera, quello dietro di me lo tengo a una certa distanza, volutamente, come il parrucchiere quando deve mostrarti il taglio scalato, per dare più volume. I difetti, da dietro, sono i peggiori e i pregi, da dietro, sono i migliori. È difficile intervenire, dietro. Anche un semplice prurito alla schiena non è che da solo lo risolvi facilmente, anche riconoscersi da dietro non è semplice. Ho un neo rotondo sulla spalla sinistra e una macchia di caffè sul braccio destro, due fossette al termine della schiena che se camminassi a testa in giù, poggiandomi sulle mani anziché sui piedi sarebbero precise e perfette le fossette per la mia faccia da culo. Altri elementi per riconoscermi, da dietro, non li ho. Si, c’è il taglio. Scalato, per dare più volume. Nello specchio davanti ci sono riflessa io girata di spalle rispetto allo specchio posteriore. Mi guardo guardarmi, a distanza. Volutamente.

Sono stata l’altra, l’amante, per tre anni. Non ne vado fiera, ovviamente. Non è quel tipo di situazione nella quale vorrei si trovassero le mie figlie però è una cosa della vita e le cose della vita ci riguardano tutti, se siamo vivi e viviamo. Ero molto giovane o comunque abbastanza giovane da potermelo permettere come investimento di tempo, non nutrivo alcuna speranza, lui non me ne aveva date perché era onesto. A questo punto, in genere, scoppia la risata oppure arriva lo sguardo incredulo: onesto uno così? Uno come lui? No, non uno come lui. Lui. Con me, onesto con me. Con lei mica erano affari miei.

Io di lei non sapevo niente e ho pensato di tutto. Inizialmente che fosse una donna molto impegnata e sicura di sé, poi che fosse scema, tanto. Perché io sarei venuta a cercarmi e a prendermi a calci nel culo, invece niente. Poi ho pensato che fosse disabile, per quello non veniva a cercarmi. Con la mia migliore amica facevamo ipotesi, io dicevo che era in sedia a rotelle, che non aveva le mani, le dita, i piedi, lei annuiva e diceva “no, Soniè, non penso. Semplicemente lui è un paraculo e lei non ha voglia di dover mandare per aria tutto. Se ti cerca e ti trova poi cosa fa? E non vuole. Soniè, non ha voglia di vedere.”

La mia migliore amica è sempre stata fighissima per quella cosa che fa di annuire e dirmi no contemporaneamente che solo per questo quanto bene le voglio.

Questa cosa delle mani e delle dita, degli arti assenti insomma, a me agita moltissimo. Quando ero incinta volevo, ad ogni visita, che il ginecologo contasse dieci sopra e dieci sotto, due mani e due piedi, lui mi parlava di vescica, reni, milza, tutto in sede io pensavo bla bla bla  e dicevo “si molto bene dottore ma lei mi conti le dita”- “ma non è un indice diagnostico” rispondeva lui- “senta, mi diagnostichi l’indice, il medio, il pollice e tutto il resto che lo so io”.

Ero molto giovane o comunque abbastanza giovane ma ero una ragazza che viveva da adulta. Lavoravo e studiavo, il mattino portavo mia sorella a scuola, andavo a riprenderla alle 13.30 per il pranzo e poi due volte a settimana aveva il rientro pomeridiano. Ritiravo la pagella del primo quadrimestre, la portavo a catechismo. Alle feste di compleanno, cercavo le vie, il civico, le davo il regalo impacchettato. A judo, poco, è durata poco. A danza, è durata poco anche quella ma un po’ di più. L’avevo portata io a fare il richiamo di non so quel vaccino e i miei genitori non mi avevano firmato alcuna delega, mi sono beccata il cazziatone dell’infermiera, non potevo anche se ero maggiorenne, ma insomma, ma in che mondo viviamo se un genitore nemmeno si presenta a far fare i vaccini ai propri figli? Senza delega firmata niente vaccino. Le avevo strappato quel cazzo di foglio dalla mano e con l’altra avevo preso la bambina, percorso il corridoio, spalancato il portone ed ero arrivata al parcheggio.

“Sai che facciamo? Facciamo così, che adesso io compilo questo modulo, lo firmo e torniamo su, se quella stronza ti chiede qualcosa tu rispondi che si, siamo tornate a casa e abbiamo fatto firmare a mamma il foglio, eh? Che dici? Facciamo proprio così, ecco, adesso io scrivo qui il nome di mamma, il mio nome e facciamo che mamma ha firmato“. Ero abituata a puntare dritta al risultato.

L’altra, cioè la moglie, io ero l’altra, non era disabile comunque. Era una donna adulta che viveva da ragazza, da quel che ho capito, poco, ma va bene così. Non mi sentivo in colpa, non c’era quella cosa della solidarietà femminile o almeno io non ce l’avevo e non penso di avercela nemmeno ora. Non divido gli stronzi in maschi e femmine, non mi aspetto una condotta perché appartenenti allo stesso genere, ero e sono una sostenitrice della responsabilità personale e del fatto che esistono i nomi per dire le cose e soprattutto per pensarle le cose e che se non hai quelle parole allora non puoi pensare quelle cose e allora non puoi dirle e se non puoi dirle il tuo livello di responsabilità è diverso e se è diverso, dal mio, allora non abbiamo niente da spartire, mi dispiace. No, non è vero, non mi dispiace.

“Ma tu staresti con uno come me?”

Mi aveva chiesto così, era l’estate del 2003, fine giugno, era nato l’ultimo dei miei cugini quel giorno, mi toccava la visita in ospedale e non me ne fregava niente, di un cugino che anagraficamente avrei potuto partorire e dei suoi genitori, del cameriere che portava a me un macchiato e a lui un caffè normale  che non c’era niente di normale a stare seduti lì al tavolino di quel bar alle cinque del pomeriggio e poi vedere la sua faccia cambiare espressione perché aveva intravisto sua cugina passare, “perché non puoi prendere un caffè con una cliente?” e avevo pensato, perché abbiamo cugini, a cosa servono i cugini, quanti cazzo di cugini ci sono nel mondo e avevo canticchiato in testa la canzone quella di Claudio Bisio che fa quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia e questi pescatori greci…

“No, con uno come te mai. Ma con te si”.

Ci si confonde, a parlare intendo.  Si dice una cosa e si pensa che il significato sia chiaro invece no, bisogna intendersi sul significato. Faticoso. È per questo che sto smettendo di parlare sempre e con tutti o con molti o con abbastanza. Con tutti non ho mai parlato. Si dice zona di confort, resilienza e io me li vedo alcuni che sono andati un attimo prima su google a cercare e hanno letto ma non hanno capito. A me la resilienza fa schifo, chi dice resilienza mi annoia e chi vuole uscire dalla propria zona di confort ma poi non svuota il cestino della carta in ufficio o trema se gli chiedi un elenco dei clienti che segue per definire una strategia commerciale mi farebbe tenerezza se fossi incline alla tenerezza ma non lo sono. Quindi mi fa incazzare, perché sono incline alle incazzature.

Forte. Forte non è il contrario di sensibile. Non è che se mi dicono che io ero forte e l’altra, cioè la moglie, io ero l’altra, era sensibile funziona un qualche ragionamento perché manca proprio il ragionamento. Questa retorica della forza mi ha stufata. Tutta questa sensibilità che nell’allocazione delle risorse è stata destinata interamente a tutto il resto dell’umanità tranne che a me ha rotto le palle. Allora, io non sono forte. Non riesco ad aprire il barattolo nuovo della marmellata certe mattine, non sposto facilmente il divano per pulire. Io non mi lamento, è diverso. Io mi arrangio. Io resisto ma no, non sono forte. Io sono debole. Fragile. Insicura. Io detesto quelli che usano tre aggettivi di seguito perché mi sembrano “quelli del marketing” che non so, non so come facciano a rivendere le loro idee, comunque non sono debole, fragile e insicura. Sono debole. Fragile. Insicura. E la sensibilità altrui raccontata da narratori esterni mi fa alzare lo sguardo al cielo e cadere le braccia lungo i fianchi, proprio che le getto giù, quasi a terra e l’espressione sofferente del mio volto intende dire solo una cosa “eccccheeeeepalllleeeeeee”.  Più dei presunti sensibili odio i loro esegeti che pretendono da tutti la stessa cautela che adoperano nel parlarne, la stessa delicatezza. Perché i sensibili patiscono. Il tono di voce, sgarbato. Le parole, dure. Gli atteggiamenti, risoluti. Le richieste, pretese. Gli scherzi, di cattivo gusto. Le opinioni, giudicanti. L’ironia, fuori luogo. No, non sono sensibile, cioè se mi viene dato un pugno in faccia sento male, se muore qualcuno a cui voglio bene piango, da sola, in bagno o in auto o in ufficio o sotto la doccia che così si confonde, se sento un rumore improvviso mi spavento, se guardo un film violento chiudo gli occhi durante le scene maggiormente disturbanti. Ma questo mica fa di me una sensibile, una da raccontare come sensibile, dai.  Forte, forte suona meglio, suona antico, suona da sempre nella mia testa come un motivo maledetto, un jingle inventato da quelli del marketing non troppo bravi con le parole, forte suona e risuona bene ma senza dirlo troppo forte, che dà fastidio, poverini, ai sensibili.

Senza bile. Io sono senza bile. Non ho la colecisti, mi è rimasto il fegato a sputare fuori il liquido magico ma non posso abusarne perché manca il magazzino, non ho scorte, un po’ come quando compri sul venduto. Ho qui le cicatrici che me lo ricordano di fare attenzione, le vedo riflesse nello specchio, una in particolare, una x bianca appena sopra il fianco destro. Impercettibile, aveva detto il chirurgo. Che bella parola, gli avevo risposto. “Chi non lo sa nemmeno se ne accorgerà”. Vero. Ma chi non lo sa difficilmente mi vedrà l’addome nudo. Chi non lo sa non cercherà una cicatrice. Chi non lo sa non mi importa. Io la trovo subito, la vedo subito, come l’errore quando controllo un lavoro altrui, mi basta far cadere appena l’occhio ed eccolo lì. Pignola cagazzo, pensano. Lo so che lo pensano, lo penso anch’io quando controllo un mio lavoro e trovo l’errore subito. Come la parola che manca nel gioco delle parole intrecciate “ma come fai a vederla?”. La cerco. Si perde sensibilità sulle cicatrici, mi viene da sorridere. Sarà per quello. Però prudono, prudono come nessuna altra parte del corpo può prudere. Mi guardo, riflessa nello specchio anteriore e potrei disegnarmi ad occhi chiusi, lo scalino dei cesarei appena sopra il pube, le x bianche impercettibili sull’addome, l’ombelico triste che ha fatto il suo dovere e adesso nessuno se ne cura, le spalle larghe, tipiche delle donne forti, il seno di una vecchia adolescente, mai cresciuto per davvero. Le cosce allenate, faccio quella cosa di avvicinarle per vedere se c’è lo spazio, si, allora va bene, non sfregano. Mi guardo come davanti a una vetrina che non importa cosa è esposto ma come mi vedo. Il viso, le orecchie senza i nove orecchini collezionati da ragazzina e tenuti fino a pochi anni fa, fino al giorno in cui ne ho tolti sette, compreso il cerchiolino d’oro che mi faceva da piercing sulla cartilagine. Mia madre si innervosiva quando ero bambina e mi doveva legare i capelli, perché sono sottili e scappano dappertutto, mai una treccia ferma, mai una coda senza qualche crine sparato fuori, si arrabbiava proprio, perché non avevo preso i capelli da lei, ricci e voluminosi, no, io no, come mio padre, lisci, piatti, nemmeno i capelli da lei. Al culmine del nervoso mi dava delle sberle sulle orecchie, perché era impossibile. Ci rimediavo una coda di merda e le orecchie rosse per un po’, lì, sul padiglione dove anni dopo avrei messo il piercing. Non se n’è mai accorto nessuno di quell’orecchino fuori posto, non era esibito, chi non lo sapeva non lo cercava, non se lo aspettava nemmeno. Avevo rinunciato ai capelli lunghi e soprattutto alle code, prima un taglio fino alle spalle e poi via via sempre più corto. Spettinato. Scalato. Per dare volume. È venuto bene, alla fine, si vede, si vede bene. Nello specchio alle mie spalle.

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