Fregature

Il 3 di gennaio dell’anno in cui avrebbe compiuto 42 anni la Donna pensò che sarebbe morta. Non prima o poi come sanno gli esseri viventi ma proprio in uno di quei trecentosessantaerotti giorni rimanenti. Il pensiero arrivò come arrivano certi pensieri, che sembrano fatti da altri e allora li osservi per capirli o anche solo per vederli, per presentarti. Sdraiata sul divano con le gambe piegate appena, oltre la linea delle ginocchia unite la parete e sulla parete un quadro e nel quadro degli alberi e tra gli alberi una Donna che cammina, nessuno può sapere se si tratta della stessa Donna o solo di una donna, a nessuno importa.

A squarciare lo sguardo due cose: la voce della Donna che dice il pensiero a voce alta e il Marito che passa davanti al quadro proprio in quel momento impedendone la vista completa e trasformandolo, di fatto, in un altro quadro.

Il Marito pensa che la frase sia rivolta a lui, come ascoltatore. La Donna non sa perché quel pensiero le sia uscito a voce alta, non sa nemmeno se è davvero suo, potrebbe essere preso in prestito da qualcuno, forse dalla Donna del quadro.

Il Marito e la Donna si guardano, lui sembra molto alto oltre le ginocchia della Donna e sembra molto altro, pensa la Donna ma questa volta non lo dice e non sa perché. Non sa nemmeno perché non gli dica subito scusa, pensavo tra me e me non c’entri te. Lei sembra molto sola su quel divano ma meno di quanto vorrebbe, pensa il Marito e non lo dice nemmeno questa volta perché sa che lei dopo si sentirebbe in colpa. Sa che le chiede il perché, perché pensi che morirai quest’anno?

A questo punto il malinteso è irrecuperabile. Anche a dirgli che la frase non era per lui, non era per nessuno, non era nemmeno una frase ma solo un pensiero, anche a dirlo ormai è detta. Ormai è sentita, che è peggio che detta, se possibile. La Donna si mette seduta per metà, allunga le gambe e tira su la coperta grigia, regalo della mamma di una compagna di sua figlia, piccolo pegno di riconoscenza per un pigiama party di qualche anno prima, il Marito sembra alto ma non più di quello che è, sembra quello che è e molto altro. Il Marito si siede sul bracciolo, il quadro è più visibile di prima ma ancora non completamente, manca il terreno si vedono solo le chiome degli alberi, capelli su teste senza corpi o radici.

Se muori mi freghi. Le dice così, è sufficiente perché lei capisca cosa intende, cosa significherebbe quell’atto così umano e definitivo che chiamiamo morte nella sua vita, non più la loro, solo la sua. La morte di lei nella vita di lui sarebbe una fregatura rifilata, una patacca, un inganno bambinesco, una truffa mal architettata. La Donna lo sa perché loro se lo ripetono spesso e allora lo ha imparato, come una definizione, lo sa così, come sa l’art.2697 del Codice Civile, come sa che non ha niente da far valere, di conseguenza non ha niente da dimostrare.

Ecco perché la Donna dice che lo sa. Anche se le viene da piangere da un posto lontano che arriva all’improvviso, anche se non le importa, in fondo, di fregarlo. Perché lei pensa che morirà tra poco e non può dispiacersi per lui, deve commuoversi per se stessa, non può occuparsi di lui, deve preoccuparsi di se stessa. Non può dargli spiegazioni o cercare di farsi scusare, non può perdere tempo che non ha più, non può sentirsi in colpa perché non è colpa sua, non è colpa di nessuno, forse solo del pensiero che bastava non dirlo per lasciar perdere.

Preferisco così, comunque. Morire prima di te. Quest’anno mi scoccia morire, certo, ma va bene morire prima di te.

Il Marito le ricorda la loro differenza di età.

Non importa, te li cedo quegli anni lì. Tanto io non saprei come viverli senza di te, tu si. Tu te la cavi meglio in queste cose, io no. Ti chiamerei di continuo, sai. Sarebbe un’invocazione unica, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. E ti parlerei molto più di quanto non faccia adesso e mi incazzerei se non rispondi e scambierei per risposte segni, qualunque segno, anche la cacca di un piccione sul cofano dell’auto io lo prenderei come un tuo segno. Non puoi farmi vivere così. Tu invece faresti le tue cose, quelle senza di me, ti apparecchieresti anche la tavola lo so e metteresti il vino nel calice giusto, io no, senza di te mangerei in piedi dalla ciotola del Tupperware facendo a metà con il cane senza nemmeno lavarmi le mani mentre ti parlerei con la bocca piena diseredata e reietta.  

Non importa, te li cedo quegli anni. Non sopporterei il tuo funerale, manderei tutti a cagare, direi che non possono parlare di te, nessuno può farlo, solo io, io sola posso pronunciare il tuo nome, io sola, solo io posso raccontare il bene che hai fatto e il male che hai ricevuto, il dolore che hai sparso girando le spalle e la gioia spudorata del tuo sorriso il mattino presto quando il giorno ancora non sa di essere tale. Caccerei tutti come farisei dal tempio, non permetterei a nessuno di avvicinarsi, di vederti, di sfiorare il legno di quell’ultima barca, di portare fiori, di frugare tra ricordi come bestie tra i rifiuti. Nessuno potrebbe ricordarti, solo io, io sola, per tutti i giorni, ogni giorno, per la vita con me e anche quella prima nella quale sono entrata dalla porta della tua voce le infinite volte in cui hai narrato a me, a me sola, chi eri e cosa facevi mentre mi aspettavi.

Non importa, te li cedo quegli anni. Tu sai fare meglio di me, sai che non voglio niente di religioso e la foto deve essere bellissima. Nessun accenno a bontà che non ho, nessuna pretesa di riabilitazione, ho odiato moltissimo, ancora odio, potrei devastare per la forza dell’odio che nutro. Ho amato immensamente, ancora amo, potrei costruire un pianeta chissà dove con la quantità di amore che nutro.  Nessuna concessione alle emozioni di cui non soffro, si rammenti questo: io soffro di emozioni, alcune. Gli altri le provano, lo so. Io ne soffro. Se proprio ne ho provate è stato solo per capire se mi andavano bene oppure no. Nessuno sproloquio che cerchi di dare conforto al dolore dei nostri figli, abbracciali per me perché sarà la prima volta in cui non potrò farlo.

Non importa, te li cedo quegli anni. Conserva l’onestà che ci ho messo, soprattutto quella di pensiero. Perdona la mia incapacità di mediare. Ricorda i nostri segreti e poi disperdili, che nessuno possa conoscerli quando arriverai anche tu, ne avremo di nuovi, ce li racconteremo da principio, li inventeremo, ci faranno ridere, tu solo saprai quanto ti sono mancata, solo tu lo saprai e ne piangeremo insieme quando me lo racconterai e sarò io ad aspettarti questa volta.

Il 31 Dicembre dell’anno in cui ha compiuto 42 anni la Donna pensò che non era morta. Non del tutto. Dedicò un pensiero alla parte di lei che si, era morta, senza dare disturbo, senza pretendere necrologi o lapidi, come muoiono le cose che abbiamo concluso, che sembrano fatte da altri, che le osservi e te ne congedi con educazione. Poi versò del vino in un calice, imboccò il cane con un pezzo del salmone che stava mangiando, si lavò le mani. Il Marito davanti a lei, nello sguardo intero, lui è il solo che sa se si tratta della stessa Donna.         

(A Fausta ed Ezio, che si sono sposati in inverno.)

Eccezioni

La notte porta scompiglio. Che poi io non so nemmeno dirlo, ho un difetto di pronuncia, dico gli e sembra iii. Che poi me lo hanno detto, a me non sembra. Che poi è così che funziona con i difetti, in genere, sono gli altri che ce li indicano. Alcuni sono molto bravi nel farlo. Ho trascorso l’infanzia ostaggio dei miei cugini: “dì coniglio, teglia, caviglia, maglia”. Poi ho imparato a dire che due coglioni e hanno smesso. Lui invece mi imita e poi mi dice “pensa se mi chiamassi Moglia o Foglia o Paglia di cognome”. Non ti avrei sposato, gli rispondo. Ogni volta, sempre, lui dice così e io rispondo così.

Che poi a me sembra di dirlo benissimo, non lo sento proprio il difetto quindi vivo come se non ci fosse. Però c’è, sarà per quello che non trovo mai l’appiglio nelle notti di scompiglio che passano da un fianco all’altro per non arrendersi alla posizione supina, quella è la fine, quella è quella della fine. Che poi se un difetto non lo vedi vuol dire che non c’è oppure c’è ma non è così difettoso come sembra? Vivere come se non ci fosse significa che fingi che non ci sia? Ma se per te non c’è si può parlare di finzione? Ma se la gli andasse pronunciata come la pronuncio io e nessuno lo sapesse ancora? Cristina mi ha detto che, in fondo, l’eccezione è convinta di essere una regola: “cioè, se tu la osservi dal suo punto di vista lei ti dice non vedi che sono una regola, non vedi che cuoio si scrive cuoio e non quoio. Vuoi dire che questa è un’eccezione? A me che sono cuoio questa sembra una regola”.   

A volte, la notte quando c’è scompiglio, Cristina è il mio appiglio. Non si dovrebbe dire, lo so, i figli sono altro. Sono altri. Lo so, lo difendo come principio ogni giorno, non intendo come Principio ma solo come principio, come inizio di ogni giorno, di ogni discorso con loro, su di loro, per loro. Ho smesso di difendere Principi, ho smesso di mangiare carne e fumare, ho smesso di guardare Grey’s Anatomy, ho smesso di rinviare. Anche Pepe è il mio appiglio, quando mi cerco indietro e non mi trovo, la guardo e penso che non si tratta solo dello spermatozoo più veloce, a volte, ma della migliore combinazione possibile di cellule. Poi penso ad altri e invece mi rendo conto che quella è stata la sola volta in cui sono stati i migliori. Cristina è il posto sicuro dove riflettere, una grotta, una casa in penombra, uno specchio che riflette quello che vorresti essere nella tua condizione migliore. Pepe è lo spazio aperto dove osservare, cielo e mare sottosopra, il sole allo zenit, lo specchio dove osservi i cambiamenti e ti riconosci solo nelle smorfie che sono rimaste uguali.

La notte porta scompiglio, cerco i miei appigli, conto gli sbadigli e li confondo con gli sbagli.

Siamo nel periodo della Mariafelicina. Anch’io avevo la mia Mariafelicina. Ogni brava ragazza ha avuto la sua Mariafelicina. Mariafelicina è la compagna, anche di un’altra sezione, che tu proprio: no, non sai, ma come si fa, ma che davvero, ma perché. Quella. Quella che dice una serie di idiozie e la gente intorno a lei pensa siano cose intelligenti, profonde, intrise di valore. La Mariafelicina in genere ha già le fattezze di una Barbie in un mondo di Skipper dove i tuoi coetanei sono la versione economica di Big Jim e di Ken non se ne vedono all’orizzonte. La Mariafelicina ha capelli che non sono mai grassi e unghie che crescono già arrotondate e con la lunetta bianca, mentre tu riesci a scheggiare lo smalto mentre lo stendi perché con la mano sinistra non sei capace di applicarlo e non vai nemmeno a buttare la spazzatura se prima non lavi, di nuovo, i capelli. I genitori di Mariafelicina hanno denti bianchi, sembrano fatti dall’Idealstandard. Il papà ha il motore della macchina per esprimere la sua virilità e dei jeans attillati che terminano sulle sneakers da cinquantenne che ne ha fatte tante ma meno di quelle che millanta. La mamma di Mariafelicina è anche la sua migliore amica, perché è stata Mariafelicina e perché sì, perché Mariafelicina è una di quelle ragazze che sorridono dicendo “mia mamma è più un’amica, la mia più grande amica, io a lei confido tutto”. Tu rabbrividisci. Forse perché patisci il freddo, invece no, è l’immagine di tua madre e dei tuoi segreti nello stesso pensiero. Mariafelicina ha sempre la pancia scoperta senza tracce di peluria. E poi la Mariafelicina, in genere, è molto impegnata perché fa ginnastica ritmica o danza e deve preparare il saggio e tutti devono sapere che lei deve preparare il saggio.

La mia Mariafelicina aveva un nome stranissimo, di quelli che non si sentono tanto anzi nemmeno poco, un nome raro, dicevano ammaliati i suoi cortigiani, io pensavo che rare sono anche certe malattie per le quali non c’è cura, insomma si fa presto a dire raro ma mica è detto che raro sia bello, altrimenti bisognerebbe dire che bel nome e non che nome raro. Guardavo il suo viso privo di imperfezioni ormonali e mi sembrava che fosse stato disegnato con un compasso, rotondo perfetto, preciso, roba da calcolarci il raggio e il diametro, a sapere la formula. Rideva per niente e portava i capelli dietro l’orecchio contemporaneamente, un tic pensavo io, no, un vezzo mi correggevano i cortigiani. Giusto. Io ci ho provato, lo ammetto, a fare la stessa cosa, non se n’è mai accorto nessuno, solo mia madre che guardandomi stranita mi chiese: “perché ridi come una scema e ti gratti la testa? Hai la forfora?” Fine del mio vezzo.

Ho incontrato la mia Mariafelicina trent’anni dopo. L’ho riconosciuta subito, nessuna esitazione, un cinquantenne con i jeans attillati e le sneakers ha fatto una battuta insignificante e lei ha riso portandosi i capelli dietro l’orecchio. Stesso viso rotondo ma con zigomi e labbra in 3D. Ci siamo salutate come due che non smaniavano dalla voglia di incontrarsi e trovarsi faccia a faccia con la propria adolescenza mentre sei un attimo occupato a vivere quella dei tuoi figli e stai combattendo con la nuova generazione di Mariafelicine. Perché no, io non sono amica delle mie figlie e nemmeno le voglio sapere le cose che raccontano alle amiche e nemmeno voglio che le mamme delle loro amiche me le dicano perché siamo amiche no, grazie. Perché non ci credo a certe relazioni, perché non sono così e quindi non posso essere una madre così, posso essere la sola madre che sono, la sola persona che sono e nelle notti di scompiglio afferro le mie figlie come un appiglio nonostante tutti i miei sbagli e trovo il senso, non il Senso ma il senso, la direzione, il percorso, il senso di marcia e questo è quello che loro fanno per me e sono per me e so che forse non è giusto ma sono loro che me lo danno il senso “di qui mamma, da questa parte”.

Però una cosa è certa: la vostra Mariafelicina è anche la mia Mariafelicina. Combatteremo insieme il suo approccio gioioso a ogni cagata, lo stupore decerebrato con cui guarda il mondo, l’allegria sprigionata grazie a un indulto, la sintassi denudata che esibisce.  Saremo eccezioni alla regola che impone di definirle solari, spigliate, estroverse. Saremo eccezioni alla regola che impone di definirle. Saremo eccezioni in un mondo di Mariafelicine. E ci convinceremo di essere regole, in un mondo di Mariafelicine.

Ultimamente

Ho comprato un olmo, un bonsai. Per il nostro ventesimo anniversario, è stato lunedi scorso e non abbiamo festeggiato perché cosa vuoi festeggiare di lunedi? Le ragazze si allenano, io ho il corso di tedesco e gli animi, in generale, sono quelli del lunedi. Non c’ è mai da festeggiare.

L’olmo ha vent’anni, anche lui.

L’ho scelto nelle settimane scorse, prima ho cercato su Internet, ho mandato qualche mail e poi ho telefonato.

Non volevo un olmo, mi piaceva il ciliegio e ne avevo trovato uno meraviglioso nel tripudio della sua fioritura ma è da esterno e noi non siamo ancora in grado di occuparci di un bonsai da esterno, sapevo che lo avrei preso per la bellezza e poi lo avrei tenuto in casa per la paura e sarebbe morto.

Sapevo già tutto perché non si tratta di conoscere i bonsai o i ciliegi, è più quella cosa del conosci te stesso. Sapevo. So.

Poi mi ha infastidito la commessa di questo superbo vivaio nel cuore di Torino, in un gioco di incroci tra portici e rotaie del tram. Si, è vero, io sono stata un po’ insistente con le rassicurazioni che pretendevo, con le domande che ponevo, con i dubbi che  muovevo ma la verità è che lei mi ha infastidita dalla voce, la sua, la voce figa di chi sa che ti sta facendo un favore a venderti un ciliegio bonsai di vent’anni nel pieno della sua festosa magnificenza. Io non ho la voce figa, mai.  E non faccio favori.

Mi ha mandato le foto, dopo la telefonata abbiamo iniziato uno scambio di messaggi, per fortuna nessun vocale perché non li avrei ascoltati.  Già i termini per il ritiro o la consegna hanno rivelato una scarsa propensione alla collaborazione. Il lunedì sono chiusi. Capisco ma non posso cambiare giorno, se il dodici aprile cade di lunedì non posso spostarlo. Venga prima. E dove me lo metto prima? Lo regali prima. Non è possibile, può consegnarmelo il lunedì in ufficio? Anche se siete chiusi al pubblico magari fate le consegne.

Si, le facciamo ma non fuori Torino.

Chi le ha detto che sono fuori Torino?

Allora venga lei.

Ma siete chiusi e poi io sono in ufficio, non posso andare via così.

Vabbè, se il bonsai le piace un modo lo troviamo.

Allora le ho chiesto se potevo metterlo nel roccioso e mi ha risposto domandandomi cosa fosse un roccioso e ci ha aggiunto la faccetta stupita.

Il mio pensiero è stato adesso vengo là nel cuore di Torino tra portici e rotaie e la faccetta stupita te la tolgo a suon di calci in culo trasformandola in una faccia di dolore. Poi ho controllato se esiste la parola roccioso e l’ho trovata: giardino roccioso, composto da piante e rocce. Cara la mia  sabauda vivaista. Le ho mandato la definizione chiedendole per favore di non domandarmi da quali rocce fosse composto il mio roccioso perché la geologia non è il mio campo.

A quel punto i nostri rapporti erano già evidentemente deteriorati, era una gara a chi è più stronza cosa che a noi donne riesce sempre anche se stiamo per lunghi periodi senza praticare, è un attimo rimetterci in pista.

Quindi niente ciliegio.

Per stizza e incomprensioni semantiche.

E per paura.

È che lo so quanto ci vuole a tirare su qualcosa per vent’anni, a curarlo per vent’anni, si arriva a un punto che sai cosa rischi e non vuoi rischiare.

Sono solo numeri, dice Lui, non contano.

Sarà.

Ma io che i numeri non li ho mai capiti, come la geologia e un ‘infinità di altre cose sempre molto pratiche perché, bisogna dirlo, ho maggiori difficoltà a capire le cose che sono cose piuttosto che le cose che sono idee, io che i numeri non li ho capiti mai so che servono proprio quelli per contare.

Forse Lui intende che non si contano, che non serve.

Sarà.

A lui non serve. A me si, infatti io li conto. Ho scritto venti crocette su  un foglio a righe ma non in fila, li ho scritti come scarabocchi quando parli al telefono, una piccola pioggia disordinata di ricordi. Un segno per ogni anno, dentro ogni anno dodici mesi, dentro ogni mese quattro settimane e una trentina di giorni, dentro ogni giorno ventiquattro ore per sessanta minuti ciascuna e attraversati da sessanta secondi ognuno, sbatti le palpebre, ricomincia dai sessanta secondi e fanne minuti fino a sessanta in un’ora e poi contane ventiquattro per sette giorni per quattro settimane per dodici mesi per venti volte.

Vent’anni.

Roba da usucapione insomma.

Che poi è una data convenzionale, quella in cui è entrato nella mia vita con la leggerezza di un appuntamento buttato lì come un maglioncino sulle spalle, ad aprile può fare molto caldo anche a Torino ma anche, ancora, molto freddo.

Quell’aprile faceva caldo, Lui era reduce da una febbre e da una settimana di antibiotici.

Io ero solo reduce da qualche mia battaglia anche se non ricordo quale.

Da quella sera di aprile di vent’anni fa la vita ha preso strade diverse, la sua, la mia, fino a diventare la nostra, dopo, a un certo punto, altrove e a restare comunque la sua, la mia. Questo è stato il lavoro più difficile. Quell’aprile è il punto di partenza dal quale conto per orientarmi, come per ritrovare l’auto fuori dal supermercato.

Questo aprile fa freddo, ecco perchè il ciliegio mi sembrava un prodigio in miniatura, nel mio roccioso i tulipani faticano a spuntare, non se la sentono ancora, osservo ogni giorno i progressi: fa capolino quello viola, forse più sicuro di quello bianco, di quelli neri non c’è ancora traccia. So che fioriranno perché li hanno piantati le mie figlie, fossi stata io lo scorso autunno  a occuparmene sarebbero morti sotto terra. Aspetto. Mi viene bene.

Alla fine ho chiamato il bonsaista storico della città, quello che ha il nome che già sembra una specie di bonsai, gli ho chiesto se aveva piante di vent’anni per un anniversario, è stato zitto, sentivo lo sfregamento delle sue dita contro la barba sul mento ho immaginato, il respiro regolato dalla presenza di tutte le piante ordinate intorno alla postazione dalla quale mi parlava, il cassetto del registratore di cassa che scatta, il campanello della porta che suona quando questa si apre.

Si, mi ha detto, interrompendo la polifonia del suo mondo con la voce di chi ci ha pensato e poteva risponderti solo si o no e risponde si.

Per una fortunata serie di eventi ha spostato da qualche tempo il negozio a cinque minuti a piedi dal mio ufficio e io non lo sapevo, ecco vedi, mi sono detta. Nessun dubbio.

Sono andata con Cristina, era con me quel pomeriggio, dopo teatro e prima di andare a prendere sua sorella a tennis, come ogni venerdì, solo che aveva il braccio al collo perchè noi abbiamo passato la Pasquetta in sala gessi, io e lei. E l’ortopedico di turno. E la radiologa sgarbata e  l’infermiera Conci “adesso a casa ti fai dare da mamma un bel foulard e tieni il braccio su”.  Come può pensare che tu abbia dei foulard? Ti ha vista? Mi ha chiesto Cri.

C’è una bella vista dalla sala gessi di quell’ospedale, è al quarto piano, lo sguardo si allarga su Torino, sulla collina, il fiume. C’eravamo state cinque anni fa, quella volta però era una frattura vera. Questa volta solo una brutta contrattura, ha vinto un bendaggio rigido con qualcosa con lo zinco che non ho capito e un riposo di otto giorni. La volta scorsa un mese di gesso, a ridosso degli esami di passaggio cintura, doveva prendere la cintura verde. Anche adesso è a ridosso degli esami, deve diventare cintura nera, aspetta questo momento da otto anni, da quando ha iniziato. Cinque anni fa c’era una bella vista ma non l’avevo vista, ero reduce da una battaglia e pensavo a dove spostare la mia vita.

Tutti mi hanno chiesto se si fosse fatta male a Karate. No. Perché quello lo sa fare. Si fa male sempre fuori dal tatami, sempre mentre fa cose che sono cose che in genere non fa. La cintura verde poi l’aveva presa al termine di una prova impegnativa e anche commovente.

Cristina ha approvato l’olmo, lo abbiamo guardato per un po’, è piccolo per avere vent’anni ho detto, non c’entra la grandezza con l’età mi ha risposto il Signor Bonsai, lo abbiamo rinvasato due anni fa, bisogna potarlo tra quindici giorni, magari dica a suo marito di venire così lo potiamo insieme la prima volta.

Gli piacerà? Ho chiesto a mia figlia.

Si, mamma. Secondo me non se l’aspetta.

L’olmo ha un significato importante, ho scoperto. È meno bello del ciliegio, si, va detto. Meno colorato, non fiorisce e non sussurra sulle labbra voglio fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi, non incanta lo sguardo.

Però è solido. Ha le sue certezze, si vede. Va verso l’alto e un po’ si curva ma in modo dolce, come per ascoltare un bambino o il ciuffo verde che ha alla base del tronco, sono piantine che gli sono cresciute lì così, mi ha spiegato il Signor Bonsai, sono spuntate spontaneamente e si possono lasciare in modo decorativo o magari al prossimo rinvaso le posso spostare e lasciarle vivere in autonomia.

Vedremo, appena saranno pronte, ho risposto.

La giusta quantità d’acqua, radici resistenti, potatura poco impegnativa ma comunque necessaria, ha vent’anni e non si direbbe. Abbiamo possibilità di farcela, gli ho detto, mentre lo lasciavo per il fine settimana in ufficio, sull’asse del wc tirato giù, lontano dai termosifoni e nel solo punto dove gli arrivasse la luce e gli ho chiesto, per favore, di non morire, promettendogli che casa nostra gli sarebbe piaciuta, avevo già immaginato il posto, nell’angolo verde del salotto, sotto il quadro quello nostro, in cui lei è sdraiata e legge e lui le è seduto accanto,guarda le vele in mare dalla finestra, in quell’angolo c’è anche un Ficus, sai, pure lui bonsai e sta resistendo e poi a casa c’è Lui che è bravo con voi e ci sono io che sono brava con Lui e anche noi stiamo resistendo, in alcuni periodi meglio in altri peggio ma abbiamo imparato a proteggerci dal vento, a ripararci dalla pioggia, a coprirci per il freddo e a scoprirci senza essere visti, abbiamo anche noi un paio di rinvasi pesanti come battaglie alle spalle, le radici hanno tremato sai, cercavano la presa nel terreno e non la trovavano più, non c’era molto a cui ancorarsi e abbiamo pensato che fosse finita, soprattutto io l’ho pensato, invece bastava aspettare, solo che non mi veniva ancora bene, non lo sapevo fare ecco perché mi facevo sempre male.

Il mio ovviamente

Perdo lo sguardo, il mio ovviamente. Lo perdo a cinquanta centimetri, mica tanto, ma lo perdo. Resto così, alzo gli occhi dallo schermo e dai numeri, dalla prima nota della banca, dalle causali che alcuni clienti scrivono nei bonifici, roba di fantasia, nessuna cognizione che per saldare una fattura sia sufficiente indicare il numero della stessa, l’abbiamo emessa noi, se ci dite il numero sappiamo cosa abbiamo fatto, forse. Invece no, scrivono cosa pagano come un post su Instagram, prima o poi mi aspetto qualcuno che alla fine della causale inserisca anche “cit” o che ci spieghi il perché ha deciso di sottoscrivere un contratto con noi, dai, siamo curiosi, racconta un po’.

Tanti anni fa la segretaria di un cliente disse “veniamo da voi solo perché siete vicini”. Di lei si sono perse le tracce, noi ci siamo spostati, io ancora di più, fra due mesi saranno sette anni che mi sono rintanata in una sorta di torre d’avorio da dove continuo a svolgere il mio lavoro senza che nessuno mi veda, senza vedere nessuno, solo sentendo di tanto in tanto e facendomi sentire poco, sempre meno, che non mi va.

La motivazione della vicinanza era valida, però. In effetti reggeva. Poi a me le persone che dicono le cose per come le pensano, in fondo, fanno simpatia. Sono quelli che non pensano e dicono che vorrei bruciare su pire perenni.

Ho esagerato, lo so. È un mio difetto. Però lo penso.

Avevo una professoressa al liceo, insegnava letteratura italiana e latina, greco no, lo insegnava un’altra, una con i capelli sporchi. La professoressa di letteratura invece aveva lunghi capelli biondi e occhioni verdi sbatacchioni, raramente restava seduta alla cattedra, più facilmente si metteva seduta sulla cattedra, le dava quell’aria scanzonata e anticonformista che ci piaceva.

Lei perdeva lo sguardo, il suo ovviamente. Alzava gli occhi dalla classe, noi, ventitré o ventiquattro ragazze non ricordo, sì, eravamo tutte ragazze, e fissava appena oltre le nostre teste, verso la finestra che dava sul cortile e taceva per il tempo di un sospiro. Poi diceva: “una lavanderia. Dovevo aprire una lavanderia. Mi avrebbero portato i panni da lavare, avrebbero pagato subito e sarebbero andati via con la ricevuta gialla, sarebbero tornati a prendere i panni lavati e stirati il giorno indicato per il ritiro e sarebbero andati via con le veline sottile a ricoprire i maglioni o destreggiandosi con le grucce di metallo per le camicie, di fronte a macchie impossibili avrei detto che non c’era niente da fare e si sarebbero rassegnati, nelle ore di solitudine quando nessuno entra e non si sente il campanellino della porta sarei rimasta nel retro a stirare ascoltando la radio.” 

La capisco.

Al liceo anch’io perdevo lo sguardo, il mio ovviamente. Anzi no, prima lo gettavo e solo dopo lo perdevo. Facevo lo stesso anche con il cuore. Lo tenevo con la mano sotto l’orecchio, poggiato sul collo e correvo veloce, arrivata al segno tracciato per terra lo lanciavo estendendo al massimo il braccio e vedevo dove arrivava. Non ci riuscivo mai. Allora iniziava la ricerca. Lo sguardo lo recuperavo sempre prima del cuore, non andava lontanissimo, ho gli occhi malandati. Il cuore invece è un agonista.

Il problema dello sguardo era, è, il collegamento al sonoro del mondo. Per sentire dovevo, devo, guardare. Se perdo lo sguardo perdo i suoni attorno a me, resta il brusio, lo sciacquone del cesso quando il galleggiante della vaschetta è rotto, non sento, sentivo, più cosa mi dicono. Temo di aver perso molte informazioni importanti durante gli anni del liceo, soprattutto durante le ore di chimica o matematica o Scienze della Terra. Che materia era? A noi la insegnava una donnina odiosa dall’aspetto rancido. Ho esagerato, lo so. È, era, un mio difetto.  Però lo penso.

Forse a un certo punto la sua materia era diventata Geografia astronomica o qualcosa di simile. Quello è stato l’anno in cui ho lanciato il cuore più lontano che potevo, con i miei occhi mai avrei potuto ritrovarlo, infatti penso di aver vagato a lungo senza, sperando che un cane lo trovasse e me lo riportasse, anche smangiucchiato ai lati. Ero troppo impegnata a cercare lo sguardo che avevo perso, il mio ovviamente, per recuperare il cuore gettato lontano, il mio ovviamente, per occuparmi del calore al centro della terra o di altre idiozie astronomiche raccontate da una persona a cui non vibrava la voce mai, solo emetteva suoni con tono monocorde, mai un balzo, un guizzo, mai qualcosa, solo il niente, un enorme buco nero come quello che mi ritrovavo dietro il seno sinistro.

La donnina rancida è rimasta al liceo quando io sono andata via, non so che fine abbia fatto, avrà continuato a leggere dal libro di testo con la copertina tagliata nell’angolo in basso, omaggio all’insegnante, seduta alla cattedra per cinquantacinque minuti all’ora, ingiustamente assegnata a un classico invece che a uno scientifico, interrogando a sorpresa scorrendo il dito sul registro senza mai sorprendersi a interrogarsi su qualcosa, solo il niente, un enorme buco nero che la ingoiava a ritmo di cinquantacinque minuti alla volta.

Perdo lo sguardo, il mio ovviamente. Mi capita sempre più spesso ultimamente, lo sollevo, lo adagio sulla parete davanti a me oppure oltre la finestra della stanza dove lavoro a casa o in ufficio, senza guardare, senza sentire, sembro distratta e invece penso e sento.

Ho appena scritto senza sentire, vero. Ma quello è il sentire con le orecchie, questo è altro. È un sentire che soverchia il suono, è un sentire lontanissimo che restituisce contorni, bordi frastagliati, è un sentire futuro, presagio, profilassi contro l’angoscia metastasi dell’ansia. Perdo lo sguardo sempre di più e sempre meno lo vado cercando, mi rintano, sto zitta, mugugno cantilene, cerco rifugio in minuscole questioni, la porta della camera di Pepe che non chiude bene, la tenda del velux da rifare perché passa troppa luce il mattino, la parete del corridoio troppo grande e troppo vuota, la gratitudine da professare, il ripasso delle mie benedizioni declinate correttamente, ripetute a mente, ricominciare da capo quando se ne dimentica una che è il solo modo per impararle.

Chiudo gli occhi, a volte. Porto il pollice e l’indice all’attaccatura del naso, premo un po’ da sentire appena una fitta, resto così, vorrei essere altrove senza sapere dove, ovunque, da nessuna parte, qui, lontano, quanto lontano? Abbastanza da faticare a tornare, da faticare anche a trovarmi, come il cuore quando ancora lo lanciavo e vada come deve, recuperato sporco e infreddolito, vagabondo mendicante, ripulito a dovere, ben vestito a coprire un’eccessiva magrezza, risistemato dietro il seno sinistro in un buco troppo grande, pazienza, ci vuole pazienza e ti rimetterai, sussurrato ogni sera, ninna nanna dell’amor perduto.

Perdo lo sguardo, il mio ovviamente. Sempre più a lungo ormai, che sembro sovrappensiero e invece sono dentro ai pensieri, i miei ovviamente, così dentro che non succede più niente fuori, così dentro che non esiste il fuori, penzola solo un filo che sembra poco più di una corda, una cima di sicurezza, per non rischiare di non tornare più, qui, qui su, a riprendere lo sguardo e poggiarlo svogliato sui numeri, sulle causali dei bonifici, sulle idiozie, astronomiche, della gente, come se così fossero al riparo anche i pensieri, i miei ovviamente, come se così potessi anestetizzarmi, come se il vero rischio che corro fosse quello di restare dentro, così dentro da non sapere più se il fuori sia mai esistito e non di dover tornare su, aggrappata a un filo che è poco più di una corda sfilacciata.

Riapro gli occhi, sempre. Con i polpastrelli spettino i capelli e poi disegno il contorno dei miei occhi, li stiracchio con i mignoli, tiro in su le palpebre finché non sfarfallano le immagini davanti a me, faccio la conta dei denti con la lingua, mordo l’interno delle labbra, le mie ovviamente, fino a sentire appena il sapore di ferro, la corda non si è spezzata nemmeno questa volta, prima o poi accadrà, resterò lì, laggiù, dove? Non si sa, ma giù, è profondo, abbastanza da non recuperare più lo sguardo, il mio ovviamente.  

Dove sono arrivata

Lui ha avuto un incidente con la mia auto fucsia, un fenomeno che non aveva i soldi per il pedaggio dell’autostrada (€ 1,50) ha deciso di fare una rapida inversione accartocciandosi sulla mia Aygo e sul conducente ivi contenuto, mio consorte.

Nessuno si è fatto male. Meglio così, si dice in questi casi, in contesti educati e sociali insomma. Io lo penso, per carità ma mi sembra un’evidenza dirlo, però pare che in contesti educati, sociali insomma, le ovvietà vadano esternalizzate. Quando incontri dopo tanto tempo il bambino di un conoscente devi dire, per esempio, che è cresciuto anche se non ti ricordi davvero come fosse l’ultima volta che lo hai visto, non è che giri con la penna per fare la tacca contro lo stipite o sul tuo busto a ogni bambino figlio di conoscenti e segnare dove ti arrivano. E a parte il curioso caso di Benjamin Button tendenzialmente quello fanno i bambini con il passare del tempo, crescono. È evidente. A me sembra superfluo evidenziare le evidenze, si corre il rischio contrario, come negare le negazioni, no?

Il carrozziere ha detto due o tre giorni di lavoro. Cazzo però, ho pensato io raffinata anche quando non si sente, che bravo che è.

Domani saranno quindici giorni.

Perché quando l’ha aperta sul tavolo operatorio si è accorto che aveva il semiasse spaccato quindi ha dovuto prima occuparsi della parte meccanica e poi della carrozzeria ma ha dovuto, anche, ordinare i pezzi.

Vedi? Da fuori ti sembrava una cazzata, una roba che risolvevi velocemente? E io lo sapevo, ma non voglio generalizzare, guai, ma sai caro carrozziere quanti uomini ho conosciuto che pensavano fosse roba da poco e poi sotto le lamiere ferite hanno trovato qualcosa di grave, qualcosa che non pensavano ci fosse solo perché non lo vedevano?

Io la capisco la mia auto.

E i pezzi che hai dovuto ordinare?   Lo sapevi già che erano da ordinare, che non li avevi di tuo. Sai quanti ne ho conosciuti che non avevano quel che serviva ma dicevano di sì?

Ti salvo solo perché non so che cosa sia il semiasse. Ma, in fondo, non sono certa che tu lo sappia. Sai quanti uomini ho conosciuto che usavano parole senza conoscerne il significato?    

Mi ha dato un’auto sostitutiva, una Panda bianca, anemica e anonima con il cambio manuale e così dopo quattro anni di cambio automatico scopro che il difficile non è tornare alla frizione ma inserire la quinta. Non mi entra. Da ferma la inserisco e in marcia no. Cazzo, mi dico, nel mezzo della tangenziale.

Allora lascio la quarta. Non insisto, cara Panda, non insisto più, sei arrivata tardi nella mia vita, se non entra va bene così, inutile che ti lamenti, staremo insieme per poco, prenditela con il tuo padrone. Sul display compare la scritta “shift”, ma io ho studiato inglese solo per cinque anni e questa parola non me la ricordo, poi sei una Fiat? Scrivi in italiano.

Per fortuna con le ragazze ridiamo molto, imitiamo una persona brutta come un dispiacere e cattiva come una malattia che tanti anni fa mi disse “sei arrivata a bordo di una Punto” pensando di offendermi, sostituiamo Panda a Punto e diciamo “sei tornata” ma viene bene lo stesso, ci fa ridere perché questo invece insisto a farlo, a sotterrarli e sotterrarmi con una risata sempre, se proprio devo morire io vorrei morire dal ridere. Cazzo, avevo finemente pensato dopo quella frase tanti anni fa, e adesso come glielo spiego che non è un argomento che mi offende?

Non glielo spiego, ho risolto. Come la quinta.

Ma raccolgo sempre le parole insensate, le tiro su come stracci che trasformo in spaventapasseri con le fattezze di chi le ha pronunciate, li piazzo nel centro della mia mente, tra i pensieri che coltivo e così li lascio, tanto questi non sono spaventapasseri che si avventurano alla ricerca del Grande Oz per chiedere un cervello.    

Prima della Punto a bordo della quale ero arrivata chissà dove avevo una Panda 1000 rossa e lei non era così snob da darmi indicazioni in inglese ed era parsimoniosa, molto. Questa ieri è entrata in riserva, ma come? La sera prima mi segnavi un’autonomia di 130 km e la mattina ti fai trovare così, indichi a regalarli 65 km. Dove sei andata stanotte? Sai quante ne ho conosciute come te, che la sera sembrano tutto loro e il mattino dopo sono larve? Comunque no, non sei nemmeno mia, quindi il pieno non te lo faccio, chissà che a giorni non debba riconsegnarti. Non staremo insieme molto, sorry.

Ho iniziato un corso di Tedesco livello A1, parto proprio da zero come piace a me. La mia classe virtuale è composta da persone meravigliose, tutte donne tranne uno, anche la docente è donna, nata quando io ero già sessualmente attiva, riferimento temporale che uso per orientarmi nel passato, non so perché, ogni volta che un ragazzo o una ragazza mi dicono la loro età. Mi dà la misura del tempo, se uno mi dice che ha venticinque anni non mi rendo conto davvero di quanti sono venticinque anni. Ma se mi dice l’anno di nascita penso a cosa facevo in quell’anno e mi sembra di capire un po’ di più quanto tempo è segnato sul mio contachilometri. Le mie compagne di classe hanno tutte motivazioni granitiche e utili, c’è una ragazza che ad aprile andrà a vivere a Berlino. Aprile. Tra 25 giorni. Questo aprile, quest’anno, ora in pratica. E ce n’è una che parte con il progetto Erasmus a settembre. Un’altra ha necessità di impararlo per un lavoro importante che inizia a maggio.

“Und du Tzonia?” mi ha chiesto alla prima lezione. Eh, io. Io attivo il microfono e con il primo piano sparato sulla mia faccia da lunedì passato tra ufficio e consegne figlie e ritiri figlie, io con la faccia che ho, che è questa, quella che mi merito, che mi sono guadagnata, mi guardo inguardabile mentre dico “io voglio imparare qualcosa di nuovo perché è da un po’ di tempo che non sto più imparando e allora ho pensato al tedesco”. Silenzio. A prescindere dai microfoni spenti, proprio le facce, proprio il silenzio delle facce.

Tutti mi dicono che per me è facile perché ho studiato latino. Venticinque anni fa, comunque, quasi trenta, non è che qui si sia freschi come una rosa,rosae rosae rosam…

Ho già trovato verbi che fanno eccezione e che al posto dell’accusativo reggono il dativo o viceversa, non so, non ho con me gli appunti in questo momento e non ricordo. Più facile un cazzo, mi dico, in latino. Cum mentula. Mara, correggimi se è sbagliato. Il bello del tedesco comunque è che il soggetto è sempre espresso, nessun soggetto sottointeso. Che sollievo. Mi stavo abituando a discorsi nei quali non si capiva chi, chi fa, chi non fa, a chi attribuire il verbo, ormai molti si esprimono così, che sei costretto a fraintendere

Io se fossi un verbo sarei irregolare e intransitivo non reggerei più niente e nessuno, penso, men che meno l’accusativo: chi? Che cosa? Ma vaffanculo va’.

Cristina ha preso una decisone importante, per la sua età, riguardo al proprio futuro sportivo e lo ha fatto nel modo che le è più vicino, il solo possibile: dopo mesi di no, si, non so, poi vediamo, no mai, si penso di sì, domenica sera mi ha lanciato una comunicazione dal corridoio alla mia camera da letto dove leggevo l’ultimo romanzo di Longo, Una rabbia semplice, come quella che provo io quando leggo parole scritte così come vorrei scriverle io, non storie o contenuti, no proprio le parole una dietro all’altra o sopra l’altra, così, quelle parole fatte così.

“Cambio società, mamma”

Che significa, mamma attivati e fatti parte diligente per gestire questo mio passaggio cercando di farmi soffrire il meno possibile per quello che è il primo distacco doloroso che affronto e contemporaneamente il primo cambiamento stimolante in cui mi imbatto.

Lei fa così, fa tutto così.

“Va bene, ne parliamo domani”. Che significa e che cazzo bimba mia questa settimana ho già gli insoluti bancari da gestire e poi non pensare che possa fare tutto io, sei tu che vai via per la prima volta e devi farlo come va fatto, salutando tutti, girandoti un’ultima volta per la prima volta nella vita e uscendo sentendo dentro la gola il dolore, e in quel momento, ti verranno in mente solo le cose belle, solo i motivi per cui sei stata bene lì, in quel posto che era casa tua, con quelle persone che erano i tuoi parenti perché questo succede quando si va via. Un po’ si muore. E poi sarai tu a riaprire gli occhi gonfi di pianto e a entrare per la prima volta in un posto nuovo, a sentirti estranea, a scambiare parole e numeri di telefono da principio, non lo farò io amore mio grande. Però starò dietro di te, prometto, mi riconosci, sono quella orgogliosa del tuo desiderio di cambiare e di come lo stai facendo.

Il datario dell’orologio non si riprende dalla vicenda dei ventotto giorni di febbraio, nemmeno io per la verità. A metà pomeriggio mi scatta avanti al giorno successivo, come se per lui ormai andasse bene così, tanto abbiamo capito come gira la giornata, andiamo a conclusione, che potrà mai capitare tra le 17 e la mezzanotte? Via, andiamo avanti, passiamo al giorno dopo che tanto qui è solo una ruota che gira su un semiasse spaccato. Anche l’orologio non sa più stare nel qui ed ora, se non riesce lui figuriamoci io. Il tempo ha subìto un’accelerazione. Vola, si dice in contesti educati e sociali, come vola il tempo. Io non lo dico perché a me il tempo non vola, a me scappa. Il verbo volare regge il dativo? E scappare? A me scappa, lo fa proprio come azione rivolta a me, un dispetto, nemmeno corre, no, scappa proprio, come un ladro, un piccolo scippatore bastardo e poi si nasconde. Lo inseguo programmando tutto quello che ci farò appena lo troverò e lo obbligherò a scorrere, scorrere e basta, lui tempo che scorre io sasso in un fiume. Così. Ogni tanto succede, lo trovo. Accartocciato sul muso, schiantato chissà dove, chissà contro chi o su che cosa. Lo guardo ed è un casino perché ripararlo non è semplice.

Pepe mi ha detto che non avrà figli perché non ha la pazienza richiesta per la mansione: o le cose vanno tutte, sempre, come vuole lei oppure non può perdere tempo ad aspettare che qualcuno impari a fare quel che lei si aspetta, perché “si nasce, si vive e si muore”. Pensavo fosse riferito al tema della perdita di tempo che in lei è sentito, la vita è così breve da stare tutta in quella espressione mi sono detta. Invece no, non avevo capito niente, mia figlia intendeva dire che si nasce, si vive e si muore così come si è e se la pazienza non la si ha non spunterà magicamente dal sedere come la coda. Quando era piccola ci mostrava le mani e ci diceva “vi semblano zampe di iupo?”. Io e suo padre ridevamo, che è quello che ci ha salvati, e la rassicuravamo, no, non ci sembrano le zampe di un lupo, sono le tue mani belle, mani di una bambina. Non so il perché di quella frase, erano i tempi in cui avevo iniziato ad accettare la convivenza con il mio lupo, quello dietro lo sterno. Ma adesso che è cresciuta, per come è lei, penso che ci volesse dire che non sarebbe mai stata altro da quel che era. E lei è una ragazza importante. Viverla, respirarla ti fa sentire inadeguato molte volte, anche se l’hai messa al mondo, anche se è arrivata qui a bordo del tuo corpo, io e lei abbiamo scontri quotidiani fortissimi, ci diciamo parole che se usassi con l’altra figlia la manderebbero in pezzi, invece Pepe le raccoglie  come sassi e le mette da parte, ho scoperto che per rilassarsi le decora e le usa per delimitare e proteggere le aiuole nella sua testa, dove ha seminato i pensieri che presto spunteranno e non ci importa il mezzo con il quale siamo arrivati qui, a quello che diciamo, a quello che pensiamo, perché siamo storie raccontate da frasi che si costruiscono con il complemento di modo, non con quello di mezzo. Ma questo gli spaventapasseri non lo possono capire e quindi non glielo spieghiamo, non abbiamo tempo.

Ho tutto

Ho la mia parte di letto, quella che volevo. È importante avere la propria parte di letto mi dico certe mattine mentre lo rifaccio, sprimaccio i cuscini, piego i pigiami e tendo il piumone, mi piace il rumore del piumone. È importante anche dividere il letto con qualcuno che voglia l’altra parte, ciascuno così ha la sua, è importante, bisogna fare questo test agli inizi di una relazione, prendere una stanza di albergo e mettersi a letto, se entrambi puntano allo stesso lato non può funzionare, non durerà. Io ho la mia parte di letto, quella che mi consente di dormire sul mio fianco preferito- io ho un fianco preferito, che è preferito da quando avevo tredici anni prima preferivo l’altro poi ho fatto un piercing all’orecchio e mi sono cambiate le preferenze- senza avere nessuno davanti. Non posso aprire gli occhi e vedere subito un essere umano. Anche se lo conosco, anche se lo amo, io non posso. Qualcuno potrà. Io no. Lui ha la sua parte di letto, l’altra, per fortuna perché mi sarebbe dispiaciuto rinunciare a Lui per dormire sul mio fianco preferito.

Ho pensieri infedeli, arrivano tardi e hanno addosso un odore che non è il mio, indossano abiti stropicciati, si vede che si sono rivestiti di fretta e altrettanto di fretta si spogliano e fanno finta di dormire, io tengo gli occhi chiusi per non vedere, non è da me mi dicono gli altri pensieri, quelli leali, quelli che si sono lavati i denti e hanno richiuso il dentifricio per denti sensibili, che da lì la sensibilità non sono riuscita a scacciarla, quelli che non vanno via e certe volte soffocano, sempre presenti, sempre disponibili. Perché li lasci fare? Mi chiedono. Non lo vedi che sono traditori? Si, anche con gli occhi chiusi. È che sono, comunque, miei.

Ho tutte le vocali rinnegate per abbreviare le parole e trasformare un messaggio in un monologo foggiano o in un impossibile codice fiscale, che ci faranno con il tempo risparmiato ad omettere le vocali? Le ho io, le ho prese tutte e me le tengo, voi restate così, con le vostre consonanti ridotte a bolo, prima o poi si bloccherà in gola. Ho tutte le vocali e le uso per fare un trenino anche se non è Capodanno, per fare l’amore che si senta, per chiamare le mie figlie come facevano loro da piccole che mi chiamavano solo al vocativo, per le esclamazioni in dialetto, per sedermi facendo rumore e rialzarmi con l’eco.

Ho tutti i per scambiati con la x, che se fossi il io il Legislatore sarebbe reato, giuro.  Li tengo, li ho sequestrati e li uso per chiedere sempre il perché di tutto quello che non so, di tutto quello che non capisco e poi per dire, portandomi la mano destra al centro dello sterno: per me. Perché di convincere te non mi interessa nemmeno un po’.  Giro con le sporte piene di tutti i per lasciati da parte, ogni tanto ci si incastra una o che anche di quelle ne ho tante, le metto su un bel cappello e diventa un però. E dal però ricomincio a provare, perché per me il però è comunque una possibilità.

Ho tutto il sentire del mondo in alcuni giorni soprattutto, sulle spalle e nella testa, al centro del petto un dolore che si irradia, sento addosso la morte di chi mi circonda, la sento sempre più vicina di quanto non sia, cerco di allontanarne l’idea ma le idee non sono mosche che basta agitare le mani. Ho tutto l’amore che posso, tutto concentrato e condensato e ristretto poi esplode di colpo e non ci sta più dov’era concentrato e condensato e ristretto e non posso mica andarci in giro, è troppo, ingombra, io non me l’aspettavo di essere capace di tanta capienza anzi credevo di non avere spazio o di averne molto poco e dicevo al Dottore della mente che io non avevo amore per nessuno nemmeno per me e lui stava zitto e mi indicava un posto e io non lo vedevo e lui insisteva e io anche perché ho tutta la testardaggine dell’universo riversata qui nella testa e lui indicava più giù e a me veniva solo in mente quella canzoncina salace che fa amor se mi vuoi bene più giù tu devi andar e lui scuoteva la testa e indicava più su, non così giù e io non vedevo poi ho sentito e ho visto insieme ed era così, avevo tutto l’amore del mondo tranne che per me.

Ho muscoli allenati che solo ogni tanto e sempre meno accusano risentimento, ho sentimenti feriti che gridano vendetta e raggiungono livelli di rancore da professionista. Se esistesse l’agonismo di rancore io sarei tra i primi al mondo, lo so. Ho un cappello per quando piove e gli occhiali da sole per tutti gli altri giorni. Ho lo sguardo severo e la risata frivola, ho una storia da raccontare ma non ora perché ancora la sto inventando, ho diffidenza a pacchi ben confezionati, si vede che non l’ho impacchettata io. Ho amici che stanno su una mano, pochi e complessi come linee della vita, li stringo nel pugno per non perderli. Ho il futuro semplice alla terza persona plurale, qualche volta il passato remoto alla prima singolare, quasi sempre l’imperfetto. Ho un’idea che non dico. Ho un sogno che ci spero.

Ho tutte le paure del mondo in alcuni giorni soprattutto, sulle spalle e nella testa, al centro del petto un’angoscia che si irradia. Io me l’aspettavo di essere capace di tanta capienza anzi credevo ce ne stesse di più ancora e dicevo al Dottore della mente che avevo tutte le paure presenti nei suoi libri di psicanalisi e lui stava zitto e mi indicava un posto e io non lo vedevo e lui insisteva e io no, perché ho anche tutte le lacrime del mondo e appannano la vista e gonfiano il naso e così non si vede oltre a quello e poi si sono seccate sulle guance crepate e ho sentito e visto insieme ed era così, non avevo tutte le paure del mondo ma solo le mie.

Ho incubi che racconto così non si avverano, riti scaramantici che ripeto perché forse funzionano, braccialetti penzolanti al polso, una scorta di libri sul comodino, ho una città alla quale non appartengo e il pieno di benzina all’auto, l’immaginazione per andare via come quando le mie figlie erano piccole e pensavo di scappare in alcuni giorni soprattutto, lo pensavo al centro della scapole come una fucilata di spalle, come si fa con i traditori, guardavo l’autonomia di chilometri indicata sul display e calcolavo il percorso. Chiudevo gli occhi, sentivo il rumore del mare, li riaprivo e non scappavo, mi ci aggrappavo un po’ prima di rimproverarli, senza esagerare, erano, comunque, i miei.

Quello che voglio dire

Conosco una donna, una professoressa, aspettava il suo primo figlio quando io aspettavo Pepe la mia seconda, avevamo qualche mese di differenza a mio vantaggio. Lei si documentava, settimana dopo settimana, adesso il feto è grosso come un pugno chiuso- non era il cuore ad avere quelle dimensioni- adesso è grosso come un pompelmo –quanto è grosso un pompelmo? – adesso  gli arrivano i suoni ovattati dal mondo esterno – chissà il rumore dentro, cioè hai presente dentro il corpo umano tra organi che battono e si contraggono, spasmi e digestioni– adesso percepite bene i movimenti del vostro bambino, adesso si mette in posizione e non la cambierà più- sono le posizioni che non cambierà fuori che mi preoccupano di più– adesso è pronto per venire al mondo. La professoressa studiava, sapeva tutto, aveva già comprato la crema per le ragadi al seno, le mutande a rete post parto, si era iscritta al corso preparto con l’ostetrica musicologa esperta in cromoterapia nutrizionista e maestra di yoga e due volte a settimana andava a fare acquagym per gestanti così si sentiva leggera. Sapeva cosa fare per la crosta lattea. Sapeva in cosa consiste l’allattamento a richiesta, il co-sleeping, l’auto svezzamento, sapeva medicare il cordone ombelicale e quanta vitamina D necessita, sapeva, perché si documentava, come si gestiscono le coliche e guardava “Ostetriche in sala parto” su Real time per prendere appunti, senza commuoversi.

Conosco una donna che forse era solo una ragazza, sapeva come sua figlia era entrata lì, dentro di lei, lo ricordava bene perché era stato molto bello e sapeva da dove sarebbe uscita e preferiva non pensarci, pare che a un certo punto abbia ordinato tiratemela fuori in qualche cazzo di modo, dopo aver invocato la morte. Sapeva che i bambini appena nati piangono, cagano liquido e giallognolo, mangiano, ruttano e dormono. Non pensava che quelle smorfie involontarie fossero sorrisi e non si preoccupava della querelle su quando e cosa e come i neonati inizino a vedere.

Conosco una donna che non doveva tornare al lavoro perché non ce l’aveva un lavoro e però aveva deciso di non allattare perché voleva tornare a fumare. Qualcuno intorno a lei faceva smorfie volontarie che non erano sorrisi e pensava ma come? Lei se ne sbatteva felicemente, mangiava di nuovo il suo prosciutto crudo e fumava felice, mai davanti al figlio, infatti aveva montato il passeggino al contrario così il bambino guardava il mondo e il mondo guardava il bambino, che comunque era molto bello per essere un bambino.

Conosco una donna che voleva dei figli dell’Acquario (auguri Gulli, dovrebbe essere oggi) e lo diceva apertamente: aveva voluto concepirli perché nascessero sotto quel segno. Chi vuole dei figli dell’Acquario, pensavo io che anche i cani li ho scelti che non fossero della Bilancia, dei Gemelli e dell’Acquario. È una donna sincera la donna con i figli dell’Acquario e di queste ne conosco poche.

Conosco una donna che voleva figli e poi non li voleva. Poi li voleva di nuovo con uno che sembrava non andare bene per farci un figlio e comunque lui non se ne preoccupava. Poi non li voleva più ma con uno che sarebbe stato perfetto per farci un figlio insieme. Poi lo voleva ma non con questo. Lui non sapeva se voleva figli allora lei, la donna che voleva figli a intermittenza, ha pensato che visto che lui non lo sapeva era quello giusto perché lei lo avrebbe convinto che lo voleva. Entrambi i lui hanno figli adesso, la donna intermittente non ha ancora deciso.

Conosco una donna che si è trovata sola a crescere suo figlio, niente di tragico, solo un amore cerebralmente morto attaccato a un respiratore, pare sia la routine a provocare questi decessi, la ripetitività dei movimenti della giornata determinano un’usura dei sentimenti. Fa quel che può, perché lui è andato a prendersi la vita per come la voleva in un’altra città. Di notte le capita di restare sveglia, fa la somma dei rimproveri che si può muovere, poi sottrae le colpe da attribuire a lui, moltiplica le bugie che ha scoperto per i giorni in cui le ignorava, divide tutto per due perché per tre ormai non pensa più, poi perde il conto e ricomincia, il bambino ogni tanto si sveglia e la chiama, la trova sempre sveglia, “mia mamma non dorme mai” ha detto alla maestra.

Conosco una donna che forse era solo una ragazza che per la stanchezza con la seconda figlia appena nata, in preda alle coliche e ogni forma di rinite e stipsi catalogabile, una notte si è pisciata nelle mutande. Da seduta sul wc, fino a lì c’è arrivata solo che si è seduta e basta, non ha tirato giù niente, ha solo pisciato con gli occhi chiusi. Una notte invece ha usato la fialetta dell’enterogermina al posto della soluzione fisiologica per ripulire il naso della bambina e ha lanciato cristi e santi perché scendeva male, diversamente dal solito e la bambina piangeva, piangeva sempre e poteva svegliare la sorellina che pisciava il letto anche due o tre volte a notte per lo stress di questo nuovo arrivo, catapultato un giorno a casa, tirato giù dalla macchina in un seggiolino auto imbottito.

Conosco una donna che ha deciso di avere un figlio con un uomo affidabile e con un reddito sicuro perché ormai era il solo criterio che le interessasse ai fini procreativi. Nella famiglia di lei hanno sempre detto, quando lei non c’era, che lui le faceva senso, non proprio schifo, ma un po’ senso.  Era una donna con tante fissazioni, l’acqua minerale per lo scalda biberon, via litri di Sant’Anna di Vinadio solo per tenere in caldo il contenitore del latte, ricerche su internet di ogni sintomatologia presentata da suo figlio per dimostrare che era cagionevole, salviette disinfettanti contro ogni male del mondo, citofoni disabilitati e campanelli a cui togliere corrente per evitare che qualcuno disturbasse il sonno del bimbo malaticcio. Era una donna convinta della bontà di quel che faceva ma era sola con le sciocchezze di cui si nutriva e con parenti collaterali che la irridevano dei quali era ignara, come effetti di un farmaco che leggi sul bugiardino ma speri capitino ad altri.

Conosco una donna che ci pensava e ripensava e voleva il terzo figlio, lo voleva proprio nella gola, voleva toccarsi la pancia e sentirla abitata, lo voleva nella testa, negli occhi che vedevano solo donne incinte, nelle braccia che non cullavano più da anni. Molti le dicevano ma lascia stare, ma chi te lo fa fare, ma state così bene, ma perché. Io lo voglio, diceva. Non aveva altro da rispondere perché non c’era altro motivo. Non è mai arrivato e lei aveva odiato il suo corpo ogni mese fino alla menopausa quando finalmente non era più colpa sua.    

Conosco una donna che ha detto a un’altra donna “affidati a te diventeranno schifosi come te”. L’altra donna le ha risposto guarda che non li ho in affidamento perché sono i miei figli e poi meglio schifosi come me che centotrenta chili di merda come i tuoi figli. Siete pari, hanno detto gli altri, gli arbitri dell’elegante disputa. No, ha rimuginato l’altra donna, perché voi pensate alle parole sbagliate, pensate agli “schifosi e centrotrenta chili” e non capite che il pericolo e la cattiveria di quella frase è nell’altra parola, in quell’”affidati”, che ti delegittima, che cerca di toglierti il ruolo che è tuo, che sminuisce la tua presenza, tu o un’altra poco importa. Conosco donne a cui non passerà mai.

Conosco una donna che ha tre figli e ha lasciato il suo lavoro in ospedale e ha frequentato un corso di contabilità ed è andata a lavorare con suo marito nell’azienda di lui. Niente più turni o reperibilità. Sempre presente all’uscita di scuola. Il pranzo e la cena sempre pronti. Niente accumuli di panni da stirare, unica candidata e sempre eletta come rappresentante di classe per tutte e tre le classi, colloqui con i professori, dentisti e ortopedici, attività agonistiche perché lo sport è socialità e disciplina, corsi di lingue straniere che senza quelle non fai niente oggi. Un giorno mi ha detto che bisogna esserci, sempre, anche quando loro non parlano, quando ti ignorano, quando non ti vogliono, bisogna esserci all’uscita da scuola perché quello è il momento in cui raccontano la loro giornata e se non ci sei tu la raccontano a un altro e se devi arrivare o intervenire tu, così, arrivi e intervieni quando è tardi. Bisogna esserci, chi c’è sbaglia ma chi non c’è non fa. È stata la mia cliente preferita, adesso che non sono più una consulente con sopralluoghi interminabili, ispezioni e verbali improvvisi, date certe da vidimare e rispettare, lo posso dire.

Conosco una donna che forse era solo una ragazza che ha figli grandi e spesso si sente come se per gli altri lei li avesse sempre avuti grandi, come se nessuno si ricordasse che se li è tirati su, non glieli hanno dati già così, solo perché lo ha fatto senza dire a voce alta che lo stava facendo, che sembrasse più di quel che era. È una donna che è scesa a compromessi, ha lasciato perdere, non ha pazienza ma si è scoperta tollerante, la pazienza è passiva dice, la tolleranza è attiva. Conosco una donna che forse era solo una ragazza che non credeva che i bambini dovessero crescere con i nonni anche prima di averne sposato uno, al quale aveva raccontato un giorno, in un museo, la storia del Re Salomone e le due madri, perché lui non la conosceva. Le due madri si contendevano il bambino: è mio, no è mio, no è mio. Il Re decise di dividere in due il bambino. Solo una si oppose, rinunciava al bambino pur di lasciarlo intero. Il Re le assegnò il bambino. Capisci quello che voglio dire? Aveva chiesto la donna che forse era solo una ragazza. Lui aveva annuito.    

Conosco una donna che non ha figli. Sono le mie preferite perché parlano della vita guardandola tutta, è come se avessero un respiro in più. Forse li avrà, li vorrebbe ma non ora. Penso che li avrà. È una donna che gioca con i capelli cambiando taglio e colore, ha la pelle scritta un po’ ovunque, di segni che solo lei capisce e poi è la sua pelle, chi altro dovrebbe capirlo? È una donna che mi ha detto “ti muovi su un terreno scivoloso a scrivere di madri, le madri sono un totem”. Non scrivo di madri perché le madri non esistono, scrivo di donne e di come diventano madri perché madri si diventa. E padri. E ti può andare bene, come una cosa che ti viene subito facile e naturale, sai quelli che hanno lo swing subito, la prima volta che giocano a golf. Oppure ti ci devi applicare perché a te non viene e ti impegni e se sei bravo sembra che ti venga naturale, invece è tecnica. E tutto questo non c’entra niente con l’amore. L’amore non si discute. Quello che voglio dire è che non esistono le madri, le madri giuste e sbagliate, esistono persone che ti fanno sentire una madre giusta o una madre sbagliata. Esistono donne e io le vedo, ci parlo, le ascolto e io sono molte di loro e altre proprio no. Quello che voglio dire è che non c’è un solo modo ma che tutte andiamo in pezzi, le più ordinate li ritrovano tutti e li rimontano, le più disordinate ne perdono qualcuno strada facendo, ad alcune vengono sottratti e altre si ritrovano con pezzi che avanzano eppure intere e non capiscono come sia possibile. Quello che voglio dire è che succede. Di andare in pezzi. Di diventare madre. Di non diventare madre. Di avere la vocazione e la chiamata oppure di soffrire di maternità a rilascio graduale. Quello che voglio dire è che ci sono donne che si pentono, anche, che non lo rifarebbero e se non lo diciamo sbagliamo, sbagliamo tutti, e ci sono donne che non desiderano altro per tutta la vita. Non esistono le madri, esiste una sola madre, quella che non taglierebbe mai a metà suo figlio. È un terreno scivoloso? Scivolerò. Poi resterò sdraiata a guardare il cielo, a me non importa, sono solo una ragazza.  

Sai chi sono?

La signora ha iniziato la sua giornata come ogni giornata, rigirandosi dall’altra parte e sapendo di non poterlo fare. Poi si è alzata e ha fatto quello che fa ogni altro giorno. È andata in bagno, ha tolto l’antifurto, ha fatto uscire i cani in giardino, ha messo l’acqua nel bollitore per suo marito, tirato fuori dal frigo il latte per la figlia minore, disposto i pacchi di biscotti per la figlia maggiore, riaperto ai cani, preso un biscotto dalla confezione dei biscotti per cani, tagliato in due, un pezzo a uno e un pezzo all’altro- siete chiatti– ha detto, preso lo yogurt greco 0% grassi e una strisciolina di cioccolato fondente, acceso la Nespresso.

Si è seduta.

Ha mangiato.

Si è alzata.

Ha preso il caffè.

E’ andata in camera da letto. Ha aperto l’armadio, solo un’anta perché il cane si sdraia davanti all’altra. Levati, sembri un bisonte.

“Comunque io faccio il test del DNA, perché secondo me tu m’hai fregata con queste due, magari non sono figlie mie e me le hai rifilate.”

Va bene, le ha risposto lui. Se vuoi le porto io a scuola.

No, no, vado io che ho un sacco di roba da fare in ufficio.

La signora si veste in bagno, per non disturbare il marito. Prende al buio, apre, si arrangia un po’. Ha svuotato l’asciugatrice e messo tutto in una bacinella grande e adesso cerca un posto dove nasconderla alla vista della signora delle pulizie, altrimenti quella stira la qualunque e perde tempo con le magliette che lei indossa sotto i pigiami, come quella del Liceo, dell’anno della maturità.

Ci parli della figura dell’inetto a vivere di Svevo.

Crema idratante dal centro del viso verso l’esterno, nessun effetto tensore, sono i rimasugli di flaconi mischiati tra loro, quella che residua sulle mani la stende fino al gomito o sul collo.

Sveglia la figlia piccola. La grande oggi salta scuola. Non va bene, no. Ma ieri sera è arrivata tardi dall’allenamento e l’osteopata l’ha scrocchiata come un bastoncino per accendere il fuoco in campeggio. Resta a casa e recupera le forze, domani andrà, motivi di famiglia scriverà nella giustificazione, ma penserà “cazzi nostri”.

Torna in camera da letto. Il cane piccolo è sulla coperta sopra il piumone, messa lì proprio per lui. Gli allaccia la pettorina, gli mette il maglioncino a collo alto con la scritta i love my boss, “la odia quella roba” dice suo marito dal fondo del letto e di chissà quale dormiveglia. Lo so, ma fa ancora freddo. Lo prendono per il culo anche i gatti. Ma smettila che non lo vede nessuno e poi è proprio bello, vero che sei bello? Si che sei bello, il più bello.

“A che ora torni?”

Ogni giorno la signora dice al marito a che ora tornerà perché lui non lo ricorda, se glielo dice la sera prima poi lui lo dimentica, lei potrebbe anche dirgli cose diverse ma non lo fa perché non le viene di dire cose diverse da quello che fa. Non a lui.

La figlia piccola è quasi pronta, oggi c’è musica, porta la pianolina sulla quale si è esercitata ieri, dopo l’osteopata e prima delle espressioni con le potenze. Che noia musica, pensa la signora seduta sul letto con il cane piccolo in braccio mentre osserva la bambina sul muro.

Se n’è venuto lui, un giorno, con un gran sorriso. Guarda tuo padre cosa mi ha dato? La possiamo appendere in camera.

Non voglio foto appese in camera.

Ma è bella, hai sempre la stessa faccia.   

Non voglio foto appese in camera.

Hai visto cosa c’è scritto dietro?

Non ho bisogno di vederlo. Ci sarà la data e la dedica. Tutte quelle foto sono così, mio nonno me le faceva solo per questo, solo per potermele dedicare.

Marzo 1981.

Due anni e mezzo.

alla fine l’aveva incorniciata e appesa. Testardo lui.

Qui? Più a destra, più a sinistra?

Non voglio foto appese in camera.

Allora qui?

Si.

La signora guarda la bambina ogni sera e ogni mattina. La cuffietta a spicchi, il cappotto rosso come cappuccetto rosso ma senza nonna, solo con il lupo. Gliel’avresti fatta mangiare, eh? Non l’avresti difesa più di tanto. E non ci saresti cascata, non avresti mai scambiato il lupo per tua nonna. Lei aveva gli occhi rotondi, più da capra che da lupo. E profumava di borotalco, mica di bosco. Non te la raccontava questa storia, vero? Ogni tanto, ma preferiva altro, roba più cupa ancora, la tua preferita era quella della vecchiarella senza soldi e senza nessuno che però dei soldi si preoccupava poco, era più questo fatto di essere sola che la angosciava e allora un giorno trovò una moneta in terra e cosa fece? Si comprò un rossetto rosso e se lo passò così, di sopra e di sotto, tutta la bocca pure che era una bocca vecchia e con le grinze, tutta la bocca rossa. E con il muso rosso e un poco sporgente prese una sedia e aspettò qualcuno che la notasse. Ma tutti passavano e non si accorgevano di lei e della bocca rossa sporgente, nessuno la guardava o peggio, la guardavano e ridevano, perché era una vecchia con il muso tutto dipinto di rosso. Poi passò un topolino. Il topolino la notò. Lei lo raccolse. Andava bene pure il topolino innamorato. La vecchiarella e il suricillo.

Si, è vero, le dice la signora. Non era la tua preferita, era la sua preferita da raccontare. Ma meglio di quando ti raccontava la storia della bambina affacciata alla finestra chiamata dal diavolo che era, casualmente, in cortile.

Non ti ricordi di me, eh? Non mi hai mai vista, vero? Nemmeno in un sogno? Nemmeno quando chiudevi gli occhi per soffiare sulle candeline? No, lo so. Io mi ricordo di te. Quello sguardo, di chi non sta fingendo che gli altri non ci siano ma sta immaginando di non esserci. Non lo sai chi sono io?

Sono la somma di tutti i non riesco che hai detto e pensato.

Le settimane enigmistiche sul davanzale del bagno, tutti i puntini che hai unito, tuo fratello che ti chiede se hai finito, il quaderno aperto sulla scrivania, il cancellino per la stilografica, gli album di figurine mai completati, le doppie mai scambiate, le frasi non pronunciate per paura di non dirle intere, le scuse mai ricevute e quelle mai dichiarate. Sono il Corriere dei Piccoli, Ventimila Leghe sotto i mari, Il Piccolo Lord, le tute della Campagnolo, la canottiera con lana fuori e cotone sulla pelle, il suono di papà al citofono.

Sono le case che non abiti più, i nonni quando c’erano tutti e quando non ci sono più, che ne sai tu.

I cuori con il bianchetto sulla Smemoranda, il telefono che non suona e il pedalò solo per andare a fare i tuffi.

Sono i tuffi che, però, tu non hai mai fatto.

Sono i fratelli e le sorelle che no, non avevi mai chiesto. Si, volevi un cane, è vero.

Sono il cucciolo recuperato sul ciglio di una strada.

Teniamolo teniamolo teniamolo.

Le calze nere che non puoi indossare perché sono volgari.

Gli anfibi che ti rovinano i piedi.

Le all star che ti faranno marcire i piedi.

Il trucco che non ti serve a niente.

Tutte le convinzioni di tua madre catalogate per argomento.

Sono l’assenza di ogni convinzione, per convinzione.

Sono i peccati inventati per la confessione con il vicepreside alle medie, Don Mario. Il no crocettato all’insegnamento della religione cattolica in quarta ginnasio.

Sono che di Achille e Patroclo da ora che avevo capito.

Sono la fidanzata che fa la sorpresa a cui però apre la porta l’altra.

Sono l’altra che si sfila un attimo prima che la porta suoni.

Sono il rumore dell’ascensore quando si chiude.

Sono un taxi fino al Duomo e poi da lì non so ma a casa no.

Le statue dei Re in Piazza del Plebiscito e la sfogliatella riccia.

Sono lo stomaco che si chiude per amore e per rabbia.

Le bacche di mirto.

La disciplina della vendita ex art.1470 C.C.

I capitoli da portare a ricevimento.

Sono le strette di mano, il diamoci il tu, sono i caffè da ogni cliente, sono la pipì su un test e poi un altro e ancora uno per essere sicura. Sono un monitor nero e un cuore che non batte. Sono ventidue chili in più e i piedi rovinati, questo mamma non me lo aveva detto, ma il cuore batte.

Sono la mamma di due femmine, nessun maschio che volevi chiamare Fabio, come la segretaria di tuo nonno, la Silvana, aveva chiamato suo figlio.

Sono i jeans di prima che si chiudono di nuovo.

Sì. Il mio latte, che fortuna.

Sono una che passava di qui per caso, come il diavolo nel cortile.

Sono l’ingrediente che manca per completare la ricetta.

Sono il mascara sul cuscino.

Sono tutto quello che non so fare: sciare, cucire, dimenticare, ballare, perdonare, curare le piante, riparare gli oggetti. Sono le promesse che hai fatto di notte in cambio di chissà cosa, sono una borsa di tela di una libreria con la scritta Leggo per legittima difesa dentro la quale infilo ogni mattina quaderni e appunti che sono personaggi con i quali gioco come facevi con i puffi, lo so che li tiravi tutti fuori e li mettevi vicini e inventavi storie e al posto della voce uso le  penne, sempre le stesse penne, quelle con la punta sottile, sono gialle e nere, non ricordo mai il nome, in cartoleria le indico sempre, sono una che si perde in cartoleria in mezzo a tutte quelle cose, anche a te piaceva, lo so, avevi sempre il materiale perfetto ma essenziale, le gomme a forma di gomma e i temperini di metallo, i quaderni senza fronzoli. Sono la figlia della maestra. Non voglio altre penne e non voglio foto appese alle pareti, foto di te, bambina con la cuffietta a spicchi, perché lo so che tu mi guardi e io non so se riesco a starti seduta davanti senza sentirmi su un’altalena ferma. Hanno il tratto sottile, e così anche la mia scrittura, brutta, sembra più bella, le parole si legano su un filo, come i panni in estate, all’aperto. Come le foto nella camera oscura, prima che diventino immagine.

Sono te prima di diventare me.

Sono io e spero di piacerti, metto il rossetto rosso e no, non sono sola, ma vorrei piacerti lo stesso e poi vorrei toglierti quella cuffia orrenda, posso?

Sono una storia che fa ridere.

Sono un amore che non finisce. Anche per te se vuoi.

Sono la Cara Sonia, scritto con una penna dal tratto sottile, in un giorno di marzo che ancora era freddo, dietro una foto da qualcuno che ti amava moltissimo anche se non lo guardavi, perché sei così.

Non sai chi sono, no?

Sono tutte le volte che ci sei riuscita, bambina sul muro.

Noi (avrei preferenza di no)

Sto aspettando la mail dal Liceo che confermi, o meno, l’avvenuta iscrizione di Cri alla classe prima.

Dio.

Guardo il telefono con la regolarità delle contrazioni del parto. Perché ho tolto la suoneria, non ho alcuna notifica, quindi devo guardarlo per sapere se succede qualcosa. L’ho tolta perché, perché è una storia lunga, in sintesi mi mette ansia e allora ho eliminato un fattore di ansia. Sono stata brava.

Poi alla fine mi avevano fatto un cesareo di urgenza, tutte quelle contrazioni per niente.

I termini per la presentazione delle domande sono scaduti il 24, la finestra temporale entro la quale inviare le richieste era dal 4 al 24 gennaio.

Io quando l’ho presentata?

Certo.

Il 4. Mattina.

Adesso voglio la mia risposta, voglio sapere in quale delle due scuole indicate è stata presa.

Il punto, in questa vicenda e in tutte le altre che mi attraversano le pallide giornate come vene troppo in evidenza, è che il condominio che mi abita la testa partecipa rumorosamente. Amminchiata con la storia del Liceo e della mail ci sono io e tutte le altre me e siamo tutte d’accordo sul nome che vorremmo leggere come mittente della mail, che no, non è arrivata nemmeno ora.

È la pubblicità dell’abbonamento musei. Che però sono chiusi.

Poi, in preda alla stizza le cancello queste comunicazioni che mi fanno perdere tempo, nemmeno le apro, via, direttamente nel cestino.

Perché lo vuoi sapere con tutta questa premura, mi chiede la me appena arrivata. Capirai. Cosa ne capisce questa, è qui da poco, non conosce come funziona, vive rilassata e cerca di avere buoni rapporti con tutte, impossibile. Non è premura. I termini sono chiusi adesso devono dirmelo. Perché devo organizzarmi mentalmente: la ragazza vuole prendere i mezzi.

I mezzi?

Tutte in coro, le impiccione.

Si. I mezzi. E statevi zitte tutte. I mezzi. I mezzi.

È giusto, dice quella dell’ultimo piano, l’attico. Ma mica mansardato, mica quelle stronzate di sottotetti riqualificati, l’attico, l’attico vero. Eh, ma quelli dell’attico sono aperti di vedute, spaziano con lo sguardo, non hanno limiti se non l’orizzonte. Stanno in alto e non vedono e non sentono cosa succede giù. È giusto, dice. Io alla sua età li prendevo. E mi toglievo la tazza della colazione. Questo non c’entra, intervengo. Si fa per dire, risponde.

Giusto un cazzo, dice quella del primo piano. La ragazza non distingue la destra e la sinistra, finisce dalla parte opposta di Torino. Uh, Gesù- quella dell’attico- pure mio fratello non distingue la destra e la sinistra e gira il mondo, ha imparato anche a guidare dal lato sbagliato.

E chi te l’ha detto che è sbagliato? Sempre questa piccineria che se una cosa non è come la fai tu è sbagliata.

La me del primo piano e quella dell’attico si odiano. Vecchi rancori, la prima non gliene fa passare una, l’altra si comporta come se questa nemmeno esistesse.

Non è facile stare al primo piano, passano tutti. Se apri le finestre senti tutti i rumori, paghi per la pulizia delle scale che non usi. Se si guasta l’ascensore paghi e non lo usi. Quando montano il ponteggio sei il primo a cui rompono le palle e l’ultimo a esserne liberato.

Sotto l’attico c’è la salutista. Sale e scende rigorosamente a piedi, non fuma perché ha il terrore del cancro  e poi perché tutte le persone che le piacciono non fumano mentre tutte quelle che non le piacciono fumano e non vuole essere una persona che non le piace, non mangia carne perché ha sperimentato sul suo corpo che si sente meglio senza, si allena con un istruttore con regolarità da Paesi del Nord, infatti le altre la prendono per il culo ma lei non se ne cura proprio, scherzate scherzate, dice, voglio sentire il rumore delle vostre ginocchia o delle spalle, sembrate fatte in tempura. La ragazza è sportiva, intelligente, prenda i mezzi e si dia una svegliata che il mondo è fuori dall’abitacolo della macchina fucsia di sua madre, sentenzia.

La signora dei cani sta al secondo piano e a lei non fotte moltissimo della questione perché gli esseri umani, anche se partoriti da lei, non le interessano poi così tanto. Il regolamento prevede massimo due cani, lei cerca il modo di derogare. Non si può. E che vada con i mezzi la ragazza, se proprio devo dire la mia.

Accanto a lei, stesso pianerottolo, c’è l’impiegata, quella che con la scusa della mascherina trucca solo gli occhi e certi giorni nemmeno quelli perché le lacrimano davanti al computer e si sfrega dimentica del mascara e alla fine ha tutto il nero sotto e non si copre con la mascherina quel pezzo di viso. Lei valuta, fa il controllo di gestione, struttura i processi. Se la prendono nel primo Liceo (ti prego ti prego ti prego ti prego) può prendere i mezzi all’uscita. All’andata la lascio all’incrocio, deve attraversare la piazza, nessuno dei compagni la vedrebbe con la madre. Poi proseguo fino alle medie della piccola. Viaggio ottimizzato.

La piazza non è semaforizzata. Ha una rotatoria e quattro strisce pedonali fetenti. I binari del tram. Il tram. Il tram. Te lo ricordi cosa è successo a una ragazzina una volta lì? Proprio lì, non in un’altra piazza in un’altra città in un’altra nazione? Zac. Sotto il tram. Niente più gambe.

Minchia quella del primo.

Infatti non ci si può parlare, dice quella dell’attico. Una disgrazia dietro l’altra e se non accadono le immagina. Non succederà niente alla ragazza. Si può fare così, la lasciamo all’angolo, attraversa, entra, la sua vita di relazione e la reputazione sono salve e siamo tutte tranquille. Al ritorno prenderà i mezzi fino all’ufficio, da lì andremo a casa.

Può anche farsela a piedi fino all’ufficio, interviene la salutista. Possiamo andarle incontro, quella con i cani.

E se la prendono nel secondo Liceo?

Zitta tu, che sei appena arrivata e non hai ancora capito qui come funziona.

Comunque siamo tutte d’accordo con la ragazza che se dovesse arrivare la mail mentre lei è a scuola non la leggiamo. Aspettiamo.

Io e Cri ci siamo immaginate la scena di me che lancio sassi contro la finestra della sua aula in preda alla necessità di aprire la mail e la sua amica le dice qualcosa tipo Cri, c’è tua madre che sta compiendo atti vandalici ai danni della scuola e Cri che le risponde no, no, tranquilla, è solo arrivata la mail del Liceo.

Resistiamo, tutte. Ciascuna di noi ha il suo discreto bagaglio di esperienza in materia.

Vorrà dire che prenderà il controllo della situazione quella del terzo piano, la ragazza della musica che non capisce la musica ma ascolta solo le parole. Accanto a lei c’è la creativa. La peggiore. Quella non è mai da sola, soprattutto di notte. Tira fuori tutti i personaggi- escono dice lei, quelli escono da soli, figuriamoci se li tiro fuori- e partono grandi discussioni, a volte i toni si alzano.  Lei scrive e scrive e scrive. Cosa scriva non si sa. Perché scriva non si sa. Quando finisce non si sa. Non si sa niente, solo che sta lì e scrive e scrive e scrive, anche se non la si vede con la penna in mano si può stare certi che sta scrivendo e da qui le discussioni. Siete solo personaggi, non esistete, urla. Siamo qui quindi esistiamo, io questa cosa non la dico, tu la dici, no, guardami bene, io ho un tono diverso, queste parole in bocca mia non funzionano, non è il mio registro, rileggi e vedi.  Allora lo sguardo le si fa vitreo. Abbassa il mento, ritira le spalle, le clavicole spuntano che ti viene da impugnarle come manubri.

Mai, mai dirle di rileggere. Non lo fa. Perché? Non si sa. La ragazza deve andare con i mezzi perché solo così può osservare le storie che vivono accanto alla sua.

Intensa e sofferta, le dice la psicoterapeuta che ha affittato il piano rialzato. Gli psicologi stanno sempre al piano rialzato, così gli altri condomini non vedono i pazienti e la privacy è tutelata e poi non c’è un continuo su e giù per le scale, che fa incazzare quella delle pulizie che tutti chiamano la stronza che tanto poi pulisce, perché lei il suo nome non l’ha mai detto a nessuno ma se qualcuno le chiede qualsiasi cosa lei così risponde, si, si, tanto c’è la stronza che poi pulisce. Non sei passata bene lì, nell’angolo, le dice quella del primo piano. La guarda con benevolenza quella dell’attico perché la stronza che poi pulisce fa cose strane, recupera, ricicla, improvvisa, evita gli sprechi. La crema solare ricomprata a quattro giorni dalla fine delle vacanze lei mica la butta, no, la usa come crema idratante d’inverno, tanto l’anno dopo non sarebbe più utilizzabile. Con il pane raffermo prepara delle zuppe di verdure, con i biscotti avanzati cucina la base per le torte, le bucce di mandarini le brucia nel camino e con l’acqua dell’asciugatrice lava i pavimenti. La stronza che poi pulisce è una di altri tempi, è contenta della psicoterapeuta perché prima di lei al piano rialzato c’era una ragazza sola e un po’ promiscua e non sono cose che vanno più bene. Comunque si, la ragazza può andare con i mezzi, basta che stia attenta.

A cosa, le chiede la terapeuta. A tutto. Perché c’è qualcosa a cui non dobbiamo stare attenti nella vita?

Ogni sera tutte quante prepariamo la lettera di disdetta. La scriviamo, siamo sicure poi la rileggiamo (non tutte) e la strappiamo e ricominciamo il giorno dopo, chi guarda oltre, chi si barrica dentro per non sentire il rumore, chi ha bisogno dei cani perché deve sentirsi in branco per non far impazzire il lupo che la subaffitta, chi si dedica al corpo perché è la sola casa nella quale stare sempre, chi tanto poi pulisce perché alla fine stronze lo siamo tutte care mie, anche tu che incroci numeri e controlli il recupero crediti e ti defili sempre un po’, ti sentiamo quando pensi: avrei preferenza di no.

È arrivata una mail.

È il parrucchiere che conferma l’appuntamento di domani, per il colore.

Quella dell’attico dice che andare di sabato è da pazze. L’impiegata le risponde che sai com’è in settimana è impossibile stare seduta lì due ore, la salutista dice che stare seduta due ore è impensabile, facciamo il giro del salone con la tinta in testa. La creativa si immagina grigia e basta senza alcuna schiavitù, tra i libri da leggere e quelli da scrivere. La stronza che poi pulisce ricorda di mettere una maglia di cui importa poco perché è un attimo che la rovinano con il colore, la signora dei cani pensa che non può portarlo il piccolino perché litiga con tutti gli altri cani, quella del primo vorrebbe scurirli, staresti male le dice la ragazza della musica, no non è vero, risponde l’ultima arrivata, bisogna sperimentare,  dire che non è vero equivale a dire che sta mentendo, bisognerebbe trovare un altro modo, interviene la psicoterapeuta del piano rialzato.

La ragazza prenderà i mezzi, i capelli non li modifichiamo, nessuna dà alcuna disdetta.

E comunque, vivo in una casa indipendente.  

Confesso

Non sopporti più le canzoni dei Pinguini Tattici Nucleari, basta, era partita come una cosa leggera, una ogni tanto, li ha scoperti la grande, ci ha tappezzato i muri della sua stanza con le facce stampate in bianco e nero e con le frasi ricopiate di fretta e strappate senza cura. E poi ha convinto anche la piccola, anche lei li ascolta, una canzone a testa e ormai solo loro, a te non tocca mai, tu aspetti che loro scendano dall’auto e poi dici a Spotify fai un po’ cosa vuoi, lo dici a tutti ormai, fai cosa vuoi. E non è mica per arrendevolezza, o forse un po’, è per libertà. Questo hai capito un giorno che non sai, che la libertà è la risposta più difficile da dare, che le persone non sanno gestirla, ne hanno paura, le persone preferiscono sentirsi dire cosa fare, entro quanto, come fare, per poterti dare la responsabilità delle loro azioni. E tu invece te ne arrivi con il tuo “fai cosa vuoi”.

Spotify sa cose di te che non ti capaciti.

Per lui dovresti essere una ragazzina. Secondo il suo algoritmo hai meno di sedici anni.

Invece appena restate soli e gli dici fai cosa vuoi lui mette canzoni vecchie, vecchie come te, come è possibile? L’altra sera mentre andavi a prendere la grande ti ha proposto Toto Cutugno, come ti permetti, gli hai detto ma lui si è permesso e tu la conoscevi quella canzone, eri sul bordo del letto dei nonni, l’anta dell’armadio da parte di nonna era aperta, lo specchio ti mostrava a te stessa, tua cugina voleva giocare con i biberon dei bambolotti, quelli con il latte dentro che quando li giravi il latte non si vedeva più. Via di qui, via di qui, andate a giocare di là.

Spotify lo sa.

Hai comprato dei mocassini in stampa cocco, li indossi senza calze, hai deciso che basta calze, anche se è inverno, sotto i pantaloni non le porti più. Non è igienico, ti hanno detto. Si, se con i piedi ti abbraccio o ti imbocco, ma siccome con i piedi ci cammino i miei passi e basta è igienico hai detto, li lavi, sono i tuoi piedi e non vogliono più le calze. Sia la grande che la piccola ti hanno detto che sono scarpe da vecchia. Allora va bene, allora stiamo andando bene, ti sei detta soddisfatta allo specchio in bagno mentre ti lavavi i denti con lo spazzolino elettrico in equilibrio su una gamba per l’arcata superiore e sull’altra per quella inferiore. Allena l’equilibrio e tiene sveglio il metabolismo.

La distanza generazionale è segnata, è importante, ti dici, che non si crei confusione. Tu mamma loro figlie. Tuo ruolo, loro ruolo. Loro canzoni tuo scassamento di coglioni.

Hai comprato i ricambi a righe e quadretti per i quadernoni delle tue figlie e hai fatto il giro più lungo a piedi. Cammini per tenere sveglio il metabolismo, questa è la tua missione, non lo sa nessuno non perché tu non lo dica chiaramente ma perché nessuno te lo chiede. E poi i passi, tutti quei passi ti servono per far scendere i pensieri, se scatta il rosso cambi strada per non fermarti e anche se allunghi non ti importa perché tenere il ritmo è più importante, per te, in questo momento. Più importante del tornare prima in ufficio, del freddo, più importante di tutto quello che è importante.

Lo incontri, capita, avete lo studio a pochi isolati di distanza, prima che mettessero la sosta a pagamento vi incrociavate in auto, sperduti nelle vie a cercare un posto, lui ha la macchina più grande della tua ma tu sei uno schifo a parcheggiare e alla fine il posto che serve a lui è simile a quello di cui hai bisogno tu. Vi vedete e non riesci a dirgli che ti dispiace per sua moglie. Anzi, che ti dispiace per lui e per le bambine. Anzi, che ti dispiace per te, perché pensi che possa capitarti e mentre lo pensi fai le corna nelle tasche del giaccone, come quando la nonna di quel compagno della grande ti chiedeva come stavano le tue figlie, se avevano preso l’influenza o quel virus intestinale che girava nei corridoi dell’asilo e tu dicevi no, no, tutto bene e giù di corna nelle tasche e lo stesso quando quella lontana parente, corvo maledetto, ti diceva che eri fortunata perché le tue avevano una salute forte mentre le sue nipoti erano delicate. Ti dispiace per te, cammini e guardi altrove sperando di non incontrarlo. Lo incontri. E non riesci. La prossima volta, sussurri, ma sai già che no.

Nei piani alti dei palazzi le finestre non hanno quasi mai le tende, c’è meno la possibilità che qualcuno guardi dentro. A te non piacciono le tende, a tuo marito sì. Arredano dice, è vero hai ammesso. È che vuoi vedere fuori e vivi in una situazione per cui non possono vederti dentro. Solo chi è dentro può vederti dentro. Acceleri il passo. C’è ancora un tuo vecchio cliente a quell’angolo, due vetrine fronte strada, annunci immobiliari di zona. Li chiamavi bovini, seguivi tutto il gruppo, decine di affiliati a Torino e provincia, tutti che ti chiedevano cosa dovevano fare con quelle informative che avevi dato. Nessuno che capiva subito. Molti erano tuoi coetanei, si sentivano imprenditori per qualche provvigione incassata in nero, soldi, soldi veri visti subito, con un po’ di parlantina veloce, forti dei loro diplomi di geometra senza la calce sulle mani come i loro padri. Di quella generazione, la tua, i più bravi hanno preso anche la laurea, i primi in famiglia, garantendosi l’adorazione perpetua dei nonni e l’invidia perenne dei cugini scemi. C’è sempre un cugino scemo, ti dici.

Tua madre ti ha sempre detto che non c’erano alternative alla laurea. Tuo padre è laureato, sei mica più scema di tuo padre tu.

Alle tue figlie lo hai sempre detto, dovranno frequentare l’Università, con assoluta libertà di scelta della Facoltà. Così dici, che tu hai la laurea, come una cosa che hai e non una cosa che sei. Sono mica più sceme di te, loro. Senza adorazioni, che non siete gente che adora.

Le targhe di ottone sono aumentate, non te ne ricordi così tante, lo studio legale davanti al tuo ufficio si, è lì da sempre. E anche quello della via dietro la tua, al piano rialzato, certe sere vedi i praticanti seduti vicini, ancora non hanno finito. C’è il nome di una tua compagna di corso, avete dato Procedura Penale insieme e anche Diritto del Lavoro, ha il cognome prima del tuo, veniva interrogata un attimo prima di te e ascoltavi, a volte se quello prima viene promosso pensi che sarai bocciato, come se non ci fosse posto per tutti. E se invece va male pensi che hai una possibilità. Non ti ricordi se è stata bocciata o promossa, ti ricordi di lei, paffuta. Tua nonna avrebbe detto accippata. Non grassa e non magra. Non bella e non brutta, le belle son fatte diversamente, avrebbe detto. Ogni anno dopo la sessione di esami di stato controlli la targa, non è mai cambiata, sempre Dott. prima del suo cognome, mai Avv., ti verrebbe da chiederle perché, perché questa ostinazione, dopo quindici anni. Magari lei ti chiederebbe perché, perché questa non ostinazione?

Perché non ti interessa, le diresti. Perché ci avevi provato solo per tenere attivo il metabolismo, per sentire i pensieri nella testa, prima di imparare a sentirli altrove. Perché vendevano la libreria del corso, quella in legno, con il retro in boiserie e avresti voluto ma non l’hai fatto, perché avevi i tuoi bovini che comunque ti hanno fatta ridere moltissimo con le loro approssimazioni e le scarpe di cuoio con la fibbia dorata. Quel gruppo non esiste più, qualcuno ha chiuso la propria attività fronte strada con due vetrine, altri continuano perché sanno fare solo quello, mica per ostinazione e hanno nomi tremendi in cui mettono sempre la parola casa, tanto per non sbagliare.

Ti ha telefonato l’agente immobiliare da cui hai comprato tu, hai subito pensato a un problema, in meno di un secondo ti sei annotata mentalmente di chiamare il notaio per risolvere.

Voleva proporti una casa. Nella via dove è casa tua.

Incredula le hai detto che avevi comprato.

A lei sei sembrata acida e non incredula.

Ti ha detto, calma, la tolgo dalle nostre ricerche allora.

Ma ho comprato con voi, le hai detto cercando di sembrare ancora più incredula ma si sentiva che eri delusa. Ma come, cretina, perché sei cretina. Sei la cugina scema di qualcuno, vero? Ecco, questo è quello che è risuonato e non hai fatto nulla per mascherarlo. Dall’altra parte hanno chiuso.

L’hai raccontato alla grande e anche alla piccola, ma chi, quella che quando ci ha fatto vedere la casa ci diceva questa cucina è la cucina, questa camera è una camera, questa sala è una sala, questa rampa è una rampa? E giù a ridere, si, lei.

Uno dei bovini aveva una moglie, l’avevi soprannominata Moira. Aveva i capelli e il trucco come la Orfei. Anche le unghie. Lui era uno di quelli con i pantaloni appesi sotto la pancia che spunta, quegli uomini che non riescono a indossare alcun tipo di pantaloni senza sembrare Poldo di Braccio di Ferro. Ma lo chiamavi l’Onanista, comunque con la O maiuscola, come un nome proprio.  Una volta ti aveva detto che lei, la moglie, a un cliente che aveva ritirato la proposta di acquisto aveva detto “ti strappo il cuore e me lo mangio”. Da quel giorno la chiamavi Signora e le davi del lei volutamente, in un mondo dove passano al tu prima che tu scenda dall’auto. E cercavi di farla sentire intelligente. Era tanto che non pensavi a Moira e all’Onanista, chissà che fine hanno fatto, se hanno ancora quel bugigattolo in quel quartiere dove il più bravo ha la rogna. Chissà la madre di lui, speravi fosse morta prima di vedere la nuora.

Tua madre te lo diceva sempre, l’uomo ideale è orfano e figlio unico. Almeno una volta a settimana, per tenerti sveglio il metabolismo. Tu non lo dici alle tue figlie, non ha senso. Dirlo, la frase ne ha, è forse la cosa più sensata che lei ti abbia mai detto, superata solo dal “sarai un’ottima madre”, pronunciato quando la grande aveva dodici giorni, prima di partire per il mare lasciandoti sola con la neonata e il padre della neonata. Non ha senso dirlo, ciascuno ha i suoi ideali, la distanza generazionale è segnata, non ti ascolterebbero, tu hai i mocassini in stampa cocco, cammini veloce per stare dietro ai pensieri, hai fatto l’amore in una 127 tanto tempo fa, lui aveva gli occhi azzurri e una laurea, tu i compiti delle vacanze da finire e l’Università da progettare o sei vecchia o hai iniziato a far l’amore troppo giovane, no, ti dici, nessuna delle due, non te n’è mai fregato niente delle auto, ridi, una ragazza ti guarda, guarda i mocassini, non hai le calze.

Faccio come voglio, le dici. È la libertà.