Lettera al mio psicanalista

 

Caro Dottor R.,

vorrei chiederle un modo non banale per iniziare una lettera. Che scema. Come se si potesse iniziare una lettera in modo non banale, come se avesse senso scrivere una lettera al proprio psicanalista dopo anni dalla fine della terapia.

Quanti?

Tanti, ma non li ho mai contati perché non mi sarebbe servito a sentirmi guarita. Non li ho mai contati perché, in realtà, non lo so. Non ricordo come fossi vestita il giorno del nostro ultimo incontro, se avevo il cappotto che appoggiavo sulla poltroncina prima di sdraiarmi sul lettino, allora era inverno. Forse non avevo le calze, allora era tra aprile e ottobre. So che eravamo commossi entrambi, lei aveva usato una mia frase per salutarmi, se la ricordava, mi aveva detto che ora toccava a lei guardarmi mentre staccavo le mani dal bordo e iniziavo a nuotare. Le avevo raccontato di Cri, quando aveva tre anni e in piscina l’avevano promossa dalla vaschetta alla prima corsia, il giovedì. Io restavo seduta in tribuna, restavo in maniche corte, mi sedevo centrale rispetto alla lunghezza della vasca e la guardavo fare lezione. C’è stato un giorno, è sempre un giorno che arriva così senza avvisare, che tutti dicono che le cose quando finiscono non avvisano che stanno finendo, io non lo so, a me tante volte avvisano. A me è quando arrivano le cose che mica mi avvisano e allora è facile che io sia impreparata, distratta magari. Quel giorno ero lì ed ero concentrata e lei ha staccato le mani dal bordo e via. Ha iniziato a nuotare. Dove non toccava. Da sola. O comunque senza di me che a tre anni significa da sola. Quando lei, Dottore, mi ha salutata così, dicendomi che adesso toccava a me staccare le mani dal bordo ho avuto paura. Una paura opposta a quella di quando abbiamo iniziato.

Il nostro primo incontro lo ricordo. Era in autunno. Per telefono mi aveva dato le indicazioni e aveva ripetuto due volte che se davanti alla sua porta c’era il segnale rosso non dovevo bussare ma attendere. Due volte. Mi ero irritata, profondamente. Non sono stupida, non c’era bisogno di ribadire, con me è buona la prima e per come sono io figuriamoci se busso con un segnale rosso. Io resterei ferma al rosso anche in mezzo al deserto. Ma lei non poteva saperlo. Avevo con me il foglietto della psichiatra con scritto cosa avevo, guai dirlo a voce alta, e che avevo rifiutato le pilloline perché allattavo- post partum lo si aggiunge per giustificare, quasi, per rendere più tollerabile la diagnosi. Era la mia lettera di presentazione insomma, quella che rigiravo tra le dita mentre salivo a piedi i due piani per arrivare al suo studio, in Asl, quella che ho infilato in borsa velocemente una volta arrivata davanti alla porta del reparto con il cartello “Centro di Salute Mentale”.

Sono salita ancora di un piano. Per la vergogna di oltrepassare quella scritta, non me lo aspettavo, non era meglio un Dottore con lo studio privato magari, con la segretaria e con le piante nella reception? Non potevo entrare e se qualcuno mi avesse vista- chi? – chiunque.  Ma l’incapacità di arrivare tardi ad un appuntamento è stata più forte della vergogna. Sono tornata al piano corretto, ho indossato gli occhiali da sole, ho aspettato che non passasse nessuno e comunque poteva sembrare che andassi via non che arrivassi e sono entrata.

Ho finto di essere lì per caso per molti mesi, come se quel posto non mi riguardasse e fossi lì per accompagnare qualcuno e in un certo senso è stato così. Venivo in metropolitana, troppo caotico il centro, la vicinanza con la stazione di Porta Nuova rendeva impossibile trovare parcheggio, camminavo pesante all’andata- se la prossima auto che passa ha una targa pari allora morirò– devastata al ritorno – io urlo, urlo forte ma urlo sott’acqua e mi bruciano i polmoni.  Non mi piaceva venire da lei, non c’è stato un solo venerdì nel quale io sia stata felice di entrare o sollevata uscendo. Anzi. Ogni volta pensavo che sarebbe stata l’ultima. Mentre passavo davanti alle vetrine chiuse per la pausa pranzo pensavo a come dirle basta, a come lasciarla che non  sembrasse che stavo rinunciando ma nemmeno che non mi trovassi bene con lei, insomma che non fosse colpa di nessuno dei due e non trovavo mai la formula giusta, la frase, il momento, poi arrivavo, salivo, entravo, semaforo rosso, sedie in corridoio, la coda dei matti fuori dalla stanza accanto alla sua, quelli che venivano a prendere le medicine, tutti in fila con i loro versi, con i loro pianti, con le risate inopportune, le frasi oscene, la bava schiumosa agli angoli della bocca, con gli elastici colorati e gli anelli di plastica, con lo smalto rosa  da bambina su unghie attaccate a mani di un corpo vecchio e flaccido, con i sacchetti del Pam e dentro le analisi, le ricette, le impegnative, le esenzioni dal ticket. I matti, Dottor R., i matti veri. Mica quelli come me, con la borsa elegante, con la taglia 38 dopo due gravidanze, con le unghie pulite e il mascara senza nichel. I matti, quelli veri. Quanto li ho invidiati in quel corridoio, i matti, che possono dire quello che vogliono, Dottore. Che possono piangere e chiederti “che cazzo hai da guardare” contemporaneamente, i matti che fanno paura anche se non li conosci, i matti. I matti la formula, la frase giusta la trovano sempre.

Questa cosa della paura opposta, poi, andrebbe capita meglio. Perché ho una paura e il suo opposto? Come in questo periodo, per esempio. Ho paura, come tanti, ho paura per il lavoro, che i clienti chiudano, non paghino e poi ho paura che ci dicano ok, da domani ricomincia tutto. Scuola, sport, impegni, agenda della settimana. E ho paura di dire che a me, in realtà, sta bene così, ancora un po’ se possibile. Che no, non c’è nessuno che mi importi vedere fuori di qui. Che no, non mi interessa andare in ufficio. A scuola dalle ragazze. Lo so, lo so che c’è chi non riesce a stare in casa, che c’è chi non ha entrate e non sa se ne avrà, che c’è chi sta lavorando su di sé e chi invece sta solo rompendo le palle a tutti gli altri. Non lo dico, Dottore, che ho paura che finisca questa quarantena, questo tempo in cantilena, i miei cani sdraiati ai miei piedi, le mie figlie in giardino, non lo dico perché mi sento in colpa a stare bene da sola, a non volere altro che non sia qui, a portata di mano, la mia mano con le unghie pulite.

Si ricorda come è nato il mio senso di colpa?

La leggenda narra che una volta dimessa dall’ospedale dove sono nata, all’età di cinque giorni mia nonna materna nel cambiarmi le fasce ciripà si accorse di un graffio che mi attraversava la nuca. Qualche buttana infermiera non si era tagliata le unghie, decretò.

Magari se l’è fatto da sola. I neonati hanno lamette al posto delle unghie. Quell’idea entrò dal graffio e venne trasportata fino al mio cervello, come una lettera di presentazione. Penso sia andata più o meno così. Magari è colpa mia. Tutto.

Nel mezzo di una pandemia io mi sento in colpa se sto bene, se vivo in campagna e le mie figlie hanno la possibilità di uscire senza uscire. Nella normalità se troviamo posto in un ristorante senza aver prenotato ed era l’ultimo tavolo e subito dopo si crea la coda -c’è da aspettare almeno mezz’ora- ed è ovvio che non devo essere io a lasciare il posto eppure mi sento così, che è colpa mia se qualcuno aspetta. Io mi sento in colpa se Pepe vuole fare la ricerca di informatica con suo padre che è un informatico e prende un voto del cazzo perché- dice lui- questa roba comunque non c’entra niente con l’informatica e le lezioni però sono online perché c’è la pandemia e cosa stai a spiegare al maestro e poi comunque no, non c’entra un cazzo con l’informatica ma pure tu però, lei ci teneva a farla con te, altrimenti avrei fatto io come tutto il resto, che tu cosa ne sai delle guerre puniche, di Cartagine, che ne sai dei verbi servili o della forma riflessiva.

Però, Dottore, non mi sento, più, in colpa per tutto.  Per tutti.

È successo a un certo punto, quasi tre anni fa ormai. Le mie figlie mi hanno soprannominata mamma orsa in quel periodo. Lei sa perché si dice mamma orsa e non papà orso? Se fossi sdraiata sul suo lettino, con la sua voce alle spalle- che espressioni assume, Dottore? Dalla voce si capiva ma non l’ho mai saputo davvero, l’ho annoiata Dottore? Si è distratto mentre parlavo? Ha guardato l’ora? – con il quadro astratto davanti- ce l’ha ancora Dottore? Erano linee rette e spezzate, curve e semicurve- lo sa che ieri ho studiato la differenza tra poliedri e solidi di rotazione? E ho detto a Pepe perché mai uno dovrebbe far ruotare un rettangolo o un triangolo? Adesso guardo un quadro dove ci sono io, Dottore, solo che nessuno lo sa che sono io, lo so solo io, come sempre, come per tutto, e in questo quadro io non so se vado o se vengo e mi piace per questo, posso decidere se andare o tornare, invece lui, lui che l’ha dipinto è il solo che lo sa se vado o torno ma non me lo dice- se fossi sdraiata sul suo lettino e non sul mio divano le chiederei se lei lo sa perché si dice di non toccare i cuccioli alla mamma e mai al papà.  O se ha mai pensato che i papà possono prendere le pilloline perché non allattano. Lei sa perché si dice mammiferi e non papiferi? Lei sa che un papà può indossare la stessa taglia senza che nessuno si stupisca? Poi le racconterei di quando tre anni fa un orrendo butterato e una culona senza qualità hanno strumentalizzato mia figlia servendosi di pietre aguzze come gli uomini primitivi prima della scoperta del fuoco. Ma non tanto l’episodio in sé che è una storia noiosa di gente stupida quanto quello che ne è derivato. L’intensità che ne è scaturita. Il numero di pixel con il quale sono arrivata a vedere la realtà. I pensieri nuovi che ho inaugurato.  Le parole, Dottore, le parole che ne sono arrivate– che cazzo avete da guardare?

 

Comunque, continuo ad accendere le luci del terrazzo. Ogni sera. In tutti questi anni, che non ho contato, penso di non averlo fatto meno di dieci volte, molte di queste durante il periodo di mamma orsa. Quando era meglio così, spegnere, trattenere, chiudere, contenere. Si ricorda, Dottore, quella cosa che mi ha spiegato che fanno le madri, contengono, ci abbracciano e ci fanno sentire fin dove arriviamo, ci fanno sentire chi siamo e arginano, limitano e sono le prime a spezzarsi, come le rette, Dottore, le madri. Se non ci abbracciano non sappiamo chi siamo, le madri.

Lui arriva la sera e trova le luci del terrazzo accese. Lei mi aveva detto che avrei messo in discussione tutto durante la terapia, intendendo tutto quando diceva tutto. Me stessa, troppo facile, mia madre soprattutto e per prima e fino all’ultimo, mio padre, la mia forma, la mia storia per come l’avevo sentita fino ad allora, per come la raccontavo. Gli uomini che avevo amato. Gli uomini che mi avevano amata. Quelli che solo un po’. Quelli che qualcosa di simile. Quelli che non è amore però mi piaci. Quelli che almeno toccami. Quelli che basta. Quelli che ti prego. Lui. Lui che avrebbe preferito sapere che avevo un tumore, in quel momento. La rimozione sarebbe stata chirurgica. In un certo senso è stato così. La cura sarebbe stata lunga e avrebbe prodotto segni visibili sul mio corpo. In un certo senso è stato così. La guarigione sarebbe stata dichiarata con la remissione, dopo il periodo di recidiva. Non può essere così.

Durante un litigio lui aveva detto che sapeva cosa aspettarsi la sera quando rientrava a seconda delle luci del terrazzo. Se le trovava accese allora io avevo avuto una buona giornata. Se erano spente allora tratteneva il respiro un attimo prima di scendere dall’auto ed entrare. Si ricorda Dottore? Glielo avevo raccontato. Piangevo senza singhiozzare, piangevo come si suda, senza volontà. Lui mi conosceva bene, profondamente. Mi aveva detto così, che lui mi osservava, lui stava attento a quello che facevo, lui guardava come mi comportavo. Lui era interessato a me. A quello che io sentivo.

Ogni sera accendo le luci del terrazzo e so perfettamente cosa sto facendo mentre schiaccio l’interruttore, so profondamente il senso di quello che faccio. Lo so davvero. Ci siamo sposati, lo so che dicevo di no, Dottore. Invece si. Un venerdì mattina, alle dieci. In municipio, non abbiamo neanche una foto decente perché avevamo dato la macchina fotografica a un idiota che le ha sbagliate tutte. Sappiamo di esserci sposati, avevo un abito color oro e un mazzo di tulipani, li ha scelti Cri, sappiamo di esserci sposati, Dottore ma non abbiamo nulla che lo ricordi. La data l’abbiamo scelta chiedendo a un nostro amico numerologo, ci ha detto quali numeri assolutamente no e quali si, abbiamo trovato quelli si e prenotato la sala del Comune.

Lei lo sa perché si dice scelte calcolate, Dottore?

Dopo la fine della terapia ho provato a dare un esame, una roba importante, mesi di studio matto e disperato come piace a me. Mica per lavoro, figuriamoci. Non mi vestirei mai come quelli che esercitano quella professione e non farei il bagno in quel profumo nauseante, tutti uguali. No, Dottore, non parlo di prostitute. Però sembra, è vero. Ma per quello non c’è un esame di abilitazione o se c’è non ne ho informazione. L’ho fatto perché ne avevo paura. Era il mio bungee jumping, volevo la maglietta con la scritta i did it. L’ho fatto perché mi hanno operata d’urgenza e ho pensato che potevo morire e non volevo morire senza averci provato. L’ho fatto perché non studiavo più da un pezzo, perché ho bisogno di sentire il cervello che lavora, che fatica, perché era un tassello da infilare, una figurina che mancava per finire l’album e conservarlo per poi buttarlo al primo trasloco. L’ho fatto perché non pensavo di passare gli scritti e quando me l’hanno detto ho pensato cazzo cazzo cazzo cazzo e l’ho detto a mio nonno, l’ho chiamato che era in azienda per dirglielo e alla sua segretaria ho detto passamelo, passamelo per favore e dopo quindici giorni gliel’ho ripetuto, sussurrandolo appena, nella terapia intensiva dove stava morendo e non so se mi ha riconosciuta tutta bardata come questi che si vedono in televisione adesso, Dottore. Che strazio il rumore di quel reparto, Dottore. Lo penso ogni sera, tolgo l’audio al telegiornale e guardo le immagini e poi guardo il quadro e non so se vado o se torno. Ma forse torno.

Perché si dice di uno che muore che è mancato?

Io non lo trovo giusto, Dottore. Uso il verbo morire quando uno muore e anche quando spoilero a qualche deficiente quel che sarà. Se dico muori non sto augurando mica la morte, sto rivelando una cosa che accadrà. Nonostante questa considerazione, Dottore, pare che non stia bene dire “muori”. Eppure, la gente muore. La luce manca. Il respiro manca. Il sale manca. La gente prima muore, solo dopo, forse, solo alcuni mancano. Nel dopo. Bisognerebbe dire “è morto Tizio mancherà all’affetto dei suoi cari ogni volta che…”.  Lei cosa ne pensa? Non me lo direbbe, comunque. Lo so. Però ci pensi, adesso che gliel’ho detto. O lo chieda a qualcuno che sa se è giusto oppure no. Ai matti, Dottore, lo chieda ai matti.

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Di rumori, quarantene e pensieri (quarantennali)

 

Dormo di più ma non di notte, di notte mi sveglio sempre verso le tre o le quattro. Dormo di più dopo, alle sei, adesso che non suona la sveglia proprio a quell’ora e il mio cervello lo sa e allora si dà pace e mi concede di riaddormentarmi dopo aver passato in rassegna decine di pensieri, cento attacchi per uno scritto, il solo discorso da fare ma che sia una volta per tutte e amen se non verrà capito, le presentazioni bancarie di fine mese, il recupero crediti-pagheranno ancora? Saranno sempre gli stessi a non pagare, con o senza virus- stocazzo di disegno tecnico, un pentagono, da allegare, la prova invalsi di inglese, chissà la mia amica Simo del mare come sta, la verifica di scienze sull’udito e l’olfatto.
Non guardo l’ora, di notte, quando mi sveglio. Se non è ancora partito il riscaldamento allora è prima delle cinque. Dalla mia camera da letto sento l’impianto che si mette in moto. Quanto prima delle cinque non lo so con certezza, dipende, mi regolo. Dal numero di giri che faccio da un fianco all’altro. Allungo la mano, sfioro la sua, a volte me la stringe a volte no, non è detto che sia sveglio, a volte la stringe come un istinto, come un arco riflesso, come un neonato. Altre volte invece sento che tasta il lenzuolo fino a me, fino alla mia mano, piccoli passi con le dita che si allungano oltrepassando il confine tra i materassi, fino alle mie e allora stringo io, come un istinto, come un arco riflesso, come una neonata. E così mi riaddormento.

La casa ha una vita che ignoro nella quotidianità, l’altra, quella di prima del virus. Noi non diciamo corona virus o covid 19, diciamo solo virus. Ci basta. A volte diciamo vairus ma per imitare Marty Feldman quando interpretava Igor, lo diciamo anche con quella cadenza lì.
La lavastoviglie suona quando finisce il ciclo di lavaggio, lancia tre suoni come la sirena del traghetto quando entra in porto a Genova, che ritorni dalle vacanze, non stai partendo. È tempo di scaricarla e mettere tutto in ordine. La lavatrice fa una musichetta come la suoneria di un cellulare una di quelle che scarti quando prendi il telefono nuovo e scegli la suoneria come prima cosa, come se fosse la base per poi impostare tutto il resto, lampeggia e il display diventa nero. Tac. È lo sblocco dell’oblò, si può aprire.
Prima tutto questo avveniva mentre io ero in ufficio. O in auto. O a pranzo al giapponese, il giovedì, io e Cri da sole, lei parla parla parla io ascolto ascolto ascolto, prima di rientrare in ufficio, dove io lavoro ancora un po’, lei studia, poi andiamo a prendere Pepe che esce alle 16.15, dalla piscina della scuola perché ha nuoto all’ultima ora e dico sempre speriamo si sia asciugata bene i capelli.

Sono felice di non avere la sveglia, mi ha sempre rotto le palle. A me piace dormire, andare a letto presto e alzarmi tardi. Sapere che posso riaddormentarmi quando mi sveglio ed è troppo presto per tutto o troppo tardi, solo per quella cosa lì magari, ma tardi. E mi dispiace che le ragazze siano senza allenamenti, senza palestra, senza amici e gare e tornei e compagni e qualcosa da raccontare però mi piace non passare ore in tangenziale per accompagnarle e recuperarle e motivarle e sgridarle e nessuno ci crede che davvero lo faccio, mi piace cenare tutti insieme allo stesso orario e poi fare la doccia che in palestra non ci sono andata e non l’ho potuta fare e poi ricordarmi di disconnettermi dalla rete dell’ufficio o dire a lui di farlo, per favore scusa che già ieri mi sono dimenticata.

Il portone di ingresso viene sbattuto ogni volta che qualcuno entra o esce, roba da spaccare i vetri prima o poi. Bum. Bum. I miei genitori abitano al primo piano, noi al piano terra. Fine della casa, fine dei condomini. Ogni volta che mandano il cane in giardino il portone sbatte. Ogni volta che accompagnano mia nipote in giardino il portone sbatte. Non lo sanno accostare, lo lanciano. Fanno lo stesso con la porta blindata del loro appartamento, sopra il mio. Me li immagino che lo chiudono con un calcio all’indietro, con la gamba sollevata e un colpo di tallone, olè, e sbam, come se avessero sempre le mani occupate, come se non sentissero i rumori.

Quando Cri era appena nata mia sorella andava al liceo, usciva presto il mattino, alle 7.30. La camera di mia figlia era vicina al portone, ho provato a dire, spiegare, incazzarmi, motivare, chiedere, indicare, far presente, il problema. Ho suggerito che era sufficiente accostare la serratura e spingere appena. Che bastava fare attenzione. Metterci cura, interesse. Educazione. Poi è successo che lei ha smesso di andare al liceo, noi abbiamo iniziato ad uscire presto per andare all’asilo e il portone ha continuato ad essere percosso come se fosse colpevole e ci si aspettasse una confessione.

Anche tu, però, ti dà fastidio un cucchiaino che cade per terra.

Ho una tubotimpanite bilaterale cronica. Regalo di una bronchite mal curata sei anni fa, un inverno faticoso. Per la prima volta dopo decenni avevo la febbre e una tosse che mi apriva in due il petto, il medico mi aveva prescritto gli antibiotici e la cura l’ho fatta, tutta, per una settimana una compressa ogni dodici ore. Solo che l’ho fatta andando comunque in ufficio e a prendere la ragazze a scuola. Non posso più mettere la testa sott’acqua da allora e  ho un fastidio perenne in fondo alle orecchie, ogni raffreddore è una punizione. C’è di buono che non metto nemmeno più la testa sotto la sabbia e che si, adesso, ogni cosa che non voglio più sentire mi dà talmente fastidio che devo dirlo. O allontanarmi. Scusate, ho la tubotimpanite, i vostri discorsi mi arrivano come rebbi della forchetta che strisciano su un piatto. Scusate ho la tubotimpanite cronica, le vostre voci nei messaggi vocali di whatsapp sono fastidiose. Vi rendete conto, si, che sovrastimate il vostro timbro di voce? Il tono? E poi fate quel verso, quando parlate al microfono del telefono, appoggiate la lingua contro il palato un attimo prima di pronunciare la prima lettera della prima parola che è sempre “allora”:
Allora, la maestra dice che
Allora, ho pensato che possiamo fare così
Allora, vista la situazione
E questo schiocco di saliva iniziale. Che schifo.
Allora ditelo alla fine.
Si, mi dà fastidio anche un cucchiaio che cade per terra.
Scusate, ho la tubotimpanite cronica. Anche il fastidio.

Ho passato la vita da studentessa sperando che la scuola venisse chiusa. Per allagamento, per incendio, per una qualche calamità dalla quale tutti uscivano indenni ma la scuola veniva resa inagibile e come tale restava per un po’. Fino all’Università ogni domenica sera andavo a letto sperando in qualcosa del genere. Non è mai avvenuto.
Nel 1985, durante la grande nevicata, ero in prima elementare. Frequentavo la scuola del mio quartiere, come gli altri bambini del palazzo in cui abitavo, uscivo dal mio portone, che non sbattevo, civico 69 e andavo a piedi fino a scuola, civico 107, stessa via. Durante il tragitto sbucavano bambini dagli altri portoni, ciascuno con la propria cartella, si chiamava cartella, le mie figlie ridono, quando Cri è andata in prima non capiva, io dicevo cartella, lei diceva zaino.
Un nutrito gruppo di bambini sputati fuori dagli androni di marmo, con gli occhi cisposi, i più piccoli con la mano stretta a quella delle madre, i più grandi da soli ma bastava alzare lo sguardo ed erano affacciate, con la vestaglia, con il pigiama a controllare che non succedesse niente eppure impossibilitate a intervenire se qualcosa fosse successo. In classe noi eravamo 25, da lunedì al sabato, dalle 8.20 alle 12.30. I compagni erano quelli che ritrovavo ai giardini o a catechismo, nella parrocchia di zona, due vie dietro la scuola, dove Don Sebastiano chiedeva volontari per servire messa. Io non mi sono mai offerta. Avevo paura di stare da quel lato lì dell’altare, con tutta quella gente che guardava, se avessi sbagliato anche solo un passo se ne sarebbero accorti tutti.
Anche la maestra abitava nel nostro quartiere, veniva a scuola a piedi. Era severa e per niente materna. Sapeva che mia madre era una sua collega, anche se insegnava in un’altra scuola, in un altro quartiere. Mia madre insegnava al tempo pieno, matematica, aveva allievi che mangiavano solo a scuola, quel che preparavano a mensa. Aveva un’allieva con i pidocchi, me li ha attaccati dopo averli presi da lei, mi ha messo la testa in giù nella vasca e con il pettinino e l’aceto ha ridotto i miei sottilissimi e liscissimi capelli biondi in saggina per scope da cortile, imprecando come se l’avessi fatto di proposito. A prenderli. Ad avere i capelli così sottili che scappano via, mai una coda decente, mai una treccia che stesse ferma. Io a lei non li ho mai attaccati. La mia maestra mi diceva: se sbagli a mamma come lo diciamo?
Io non sbagliavo mai.

Quando le scuole sono state chiuse, per la nevicata di quell’inverno, l’avevamo incontrata per strada, nel quartiere, davanti a una cartoleria che vendeva anche giocattoli ma Natale era appena passato e il mio compleanno è in settembre e bisognava aspettare ancora un po’, lo sapevo, non chiedevo. Non l’avevo riconosciuta, ancora adesso ho difficoltà a riconoscere le persone fuori dall’ambiente nel quale le frequento di solito. Lei con il cappotto non l’avevo mai vista. O con i suoi figli. Senza la lavagna a farle da sfondo.
Guarda chi c’è. Si dice sempre così, guarda chi c’è. La mia maestra.
Sei contenta che non ci sia scuola?

Eh?sei contenta?

Sarai contenta no?
No.
Invece lo ero, ma pensavo fosse maleducato dirlo.
Quando siamo tornati in classe avevano tutti tante cose da dire, alzavano le mani agitandosi sulla sedia, sollevando la chiappe insieme alle mani insieme alle braccia. A me era venuta la febbre e quando avevo la febbre potevo magare il gelato anche se era inverno perché il mio pediatra diceva che era come una medicina.
In tutta la mia vita da studentessa io non ho mai alzato la mano.

Pepe gioca a tennis tutti i giorni. Si alza, inforca gli occhiali, si veste con la tuta del circolo, mi chiede di farle la coda. Ha i capelli lisci, ma spessi, più dei miei. Anche se scappano, meno dei miei, facciamo la coda alta, quattro giri di elastico, arancione. Scherziamo sempre sul fatto che con il giro finale restano incastrate anche due dita mie che poi spuntano sulla sommità della coda: cos’hai li? No niente, l’indice e il medio della mano destra di mia madre. Prende la racchetta ed esce dalla porta finestra del terrazzo.

I cani te li lascio dentro?
Se non ti danno fastidio portali fuori
no, non mi danno fastidio
ok
Io lavoro dal salotto, mi connetto alla rete dell’ufficio, basta una password ed è come se fossi seduta alla mia scrivania. Quasi.
Tum
Tum
Tum
Pepe palleggia contro il muro del salotto.
Tum
Tum
Tum
Palleggia da sola, ogni tanto prova a giocare con sua sorella ma lei non è capace, non c’è soddisfazione. Aspetta il sabato e la domenica per giocare con il padre, tirano una corda in giardino che fa da rete e si sfidano. In settimana invece palleggia contro il muro, dall’altro lato del mio computer.
Tum
Tum
Tum
Ho saputo di essere incinta di Pepe di martedì. Era il 9 dicembre del 2008, avevo 30 anni e una partita iva, una figlia di quindici mesi e un letto senza testiera. Quel giorno avevo un sopralluogo di mattina e un appuntamento anche di pomeriggio, insieme a Max, dovevamo andare in uno studio di commercialisti in via Susa. Tra il primo e il secondo appuntamento ho fatto la pipì sul test, mi sono lavata e mani e ho aspettato. Cri era con la tata, poi l’avrei portata dalla nonna, poi sarei tornata a riprenderla. Positivo.
A lui l’ho detto sulla porta del suo ufficio, quello stesso giorno.
Ho iniziato a stare male a Natale. Iperemesi gravidica. Pensavo fosse maschio, pensavo che il mio corpo rifiutasse di avere un figlio maschio, di diventare madre di un figlio maschio e allora mi costringesse a vomitare dieci volte in un pomeriggio come per liberarmi da un pericolo, da un veleno. Ho pensato che alla prima ecografia il dottore mi avrebbe detto che non c’era niente, solo un grumo di cellule senza battito, uno schermo nero come la lavatrice dopo la centrifuga e lo scarico, nero lo sfondo, nero il contenuto, niente. Ho pensato che me lo meritavo, nel caso.
La prima volta che ho visto Pepe era di mercoledì, era il 7 gennaio e c’era la neve, tanta da aver paura di scivolare e allora ho aspettato che lui parcheggiasse e mi sono fatta aiutare a scendere e appoggiandomi al suo braccio, come un instinto di sopravvivenza, sono entrata nello studio del mio ginecologo senza sbattere il portone. Lo schermo era nero, sembrava vuoto e invece era pieno.
Ecco il battito, direi che sta benone, congratulazioni.
Tum
Tum
Tum

Cri si chiude a chiave in bagno. Da poco ma ha iniziato e non la smetterà più. Mentre lavoro la sento alle mie spalle che entra e clack chiude. Lo fa velocemente, un giro secco di chiave. Altrettanto velocemente riapre e sguscia fuori verso la sua stanza.
Quando si cresce le ossa si allungano, i muscoli si adeguano a quello scheletro cambiato, i tendini, i legamenti, le spalle si curvano a volte e altre si aprono, è come per le risate e le lacrime, a volte le une a volte le altre, a volte insieme. Quando si cresce ci si allontana da tutti, come un arco riflesso, quando si cresce il corpo fa clack solo che nessuno lo sente, bisogna stare zitti per accorgersene, bisogna esserci passati e ricordarlo.
Va in camera sua. Avere quasi tredici anni e una camera solo per sé significa passare la quarantena in isolamento. La prendo in giro, sorride, a volte ride.
Sento le lezioni, le voci dei professori che si barcamenano con la didattica a distanza, lei che cerca di mettersi in una posizione per cui non si veda il disordine della stanza e nemmeno il colore della parete o i biglietti che ha attaccato con frasi ricopiate dai libri che legge o frasi sue, scritte con la grafia spigolosa, attaccati con lo scotch al muro.
Le lasci appendere foglietti così sul muro?
si
e sugli armadi?
si
E sulla porta?
si
Perchè?

Perché non trovo una motivazione valida a sostenere un no. Se dovessi dirle di no e se lei dovesse chiedermi perché io non saprei cosa rispondere e allora vuol dire che non so perché non dovrebbe farlo e allora che lo faccia. Perchè io non potevo.
Riemerge dalla sua stanza ogni tanto. In tuta, prende la corda per saltare, i pesi ed esce. Si allena in giardino, combatte contro un avversario immaginario ma che le somiglia, rientra. Senza il karatè si spegne, io non ce l’ho mai avuto un fuoco così da alimentare.
Ogni tanto si siede con noi, mentre seguo Pepe con i compiti, con le lezioni su YouTube, con le schede degli aggettivi dimostrativi in inglese, con la battaglia di Benevento e il sussidiario che non racconta come furono sconfitti gli elefanti, dice solo che a un certo punto i Romani ebbero la meglio su Pirro.

Io non sono stata in congedo per maternità. Allattavo, mi tiravo il latte con il tiralatte manuale appoggiato sul tavolo della cucina, ero sempre di corsa, su e giù per andare all’appuntamento fissato e tornare per la poppata, il loro passeggino rosso è stato dietro di me in ufficio, dondolato con il piede mentre le mani battevano sulla carta intestata preventivi che si concludevano con un extra sconto riservato.
Non era vero. Era un formula uguale per tutti, non ho mai riservato niente di speciale o di extra a nessuno. Scusate, non ho nemmeno preso il congedo per maternità. Scusate.
A volte arriva e mi si butta addosso, lunga lunghissima come suo padre, mi si sdraia addosso e resta ferma, le massaggio la testa, passo polpastrelli tra i capelli, lisci e sottili, castano chiaro come suo padre ma grassi come i miei, vanno lavati di continuo, dalla base della nuca fino alla fronte e poi all’incontrario. Chiude gli occhi, mugugna, se allontano la mano me la stringe, come un istinto, un arco riflesso, come un neonato.

 

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Personaggi in cerca d’autore

 

Accade, a me accade, di essere seduta su uno scoglio piatto e di lanciare pietre in mare. Sassolini, grigi, ovali, tondeggianti, striati di bianco, neri lucidi o opachi, mai più grossi del mio palmo. Io ho le mani piccole. Normali.
Lancio e guardo il sasso cadere, non cerco di farli rimbalzare, credo ci sia un nome, fisico, per il fenomeno dei cerchiolini, lo ignoro. Io lancio pietre per vederle andare giù.
Accade, a me accade, di lanciare pietre per fare buchi. Nell’acqua. Sulla pelle di chi fa il bagno proprio lì sotto. Io controllo, comunque, in genere. Io sto attenta ma accade, a me accade, che qualcuno spunti dall’acqua e mi dica che l’ho colpito. E rispondo che c’è tutto il mare a disposizione, perché venire proprio sotto la mia linea di tiro? Rispondo così, in genere.
Lancio pietre solo per farlo, mica per altro. Lancio pietre per pensare senza che sembri solo quello, proprio quello.
Accade, a me accade, di lanciare pietre senza essere seduta su uno scoglio piatto e senza avere il mare appena sotto i piedi. Eppure le lancio. Lo faccio quando sono sola ecco perché io ho bisogno della mia solitudine più di altri o in modo diverso da altri, no, più. Più di altri. Io non conosco un’altra persona che abbia il mio bisogno di solitudine, che abbia la mia voglia di solitudine, il mio amore per la solitudine. Non conosco un’altra persona a cui dia così fastidio quando arriva qualcuno a dire la sua, a parlare, a interrompere un pensiero, un lancio, un momento solitario.
In questo periodo non sono sola mai. Lavoro da casa, male, le ragazze sono sempre con me. Sono distratta, non organizzata, in balia delle cose più urgenti e tralascio tutto il resto. Non mi piace. Ho trovato almeno quattro errori nell’ultima settimana, miei, tutti miei. Niente di imputabile a un sistema che non ha funzionato, solo a me e alla mia mancanza di solitudine che mi fa sbagliare. Non conosco un’altra persona a cui dia così fastidio commettere errori. Però, non conosco un’altra persona così tranquilla, ormai, da dirlo. Sento molti, troppi, in questo giorni ripetere che andrà tutto bene e che quando tutto questo sarà finito faranno, diranno, andranno. Io non so come andrà.
Io andrò a sedermi sullo scoglio. E sarà come in un sogno, però, come quando racconti “ero a casa di mia nonna che non era proprio casa di mia nonna e c’erano i miei cani che non erano proprio i miei cani”, così. Il mio scoglio sarà in una stanza chiusa, con una finestra con il davanzale di marmo e gli infissi verdi un po’ scrostati. Senza termosifone sotto la finestra. Qualche spiffero, si, ma sarà primavera e non mi darà fastidio.
Starò seduta, comoda, su una poltrona rossa, con i braccioli larghi, avrò i piedi sotto il culo e le ginocchia messe di sbieco. Si, così per me è comodo.
Lancerò pietre.
Aspetterò.
Ho bisogno di stare seduta, così, ad aspettare che succeda qualcosa, ma non qualcosa così, una cosa purché sia, no. Non so cosa ma lo saprò quando succederà e per farlo succedere io devo aspettare. Che loro due entrino in scena, perché adesso, in questo periodo, negli ultimi giorni, sono lontani, ne ho quasi perso traccia, li cerco ogni tanto, mentre lavoro, male, e mi distraggo, magari arrivano e io non posso, gli dico che devono aspettare. Oppure la sera, in doccia, e mi sembra quello il momento in cui sono più vicini, a me e tra di loro.
Loro si chiamano Stefano e Nina e hanno una storia. Come ciascuno di noi, certo. Solo che la loro storia la sto scrivendo io, quando sono sola, quando lancio pietre in mare e qualcuno mi rompe le palle con cose che non c’entrano invece di allontanarsi per non farsi male.
Aspetterò che Stefano e Nina facciano qualcosa, ma non qualcosa così, devono fare quella cosa lì, solo quella, quella che devo riconoscere e fermare, intercettare, afferrare. Hanno un nome, altre storie che ho raccontato non lo prevedevano, me ne sono resa conto solo ora, invece loro hanno un nome.
Stefano.
Stefano è il nome del mio primo amore, anche se lo chiamavo Voga, lui si chiama Stefano. Si era fatto tatuare il nome, sulla caviglia, in giapponese. Diceva lui. Io gli avevo suggerito che potevano anche averlo preso per il culo, “magari ti ha scritto sono un pirla”. Si era offeso o qualcosa di simile, nessuno gli aveva ancora prospettato questa possibilità, chi lo farebbe? Io.
Parlando di me diceva “la Sonia”, da milanese dell’hinterland, quelli che son tutti di Milano e poi sono di Cinisello. E poi diceva “la una”, così, “è la una andiamo a pranzo?”, aveva la voce roca e pizzicava la erre. Una volta, una delle ultime in cui ci siamo visti mi ha detto che poteva arrivare da me solo alla una, ma era l’una di notte e io lo avevo aspettato e lui era venuto davvero.
Stefano è stato l’unità di misura dei miei innamoramenti successivi per molto tempo. Quanti Stefani? Qualcuno mezzo. Il massimo è stato due, ma era un calcolo falsato, come la temperatura misurata sotto l’ascella quando il termometro è guasto. Per capire la temperatura vera devi mettere il termometro nel sedere, dice il pediatra. Che è un po’ come dire che devi prenderla nel culo per sapere come stai. Finché il punto è stato di sapere, capire, misurare, quanto amavo, Stefano e quell’arrivare da me alla una di notte è stato l’unità di misura.
Poi il punto è stato come amavo. Non quanto.
Il primo nome a cui ho pensato è stato, comunque, ancora il suo. Il primo personaggio a cui dare un nome l’ho chiamato così o forse si è presentato così, lui. È arrivato e aveva quel nome, mica puoi cambiarglielo. Stefano non è milanese, non ha tatuaggi soprattutto non si tatuerebbe mai qualcosa in giapponese per il timore di essere preso in giro, a lui non piace non sapere quello che lo riguarda, indossa maglioncini con la camicia sotto, la camicia ha le iniziali ricamate. Nella sua vita le cose importanti, quelle importanti per ogni uomo insomma , che sono sempre le stesse, sono arrivate all’improvviso. Anche Nina. Soprattutto Nina. È stata la voce di Nina, è stato quella sensazione data dalla sua voce, una moneta incastrata nel doppio fondo della tasca del cappotto quando c’è un buco nella stoffa e lei scivola giù. Sai che c’è ma non puoi prenderla. La senti ma è irrecuperabile.
Nina è arrivata, sotto braccio a lui, con un incedere dal sapore un po’ antico, come una zuppiera di ceramica, superstite di un servizio regalo di nozze, sopravvissuta a traslochi e passaggi di mano in mano fino al suo posto su una credenza in legno, al centro, che si veda. È blu, il decoro della ceramica, almeno così dice Nina, ma non ricorda bene, perché questo è il punto. Questo è il problema. Nina si chiama così, due sillabe, un diminutivo di quale nome non si sa, quello di sua nonna, due sillabe e niente più, me lo ha detto lei. Niente più.

Nina sa tante cose, tante davvero non solo come chi ha studiato molto ma come chi ha osservato sempre e ha sempre cercato la verità delle cose senza mai opporre resistenza a quelle stesse cose. Nina ama, ha amato, Stefano come nessun altro al mondo e questo lui lo sa e lo sa dal primo momento, per quello stava scappando, all’inizio, perché come poteva reggere quel peso anche se non lo portava lui? Invece era rimasto. Sorride, lei, mentre lo racconta. Lei ha preso questa abitudine, adesso, da quando sa del problema che in fondo lei se lo aspettava da sempre, è una questione ereditaria, anche quel modo di amare e un problema ereditario, come certi nomi. Lei racconta e lascia detto e si perde nei particolari finché riesce a venirne fuori da sola, a volte non riesce più, di già, allora lui le suggerisce la parola, inizialmente hanno cambiato la grammatica per non ferirsi e poi hanno deciso che no, loro non sono così, non girano intorno alle parole scegliendo cosa non dire più. I ricordi si chiamano ricordi e se non c’è più quella parola a disposizione allora ci va qualcuno che li conservi. Lo farà lui.
Su questo sono entrambi d’accordo.
Invece è rimasto, si, ecco. Questo stava dicendo. È rimasto mettendoci un po’, comunque, come tutte le cose importanti nella vita, di Nina, importanti per lei e che sono importanti nella vita di ogni donna. O forse no.
Stefano è rimasto e questa è una storia lunga una vita intera eppure appena cominciata, una storia nella quale nessuno dei due alla fine avrà più a che fare con se stesso. Nessuno dei tre.
Io sono seduta, li osservo. Li ascolto. Aspetto che facciano quella cosa, solo quella. L’azione che manca. E poi saranno pronti, saremo pronti.
Aspetto la mia solitudine e che le parole cambino il senso che hanno sempre avuto, osservo Nina mentre le sente allontanarsi e soffre, senza che nessuno-lui-possa fare qualcosa davvero,  le vede che si staccano quelle parole così familiari, vanno via come la pelle dopo una scottatura, lui passa il palmo delicato sulle spalle bruciate di lei , gli restano pezzi di pelle, quella di lei, la sua, non le distingue più, questo succede adesso e non è mai solo pelle, sono i figli, i loro, sono le risate il mattino nel letto prima che la giornata inizi per tutti tranne che per loro, sono gli oggetti della loro casa che perdono di senso se spostati, le lacrime per quel litigio, quale, quello, ah si, il vapore sulle pareti della doccia, il punto interrogativo che lei tratteggiava prima di uscire e asciugarsi e che restava lì, dietro le sue spalle, come tutto ormai, la paura di restare senza l’altro, quel frugare in tasca per sentire la moneta, nel buco.
E trovarci un sasso. Accade.

 

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Resistiamo

 

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Una bimba che conosco da sempre mi ha chiesto di scrivere un testo per il suo matrimonio. Certo bimba dagli occhi cangianti- ho pensato- quando sarai grande, avrai imparato a dire per bene la erre e ti sposerai scriverò qualcosa per te.
“A settembre” mi ha detto. Non settemble. Settembre, con la erre giusta. Che ansia, ha aggiunto. Pare che sia già cresciuta, ha avuto un bambino e ha imparato a dire la erre, credo, almeno in quattro lingue diverse e a settembre si sposerà. Mi sto arrovellando cercando di scrivere qualcosa per lei, scarto parole come abiti per un appuntamento. Troppo corto, troppo colorato, troppo banale, troppo leggero, troppo lungo, troppo vecchio, troppo stretto, troppo largo, troppo scollato. Resto seduta con le ante spalancate, lo sguardo perso a chiedermi come sia possibile avere così tanta roba inutile a disposizione.
Non leggerò a voce alta, però. Troverà qualcuno che lo farà, non io. Un po’ mi fa sorridere, un po’ mi agita, un po’ mi gratifica e mi emoziona che me lo abbia chiesto. Un po’ che ansia, pure. Per fortuna c’è ancora tempo.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale cambia completamente la grammatica. Cambiano i soggetti, i modi dei verbi, ti ritrovi a usare condizionali dove vorresti tagliare corto con un imperativo, ti ritrovi a chiederti chi, che cosa e no, non è il complemento oggetto del verbo che analizzi ma cerchi chi, che cosa te lo ha fatto fare. C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale ti chiedi chi te l’ha fatto fare. Cosa? Tutto. Tagliare i capelli così. Comprare le scarpe basse. Alte. Parcheggiare distante. Non cambiare al cambiamonete per il carrello e prendere il cestello, sghembo, che a trascinarlo ti viene il gomito del tennista. Smettere di giocare a tennis. Cominciare a giocare a tennis. Chi te l’ha fatto fare? Dire si, non dire no, pensare che sarebbe stato diverso, perché? Perché avrebbe dovuto essere diverso? Per te? Chi sei tu, chi sei tu per cui doveva essere diverso? Chi te l’ha fatto fare?
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale l’analisi logica non segue la tua logica, va beatamente per i cazzi suoi. E scivoli sull’analisi del periodo, inciampi nella principale, non riconosci le subordinate. Resti atterrita da un’ipotetica del terzo tipo come se fosse un incontro ravvicinato. È che l’analisi del periodo è subdola. Sembra facile e invece è la più complessa. Dipende dal periodo, dicono. No.
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale speri sia solo un periodo. Lo analizzi ma non riesci, lo sai.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è stato un tempo, era un tempo presente, quando le mie figlie erano piccole, durante il quale non sopportavo. Chi, che cosa? Tutto. Tutti. Quel blaterare di sottofondo che fa l’eco a un neo genitore . In procinto di partire per il mare “non bruciatela”, prima di uscire dal portone “mettetele la giacca”, per una bava di vento “mettetele la cuffia” durante lo svezzamento “non fatela soffocare”. Io ho sbagliato, oggi lo so. Lo sapevo anche in quel tempo, lo sapevo, ma non potevo dire quello che avrei voluto che suonava più o meno così “ e io che speravo di averla messa al mondo per poterla bruciare, per lasciarla morire di freddo, per farla ammalare, per farla cadere possibilmente procurandole un trauma cranico, io che speravo di vederla soffocare da un cazzo di bolo dovuto alla pappa sminuzzata senza cura e invece devo ringraziare te e queste inutili stronzate che mi rivendi come raccomandazioni se desisto dal mio scellerato piano criminale”.
Troppo. Allora tacevo e sbagliavo, sapevo che stavo sbagliando ma tacevo e mi lamentavo con chi non capiva e mi aspettavo che capisse e che intervenisse e non capiva, non interveniva e allora niente, dicevo, è un periodo, passerà. No.
I periodi non passano. I periodi li facciamo passare, è diverso. È diverso il soggetto, anche se sottinteso. Avrei dovuto dirlo una volta, una volta sola. Mettere a tacere, offendere una volta per tutte da subito, mettere in chiaro chi era la principale e chi no, chi aveva il ruolo di subordinata e chi un ruolo proprio non lo aveva perché non lo avevo previsto.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Non è che tutto si possa prevedere, però. O sapere, conoscere, distinguere. La vita serve ben a questo, no? A imparare a dire la erre, a procedere per tentativi, a provare. Acquisita una consapevolezza si passa al livello successivo, dove in genere ti capita di capire che non avevi acquisto un beato niente e così via fino al livello successivo. Io volevo che le mie bambine fossero autonome nei limiti della loro età. Quindi cose come lavarsi o pettinarsi o vestirsi, volevo che lo facessero da sole. Mi è successo di essere ignorata e disattesa. Non dalle mie figlie ma da chi si offriva di darmi una mano e invece non era un aiuto ma un tentativo di fare al posto mio.
Penso che niente sia più offensivo nei confronti di una madre. Tacevo e sbagliavo. Ma ho imparato a resistere, sapendo che resistere è l’infinito del verbo amare. Chi, che cosa? Se stessi.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove amo sta per amore, un diminutivo in uso nel linguaggio dei ragazzi, la mia amica che fa la Prof (prof è uguale a se stesso in ogni tempo e luogo) mi ha detto che tra loro, i ragazzi, si chiamano Fra, io pensavo che Fra fosse il diminutivo di Francesco, abbiamo riso di questa mia ingenuità. No, sta per fratello. E i fidanzati si chiamano amo. Resisti, amo. Io chiamo amore solo le mie figlie, lui no. Non mi piace. O tesoro, caro, no, nemmeno così. Non lo chiamo amo. Non uso diminutivi in genere ma storpio i nomi o creo soprannomi, prendo una caratteristica e la trasformo nel nomignolo della persona alla quale mi riferisco. Per esempio:pelatino, truciolo, torvo, buttero, tachipirina.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove resisti non è un imperativo ma un’esortazione, un incoraggiamento. Resisti amore, resisti. È il tifo dagli spalti quando mancano pochi secondi alla fine e stai vincendo o perdendo o pareggiando, è uguale. Sono le mani sulle spalle curve sui libri quando chiedi se va tutto bene, se c’è bisogno di aiuto o di un bicchiere di succo, è il pugno stretto intorno a un indice con l’unghia sporca di terra mentre un chirurgo cuce un buco in testa che non basta la colla servono i punti, è sera tardi e hai la maglia sporca di sangue che non è tuo e vorresti che lo fosse. È una speranza, resisti, amo. Resisti. A chi, a che cosa? Alla corrente, al pensiero comune, a chi ti dice di mettere la cuffia per una ridicola bava di vento, al vento, a me, che come la corrente cerco di attraversarti. È un monito. Resisti, amo. Resisti e sarai libera, andranno via gli invasori, finirà la guerra, resterà una canzone che è anche una poesia.

Resistiamo: r-esistiamo.

C’è un verso a proposito del fatto che ci incontriamo per rinascere perché esistere, in fondo, non basta a nessuno. R-esistiamo, esistiamo insieme di nuovo. Di nuovo dopo cosa? Dopo la guerra, dopo le parole non dette che invece andavano pronunciate, dopo aver imparato a dire la erre correttamente, dopo aver analizzato i periodi anche quelli sbagliati e aver visto che non erano sbagliati. Era l’analisi che non veniva. R-esisitiamo. Dove? Ovunque, al mare senza bruciarci, davanti a un armadio scegliendo le parole per un evento importante lasciando stare l’ansia e senza pensare che sia troppo, non è mai troppo. Per fortuna c’è ancora tempo.

 

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Per un soffio

 

Ho portato Pepe dal pediatra, il Dottor D. , che è il nostro riferimento da quando Cri aveva sei mesi e ha preso la sua prima influenza intestinale chiaramente durante il fine settimana e chiaramente in forma acuta con vomito inarrestabile.
Il Dottor D. ha un’età che non so, collocabile tra i 70 e gli 80 anni ed era così anche dodici anni fa. È alto come una porta, massiccio, è stato uno sportivo si vede, ha le dimensioni di un armadio ,di quelli di una volta che non li fanno più così solidi. Le sue mani sono esageratamente grandi. Le usa per misurare i neonati, penso ci sia proprio l’unità di misura della spanna del Dottor D.perché lui è pediatra e neonatologo e non si capisce come possano, quelle mani, avere avuto in dono l’abilità di quel tocco gentile. Il Dottor D. se sei femmina ti dice “allora vediamo un po’ cos’hai signorina”, se se maschio ti chiama “giovanotto”. Visita in modo accuratissimo, ausculta, tocca, batte sull’addome, sul dorso, guarda nelle orecchie e nelle narici, tira giù la lingua con il bastoncino di legno, ma solo se non sai abbassarla di tuo altrimenti te lo risparmia. Ti fa dare colpi di tosse, ti fa respirare a bocca aperta e poi a bocca chiusa e alla fine si siede sulla sua poltrona e inizia a scrivere dicendo ad alta voce prima la diagnosi e poi la cura suddividendo le parole per sillabe, con tono forte e chiaro, che si capisca. Pepe adesso ha un’O-TI-TE BOL-LO-SA A RI-SCHIO PER-FO-RA-ZIO-NE DEL TIM-PA-NO. Ha vinto una cura di quelle viste poche altre volte, con antibiotico e cortisone, una spruzzata di tachipirina in funzione antidolorifico e innaffiando tutto con i fermenti lattici, che si sa mai.

Le ha tolto lo sport per tutta la settimana almeno, domani potrà rientrare a scuola con un batuffolo di cotone nell’orecchio sinistro e se vorrà in classe potrà toglierlo, altrimenti, le ho detto, la scusa è ottima…
Mentre la visitava mi ha chiesto se c’eravamo, al plurale, mai accorti di un lieve soffio al cuore.
No, Dottore. Cristina si, lo sappiamo, da quando era neonata. Ma Pepe no.
.
.
Aspetta un attimo signorina, sei agitata?
No. (bugia, nel momento in cui le ha chiesto se era agitata lei si è agitata)
Ha una frequenza cardiaca troppo alta, signora. Per essere la sportiva che è, soprattutto.
.
Quanti anni hai signorina?
10.
Quest’anno 11, in agosto, Dottore, sono intervenuta io, da dietro le sue spalle, mentre continuava a sentirle il cuore e io non sentivo più il mio, via, sparito, io da quando sono madre ho perso il conto delle volte in cui sono stata viva senza esserlo, senza un cuore che battesse, un respiro che constasse delle due fasi, inspirazione ed espirazione, senza la testa libera da qualche diavolo di retropensiero, che quelli sono i peggiori.
Si è riaccomodato tranquillo, ha tirato fuori la penna, Pepe si è rivestita e si è seduta accanto a me.

Allora, signora, direi che non ci preoccupiamo. Al plurale. Va bene, allora va bene.
Direi che la rivediamo tra qualche mese perché può anche essere una fase di preparazione, la signorina è in prepubertà, anche la frequenza cardiaca accelerata si può spiegare così.
Quindi posso stare tranquilla?
Direi di si.
Quindi non devo fare accertamenti? Perché lei ogni anno fa l’elettrocardiogramma sotto sforzo, è un’agonista, insomma, lei è una sportiva, gli sportivi li controllano. Cioè, li controllano bene? Vero?
No.
Ecco.
No, l’elettrocardiogramma non ci dice nulla. Nel caso dovremmo fare l’ecocardiogramma. Ma non c’è fretta. Davvero. Stia tranquilla. È un soffio appena accennato.
Non mi preoccupo.
No.
E l’otite?
Ah, quella è bruttissima signora. Ne ho viste tante ma così poche. È bollosa.
Bollosa.
Si. Brutta.

Pepe ha il cuore che soffia, poco, leggermente, in modo lieve. E non mi devo preoccupare, me l’ha detto lui. A me può bastare che mi lui mi dica di non preoccuparmi per non preoccuparmi. Lui sa praticamente tutto. Sa che quando ti prepari a crescere il cuore soffia, sa che quando ti prepari a fare un salto in una fase diversa della vita, una fase con peli e cambi di umore, con ghiandole che premono dolorose per uscire, capita che ti si sballi la frequenza. Non prendi più quel canale. Ecco perché chi ti è accanto non capisce più cosa dici e chi sei. Con la mia vecchia autoradio nella mia prima macchina mi capitava. È così. Pepe ha il cuore che soffia e le frequenze da risintonizzare. Perché si sta preparando e il corpo lo sa, mica è affrettato o superficiale o incapace. Lo sa. Mica per prepararsi anticipa i tempi, come fanno a volte a scuola. Come la maestra di disegno, che va detto perché va detto, ogni anno in quinta, era già successo con Cri, decide di preparare i bambini al passaggio alle medie, al disegno tecnico che una volta si chiamava educazione tecnica e quando arrivavi in prima media facevi quella ed educazione artistica, erano due cose diverse e con professori diversi e dovevi comprare del materiale diverso. Per educazione tecnica era tutto uno sbatacchiare di squadrette a cui scheggiare da subito la punta, un giro di compasso con rotella lasca, un esercizio di lettura da miniaturista per decifrare la mina da inserire nel portamine. Io avevo una professoressa che odiavo. Una stronza arrabbiata con il suo destino infame che l’aveva relegata a insegnare a mezzi bambini e mezzi adolescenti , nessuno sintonizzato correttamente, che per la maggior parte avrebbero abbandonato la sua materia senza mai rimpiangerla- io in testa- fiera quando in terza le dissi che basta, mi ero iscritta al ginnasio, le sue mine non avrebbero fatto parte del mio futuro, concentrasse i suoi sforzi per quelli che si erano iscritti allo scientifico. O per i geometri. Con disprezzo, ricordo.
A distanza di trent’anni mi sta ancora sul culo. Lei e la sua materia. E il suo cognome, quello di un politico emergente di quegli anni, bifolco e rozzo come il suo successore.

Adesso la materia non si chiama più educazione tecnica ma Tecnologia. Fanno le stesse cose, più o meno. Cri non è appassionata ma si applica quel che serve. Invece la maestra di disegno delle elementari non molla. Li prepara, dice. Facendo comprare tutto il materiale di cui non hanno cura, arrabbiandosi perché la squadratura del foglio viene da schifo, perché con le mani sporche di mina toccano il foglio bianco e lo macchiano. Li prepara a qualcosa che faranno l’anno dopo. Come? Facendoglielo fare. A me sembra assurdo. Cri e Pepe hanno odiato disegno per tutta la durata della quinta, hanno vissuto con frustrazione quelle ore e quella maestra. Hanno anticipato di un anno il rifiuto di una materia che , magari, poteva avere una possibilità se affrontata al momento giusto, se si fossero preparate a consegnare un compito assegnato in tempo, a tenere pulita la postazione su cui lavorano, se si fossero preparate davvero, come fa il corpo.

Pepe ha il cuore che soffia, appena appena, leggero. Bisogna avvicinarsi per sentirlo, bisogna stare in silenzio e aspettare. Bisogna saperlo ascoltare. Pepe ha il cuore che soffia perché si sta preparando, davvero, ad accogliere chissà cosa, chissà chi, quando sarà il momento, quel momento. Io non lo so come fa un cuore che soffia, se soffia tipo un gatto quando si arrabbia o più tipo il vento e se è un vento forte e di tempesta o un vento che fa piacere, che non sconvolge ma al massimo scompiglia i fogli, alza la gonna ma solo un po’, rinfresca.  Magari soffia come una locomotiva a vapore, pronta a partire per andare dove non si sa, come il gioco da bambini quando si restava soli nell’ auto parcheggiata o lasciata un attimo in doppia fila e uno si metteva al posto del conducente, il fratellino accanto e si decideva dove dirigersi, da fermi. Oppure soffia per spegnere le candeline ed esprimere un desiderio mentre tutti battono le mani perchè è festa. Non lo so come soffia ma so che il cuore di Pepe è un cuore forte, un cuore buono, come lei, come i suoi occhi, è un cuore allenato, capace di soffrire, lo so, lo sappiamo già, e a volte mi sembra una speranza un cuore così, che sa sentire e sa sforzarsi e sa battere più forte quando serve. Un cuore che soffia, che soffia via la polvere da quel che tralasciamo, che soffia sul dolore degli altri come sul bruciore di una ferita che forse non guarisce ma cura. Soffia leggero, come una novità, come un’idea appena accennata, alla quale lavorare, un sogno appena iniziato, soffia, il cuore di Pepe, lei che mi somiglia così tanto ma non in questo, lei ha un cuore più grande, più sano, più pulito. Io non so come era il mio cuore ma non mi sembra che soffiasse. Credo che sbuffasse. Credo che sbuffi ancora. Se resto in silenzio e aspetto lo sento, si, sbuffa. Non di noia ma di fastidio. Non di pensieri ma di affanni. O retropensieri, che sono i peggiori. Non so quanto sia grande il mio cuore o quando sia diventato grande, credo verso i sedici anni, sicuramente so cosa-chi- ci sta dentro e ne deduco che sia interamente occupato. So che si era preparato, anche lui, al momento giusto, non prima e non dopo, ed è cambiato, si è trasformato e non so se batteva tanto di più del solito ma so quanto i battiti sono stati più forti anche se non più veloci per il clangore che si sentiva fino in gola, so che ha accolto e cacciato ostracizzando, è stato bistrattato e ricucito, rattoppato bene, perché sbuffa e non cede. Io ho il cuore che sbuffa, mia figlia ha il cuore che soffia, lei si appoggia su di me dal lato dell’orecchio dolorante e mi chiede se passa. A lei basta che io le dica che il dolore passerà per sapere che passerà. Si-la rassicuro- bisogna dare tempo alle medicine di fare effetto. Stiamo una sopra l’altra, il suo orecchio sul mio cuore, un soffio, uno sbuffo e aspettiamo insieme che arrivi il momento, quel momento, che arriverà in un soffio.

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Prendo atto

 

Mi sono innamorata di Willie Peyote solo che lo chiamo Williecoyote ma anche Alexa la chiamo Siri e le chiedo scusa, dispiaciuta, perché nemmeno ce l’ho Siri. Anche Cristina la chiamo Pepe e Pepe la chiamo Cristina e alla fine, poi, le chiamo 1 e 2 secondo l’ordine di nascita, loro lo sanno e non se la prendono, come Alexa, anzi rispondono e sono talmente consapevoli della madre che si ritrovano o talmente autoironiche a causa della madre che si ritrovano che quando mi capita di non sapere con quale delle due sto parlando-si, mi capita- e chiedo “tu, tu chi sei?”  loro dicono 1 o 2.  Cioè, se lo dicono da sole. Questa cosa dei nomi mi sta trasformando in mio padre che mi chiama sempre Chiara come mia sorella e io mi offendo, mica come Alexa e gli dico acida “Sonia”. Lo so- risponde lui- è che mi confondo.

Non avevo idea di cosa fosse il peyote, poi lui me l’ha spiegato. Non lui Willie, lui intendo lui, quello di cui mi sono innamorata prima, che non avevo previsto succedesse e figuriamoci lui, proprio convinto che quella cosa, qualsiasi cosa fosse, finiva così come non stava iniziando nell’abitacolo di quell’auto bianca e me lo aveva proprio detto e io lo avevo proprio rassicurato, che stesse tranquillo. Quindi, no, non sapevo cosa fosse il peyote e nemmeno chi fosse Willie fino a una sera di qualche settimana fa, a cena, dopo cena in realtà perché noi abbiamo questa abitudine quando finiamo di mangiare, le ragazze si alzano, tolgono i loro piatti soprattutto 2 che è più diligente di 1, va detto, e io e lui restiamo seduti per finire ancora un bicchiere di vino, rosso, lui rompe le noci, me le passa e io le sgranocchio un po’ scomposta, con le ginocchia al petto o magari con i piedi allungati sulla sedia di 1 che è alla mia sinistra e chiacchieriamo così, senza un ordine del giorno per fare ordine nel giorno e capita che diciamo cose intelligenti, o che ci sembrano intelligenti, tanto siamo io e lui e ci può sembrare qualunque cosa ma se invece sono cazzate ce lo diciamo che sono cazzate, perché siamo io e lui e ci possiamo dire qualunque cosa.
Quella sera, la sera che intendo, io stavo dicendo qualcosa sul fatto che è inutile cercare scuse, ciascuno di noi è davvero solo quello che è quando è da solo. Comincio io, ho detto: quando sono sola, quando nessuno mi vede, io sono una che si distrae. Una che allunga la mano per spegnere la sveglia e girarsi dall’altra parte e non c’è per nessuno. Una che se ne fotte abbastanza degli altri e delle loro necessità. Una che spera sempre che la vita si riveli all’improvviso, come se stesse in disparte a organizzare qualcosa di strepitoso, un evento sorprendente e poi si palesa così, all’improvviso, perché la vita dovrà pur tener conto che ho sempre giocato secondo le regole e allora si, sono una che spera sempre in una ricompensa imprevista. Una che non si accorge se un bimbo è maschio o femmina ma che guarda tra le zampe di ogni cane che incontra e si corregge perché le verrebbe da dire e da scrivere gambe ma no, sono zampe. Quando nessuno mi vede e resto bloccata in tangenziale, nel traffico, almeno quattro sere a settimane dopo aver lasciato 1 in palestra, ascolto vecchie canzoni e penso a come si cambia per non morire e sento in fondo al cuore un suono di cemento e se resto bloccata a causa di un incidente spero sempre che non si sia fatto male nessuno e questo fa di me una brava persona e subito dopo penso che però, cazzo, poteva capitare nell’altra carreggiata che invece fila liscia e beata e questo fa di me una cattiva persona e quindi io, quando sono da sola, sono una persona media che ascolta vecchie canzoni e non ha paura di toccarti il cuore con le dita.

A quel punto lui mi ha chiesto “conosci Willie Peyote?”
No.
Ascoltalo.
Ma chi è? Uno di quei cantanti che piacciono alle ragazze? Ti ho appena detto che medito ascoltando la Mannoia e solo quella della Mannoia perché oltre non vado.
Ascoltalo.
Willicoyote?
Willie Peyote.
Non c’entra con il coyote?
No. Ma sai cos’è il peyote?
No.
Non sai cos’è il peyote?!
No. Dovrei saperlo?

E mi ha spiegato.
A me piace quando lui mi spiega le cose. Perché noi non siamo una coppia di quelle nelle quali c’è uno che sa, sempre, e l’altro che impara e basta. Non c’è uno che decodifica il mondo per l’altro e glielo rivende e allora questo pensa che il mondo abbia solo quella forma lì, quella rivenduta. Ne conosco diverse di coppie così che sono proprio coppie e non due persone che vivono insieme. Uno dei due è l’esperto della vita, dei meccanismi sottesi al funzionamento delle cose, di come gira il mondo, su quali rotaie, secondo quali leggi universali e l’altro è il discepolo o il fedele, dipende da quanto impara e da quanto invece gli basta credere. No, noi non siamo così, ecco perché mi piace quando, a volte, lui mi spiega delle cose, perché un po’ mi affido e mi faccio piccola ed è una sensazione nuova che assaporo per il tempo che dura, poco, il tempo di verificare, andare a controllare, approfondire e alla peggio girargli la spiegazione sull’etimologia delle parole che ha usato così da andare in pari con le informazioni trasmesse. No, noi non ci interpretiamo il mondo a vicenda, mai. Però sappiamo come la pensa l’altro, su tutto, anche senza chiedercelo e sappiamo cosa direbbe l’altro e spesso no, non è quello che diremmo o che diciamo. Sappiamo dell’altro come poggia lo sguardo e cosa restituisce di quel che raccoglie e non ci verrebbe più in mente di considerare la sua versione migliore. Lo abbiamo imparato, ci siamo arrivati. Anche noi siamo finiti nella trappola del “parla con le tue parole”. Credo che sia una delle recriminazioni più diffuse nelle storie matrimoniali, mi mancano le statistiche ufficiali ma sono quasi certa che tutti, tutti, ci siano cascati almeno una volta. A un certo punto succede che uno dei due dice “parla con le tue parole”-“queste non sono parole tue”. O peggio, che uno dei due se lo senta dire da altri, da terzi, genitori, fratelli, idioti di passaggio che si sentono nella posizione di entrare nella partita, una partita che non li riguarda, una partita per la quale all’inizio non hanno scelto una pedina, non hanno mai tirato i dadi, eppure entrano. A quel punto si resta fermi. Tutti. Se sei fortunato resti fermo un giro, come quando sei in prigione a Monopoli e aspetti, alla peggio paghi ed esci. Altrimenti, smonti tutto e ritiri, e pace per i terreni comprati e le costruzioni. A noi è successo ed è stato un casino. Come quando ti capitano più imprevisti che probabilità e poi io sono una che ha sempre grandi probabilità di imprevisti nella mia carreggiata, più che nelle altre. È che la vita sta facendo le cose in modo silenzioso, per non farmi accorgere della sorpresa che arriverà, lo so. Quando è successo noi ci siamo fermati un po’. Io ho ripreso la scatola con le istruzioni e le regole e ho costruito l’impossibile così da impedire a chiunque il soggiorno gratuito sulle mie caselle, tra i miei pensieri e sui miei coglioni.

Comunque da parte ho il cartoncino che mi consente di uscire di prigione gratis.

Mi sono innamorata di Willie Peyote anche se lo chiamo Willicoyote e se lo conoscessi me ne scuserei. Quando ti innamori di un cantante alla mia età è bellissimo. Io non sono mai stata una ragazzina svenevole da concerto, sono andata a quattro concerti in croce, due dei quali di Vasco, del quale ero certa che fosse lui innamorato di me perché scriveva tutte le canzoni per me, era evidente. E poi io ho sempre avuto gusti poco moderni, ascoltavo Battisti e Vecchioni. L’ultima volta che sono andata a un suo concerto era all’aperto, a Sportinia, il giorno di Ferragosto, ho persino preso la seggiovia della quale ho paura e mi sono seduta su un pratone lasciandomi pungere le gambe dai fili d’erba duri come aghi e accanto a me c’era un odore di salsiccia grigliata e lui aveva appena iniziato a cantare forse non lo sai ma pure questo è amore che lo so che si chiama Stranamore ma con i titoli mi confondo, come con i nomi e anche quando chiedo ad Alexa di mettermi una canzone faccio casino che persino lei si spazientisce, allora le dico, lo so, lo so Alexa, scusami, è che mi confondo. Alla fine del concerto di Vecchioni mi giro verso di lui, non Vecchioni, ma il lui di cui mi sono innamorata dopo Vecchioni ma prima di Willie e gli ho chiesto se potevo raggiungerlo sotto il palco, così, tipo una groupie e lui mi ha risposto che data l’età di entrambi, mia e di Vecchioni, sembrava più un Groupon.
Quando ho compiuto 35 anni, qualche anno fa, gli ho chiesto di farmii innamorare. Di lui, di nuovo. Era estate, fine agosto, eravamo al mare, c’erano i nostri amici che avevano i figli a scuola con 1 e 2 e c’erano altri loro amici. I bambini giocavano scalzi e felici, noi eravamo rilassati di vermentino e abiti bianchi in riva al mare e durante una di queste cene l’amica della mia amica mi aveva raccontato che lei e suo marito, il secondo, si erano conosciuti da adulti, a 35 anni.
“Innamorarsi a 35 anni è bellissimo. Si è liberi qui “ e con l’indice batteva leggermente sulla fronte, appena sopra il naso. Non accanto alla tempia, che poteva sembrare altro. E poi mi aveva raccontato che la menopausa funziona più o meno così :” ti alzi una mattina che ti hanno trapiantato quella di un’altra”. Le avevo suggerito di provare a rivendere la questione a suo marito come sesso extraconiugale, “se è quella di un’altra si può tentare questa via”,  le avevo detto.

Avevamo riso di vermentino e abiti bianchi, di 35 anni e desideri. Tornando a casa gli avevo chiesto di farmi innamorare, di lui, di nuovo, ancora. Non volevo un altro, non avevo nemmeno tempo con due figlie e la professione. Ridevo.

Da quel momento invece, noi, io e lui siamo stati in bilico. Abbiamo iniziato un gioco al massacro per smettere di amarci invece di innamorarci di nuovo. Sono stata ferma, più di un turno, a volte, a volte la prigione mi è sembrata una benedizione, non ho giocato la carta per uscire, non ho pagato, ho scontato la mia pena sapendo di non essere completamente innocente e nemmeno totalmente colpevole. Ho lasciato che lui avanzasse, comprasse, vendesse, quando passava davanti alla mia casella mi giravo indifferente e disimparavo le sue parole e non gli dicevo più le mie, non spiegavo più l’etimologia, che si arrangiasse senza sapere da dove arriva e cosa significa davvero una parola, che pensasse che sono solo parole e non mezzi, veicoli, strumenti, bauli, conseguenze. Poi ho tirato fuori il manuale di istruzioni, ho chiuso le porte per non essere interrotta, ho controllato le regole. E ho ricominciato a giocare con lui. Che non giocava più da solo perché non si può giocare da soli, andava avanti e indietro ma non giocava più nemmeno lui. Ogni tanto diceva qualcosa allora io rispondevo e poi stavamo zitti e poi parlavamo insieme, uno sopra l’altro, allora ridevamo e dicevamo “prima tu”. Io allungavo le gambe o mi mettevo scomposta, come se fosse normale, lui comprava le noci prima che finissero quelle nel cesto di vimini dietro il tavolo, sul carrello vicino alla finestra. Io dicevo una cosa intelligente, lui una cazzata e poi il contrario. 1 e 2 camminavano senza far rumore, sapevano, che era un inizio e non andava interrotto, stavano così, sullo sfondo, ogni tanto una delle due diceva “mamma” e subito dopo “no, scusa, volevo dire papà, è che mi confondo”, soprattutto 2, che è più attenta di 1 a quel che succede, va detto. E lui era partito convinto, che quella cosa, qualunque cosa fosse, non poteva finire così, come una partita, per noia. E io non lo avevo rassicurato, non più. Ma mi ero innamorata di nuovo. E non avevo più 23 anni e nemmeno 35, ne avevo qualcuno di più ed era bellissimo. Innamorarsi alla mia età è bellissimo, si è liberi qui. Nel centro del petto, nelle orecchie. Alla base del collo. Lungo la linea tratteggiata delle clavicole, sulla punta del naso, in un punto preciso tra le scapole. Tra le dita dei piedi, nello spazio tra le cosce quando le unisci e non sfregano. Innamorarsi alla mia età è come avere un forte raffreddore, sai che passa, sai che non è grave ma se vuoi puoi fermarti un attimo, ti senti le ossa rotte ma hai gli occhi lucidi e sembri sempre commosso o stupito o entrambi, puoi dormire un po’ sul divano oppure puoi decidere di fare tutto lo stesso come se niente fosse. Non ti ferma ma ti cambia il gusto. Ne prendi atto, sai che c’è e continui la tua vita. E non ti confondi più, lo chiami con il suo nome. Oppure non lo chiami, sai che non serve. Quando si gira gli sorridi e tiri i dadi un’altra volta.

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Istruzioni di viaggio (lettera alle mie ragazze)

 

Ho trovato vecchie agende che usavo per  scrivere pensieri vaganti. Chissà perché si dice pensieri vaganti, come le mine.

Bugia.

Non le ho trovate le agende, ho sempre saputo che sono lì, nell’ultimo cassetto della scrivania in ufficio, ce le ho messe io. E’ il cassetto dove conservo tutto quello di importante che non riguarda il lavoro .

Ho riletto le vecchie agende che sapevo di trovare al fondo dell’ultimo cassetto della scrivania in ufficio e penso che sia giusto dire dei pensieri come si dice delle mine. Almeno per i miei pensieri, per i miei pensieri è giusto.

C’è anche il foglio con la strategia di sopravvivenza post separazione tirata giù un giorno a pranzo con Andrea, che io lui me lo ricordo al ginnasio e all’università e sembra che il tempo non passi ma e poi invece pranzi con il tuo compagno di banco che fa l’avvocato e già che ci sei tiri giù elenchi per punti numerati e pensi alle priorità. Alle tue. Per la prima volta. Anche se non mi sono separata non l’ho buttato, mi ricorda che ci sono delle priorità.

Non dovete buttare nulla finchè non avete controllato, ragazze mie. Tra le mie cose, intendo, se mai ci fosse la necessità che mettiate voi mano, non buttate, controllate, perché anche un foglietto volante può essere un pensiero vagante. Poi, per carità, non è che dovete conservare tutto, non è che ogni pensiero merita di essere pensato e custodito, almeno per i miei pensieri, per i miei pensieri non è detto che meritino. Deciderete, ma prima leggete.

15/11/2009 Cristina a cena  mi ha detto “mamma tu sei la mia gioia”.

Ho iniziato a tenere le agende dopo la nascita di Pepe, nel 2009, anche su indicazione dell’analista. Scrittura ombelicale, mi pare che si dica. Quella che guarda a se stessa, al proprio ombelico. Io avevo un ombelico trasfigurato da un’ernia. Si era appallottolato tutto lì lo sforzo di essere migliore, come un pugno accartocciato su se stesso che sfidava nessuno, incapace di allargare la mano e trasformarla, non dico in una carezza ma anche solo in un segno di pace, in una stretta di mano decisa, in una presa calda ma non sudaticcia. Nemmeno così riuscivo, però, a parlare solo a me stessa. Puntavo la penna dritta verso qualcuno, sempre. Chissà perché ho detto puntare, come si dice di una pistola. Quando scrivevo a voi, ragazze mie, era sempre per lasciare detto. Un’ansia che non mi ha mai abbandonata, la paura di non riuscire a dirvi tutto, a trasmettervi tutto. Tutto cosa? Non lo so.

27/04/2010 mentre preparavo cena Cri mi ha chiesto se le mamme vanno in cielo.

Vi ho detto che volevo usare una vostra foto per mispiego, quella scattata a Verona mentre abbracciate la statua di Giulietta. Vi siete lamentate, a Cri non piace come è venuta, allora mi avete detto che posso usare quella che papà ci ha scattato dal balcone, sempre a casa di Giulietta. Però nell’altra eravate di profilo, in questa si vede proprio il vostro viso, ho pensato che forse non era il caso di pubblicarla. Chissenefregamamma.  Allora me ne frego e con la vostra liberatoria la inserisco alla fine di questa lettera. Siete belle, e Cri , ti avevo detto che si, anche le mamme vanno in cielo ma solo quando è il momento. Per fortuna non mi hai chiesto quando è il momento.

“Scusa, non puoi scriverci una lettera,darcela e basta?”

No, non posso perché non voglio sapere se l’avete letta o meno. E poi la perdereste, soprattutto tu, Cri, perché sei una casinista, ieri sera siamo tornate da Varese dopo una tua gara, ti sei fatta la doccia e stamattina stavo mettendo la giacca della tuta sociale in lavatrice con la medaglia nella tasca chiusa. Per fortuna che le medaglie pesano e fanno rumore.

Anche per prenderle alcune medaglie si fa rumore. C’è questa cosa che fate nel karate, questo verso. Il kiai, una specie di urlo, un suono gutturale che vi esce quando tirate una tecnica, un pugno, un calcio. Ognuno ha il suo. Io riconosco il tuo kiai, Cri, come riconoscevo il tuo pianto da neonata. Hai avuto un accenno di ittero al tuo terzo giorno di vita e hai dovuto trascorrere una notte in lampada, al nido. Il nido era al secondo piano, la mia stanza al terzo. Quella notte l’ostetrica mi è venuta a chiamare per allattarti, mi sono tirata giù dal letto, non dormivo, nella mia stanza c’era una donna in travaglio e un’altra con due gemelli. Il bimbo della stanza accanto ha pianto per tutto il ricovero, a volte lo immagino ancora in lacrime. Non so se ti capita di incontrare un tredicenne piagnone, magari è lui. Avevo i punti del cesareo che mi dividevano in due il corpo, dal ventre in giù, le gambe, le caviglie gonfie, i collant bianchi a proteggere le vene. Dal taglio in su il tronco ripiegato, le spalle rigide, la schiena curvata. Quando sono arrivata al nido, quella notte, ti ho riconosciuta senza vederti, ero ferma sulla porta. Il pianto. Il tuo pianto. Quando la sera vengo a prenderti alle 21, dall’altra parte della città, aspetto in corridoio la fine degli allenamenti, non mi affaccio mai in palestra. Detesti i genitori che lo fanno, che stanno lì per la durata dell’allenamento e guardano. Non hanno un cazzo di meglio da fare, dici, ti chiedi, mi chiedi, con quel tono misto di chi non sa se ha fatto una domanda o ha rivelato una realtà. Ti riconosco. So che stai combattendo tu, in quel momento, dal kiai. Il tuo kiai.

25/05/2011 hanno diagnosticato la mastocitosi cutanea alla mia piccola Pepe

Non si muore di mastocitosi, forse nemmeno esiste, per word non esiste. Esiste. Esiste. Tante macchie piccole o medie, come medaglie che nessuno sperava di vincere e prurito come avevo visto solo su alcuni tossici, da piccola, fuori dalle farmacie.  Non si muore di mastocitosi ma avrei preferito non imparare la parola. Tu, Pepe, l’hai imparata bene e presto.

Perché devo mettere tanta crema?

Perché se mi gratto sanguino?

Perché devo prendere le gocce?

Perché dici sempre al dottore che non deve cambiarmi l’antibiotico? Cosa vuol dire potenzialmente allergica a un mare di farmaci? Cosa vuole dire potenzialmente allergica alle punture di insetti?

Potenzialmente, Pepe, potevi essere un disastro. E invece hai compiuto un miracolo. Un mese dopo averti inserita alla scuola materna ho avuto un incontro con la tua maestra e con la direttrice. Nella tua classe. Mi sono seduta su una sediolina e ho appoggiato i gomiti sul tavolino e dietro di me c’erano le ceste con i giochini di legno e per terra ancora le tracce di un lavoro fatto con le foglie e nell’angolo una cucina completa di elettrodomestici e subito dietro la sediolina della direttrice un baule con abiti che usavate per travestirvi e trasformarvi. Ascoltavo e pensavo a quel libretto di cartone spesso, Biancaneve, sul tavolino del nostro salotto, di lei che trova la casetta e le sette scodelline e le sette forchettine e sette bicchierini e sette lettini e si sdraia su due o tre perchè in uno solo non ci stava e solo un attimo perchè era stanca e invece era stremata e i sette nanetti la trovano così.  Chi ha mangiato la mia insalata? Chi ha bevuto la mia acqua? E tu seria, ascoltavi senza ridere e io avevo i gomiti su un tavolino ed ero stremata, Pepe. Sono uscita da quell’incontro piangendo tutte le lacrime che avevo accumulato e messo da parte perché non erano la priorità. Non mi avevano detto nulla che io già non sapessi, Pepe. Nulla che già non mi avesse spinta a inserirti nella sezione primavera  con sei mesi di anticipo, io, concettualmente contraria agli anticipi, io, figlia della maestra che per carità, i bambini non hanno bisogno di essere inseriti a scuola prima, io che ho dovuto metterti in quella sezione senza dire il perché a nessuno. Quando sono uscita da lì, Pepe, piangevo disperata perché sapevo che ero sola, tuo padre non avrebbe capito. Le priorità, le nostre, le tue e le mie bussavano con insistenza. Per uscire.

20/09/11 per controllare se la torta è cotta infilate uno stuzzicadenti nel centro, se quando esce è pulito allora la torta è cotta.

Adoravate la torta di carote, morbida e arancione. E le lingue di gatto, Cri, tu volevi sempre quelle. Raramente abbiamo fatto i biscotti, ho un problema con la pasta frolla. In realtà il problema è con il burro, lui sa che non lo amo e mi ripaga con la stessa moneta. Mia madre ci faceva sempre la torta di ricotta quando eravamo piccoli, piace anche a voi, adesso la fa solo quando arriva lo zio da Londra e allora la prendete in giro per questo e ve ne lamentate. A me per tanti anni hanno ripetuto che la cucina non era cosa mia, non faceva per me. Lascia perdere. Non era vero, sapete. Non era vero che non sono capace, che non sono in grado, che non mi appartiene. Era un’idea degli altri, non mia. Io detestavo la cucina esibita, la prova di forza a chi ha il mattarello più lungo e l’aringa più affumicata e la maionese meno impazzita e il brasato con più barolo, alla quale ero costretta durante le feste comandate o le domeniche a pranzo quando c’erano i miei nonni ospiti.  E poi, penso, bisogna sempre distinguere chi fa cosa. Se io prendo il mio tempo libero e invece di leggere comoda sul mio divano pulisco broccoli e assemblo torte salate prevedendo la varietà settimanale del menù con l’attenzione di una dietista della mensa scolastica al primo incarico allora il risultato di quel che faccio vale molto, cioè vale di più della stessa cosa fatta da una che del suo tempo libero non sa cosa fare e affetta zucchine su zucchine su zucchine. Ragazze mie, guardate sempre chi fa cosa prima di dire che qualcosa non è fatto bene o con amore. A volte vi spacciano per amore un tempo che non saprebbero riempire diversamente, vi spacciano per amore la loro noia.

30/10/11 le parole di Pepe:

Tao= ciao

Upo=lupo

Boco= bosco

Chi= Cristina

Tutuu= pullman

Bobo= bambolotto/bambino

Moe= amore

Basta=basta

Cocca= albicocca

Io Pepe= io sono Pepe

Mai= mai

 

Ci sono parole che non mi piacciono e spero che non le userete mai oppure che le userete solo per  scherzo, per gioco.

Bugia.

Non ustaele nemmeno per gioco o per scherzo. Non fanno ridere.

Zucchini. Per favore, per favore, per favore, dite zucchine. Non ne faccio una questione di correttezza, non mi importa se si dice zucchini o zucchine nella forma corretta. Non dite zucchini.  Se il soggetto della vostra frase è singolare usate il verbo al singolare, se il soggetto della vostra frase è plurale usate il verbo al plurale. Non dite cose del tipo non c’è problemi. Dite: Non ci sono problemi/ Non c’è problema.  Se i problemi ci sono non dite che non ci sono. Se vi gira di usare un dialetto, uno qualsiasi, usatelo e basta, senza fare un misto di italiano dialettizzato. Fa vomitare. Se dovete dire le parolacce, per favore, ditele. Non siate ibride. Non siate mezzosangue. Non state in mezzo. O le dite o non le dite. Mizzica, porca pupattola, eh la miseria, mi girano gli zebedei. Per favore. Fatelo per me, pensate a cosa direi io.

15/12/11 Pepe mi ha detto “mamma tu sei mio moe gande” (mamma tu sei il mio amore grande)

Ce lo diciamo di continuo. È tutto un parlare d’amore, ragazze mie. Io lo dico a voi che lo dite a me che non ve lo dite tra di voi ma va bene così. Mettiamo in chiaro che se saprete volervi bene nella vita molte cose saranno più semplici ma che non è detto che il solo fatto di essere sorelle sia sufficiente. Sarà una conquista anche quello, una medaglia, una potenzialità da alimentare. In ogni caso siate corrette, come dice il giudice di gara prima di un combattimento. Siate corrette. Io lo sono, con voi. Faccio un sacco di errori, molti li vedo, altri li scriverete voi su agende e saranno errori vaganti come pensieri vaganti come mine vaganti e mi colpiranno. Vi chiedo scusa in anticipo, spero non vi faranno troppo male, spero non siano irrimediabili. L’amore non basta come scusa, come giustificazione. L’amore non basta mai, ragazze. Troppo facile, altrimenti, basta amare amare amare e tutto va bene. No. Si ama, si improvvisa, si patisce, si ama, si soffre, si urla, si tace. Si ama, si cade e si resta stesi a non crederci. Ci si rialza, si ama, si guarda il mondo aprendo gli occhi durante un abbraccio, si chiudono gli occhi durante un bacio e si vede tutto. Non si ama mai e basta. Io vi amo, vi sveglio, vi cazzio, vi adoro, vi prendo in giro, vi allontano bruscamente, vi chiedo scusa, vi amo, vi ricordo, vi tengo dentro, vi amo, vi lascio andare, vi do le regole, vi aspetto, vi amo, ve lo avevo detto, vi amo, non fa niente, vi  amo di un amore che non basta  e se anche sembra che vi amo e basta no, non è vero. L’amore, ragazze mie, l’amore. Non si muore d’amore, si vive d’amore. Ricordatevi la frase che vi ho detto su quel balcone sorridendo verso papà, in fondo Giulietta è morta per un fraintendimento. Parlate chiaro sempre. L’amore, ragazze mie, l’amore è una parola che si conserva, un urlo che ricorda un pianto e non si dimentica, un pugno stretto grosso come il cuore, l’amore ragazze mie è una torta che aspetta un ritorno.  L’amore è il vostro destino.

 

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Venerdì 17

 

Io non sono superstiziosa, non completamente. Sono nata di 17, non era venerdì, ma tanto basta ad avermi resa selettivamente scaramantica , non temo evidentemente i numeri, 17 o 13 anzi, di venerdì 17 ho superato Istituzioni di Diritto Privato al primo tentativo. Gli esami si davano per tentativi, cioè, io li davo per tentativi. Non che mi presentassi senza aver studiato, figuriamoci, non è mai capitato. Ma vivevo gli appelli con quel senso di precarietà, di forse, con la patina del proviamo e vediamo come va, l’asta delle aspettative sempre rasoterra così da non soffrire troppo e potermi nascondere dietro un mesto “lo sapevo” a volte declinato come “me lo sentivo”. Però ero sempre attrezzata di penna porta fortuna nel caso di uno scritto, di maglia con cui la volta scorsa era andata bene, di cornetto rosso comprato a Napoli nel portaocchiali verde in borsa.

Oggi è venerdì 17 di anno bisestile. Nella mia famiglia di origine c’era l’ansia degli anni bisestili, perché portano via. Questo giorno in più servirebbe a portare via, pare. Persone, soprattutto.  In particolare il 1992, è stato un anno di lutti uno dietro l’altro, quel tipo di  lutti che per me quattordicenne non lasciavano un grande segno, zii e cugini di mia madre venuti giù uno dopo l’altro e mia nonna, incredula, con gli occhi pietrificati di pianto. Ricordo questo, ricordo lei che esce dalla sua camera da letto, avvolta in una delle sue vestaglie legata in vita e non ha più gli occhi ma due fessure scure e tutto intorno la pelle di cartapesta. E sangue. Si era sfregata la pelle del viso intorno agli occhi cosi tanto da sanguinare, si era torturata il volto e persino il neo, il neo sporgente che aveva sotto l’occhio sembrava che non ci fosse più. Di tutte quelle morti questo è il segno che mi porto addosso, lei. E quell’ultima morte, l’ultimo a venire giù. Il nipote prediletto. Un volo di sette piani, da tuffatore esperto e disperato.

Io non ci credo che gli anni bisestili abbiano questa carica letale, non completamente.  Si muore sempre, penso. Si vive ogni giorno e si muore sempre.  Però adesso mi riguarda tutto di più. La vita e la morte.  Sono finiti gli attori secondari, adesso in scena ci sono i protagonisti. Come nei film. Da piccolissima mi sedevo sulla pancia di mio nonno e guardavo i film gialli con lui, che li adorava. E chiedevo sempre: muore? Adesso muore? Se muore? Lo uccidono? Muore?

No, non può morire adesso.

Perché?

Perché altrimenti finisce il film. Muore un altro, uno che non serve più per mandare avanti la storia.

Mio nonno non era un uomo istruito, anzi. Sentirlo parlare in italiano faceva ridere o rabbrividire. Io ho avuto nei suoi confronti entrambe le fasi, con alte punte di irritazione da sucata studentessa di ginnasio pronta a richiedere la tessera all’Accademia della Crusca. Però le cose che mi ha dato senza saperlo sono tra le più importanti e che palle sembrare retorica, che io proprio lo odio. Non è retorica, non è smanceria verso il tempo perduto dell’infanzia. A me la mia infanzia non piace. Non è stato un tempo felice, non è stato facile niente, perché non lo so o forse si, forse ora lo so e a volte mi va di dirlo, altre volte no, perché mi sale su un grumo semisolido di lacrime, un nodulo, in gola, mi si appanna la vista e mi sento esposta a vista come una cucina di fine serie con tutte le botte prese da chi stava solo guardando, soprattutto in preciclo. No, niente nostalgia di quella pancia enorme usata come cuscino , ma la memoria, forte, di quello che da lì arriva. Il dialetto, l’egida sotto la quale riposano i miei pensieri più autentici. L’attenzione ai parcheggi nei controviali torinesi, a lisca di pesce. L’attenzione alle siringhe, che ormai non si vedono più ma io sono stata una bambina degli anni Ottanta, la sua voce appena spengeva il motore:  fai attenzione alle siringhe dei drogati, se ti buchi sotto le scarpe con quelle fetenzie dobbiamo andare all’ospedale, si muore pure. Io non riesco a scendere dalla macchina parcheggiata nei controviali sotto gli alberi senza pensare che nel terreno ci possono essere, sotto le foglie, quelle fetenzie. Anche lui è morto in un anno bisestile.

E il film che finisce se il protagonista muore. Lo ripeto anche alle mie ragazze. Però, loro, di attori secondari ne hanno ancora tanti da vedere.

L’anno scorso, a febbraio, senza che fosse un anno bisestile, è andata via lei, Cocò.  Cocò era, è, mia nonna. Quella del neo sotto l’occhio, della vestaglia elegante, del dolore che pietrifica. Delle risate ingenue. Dei baci schioccati sul collo. Del “che cazzo dici” come stile di vita, non importa se sei un bambino, se dici una sciocchezza ti beccherai il tuo che cazzo dici, gioia mia. Era l’ultima, tra i quattro nonni, lei è quella che aveva pescato il bastoncino più lungo. Chissà. Non penso che nessuno se lo chieda mai, in una stanza, in un salotto, con la tappezzeria alle pareti e una torta di compleanno con una candelina rosa, sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno, una domenica di settembre , dopo il 17 che festeggiare prima del compleanno porta male, e lo spumante nei bicchieri del servizio regalato per le nozze, solo un anno prima anche quelle, chissà se qualcuno se lo chiede mentre una bimba bionda con solo due denti in bocca gioca seduta per terra strofinando il ciuccio legato con una catenella all’abito bellissimo a maniche corte con i fiori rosa che sembra una bambola, chissà se qualcuno se lo chiede chi ha pescato il bastoncino , il legnetto più lungo.

Dei quattro lo aveva pescato lei, solita fortunata. Ma non l’ha mai potuto sapere, perché la memoria è andata via prima, prima che andasse via lui che lo abbiamo seppellito con una foto di lei nel taschino della giacca, una foto che i miei zii hanno trovato tra i documenti, lui la custodiva con le cose importanti, lei aveva scritto a mano un desiderio, solo uno, che lui non andasse via senza di lei perché le sarebbe stato impossibile vivere. E allora è andata via la memoria e lei è rimasta, con in mano il bastoncino più lungo, esile come un fuscello e l’anno scorso, con la prima folata di vento è volata lontano, come un desiderio, solo uno, soffiato su una candelina, una sola, rosa.

Il giorno del suo funerale in chiesa eravamo pochissimi. I miei cugini arrivati da giù. Chissà se anche nelle famiglie settentrionali si dice così, me lo sono sempre chiesto. Giù e su. Chi sta qui sta su, chi vive al sud vive giù. Forse le famiglie settentrionali non lo dicono perché tutti stanno su e non hanno motivo di andare giù. Le mie figlie accanto a me, nel secondo banco della chiesa, i miei fratelli. I miei zii, mia madre al primo banco. Ho sentito un clack.  Uno scatto, come di un meccanismo che fa un movimento in avanti e ho capito che non c’era più nessuno  davanti ai miei genitori e che io sono nella fila subito dietro. Clack. Sono finiti gli attori secondari nella mia vita.  Adesso, quel che succede, succede direttamente a me, sulla mia pelle di cartapesta. Allora, il primo dell’anno io ho chiesto solo questo. Anzi no, nemmeno, perché io non chiedo. Ho espresso un desiderio, solo uno, per questo anno bisestile, che non tocchi nulla per favore, che passi con il suo giorno in più senza raccogliere nessun bastoncino che questi che sono rimasti qui, con me, nella stanza, nella mia vita, mica se lo chiedono chi l’ha preso il bastoncino più lungo, solo io me lo chiedo, ma io mi chiedo sempre un sacco di cazzate e allora facciamo che pure questa è una cazzata e non tocchiamo nulla, caro anno bisestile,  e scusami se ti uso per camuffare le mie paure che come vedi non sono cresciute insieme a me, sempre quelle sono. Facciamo così, caro anno bisestile, che mi ignori, che stai attento a dove poggi i piedi, se vuoi, ma mi ignori. Non ti preoccupi del fatto che oggi forse prenderò una decisione importante, ovviamente di venerdì 17, che in questo momento c’è qualcuno che sta leggendo qualcosa che ho scritto che mi pare troppo chiamarlo  racconto e io mi sento come a scuola e comunque si tratta solo di un tentativo, che no, le mie paure non sono cresciute insieme a me e sarai clemente con me, caro anno bisestile perché le paure dei bambini da adulti sono terrificanti e poi perché anche se non sono scaramantica, non completamente, sono comunque incazzosa. Senza retorica.

 

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Imperfetto

 

Aveva i capelli neri- sembrano blu per quanto sono neri-diceva lei. Rideva, lui, “perché se sono neri non sono blu” – “infatti ho detto sembrano mica sono”. Lei aveva un’amica che era mezza giapponese e i professori, quelli nuovi, di matematica ne aveva cambiato almeno uno all’anno, l’anno della maturità addirittura tre, quando facevano l’appello pensavano che fosse sarda perché non alzavano nemmeno lo sguardo, leggevano solo i nomi sapendo già che era inutile associarli a un viso, magari avrebbero avuto un altro incarico, più lungo, annuale, magari la settimana dopo, i tempi del provveditorato, leggevano i nomi così uno dopo l’altro, la sua amica mezza giapponese veniva due cognomi dopo il suo e quelli non la guardavano, leggevano questo cognome con una sillaba strana tsu che si legge zu e pensavano solo che era sarda e lei aveva i capelli neri, neri che sembravano blu anche se erano neri.

Aveva la voce come la caffettiera quando il caffè è uscito tutto e spegni, ormai la casa è piena di quell’aroma e aveva le mani, il palmo, come l’interno delle borse di pelle, quelle dei medici, che fuori sono scure, graffiate, vissute, dure e dentro profumano, morbide e accoglienti. Mani che curavano, che firmavano la ricetta di un farmaco non mutuabile. Lei gliele guardava, le teneva strette, le annusava e poi le respingeva a volte, troppo calde, troppo forti, troppo vicine, poi. Quando si è laureata le hanno regalato una borsa così, di pelle, l’ha accarezzata, usata per un po’ e poi lasciata da parte per quel profumo quando la apriva, quando tirava fuori i documenti, la penna. Troppo.

Con quella voce diceva parole e silenzi, era la sola persona al mondo capace di dire silenzi che occupavano spazio. Lo spazio tra lei e lui, quello tra un giorno e l’altro che lei diceva “è tempo non è spazio” e lui rideva “no, vedrai è spazio non è tempo”. Con quella voce gesticolava, sperava, pensava. Lui pensava che si vedeva. Non cosa pensava ma che stava pensando e c’erano scatoloni di pensieri che veniva voglia di scriverci fuori fragile, a lei veniva voglia perché lei sapeva che bisognava fare attenzione come nei traslochi con i bicchieri imballati nei fogli di giornale che la cura è doppia, quando li ricopri e quando li scopri e poi magari se ne rompe uno nel trasporto perché qualcuno non ha fatto attenzione, perché qualcuno non ha scritto fragile, perché qualcuno non ha letto fragile, perché qualcuno a volte si sofferma a leggere la carta usata per imballare, vecchi articoli di un quotidiano che era quotidiano un giorno passato è adesso non è più niente, come quello che è passato, che a volte è ancora qualcosa ma spesso no.

Lei c’erano sere che avrebbe voluto chiudersi dentro uno di quegli scatoloni, gli diceva “farò attenzione, prometto, ma lasciami qui”. Lui sapeva che lei non avrebbe rotto nulla, nemmeno toccato qualcosa, avrebbe guardato, si, quello si, lui sapeva che anche lei era un bicchiere con un foglio di giornale addosso e allora la lasciava stare lì, nello scatolone con la scritta fragile, in un angolo. Erano le sere in cui lei passava una mano tra i riccioli di lui solo per restarci incastrata perché, diceva “ci pensi che basta questo per non permettermi di andare via”- “allora non taglio i capelli”, rideva, lui. “Non taglierò”, lo correggeva lei- “devi dirmi che non taglierai poi, in futuro”.

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Il futuro.
Il futuro è nel tempo, diceva lei.
No, vedrai, è anche nello spazio.

Lui c’erano giorni in cui non voleva più niente. Si chiudeva in una stanza e leggeva, studiava, parlava da solo e sembrava che fuori qualcuno stesse bruciando delle foglie secche e dei rami tagliati, lei controllava le finestre per chiuderle perché non sopportava quell’odore. Non sopportava alcune parole dette da lui per come le diceva lui, per come le usava lui : vagina, paludoso, ferale. Rideva, lui, di questa intolleranza come se fosse una sciocchezza mentre lei voleva picchiarlo di rabbia per quel devitalizzare le parole, quelle parole, polpa, anche polpa detta da lui le era intollerabile, rideva lui e lei voleva picchiarlo o insultarlo o ferirlo per quel portarla a non sopportarlo.

Sapeva che lei sarebbe andata via. “Basta che non mi perdi mai di vista” diceva lei, rideva lei- “non perdermi di vista, non tenermi come qualcosa su un tavolino, vedi, come quel piattino con dentro le monetine da duecento lire che ti danno fastidio in tasca. Non perdermi di vista, mai, e io resto”

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Perderti di vista.
Nel tempo, ci si perde nel tempo, con il tempo.
No, vedrai, ci si perde anche nello spazio.

L’aveva perso lei. Di vista. Se ne era resa conto subito, da subito, strano, pensava, “so che sta succedendo mentre succede, so che mi allontano mentre mi allontano”. Strano, pensava, lei che sapeva tante cose ma sempre dopo mai durante. Sapeva rispondere a modo, dopo. Sapeva dove andare, dopo esserci stata. Questa cosa invece la sapeva subito, questa cosa che non era una cosa. L’aveva capito, lui. E non si era opposto, forse solo un po’ per un attimo poi l’aveva lasciata andare, aveva rotto qualche bicchiere senza nemmeno togliere la carta, sentiva il rumore del vetro in frantumi sotto i piedi e se ne capacitava solo così, ma aveva lasciato che accadesse.

Lei c’era una sera in cui aveva detto tutto, tutto questo, che sapeva mentre succedeva e lui c’era un giorno in cui le aveva tolto la mano incastrata tra i ricci e gliela aveva baciata soffiandoci sopra come se lei si fosse tagliata con una scheggia di vetro, al centro, al centro del palmo, come un mago quando ti fa comparire una monetina, duecento lire, dietro un orecchio, il sinistro.
“Non sarebbe mai stato perfetto” diceva lei.
“Saremo sempre imperfetto”, non rideva più lui. “Saremo sempre un’azione che dura nel passato, saremo sempre qualcosa che sai mentre succede”.

Nel tempo o nello spazio? Aveva chiesto lei.
Cosa?
L’imperfetto.
Nel tempo, l’imperfetto è un tempo.
No, vedrai, saremo imperfetto anche nello spazio.

Stava lavando i piatti, una sera lontana, lei. Lontana nel tempo e nello spazio, anni luce. Aveva tra le mani due bicchieri incastrati uno dentro l’altro, non si separavano. Aveva chiuso il rubinetto, asciugato le mani, provato inutilmente, preso uno strofinaccio, riaperto l’acqua, tentato in senso orario, provato in senso antiorario. Finchè uno dei due non ha ceduto, rompendosi. Quello esterno, l’altro era solo scheggiato. Lei si era tagliata, roba da niente, il rosso del sangue sotto il getto dell’acqua sembrava dolce, sembrava rosa. Se è rosso non è rosa. “Infatti sembra” aveva riso lei, solo una lacrima se ne era accorta ma era già scivolata giù, nel tempo. E nello spazio.

 

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Questioni esistenziali

 

Pare che la vergine sia il segno favorito del 2020. Me l’ha detto lui, mio marito, la sera del 30 dicembre, in montagna, mi stavo asciugando i capelli e lui dal salotto, davanti alla tv,  mi ha urlato che l’anno nuovo sarebbe stato il mio anno. Io faccio sempre la doccia dopo cena, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. La doccia di sera, lo shampoo, significano che la giornata è finita. Alcuni preferiscono farla di mattino, invece, dicono che così hanno la carica per uscire. Solo quando vado in palestra derogo, ma mi asciugo in fretta perché devo tornare in ufficio, ho fretta e non è rilassante. Ho conosciuto una ragazza, Giuli, che scriveva oroscopi, anni fa, subito dopo la laurea e non ne sapeva niente di astrologia però, diceva, dava maggiori possibilità ai segni di sua madre, della sua amica del cuore, del fidanzato. Forse anch’io li scriverei così e alla bilancia non darei speranze perché ho difficoltà con quelli della bilancia, sarà la vicinanza, come tra siciliani e calabresi, mio nonno non parlava bene dei calabresi ma nemmeno dei catanesi, perché era palermitano e forse i palermitani parlano bene solo dei palermitani ma almeno era del capricorno. Invece la buona sorte la distribuirei tutta tra il toro e lo scorpione, il toro perché le persone che amo di più, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola, sono del toro e lo scorpione solo perché mi sembra onesto già nel nome- sono uno scorpione è nella mia natura pungere. Quindi, alla luce di cosa mi ha detto lei, Giuli, la notizia che aspettavo da almeno un decennio, che la vergine finalmente se la vedrà girare bene, non ha sortito l’effetto bomba che avrebbe meritato, però il 3 gennaio mi sono arrivati due sms per avvisarmi che le pratiche per un rimborso richiesto a novembre sono state accettate.

C’è qualcuno di insistente che viene qui con la regolarità intestinale di un compagno della scuola materna di mia figlia che tutte le mattine alle 8.30 andava in bagno e poi chiamava la maestra Sabry per farsi pulire e con rigore calvinista solo per trovarsi tra le mie parole, poi fa spallucce perché non trova il nome. Vuole il suo nome o quello di qualcuno della sua banda, per sbraitare. Non lo scriverò mai quel nome per un semplice e unico motivo: non sono scema. Non lo ero nel 2019, nemmeno nel 2018. Nemmeno nel 2017. Nemmeno quando ancora vivevo con i mei e andavo a scuola, quindi: no. Non conto di essere scema nemmeno nel 2020. E, sorpresa, non diventerò nemmeno empatica. O compassionevole. O paziente. O pietosa, nel senso di dotata di pietas. Io potrei mettere, anzi, io vorrei mettere una targhetta al collo, al mio, a quello di tutti gli altri, ma fondamentalmente al mio, una targhetta che fornisca subito le indicazioni basilari, quelle ritenute essenziali. Non sarebbe tutto più semplice se avessimo, ciascuno, una targhetta così? Come la lista degli allergeni, come la composizione e le avvertenze di lavaggio, come le frasi di rischio sulle etichette dei prodotti chimici? Mica dei pipponi eterni, bastano informazioni schematiche, che arrivino subito a chi ci è di fronte e cerca di avvicinarsi. Ognuno dovrebbe scriversi la sua, con onestà, e invece a me sembra che abbiamo tutti un’etichetta addosso, scritta da altri con indicazioni non fornite da noi e che non siamo in grado di leggere perché ce l’abbiamo sulla fronte in un mondo privo di specchi. Come quel gioco in cui tu sei al centro della stanza, seduto, ti mettono una fascetta in testa con il nome di un animale, di una città, di un film, gli altri te lo mimano e tu devi indovinare e che finisce sempre con te che non indovini e gli altri che si sono agitati inutilmente.e dopo ti dicono che era facile. Io vorrei scrivermelo da sola e metterlo in vista, tipo una collana, ti avvicini e leggi : non cercare di muovermi a compassione perché mi irriteresti, non toccarmi mentre mi parli, non dirmi “non è vero” perchè sarebbe come darmi della bugiarda e poi perché è vero, se te lo dico è vero. Al massimo non ti piace, ma è vero.

E poi, in piccolo ma leggibile, scriverei cat. Moglie, dove cat.significa categoria.

Osservo la gente, sempre. Se sono in un locale, per strada, a scuola dalle ragazze, in palestra, ovunque, tranne che in ufficio da me perché lì sono da sola e allora osservo me e basta, io osservo e penso che le persone si possano suddividere in tre grandi categorie: madre (padre per uomini)- figlio/a- moglie (marito per uomini). E non c’entra con il fatto di essere sposati o di avere figli o di avere genitori viventi e funzionanti. C’entra con quello che si è. Con chi si è. Chi si è per davvero, chi si è quando nessuno guarda, quando nessuno ci guarda. Chi si è per il solo fatto di esistere, di respirare, di camminare per la strada, di dormire su un fianco o a pancia sotto, di fare la doccia il mattino o la sera. Chi sei. Chi sei? Io sono una moglie. Lo sono da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. Mio padre è un padre, per esempio. È proprio un padre, lo era prima che nascessimo io e i miei fratelli, lo era nella relazione con sua madre, che era una figlia, con tutti, una figlia piagnucolosa e a volte capricciosa che amava sentirsi dire che era brava e che stava facendo bene e poi era pure della bilancia.

Avevo un fidanzato, più di vent’anni fa ormai, aveva quasi sedici anni in più di me. È stato colpito dalla damnatio memoriae, so di averlo amato, anche, ma non so perchè. Non ricordo niente di buono, di davvero buono, o di brutto, di davvero brutto, accanto a lui eppure la nostra storia è andata avanti, in modo altalenante, per quasi tre anni. Lui era figlio. Io ero moglie. Due categorie che non dialogano, impossibile. Una moglie e un figlio non hanno niente da dirsi e forse niente da darsi. Lui aveva bisogno di essere accudito, io avevo progetti da condividere. Ho amato un uomo, prima e dopo questo fidanzato figlio, forse l’ho amato più dopo che prima, comunque, era un uomo della categoria padre. Voleva proteggermi, indirizzarmi, guidarmi, aiutarmi. Io volevo sentirmi libera e non mi ci sentivo, quando ho capito che lo stavo deludendo e che iniziava a scuotere la testa come faceva mio padre quando vivevo ancora con i miei e andavo a scuola allora mi è stato chiaro che no, nemmeno le categorie moglie -padre possono funzionare insieme.

Le categorie che hanno buone possibilità di convivenza sono: madre-figlio (padre-figlia, padre-figlio, madre-figlia nella variante arcobaleno), marito-moglie (marito-marito, moglie-moglie nella variante arcobaleno). Due figli insieme no, litigano, si fanno i dispetti, escono dalla relazione per cercare qualcuno che gli dia ragione e mentre escono lasciano aperta la porta e tante volte dalla porta aperta entra qualcuno e la relazione finisce. Comunque non è destinata a durare, due figli insieme non hanno futuro. Come padre e madre, troppa forza, troppa potenza, troppe regole e nessuno a cui farle rispettare, si passa all’imposizione, finiscono con implodere.

Ho un’amica, una brava ragazza. È una figlia di quarant’anni con un matrimonio riuscito, che conta più di un matrimonio felice, perché ha sposato un padre. Lei ogni tanto fa le cose di nascosto, lui fa finta di non accorgersene, lei dice una cosa o fa una cosa e lui la guarda ammirato come se fosse un progresso, un vanto per lui. Un’altra mia amica, lei è una madre. Non ha figli. Ma ha sposato un uomo figlio. A cena lei sceglie per lui, cioè, lui vorrebbe prendere i tagliolini 40 tuorli con i funghi porcini ma lei gli dice, no, è meglio che tu prenda un secondo, magari il carrè di vitello arrosto. E il dolce no. E poco vino. Niente amaro. Il caffè a quest’ora? Lui è felice. Io non potevo capirlo, non riuscivo a crederci. Poi ho iniziato a inserire ciascuno nella propria categoria e allora mi è stato chiaro. Soprattutto che non so farmi i fatti miei e poi che siamo ciò che siamo e che è molto più onesto dichiararlo subito, anche agli amici, anche a lavoro. Io vado volentieri a pranzo con la mia amica madre ma la posso sopportare a mala pena il tempo del pranzo proprio come con mia madre quando vivevo con i miei e andavo a scuola anche se mia madre è figlia. E infatti, io, le mie figlie le amo e le adoro ma non è che proprio sono una madre di quelle che useresti per descrivere una madre in un catalogo, ipotetico, di madri. Perché io faccio la madre ma la verità è che non lo sono. Mio marito è un marito. Non è figlio, non è padre. Non cerca di educarmi, di crescermi, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Non cerca in me alibi, comprensione a tutti i costi, non teme il mio giudizio, anzi, me lo chiede perché sa che non è un giudizio ma solo un’opinione però è la mia ed è quella che trova più interessante, non si aspetta che io gli chieda se ha bisogno, preferisce fare la doccia il mattino così me la lascia libera la sera ma non per quello, lo preferisce per sé non per me. E poi è del toro e anche se non è palermitano non è calabrese, quindi per me siamo a posto così. Anche per il 2020.

 

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