Fra tutte le Furie

LA SIGNORA CHE (R)ASSICURAVA

Aveva esagerato. Indubbiamente. Anzi, peggio, aveva sbagliato. Sbagliare è peggio che esagerare, almeno per la Signora che  ( R )assicurava è peggio perché sbagliare obbliga a delle scuse e per porgere le scuse bisogna ammettere di aver sbagliato e chi sbaglia  paga, ok quello è il meno, almeno per la Signora che ( R )assicurava è il meno pagare, insomma pagare è questione di quanto e quando è questione di quanto è sempre il meno, ma chi sbaglia è perché non sa e questo è peggio che pagare, almeno per  la Signora che  ( R )assicurava è peggio non sapere perché non sapere è questione di cosa e quando è questione di cosa è sempre una brutta cosa.

Poi, va detto, sperava che nessuno se ne fosse accorto perché con l’aumentare dell’età diminuiva la voglia di spiegare, almeno per la Signora che  ( R )assicurava c’era questa relazione inversa e ogni anno perdeva un pezzo di spiegazione e bla bla bla.

Spiegare, spiegare, come se si potesse spiegare. È più semplice spiegare l’esagerazione. Per lo sbaglio devi dimostrare che no, sapevi, eri a conoscenza, che no, sai, sei a conoscenza. A spiegare un’esagerazione ci si mette molto meno. La Signora che (R)assicurava esagerava, certo, le capitava come no, succedeva ogni volta che andava fra tutte le Furie.

Su tutte le furie, l’aveva corretta il Signore ( R )assicurato che dopo un quarto di secolo non aveva imparato che non si corregge se non c’è l’errore, eccheccazzo. Almeno, non si corregge la Signora che  ( R )assicurava perché anche quello la mandava lì, proprio lì. Fra tutte le Furie. Nessun errore, lei andava proprio lì e si piazzava a pieno titolo tra le Erinni, ecco perché esagerava, piagnucolava stretta a Megera, tu mi capisci, vero, tu sai perché esagero così si lamentava lamentosa mentre ammirava disgustata le serpi al posto dei capelli, tu al posto mio non saresti già intervenuta con quel tuo modo un po’ così, diciamo poco fraintendibile?

Ecco, stava così, stava lì fra tutte le Furie come il quarto moschettiere, abbarbicata altezzosa e offesa, dopo aver tanto ( R )assicurato il Signore ( R )assicurato adesso era stanca perché esagerare stanca anzi sfinisce e se poi diventava la Signora che ( S )finiva allora lui diventava il Signore ( S )finito e di sicuro avrebbero sofferto entrambi, anche di questo piagnucolava esausta tra tutte le Furie e poi d’improvviso il lampo di un pensiero:

Aveva sbagliato.

E allora su, fedele agli insegnamenti dei suoi genitori doveva chiedere scusa. Perché, sì, anche la Signora che  ( R )assicurava aveva dei genitori, eccheccazzo. Non è che fosse spuntata un giorno nella vita del Signore ( R )assicurato malconcia, malvestita, malnutrita, malisitruita, maleducata, maleodorante, maledetta sperando che lui la benedicesse e la ammettesse al proprio desco. Quella era una versione sbagliata della storia quando la storia veniva mal raccontata da narratori mediocri. Anzi, sulla carta la  Signora che  (R)assicurava aveva due gran pezzi di genitori ed era arrivata nella vita del  Signore (R)assicurato entrando dalla porta principale trovata spalancata e senza antifurto e senza cani da guardia, era arrivata vestita con un pantalone color cammello a evidenziare un fisico notevole e con capelli profumati di lavaggi quotidiani e con un libretto universitario con voti decenti tendenti all’alto e dopo una vacanza nella seconda casa, al mare, di proprietà dei suoi genitori che avevano raggiunto i livelli più alti dell’istruzione e che le avevano insegnato che nessun Signore avrebbe mai dovuto pensare o lasciare che altri per lui pensassero di averla trovata bisognosa in mezzo alla strada, mai, schiena dritta, ori di famiglia alle dita, sguardo dritto, ori di famiglia ai polsi e via, nel mondo, in lotta contro la rustica progenie.

Aveva sbagliato e, ora, doveva chiedere scusa.

C’era, anche, un nuovo tremore un po’ pavido e questo non piaceva alla Signora che  (R)assicurava perché essere pavidi è peggio. Punto. Peggio di tutto.  In quello sperare che nessuno se ne fosse accorto c’era la speranza pavida di poter dimenticare lo sbaglio, di non fargli assumere rilievo, di non riconoscergli alcuna ragione d’essere. Una cosa esiste solo se ce ne accorgiamo. Ma sapeva che non era così. Una cosa esiste perché esiste. L’essere è. E’ il non essere che non è. Il suo sbaglio esisteva e che nessuno se fosse, ancora, accorto, non rendeva meno errore il suo errore. Aveva sbagliato e doveva scusarsi. Lo doveva a mamma e papà. Lo doveva alle sue figlie a cui insegnava con l’esempio che quello che diciamo esiste per sempre. Siamo quello che diciamo e siamo quello che facciamo e quello che diciamo e quello che facciamo esiste. Poi, quello che abbiamo fatto viene dimenticato, in genere quando non serve più, quando non è più funzionale. Invece, quello che diciamo ci viene rinfacciato per sempre.

In entrambi i casi, quello che diciamo e quello che facciamo viene ad esistenza. E le Furie sorvegliano.

Lo doveva ai suoi studenti. Non poteva rischiare che loro vedessero l’errore, lo sbaglio che aveva commesso perché aveva esagerato, sì, perché era andata lì, fra tutte le Furie a pretendere le serpi nei capelli e la possibilità di tagliare qualche destino. Voleva dire ai suoi ragazzi che si era presa una licenza poetica, di questo si trattava.

Ma la Signora che  ( R )assicurava intuiva che anche questo era un riflesso di quel tremore un po’pavido che le muoveva la mano negli ultimi giorni, per fortuna la mano sinistra ma comunque la mano, la sua mano. La licenza poetica è roba di poeti e non di Furie o Signore come lei.

Cercava nello sguardo del Signore ( R )assicurato traccia del suo sbaglio. Non pensava che lui se ne fosse accorto, non per ignoranza ma perché sapeva che lui era il solo a riconoscerle la licenza poetica anche se non era una poetessa. Per lui era anche una poetessa. E una Furia. E una furia. E una Signora che  ( R )assicurava solo lui, proprio lui che era il Signore ( R )assicurato solo perché c’era lei altrimenti sarebbe stato altro cosa non si sa perché c’era lei e lei era entrata davvero dalla porta principale trovata spalancata e senza antifurto e senza cani da guardia, era arrivata vestita con un pantalone color cammello a evidenziare un fisico notevole e con capelli profumati di lavaggi quotidiani e con un libretto universitario con voti decenti tendenti all’alto e dopo una vacanza nella seconda casa, al mare, di proprietà dei suoi genitori e lo aveva (R)assicurato fin dal principio di poter essere se stesso e basta, nessun altro, con lei non avrebbe mai dovuto fingersi altro e questo lo sapeva, eccheccazzo.

Ecco, stava lì, stava lì a cercare nello sguardo quando aveva capito che  sì, qualcuno aveva avvisato dello sbaglio. Di quel suo andare oltre. Non si era dispiaciuta perché non era mai stata la Signora che si (Dis)piaceva, avrebbe tanto voluto ma di quelle ce n’erano davvero molte in giro e per quanto lei le ammirasse o si sforzasse era come la lunghezza delle gambe, sì, va bene il fisico notevole e il pantalone cammello ma le gambe lunghe o le hai o  non le hai e lei non le aveva e quindi non si era più sforzata di diventare l’ennesima  Signora che si (Dis)piaceva.

E anche questo lui lo sapeva, bisogna comunque dargliene atto.

Lo sbaglio era stato rilevato.

Ma guardando meglio, più a fondo nello sguardo, come in una visita dall’iridologo che poi scopri di essere intollerante al cumino, aveva scorto la verità.

L’esagerazione era stata rilevata. Non l’errore.

Poteva ignorarlo ancora anche lei. Chi se ne fotte dell’esagerazione, cioè è chiaro come è andata, stava lì tra tutte le Furie mica si guarda quanto si esagera in quelle situazioni.

No, non poteva. Doveva delle scuse, perché proprio lei quell’errore non avrebbe dovuto commetterlo e il solo modo di rimediare è riconoscerlo e scusarsi.

Con un gesto intimo e solenne, con un respiro profondo, sistemando gli ori ai polsi e alle dita delle mani, pulendo gli occhiali con il panno adatto, era pronta a scusarsi per aver scritto di avere in schifo coloro i quali hanno votato per questo governo.

La Signora che  (R)assicurava sa che non si elegge il Governo nel nostro ordinamento ma il Parlamento, espressione della sovranità popolare. Con sincero dolore, e licenza poetica, si scusa profondamente e sinceramente, eccheccazzo.

(grazie mamma, grazie papà. Va molto meglio)

Note a piè di pagina

I morti sono solo vivi che smettono di essere vivi ufficialmente. Alcuni sono morti da tempo, anche se parlano o biascicano cazzate o intasano i cellulari con i loro messaggi vocali, anche se ancora cagano e mangiano, persino se ancora scopano. Altri sembrano vivi, forse lo sono. E parlano, biascicano cazzate e intasano i cellulari con i loro messaggi vocali, e ancora cagano e mangiano e perfino scopano. Ma questo è, i morti sono solo vivi che ufficialmente smettono di essere vivi. E nella morte si portano le stesse specifiche tecniche della vita. Quindi, se fate schifo in vita farete schifo nella morte.

Amen.

È uscito il mio romanzo. Sta piacendo, agli estranei. Degli altri non mi interessa, voglio sapere cosa ne pensa chi non mi conosce e chi non ha la pretesa di pensare di conoscermi. Le pretese mi stanno sfiancando. Due settimane prima dell’uscita del libro, L’Orrendo Butterato è venuto a farsi un giro sul mio profilo LinkedIn, l’unico social sul quale non era stato bloccato. Veniva a raccogliere informazioni, penso, per il suo dossier sulla mia malafede. Vorrei che fosse un personaggio di fantasia, purtroppo è vivente. Sì, insomma.

Intorno al romanzo sta nascendo una piccola rete fittissima, con nodi stretti che ti spezzi le unghie se provi a scioglierli. Io non ci provo. Anzi. Piccoli nodi stretti che lo supportano, io non me l’aspettavo e nemmeno lo immaginavo e non so, eppure è così, una piccola rete fittissima a sostegno di qualcosa che non c’era e adesso c’è, tipo un figlio ma più indipendente e più bisognoso allo stesso tempo che non è un ossimoro, giuro.

Io di fantasia ne ho molta e allora immagino che all’Orrendo Butterato capiti ogni male del mondo, di questo e di ogni altro mondo. Tanto è solo fantasia.

Nel recinto del bestiame c’era una carcassa. A Lui ho solo raccomandato di accertarsi che il recinto fosse chiuso bene, che il bestiame non avesse modo di uscire di nuovo e lordare quanto di mia proprietà, e che si mangiassero pure tra loro la carcassa, come fanno con i vivi che facciano con quelli che non lo sono più.

Io non sono mai in malafede. È che non ho paura dei morti. Ma nemmeno dei vivi. Ho paura di certe vite quando sfiorano la mia, ho paura dello schifo che lasciano.

Lo schifo mi sta sfiancando. È in continuo aggiornamento. Mi fa schifo chi ha votato per questo governo. Mi fa schifo chi mangia nel piatto dove sputa. Chi parla male della cognata gattara e poi ci va a pranzo tra i conati di vomito. Mi fa schifo chi saluta per educazione una ex moglie che ha tradito anche il giorno di Natale ma tanto non si sa. Mi fa schifo chi nasconde le sue origini e poi ha i denti storti in bocca e dice cortello. Mi fa schifo chi confonde un figlio per una malattia nell’utero. Mi fa schifo chi spia. Mi fa schifo chi legge i libri di Fabio Volo. Mi fa schifo chi ha votato per questo governo già l’ho detto è che mi fa davvero schifo. Mi fa schifo chi sputtana un parente che gli ha chiesto soldi solo perché l’ha fatto mentre era dal barbiere e ha disturbato. Mi fa schifo chi mi suggerisce di non dire cosa mi fa schifo. Mi fa schifo chi ha un amore segreto che tutti conoscono ma non va via di casa perché ha comprato un armadio e quello è un pezzo suo. Mi fa schifo chi conta i pezzi suoi. Mi fa più schifo chi conta i pezzi altrui.  Mi fa schifo chi va ai funerali solo perché il morto non è suo. Mi fa più schifo chi si intesta un morto.

Neanche i vivi sono vostri. Neanche i vivi quelli veri, quelli che non parlano, non biascicano cazzate e non intasano i cellulari con i loro messaggi vocali, quelli che cagano e mangiano e scopano ma solo per piacere mai per una qualche forma di profitto. I vivi veri, quelli che tanto muoiono anche loro perché morire è roba da vivi ma quando muoiono i vivi veri è più vera anche la morte e si portano comunque appresso le stesse specifiche tecniche della vita. Quindi io mi porterò lo schifo che mi sfianca anche nella morte.

Amen.

E allora che si sappia.

Che si dica.

Mi fanno schifo quelli che rubano. Mica solo i soldi,  ma le idee, le parole, le immagini, il talento. Mi fanno schifo quelli che nascondono la loro assenza di talento  e poi vengono smascherati dai denti storti in bocca   e dicono cortello. Mi fanno schifo quelli che gli danno retta e applaudono a qualcuno senza talento e negano che siano mai stati smascherati e negano persino i denti storti. Mi fa schifo chi tra mentire e tacere sceglie di mentire.  Mi fa schifo chi pensa che io non possa stancarmi e andare via senza più commentare solo perché non l’ho ancora mai fatto.

Intorno al romanzo è tutto un gran parlare, ciascuno ci ha visto quel che ha voluto, una persona sola sa tutto quello che contiene e non è Lui. Non vorrei nemmeno che fosse Lui. È Lei. Che del mio schifo sorride alleggerendomi. È Lei che del mio buio conosce anche l’odore. Se penso a una benedizione penso a questo e gli altri ci vedano quello che vogliono.

Io penso che, alla fine, è tutto uno specchio e che tanti non abbiano capito un cazzo di niente non del mio romanzo ma del loro specchio.

E comunque non abbiamo un recinto con il bestiame.

Era per dire.

Roba di fantasia.  

La fantasia mi sta sfiancando.