Appunti di notte

C’è una macchia sull’ultima maglia che Pepe ha voluto comprare, la maglia è bianca con una V rosa al centro, l’iniziale del suo cognome. In mezzo alla V c’ è questo alone non so di cosa. L’abbiamo acquistata da Zara, postaccio qualunque. Il mio professore di Diritto Pubblico Comparato  diceva spesso che “la medesimezza dei consumi è un fattore di democrazia”. Ogni volta che entro da Zara ci penso. C’è questo alone lì al centro e mi sembra che finchè non ne saprò l’origine non sarò in grado di eliminarlo. Non è sugo, né cioccolato. Non è succo. Nessuna bibita. Potrebbe essere frutta, una frutta sbrodolosa che ha sbrodolato. Pepe  mangia la frutta come gioca  a tennis, da agonista. Potrebbe partecipare a tornei per mangiatori di frutta. Nessuno mangia la frutta come e quanto lei. Mio nonno paterno, solo lui lo faceva. Io non lo sogno più da quando è nata lei.  Ci sono talenti che saltano più di una generazione.

La mimica facciale, per esempio. Mia madre è una specie di sfinge, alza un sopracciglio, corruga la fronte, strizza gli occhi. Basta. Non si capisce mai niente dal suo viso. Mia nonna materna invece, lei si trasformava proprio e muoveva ogni muscolo e cambiava espressione e modulava anche la voce. Anch’io lo faccio. Imito lei che lo fa. “Uguale, uguale”- rideva mio fratello quando rideva e si girava verso gli altri, quelli arrivati dopo nella nostra vita e nella nostra famiglia e che non l’avevano conosciuta-” uguale, ti giuro, uguale.” E rideva. Adesso non ride, perché come direbbe nostra nonna ha altri cazzi per la testa.

Ecco, io stanotte la metterei sul piatto questa cosa della mimica facciale. Vorrei sapere l’origine della macchia sulla felpa per toglierla e poi offrirei all’Universo la mia abilità di muovere la faccia e modulare la voce. A me una faccia che si muove tutta intera non serve. Non se non c’è mio fratello che ride. A me basta metà faccia, ormai. Posso cederla, davvero. A chi fatica a muoverla tutta. Così poi mio fratello ride di nuovo.

Vorrei sapere con chi posso parlare. A chi posso scrivere. Al Papa, magari. Dovrei parlare con chi comanda, con chi sa come si gestisce questa cosa dell’offerta spontanea della mia faccia. Posso stare fissa, posso anche smettere di dire tutte le parole che conosco, ormai a me ne bastano molto poche per vivere, quindi voglio offrire uno scambio. Però io con Dio non ci parlo. Con nessun Dio, sia chiaro. Con nessun Dio di nessuna religione monoteista convinta di essere la sola nel giusto.

Perché Dio è figlio unico. Non mi fido di un Dio figlio unico. Non mi fido di un Dio e nemmeno dei figli unici. Non capiscono. E Budda è diventato Budda lasciando moglie e figlio appena nato, altrimenti col cazzo raggiungeva l’Illuminazione. Bravo. Vieni qui a illuminarti, qui, dove sono io, in una giornata delle mie in una settimana delle mie, poi vediamo se riesci.

Intanto mi inventerò un’allergia. Mi sembra una buona idea. Per gli occhi gonfi e la faccia di cartapesta. Tanto chi può dire che non sono mai stata allergica? Nessuno. Chi sa che non sono mai stata allergica o è morto oppure conosce i motivi per cui ho questa faccia da giorni. Gli altri si accontenteranno di una versione riveduta, di una menzogna, di un’invenzione. Una bella storia ben raccontata, un’allergia improvvisa in età adulta. A cosa? Al dolore. Alla sofferenza di chi amo. Alle piante. A chi è vivo e non so perché. A Dio, che è un figlio unico al quale non si può dire niente perché non sa tenere un segreto. Se non hai fratelli quando hai imparato a tenere i segreti?

Devo trovare il responsabile, quello con cui parlare per risolvere la situazione. Passeggio davanti alle foto di chi non c’è più, bravi. Bravi un cazzo, gli dico. A cosa servite? Non intercedete? Cosa c’è di lì? Come vengono gestite le richieste? Più che il culto degli antenati mi esercito nel culo agli antenati. Li rimprovero, li tratto male. Non servite a niente, vi giro la foto, non voglio nemmeno vedervi. Dovreste vergognarvi di lasciarci così. Ridevamo, lo sapete quanto ridevamo. Ridevamo scomposti, ridevamo anche infelici, ridevamo e voi dovreste vergognarvi.

Dovrei chiedere scusa a mia figlia, la grande. Quando andrò a svegliarla domani, le chiederò se vuole un toast o il caffè o uno yogurt e poi le chiederò scusa per aver minimizzato fino a perdere la pazienza, fino a sbottare e dirle basta, queste sono cazzate, queste non sono cose importanti, per lei era importante quella vicenda di portare dei soldi al rappresentante di istituto in quinta perchè doveva parlare con uno di quinta e se sei uno di prima è importante. Eppure non lo è. E l’ho trattata male.

Dividere l’importante dal non importante. Creare scatoloni di importante a lunga conservazione e portarli in un centro di raccolta, assicurarmi che arrivino a destinazione. Creare scatoloni di non importante, chiedere a Lui di portarli in garage, accorgermi che pesano poco e che posso fare da sola, senza chiedere a Lui. Sapere che nemmeno Lui può capire, anche se non è Dio, anche se è un falso figlio unico. È la quota di estraneità che ci portiamo ancora dietro dopo ventuno anni insieme. È il confine naturale, il crinale della montagna. Da questa parte e da quella parte. Non può capire e non voglio spiegarglielo, perché se dovesse inventarsi Lui un’allergia non vorrei capire, non mi interesserebbe nemmeno, forse penserei che di là, dall’altra parte del crinale se lo meritano.

Non mi scuserò con mia figlia, la grande. Metabolizzerà la mia reazione, è abbastanza grande. Anzi, le dirò esattamente come stanno le cose. No. Non è abbastanza grande. Glielo dirò solo se diventerò anch’io una sfinge. Le spiegherò. Mi scuserò. Piangerò senza muovere la faccia.

Dopo aver diviso l’importante dal non importante, stanotte, andare in cerca di cose che non sono motivi per piangere e per le quali piangere senza motivo, trovare tutte le piccole angosce che ho nascosto, tirarle fuori e lasciarmi commuovere. Scoprire se si può vivere nutrendosi solo di frutta secca. Cercare rifugio in piccoli gesti, piccolissimi, minuterie. Riporre l’accendino nel cassetto subito dopo aver acceso la candela vicino al camino. Svuotare la paletta dopo aver raccolto i peli del cane. Scaricare la lavastoviglie quando ancora i piatti bruciano i polpastrelli. Impilare perfettamente i tappi dei barattoli uno sopra l’altro. Impilare perfettamente i barattoli uno dentro l’altro. Continuare la lettura del romanzo su comodino, una storia pessima scritta malissimo da un francese sopravvalutato come tutti i francesi. Inimicarmi i francesi.

 Creare uno zaino per la sopravvivenza, la mia. Metterci dentro la frutta secca. Raccontare alle ragazze che le noccioline tostate sono per me una dipendenza affettiva. Raccontare la storia di una bambina che va a trovare il nonno in azienda e passa dal laboratorio dove le dipendenti, tutte in camice bianco e cuffietta in testa, prendono con un coppo bianco una quantità di noccioline, le mettono su una bilancia, le infilano in un sacchetto, chiudono la confezione passandola sotto una macchina che la sigilla con il calore e ricominciano mentre lei si dondola nella gonna plissettata e allunga la mano nel cestone della noccioline, le prende e le mangia e ricomincia finchè non sente la poltiglia riempirle i denti, quelli in fondo, allora scava con la lingua per liberarli, ingoia e di nuovo allunga la mano nel cestone.

Metterci dentro una scatola da scarpe con delle risate, chiuderla con un elastico, che non escano finché non saremo al sicuro. Un patto con l’universo, un’offerta che non si può rifiutare. Un mantra, gli occhiali per leggere, una penna e un quadernetto per gli appunti, che siano di notte o di giorno. Dell’antistaminico. Una fune lunga per recuperare mio fratello, nel caso scivolasse in un burrone. Una torcia, nel caso si chiudesse in una grotta. È la sua sopravvivenza questa, sì, ma è anche la mia. Raccontare alle mie figlie la storia del crinale e della quota di estraneità, che in parte riguarda anche loro.

Metterci dentro una notte lontana con una lampada su un comodino, accesa, sul muro tappezzato  l’ombra lunga di una bimba corta, ha un caschetto sottile di capelli, ha detto le preghiere con suo padre che gliele ha insegnate in un ordine preciso che non avrebbe mai dimenticato: Padre Nostro, Ave Maria, Eterno Riposo, Angelo di Dio. Il padre ha chiuso la porta uscendo dalla cameretta, sono loro due da soli, la mamma non c’è e nemmeno il fratellino. Sono in ospedale. Perché il bambino deve essere operato. La bambina con il caschetto sottile si avvicina al letto con le sponde, un letto da piccoli, non come il suo.  C’è un pigiama appoggiato, sembra dimenticato, non è sotto il cuscino. Lo prende tra le mani e lo respira, ci affonda il naso dentro, lo preme sulla bocca, cerca l’odore, lo trova, le entra su per le narici, assomiglia al suo odore, le famiglie hanno lo stesso odore, i fratelli hanno lo stesso odore, dice a Dio che non lo tratterà più male, solo questo può offrirgli, lo dice a Dio perché ha solo lui, perché prega ogni sera parole grandi e qualcosa vorrà dire, lo dice a lui, ti prego, fa che vada tutto bene, fallo tornare a casa e gli vorrò bene per sempre. Rimette a posto il pigiama che ha una macchia, un alone al centro della maglia, la bambina non sa di cosa, se ne occuperà sua madre, le sue lacrime sul pigiama si asciugheranno, al massimo racconterà che è bagnato di acqua, una bella storia ben raccontata. La bambina ancora non sa che Dio è figlio unico, ecco perché la metto nello zaino della sopravvivenza.

Scusarmi con Lui, anzi no. Metabolizzerà la mia reazione, è abbastanza grande per accettare questi miei giorni di rabbia e dolore, di tutto quanto sto offrendo in cambio della causa della macchia. Non inventare storie, dirgli che è una questione di odori, di promesse, di notti che non avevo mai raccontato nemmeno a Lui. Scusarmi solo se diventerò una sfinge. Piangerò senza muovere la faccia e poi rideremo, di nuovo, tutti.

di bambine quando erano come Dio.

Olio su memoria.

Lo sanno tutti

Per primo l’ha saputo il vento, ha sparso la notizia come fa con le foglie, sai, che poi vanno raccolte o almeno ammonticchiate in un angolo. Dio è come il vento, diceva un poeta, chissà se è vero. Dio è padre, mi hanno insegnato, allora sì, è come il vento che si alza. Si dice così del vento, che si alza. Tu ti sei sempre alzato, di notte, quando le ragazze erano bambine. Io no, io meno. Però il vento soffia, si dice così, allora Dio potrebbe essere madre, sai quella cosa che facciamo noi madri quando abbiamo davanti delle ginocchia sbucciate, disinfettiamo e soffiamo. A me, il vento, provoca mal di testa e innervosisce. Allora Dio è sia madre che padre, mi ripeto. Appena saputo che eri partito ha iniziato ad agitare il pino, costringendo i rami a una danza inusuale. Dici che non era il posto dove piantare un pino, è vero, ma lì lo hanno piantato e lì lo abbiamo trovato. Dopo il nostro pino si è agitato il nostro vicino, io ho inventato una canzoncina delle mie con la facile rima del pino nel giardino che spaventa il vicino ma tu non c’eri e, d’improvviso, mi è parso che avesse meno senso, che facesse, persino, meno ridere.

Poi l’ha saputo il tuo bonsai, che ha deciso fosse giunto il momento di esplodere rigoglioso per evidenziare tutta la mia incapacità a occuparmi di lui al posto tuo o per fare in modo di non passare inosservato, un tentativo di urlare la sua presenza così che io non potessi ignorarlo.  Hai trovato il posto giusto, sai, con la luce giusta. Tutto giusto ma se non torni tu morirà.

E gli insetti, molti, diversi. Hanno saputo e si sono presentati in camera di Pepe. Non tutti insieme, ma ad intervalli. Il tempo di lasciarmi scendere le scale dopo averne sconfitto uno per essere richiamata con la voce petula, a metà tra la supplica e la rabbia, quell’incapacità di cavarsela perché la paura è più forte, l’imbarazzo di aver paura di una mosca o di una cimice. Tutto quel chiamare “fastidio” la paura.

Lo sa il garage dove la mia auto riposa storta, non più parcheggiata fino in fondo per lasciare lo spazio alla tua. Occupa sempre lo stesso spazio, quella è, eppure mi sembra che sia vuoto. Lo sa il sacchetto dell’umido che non potrà aspettare il tuo ritorno anche se provo a convincerlo, resisti gli dico, ma so che non è possibile. Lo sa il cane grande che attende senza mangiare, lo sa il cane piccolo che deve giocare a “Chi vuole più bene a me” il gioco che facevo con mamma e papà da bambina, quello in cui uno chiede e chi vuole più bene a me? e il primo tra tutti che risponde vince. Quando la domanda la faceva mio fratello faceva vincere sempre mamma, anche se lei stava zitta, perché lo aveva pensato, sosteneva lui e questo era sufficiente a garantirle la vittoria. Io ero onesta ma vinceva sempre papà. Adesso questo gioco lo facciamo con le ragazze, ma io lo so che tu lo pensi per primo. E comunque non si vince nulla, va detto.

Lo sa l’ambulante che vuole vendermi gli accendini al semaforo e Pepe che mi racconta “qui è dove papà ne ha comprato uno e ha dato una banconota da cinque euro ed è scattato il verde allora non gli ha dato il resto, ha pagato un accendino cinque euro ma sai com’è fatto papà che non è capace di vedere le persone così senza fare qualcosa”. Lo sa Pepe che mi dice che non le manchi perché torni presto. A me manca lo stesso, sussurro. Lo sappiamo, mamma. Lo sa la professoressa di latino di Cri, durante il colloquio, non c’è molto da dire anzi niente, è brava, è educata, riservata, preparata. Mi viene in mente una canzoncina delle mie, ma se non ci sei tu non mi fa nemmeno ridere.

Lo sa Spotify che fa di testa sua e propone canzoni che aprono varchi temporali, che mi scaraventano nei possibili mondi paralleli che non ho vissuto perché ho incontrato te. Canzoni che mi costringono a pensare a uomini che non sei tu in vite che non sono più la mia. Ho tradito un uomo che accusavo di tradirmi e che non mi ha mai tradita ma solo annoiata e forse è lo stesso. Sai, quando sei giovane, capita di pensare che non puoi andare via, capita di scambiare i propri piedi con radici, capita di pensare che sei un albero e che senza il vento forte non succederà niente. A me è capitato, ecco, magari non capita a tutti i giovani ma a me sì. Ho imparato ad andare via, non ero capace.  Ho aspettato sveglia un uomo che doveva finire di provare uno spettacolo di cabaret dopo aver lavorato tutto il giorno come istruttore in palestra e aver allenato a calcio una squadra di bambini che lo chiamavano Mister. Peggio degli uomini chiamati Mister ci sono quelli che li chiamano Mister. Che dolcezza smisurata in un uomo che in piena notte attraversa la sua città per entrare nell’Hotel dove tu alloggi per lavoro e trascorre quel che resta fino all’alba a raccontarti i suoi sogni di fama, su una poltroncina scomoda mentre un portiere di notte incasina un solitario al computer. Lo sa Spotify che sono esistita anche prima di te, come certe leggende.

Lo sa la mamma di un’amica di Pepe che mi guarda con sufficienza, lei che ha scelto di essere sola, lei che ha scelto di fare da sola e si barcamena tutto da sola. Scusa, scusami, le suggerisco con lo sguardo, lo so che valgo poco, lo so che è debolezza sentirmi sola senza di Lui, lo so che posso farcela, che dentro di me ho le risorse come te, quasi come te. Scusa.  Ma sono due, tu ne hai una sola e io ne ho due. Io ho il doppio di quello che hai tu. Tu hai la metà di quello che ho io. E poi loro hanno me come madre, capisci? Non hanno te. Brava, ti faccio un applauso e hai tutta la mia stima ma io ne ho due. Quindi scusa un cazzo, alla fine. E lo sa quel padre che incontriamo in pizzeria, seduto con i figli al tavolo accanto al nostro, mi guarda come per dire siamo tutti sulla stessa barca mentre i suoi due smanettano al cellulare. No, non siamo sulla stessa barca, io viaggio a vela e tu a motore, a me serve il vento perché il vento è Dio e Dio è padre, guarda come sventolo la mano sinistra, vedi? Vedi la fede e l’anello con i brillanti? Li vedi? Guarda come agito inutilmente la mano sinistra con la quale sono incapace di fare qualunque cosa eppure la sventolo come un gonfalone, eccomi, non siamo uguali, oggi è il tuo giorno e devi dargli cena, li porterai dalla madre tra poco. Io non ho giorni, ho tutti i giorni. Vedi la mano sinistra? Non le ho part-time, non ci sono accordi consensuali, cioè sì, ci sono, ma non come i tuoi, i nostri sono davvero consensuali, io preparo cena a casa e Lui va a prendere la grande a Karate, solo che lui oggi non c’è e non ci sarà domani e allora tocca a me ecco perché ho portato anche la piccola con me e ci siamo dette, cioè io ho detto, che ne dite di una bella pizza? Perché mica ci frega che sia anche buona. Deve essere bella, pronta, veloce. Si dice così, no? Una bella pizza. Che poi perché ti sto dando tutte queste spiegazioni? Chi cazzo ti conosce? E togli il cellulare da tavola e i gomiti, che non è educato, per forza ti ha lasciato.

Lo sa il mio diritto al mugugno, le lamentele del mattino, le mail ottuse, le chat del tennis, lo sa il veterinario che mi dice si vede che sei stanca mentre sono seduta dalla parte opposta della sua scrivania con il cagnetto in braccio e le gambe un po’ divaricate, come certe donne incinte, con quel peso innaturale da portare. Resterei seduta qui, dottore, tutto il pomeriggio se possibile. Lo sa che Lui mi chiama scimmia? Questo basterebbe a giustificare il fatto che resti nel suo ambulatorio? Gli chiedo se i cani sentono la paura degli altri animali. Perché il cagnetto trema sempre quando veniamo qui, magari sente che altri sono stati qui, sente le medicazioni o certi odori che noi non percepiamo. Mi sembra una domanda stupida ma non faccio quella cosa di scusarmi in anticipo per la domanda stupida così da permettergli di dirmi che non esistono domande stupide. Lo sappiamo tutti che esistono domande stupide. Persone stupide. Cani stupidi. Parenti stupidi. Giorni stupidi. Impegni stupidi. È più una cosa dei gatti, risponde. Hanno come dei sensori sotto i polpastrelli, dice, se non pulisco subito il tavolo delle visite tra un gatto e l’altro è un casino. Forse ho anch’io qualcosa sotto i polpastrelli, dottore, qualcosa che sente gli altri.  I cani possono ammalarsi di Alzheimer, gli chiedo ancora. Penso al nostro cane grande, il cane di Pepe. Ha dodici anni, mi sembra mia nonna quando aspettava il pullman per Palermo, per andare a trovare i suoi fratelli. Che erano tutti morti. E lei abitava a Torino. No, è demenza senile quella dei cani, mi dice.  E le scimmie? Le scimmie possono avere l’Alzheimer?

Lo sa la ragazza di un tempo, te la ricordi? Quella che studiava le definizioni del codice e preparava gli schemi e tutto doveva stare nelle definizioni e negli schemi e il mondo lo divideva in regole ed eccezioni, come il Diritto e tu eri l’eccezione. Lo sa anche lei, è quella che patisce di più, povera stella, la tua lontananza, l’ha sempre patita. Quante volte ti ha aspettato accontentandosi di cinque minuti con te senza mai pensare che si stesse accontentando, così smaniosa di respirarti nell’incavo del collo, di baciarti tra le clavicole. Anche adesso che sei la regola, gioia bella, ti aspetta così. E lo sa la donna, quella che conosci bene. La donna che è stata discussa, nemmeno messa in discussione, magari, no, discussa con il chiacchiericcio smodato e sgrammaticato di alcuni, la madre vituperata, tirata in ballo, usata come bersaglio. A lei non manchi, sappilo. Con i tuoi modi garbati davanti alla prepotenza, con la pacatezza dell’indifferenza verso certi atteggiamenti che a lei mandano in subbuglio le arterie, con l’aria serena di chi non perde tempo in discussioni sterili. No, a lei non manchi, così poco sanguigno, poco irremovibile, poco belligerante.  Segnatelo. Lei pensa che ognuno va dove vuole andare e fa quel che vuole fare e dice ciò che vuole dire. Lei pensa che non siete qui adesso perché siete stati fortunati o più fortunati di altri, lei non pensa che serva la gentilezza per superare l’usura del tempo ma solo il rispetto che, purtroppo, si misura nelle differenze perché a rispettare le similitudini siamo capaci tutti.  Se mai tu dovessi decidere di non tornare è a lei che mi rivolgerei, non certo alla sdilinquevole ventitreenne, anzi andremmo a cercarla, la staneremmo per cacciarla, afferrandola dai capelli, dietro la nuca con quella presa come la tua, quella che vista da fuori sembrava che le facessi male e invece il male era non prenderla così. E, comunque, nessuno vi vedeva da fuori, ma Dio se eravate belli.

Lo sa il soffitto della nostra camera da letto, l’impronta della zanzara schiacciata con il libro dell’I Ching al culmine di una lotta serrata l’estate scorsa, la luce che filtra dalle persiane, il gatto del vicino che amoreggia in giardino, forse proprio sotto il nostro pino, le misure di me che prendo in queste notti senza di te durante le quali prendo sonno e lo lascio, lo riprendo e lo perdo di nuovo, è che senza di te soffro di in-Sonia, mi do contro, mi do addosso, mi combatto. Girata sul fianco sinistro guardo al buio il tuo lato del letto, stendo le gambe in quella direzione, sento il cuore che batte, se mi giro sul lato destro non lo sento. Mi rigiro a sinistra. Lo sento. È il mio. Non so se sia possibile. Non che batta, è ovvio che batta. Sono viva. Non so se sia possibile sentirlo così, solo perché girata su un fianco. Mi giro a destra e non lo sento, però batte perché sono viva, ancora. Mi giro un’ultima volta dal tuo lato ed eccolo che batte. Allora forse è il tuo cuore quello che sento forte, come diceva la poetessa. Penso di dirtelo, allungo la mano per cercare il telefono, devo dirtelo. In quel momento mi chiami. E chi vuole più bene a me, chiedi sorridendo. Ti sento sotto i polpastrelli che sorridi.

Io.

Una somma di piccole cose

Lui guarda qualche programma in tv, Pepe gli si sdraia accanto sul divano, non si toccano, non c’è coccola, lei è lì e Lui è lì, sono lì insieme ma ognuno per sé, io lo so anche se non li vedo. Li sento. La porta della mia stanza è socchiusa, Lui cambia spesso canale, lei si innervosisce, anche a me fa innervosire questa incapacità di silenziare e lasciare lì, togliere il volume e basta. Lui no, non vuole vedere la pubblicità, non gli basta non sentirla. Discutono. Poi riprendono a guardare il loro programma, lo commentano, ridono a volte, a volte Lui le spiega qualcosa, lei annuisce anche se non la vedo. Scrivono la loro storia mentre parlano, mentre si parlano. Poi Lui si alza, toglie il filtro dall’acqua calda, travasa la tisana nelle tazze, quattro, e inizia il giro, chiama Cri dal primo gradino della scala che va in mansarda, lei non risponde, Lui la chiama di nuovo, lei non risponde, lui toglie le ciabatte e sale con la tazza tenuta saldamente così da non rovesciare nemmeno una goccia sulle scale, per non sentirmi dopo. Le tazze, sua e di Pepe, restano sul vassoio accanto al divano, Pepe chiede se si può già bere o se è ancora troppo calda, “prova” le risponde il padre. Suo padre le dice sempre prova. Io le dico sempre “aspetta che provo e ti dico”. Poi viene in camera nostra. Io leggo, sul comodino non c’è spazio per appoggiare la tazza, troppi libri, troppi amuleti, se ne lamenta un po’, sorridendo. “Leggi piano- mi dice sempre- leggi con un po’ di pane altrimenti non ti sazi” facendo il verso a suo padre e anche al mio, che non si sono mai incontrati e che dicevano le stesse cose, seduti a tavola. Io, a volte, gli chiedo di portarmi qualcosa di nascosto da me stessa, allora Lui va di là e torna con un biscotto, “è troppo-gli dico- metà”. “Ma smettila-risponde- è di nascosto, non ti scoprirai mai”. Se ne va, da Pepe, hanno un discorso da ultimare che è la loro coccola, è la loro storia, quella che lei si porterà via da questa casa insieme a qualche abito e qualche foto e qualche libro. Lui è la casa. Mio padre era la casa. Lui è una casa con un portico ampio, è un gazebo strutturato, fissato al terreno, con pali solidi, non c’è vento, non c’è nevicata, non c’è temporale che possa abbatterlo. Ma sei all’aperto, vivi così, coperto, protetto ma esposto, c’è l’ombra per mangiare senza fastidio se fa caldo ma ci sono gli insetti, c’è riparo dalla pioggia ma devi coprirti bene, altrimenti prendi freddo. Mio padre era un appartamento al quarto piano con ascensore, dove c’è spazio ma si deve condividerlo, aveva mobili di legno con zampe leonine, sedie foderate di ciniglia e qualche oggetto antico che sembrava vecchio, mobili classici che non stancano, diceva. I padri sono case. Le madri sono cose. Cose di uso comune. Una somma di piccole cose.

Io sono un colino, servo da filtro e setaccio per modiche quantità, do respiro al lievito nell’impasto di una torta, trattengo la parte più spessa della spremuta d’arancia la domenica mattina. A me restano i grumi, i gropponi, tutto quello che non scorre agevolmente residua su di me. Sono un rimedio casalingo, l’aceto per il calcare, il borotalco contro le formiche, la buccia di patate per le macchie di ruggine, il dentifricio per lucidare l’argento, il sale sulla macchia d’olio. Sono una bacinella di plastica con un manico deformato, vecchia ma la più comoda per lasciare in ammollo lo sporco ostinato, fatto di sangue o terra rossa, sono l’orologio sulla parete a cui non viene aggiornata la data, il togli pelucchi elettrico da passare sotto le maniche di certi maglioni, nel cavo dell’ascella o più giù, sui gomiti. Sono un vocabolario dei sinonimi e contrari impolverato, il dispenser del sapone che non viene ricaricato, il rotolo di carta igienica esausto sul termosifone del bagno. Sono la lucina accesa di notte per non aver paura, quella che a un certo momento, invece, disturba e basta. La penna sui cui alitare perché riprenda a scrivere, sono l’acchiappa polvere dimenticato su un ripiano della libreria, l’acchiappa colore, salvifica invenzione che consente di mischiare senza incidenti i panni sporchi, dubbio di ogni lavaggio, l’avrò messo? Sono il foglio di carta velina che separa le pagine negli album, lascio intravedere la foto successiva, mi sollevo leggera, mi strappo con niente ma non importa, basta passarci la mano liscia sopra, con il palmo ben aperto, che sembri una coccola, sono la memoria prima che si perda, sono tutte le volte, tutte le volte come quella volta.

Come quella volta che Cri ha chiesto di fare la lezione di prova a catechismo, pensando si trattasse di uno sport che andava di moda tra i suoi compagni in quel momento. Come quella volta che una delle due era soprannominata la Signorina Cacapietre e non dico chi perché ho promesso. Come quella volta che ho dato per l’ultima volta un bacio a pizzicchillo, era il 1996, era una casa in affitto, una casa disordinata ma felice, una casa che era stata bombardata durante la guerra, abitata da demoni che pasteggiavano su tavoli verdi, una casa dove il venerdì non si mangiava carne, mai, una casa dove ci si baciava così, con il bacio a pizzicchillo e ci si commuoveva per i cartoni animati dove gli animali restavano orfani, una casa che non esiste più se non dietro la carta velina di un album o dentro qualche ricordo. Come quella volta che Pepe durante l’interrogazione su Martin Lutero lo ha chiamato Juan Martin Lutero, come Juan Martin del Potro, il tennista, perché ognuno ha le sue strategie di mnemotecnica, come quella volta che Cri, a due anni, chiedeva a tutti quelli che incontrava “come chiama tua mamma?” A tutti, poi, rispondeva: “ah”. Solo ah. Cosa si può rispondere? Niente, si dice ah. E solo a sua sorella appena nata aveva chiesto “come chiama tuo papà?” Ah.

Sono i vestiti da dare via accatastati sul fondo di un armadio, sono un classico della letteratura letto in un’estate, al liceo, con il prezzo in lire e le pagine scricchiolanti ma disponibile al bisogno improvviso, una domenica sera per il lunedì mattina, pronto a tappare i buchi di una dimenticanza. Sono la molletta che chiude i sacchetti così da non disperdere la freschezza e la fragranza, sono i Tupperware senza tappo, il cesto della roba sporca in bagno, riempito fino al colmo e che si spera sia sempre qualcun altro a svuotare.  Sono le frasi ripescate, la notte, è di notte che si va a pesca, è quello il momento. Sono l’affanno del restare in balia della bonaccia, quando tutto è fermo e calmo e ti chiedi quando arriverà la fregatura. O la tempesta. “Non si chiama la tempesta” dice sempre Lui che per mare ci sa andare davvero, guai. Ma è della tempesta che le persone poco coraggiose hanno bisogno per cambiare. Sono la poltrona nell’angolo accanto allo specchio, in camera da letto, dove poggio tutto quello di cui mi spoglio a fine giornata, i pantaloni, pochi, le gonne lunghe e plissettate, molte, i maglioni morbidi con il collo ampio, le giacche del tailleur, la tuta per i lavori di casa, le scadenze bancarie, i colloqui con i professori, il doppio cognome alla fine di ogni comunicazione che riguardi le ragazze, le telefonate dalla macchina, il tratto di tangenziale in cui, ancora, il cellulare non prende, l’idea ingenua di meritare qualcosa solo perché ci si è comportati bene, tutti i non fa niente indossati  a strati nel corso della giornata, sono la Regina dei Non Fa Niente, quando invece fa tutto, le lacrime, poggio sulla poltrona un ingente quantitativo di lacrime da versare, quelle che se non versi poi te ne dimentichi. Non di piangere, no, ti dimentichi il motivo e finisci a piangere per niente e invece volevi piangere questo, volevi piangere per questo.

Come quella volta che ho vestito un corpo vecchio e morto che sembrava una mummia e pensavo di vestire una malattia e invece la stavo spogliando, la malattia, e la stavo poggiando sul comò e temo di essermi dimenticata di buttarla via perchè è così che ti frega quella malattia, che ti dimentichi. Come quella volta che Cri, piccolissima, mi ha chiesto cosa fosse il suicidio e dopo la mia spiegazione ha detto “oh, no, no, io aspetto di morire da sola” e ho pensato a come muoiono gli animali, dopo aver vissuto e basta, come quando le donne della famiglia parlavano in cucina e si interrompevano all’improvviso all’ingresso di qualcuno e all’improvviso riprendevano appena usciva di nuovo , come tutti gli anni in cui mio padre ha lavorato come trasfertista e tornava il venerdì sera e ripartiva la domenica sera e io andavo e tornavo per prenderlo e portarlo in aeroporto e quando guidava lui mi rilassavo e quando guidavo io mi concentravo e intanto parlavamo ed era la nostra storia, quella che avrei potuto portare via, come quando durante la settimana mia madre ci chiedeva “cosa volete per cena che siamo solo noi?” Ed eravamo quattro, comunque, mancava solo lui e per lei eravamo solo noi senza di lui e lei era tante cose, tutte di uso comune, una somma di piccole cose stipate lì a riempire la casa, che era lui anche se non c’era. E lei ripescava frasi lontane e storie passate, non so da dove, non so se andasse a pesca di notte anche lei, non ci siamo ancora incontrate nella nostra navigazione.

È la somma che fa il totale, diceva spesso. Insegnava matematica, pensavo parlasse di quello ma io la matematica non l’ho mai capita e nemmeno lei. Invece parlava di sé. E di me.

Strani pensieri

Iniziava a sceglierli dalle prime ore dal mattino, o le ultime della notte, ancora nel letto, sommersa dal piumone e sul piumone la coperta, quella in più, quella per quando sale il cane. Il cane non dovrebbe salire, diceva Lui, ma senza convinzione, è che in ogni famiglia ci vuole qualcuno che dica qualcosa e questo qualcosa, in quella famiglia, toccava a Lui. Raramente sceglieva gli stessi del giorno prima, quelli che aveva lasciato sulla poltrona in camera da letto o in bagno, sopra l’accappatoio. Non perché fossero sporchi, ma perché erano spiegazzati, da rivedere, stanchi. Il più delle volte li prendeva direttamente dal filo sul quale li aveva stesi con estrema cura, quasi maniacale, anche se erano ancora umidi, non importa-pensava-mi si asciugheranno addosso. Capitava, dipendeva dalle lacrime, i pensieri stesi con tanta attenzione appena dietro gli occhi, sul robusto filo che univa le due tempie, erano quelli più esposti. Non importa. Di tanto in tanto, invece, prendeva dall’armadio, disordinato ma tutto lì dentro era sicuramente pulito e profumato.

La Signora con gli strani pensieri, in ogni caso, non indossava mai gli stessi. Li cambiava ogni giorno, anche se non doveva farsi vedere da qualcuno, anzi, era molto probabile che nessuno la vedesse per la maggior parte della giornata, eppure lei i suoi strani pensieri li cambiava ogni giorno, sopra ci buttava un cappotto o una pelliccia, ecologica si intende, ai quali abbinava la borsa, poi guinzaglio al cane e via, verso la giornata da svolgere tutta intera, come un compito, come un impegno, come un progetto. Si inizia e si finisce e quel che si infila in mezzo a volte importa, a volte no. Alla Signora dai pensieri strani il più delle volte non importava, si faceva quel che c’era da fare.

Viveva di scadenze, non come le persone importanti ma più come gli addetti al banco del fresco del supermercato. Controllava quotidianamente che niente andasse a male, che niente superasse la data indicata per la consumazione, preferibilmente. Spostava in avanti quello che era prossimo a scadere, si scusava con quel che lasciava indietro, ma per quello c’era più tempo. Anche del tempo bisognerà poi occuparsi, pensava. E comunque anche gli addetti al banco del fresco sono persone importanti. Per qualcuno, per qualcuno sicuramente lo sono, pensava.

La Signora con i pensieri strani si concentrava sempre un po’ su uno dei suoi difetti, uno fra i tanti. Non per migliorarlo, men che meno per tentare di eliminarlo. Era un’esegeta dei difetti. Sono i difetti la vera impalcatura dell’essere, non sai chi sei se non sai quali sono i tuoi difetti, non puoi vivere accanto a qualcuno che non scelga di vivere con i tuoi difetti. Questo era il periodo del difetto più invalidante: quello di motivazione. La Signora si trascinava senza scopi, ripetendo la giaculatoria del “non ce la faccio più”: non ce la faccio più, non ce la faccio più che non vibrava come il nam yo ren ge kyo ma, inspiegabilmente, la  connetteva alla parte più intima di sé, quella della sgobbona che deve faticare tutto per riconoscere un minino di valore a qualcosa.

Viveva scorrendo le settimane e i mesi e gli anni dal menu tendina del programma degli incassi bancari. Raramente sbirciava nel futuro, in quale giorno della settimana sarebbe stato Natale tra tre anni o il suo compleanno tra due, non le avrebbe cambiato la giornata, né Natale tra tre anni e nemmeno il compleanno tra due, non le avrebbe cambiato niente sbirciare negli anni davanti. Aprendo il menu tendina le comparivano gli anni indietro, quelli che aveva già visto, sempre affacciata da lì, sempre a presentare incassi, aspettare che venissero digeriti dal programma e infine archiviati. Questo succedeva agli anni trascorsi. Si archiviavano. Anche del passato bisognerà poi occuparsi, pensava. Ed eccoli lì, sotto i suoi occhi. C’era il 2017, l’anno dell’Aggressione a sua figlia. Un po’ come il calendario cinese, pensava, l’anno del bufalo, della tigre, del topo e così via. Qui c’erano l’anno dell’Aggressione, l’anno delle Indagini, l’anno del Processo, l’anno della Sentenza. Chissà che non fosse questo l’anno della Vendetta, pensava. Perché, a differenza del calendario cinese, la Signora non sapeva prima quale anno stesse iniziando, lo sapeva alla fine.

La Signora dagli strani pensieri nutriva adamantine antipatie ma non le nutriva in modo equilibrato, no, lei le mandava all’ingrasso e come la strega cattiva della favola le toccava per saggiarne le dimensioni. Tutte le avversioni avevano lo stesso denominatore: la maleducazione. Da quella base partiva la gerarchia. Al livello più basso la tabagista con i due cani brutti, quella che non chiudeva mai il portone del condominio tranne quando la vedeva arrivare con borse, borsette e borsoni. In cima, sopra a tutti, c’era un’insensata triade verso la quale l’antipatia non era nemmeno più sufficiente. Forse aveva esagerato con la ferocia, nel nutrimento. Va bene un pizzico, come il sale nelle torte, ma in questo caso poteva esserle scappata la mano e anche dell’orripilante terzetto bisognerà poi occuparsi, pensava.  

Aveva il terrore che Lui morisse presto. All’improvviso e presto, senza essere diventato vecchio, vecchissimo, talmente vecchio che va bene morire o anche solo abbastanza vecchio da farselo andare bene. Questo non lo poteva dire a nessuno, non si dice in giro questa cosa, non si racconta questa paura, non è come la paura dei ragni o di guidare con la nebbia, non è come la paura di volare o del buio. È tutte queste paure insieme. Non si può dire a nessuno, pensava. Allora lo diceva a Lui, che poi era il solo, eventualmente, interessato al discorso. E lo diceva a suo modo, chè mica poteva mutuare il modo di un’altra. E lo diceva brusco, coriaceo, fastidioso, suonava come un rimprovero. Se muori mi incazzo. Se muori sei uno stronzo. Capisco, diceva Lui, che sapeva vivere con i difetti della Signora dai pensieri strani e sapeva che quel che l’avrebbe devastata sarebbe stata la sopravvivenza a cui l’avrebbe relegata, condannata, non la solitudine, magari la solitudine. Sapeva che era il pensiero di vivere senza di Lui e di dover crescere le ragazze, che già erano cresciute ma di strada ancora ce n’era da fare e di decisioni da prendere e di dubbi da avere e di divieti e di regole e di permessi e di soddisfazioni e di botte di orgoglio e di notti a parlare di una e dell’altra e di telefonate quando loro non ci sono per valutare insieme cosa dire, che sia la stessa cosa e insomma quelle due erano un progetto  nel quale, sinceramente, lei non si sarebbe mai imbarcata senza di Lui. Lo sapevano entrambi. Se lo dicevano tra loro e basta.

La Signora con gli strani pensieri avvertiva come una perdita, ogni giorno che sfogliava dal menu tendina  perdeva un pezzetto come una molletta quando cade mentre ritiri il bucato, si era messa di impegno per cercare dove fosse la perdita, cosa riguardasse, quale parte, era partita con un’ispezione severa, non aveva tralasciato nulla, sapeva che era legato all’età e allora aveva chiesto a Lui che dalla sua età ci era già passato, voleva sapere se, per caso, si ricordava di aver perso qualcosa in quel tratto di cammino e Lui le aveva detto di no, aveva chiesto alle sue amiche coetanee e le avevano detto di no, anzi, acquistavano consapevolezza, tutte o quasi, maledette, rifiorivano, coltivavano nuovi interessi, progettavano ampliamenti dove lei a mala pena pensava di dare una mano di bianco per uniformare il colore. Sapeva che era legato alla vita, non tanto quella che aveva vissuto quanto quella che aveva dato, sparso in giro, gettata come riso sugli sposi, infilata in bottiglie gettate nel mare, persa come palloncini scappati di mano alla fine di una festa della materna, quando sei felice di essere il genitore di un invitato e non il genitore del festeggiato, quando sai che non tocca a te ripulire, per una volta, e hai visto tuo figlio divertirsi e sudare e mangiare male, sai che salterà la cena e forse ci vorrà del Biochetasi. Sapeva che la perdita era legata a tutto quello che non sarebbe mai successo, mai più, mai, tutte quelle scelte che non avrebbe preso, tutte quelle donne che non sarebbe più diventata, tutte quelle strade che non avrebbe percorso, tutto quel potenziale che mai si sarebbe espresso. Anche del mai bisognerà poi occuparsi, pensava.    

Quella mattina aveva trovato e indossato il pensiero della mezza età. Dopo essersi alzata, mentre si lavava il viso, bene negli angoli degli occhi raschiava la cispa, con il sapone dietro i lobi delle orecchie e poi una passata di tonico su un pezzo di carta igienica sempre lì, dietro gli orecchini e  con la fascia rosa a tenerle indietro i capelli gettava una spruzzata di tonico sulla faccia chiudendo gli occhi. È adesso la mezza età. Porco Giuda, è adesso. Era andata in camera, da Lui. Lo sapevi tu, che è adesso. Lui dormiva, poco ma dormiva, ma a lei non importava perché doveva dirglielo, forse chiederglielo, ma più dirglielo che chiederglielo. Lo sapevi tu. Non è all’età di mia madre, mica campiamo 130 anni. La mezza età è adesso, ora, la mia. Non è che il pensiero le stesse stretto, anzi, era persino largo per lei che indossava i pantaloni smessi dalla figlia, taglia 14 anni. È che le stava male addosso. La mortificava. E non la copriva abbastanza, non dove avrebbe dovuto, la faceva più goffa di quanto non fosse e non la proteggeva da tutto quello che c’è fuori, anzi la rendeva più esposta e lei non voleva essere esposta. Ci avrebbe messo su un antivento, non era molto ma qualcosa faceva e alla fine si fa quel che c’è da fare. Anche della fine bisognerà poi occuparsi, pensava.

Ho fatto tredici

Al tredicesimo giorno di isolamento non distinguo più il positivo dal negativo, come quando devo inserire le pile nel telecomando, mica sostituirle, no, io le tolgo, le rimetto e così funziona di nuovo. Al tredicesimo giorno di isolamento, ammetto, non sono mai stata isolata. Come fa una madre a isolarsi? In lavanderia, è quello il solo spazio, avrei dovuto segnalare che sì, avrei osservato l’isolamento presso il mio domicilio ma nel vano lavanderia, seduta sullo sgabellino sghembo osservando il timer del display della lavatrice, sorprendendomi della lunghezza di cinque minuti quando li osservi da dentro.

Al tredicesimo giorno di isolamento osservo solo da dentro.

Il lupo che mi vive dietro lo sterno è sveglio, attento, scattante direi. Il dolore in qualche regione situata dietro le costole o tra le costole lo ha infastidito da subito e ha smesso di dormire. Risponde alle mie domande, fa da filtro, scarta i pensieri che non devono arrivare, chiude la porta, spegne la luce, controlla le finestre. Armeggia con cuscini e nastro adesivo per gli spifferi, qualcosa passa comunque, ma so che non può fare più di quello che fa per non espormi ad altro.

Quando sto tanto dentro arriva sempre, l’altro.

Al tredicesimo giorno di isolamento mi mancano gli allenamenti ma mi mancano anche il fiato e le forze. Mi mancano la voce di Stefano che conta le ripetizioni, i muscoli affaticati, la sensazione di aver fatto tutto e tutto bene, al massimo, al meglio. Ogni tanto mi manda un messaggio per sapere come sto, io dimentico il cellulare in giro per casa, Lui me lo porta e mi dice che mi ha scritto Stefanino, come lo chiamo io quando parlo di lui, con una tenerezza che riservo a pochi, Lui lo sa per quello mi fa il verso.

Con il lupo abbiamo inventato un gioco che è un lungo elenco e forse anche una poesia, ogni giorno aggiungiamo un pezzo, lo abbiamo chiamato Ringraziare desidero, perché anche i giochi hanno diritto a un nome altrimenti poi non sai di cosa si tratta. Anche le poesie. Gli elenchi non lo so, forse loro no.

Ringraziare desidero per aver sposato Lui, che fra tanti che ne siamo al mondo potevo anche confondermi e  sbagliare, questione di attimi. In isolamento aver sposato il tuo migliore amico fa la differenza. Anche il ragazzo che ti piace da impazzire. Si chiama crush, mi ha detto Pepe. Lui è il mio crush, insomma. Sembra un’onomatopea, ho obiettato, come quando qualcosa si rompe. O anche una di quelle cose da test informatico sui livelli di sicurezza nella protezione da attacchi esterni. No, è solo per dire che hai una cotta, mi ha confermato.

Al tredicesimo giorno di isolamento ho voglia del mio isolamento in ufficio per un numero minimo di ore, circa cinque o sei, nelle quali sono sola, completamente sola, così sola che nessuno apre la porta ogni minuto e mezzo o mi chiede qualcosa dall’altra stanza e io non capisco e allora non è che si alzano e vengono dove sono io per dirmela da vicino, no, urlano e non capisco lo stesso e allora urlano in due, il primo e quello che ha capito e io non sento ancora e allora urlano in tre e se non mi alzo io allora potremo andare all’infinito.

Ringraziare desidero per il modo in cui Lui pronuncia il mio nome quando parla di me al telefono. Mi sembra un nome nuovo, appena imposto, come se mi battezzasse ogni volta, come se capissi di cosa si tratta, quando si parla di me.

Al tredicesimo giorno di isolamento non so se fa freddo o caldo, se pioverà o se la neve si è già sciolta tutta in montagna, se la primavera arriverà e allora l’inverno finirà presto, se i desideri sono quello che chiedi di ottenere o ciò che speri di preservare, se le mie ragazze sono felici di vivere con me, se avranno più ricordi felici o più ricordi tristi, se mi assoceranno a una risata o se faranno smorfie quando parleranno di me, non so se ci sono tanti modi per dire mamma, se uno è meglio di un altro, se c’è un modo che vuol dire mamma come qualcosa di solo bello. Al tredicesimo giorno racconto pezzetti di quando erano piccole, cose piccole di bambine piccole, che a guardarle ora non sembra possibile sia stato tutto così, per davvero, eppure non invento, giuro, dico mentre ridiamo, giuro che è vero, quella volta che Pepe mi ha spiegato la differenza tra il bene e il male all’uscita dall’asilo: arriva un angioletto bravo a suggerirti nell’orecchio cosa fare e allora fai bene. E quando il giorno dopo ha fatto male a sua sorella e l’ho sgridata, Pepe che cazzo, e l’angioletto? Che ti ha detto l’angioletto? Mamma, è arrivato prima quello cattivo. Quella volta che era un venerdì e lei aveva dimenticato nell’armadietto della scuola a copertina dudù, che ancora ci dorme, guai a chi la tocca e ce ne siamo accorte alle 18.30, ad asilo chiuso e abbiamo bruciato semafori mentre chiedevamo la cortesia, al telefono con la portineria della scuola, aspettateci, aspettaci un attimo, prendiamo la copertina rosa e andiamo via, roba di secondi e ci hanno detto che la comunità dei Fratelli si stava ritirando per il Rosario e allora ho assicurato che avrei fatto scendere Cristo dalla croce per aprirmi il portone e ci hanno aspettate e tutto è andato bene.

Ringraziare desidero per il tempo felpato, i sogni all’alba che entrano nella giornata e non restano nella notte, per la tazza termica della tisana, per il terzo libro che sto leggendo, per l’assenza di gravità delle situazioni perché prima la salute e poi il resto, per la me che dimentico in giro e quando la ritrovo è una vecchia amica, per le pagine bianche e i fogli di recupero quando sbagli a stampare, per la stanchezza che adesso si può dire fatigue e cambiando il nome sembra si tratti di altro, per i miei cani che in due si ingegnano su come aprire  le porte per vedere dove sono.

Al tredicesimo giorno di isolamento bevo meno caffè, lavoro quando riesco, patteggio con il senso di colpa e archivio il senso del dovere, non indugio davanti allo specchio, mi vedo chiaramente. Con il lupo contiamo i pezzetti come facevo con le bambine: qui c’è un nasino e lì c’è la boccuccia, due sono le orecchie e questi gli occhietti belli. Gli chiedo di contare per me, come fa Stefano quando mi allena, così posso distrarmi, posso pensare ad altro e lui non vuole, non lo fa, non vuole l’altro, quello che arriva quando sto tanto dentro, così tanto da non dovermi guardare per vedermi, che mi basta aprire il palmo della mano perché ci sia tutto riflesso, il nasone e gli occhi pesti, la bocca screpolata e le orecchie guaste, le righe in su e in giù, i segni del tempo quando non è stato felpato, i segni del tempo quando ho riso, i segni del tempo quando non lo contavamo. Resto con la mano aperta e la poggio sulla sua fronte.

Ringraziare desidero per aver tanto amato, mi sembra di aver ballato a una grande festa, ho volteggiato e non sapevo i passi e non andavo a tempo e non seguivo il ritmo e mi sono lasciata condurre e ho pestato qualche piede e qualcuno mi ha lasciata in mezzo alla pista e qualcuno mi ha invitata e qualcuno mi ha stretta senza chiedere e qualcuno si è stancato e qualcuno è rimasto sullo sfondo con un bicchiere in mano ad aspettarmi per un po’ o per molto ma io ho ballato, sempre, per tutta la festa e ancora ballo, anche con il fiatone, ancora adesso che la festa è la mia e conosco il deejay, è il mio crush.

Al tredicesimo giorno di isolamento mi dispiace per le mie ragazze quando capiscono che  vorrei non ci fossero sempre, in ogni momento, in ogni angolo, in ogni stanza, ad ogni pasto. Sempre e ovunque. Eccola, mi dico, la crepa nella devozione, la smagliatura sulla pelle liscia, ecco il buco nella trama, lo strappo rattoppato, eccola, mi dico, eccoti, eccomi. Al tredicesimo giorno di isolamento mi dispiace per le mie ragazze quando vago per casa elemosinando attenzione, conferme, rassicurazioni, quanto bene a mamma, quanto bene a mamma, tanto?  Sì, preparo quello che mi chiedi ma quanto bene mi vuoi? Tanto? Tantissimo? Eccola, mi dico, la questione irrisolta, il nodo da sciogliere, il riscatto da pagare, eccolo, mi dico il pegno richiesto, la paura più grande, l’incredulità di un’atea quando avviene il miracolo.

Ringraziare desidero per essere tanto amata, per l’ambivalenza dei sentimenti, per la positività che è indicata da una croce, robe da fedeli o analfabeti, per la negatività che è indicata da un trattino, roba da elenchi senza nome, per il lupo che mi protegge dagli attacchi esterni, per tutti i pezzi che nella conta non ho ritrovato, per quelli che ha preso Lui dopo averli rotti, ringraziare desidero perché funziono lo stesso, per i pezzi che non si trovano più e non so dove siano finiti o se qualcuno li ha tenuti, ringraziare desidero perché non mi servono più.

Ringraziare desidero Roby per la foto sul suo futon, dopo un trattamento shiatsu qualche settimana fa.

In conclusione

Ho un biglietto chiuso in una busta sul fondo della borsa nera sul ripiano dello scrittoio all’ingresso. È lì da sabato pomeriggio. Lo scrittoio all’ingresso era del padre di Lui, dovrei dire mio suocero ma non avendolo conosciuto non mi riesce, la borsa nera è mia, regalo di Lui, un regalo senza occasione, il biglietto nella busta è indirizzato a me, la grafia sulla busta è di mio padre che, poi, è chi me l’ha dato dicendomi di leggerlo perché si era impegnato per scriverlo. Non l’ho letto. Ancora. Forse perché mi ha chiesto, detto, di farlo, forse perché potrebbe esserci scritto di tutto, da un ti amo a un vaffanculo attraverso tutti i casi in cui si declina il nostro volerci bene, dispettoso, guerrafondaio, ricattatorio,  stupido, onesto. Non l’ho letto. Ancora. Perché è inverno, mi sono detta e mi è sembrato bastevole.

È tornato un sogno che per un periodo è stato ricorrente e rincorrente, mi agguantava nonostante i miei tentativi di scappare, seppur con il fiatone arrivava sempre, circa quattro anni fa, quando la scena della nostra tranquilla esistenza si è riempita di personaggi folli da arginare ed essendo sola, profondamente sola, a farlo mi sono inventata per loro nomi che mi facessero ridere e che mettessero in ridicolo quelle loro caratteristiche orrende. Nel sogno ho un brufolo tra il rossastro e il giallognolo, ma non è sul viso o sulle spalle. È sulle gamba sinistra. Lucido e pieno. Lo schiaccio tra i due pollici ed esce il pus, tanto, in un getto continuo, non uno spruzzo ma una lunga e lenta fuoriuscita di pus e a un certo momento un pelo. Un pelo incarnito che incarnito non è più. Un pelo lunghissimo, come se fosse rimasto a crescere sotto la pelle della gamba dal giorno della mia nascita, un cazzo di pelo carsico, sommerso, folto, robusto, cattivo, resistente, indifferente allo scrub, al peeling, alle cerette, a tutte le follie che ho commesso da ragazzina sulle gambe perché fossero lisce e perfette, un lungo pelo cresciuto nel pus che della mia rincorsa alla perfezione non solo se ne fotte ma la sfotte.

Non ho fiato per salire le scale, non so quanti gradini ci siano, non molti, li conto e poi me ne dimentico. Comunque non ho autonomia per farlo. Ho avuto la febbre, io che non ho mai la febbre, ho avuto le ossa rotte soprattutto di notte, ci ho giocato a puzzle, ci ho provato ma a me i puzzle hanno sempre annoiata. Anche ricomporre le mie ossa mi annoia. Anche io mi annoio a volte. Ho la tosse, secca, corta, fastidiosa. Anche io mi do fastidio, spesso.  Igienizzo le mani di continuo, ho uno spray disinfettante che nebulizzo su maniglie e plaid e divani. Apro e chiudo finestre come apro e chiudo la bocca, mai a sproposito ma a volte per abitudine. Sono abituata a me stessa, per la prima volta da quando mi frequento, osservo ogni sintomo come se fosse mio, con un occhio di riguardo. Per gli altri non ho riguardi. Per gli altri non ho attenzioni. Non mi interessano. Soprattutto i curiosi e i vanesi e quelli che cercano la parola vanesio sul dizionario. Ho mal di testa io che ho spesso mal di testa ma è diverso. È proprio nella testa, dentro, al centro, nel fondo, dove non ci arriveresti con la mano se la testa fosse aperta come un vaso, come una Testa di Moro, dove faresti fatica a scorgere qualsiasi cosa, anche il dolore. È lì che mi fa male, di più non so dire.

Mia nonna paterna interpretava i sogni. Non penso sapesse niente di Freud o di Jung.  Conosceva un po’ di mitologia greca, la rivisitava in chiave dialettale, faceva ridere senza aver in sé nulla di comico e nemmeno di tragico. Avrebbe voluto essere tragica, lei chiedeva i sintomi per sentirseli addosso e dichiararli a sua volta come le generalità, ne conosco tanti così. Le eroine e le dee erano femmine, non le ho mai sentito usare la parola donna. Nel mondo c’erano i maschi e le femmine. E le femmine hanno delle caratteristiche e i maschi no. Ne hanno altre, forse. E le femmine sono brave femmine o male femmine. I maschi non lo so, non lo ricordo com’erano i maschi per lei. Interpretava i sogni a richiesta, di chi sognava ovviamente. Le sue sorelle, loro sognavano e dicevano chiediamo a Maria. Mio padre- anche i maschi sognano-mio padre chiedeva a sua madre, poche cose deve averle chiesto nella vita ma questa sì, poi non so se ci credesse, non penso, forse era un conforto, un desiderio che lei provasse a capirlo, forse era solo un modo per stare insieme, in un inverno senza fine, il loro. Mia nonna interpretava i sogni perché gli altri pensavano che lei fosse capace di farlo. Io non so cosa sono capace di fare. Non penso che le chiederei di spiegarmi il mio sogno del pelo e del pus, non le chiederei niente, forse solo di salutarmi il nonno ma lei si offenderebbe e io rincarerei, per farle dispetto perché le femmine piagnone a me stanno sul culo.

Mia figlia Pepe è dotata di sinestesia gustativa. Che roba mi sono andata a trovare eh?  È così: datele un nome di persona e lei vi dirà quale cibo è e il più delle volte sarà vero, vi verrà di pensare che è proprio così. Da quando è piccola. Adesso le chiedo, ogni volta, anzi no, le chiedo spesso ma non ogni volta, spesso, le chiedo di dirmi che sapore hanno le persone, chiudo gli occhi e aspetto ma lei non ci deve pensare, per lei è immediato davvero. Ci sono cibi che piacciono di più, altri meno, ci sono quelli che ci fanno schifo, lei è fortunata ad avere questa abilità, insomma vedere il sapore delle persone è meglio che saper interpretare i sogni.  Mia figlia Cristina ha elencato le nove forme di intelligenza di cui può essere dotato l’essere umano, femmine e maschi senza distinzioni, perché le sta studiando in pedagogia o psicologia non so, e le ho detto che sono tante quante le vite dei gatti e lei sostiene che le vite dei gatti siano sette e alla fine non importa, ho concluso, gatti non ne abbiamo. A lei piacerebbe avere un gatto ma è impossibile finchè conviviamo perché i gatti li detesto e spesse volte anche gli umani che dai gatti vengono ospitati. Abbiamo fatto il gioco di cercare di capire quante forme di intelligenza abbiamo e lei ha vinto. Nella corsa ad accaparrarsi il meglio di quello che io e suo padre potevamo offrire quella sera di ottobre del 2006 lei ha vinto. Avere tante forme di intelligenza è meglio che saper interpretare i sogni. Ed è come avere più vite.

Al secondo giorno di isolamento, nel penultimo giorno dell’anno, ieri ho capito che rumore fa l’amore. Anzi, ho sentito che rumore fa l’amore. Ma mica l’amore universale, che ne so io di quelle cose. Ho sentito che rumore fa l’amore qui, a casa mia, dove c’è uno scrittoio di qualcuno che non ho mai conosciuto, dove non abbiamo gatti e i nomi propri li teniamo in dispensa o nel frigo, dove i sogni li raccontiamo, dove non interpretiamo nulla, nemmeno dei ruoli, dove i personaggi con nomi ridicoli servono solo a ricordarci che è sacro  ciò che noi rendiamo tale e tutto il resto è suscettibile di privato ludibrio, che anche gli alberi genealogici perdono le foglie e possono, persino, essere potati, che le frasi che iniziano con “devi” le lasciamo aspettare sulla soglia, magari passa il cane e ci piscia sopra. Ho sentito che rumore fa l’amore quello che abita qui e non altrove e mi ha fatto sorridere. Mia nonna materna, splendida Musa di leggerezza, si lamentava con mia madre e mia zia perché non era stata bene e lui, quel rompiballe, passava le giornate a misurarle la pressione, prima lui e poi lei, mattino e sera e annotava su un quadernetto, giorno, data e ora, preciso e metodico con la sua grafia inquinata dal greco antico, scriba in vestaglia, amanuense della minima e della massima. Lei lo imitava, di nascosto in cucina, mentre le avvolgeva la macchinetta intorno al braccio e poi con la pompetta gonfiava e puf, puf, puf, puf. Il loro amore faceva puf. Io infilo il dito in una scatoletta, bene fino in fondo, come il male alla testa, lì giù fino a toccare con la punta dell’unghia qualcosa e la scatoletta inizia a  emettere un trr, trr, trr, trr.  E indica che sono tachicardica, appena un po’, ma che la saturazione è buona. Anche se non ho voglia, anche se mi sembra inutile, anche se possiamo farlo dopo, mi siedo di fronte a Lui che apre il mobile, tira fuori la scatoletta, mi fa infilare il dito e mentre noi restiamo in silenzio sentiamo insieme il trr, trr, trr. Che potremmo ballare stretti, finché è inverno.

Ultime scoperte

Adolescenza significa che non c’è dolo. È un evidente caso di alfa privativa, a-dolescenza: la danza di lacrime e risate su una base di stizza non è intenzionale. Che poi è come vivo io, salvo il discorso del dolo, ovviamente. Vivere con degli adolescenti è istruttivo, personalmente ho trovato più distruttivo vivere con degli infanti. In assoluto, comunque, è meglio vivere con dei cani. A star con gli adolescenti impari che le Regine delle Fate esistono, sono quelle che rispondono danza quando viene chiesto loro che sport praticano. Impari che se li fai incazzare ti metteranno la forchetta rimasta sporca o caduta a terra mentre apparecchiano controvoglia e raccolta senza risciacquarla, senza nemmeno soffiarci sopra entro i dieci secondi, pratica che uccide ogni germe, è risaputo. Tu mangerai con quella posata pestata dai cani dopo essere stati in giardino senza sapere i rischi che corri. A vivere con gli adolescenti ti senti come quando nel tuo quartiere cambia qualcosa, passi per giorni davanti a un cantiere, un negozio annuncia la nuova apertura, tu ci passi mattina e sera, vedi ma non guardi, poi il negozio apre e non hai capito bene di cosa si tratta e nello spazio di qualche settimana non ti ricordi più quale negozio fosse lì prima. Una profumeria? Un calzolaio? Adesso cos’è? Un’agenzia immobiliare. Prima cosa c’era? Boh. Ripensi al quartiere dove vivevi da bambino, ai negozi e quelli te li ricordi tutti. Farmacia-panetteria- latteria-fruttivendolo- edicola-drogheria. Invece qui, adesso, questi non te li ricordi. A vivere con gli adolescenti capita di dover spiegare cos’era una latteria. Il negozio che c’è adesso, forse, non ti serve, non è il tipo di negozio dove entreresti. Ma tanto non è lì per te. Va bene lo stesso, dici, a nessuno, perché nessuno ascolta. Solo il cane.

Vivere con qualcuno, chiunque esso sia, è fondamentale quando si ha la febbre o il sospetto di avere la febbre. Perché il termometro te lo deve dare qualcuno dopo averlo scalato e al termine dei cinque minuti lo devi dare a qualcuno che controlla la temperatura e tu devi capire solo dallo sguardo. L’operazione termometro non può essere svolta in autonomia. Non ho mai visto nessuno farlo. Impossibile. O, almeno, inconcepibile.

Una donna che si chiama Paola mi ha detto che il mio nome, Sonia, è molto diffuso. La riformulo. Sonia è un nome molto diffuso, a detta di una persona che si chiama Paola. Niente, me la rigiro in tutti i modi ma continua a non aver senso nella mia testa. Apro la rubrica del telefono. Ho mille Paola. Poi, non so in giro per l’Italia, ma qui a Torino si fanno chiamare tutte Paoletta. Ora, già Paola significa quel che significa, anche Sonia significa quel che significa, ma insomma a significato direi che non c’è gara, poi se lo usate anche con il diminutivo è veramente riduttivo. Ecco. Mille Paola. Nemmeno una Sonia nella mia rubrica. Ma Sonia è un nome diffuso. Ma soprattutto mi ci sono intestardita, su questa cazzata. Che non so nemmeno io perché, la vado ripetendo un po’ a tutti: ti rendi conto, una che si chiama Paola mi ha detto che Sonia è un nome molto diffuso, cioè, capito? Paola. Scusate, Paole e Paolette della mia rubrica, è che non me ne capacito.

Ho fretta. Sempre. Senza motivo, davvero io non ho motivi di fretta. Posso arrivare in ufficio quando voglio. Posso uscire dall’ufficio quando voglio. Le ragazze frequentano scuole vicine, accompagno entrambe e riprendo entrambe con tempi comodi. Ma io, ultimamente, ho fretta. Mangio in fretta, velocissima, non è mai successo prima. I tempi biblici dei miei pasti da bambina sono uno dei cavalli di battaglia narrativi di mia madre. Pare che ci mettessi quaranta minuti a mangiare un uovo al tegamino o alla coque. Lo dice sempre e cerca lo sguardo di mio padre, ti ricordi, gli chiede. Lui si ricorda. Ora, io pranzi di quaranta minuti a casa dei miei fatico a ricordarli, nel senso che ci si sedeva, si mangiava, ci si alzava. Però. Per carità. Lei ricorda, chiede a lui, lui conferma. Tutto giusto. Io ricordo la mia sedia. Avevo lei a destra e lui a sinistra. Il tavolo era rotondo. Davanti a me c’era il cucinino e poi negli anni mio fratello. I miei genitori fumavano a tavola, una volta finito di mangiare. Quindi, secondo il loro racconto mentre io ancora cercavo di convincermi che dovevo masticare e ingoiare. Dietro di me c’era la radio, sul ripiano angolare. Era spenta, non si mangiava con la radio accesa. Il televisore era in un’altra stanza. Ricordo anche un uovo, nel portauovo, il cucchiaino che stacca il bianco, albume, dal bordo, il rosso, tuorlo, nel qual intingere la mollica. Forse, mamma, non mi piacevano le uova. Adesso, invece, ho fretta. Sempre. Senza motivo se non che mi manca qualcosa, non so cosa, mi manca nel respiro che si fa corto, mi manca nelle ore di sonno risicate e rosicate e rosicchiate. Mi manca negli automatismi. Nell’ordine dettato per fare le cose. Nella programmazione. Ho fretta di andare incontro a un imprevisto per dire che, visto, l’avevo previsto. È tutto sotto controllo. Ho fretta e cammino veloce per andare da nessuna parte. Ho fretta e aumento gli allenamenti. Ho fretta e compro altri libri. Ho fretta e questa è una cosa nuova. Sono una neofita della fretta. Sono un’entusiasta della fretta. Ho fretta, non aspetto più. Mai più.

Siamo diventati importanti consumatori di caco-mela. È iniziato come un tentativo, da parte mia. Il cachi mi ha sempre fatto schifo. Proprio schifo, schifo che non si dice schifo del cibo ma se fa schifo devi dire schifo. Il cachi mi ricorda la maestra Clara, all’asilo. La maestra Clara non mi faceva schifo, ma gli zoccoli bianchi che aveva ai piedi sì. E anche il cachi come merenda del pomeriggio. Si spappolava tutto, risaliva lungo il cucchiaino, era impossibile non essere agguantati da quella gelatina vischiosa e arancione. L’arancione mi fa schifo. Quando aspettavo Cri, nei primi mesi di gravidanza, ho avuto solo due voglie. Vere voglie, proprio quelle che sono voglie, che devi soddisfare a tutti i costi, potresti uccidere per avere quello che non solo desideri ma proprio vuoi. Solo due voglie, in due serate diverse fortunatamente: un involtino primavera e il suo odore. E il gelato al cachi.  Cristina adora il cachi. È la sola in famiglia. Ho trovato il caco-mela, questo curioso incontro tra il cachi e la mela. Ha la consistenza di quest’ultima e la dolcezza del primo. Lo prendo, proviamo. Ogni volta che porto a casa qualcosa da provare incontro una sola resistenza, una sola. Quella di Lui. Lui pensa, in partenza, che io sia stata mossa da un desiderio di novità che mi deluderà. Pepe dice che è solo perché non ha avuto Lui l’idea, una sorta di invidia della novità. Io non lo so, ma a volte mi sono sforzata di apprezzare per non dargli ragione, con il mapo per esempio, l’incrocio tra mandarino e pompelmo. Non in questo caso, però. Lui ha detto che il caco-mela non esiste in natura. È una forzatura. Anche tu, gli ho detto. Cosa si incrociano piemontesi con friulani, che poi uscite strani. Sei come il caco-mela, ho concluso. Ti ho dato una possibilità e mi sei piaciuto lo stesso. E niente, adesso va in giro per mercati a comprarli per le ragazze, perché io li prendo al supermercato e costano di più e sono meno buoni, certo. Lui sa dove prenderli, bravo. Solo gli ha cambiato nome e glielo abbiamo concesso, li chiama: melocaco. Lo capisco.

Mio nipote, duenne inglese con bilinguismo incorporato, mi ha portato in bagno, a casa dei miei genitori e mi ha fatto vedere il bidet. Per lui è un accessorio sconosciuto, a casa sua. Cos’è questo, Geppetto? Gli ho chiesto curva su di lui, occhi negli occhi. È il lavaculo. Lavaculo. Lavaculo. Laaaavaaaaculooooo. Anche i vicini lo hanno sentito. È il tempo trascorso con mia madre, lo so. Riconosco lo stile. Poi mi ha legata alla poltrona del salotto con il nastro del regalo che gli ho portato e mi ha fatto aggredire da un dinosauro, da un robot, da Ken rubato a sua cugina, mia nipote quattrenne italiana con rivendica incorporata e così quando lei si è accorta del furto gli ha strappato Ken di mano lui prima di piangere ha cercato di riprenderlo e le ha tirato qualcosa come i capelli o la maglia e io ero legata alla poltrona e loro litigavano e lui deve aver detto qualcosa come dad, help me e mio fratello che succhiava nervoso la sigaretta elettronica mi ha detto senti come parla bene, lo trovi cresciuto, è bello vero? Ho detto sì, sì, sì. Ho chiesto di essere liberata, hanno smesso di litigare per dirmi che non avevano ancora finito di giocare con me e anche mia nipote si è aggiunta e ha iniziato a farmi aggredire da Barbie, da Cicciobello cagacazzobua o quel che era e a quel punto è arrivata mia madre che era sul balcone della cucina a fumare e mi ha chiesto cosa ci facessi seduta e legata e poi è arrivato mio padre che era nel suo studio a lavorare e mi ha chiesto perché fossi seduta e legata. E io mi sono sentita un po’ in colpa.

Non ho presentimenti buoni. Pre-sento le cose quando vanno male, su quello sono davvero imbattibile. Se nell’aria c’è un accenno di tragedia o problema io lo capto con la precisione di un radar sofisticato. Se nell’aria c’è qualcosa che gira per il verso giusto niente. Niente. Io non sento niente. Sonia, mi sono detta, non Paola, Sonia, la felicità non fa rumore. È quel vecchio adagio che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce? Mi sono chiesta. Tipo, mi sono risposta. È più come quando da adolescente, ricordi, sei stata adolescente anche tu è inutile che cerchi di rimuovere, è tutto ancora lì lo sai, è più come quando da adolescente ti eri amminchiata con l’atarassia e l’aponia. Ah, che tempi gloriosi quelli in cui anelavi a tanto. Ecco. Non senti il turbamento, non senti l’agitazione, questa è la felicità, pensi sia l’assenza di segnali invece è il segnale. Tutto sta andando bene. Zitta, non pensare a voce alta. Zitta. Non andrà male solo perchè dici che sta andando bene. Ascolta, cosa senti? Niente. Ecco, giusto. Vuol dire che arriverà la felicità se non vibro, se non ho sentore alla bocca dello stomaco, se non mi trema l’anima? Vuol dire che è già qui la felicità. Sicura? No, sicura mai. Si tratta, sempre, di te. O di me.

Va bene. Va bene lo stesso.

Faccio io

Lunedi.

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e aspetto una mail, una sola, quella. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la borsa da tennis dalle scale, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Tangenziale direzione Caselle, uscita Corso Regina, limite dei 70, corso Lecce, Via Medici e poi giù di lì. Notifiche degli insoluti bancari, analisi delle causali, gestione del recupero: nuova emissione per le insufficienze fondi, contatto con il cliente per ogni altra motivazione fornita dalla banca debitrice. Non è difficile, solo noioso. Cerco tra gli annunci una libreria in vendita, Google mi avvisa che ho visitato questa pagina molte volte, lo so, niente di nuovo, solo una Mondadori in un centro commerciale per carità. Tanti bar e ristoranti, non mi interessano i bar e i ristoranti, un laboratorio di sartoria. Causa trasferimento. Una panetteria. Alberghi. Un elettrauto. Causa trasferimento. Dove vanno, tutti?

Caffè con Gabry, organizzato da quindici giorni, io posso, lei può. Non succedeva da luglio. Mia figlia, suo figlio, mia figlia l’altra, suo figlio l’altro. Il basket, il karate, il tennis, gli stessi professori del fratello il suo piccolo, meglio così, non tutti quelli della sorella la mia piccola, meglio così.

Arriva Pepe.

Arriva Cri.

Pepe a tennis. Cri studia.

Aspetto una mail, una sola, quella e non arriva. Cri mi chiede se è arrivata. No. Ritiro Pepe, mi chiede se è arrivata, no. Perché cambi sempre canzone in macchina, mamma? Non lo so. Lasciamo scorrere la playlist? Ok, bimba bella.

Cri ad allenamento. Sei felice? Ti piace la nuova palestra? Viene papà a prenderti, io scaldo la cena.

Pepe dall’oculista, cambiamo le lenti, cambiamo la montatura, la ragazza accomoda, spasmizza. Mi augura Buon Natale, guardo la data.

Martedì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e ho 43 anni, potrei essere orfana senza che questo desti stupore ma non sono orfana, i miei genitori hanno 65 e 68 anni, se morissero questo desterebbe stupore.  Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la cartellina di Educazione Artistica, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Tangenziale direzione Caselle, uscita Corso Regina, limite dei 70, corso Lecce, Via Medici e poi giù di lì. Fatturazione del mese, prima i nuovi contratti e poi le ripetizioni. Controllo degli addebiti degli F24. Verifica di chimica per la grande, riconsegna delle tavole di arte corrette per la piccola, non so nulla di quello che hanno fatto. Telefonata con Betti, dice che Stefi è felice per il suo daimon mentre lei è felice per il suo diamond e ride soffiando il fumo della sigaretta che mi arriva attraverso il telefono, bene, le dico, io sono felice con il mio Dyson. Ride ancora di più. Il miglior acquisto di sempre, mi soffia all’orecchio. Pepe ha il rientro fino alle 16.30, Cri esce alle 15. Stasera io e lei andiamo al Carignano, è la prima di Orgoglio e Pregiudizio, le dico che forse mi addormenterò, mi chiede della mail, scuoto la testa, cerco un posto, quasi piango, impreco, uno uno solo, a me basta un posto solo. uno, uno solo. Niente. Eccolo. Sotto un ponteggio, c’è il divieto. Torino è tutta un ponteggio. Si potrebbe attraversare la città senza mai toccare terra, passando da un cantiere all’altro, guardando nelle case di tutti, battendo alle finestre. Lo dico a Cri, sorride, si potrebbe. Avviso Lui, non so se troverò la macchina, forse dovrai venire a prenderci o possiamo chiamare un taxi, uno che accetti il bancomat perché non ho contanti, ci costerà un po’ dal Carignano a Rivoli, amen, poi dovremo recuperare l’auto se ce la portano via, se me la portano via. Non mi addormento, lo spettacolo è bellissimo, Cri ha gli occhi felici, io metto gli occhiali perché ho mal di testa, l’auto è sotto il ponteggio.

Mercoledì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e ho una laurea in Giurisprudenza. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe si lancia giù dalle scale saltellando perchè oggi è il suo giorno alle ATP, se per favore ci muoviamo tutti. Le accompagna Lui perchè è mercoledì. Io torno a letto un po’, con il cane piccolo, il cane grande si sdraia sulle mie ciabatte, non mi riaddormento, aspetto una mail, una sola, quella, ho ginnastica con Stefano perchè è mercoledì, ho bisogno di ciabatte nuove, inizio la riconciliazione bancaria. Cri ha la prima interrogazione di diritto, è una questione personale, abbiamo ripassato insieme, le ho spiegato quel che non le era chiaro, sa tutto, è preparata, per chiarirle la posizione della consuetudine tra le fonti giuridiche ho preso una sedia, tolto le ciabatte, sono salita e ho afferrato dalla libreria il Trimarchi, Manuale di Istituzioni di Diritto Privato, copertina blu, quello con la copertina rossa era di mio padre, ma lui a Scienze Politiche mica aveva portato il mio programma. Ti voglio vedere se non spacchiamo tutto, all’interrogazione. Cerco tra gli annunci una libreria in vendita, Google mi avvisa che ho visitato questa pagina molte volte, lo so, niente di nuovo, solo una Mondadori in un centro commerciale per carità. Tanti bar e ristoranti, non mi interessano i bar e i ristoranti, un laboratorio di sartoria. Causa trasferimento. Una panetteria. Un negozio di ottica. Un centro estetico con solarium. Causa trasferimento. Dove vanno, tutti? Cri ha lezione di teatro, Lui e Pepe vanno alle Atp, sono undici mesi che hanno i biglietti, ordino cibo cinese, io e Cri lo mangeremo sul divano, di cosa sono fatte le nuvole di drago, mamma? Non so se vuoi saperlo, bambina. Dai dimmelo. Gira il video della spiegazione, lo pubblica tra le storie, i suoi amici impazziscono, è simpatica tua madre, è troppo forte tua madre. Abbiamo preso 9 di diritto. Spacchiamo. Guardiamo la partita di tennis in tv, cercando di vedere se inquadrano gli altri due, i nostri.

Giovedì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e sono la mamma di Cristina e Benedetta. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la borsa da tennis dalle scale, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Tangenziale direzione Caselle, uscita Corso Regina, limite dei 70, corso Lecce, Via Medici e poi giù di lì. Programmazione dei pagamenti, verifica degli effetti fornitori, ricerca delle fatture che non corrispondono, gestionale bloccato, imprecazioni, gestionale sbloccato, funziona.

Pepe a tennis. Cri studia.

Ritiro Pepe.

Porto Cri ad allenamento. Sei felice? Ti piace la nuova palestra? Viene papà a prenderti, io scaldo la cena.

Apro Facebook, compare un annuncio sponsorizzato da una società di psicologia, c’è un seminario per psicologi, compare la foto del relatore e il nome del relatore e guardo il nome e leggo la foto, al contrario, proprio al contrario. Il mio psicanalista. L’Uomo con la Barba. Ha ancora un nome e un cognome e la barba e gli occhiali. Esiste ancora. Anch’io esisto. Lui non mi può vedere dall’annuncio sponsorizzato, solo io posso, solo io so che lui esiste ancora ma anch’io esisto ancora e mi chiamo Sonia, ho 31 anni e sono la mamma di Cristina e Benedetta, Cri sorride e Pepe piange. Cri ha tanto catarro e Pepe ha le coliche. Io sto male, forse muoio. L’uomo con la barba apre la porta e mi cura, io sto meglio ma non guarisco. Faccio vedere la foto a Lui e gli dico eccolo, esiste ancora e Lui mi dice me lo immaginavo diverso. Se l’era immaginato.

Venerdì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e non riesco più ad ascoltare alcuna canzone fino alla fine. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la borsa del nuoto dalle scale, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Le accompagna Lui, perché è venerdì. Io torno a letto un po’, con il cane piccolo, il cane grande si sdraia sulle mie ciabatte, non mi riaddormento, leggo, finisco un libro che non so se mi è piaciuto, aspetto una mail, una sola, quella, ho ginnastica con Stefano perché è venerdì, imposto il lavoro dei Sepa Direct Debit, compro il mangiare del cane piccolo, avviso Lui che bisogna comprare il mangiare del cane grande. Oggi Cri ha la prima interrogazione di Latino, è una questione personale, abbiamo ripassato insieme, le ho spiegato quel che non le era chiaro, sa tutto, è preparata, per chiarirle perché quel Romae significa stato in luogo ho preso la mia grammatica latina del ginnasio, ti voglio vedere se non spacchiamo tutto, all’interrogazione. Pepe torna alle Atp, doppio e singolo, mi ricorda di registrare le partite, registro le partite. Il vicino raccoglie le foglie secche nel vialetto, ha tempo perché è in pensione. Aspetto una mail.

Cerco una libreria.

Non finisco una canzone.

Prima piango poi impreco. Funziona.

Tranne che per la mail.

Voglio ascoltare quante più canzoni possibili ecco perché salto di continuo, non le lascio finire. Ho un problema con l’organizzazione. Con l’ottimizzazione. Su Facebook vedo il mio psicanalista. Stefano dice che ho la mentalità da atleta. Io penso di essere un asino da soma. Io e Cri andiamo dal parrucchiere, lei taglia e io coloro, la vedo gesticolare con il ragazzo che si occuperà di lei, gli fa vedere con le mani la lunghezza, poi agita le dita per chiedere un po’ di volume, fa segni per spiegare, anch’io faccio segni, sbuffo. Come segni di fumo. Quando sbuffo sanno che no, non farò il tonalizzante perché non ho più tempo, la prossima volta. Abbiamo preso 8 di Latino. Spacchiamo. Ci facciamo una foto all’uscita dal parrucchiere anche se è buio. Lei sembra più grande, io sembro sua madre.

Sabato

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che non fosse accesa, che non fosse programmata. Mi riaddormento. Sogno di tirare l’acqua dopo la pipì ma qualcosa non funziona e resta un brandello di carta igienica, ci provo ancora ma lo scarico non funziona. Mi sveglio. Mi alzo. Mi chiamo Sonia e ho una migliore amica da quasi trent’anni.

Pepe si allena poi va a casa di Ceci, bisogna prendere un regalo. Cri si allena e domani andrà da Auri, bisogna prendere un regalo. Andiamo a prendere i regali. Andiamo ad allenamento. Lascio una prendo l’altra prendo l’altra e ritiro una. Mi sforzo di non cambiare canzone. Mi impongo di non cambiare canzone. Guardo quanto manca alla fine della canzone. Abbraccio Torino lungo la tangenziale, da Mirafiori a Corso Grosseto, ci stanno tante canzoni intere, aspetto che finiscano, sono brava ma mi costa fatica.

Casa di Ceci.

Cerco la via.

Cerco il civico.

Cerco parcheggio.

Rifaccio il giro.

Piango.

Impreco.

Funziona e trovo parcheggio. È arrivata la mail, mamma. No, bambina del mio cuore.

Suono, salgo, saluto, ringrazio, sorrido, ho la mascherina, divertitevi, va bene alle 22.

Ceniamo in tre. Pepe non c’è e si vede. Dico che voglio svenire per la stanchezza. Svuoto la lavatrice, carico l’asciugatrice, stendo. Male. Non sono una di quelle donne che stende bene e appaia i calzini, non lo sarò mai.

Domenica

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 7. Mi alzo, mi chiamo Sonia e non ho mai praticato sport. Cri oggi deve dare l’esame per la cintura nera I Dan. Lo aspetta da tre anni, quando è diventata cintura marrone. Ho un rigurgito di memoria. La cerimonia di cintura blu rovinata da una persona orrenda che le si avvicina, io che dico non è il momento, questa che fa la scena madre: mi dispiace per te, mi dispiace per te mi ripete, come se potesse permettersi di rivolgermi la parola. Da allora il muro. Lontani da mia figlia o sparo. Lontani da mia figlia o uccido.

I documenti. Il green pass. La carta di identità. La licenza federale. Fai piano, non svegliare tua sorella, Cristo, controlla tutto, se non importa a te deve importare a me? Come stai? Mangia, che la mattina è lunga, arrivi alla fine che non hai le forze, non questo cappotto non vedi che è leggero, ci sarà la coda per entrare, fai come vuoi ma poi ti ammali. Prima l’ingresso degli atleti. Poi i genitori. Fumano, alle 8 del mattino. Puzzano alle 8 del mattino. Raccontano brandelli di vita, io sono cattiva e penso che abbiano la vita a brandelli come la carta igienica nel mio sogno. Tutti bravi. Tutti che sanno cosa è meglio. Tutti che hanno capito. In Austria da domani c’è l’obbligo del vaccino. No, c’è il lockdown. Sì, ci sono tutti e due. Chiusi dentro e vaccinati. È giusto. Ma che cazzo giusto. Allora non è giusto. No. ci arriveremo anche qui. No, qui no. Vedrai. Ma la nebbia e il freddo che sono arrivati tutti insieme? Bastarda miseria. A me il vaccino fa paura perché diventi sterile. Sorrido. Il mio amico Andrea sostiene che questi non saranno mai sterili, perché la minchia non vuole pensieri. Vorrei interromperli per dirglielo.  Non lo faccio.

Consegno l’autocertificazione, sì, sono un genitore. No, non ho sintomi, non questi. Vedo il mio psicanalista su Facebook, sa come quelli che vedono Padre Pio, mi sforzo di ascoltare una canzone fino alla fine, conto quanto tempo mi resta per dormire, aspetto di presentare il conto a un paio di balordi che ancora non me l’hanno pagata, cerco una libreria e aspetto una mail ma no, altri sintomi non ne ho.

Esame. Ultima, per via del cognome, inizia con la V. Idonea. Cintura nera, piango, impreco, funziona. Lui la guarda orgoglioso, scatta le foto, sorride mentre lei cammina sul tatami, devi amare molto qualcuno se sorridi mentre cammina e basta, penso. 

Controllo la sveglia per domani.

Lunedi.

Ore 6. 

Mi chiamo Sonia.

Lettera aperta, anzi chiusa. (Uso personale del, mio, blog)

Caro Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu. Caro tu, che al terzo tentativo di identificarti sembro mio padre quando chiama noi figli, si sbaglia sempre e se la prende con chi ha davanti, colpevole di non chiamarsi come ha detto lui. Caro Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, che al mio terzo tentativo sbagliato ti blocchi come il pin del bancomat, caro tu, non voglio sembrare mio padre che sa sempre cosa è meglio per noi anche quando non ci chiede cosa pensiamo sia meglio per noi.

Caro tu, che usi le maiuscole per scrivere il tuo ruolo, per favore, se ti riesce, usa la maiuscola anche per scrivere Allievo, Atleta, Sportivo o come vuoi tu. È più corretto, non trovi? O tutti in minuscolo o tutti in maiuscolo, e sì, lo so, che sono dettagli ma è nei dettagli che io mi incastro. Caro tu, usa la maiuscola per questi Ragazzi, che è come urlare. Ed è quello che fanno, sai. I Ragazzi. I Ragazzi urlano. Che siano Allievi, Atleti, Sportivi o come vuoi tu, loro urlano e non c’entra con il fatto di sentirli perché il più delle volte non li senti. Urlano con la bocca premuta sul cuscino, urlano con le mani spalancate sul viso, urlano per non essere sentiti perché poi gli si chiederebbero spiegazioni e i Ragazzi, loro, non è detto che le abbiano o che le vogliano condividere.

Toccherebbe a noi. Dare spiegazioni, se richieste. Toccherebbe a noi sapere come si urla quando non ci si vuol fare sentire. Toccherebbe a noi sapere che urlano.

Caro tu, che parli per ore delle tue imprese quando gareggiavi, quando eri Tu l’Atleta maiuscolo, caro tu qualcuno dovrà prendersi prima o poi l’ingrato compito di rivelarti che non frega niente a nessuno. No, non sarò io, figurati. Non ho ancora capito cosa sei, se Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, non mi prenderei mai la briga di venire a dirti che non si parla più di te ormai, ma di Loro. Tocca a Loro, tu basta, fine, stop. Caro tu, non cercare la loro adorazione perché hanno già degli dèi e non sei tra quelli quindi puoi rilassarti, anche tu, come noi genitori, come noi adulti qualsiasi, capitati un po’ per caso a interpretare un ruolo improvvisando completamente, perché caro tu, dai, lo sai anche tu che qui nessuno sa come si fa.

Non perderti nel delirio di conquista, non aspettarti che pendano dalle tue labbra. Ho sentito questa affermazione da uno di Voi e mi si è bloccata la vena materna, che è quella che dall’ombelico porta le sensazioni al cervello, mi si è occlusa all’altezza della gola, appena in tempo per impedirmi di dire checazzodici, mi ci sono strozzata, tanto che mi hanno dovuto battere tra le scapole con forza e mi hanno praticato la manovra di Heimlich e alla fine ero troppo stanca per parlare e così sono stata zitta a fare la sola cosa che potevo: passare le dita tra i capelli delle mie figlie. Caro tu, io esigo che le mie figlie non pendano dalle labbra, o da qualsiasi altra cosa, di chicchessia. Men che meno di uno che si nasconde dietro il dettaglio di una maiuscola usata per sé.

Caro tu, è il momento di parlarci con sincerità. Come Atleta non hai concluso un cazzo di niente o comunque molto poco o comunque per un lasso di tempo minimo, altrimenti non saresti lì, dove sei, dove ti abbiamo trovato, in una qualche strada di periferia dalla quale ti vanti di aver tolto giovani vite. Evviva. Come Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, qual è l’unità di misura del tuo successo? L’Atleta talentuoso? Troppo facile, non trovi? Se l’Atleta talentuoso lo porto in un’altra strada di periferia cosa succede? Io penso che arriverà comunque sul podio. Caro tu, se alzi lo sguardo e muovi la testa da sinistra a destra e viceversa vedrai un piccolo mondo di Ragazzi che vengono lì, in quella strada di periferia, non per salvarsi ma per amore. E l’amore non c’entra la vittoria, anzi. Caro tu, se li osservi vedrai che vogliono essere corretti quando sbagliano, che vogliono imparare, anche vincere, certo, ma perché non dirgli che imparare è già vincere?

Caro tu, che usi frasi mal pensate, come puoi dire ai genitori che i ragazzi devono imparare ad accettare la sconfitta? Cosa vuoi? Cosa vuoi da noi? Vuoi che gli mostriamo noi come si fa? Mi sembra quella vecchia storiella che gira tra gli avvocati: quando la causa viene vinta si chiama il cliente e gli si dice abbiamo vinto, quando a causa viene persa si fa chiamare il cliente dalla segretaria per dirgli che lui ha perso.  Caro tu, i Ragazzi pèrdono continuamente, è quello che fanno, sai. I Ragazzi. I Ragazzi pèrdono e questo, sì, che c’entra con l’amore.  E noi li rimproveriamo, come se non fossimo mai stati Ragazzi che pèrdono, come se non fossimo adulti improvvisati che pèrdono ogni giorno. Caro tu, è compito tuo insegnare a un Atleta come si perde una gara. Altrimenti devo pensare che sia tu quello che non ha ancora imparato e in questo caso toccherebbe a te chiedere perdono. Il loro.

Caro tu, sono delusa. Non c’è un altro modo per dirlo e forse è anche meglio, per me, se non c’è un altro modo devo usare questa parola. Delusa dalla vanità di sedicenti Maestri o quel che sono, autoreferenziali e noiosi, verso i quali vorrei provare tenerezza o compassione ma mi manca la vena apposita dove lasciarle scorrere e allora sono costretta alla delusione e, in fondo, al disprezzo per il quale sono dotata di arteria bella grossa dalla nascita. Caro tu, qualcuno dovrà pure prendersi prima o poi l’ingrato compito di rivelarti che nella sigla A.s.D. la D. indica i dilettanti, e no, non è detto che sia riferito agli Atleti. No, non sarò io, figurati, cosa ne so io, che pensavo significasse Ascolta ‘sto Deficiente. Ma in maiuscolo.

Noi

Non ce li avevamo i morti, i nostri morti erano lontani e quindi stavano sui comodini o sul cassettone in camera da letto, dentro cornici spesse senza polvere, bianchi e neri da non sapere di che colore avessero i capelli o gli occhi. Bisognava chiedere.  I morti sepolti qui erano pochi, uno o due, non di più. Venuti su e morti in esilio, noi eravamo la prima generazione nata qui, ci mancava la prima generazione di morti.

Troppi fiori per poche lapidi, i fiori avanzati mio nonno li distribuiva tra le tombe dimenticate, quelle in evidente stato di abbandono, sulla strada del ritorno verso l’uscita, gli metteva tristezza che non ci fosse nessuno a ricordarsene. Lui, qui, morti suoi non ne aveva e nemmeno foto, solo una un po’ lisa, consumata con gli occhi, sua madre morta per un’infezione dopo il parto, il suo. Mi fai rivedere la foto, come si chiamava? Carolina, lavorava, nessuna donna lavorava lei invece lavorava, aveva le palle mia madre. Guardala, guarda la bocca, è come la tua. Ma che ne sai, non l’hai mai vista. Ma l’ho sognata ogni notte e a te ti vedo, siete belle uguali. Con suo padre non si parlava più da anni quando è morto, è morto giù. La mamma di mia nonna, invece, è morta qui, otto mesi dopo la mia nascita: “lei ti ha conosciuta e tu non hai fatto in tempo a conoscere lei”. Era contenta di diventare bisnonna? Non lo so, quando le abbiamo detto di te ha commentato chi va per mare di questi pesci piglia. Io ero il pesce? Sì. Com’era? Aveva gli occhi verdi e la pelle chiara. Allora nonna non le somiglia. No, nessuna figlia. Assomigliano tutte al padre.

Il padre di mia nonna è morto qui ma è sepolto giù. Ha voluto così, tornare accanto alla prima moglie. Era vedovo, la nonna con gli occhi verdi era la seconda moglie, gli ha fatto cinque figlie, tutte femmine. Gli prendevano i nervi ogni volta. Tutte uguali a lui. Stava nella foto sul comò, con la camicia arrotolata fino ai gomiti, le mani appoggiate su un bancone, le bretelle. Aveva un emporio, non si è patita la fame in guerra anche se c’era il razionamento. Quanti anni avevi, nonna? Otto, nove, dodici quando è finita. Dov’era l’emporio? In piazza Carlo III, vicino alla stazione. In centro? Abbastanza, noi abitavamo sopra e l’emporio stava sotto. Di cosa è morto? Un trombo, pure tuo padre se lo ricorda. Era brutto, e pure stronzo, per quella cosa delle femmine, lo penso ma non lo dico. Ho conosciuto tuo nonno lì,dietro a quel bancone, era soldato con mio fratello, fratellastro, il solo maschio, figlio del primo matrimonio. Avevano fatto un patto, il primo dei due che tornava a Napoli avvisava la famiglia dell’altro, si presentava, andava a portare notizie. È tornato prima tuo nonno, è entrato, ha parlato con mio padre. Com’era? Bello. Profumato.

Mia nonna zoppica, cammina a fatica, percorre il cimitero sottobraccio al nonno, dritto e ben vestito, stando ai miei calcoli se io ho quattro anni lei ne ha quarantanove. Mio padre ventinove. Mia nonna è vecchia e grassa, si lamenta sempre, sulla tomba di sua madre piange, si bacia la mano sulla punta delle dita e le poggia sulla foto e ancora e ancora. Capisco che suo padre si sia fatto seppellire lontano da questo teatrino.

Noi eravamo la prima generazione nata qui da matrimoni misti ma ben visti. Matrimoni tra meridionali, nessuno del nord e pace se sposi un napoletano con la pancia o se questa ragazza tutta occhi e ossa è palermitana, pace se ci porti in casa uno di Brindisi. Basta che non sia del nord. Quelli mangiano presto, che ancora c’è luce, mangiano agli orari dell’ospedale. Mangiano aglio, puzzano. Non si può prendere l’ascensore con quello del terzo piano, facciamo finta di guardare nella buca delle lettere finché non sale e poi andiamo a piedi perché resta la puzza. Quelli mangiano cose che non conosciamo. Dicono neh. Non li capiamo quando parlano. Sì, sì, siamo noi qui, è vero, a casa loro, sarà pure così, ma non ci mischiamo. Ognuno per sé, noi a loro non piacciamo e loro a noi non piacciono. A noi tocca stare qui, con il freddo, con la nebbia, con la pioggia. Sai perché ci sono tanti portici? Perché piove e fa un cazzo di freddo, allora questi si sono fatti i portici, così possono camminare per strada lo stesso.

Cosa ti manca di più? Ci andavi al mare? No, ma quale mare. La luce. Il profumo delle arance nel giardino della villa dei miei genitori, le porte sempre aperte, i miei fratelli. Chi è questo? Mio padre. Com’era? Secco secco come un ramo, quando sono nata io lui aveva cinquantasei anni, era nonno, sono nata che già ero zia, mi amava così, che potevo fare quello che volevo. Mia madre no, era severa. Ora tu la vedi così, nel letto, ma la nonna vecchia era un generale, sai, ci teneva tutti a bacchetta. Perché lo tieni qui? Perché la notte lo guardo prima di addormentarmi, gli dico le preghiere, ci penso. Dov’è? Giù. È sepolto giù. E lui chi è? Mio fratello Andrea, il più grande, quando è morto sono quasi impazzita per il dolore. Come si impazzisce per il dolore? Ciascuno a suo modo.  Perché ha questa forma il portafoto? È un albero, come l’albero genealogico, sai cos’è? No. È la famiglia come se fosse un albero, ognuno è il frutto di qualche ramo. Gli spazi vuoti sono per quelli che non sono ancora morti? Sì. Non mi piace, nonna, mi fa pensare a chi è il prossimo. E tu non ci pensare. Come si fa? A fare cosa? A non pensare più una cosa che pensi?

E la mamma del nonno? Ha una pelliccia nella foto? Sì, era una gran dama, lei, sempre curata, suonava il pianoforte ma lo detestava, cucinava benissimo tranne quando nonno aveva le versioni di greco o gli esami al ginnasio, in quei giorni no, scriveva sul taccuino oggi Fanino ha gli esami, non si cucina. Quando è morta? Quando il nonno aveva sedici anni. Perché? Una malattia. E il nonno? Non ne parla. Nemmeno con te? Ogni tanto, poco. Era molto amato da sua madre, poi quando quell’amore non ce l’hai più non ti va di nemmeno di ricordarlo. Suo padre? Ha distrutto tutto quello che riguardava la moglie, ha venduto le proprietà, le case, i terreni, ha licenziato i domestici, ha venduto tutto quando i soldi non valevano più niente invece di comprare e così nonno si è trovato senza niente, un po’ di greco e latino e le buone maniere. Come fanno i soldi a non valere più niente,i soldi sono soldi, valgono sempre. No, a volte non valgono niente. Lui lo vado a trovare al cimitero ma non mi piace perché si chiama come mio zio. Anzi, mio zio si chiama come lui e io non vorrei mai chiamarmi come uno che è morto e sta scritto lì il mio nome, non vorrei leggere il mio nome su una tomba. Penso che a mio zio non sia mai importato. Ha chiamato suo figlio come mio nonno, che poi è morto, così adesso abbiamo più morti, anche noi, anche se non ci andiamo. Forse loro ci vanno, non lo so. Mio zio ha avuto il primo matrimonio misto malvisto. Poi mia nonna ha perso la memoria.

Il mio matrimonio l’ha intuito, quando vedeva Lui storceva un po’ la faccia, lei era la regina delle espressioni facciali, aveva una mimica notevole. Ogni tanto mi ha suggerito di trasferirmi giù. Io ho avuto il secondo matrimonio misto malvisto, a quel punto l’Alzheimer aveva già vinto. L’hanno cremata e non c’è un posto dove andare, l’urna ce l’ha un mio zio, un altro con un’unione mista malvista ma lei ormai non può farci più niente, nemmeno lo sa di essere a casa loro. Non ci andrei, comunque. Dalla mia unione mista ho imparato che qui, al nord, partono delle spedizioni di pie femmine armate di detergenti per sanificare le tombe prima della ricorrenza dei Santi o dei defunti o di quel che è. Giorni prima, vanno a pulire le tombe. Perché, ho chiesto a Lui. Perché non si dica che sono trascurate durante l’anno. Chi lo deve dire? Quelli che vanno per la ricorrenza. Ma sono trascurate durante l’anno? Sì, ma non si deve dire. Non capisco. Non puoi capire. Ma tu capisci? No, non come pensi tu che vadano capite le cose, le capisco perché le so. Le capisci perché le contieni? Forse sì, qualcosa di simile. Non ti fa senso andare da tuo nonno e leggere il tuo nome? No. Gli somigli pure adesso. Trovi? Sì, dalla foto, sì. Stessi occhi, anche la fronte. A me farebbe senso leggere Sonia Laezza su una lapide. Non ci ho mai fatto caso. Forse perché non l’hai conosciuto, tuo nonno. Forse. Comunque sarete pure del nord ma anche voi che usanza del cazzo dare il nome dei nonni, io sono del sud e mi hanno chiamata come hanno voluto e tu sei del nord e ti sei beccato il nome in eredità, strano, tua nonna aveva l’alberello dei morti? No, che orrore. Ma no, io ci giocavo, ogni portafoto pendeva da un ramo, era ovale, tipo un frutto appeso e con i miei cugini capitava di farli dondolare, gli davamo un colpetto con la punta dell’indice, e sapevamo i nomi che non erano i veri nomi, voi usate solo i veri nomi? Quali sono i veri nomi? I nomi veri, io Sonia, mia nonna Maria, mio nonno Stefano. I nomi veri. Sì, certo, che nomi dovevamo usare? Eh, belli, facile così. Noi sapevamo i nomi usati famiglia anche per i morti quando erano vivi, anche per quelli dell’alberello. Una specie di Indovina Chi dei morti. Dai, che macabro. Ma figurati. Nonno Turè, tu dici da Salvatore, no, si chiamava Domenico ma era detto Turè come suo padre, morto quando lui era piccolo. Vabbè, mio nonno Fani o Fanino, ma lui era vivo ai tempi, poi c’era zio Pinè e così via. Un giorno abbiamo dato un colpo più forte ed è caduto l’ovale con la foto del papà di nonna, sul comodino. Abbiamo cercato di riagganciarlo ma abbiamo sbagliato ramo e lei se n’è accorta. Si è arrabbiata? Sì. Dovete lasciare stare mio padre. Ma quello non è tuo padre, è la sua foto, mica è lui. Zitta tu, che sai sempre tutto. Ero io. Parlava a me, ero io la sapientina. E poi? Poi ci ha proibito di giocare con l’alberello e non ci abbiamo più giocato, non ci interessava più e lei se n’è scordata. Stando ai miei calcoli io avevo setto o otto anni e lei cinquantatré o cinquantaquattro, mia madre ventinove o trenta. L’alberello adesso? Non lo so. Non so che fine abbia fatto. Lei ti manca? No. Un po’. Ogni tanto, un po’ più degli altri. Mi manca dirle alcune cose o sentirmele dire ma per il resto no, io sono così, ci ho fatto pace, me lo diceva lei, a volte. Cosa? Che ero sprucida, però con la erre palermitana lo devi pronunciare, e la c suona quasi come una sci. Sprucida, come una del nord, diceva, mica come noi.