Da qualche parte nel tempo

Ho chiamato zia, dal treno e infatti pigliava male pure se adesso il treno è velocissimo, sai. In sei ore stavamo a Garibaldi. Volevo sapere il civico di piazza Carlo III, ma lei non lo sapeva o non lo ricordava, non cambia il risultato. Mi ha detto “faceva angolo”. E io mi immaginavo una grande piazza rotonda. Chissà perché, poi, voglio dire le piazze sono rettangolari o quadrate mica per forza rotonde solo che niente, io mi ero messa in testa che fosse rotonda e faticavo a infilarci un angolo. Vabbuò. Mi ha detto pure di chiamare Ale, perché lui da poco c’ era stato  e aveva ricostruito un po’ tutto. Spostando il pensiero dall’angolo dentro il cerchio ho iniziato a chiedermi perché mai Ale si interessasse al posto dove tu hai conosciuto tua moglie. Ma qui è stato più facile dell’angolo del cerchio, sua madre è la sorella di tua moglie, viveva pure lei lì. Sopra il negozio di Piazza Carlo III, l’emporio di quel folle che sarebbe diventato tuo suocero, quello che aveva chiamato il gatto Benito solo per poterlo riempire di male parole urlando forte “BENITO!!!”. Solo che Ale io non lo sento da prima che si sposasse, ha pure divorziato poi, o forse dal funerale della nonna, aveva appena avuto un figlio che adesso è all’università. Così ti fai un’idea. Non è che posso chiamarlo e chiedergli un civico. Ma poi non mi va di chiamarlo. Ho detto a zia “vabbuò, facciamo senza, andremo un’altra volta, ti saluto il vulcano”. Non avevo voglia di chiamare nemmeno tua cognata, alla fine pure con lei non mi sento da una vita, ti pare che la chiamo per sapere dove viveva da bambina e per cosa poi, andare in una piazza rettangolare o quadrata che pensavo rotonda e scoprire che al posto dell’emporio del folle ci sta un negozio cinese o un bar fetente? Volevo solo immaginarti entrare lì, con la notizia che loro figlio era ancora vivo, che avevate fatto un patto: il primo dei due che tornava avvisava la famiglia dell’altro e che sei tornato prima tu. Volevo immaginarti bello, bellissimo, con gli occhi nocciola come papà, forte dei tuoi scarsi venticinque anni, con tutta la morte del mondo negli occhi e tutta la voglia di vita nella pancia, volevo immaginarti così intensamente da dire che si trattava di un ricordo , un mio ricordo nitido e preciso. Ma pure tua cognata adesso c’ha i cazzi suoi per la testa, il marito si è fatto vecchio, pure lei certo, ma per te che l’hai tenuta sulle ginocchia forse non può farsi vecchia mai, comunque lui si è fatto davvero vecchio e i vecchi come i bambini danno un sacco di pensieri, in più lui è fascista, ti ricordi. Ogni volta che ci perdevi a carte mi prendevi da parte, incazzato nero, e indicandomelo solo con il suo cognome, a togliere ogni affinità e parentela,  mi dicevi “è fascista” .

Mo’ pare che vada bene pure essere fascista, comunque. Non so se lo sai, se lo vedi da dove sei tu, ma di imbroglioni a carte ce ne stanno diversi in giro, pure in Parlamento. Vabbuò, gli rideresti in faccia, sono tutti nati ricchi, diresti, non hanno visto niente, diresti, per questo avanzano la roba nel piatto e sprecano e dicono che schifo. “quatto sciemi ‘ro cazz”.  Però se lo credono questi quattro scemi del cazzo, ma tanto passeranno, solo questo posso dirti, sai, per come la penso io, per quel poco che ho capito come funziona il meccanismo che tutto passa, qualcosa schivi, qualcosa pigli, qualcosa ti fotte, qualcosa ti piace pure se ti ha fottuto un po’, qualcosa ti manca, qualcosa manco per nulla, ma di tutto questo qualcosa niente resta.

Però è un peccato che non ti sei fatto vecchio, per davvero vecchio, solo un po’.

Ho chiamato papà. La sera, lungo Via Toledo, tornando verso il letto. Lo sapevo che lui il civico proprio non lo conosceva, se non la sa zia figuriamoci se lo sa papà. Non lo sento spesso, papà. Più di prima, sì, ma meno di prima prima. È così. Un pezzetto alla volta, non è facile, per me e per lui. Però ci ho scritto un libro. Prima o poi te lo leggo a voce alta, devo solo avere un po’ di ore di seguito senza interruzioni. Anche tu non parlavi con il tuo, che è morto così, che non vi parlavate più da un pezzo, non aveva nemmeno un ricordo con il nipote che portava il suo nome ma ne teneva la foto in cassetta di sicurezza, la foto della Comunione. Gliel’avevi mandata tu, chi altri? Comunque, non ti arrabbiare, io e papà la sistemiamo, è che abbiamo troppa gente intorno e io quando lo sento voglio sapere di lui e lui mi racconta di altri e io mi scoccio perché voglio parlare di lui e se voglio parlare di altri chiamo gli altri e invece lui non lo capisce, ma tu stai tranquillo, è che abbiamo un carattere simile io e lui, ma è per questo che ci ritroveremo. Io e Pepe abbiamo scommesso, guardando l’ora, lei diceva che stava sul divano a guardare un film di guerra, io che si era già addormentato e poi abbiamo riso perché abbiamo detto insieme che si era addormentato sul divano mentre guardava un film di guerra. Infatti. Vabbuò, l’ho chiamato e gli ho passato Pepe che quando gli parla un po’ è sempre piccola anche se non lo è più. La piccola compie quindici anni. Madonna, è alta più della sorella, accanto al padre dovresti vederla, un pezzo di ragazza che non finisce più, con le spalle larghe e una montagna di capelli pieni di profumo, da far girare la testa perché ci mette la maschera e lo shampoo e un profumo proprio per capelli e poi ha questo viso così vero, morbido, un viso che accoglie, la bocca bellissima, carnosa. È bellissima. Di viso assomiglia a noi, tanto. Ma lei è alta, noi siamo tutti più corti, lei invece quando mi abbraccia la sua testa chi la vede più. A me piace che non vedo più la testa delle mie figlie, sai. A pensarci è così che deve essere. Devi perderla la testa dei figli, che vada oltre, che veda oltre, che sia più su della tua. Mentre lei parlava con papà mi sono persa a pensare così. Glielo avevo promesso che l’avrei portata a scoprire quel pezzo da cui arriva anche lei, perché anche se non sono lì le sue radici sono lì le sue origini e le radici le puoi rimettere un po’ in altri vasi, così è successo a molti, ma le origini quelle le hai dentro, se ti tagliano un pezzo e lo analizzano al microscopio le trovano. Dai quartieri arrivavano canzoni e voci, clacson e urla, Pepe parlava con il nonno e pure io parlavo con te.  

L’ho portata a Piazza del Plebiscito, subito, dovevo raccontarle la storia delle statue di Palazzo Reale, perché quella storia deve tramandarsi e niente come il racconto serve a questo, allora l’ho fatta mettere davanti alla prima e ho iniziato, siamo arrivati all’ultima, quella con la spada alzata e ho concluso la storiella lei ha riso e me la sono immaginata tra trent’anni, raccontarla a qualcuno perché non vada perduta, me la sono immaginata mimare il gesto con la spada sguainata e ridere quasi sguaiata ancora, lì in quella piazza, con il cielo appena coperto da nuvole di passaggio perché tutto è di passaggio e me la sono immaginata così intensamente da dire che si trattava di un ricordo, un mio ricordo nitido e preciso. E poi siamo scesi fino via Partenope a guardare il vulcano, e risalendo abbiamo fatto merenda in Piazza Trieste e Trento e la sfogliatella frolla batte la riccia, lo sai, a me è sempre piaciuta di più, ma noi la chiamavamo liscia e non frolla, vabbuò, la frolla piace di più pure a Pepe e poi abbiamo ripreso a camminare e ridere e parlare, io raccontavo e traducevo il dialetto che arrivava dai vicoli, siamo andate nei quartieri perché avevamo cose da cercare, da vedere, abbiamo schivato motorini con la dimestichezza imparata in tre minuti di adattamento e poi abbiamo trovato il posto per cenare, una pizzeria con il nostro cognome, che bellezza, il titolare si chiama come papà, con il nome di tuo padre, sicuro siamo parenti in qualche strano modo che non abbiamo indagato ma lui mi ha detto che potevo tornare quando volevo, che quella era casa mia, la stessa cosa che mi dicevi tu, mi ha fatto ridere assai, ho ricordato quella volta che ti arrabbiasti moltissimo perché avevo chiesto se potevo prendere non so più cosa in frigo e tu mi hai trattata bruscamente, fuori sul campanello ci sta il nome tuo, qui puoi fare quello che vuoi, non devi chiedere mai più e io non ho chiesto mai più ma non ho mai aperto il frigo. Però ho capito cosa intendevi. E comunque avevi ragione, è davvero successo che anche le madri possono dare il cognome ai figli pure se non sono figli di zoccola, come dicevi tu, si può decidere quale cognome dare ai figli, quello del padre o quello della madre o entrambi. Quando sono nate le mie figlie non era ancora così pienamente, hanno il cognome del padre, so che capisci, va bene così. Ci mancava pure passare per zoccola, già mi sono sentita dire che affidate a me sarebbero diventate schifose come me, come se potessero essere affidate ad altri, come se fossero in affidamento. Come se. Vabbuò, ogni tanto mi sarebbe piaciuto averti lì, in quel momento. Avresti trattato chi me l’ha detto come una mappina, l’avresti incenerita e mi sarebbe piaciuto. Ho dovuto fare da sola. E pure questo l’ho imparato sai, per adattamento. Come a schivare i motorini, come a sapere che tutto passa, che la testa dei figli deve stare più in alto della tua perché tu devi restare la base ma l’altezza è roba loro. Però la piccola ha gli occhi nocciola e la capacità di incenerire, va solo addestrata, e la grande si mangia i prepotenti e i fascisti come spuntino. So che ti piacciono.

La prima notte è stata difficile, il cambio letto, il respiro di Pepe e non di suo padre accanto, il rumore di una città che non dorme mai, che non si sta mai zitta, che non ti lascia in pace mai, che mai ti regala solitudine. Dal vicolo sotto arrivavano canzoni neomelodiche di quelle che, sinceramente, detesto. Pensavo a te, a me, a papà, a cosa significa andare via e tornare, a quanto male fa andare via e non tornare, pensavo a mio fratello, a Cri, a Lui, ai cani, al lavoro sulla scrivania, a una piazza rotonda, a dove metterci gli angoli, al gatto Benito, alla follia che si diluisce nelle generazioni, a una ragazzina con le trecce che ha il fratello in guerra e vede entrare un ragazzo in negozio per dire che quel fratello è vivo, al giro del giorno dopo che era già arrivato, la luce che filtrava debole, il giorno dopo a volte arriva prima, a noi che non diciamo prima e dopo ma primm’ e dopp’, senza vocali a chiudere, sempre tutto aperto, che tutto si veda e tutto si senta e non come parlano su, che non li capisci mai, che non sai cosa vogliono dire che basta non dire male e chi se ne fotte se si pensa male, basta che non si dica e che non si sappia, pensavo a queste parole per te e per me, a quelli che vengono a leggere qui per farsi i cazzi miei perché io quelli racconto, sai come si dice, parlo di me perché non voglio convincere nessuno, a quelli che vengono a leggere per incazzarsi perché dico che sono mappine. Non perché lo penso, ma perché lo dico. Vabbuò. Pensavo a come diciamo il presente: mo’. Perché noi lo sappiamo che il presente è veloce, che è nel prima e nel dopo che dobbiamo infilare la sostanza, adesso è già finito. Serve a nutrire il prima e il dopo. Il sonno mi ha presa dal vicolo, diceva t’aggio voluto bene a te, tu m’è voluto bene a me, aveva gli occhi nocciola e la pancia piena di vita.

Abbiamo fatto colazione con due lisce e due cappuccini, pure se abbiamo detto frolle. A Piazza del Gesù, poi siamo andate per via dei Tribunali, in san Biagio dei Librai, San Gregorio Armeno, abbiamo visto il Cristo velato, abbiamo mangiato un cuoppo di mare e uno misto di terra, siamo andate a Santa Luciella, ,me l’aveva suggerita Diego e ha fatto bene, su queste cose mio fratello è un’ottima fonte. Pure su altro, per carità. Lui c’era stato da poco, pure alla pizzeria col nostro cognome. Volevo che Pepe capisse perché. Perché i morti non muoiono mai, da dove ci arriva questa capacità di non interrompere mail il dialogo, il racconto, abbiamo fatto visita alle capuzzelle, “il nonno lo dice sempre e anche tu” ha sussurrato lei giù nella cripta. “E i teschi girati?” Ha chiesto un turista bresciano di quelli che se muori muori e se vivi vivi e non puoi partecipare di entrambe le condizioni nello stesso momento. I teschi girati sono stati girati perché non sono stati di parola, non sono stati intercessori adeguati e allora tutti devono sapere che sono inaffidabili, così che a nessuno venga in mente di prendersi in carico di spendere due preghiere per queste anime non di parola. Quanta vita in questo gesto. Lo sai, vero, che ti ho girato? Quando mio nipote è stato male, malissimo, ho preso la tua foto bello sorridente e urlandoti “che cazzo ti ridi” ti ho girato che manco volevo vederti con questo faccione morbido e le labbra carnose. Quando ho pensato che sarebbe morto ,perché l’ho pensato e non mi stava bene, per niente. E mi ero sempre arrangiata molto, lo sai, poche volte ti ho chiesto qualcosa ma questo sì. Ci ho messo in cambio, perché tu lo riferissi a chi volevi, qualunque cosa. Persino il libro su mio padre. Persino un pezzo mio, di vita mia, pure che non ne dispongo direttamente, non me ne fotteva proprio. E tu niente. Allora ti ho girato e vaffanculo. E vavattenne proprio, da te non me l’aspettavo. Mi avevi detto, quando da ragazzina ero stata male e anche tu eri ricoverato ma in un altro ospedale che avevi chiesto di far guarire me al posto tuo, me l’avevi detto di nascosto da tutti, mi avevi preso in disparte, pensavo volessi lamentarti del fascista e invece era questo. Me al posto tuo. E quando io, anni dopo, ti ho detto che ti amavo così tanto da volerti dare un po’ di anni miei tu mi avevi risposto che mi amavi così tanto da non volerne nemmeno uno di anni miei. Ecco. Noi così ci parlavamo, ricordi, tra i “non capisci niente” che ci rimbalzavamo a vicenda poi erano queste le cose che ci dicevamo quando eravamo io e te. Stronze cappuzzelle, ho biascicato nella cripta, chè i bresciani non sentissero. Prima di andare via ho lasciato un biglietto, con una richiesta, l’ho scritta in dialetto perché penso che per la cappuzzella sia più facile e che se deve scegliere tra una richiesta in dialetto e una in bresciano magari sceglie la mia. Comunque, poi ti ho rimesso a posto, la foto intendo.

Siamo andate a fare un saluto anche a faccia gialla, anche se non è che San Gennaro andasse forte da noi, non avevo aneddoti particolari da raccontare anzi non ne tenevo proprio e infatti mi sono stata zitta. Dalla via del Duomo si sentiva una voce che cantava ma ‘e vvote tu distrattamente pienze a me, Pepe era stanca per il tanto camminare, ha un problema al ginocchio e ho cercato di avere i giusti tempi di riposo ma non è semplice. Siamo state fermate da venditori di ogni tipo, uno teneva un canarino o comunque un uccello fetente che sorteggiava i numeri da giocare, voleva farmi beccare da questo coso, gli ho dato il doppio dei soldi purché lo tenesse lontano, Pepe ha riso, se c’è una cosa che mi fa schifo sono i volatili, ti pare che mi metto ad accarezzarne uno, davanti all’Università orientale abbiamo fatto un gioco matematico con un genio di strada, uno con il banchetto che a offerta libera ti fa sentire molto intelligente, che poi è quello che tanti vogliono, sai. Il mondo si divide , perché sì, il mondo si divide e tra le parti in cui si divide si divide tra quelli che è sempre merito loro e quelli che non è mai colpa loro. Io li chiamo i Fenomeni. Quelli che fanno 6×3 con la calcolatrice e ti dicono “ho calcolato”, quelli che scrivono 6 al posto di 3 e ti dicono  “la calcolatrice ha sbagliato”. A me fanno girare di cazzo, brutalmente proprio, divento cattiva, come per te quelli che imbrogliano le carte, madonna, li incenerirei. Su questo sto lavorando dal primo giorno con le mie ragazze, sai. Perché se il mondo si divide, e si divide, non voglio che stiano dalla parte che mi fa girare di cazzo, ecco. Abbiamo scattato una foto, di sera, c’è il vulcano dietro ma non si vede, c’è il mare ma non si vede, perché è sera. Ma sorridiamo, io ho qualche ruga sulla fronte, fili tra case nei vicoli, ci ho steso i ricordi, si vedono tutti anche se è sera. Ho gli occhiali, non li tolgo più per fare lo foto, solo tu insistevi perché lo facessi e così non ho una sola foto bambina nella quale mi riconosco. Però so che ci sei tu dietro a tutte le foto, destinatario di ogni mio muso lungo, prima di ogni foto c’è una discussione, dopo ogni foto c’è una recriminazione. Pensa che mo’ le foto le fai con il telefonino, chi te lo doveva dire, eh? È una foto venuta abbastanza una chiavica ma quando la guardiamo noi sappiamo dove siamo, sappiamo che avevamo appena finito di cenare alla case dei femminielli, nei quartieri, che Ciro il cameriere era stato gentile di una gentilezza per niente sabauda ecco perché ce ne siamo accorte, che si trattava della nostra ultima sera nelle origini ma che ci stavamo promettendo di tornare. Per le rughe prendo il collagene, tutte le mattine una compressa. In teoria serve per le articolazioni ma pare che faccia bene all’aspetto della pelle, delle unghie e dei capelli. Non so. È che sto a un passo dai cinquant’anni, manca ancora un pezzo ma non un gran pezzo. Tu mi immagini così? No, penso di no. A volte neppure io mi immagino così. A volte invece mi immagino così intensamente da dire che si tratta di un ricordo , un mio ricordo nitido e preciso.

Ah, ecco, pure questo volevo dirti, che mi sto leggendo delle cose sull’eternalismo. Allora, è una cosa che tu prendi primm’, dopp’ e mo’ e li unisci tutti e tre. Non ci sta più primm’ e non ci sta più dopp’ e manco mo’. Ci stanno tutte le cose insieme. Un blocco unico. Perché non pensi più al tempo come lo pensavi ma lo pensi come pensi allo spazio. E se nello spazio dici che qualcosa sta lì, nello spazio, allora in questo modo pure del tempo puoi dire che qualcosa sta lì, nel tempo. E tutto è già passato ed è già futuro. Ci sei già stato e un altro ancora non c’è stato, perché tutto questo ci azzecca con la relatività. Tu ci sei già stato e io ancora no, io ci sto adesso e tu poi, nel tempo. Ci sto lavorando, come a tante altre cose, la mia testa frulla sempre, ma stavo cercando qualcosa che mi aiutasse a stare. Voglio stare. Non restare, non andare, non tornare, voglio stare come stanno quelli che sanno dove stanno e perché stanno. Voglio stare. Voglio stare male finché non passa e stare bene finché dura, voglio stare nella testa delle mie figlie per non morire mai, voglio stare al telefono con mio padre e chiedergli se lui ha capito come si sta non nello spazio ma nel tempo, voglio stare in una cripta a pregare pure se non sono capace e se non ci credo basta che ci credano le cappuzzelle, voglio stare sul treno che arriva senza mai arrivare e sul quello che parte senza mai partire, voglio stare negli anni miei, e  te li ho dati tutti pure quelli in cui non sei dietro le foto e voglio stare negli anni tuoi, tutti, pure quelli in cui non sto dentro la foto.

Prima di partire siamo passate dall’ospedale delle bambole, ma non siamo entrate, avevamo la valigia e il pensiero già al treno. Accanto c’è un negozio che restaura oggetti. Si riparano ricordi, dice l’insegna. Mi veniva da piangere e ho pianto senza che Pepe se ne accorgesse perché non volevo spiegare niente, mi sono sentita improvvisamente stanca di secoli. Ho dimenticato di dirti che qualche settimana fa mi sono sognata che perdevo quattro denti, che venivano via tutti insieme, attaccati tra loro e con la lingua sentivo la voragine in bocca e il ferro del sangue, se vedi nonna chiedile un po’, so che non è niente di buono. E ho dimenticato di dirti che Diego mi ha chiesto “hai una foto del nonno?” e io stavo in giro, gli ho detto quando vado a casa e ho sorriso perché non abbiamo avuto bisogno di chiarire quale nonno. Il mondo si divide nei nonni solo nonni e i nonni con il nome. E ho dimenticato di dirti che ogni tanto sprofondo ed è un dolore al qual non mi abituerò mai ma che ogni volta imparo qualcosa e allora lo accetto, di sprofondare dico, va bene, anche se un giorno non tornerò su ma vorrà dire che non c’è più niente da imparare e comunque da qualche parte nel tempo è già così quindi non mi agito e poi ancora volevo dirti che la pastiera di zia è meglio di quella di Scaturchio e che da quando non la chiami più tu Mimosa nessuno la chiama più Mimosa e non so se lei di questo è felice oppure no. Io lo sarei, perché ci sono cose che non è che chiunque può fare o dire. Andando verso la stazione ho sentito cantare ma ‘e vvote tu distrattamente parl a me, e non ho mai tenuto il conto delle volte in cui me l’hai intonata e anche se non volevo crederci  alla fine ho capito, allora mi sono girata a salutare.   

 

Spiegherai

Ti diranno che è colpa della tua laurea, perché non sottolinea quanto tu hai studiato ma evidenzia quanto gli altri non hanno studiato e che comunque anche con la terza media hanno più cuore di te e sono buoni. Spiegherai che non è pertinente come osservazione, non ci azzecca un cazzo di niente la laurea con la bontà di cuore.

Ti diranno che dici troppe parolacce. Spiegherai che c’è una qualche ricerca di una qualche Università (ecco, vedi) di un qualche Stato degli Usa che ha dimostrato che chi ricorre al turpiloquio (cioè dice tante parolacce) è più intelligente di chi non lo fa. E non importa se chi non lo fa è più buono. Proprio non importa.  Avete rotto il cazzo con la bontà.

Ti diranno che devi prendere gli altri per quello che sono, che gli altri “sono fatti così”. Spiegherai che anche tu sei fatta così. Ti diranno che, per te, varrà di meno la validità dell’assunto “sono fatto così”. Spiegherai che non hai più voglia di prendere gli altri, perché si prendono le medicine e tu stai benissimo. Che le persone non sono particolari come raccontano di essere ma molto meno, tu per prima. Si può non avere più voglia. E tu non hai più voglia.  

Ti diranno che è colpa della psicoterapia se stai male. Del tuo carattere difficile. Del tuo cinismo. E, comunque, non hai motivi di stare male. Non veri. È colpa del fatto che ricordi tutto, ecco. Non è che stai male ma vivi male perché hai questo problema, sommato al cinismo, al carattere difficile, all’assenza di ogni forma di compassione: ti ricordi tutto. Ti batterai una mano sulla fronte e spiegherai che ti sei dimenticata che ricordi tutto, ecco il problema, è vero. Grazie, grazie, per avermelo ricordato, dirai tra lo stupito e il commosso. Grazie. Fine della terapia, a chi serve la terapia? In effetti basta guardarvi per vedere come avete elaborato bene, da soli, i lutti, gestito gli abbandoni e  superato le infanzie di merda che avete sulla gobba. Fine del Lupo che vive dietro lo sterno e che mi incatena in quei giorni in cui non si può vivere, fine del cinismo e del carattere difficile, grazie. Per la compassione invece, niente. Mi dispiace. Anzi, no.

Ti diranno che non hai pazienza. Spiegherai che è così. Confesserai che è così. Non hai pazienza ogni volta che aspetti in fila senza mai saltare la coda. Non hai pazienza ogni volta che aspetti il tuo turno per parlare, mangiare o pisciare. Non hai pazienza quando aspetti che il semaforo diventi verde anche se non ci sono auto e tu sei l’unico pedone che aspetta il verde e se ne trovi un altro potrebbe solo trattarsi di Kant redivivo, non hai pazienza quando parcheggi a tre isolati pur di farlo bene e non recare disturbo. Spiegherai che è vero, questa non è pazienza. Questo è saper aspettare. Questo è non prevaricare. Sono beni succedanei della pazienza, della quale sei sprovvista, quel che ti è sufficiente per non spaccare la testa a qualcuno o non sbraitare libera come sono liberi i pazzi in mezzo alla strada. Farai spallucce. Pace.

Ti diranno che devi lavorarci su. Sui tuoi difetti. Ti devi mettere sopra e lavorarci su. Possibilmente eliminarli o silenziarli o renderli innocui o almeno fare in modo che non si vedano. Si fa così con i difetti. È la regola, lo sanno tutti, anche quelli che non hanno la laurea e che comunque sono buoni e quindi difetti ne hanno pochi e non devo lavorarci su, possono continuare a fare altro, magari più giù.  Spiegherai che, in effetti, quando qualcuno ti invita a lavorare su qualcosa di te (siamo tutti d’accordo che i difetti sono qualcosa di noi, vero?) ti sta raccontando una sua esigenza e non una tua necessità. Spiegherai che ti sei arrampicata su ogni tuo difetto per metterlo in sicurezza, perché non facesse male a te o agli altri e poi ti ci sei avvinta intorno e lì stai, lì sei davvero.

Ti diranno che sei forte. Spiegherai che non è vero, semplicemente non ti lamenti.

Ti diranno che comunque non hai nulla di cui lamentarti e a suffragio di ciò ti forniranno un elenco esemplificativo ma non esaustivo delle benedizioni che inondano la tua vita: hai una bella famiglia, sana, Lui ti ama, le ragazze sono brave (forse non buone, ecco, va detto perché sono troppo studiose, e comunque potrebbero rivelarsi meglio di te, già lo hanno fatto), hai una bella casa, un buon lavoro, vai in vacanza e a cena fuori, frequenti teatri e quel minimo di eventi culturali della tua città che corroborano la tua autopercezione di donna intelligente. Spiegherai, tormentando il rubino alla mano destra,  che, come dicevi, non ti lamenti proprio di niente. E fornirai un elenco esaustivo e non esemplificativo dei motivi  che ti hanno portata ad avere le benedizioni che inondano la tua vita: un gran lavoro dalla mattina alla sera e certe volte dalla sera alla mattina, qualche compromesso buttato giù con un calice di Chablis perché lo Champagne ti provoca mal di testa, un’organizzazione di tempi e spazi e metodi che potresti brevettare e diventarci ricca ma non lo fai perché non sei avida, la curiosità di non smettere mai di imparare. Di impararti.

Ti diranno che la tua scrivania è troppo piena, spiegherai che si tratta del riflesso della tua mente. Inviterai a guardare le scrivanie, sgombre, di altri collaboratori.

Ti diranno che sei una bella donna, ancora. Che porti bene i tuoi anni. Spiegherai che sono i danni, che porti bene. Ma il gioco di parole è troppo facile, quasi banale, ti pentirai subito dopo averci giocato. Assumerai un’aria malinconica e questo non ti viene mai difficile, un comico quando il pubblico ride tranne uno seduto in fondo, solo uno, un clown nell’atto di indossare le scarpe di scena, un bambino quando lo chiamano che è ora di andare, un’adolescente che aspetta per ore qualcuno  che non si presenterà all’appuntamento. Dondolerai la testa bionda, passerai le dita all’attaccatura dei capelli, dietro, appena sopra il collo, a seconda del periodo potrebbe restarti qualche filo sottile incastrato tra gli anelli. Spiegherai che hai l’età di tua nonna quando sei nata e che sei rimasta a lungo incantata a guardare la sua di bellezza, così leggera e non malinconica, la guardavi di nascosto, mentre ripassava il rossetto davanti allo specchio del suo bagno, e tu restavi appoggiata allo stipite, un po’ girata, un po’ distratta ma per finta, mentre cambiava le marce della sua auto che aveva il cambio attaccato al volante e non in mezzo ai sedili come la macchina di tuo padre, e intanto cantava e diceva un sacco di parolacce agli altri automobilisti e tu restavi ferma sul sedile accanto, a tenere i sacchetti del pane e della verdura e di qualche scampolo di stoffa per farci qualcosa chissà cosa ma con quelle mani poteva fare tutto, sfilava il rubino e lo poggiava sul comò, indossava una vestaglia che annodava in vita, il seno sobbalzava a ogni passo, con la mano destra si chiudeva un po’ davanti, ogni tanto, come un intercalare. Spiegherai che è questa la bellezza. Non è essere bella ancora, ma essere àncora bella, così da tener salda l’imbarcazione quando è tempo di stare fermi, in porto. Così da poter levare via ogni peso  e lasciare che si possa salpare, quando il tempo è buono e l’equipaggio pronto. Ma il gioco di parole non è semplice, ci penserai subito dopo averci giocato. Ti commuoverai e questo non ti viene mai facile, un ricordo di soppiatto, la zampa del cane che ti ferma la mano sul tavolo del veterinario, un’amica che vuole solo sapere come stai.

Ti diranno che devi essere felice. Spiegherai che è una buona idea, peccato non averla avuta prima e autonomamente. Ti diranno che comunque se non sei felice è solo colpa tua. Spiegherai che il mondo si divide tra chi ha sempre colpa e chi ha sempre merito. O chi ha sempre fame e chi ha sempre sonno. O tra chi dice e chi spiega. E, sì, tu sei una colpevole, sonnolente, spiegazzata persona.

Ti diranno che  bisogna avere figli, fare figli, perché colmano un vuoto. Spiegherai che sono i figli che lo creano quel vuoto, che prima dei figli non c’è alcun vuoto, è tutto pieno a volte riempito, va bene, non importa.  Prima dei figli c’è tempo e c’è spazio, che poi sono le dimensioni che più ci riguardano. E il tempo è pieno e lo spazio anche. Dopo i figli scoprirai il vuoto. Quando? Non si sa. È come la scoperta dell’inesistenza di Babbo Natale, ciascuno a suo modo.  Potrebbe capitare a una stazione dei Flixbus, quando resti in disparte perché lei è troppo assorta in una conversazione che non ti riguarda, tu dovevi solo portarla lì, non sei tra i compagni di viaggio, non arriverai a Bergamo, non salirai sull’aereo dopo aver imbarcato il bagaglio in stiva e svuotato la bottiglietta d’acqua prima dei controlli. Tu puoi portare i cani a fare la pipì lì intorno, finché non parte il bus almeno. Potrebbe capitare davanti a un display che indica un ritardo di mezz’ora nell’atterraggio, potresti trovarti a immaginarla sopra di te, in aria, né qui né lì e anche se sai che non è atterrato perché è scritto, sorridi ogni volta che si apre la porta scorrevole e qualcuno appare con i suoi bagagli e si guarda intorno, non sei lì per loro, loro non aspettano di trovare te. È nata in ritardo, pensi. Vorresti raccontarlo a qualcuno ma non c’è nessuno a cui interessi. Devi solo riempire un vuoto che prima non avevi e adesso hai ogni volta che si staccano, ehi, qui avevo una figlia e adesso è vuoto, dove? Qui, lungo il fianco, a portata di mano. Qui, con le gambe a cavalcioni sul mio bacino, qui sulle ginocchia, qui, in auto a subire i silenzi del mattino quando è troppo presto per tutto tranne che per ascoltare musica di merda. Ehi, avevo una figlia  e adesso è vuoto, dove? Qui, mentre lavoro in ufficio e ascolto la lezione di scienze, qui mentre andiamo dal dentista, dall’oculista, dall’ortopedico, dal fisioterapista, dall’estetista. È nata in ritardo, la immaginavi dentro di te, nell’acqua, né qui né lì e poi è arrivata e non c’era più spazio e più tempo e poi se n’è andata ed ecco quanto spazio e quanto tempo. Il tuo vuoto è il suo pieno, la vita in cui tu non ci sei non risente della tua assenza, tu resti congelata, da sbrinare quando servi. Ti sembra di averlo già percepito, in un’altra era della tua vita, ti sembra di averlo già vissuto ma non proprio così, più al rovescio, più da un altro punto di vista, quello di chi sta partendo e dopo aver salutato non si gira, perché è certo di quel che c’è dietro, di chi c’è dietro. Potrebbe capitare davanti al display che segnala l’atterraggio e si potrebbe, persino capire, profondamente capire, che non sei più tu a partire, tu sei quella che aspetta e che è meglio farlo sorridendo, così chi torna ti troverà àncora bella.  

Di àncore belle, abitini spiegazzati e anticorpi casalinghi.

Requiem

È che sto morendo.

Sbam. Boom. Bang.

Non sono malata ma sto morendo. E devo dirlo e non c’è altro modo che scriverlo. Per me. Sono (stata) balbuziente. Scrivere è (stata)la sopravvivenza. Anche adesso che sto morendo. Quel che scrivi nasce. Quel che scrivi si avvera se non è ancora accaduto. Quel che scrivi non puoi cambiarlo più. Quel che scrivi non muore mai.

Sto morendo e sono la prima ad esserne addolorata, profondamente. Lo giuro. Non mi rassegno, non cerco cure perché non sono malata e nemmeno stupida. So che deve accadere, mi veglio, mi porto l’acqua a inumidire le labbra, mi impedisco eccessi con quel pudore della misura, come se servisse a darmi un giorno in più. Mi piango disperata come la più abile prefica su piazza, tiro i miei capelli sottili e racconto a voce alta quanto sia stata, cosa sia stata, che tutti conoscano la portata di questo evento. Non mi rassegno e dovrei. Resisto. Chiedo ancora acqua, chiedo ancora aria, chiedo ancora ma senza volere più.

Sta morendo la figlia. Che strazio, eh? La morte di un figlio, che ferocia, che disumanità. Tutti dicono che manca la parola per indicare un genitore rimasto senza figlio. Anch’io l’ho detto, spesso. E pensato. Mi fa sorridere, ora, che tutti dicano a parole qualcosa per cui manca la parola. Se manca la parola non bisogna dire. O inventarne una. Sta morendo la figlia disapprovata, quella del “fai come vuoi tu” tanto non andrà bene come vuoi tu e avresti dovuto fare diversamente ma, come sempre, non l’hai fatto e allora non chiedere consolazione. Sta morendo la figlia che ha desiderato tanto, tanto, tanto essere consolata da se stessa e spesso è stata incolpata di essere se stessa. A volte apertamente, a volte di striscio. Come quei proiettili che feriscono e basta. Sta morendo la figlia e chissà se verrà reclamato un corpo su cui piangere. È dei genitori pretendere il corpo, per avere un posto dove andare. La letteratura è piena di genitori che esigono il corpo per avere pace, per convincersi, per loro, per il loro dolore. È assurdo, penso. È assurdo che chi ti ha amato senza che il tuo corpo fosse formato abbia bisogno del tuo corpo decomposto per continuare ad amarti. È assurdo, penso. I genitori sono i soli a cui non dovrebbe interessare del tuo corpo, di quanto vicino possono tenerlo, dovrebbero essere in grado di amarti nell’assenza con l’intensità che nessuno al mondo può raggiungere se l’intensità vale a misurare l’amore. Se qualcosa vale a misurare l’amore. Se l’amore dei genitori è misurabile. Paragonabile. Non vorrei che pretendessero il mio corpo, sono intelligenti, sanno dove ritrovarmi. In una macchia di caffè sul polso per uno. Nel colore degli occhi, solo il colore non la forma lo so perché i suoi sono più grandi e i miei più piccoli ma il colore è quello, per l’altra. E in tutte le cose che sono stata nonostante la mia paura di sbagliare ad essere. Resto lì.

Sta morendo la moglie.  La moglie amata come nessuna al mondo è stata amata. Amata al costo di cambiare strada quando la strada si confonde con la vita. Amata al costo di smettere di zuccherare il caffè per vedere se davvero è meglio fidandosi di una che non lo ha zuccherato mai e non può sapere cosa è meglio. La moglie a cui non manca niente a parte se stessa nei giorni di sole, i più difficili da sostenere.  Sta morendo la testimone di un pezzo di cammino, si dimentica alcuni episodi, è più imprecisa nel raccontarli. È debole, a volte trasparente, sembra cristallo ma non tintinna, è vetro, comunque sempre trasparente. Ecco perché ci si vede attraverso, dentro, metti la mano dall’altro lato e te la vedi che sembra uguale, proprio la tua mano per niente deformata ed è così che avete immaginato l’amore se l’amore si immagina, è così che avete costruito il vostro amore se l’amore si costruisce. Forse non è vetro, è cristallo. Tintinna nei giorni di pioggia, i più agevoli da lasciar scivolare via.  Allora non ti interessa più il passato, impreciso, ormai accaduto, a volte caduto, allora interroghi il futuro ma non sai come si fa. Non basta sedersi lì di fronte e chiedere cosa sarà e guardare dentro, attraverso. A volte bisogna chiudere gli occhi e senza chiedere lasciare che ti venga detto il presente e aspettare il futuro fidandosi di una che il futuro lo aspetta da sempre.  E quando si riaprono sorridere e proporre. “Ci sposiamo di nuovo?”      

Sta morendo l’amica. Ci sono gli amici diretti e quelli indiretti, come i parenti. Non mi piacciono i parenti, in generale quelli di nessuno, nello specifico i miei e ancora più nello specifico quelli di Lui. Mi piacciono gli amici. Pochi e immortali. Ma adesso sto morendo e non riesco più a tenerli accanto, a dirgli veramente cosa sta accadendo, i moribondi sono egoisti a ragion veduta. Dimenticano i pensieri degli altri, centellinano il tempo e le parole, si distraggono, rifuggono dalla concentrazione. Mi rivolgo a quelli con cui non devo parlare e che non ho bisogno di ascoltare. In un reciproco silenzio leale ci sappiamo. Ci conosciamo come qualcosa che hai studiato in modo approfondito, nessuno ti porta via quel che conosci, quel che sai. Gli altri li accarezzo da lontano, li evito da vicino. Sono distante. Sono al parco con i cani. Sono al tavolino del bar di piazza Benefica, sono a scuola, sono in ufficio, sono in auto, ti chiamo da lì. Lontana, se mi saluti con il cenno della mano lo vedo ma se parli non ti sento. Sono lì, in quel punto, non so per quanto ma se anche lo sapessi non lo direi perché sto morendo e non voglio più dire cose utili, voglio un momento di attonito stupore, un sorriso sarcastico, che io farei, a chiudere i commenti, voglio che i diretti, pochi e immortali, mi sappiano ancora e sempre perché comunque resto una cagacazzo, voglio che gli indiretti prendano qualche mia frase e se la intestino, niente fiori né opere di bene, niente lapidi ma parole scritte portate a spalle come un bimbo stanco, perché si è divertito troppo. Se ci si può divertire troppo.

Sta morendo la mamma. Che strazio, eh? La morte per un figlio, che ferocia, che schiaffo di umanità. Che strappo. Ti avevano rimontato il cordone ombelicale, non lo sapevi, te ne accorgi adesso perché senti la lacerazione, il taglio. Vuoi accarezzare il corpo, toccare la mano, baciare la fronte fredda. Un figlio deve avere un corpo su cui piangere, dovrebbe essere un diritto costituzionalmente garantito perché il mondo non è mai esistito senza quel corpo che lo abitava e quando cambia per sempre il tuo mondo allora tu devi poterlo congedare come si deve. Il corpo da cui sei uscito è la casa dove non farai mai ritorno e il dolore deve diventare nostalgia e la nostalgia deve diventare un’altra stanza nella quale rifugiarti quando fai un brutto sogno, che poi si dice incubo. E quella stanza non deve essere più grande di uno sgabuzzino. E non serve che ci siano finestre e nemmeno che ci sia ordine. E gli incubi sono strani perché esistono ma non esistono, anche i sogni, certo. Ma degli incubi sei felice che esistano ma che non esistano. E poi i sogni è meglio non raccontarli troppo in giro mentre gli incubi se li racconti, sai, non si avverano. La mamma lo sa, ecco perché ci credi. Sta morendo la mamma, bisogna far tesoro di ogni bacio, alla piccola darne qualcuno in più perché la grande ha un vantaggio di due anni e chissà se è mai stato pareggiato, non abbiamo tenuto la contabilità dei baci. E delle coccole. E delle urla. E dei rimproveri ma sono stati pochi. E non sappiamo di preciso dove mamma si è nascosta, di certo non nel colore degli occhi e nemmeno nella forma, bisognerà cercarla altrove ma se avete la mappa non sarà difficile. Sta morendo la mamma ma al suo posto sta nascendo la madre. Alla mamma si parla, della madre si parla. Dalla mamma si corre, dalla madre si scappa. È tutto così giusto, così corretto, ineccepibile sotto ogni aspetto.  Solo alla fine, bimbe mie, solo alla fine, quando stai morendo dici di nuovo mamma. Chiami la mamma, perché è lì che vuoi andare, se proprio devi andare.

È che sto per rinascere.

Sbam. Boom. Bang.

Sai

Vivo in questa casa da più di tre anni e non ho ancora imparato da quale lato si apre la doccia. Apro sempre il doccino, quello piccolo, quello mobile, allora giro e chiudo e rigiro dalla parte opposta e l’acqua scende dal soffione, quello alto, quello fisso, quello che pulire dal calcare è una sciagura. Sbaglio sempre. Quasi sempre faccio una scommessa con me stessa, mettendo in palio situazioni delle quali non dispongo direttamente, più che scommesse sottopongo il fatto di riuscirci al realizzarsi di una condizione. Se si apre il soffione allora quel progetto andrà a buon fine. Sai, lo faccio in diverse occasioni, subordino al fatto di trovare parcheggio o di incrociare subito un semaforo verde cose altrettanto aleatorie, su cui non ho controllo, perché è un modo per controllarle, perché è un, altro, modo di auto sabotarmi. So già che non troverò parcheggio e che il semaforo sarà rosso e che la doccia non ricordo mai da che parte si apre.

Sai, la doccia io la faccio bollente sempre, anche ad agosto. Mi si deve arrossare la pelle, mi deve mancare la forza di uscire, il caldo mi deve entrare nella testa. Mi sembra, poi, che l’acqua fredda non lavi, non pulisca. Nel mio bagno ci sono due specchi, uno sul lavandino e l’altro a figura intera sulla parete opposta alla doccia, l’abbiamo messo lì perché stava bene nella cornice di quella che prima era una porta e che noi abbiamo fatto togliere e chiudere, restava un bordino da eliminare e allora ci abbiamo messo questo specchio e ci sta bene, non sembra nemmeno che sia lì per quel motivo. Quando esco dalla doccia gli specchi sono appannati. Su quello a figura intera a volte disegno un cuore. A volte una grande S che poi cancello dopo averla barrata con una grande X. Quello sopra il lavabo, invece, non lo tocco, perché si appanna in modo strano. Si appanna solo sui lati e forma il disegno di due ali o di due polmoni. Ci sono sere in cui le ali e i polmoni mi sembrano la stessa cosa, sai. Sono le sere peggiori, quelle in cui nemmeno disegno la S, quelle in cui subordino l’apertura corretta del rubinetto alla mia stessa esistenza. Quella vena melodrammatica, sai, di chi non distingue ali e polmoni e nel dubbio non li graffia e non li cancella, perché evaporeranno in poco tempo. Basta accendere il phon.

Mi sto esercitando a controllare la mia mania del controllo. Fa sorridere detta così ma è proprio così che va detta. Piccoli espedienti: rinvio il controllo dal punto di vista temporale, lo sposto a un momento della giornata e fino a quel momento cerco di gestire l’astinenza. Ci riesco? No. Per ora no, per ora fatico, ma sai, non conosco un altro modi di fare le cose. Solo che adesso si tratta di non farle. Si può non fare qualcosa attraverso la fatica? Sì. Piccoli espedienti: porto fuori i cani, trito i documenti più vecchi, cerco online un copripiumino a tema montagna e lo inserisco in un carrello che non svuoterò mai. Ci riesco? A volte. Mi sembrano poche, le conto, le controllo, ne tengo traccia, mi arrabbio, non devo contarle o controllarle, non devo tenere traccia di questa vita di espedienti. Non dovrei nemmeno raccontarlo perché non è qualcosa che interessa, sai.

Ho aggiornato la lista delle mie insofferenze nelle ultime settimane. Ci ho inserito, stupendomi nel non averlo mai fatto prima, la categoria delle maestranze che espongono alle donne, intente nell’osservare i lasciti devastanti di lordume, informazioni da dare “al marito”. O che liquidano un argomento perché già affrontato con “il marito”. O che chiedono se possono prendere un utensile “del marito”. Prima d’ora mi sono sempre concentrata solo sul lordume, ho pensato, ecco perché non mi sono mai accorta che il fastidio che provavo non era dovuto, solo, a quello ma che qualcosa risuonava a livello di vibrazione sottile tipo campana tibetana o bagno di Gong che su di me hanno l’effetto avverso di agitarmi più del lordume lasciato da scarpe antinfortunistiche sul parquet. Ci ho inserito un nuovo livello alla scala cagacazzo: quelli che al sommelier fanno cambiare la lista dei vini di una degustazione organizzata dal sommelier. Oltre al nuovo livello, in questo caso, ho sperimentato anche un cortocircuito di pensiero: il sommelier, per lavoro, organizza una degustazione di vini nell’ambito di una cena di lavoro, qualcuno che per lavoro organizza cene di lavoro fa cambiare al sommelier la lista dei vini che , per lavoro, sceglie vini da inserire nelle degustazioni ma basta uno che per lavoro organizza cene di lavoro che contesti il lavoro del sommelier per far cambiare al sommelier la lista dei vini. Sai, mi è venuto mal di testa, perché alla fine erano vini bianchi di merda. E a me i vini bianchi di merda fanno venire mal di testa. Anche i cagacazzo, ma quelli li so evitare da sola, non mi serve qualcuno che lo fa per lavoro.

Sai, la gente è strana, prima si odia e poi si ama dice la canzone ma mica è così. Sai, la gente non è per niente strana, prima si ama e poi si odia. Si ama come può e si odia come riesce. Tentativi, direi. Se ci si ama male poi ci si odia peggio mi viene in mente durante una passeggiata con i cani, davanti a me un uomo parla al cellulare, non sa più come fare, è brutto non sapere come fare ma non è bruttissimo perché se non sai come fare allora è il momento in cui puoi fare tutto, vorrei suggerirgli. Vorrei fermarlo, toccargli il gomito e dirgli mi scusi, dandogli il lei ( quelli che non danno il lei agli estranei sono nella lista delle insofferenze da quando cammino- nota a margine anche i camerieri sono estranei), mi scusi, non volevo ascoltarla ma lei parla a voce alta, lei per caso prima amava male e adesso odia peggio? Prima è stato amato male e adesso viene odiato peggio? Mi scusi se mi intrometto ma se non sa come fare provi a fare la prima cosa che le viene in mente. Se vuole può subordinarla al prossimo semaforo che incontra. È che amare bene è una tale fatica.  Amare bene è distinguere le forme attraverso i negativi quando non hai più la foto, amare  bene è più difficile se le foto vengono scattate con il cellulare, amare bene non c’entra quasi mai con chi amiamo ma solo con noi, amare bene è non distinguere le ali dai polmoni, che sono, poi, la stessa cosa.

Nei giorni di confusione e vento forte, quando mi chiedo dove ho parcheggiato e in che mese dell’anno ci troviamo mi capita di non sapere chi sono o di averne un’idea vaga e incerta. Mi sto esercitando a ritornare alla fisicità, mi obbligo a toccarmi un braccio per sentirmi presente, mi costringo a mettere il piede destro avanti  e spostare il peso sulla gamba, mi alleno a sentirmi corpo. Quando non so bene chi sono ricomincio da chi non sono come quando studio comincio da ciò che non so. Ai miei studenti consiglio di capire, che è meglio di studiare, se qualcosa lo capisci devi solo trovare un buon modo per dirlo, non ti serve ripetere e ripetere. Si ripete quel che non si capisce per impararlo a memoria si ripetono la frasi degli altri, le gesta degli altri, a volte anche i destini degli altri.  Stringo il gesso, alla lavagna, tra il medio, l’indice e il pollice della mano destra, lo sfrego perché mi lasci una traccia addosso che osserverò nel tragitto verso l’ufficio quando lascerò l’aula e mettendo un piede davanti all’altro, perché è così che si cammina, penserò a chi non sono e a come è successo che non lo sono diventata e se, davvero, è andata bene così. Sai, se il semaforo sarà verde penserò di sì.  

Pronto, Casa V.

In casa V. da dieci giorni è arrivato un altro cagnetto, dicono sia color cioccolato ma è anche color castagna, è anche semplicemente marrone ma è pure color foglia secca del parco della Pellerina o color terra arata e rimestata. È color autunno e dell’autunno porta con sé la morbidezza anche se, forse, la morbidezza è in relazione alla giovane età. Non so. Lo amo molto, e amo molto anche l’autunno perché sa sedare qualcosa di me che va sedato. Nel mezzo dell’estate ho scoperto che vi è in me un invincibile autunno, insomma.  

Per la scelta del nuovo cagnetto ho adottato un criterio astrologico. È nato con il Sole nella Vergine. Sì, ho scelto e voluto un cane in base al suo segno zodiacale, se non lo avessi trovato avrei aspettato un altro anno e avrei girato intorno al sole per ancora un giro prima di trovarlo. Non vi chiedo di capire, prendetene solo atto.  Di tutti gli altri dettagli parlerò solo con l’astrologo. O con la Dottoressa Elle, la mia terapeuta.

Mi diceva, la Dottoressa Elle, che mi si è inceppato qualcosa ecco perché quei lievi sprazzi di dissociazione con cui convivo da un po’. Il mio pilota automatico viaggia a una velocità sostenuta e una parte di me non la sostiene, allora si ferma altrove e così ho parti sparse, non molte e non sempre ma qualcuna ogni tanto. Tra le parti sparse si crea un vuoto ma non è un vuoto che attira verso di sé come un buco nero, né che chiede di essere riempito, al contrario è un vuoto da cui esce qualcosa di talmente profondo che si pensava non esistesse più, è un vuoto con il doppiofondo, è un vuoto che diventa sottofondo. Mentre cerco di riunire le parti sparse cammino sospesa nel vuoto con la paura di quello che da lì potrebbe arrivare e, invece di ingoiarmi, avvolgermi. Tento di non disunirmi, insomma.

Si inceppano i meccanismi, ho pensato. Allora è così che funziono, ho chiesto. Pare che un po’ tutti funzioniamo così, con i meccanismi. È solo stanchezza, ho detto. “È solo stanchezza” is the new “va tutto bene”, in questi tempi senza tempo  durante i quali non va tutto bene eppure ci sono i motivi perché vada tutto bene. Questo è lo snodo, questo è il dolore. Sapere che c’è un nutrito numero di motivi per cui va tutto bene eppure non va tutto bene. Questo è il velo da squarciare, questo è il bluff da svelare: il dolore è anche delle persone che diciamo normali, delle persone che diciamo fortunate. Che si vergognano di quel dolore, non lo esibiscono, lo nascondono. In un doppio fondo dal quale però, a un certo punto, esce, insomma.

Ho iniziato a insegnare in una scuola privata. Diritto ed Economia Politica, a ragazzi di quarta e quinta liceo che tra pochi mesi avranno l’esame di maturità e saranno valutati anche sulla preparazione delle materie a me affidate. Ho un registro cartaceo, è blu. Un elenco di nomi che scorro per segnare gli assenti, ce ne sono sempre diversi. Ragazzi, maggiore continuità per favore, mi trovo a dire in piedi sulla pedana davanti alla lavagna con un moncone di gesso in mano, ragazzi adesso questa cosa è importante, seguitemi bene e se non è chiaro fermatemi che ripetiamo, ragazzi la Costituzione è come una serie Netflix, non dobbiamo correre, un articolo alla volta: ecco l’art.92 che ci dice come è composto il Governo  è il primo episodio della serie intitolata Governo e poi l’art.93 ci racconta come funziona il giuramento che vedete, va prestato prima di assumere le funzioni e poi ecco, il nuovo episodio dell’art. 94, quanto è importante ragazzi questa vicenda della fiducia, eh? La fiducia, voi lo sapete che alla base di tutte relazioni ci va la fiducia, quindi poteva mancare qui, tra il Governo e il Parlamento? La fiducia è quella cosa che tradisco se nella verifica di Economia copio la definizione di Reddito Nazionale potenziale da Wikipedia, per esempio, vero ragazzi? E la crisi di Governo, mi chiede dal secondo banco Matteo, come quello del Vangelo mi ha detto quando il primo giorno ho chiesto un giro di presentazione per ricordare i loro nomi con facilità. Matteo, tu vuoi saltare gli episodi e arrivare al finale di stagione? Non ci rovinare la suspense. Vi interessa questa roba, ragazzi? Francesca, Giulia, Andrea, vi interessa? Parte dal 10 nelle verifiche, Prof? Caso mai arrivo al 10, Matteo, come quello del Vangelo, perché partire si parte sempre da 0. A volte ci interessa, a volte no, sono cose difficili. Anche ricordare i vostri nomi, sembrava difficile, lo era, invece me li ricordo tutti. Come ha fatto, Prof? Mi interessavate, allora vi ho studiati e vi ho imparati, insomma.

In casa V., io e Lui ci inoltriamo le mail con le prenotazioni delle visite mediche delle ragazze o delle cene al ristorante, degli esami diagnostici, dei biglietti del teatro o del treno. È il nostro modo si salvare le informazioni, le affidiamo all’altro, lasciamo traccia e copia all’altro perché possa essere operativo anche se da solo, piccole consuetudini consolidate in anni di gestione degli imprevisti, mica per forza qualcosa di drammatico. Anche solo una dimenticanza. Alla Dottoressa Elle ho detto che la dimenticanza è drammatica, però. Io ho paura di dimenticare. Ho paura che la parte sparsa di me che si ferma e non sostiene la velocità del pilota automatico non sia solo sparsa ma anche spersa. Ho paura che si dimenticherà la strada del ritorno, il nome delle cose, le parole che mi salvano, i colori che mi sedano, l’amore per i cani, la convivenza con il lupo dietro lo sterno, l’art. 92 della Costituzione e la formula del deflatore del Pil. Ho paura che si dimenticherà di inviare una mail che poteva salvare qualcosa di fondamentale, ho paura che si dimentichi cosa è fondamentale o che non sappia riconoscere il verso di una canzone, distinguere le lettere stampate, impugnare una penna a ribadire una presenza, a dichiarare la vita  per come l’ho voluta e per come mi è capitata addosso dalla sera alla mattina certe volte, ecco perché ancora ci provo, per lasciare la traccia del mio passaggio, per essere salvata seppur condannata, perché l’alfabeto è quanto mi hanno dato al posto di un fucile, insomma.

È la mente che va lì, alle paure. Pare che un po’ tutti funzioniamo così. Mi rassicura, la vecchia storia del mal comune e del mezzo gaudio. Forse. Non è vero, non mi rassicura, mi fa sentire meno strana, meno lontana, meno qualcosa perché in fondo sentirmi meno è ciò a cui sono abituata, è a sentirmi più che fatico. La mia mente mi parla attraverso la fatica, non so se un po’ tutti funzioniamo così, a guardare in giro direi di no, direi il contrario. “Voglia di faticare saltami addosso”, direbbero i miei genitori. Oppure “voglia di lavorare corrimi dietro che io corro più veloce” e anche “chi è buono per la Regina deve essere buono anche per il Re”, questa non la capivo proprio bene, perché i termini erano inadeguati a me, voleva dire, mio padre, che se sei in grado di sollazzarti con la regina allora sei anche in grado di prestare servizio per il re, una variante pseudoerotica del “prima il dovere e poi il piacere”, ma io ci sbattevo contro, a me della regina importava poco, al massimo mi sarei sollazzata con il re e quindi in quanto cortigiana cosa dovevo fare dopo con la regina? Giocarci a carte la domenica pomeriggio? Ma rispondendo così provocavo, dicevano. I miei genitori avevano ben chiaro che senza lavoro, labor,  non si ottiene alcunché. Eppure io me li ricordo capaci di fermarsi, capaci di riposare, capaci di trascorrere la domenica pomeriggio giocando a coppie a carte al tavolo della cucina di mia zia, fumando fino a saturare la casa dove noi cugini giocavamo, e me li ricordo capaci di riposare dopo pranzo e di pretendere il silenzio a custodia del loro sonno. Me li ricordo in movimento e me li ricordo fermi, me li ricordo al lavoro e me li ricordo in ferie, me li ricordo. E ricordo la bambina che li osservava e li imparava e l’adolescente che li soppesava con occhio critico, che sapeva già cosa avrebbe scartato e cosa avrebbe tenuto. Deve essersi inceppato qualcosa anche lì, forse è andato in parte perduto il carico di cosa preservare, mi basterebbe sapere che è finito in qualche doppiofondo ma temo che non sia così. Ecco perché, ad oggi, è principalmente quell’adolescente che parla con la Dottoressa Elle.

“Non sei buona nemmeno per il sugo”, mi ha detto un ragazzo con i boccoli nel 1995.  La mia colpa era stata frequentarlo un po’ prima di capire che non mi piaceva, non davvero, non quanto un altro che, a dire il vero, mi piaceva da prima e non ne avevo fatto mistero quando lo avevo lasciato se lasciare si può dire di qualcuno con cui nulla era davvero iniziato. Erano amici. L’altro è stato il grande amore, primo di altri amori, arrivati spesso a consolarmi, ogni tanto a far sparire il confronto, fino all’amore grande, quello che poggia il palmo della mano contro la mia al risveglio, che sembra una carezza e invece è riparo, quello fanno le palme. L’amore grande, quello che si addormenta con la piante dei piedi sulla mia pianta dei piedi, che sembra un gioco e invece sono  radici che si scambiano nutrimento, quello fanno le piante. L’amore grande, quello che ha cura di ciò che non gli piace di me perché è il modo di curare quel che non gli piace di sé, quello che sa che amo l’autunno, che il respiro dei cani mi placa, che la memoria è, per me, fondamentale, che l’irredimibile  stanchezza è invece inguaribile solitudine di qualche parte sparsa da attendere, se proprio non si riesce a recuperare.

Quel ragazzo con i boccoli, oggi, è un cinquantenne obeso e calvo, con la pappagorgia e una triste carriera comica televisiva corredata da qualche fidanzata maggiorata e con evidenti deficit del QI. Mi aveva spinta, solo con due dita, l’indice e il medio poggiati appena sotto la mia spalla, nell’inserzione della clavicola, non ero caduta ma il gesto mi aveva delusa. Solo negli anni successivi quel sentimento si è mutato in disgusto o forse ne aveva già i connotati ma mancava l’esplicitazione. Avevo scambiato per delusione qualcosa che mi disgustava, in fondo. Perché nella delusione potevo trovare spazio anch’io, potevo essere protagonista, potevo intestarmi la fine dell’illusione, la fine del gioco, quel che per molto tempo a seguire ho inserito nella cesta del “ci avevo creduto io”. Non è tra le cose peggiori che un uomo mi abbia detto o fatto negli anni, ma è stata la prima. È stata la prima mancanza di rispetto per il solo fatto di volere altro, un altro o altro non importa. È stata la prima, non l’ultima. L’amarezza adulta è dover constatare di essere stata fortunata, di aver capito che il modo di chiamarmi fuori era il disgusto perché il disgusto, al contrario della delusione, non originava da me, non ne ero parte, ne ero solo destinataria. Il disgusto non era colpa mia, insomma.

In casa V. è arrivata una nuova poltrona, siamo andati a prenderla io e Lui un sabato mattina di gita con il furgone, abbiamo spento la radio e messo il navigatore, io non ho guardato bene e abbiamo sbagliato strada e Lui non si è arrabbiato anche se gli ho fatto allungare il giro di un bel po’, se l’è presa con chi ha studiato la viabilità della cittadina dove siamo finiti. Eravamo impegnati a parlare e mi sono distratta, è andata così. Lui diceva e io dicevo, io aspettavo  e annuivo poi lui aspettava e annuiva, un po’ di ascolto e un po’ di parola, dopo tanti anni parlare è come cucinare tutta questione di dosi e ingredienti. Non avevamo ancora chiaro dove metterla, io e Lui facciamo spesso così: iniziamo, poi un modo lo troveremo. È finita nello studio, dove preparo le lezioni per i ragazzi, dove cerco un modo di rendere facile qualcosa che non lo è, interessante qualcosa che non lo sembrerebbe, dove correggo le verifiche con la penna verde senza mettere 0 e senza mettere 10 perché niente è 0 e niente è 10, non so se questo si può insegnare ma penso si possa imparare. L’abilità è stare lì in mezzo, tra lo 0 e il 10, aspettando quel che lasciamo indietro, rincorrendo quel che lanciamo avanti, scoprendo quel che di invincibile esiste in noi. Tutto il resto è noia, insomma.    

Vista da fuori

Aveva lasciato passare i giorni e quelli erano passati. Non erano andati via, si erano depositati a terra, lì appena dietro le sue spalle, ed erano diventati settimane e lei aveva lasciato passare le settimane e anche quelle erano passate e nemmeno quelle erano andate via, erano diventate mesi con la stessa trasformazione che muta un cadavere in vermi più che una crisalide in farfalla. Adesso aveva questo bello strato di giorni, settimane e mesi, un bel pannello isolante ed era così che si sentiva infatti. Isolata. Aveva segnato su un taccuino: i giorni passano. Le era sembrato un pensiero da fissare. Era una di quelle persone che fissano i pensieri scrivendoli, altrimenti non sono veri.

Una sua amica le aveva confidato di avere il proprio termostato emotivo impostato sul basso,  per preservare quel poco di equilibrio che le consentiva di iniziare una giornata e concluderla mettendo i piedi uno avanti all’altro e facendo tutte quelle cose che i vivi fanno senza però essere troppo vivi perché quando sei troppo vivo anche la morte è troppa. Allora ci si regola sul basso, si vive, ma poco. Ci si muove nel mondo ma piano e non in tutto il mondo, ci si ricava una porzione di mondo, un isolato a dirla tutta. Quando si vive poco si muore poco, le aveva lasciato intendere la sua amica. Ma quando muori fa differenza se è troppo o poco, aveva chiesto. Solo nel dolore che ci metti, le aveva risposto, piano,  la sua amica.

Al terzo giorno di mare un uomo le aveva chiesto di uscire, di bere qualcosa insieme compatibilmente con i suoi impegni di mamma. Non lo aveva proprio chiesto come si chiedono le cose, le aveva scritto. Non un bigliettino con la grafia in mostra, ma attraverso i social. Era seduto due file davanti a lei e non si era girato per chiederle di uscire insieme compatibilmente con i suoi impegni di mamma, ma aveva cercato il nome di lei sui social, lì l’aveva trovata e lì le aveva scritto senza alzare lo sguardo dal cellulare. Lei si era guardata intorno, anche dietro le spalle e ci aveva trovato solo il pannello isolante di giorni, settimane, mesi.  Si era guardata le mani, incredula. Si guardava spesso le mani, si tormentava un po’ le dita perché in questo modo si calmava. L’ultima volta che un uomo le aveva chiesto di bere qualcosa insieme lo aveva fatto portandole direttamente un calice di qualcosa a una festa per i quarant’anni di un suo amico, lei aveva sorriso, aveva ringraziato e si era giustificata: non sono qui sola. Qui nel mondo, intendeva.

Non sono tanto i miei impegni di mamma, quanto quelli di moglie. Aveva risposto così a quel messaggio per rifiutare. L’uomo, poco più di un ragazzo le sembrava con quei dieci anni in meno di lei, si era scusato senza alzare lo sguardo dal cellulare. Aveva frainteso il suo essere sola con le ragazze, non pensava ci fosse un marito.

Lei non aveva più risposto, aveva lasciato cadere lì tutto, insieme agli sguardi dei giorni seguenti, insieme all’irritazione delle ragazze per questo affronto nel non aver saputo usare i social: “se stalkeri qualcuno  guarda cosa posta, se avesse avuto più cervello avrebbe visto che ti interessi solo di noi, libri, cani e papà, papà, noi, libri e cani, cani, libri noi e papà”. Papà. Un marito. L’articolo indeterminativo risultava stridente appoggiato alla faccia di Lui, avrebbe voluto correggere solo quello perché suonava completamente sbagliato nel messaggio. Aveva sorriso alle sue indignate ragazze: non penso fosse il cervello la parte coinvolta nell’invito, aveva detto. “Le altre mamme non parlano così, lo sai vero?”

Aveva segnato su un taccuino: le altre mamme. Verificare. Lo so.

Libri, cani, noi, papà. Bastava guardare, era tutto lì. Si vedeva da fuori.

Era stata molto in silenzio, più del solito. C’erano intorno a lei colori nuovi e suoni vecchi, si era lasciata immergere in tramonti di un arancione mai visto prima al suono di un dialetto che la cullava sin da bambina e che capiva solo lei mentre il mare se ne fotteva e stava lì solo per spegnere il sole alla fine di una giornata mica per altro.  Un giorno aveva visto il sole tramontare 43 volte. Non sapeva a chi dirlo.

Aveva  pensato a tutte le cose che non sa fare. Poi le aveva scritte, così da certificare di non saperle fare. Aveva  guardato bambini non suoi giocare rischiando di farsi male, almeno a lei pareva così mentre i genitori non sembravano per niente preoccupati. Aveva visto famiglie sedersi a tavola con lo sguardo sui cellulari.  Aveva segnato su un taccuino: preoccuparsi di non fare male, alzare lo sguardo dal cellulare.

Non sapeva chiudere il bilancio, lei non era di quelle che la sua commercialista definiva autonome sino al bilancio. Ma era autonoma a fare i bilanci e a chiudere di conseguenza. Non trascinava nulla, chiudeva come si fa con le case dei morti, si dà via quel che si può, si conserva qualcosa per ricordo e poi si chiude. Questo lo sapeva, questo si vedeva, era tutto lì nelle mani, si diceva. A volte lo scriveva, poi lo cancellava. Cancellare era come socchiudere invece di chiudere, restava la traccia, un’ombra.  La differenza è tutta nel dolore che ci metti.

Avrebbe voluto chiedere a qualcuno se il dolore è qualcosa che metti o qualcosa che trovi lì, già fatto, e ti ci adegui. Il dolore, quello è? Il dolore lo porto io da casa? Ce lo metto io? La sua amica era distante e questa domanda le avrebbe variato l’umore costringendola a regolare diversamente il termostato quindi aveva rinunciato all’idea di chiederglielo. Aveva interpellato l’arancione un attimo prima che si spegnesse nel mare: il dolore. Ce lo metto io o me lo trovo addosso? Ma l’arancione si era spento, il mare se ne fotte e la sua domanda era rimasta in sospeso, la si vedeva nello sguardo, bastava un niente, si vedeva da fuori.

-Quanti anni tiene il cane?

-Come, scusa?

-Il cane, quanti anni tiene? Quant’è bellillo, posso accarezzarlo?

-Ha otto anni, sì puoi, fai piano, qui sulla schiena, basta che ti fai vedere sempre bene dai cani, loro devono vederti così non hanno paura.

-Lo so, perché pure io tengo un cane.

-Come ti chiami?

-Sofia. Tu?

-Sonia.

-Perché sorridi?

-Perché vi chiamate tutte Sofia.

-Pure lui si chiama Sofia?

-No, lui no. Si chiama Justin. E il tuo cane come si chiama?

-Aron, tiene cinque anni ma è grosso.

-Ah, sì, ho capito, è quel labrador grande, vero? Complimenti, è molto bello.

-Grazie. Che tiene sulla schiena, Justin, perché gli manca il pelo?

-Forse ha una dermatopatia ischemica. Parola difficile, vero? Significa che il bulbo dove nasce il pelo non funziona più. Comunque tra poco lo porto di nuovo dal medico, un altro dottore e sentiamo cosa dice.

-Tu quanti anni tieni?

-45.

-Sei molto bella per avere 45 anni.

-Grazie.

-La mia mamma ne tiene 35 ma non è bella come te.

-L’ho vista la tua mamma, con Aron, secondo me è molto bella, come te.

-Tu tieni figli?

-Due. Due ragazze.

-Sono belle?

-Bellissime.

-Ti somigliano?

-No.

-Tu assomigli a tua madre?

-No.

-Io assomiglio a papà perché ho gli occhi del suo colore. Pure se lui non tiene i capelli. Perché ridi?

-Perché mi ero dimenticata che qui non si dice mai “avere “e tu me lo hai fatto ricordare, Sofia. E mi diverte un po’ questa cosa che avevo dimenticato di quando ero bambina come te.

-Non ho capito.

-Qui gli anni si tengono, non si hanno. Tu quanti anni tieni?

-Sette.

-Eh. Li tieni tutti, no? Mica li hai gli anni, li tieni, li accumuli tutti e così a un certo punto ne tieni 35 o 45. E continui a tenerli tutti ma mica li hai. È giusto come dite qui, mi sa.

-Tu dove vivi?

-A Torino.

-Sta al Nord?

-Sta al Nord.

-È lontano?

-Un po’.

-Come Londra?

-Meno.

-Come Roma?

-Di più.

-Ti piace Torino?

-No. È bella ma non mi piace.

-Ti piacciono i pelati?

-I pomodori o gli uomini senza capelli?

-I maschi.

-Sì. Mio marito non ha i capelli.

-Si vede che tieni il marito, pure mia mamma ha lo stesso anello tuo qui a questo dito. Dove sta tuo marito?

-A Torino.

-Ma poi viene? Sei triste che non c’è?

-Sì, poi viene. Un po’ sono triste, soprattutto la sera.

-A lui piace Torino?

-Molto.

-E perché?

-Perché è la sua città.

-E la tua città dove sta?

-Non sta, Sofia. Io non ce l’ho una città. Però ne tengo una che amo molto.

-Quale?

-La tua.

-Davvero?

-Sì. È la città di mio padre.

-Tu tieni un papà?

-No, Sofia, tengo il mio papà, mica un papà. Poi tutti tengono il papà, pure se non lo vedono, pure se non lo conoscono.

-È vivo?

-Sì.

-E’ vecchio?

-Non tanto.

-A lui piace Torino?

-Non lo so. Forse sì, penso di sì.

-Che tieni qui?

-Dove?

-Qui sul braccio, dietro, qui, hai un segno.

-Quel segno che dici, sembra una macchia di caffè?

-Sì.

-È il segno dove tengo il mio papà, come tu tieni il tuo nel colore degli occhi. Anche lui ha una macchia uguale ma sul polso. Così anche quando siamo lontani lui guarda il polso io guardo il braccio e ci vediamo.

-Vi vedete da lontano?

-Una specie.

-È più che ricordate allora.

-Forse sì.

-È più che si vede da fuori che lui è tuo papà e tu sei sua figlia perché avete lo stesso segno.

-Forse sì.

-E chi ve l’ha messo quel segno?

-Me lo stavo chiedendo quando sei arrivata. Ce l’hanno messo o l’abbiamo trovato?

-Secondo me lui te l’ha messo uguale al suo e tu lo hai trovato.

-E secondo te il sole si spegne nel mare?

-No. Il sole non si spegne, quello è solo un tramonto.

-Ti dico un segreto: oggi ne ho visti 43.

-Sono tanti.

Aveva segnato sul taccuino: 43 tramonti visti da fuori sono tanti.  

In ordine sperso

A gennaio del 2010 abbiamo varcato l’ingresso di quell’istituto scolastico per la prima volta. Cristina aveva trenta mesi, “come il parmigiano” avevo detto alla maestra Roberta per rompere il ghiaccio ma lei non aveva riso, forse non c’era molto da ridere, in effetti, ma a me è sempre sembrata una cosa buffa usare i mesi per indicare l’età dei bambini. Ma buffo non è uguale a divertente. Il perché, poi, uno voglia rompere il ghiaccio con la maestra della scuola materna è dura da spiegare, figuriamoci da capire.

Quello era il tempo in cui avevamo ancora le pareti di casa tinteggiate di rosa. Quando abbiamo iniziato a vivere insieme io ho scelto il rosa perché pensavo che a Lui piacesse molto dato che nella casa dove viveva da solo aveva la mansarda con le pareti rosa e Lui pensava che a me piacesse molto perché avevo fortemente voluto e difeso quel rosa e così per compiacere l’altro senza dirglielo per anni abbiamo tenuto un colore che ci faceva schifo alle pareti. Era il tempo in cui non avevamo un forno funzionante ma solo un fornetto elettrico senza un motivo valido per non avere il forno funzionante. A Lui avevano detto per tanto tempo che non era capace di fare lavoretti in casa e a me che ero negata per la cucina e come tutti quelli che sentono ripetutamente una storia anche noi ci abbiamo creduto fino a quando Lui non ha riparato il forno e io non ho iniziato a preparare torte e più di qualcuno ha dovuto trovare altre storie da raccontare. Ma senza creatività. Quello era il tempo in cui ancora non avevamo il nostro cane, per il quale avevamo il nome già pronto da anni, da prima di pensare di avere figli insieme, da prima di avere una casa insieme o di lavorare insieme, da quando eravamo insieme e basta, io  e Lui, con l’idea (mia) di questo cane fantastico che già aveva il suo nome, aspettavamo solo di trovarlo. Quello era il tempo in cui un medico mi ha rivelato che la mia non era solo malinconia cronica o tristezza o visione negativa dell’esistenza.

La scorsa settimana quell’ingresso di quell’istituto è diventato un’uscita. Basta cambiare senso di marcia. Pepe ha quasi 14 anni e non ha trascorso tutti questi anni alla scuola materna, nemmeno sua sorella (che quell’uscita l’ha varcata due anni fa ma sembrano mille) anche se per un  periodo avrebbe voluto, “mi basta quello che so” mi disse l’anno del passaggio alle elementari per niente interessata all’idea di imparare a leggere e scrivere. Sono salite di piano, piano piano eppure velocemente, dal piano terra al primo piano e poi al secondo, la materna, poi le elementari e infine le medie. E piano piano, eppure velocemente, sono scese di piano ed eccole fuori. Pepe non vuole si scriva di lei, quindi non lo farò più del necessario, è pronta per il liceo, lo è davvero e adesso lo sono anch’io, dopo oltre tredici anni durante i quali abbiamo cambiato colore alle pareti e riso moltissimo del fraintendimento che aveva generato tutto quel rosa dal quale eravamo circondati, abbiamo trovato il nostro cane e il nome scelto era davvero perfetto, ci siamo sposati perché Lui non voleva lasciare la sua pensione in malora e io non volevo che a decidere per me in caso di grave malattia fossero i miei genitori e ce lo siamo detto senza fraintendimenti. Tredici anni durante i quali abbiamo sfiorato la separazione ma era troppo viscida e abbiamo tirato indietro la mano per cercare conforto, rifugio, forza nella mano dell’altro, abbiamo cresciuto due figlie partendo da idee lontane, i figli crescono anche se non ci sei diceva Lui, i figli si crescono dicevo io, basta l’esempio diceva Lui, devi spiegare il perché, la ratio sottesa, dicevo io , complichi tutto tu diceva Lui, fai tutto facile tu dicevo io e abbiamo cresciuto due aziende, qui qualcuno storcerà il naso ma è così e non c’è altro da aggiungere. Tredici anni durante i quali abbiamo cambiato diverse auto e casa, preso un altro cane per il quale il nome non era deciso, rispettato la regola non scritta di visitare almeno  un posto nuovo ogni anno, chiuso definitivamente rapporti parentali sbagliati, vegliato il nostro cane ormai anziano mentre aspettavamo che lo cremassero.

La scelta dell’inserimento anticipato alla scuola materna l’ho voluta fortemente io, come il rosa sulle pareti, come il cane con il nome, come il cane senza nome. Tra le nostre idee lontane la più lontana era quella sul ruolo dei nonni, io ci vivevo diceva Lui, io li andavo a trovare dicevo io.

Le pareti, a casa, hanno la tinta lavabile. Non è rosa. È stata una scelta intelligente, penso l’abbia presa Lui, non ricordo ma sono quasi certa. Quando il cane ha iniziato a stare male e a perdere l’equilibrio strisciava contro i muri pur di raggiungere il giardino e fare pipì. Dopo la sua morte ho lavato via le tracce di quei passaggi, è stato come togliere la sua ombra, l’ultimo saluto per davvero. Gli operai in questi giorni hanno fatto alcuni lavori e ho trovato le impronte di manate maldestre, segni di un pollice, un palmo lasciato lì come se stesse per cadere dalla scala e avesse trovato solo quel modo di non farlo, e così col fervore di un paleontologo ho ricostruito le abitudini di chi ha lavorato qui, tra le foto di noi quattro a Parigi e quelle di Lui che fuma il sigaro, tra i quadri scelti insieme senza sapere ancora dove li avremmo appesi perché i quadri trovano da soli il loro posto dice Lui, se non mi piace lo cambiamo dico io, tra i libri e i trofei sportivi, tra i ninnoli ricordi di viaggio e la corrispondenza all’ingresso, chiedendomi se anche loro hanno preso tutte quelle informazioni per ricostruire le abitudini di chi vive qui, se hanno capito dove ci appoggiamo, noi, per non cadere.

Al supermercato una donna ha  chiesto due conti separati per la spesa sul nastro. Avrebbe pagato con il bancomat il cibo. In contanti le bottiglie di alcolici. La cassiera mi ha guardato come se potessi farci qualcosa. Ho abbassato lo sguardo, come se fosse stata mia la richiesta.

Mi sono sposata perché non credo nella famiglia. Ecco perché ho scelto un estraneo con cui creare qualcosa. E qualcuno. Esercito il ruolo di madre per come sono, senza infingimenti. In natura a nessun mammifero viene chiesto di sorridere mentre allatta o mentre i cuccioli le mordono le zampe per attirare l’attenzione. Ricordatevi che mamma quokka, l’animale che sorride sempre, se minacciata dai predatori prende il suo cucciolo dal marsupio e lo lancia per mettersi in salvo. E suocera quokka muta.

Sono uscita un po’ da me stessa. Non per guardare fuori ma per guardare anche da fuori, se mi piace.

Tra le cose che non ho più tempo di fare ci sono le giustificazioni. Se proprio sono in vena offro spiegazioni ma le giustificazioni basta, nemmeno a pagamento. Solo quelle per le assenze delle ragazze a scuola.

Appello ai docenti: se correggete le verifiche di sabato e domenica a scuola chiusa, per favore, non caricate i voti sul maledetto registro elettronico flagello di questa friabile generazione, non dico di arrivare al punto di consegnare prima il cartaceo così da guardare negli occhi il giovane autore della verifica come avveniva un tempo lontano lontano in un posto che non esiste più, ma almeno di aspettare e rispettare l’orario scolastico.

Alle comunicazioni che non portano in sé il seme delle risposta, non rispondo.

So per certo di non essere fraintendibile quando parlo. Ecco perché in genere non piaccio. Ecco perché in genere gli altri non m piacciono. Ecco perché parlavo poco.

Il mio modo di amare passa attraverso la pulizia. Quando amo, pulisco. Pulisco le cose che amo, le case che amo, le persone che amo. Ovviamente se smetto di pulire significa che non amo più. La mia auto è sempre sporca. Il mio nuovo ufficio è pulito. Il mio amore passa attraverso la cura, la manutenzione, in alcuni momenti attraverso la contemplazione della pulizia senza permettere alcun passaggio che sporchi o rovini minimamente. Sono i momenti più difficili, quelli. Le case si abitano, le cose si usano e le persone si vivono dice Lui, non tocco perché non voglio rovinare niente dico io. Ci sono stati periodi nei quali ho fatto fatica a raggiungere la doccia. Ci sono state volte in cui quando Lui mi chiamava dal bagno per controllare se la rasatura della sua testa fosse a posto dietro, sulla nuca, dove non riusciva a vedere gli dicevo di sì e invece aveva piccole macchie di capelli, piccoli ciuffetti sparsi di peli perché mostrasse inconsapevole al mondo che lo amavo meno. Che si sapesse.  

La mia depressione è uno spazio da proteggere dalla mia curiosità.

Quando le ragazze andavano all’asilo e il Lupo che mi vive dietro lo sterno era molto prepotente e poco addomesticato avevo immaginato le madri che si susseguivano in quei corridoi e in quelle aule come animali di un circo o di uno zoo o di una fattoria. C’era mamma maiale con il suo piccolo, avevano entrambi il naso con narici larghe e ingombranti su faccioni tondi, lei lo tirava su di peso con braccia grosse come prosciutti in salumeria mentre lui si dimenava a terra per qualcosa da mangiare che lei non aveva portato con sé. C’era mamma giraffa, aveva gambe sottilissime e lunghissime fasciate in jeans a prova di candidosi vaginale, sbatacchiava lo sguardo sorpreso di chi ha il cuore lontano dal cervello mentre acciuffava il suo piccolo dal colletto della polo costringendolo a tirare su la testa così da guardare ammirato prima lei e poi il resto del mondo, se restava tempo. C’era mamma scimmia, con il tutù e il cerchietto in testa, con l’espressione quasi umana e la capacità di saltare da una parte all’altra per impicciarsi di quante più cose possibili nel più breve tempo possibile mentre il suo cucciolo cercava invano di aggrapparsi. C’era mamma oca che organizzava feste a cui le altre madri andavano solo per non sentirla più starnazzare delle feste che organizza per il suo cucciolo che ad occhio era destinato a diventare paté. C’era mamma orsa, se la incontravi era meglio far finta di niente. Capitava di vederla in disparte, in un angolo del corridoio, un attimo prima di entrare nelle classe di una delle cucciole e poi nell’altra, sembrava inanimata, poi prendeva le sue orsette e diventava maestosa. Feroce, anche. Solo se provocata.

Ci sono persone che amano i gatti. Io sapevo che i gatti non si possono lavare. Sapevo che si puliscono da soli.  

Sto trasformando i miei perché. Non tutti. Faccio così: tolgo il punto interrogativo, lo uso come gruccia per stendere le camicie di Lui che lavo con il profumatore per il bucato che sa di pulito e di buono, e metto il punto. Il punto e basta, quello semplice. Ho capito che lo stavo facendo mentre passeggiavo con il cane, ascoltavo una signora parlare con un’altra signora di qualche malattia, robe di urine bloccate chissà dove e intanto svuotavo il cervello come si fa con il cestello delle posate in lavastoviglie. Io tolgo le posate per genere e non per foro del cestello, tutti i coltelli e tutte le forchette e tutti i cucchiai con me, invece c’è chi lo svuota come viene, la posata che prende quella mette a posto, io poi sistemo il cestello nei binari del vano inferiore invece c’è chi lo scaraventa vuoto in lavastoviglie e basta, tipo al bowling. Ero lì che svuotavo il cervello ai giardinetti vicino alla (ex) scuola delle ragazze e ho pensato che forse quel frammento di Saffo che da trent’anni amo e lascio che mi guidi non era una domanda ma una risposta.  Per molto tempo ci ho infilato il punto interrogativo alla fine solo perché era una mia domanda. Invece era la risposta. Perché coloro che amo sono quelli che mi fanno il male peggiore. E così tante altre ne ho trovate di risposte e con i punti interrogativi avanzati ho preso altre domande, nuove. Poi si vedrà. Non a tutto c’è una risposta, a volte basta lasciar accadere dice Lui, l’ho capito, dico io.

Regole e versioni

Un chiosco a ridosso di una piazza, incastrato tra i binari del tram e un rassicurante controviale torinese. A colpo d’occhio un paio di licei, una scuola media fresca di ritinteggiatura, la fermata della metropolitana, un palazzo di dieci piani appena ultimato che dicono ben inserito nel contesto urbano ma chi lo dice deve essere a sua volta ben inserito in qualche contesto che mi sfugge, un distributore di benzina. Si mangia bene, sono veloci e cortesi, spesso le due cose si escludono a vicenda ma non qui, c’è il dehors se non piove. Oggi piove. Oggi non è davvero oggi, è un oggi che piove, fate voi quale oggi. Anche oggi, comunque, piove. Io non so mai se oggi è davvero oggi.

Una donna cerca parcheggio picchiettando l’indice sul volante. Ha unghie perfette, smaltate di rouge noir, non si vede perché indossa gli anfibi sotto un ampio gonnellone nero ma anche le unghie dei piedi hanno la stessa tonalità. È un suo cavallo di battaglia: le unghie o tutte uguali o niente. Il parcheggio è a pagamento, guarda le strisce blu tutte occupate, sembra la battigia in Liguria. La Liguria le mette tristezza ma è vicina. Anche la Val di Susa le mette tristezza ma è vicina. Tutti i suoi conoscenti dicono la stessa cosa. Forse i piemontesi sono tristi per eccesso di comodità.

Una donna arriva con lo scooter. Era in dubbio, visto che piove ma poi si è detta che due palle, ha preso il casco, ci ha incastrato dentro un’inestimabile quantità di capelli profumati di argan e si è avviata, ha bruciato qualche semaforo, mandato a fare in culo qualche coglione in panda grigia con il piede tremolante sul freno, è partita sempre un attimo prima del verde. Ha uno zaino, dentro lo zaino il telefono, il portafogli, il boccettino di amuchina perché il mondo fa schifo, un assorbente, un pacchetto di fazzoletti, le chiavi di casa, uscendo ha solo tirato la porta, ha pensato di chiudere ma non l’ha fatto, è rimasta con la chiave in mano a un millimetro dalla toppa poi ha sentito una voce dire che tanto non c’è niente da rubare lì dentro. Si è girata, non ha aspettato l’ascensore pur avendo schiacciato il pulsante per chiamarlo. Con il gomito, non con l’indice. È andata giù per le scale, tanto si sa che lei è sempre distratta, si è dimenticata di chiudere. Pace.

Una donna arriva a piedi, indossa un cappello. Il cappello è di Borbonese. Ha scarpe comode ma eleganti, le porta senza calze. Controlla di avere le chiavi dell’ufficio in borsa. La borsa è di Vuitton. Originale. Le chiavi sono al loro posto, come sempre, la donna ha bisogno di controllare anche quello che è come sempre, solo così si calma. Non è agitata. È inquieta. Spesso le due cose si confondono. Non in lei.

-“eccomi, scusate, ma il parcheggio in questa zona è impossibile. Che belle che siete, come state? Meno male che ci hanno messo dentro con questo schifo di tempo ”

-“a me piace questo tempo. Tutto bene, dai, dove l’hai lasciata?”

-“nella via di lato al liceo, è uscito uno per miracolo”

-“per quello vengo con il motorino, non ho la pazienza di girare come una scema. Lei ama la pioggia ma viene a piedi, grazie al cazzo.”

-“sì, ma in ufficio ci arrivo in macchina anch’io”

-“all’ora in cui arrivi tu non c’è il problema del parcheggio”

-“oh no, c’è, hai voglia. È un isolato di borghesissimi lavoratori che non escono di casa prima delle 9, in più ci sono quei due laboratori di analisi, quello dei prelievi e quello degli esami diagnostici, uno di fronte all’altro, non potete capire la fila di auto che prima delle 8 cercano un posto. E poi le facce delle persone, escono dal laboratorio e tutti, tutti davvero, per prima cosa aprono la cartellina del referto. Subito. Ma cosa ci capiscono? Cosa leggono? Non so, guarda se hai asterischi ma di più che vuoi fare? Manda tutto al tuo medico e guarda dove metti i piedi non che io devo stare attenta a non metterti sotto perché sei immerso nella comprensione di quale malattia ti sta uccidendo. Oppure si attaccano al telefono e urlano. L’altro giorno mi è passato sotto la finestra dell’ufficio uno che tutto felice raccontava al telefono che dopo l’esame lo avevano mandato a pisciare e aveva pisciato ma bene, bene, proprio mi sono liberato. La gente è strana.”

-“non si sarà nemmeno lavato le mani, la maggior parte degli uomini piscia e non si lava le mani, sapete che hanno analizzato le arachidi nei bar, sapete quelle che mettono nelle ciotoline e mentre sei al bancone ne prendi qualcuna così per sgranocchiare? Sapete la quantità di urina che ci hanno trovato? Io non mi avvicino nemmeno al bancone, che schifo la gente.”

-“ma, non è che le donne mi diano tante garanzie. In palestra sai quante ne vedo che finiscono l’allenamento e in spogliatoio si tamponano con un asciugamano, si mettono deodorante e profumo e si rivestono? Addirittura i collant. Muoio. I collant su quelle gambe sudate e poi escono così come se niente fosse.”

-“ok, dopo questa premessa disgustosa di piscio e sudore cosa prendete?”

-“io i pancake con il salmone e l’avocado”

-“ma i pancake non sono dolci?”

-“Io l’insalatona, la nizzarda. Ma senza uovo.”

-“no, sono una base neutra, io li faccio sia dolci che salati”

-“io li prendo già fatti, glieli caccio lì con la nutella a colazione il fine settimana, quando è con me e non con il padre”

-“anch’io li faccio, ma solo dolci, non ci vuole molto”

-“io insalatina di polpo e patate”

-“vado a portare l’ordinazione, da bere, acqua per tutte? Una frizzante e una naturale?”

-“sì”

-“ok, vado”

-“allora? Come stai? Davvero.”

-“ora che torna, vi dico”

-“Vittoria come sta?”

-“bene, come stanno bene i sedicenni di oggi”

-“pure quelli di ieri. Non è che io a sedici anni stessi da Dio”

-“ma. Io male male non stavo. E lavoravo pure, mi sembra che qualche cazzata in meno in testa ce l’avevo”

-“tanto è arrivata dopo la cazzata in meno. Quelle arrivano”

-“quali cazzate? Che mi sono persa? Ci portano tutto”

-“no, niente, cazzate dei sedici anni”

-“io ci sto ancora in mezzo. Alle mie, non a quelle di Alby.”

-“come sta Alberto?”

-“si lava molto, meno male. Forse gli piace qualcuno.”

-“e tu?”

-“a me non piace nessuno. Nemmeno mio marito, per ora.”

-“sbam”

-“eh sbam. Magari ci fosse qualche sbam. Abbiamo iniziato la terapia”

-“era ora!! Sono almeno due anni che ci giri intorno e che ti dico di andare”

-“tu secondo me lavori per l’ordine degli psicologi, non è possibile, sembri mia madre con l’arnica, qualunque cosa lei ti dà l’arnica e tu qualunque cosa la terapia”

-“la terapia io la metterei obbligatoria per tutti. Guardatevi intorno. Conoscete qualcuno che non abbia necessità di una chiacchierata con un professionista? Bisognerebbe fare dei richiami, come con la vaccinazione, adesso con quel casino in Emilia, stanno richiamando le persone a fare l’antitetanica, ecco dovrebbero fare lo stesso con la terapia. Non dico l’analisi, mica tutti hanno bisogno di andare in analisi, ma la terapia sì. C’è il rischio di acque contaminate e devi proteggerti, ma perché il resto delle contaminazioni? Ma perché tutto quello che ci investe e ci attraversa?”

-“non so, intanto siamo andati due volte insieme. Adesso dobbiamo andare individualmente. Non sono tranquilla”

-“Perché?”

-“perché chissà quel cretino cosa gli dice allo psicologo! Mica sono lì a sentire”

-“ma lo scopo è quello. Cioè, anche dargli uno spazio nel quale poter dire cose che magari a te non vuole dire o non sa come dire, una zona franca nella quale potersi esprimere”

-“tanto sarà colpa di sua madre, stai tranquilla. Qualsiasi cosa la causa è sua madre. Funziona così. Cioè se funziona così per noi con i nostri figli perché non deve funzionare così anche per le stronze con i loro figli, quelli che ci ritroviamo noi in casa maleducati e incasinati mentre le stronze blaterano alle nostre spalle e giudicano come noi cresciamo i nostri figli. Nostri.”

-“tutto bene come sempre, vedo, con tua suocera.”  

-“ti dico solo che lui mi fa hai sentito è morta Tina Turner e io gli ho detto tua madre invece ancora no”

-“avevi detto lo stesso quando è morto Marchionne”

-“lui era anche giovane, povero”

-“giovane o vecchio rileva poco, se uno è stronzo è stronzo anche a trent’anni, non c’è bisogno che arrivi a ottanta per palesarsi”

-“ecco perché io gliel’ho rimandato al mittente”

-“il primo?”

-“no, il primo era orfano”

-“che culo. Non si lascia un orfano. È una fortuna un orfano. Era anche figlio unico? Sai che l’uomo perfetto è orfano e figlio unico?”

-“no, ha un fratello”

-“meglio di una sorella, meno acidità”

-“meglio niente”

-“con Marco, invece, come va?”

-“bene, viene a cena da noi, tiene il telefono girato, se lei chiama o manda messaggi non la caga. Lei è la moglie, noi siamo la famiglia. Vittoria è felice, è un equilibrio nuovo.”

-“senza suocera”

-“quando vado a prendere Vitto la mamma di Marco si affaccia dal balcone e mi manda i bacini di nascosto dalla nuova nuora, mi manda le cose da mangiare che mi preparava quando ero sposata con Marco”

-“quando eri sposata con Marco ti detestava”

-“sì, ricordo anch’io, non ne facevi una giusta con Vitto, eri troppo al lavoro, eri troppo assente, eri troppo permissiva, eri troppo sbrigativa in cucina, eri troppo indulgente con la scuola”

-“ero troppo. Ecco perché con suo figlio è finita. A parte che andava a letto con l’assistente di direzione che tu avevi brillantemente rinominato l’assistente di erezione e quanto mi hai fatto ridere tra le lacrime vi ricordate, quella sera, quando vi ho detto che l’avevo beccato? Troppo e niente. Ho conosciuto uno, comunque. Niente giudizi, grazie.”

-“dove? Come si chiama? Quanti anni ha?”

-“foto. Ci hai già scopato?”

-“su un coso di incontri e zitte grazie, non mi sembra il truffatore di tinder e comunque non sborso un centesimo, adesso ti faccio vedere la foto, si chiama Giuseppe ma nessun commento, non ci ho scopato penso a breve ma non so volevo chiedervi e il problema è l’età”

-“si chiama Giuseppe, che problema di età può avere se non quello di essere troppo vecchio e di non riuscire a scopare?”

-“è più giovane di me. Vi dimenticate sempre che ho dieci anni più di voi due, ragazzine”

-“con quella pelle sei un’imbrogliona. E poi cosa significa? Quanto più giovane? Potresti averlo partorito? La regola è solo questa.”

-“no, non potrei averlo partorito”

-“allora fregatene”

-“vi leggo i messaggi che ci siamo mandati”

-“no, la foto, prima. Così ti dico se puoi scoparci.”

-“e come fai?”

-“ha una regola”

-“anche per questo?”

-“ha una regola per tutto”

-“il naso, miscredenti, guardate il naso di un uomo e capirete se vale la pena o no.”

-“io sapevo il pollice”

-“no, quello è il televisore”

-“hai avuto tre mariti e non hai mai fatto caso al naso? La regola del naso è la base proprio. Naso grande. Naso piccolo. Dammi la foto.”

-“ecco la foto”

-“voglio vedere anch’io”

-“sì, puoi provare”

-“ah, così?”

-“e come? Cosa vuoi fare, girarci intorno, fare il balletto di cene e chiacchiere, messaggi il mattino e la sera, mi piace viaggiare oh che caso piace anche a te pensavo mi dicessi che ti piace andare al Conad il sabato pomeriggio, mi piace il teatro piace anche a te oh che caso pensavo che mi dicessi che ami pulire il filtro della doccia intasato dai capelli. Dai quante prese in giro per arrivare lì, dove non ci si può prendere in giro. Da sempre io sostengo questa regola: prima si scopa poi si valuta. Se non funziona quello è inutile tutto il resto. E lo sapete anche voi. Tutto quello che è finito alle vostre spalle è finito per motivi riconducibili al sesso”

-“regola del naso. Della scopata conoscitiva. Dell’avrei potuto partorirlo. Della terapia obbligatoria come l’antitetanica. Quale altra regola, dottoressa?”

-“la regola del tre entro trenta. È diventata la mia guida, negli anni”

-“sarebbe?”

-“entro trenta secondi devi dire tre qualità della persona che frequenti. Attenzione: frequentazione a qualsiasi titolo. Madre, padre, fratelli, figli, mariti, amanti, amiche, cani, gatti. Se non sai dire tre qualità entro trenta secondi quella relazione è inutile, è una perdita di tempo in un vita che per sua stessa natura di tempo ne ha poco. Le qualità che dici devono essere soggettive, cioè per te è una qualità amare i gatti per me è un difetto, vale per te”

-“caspita, questa è forte”

-“cazzo, sì. Perché trenta secondi?”

-“perché sembrano pochi ma se non sai cosa dire sono eterni”

-“ho paura di provare  con il cretino, che non bastino per i difetti e che siano troppi per le qualità.”  

-“no, ma infatti non ci si deve concentrare sui difetti. Io coltivo una relazione a prescindere dai difetti che non puoi sceglierti ma sulla base delle qualità che mi piacciono di una persona. Dai, tre qualità di tuo marito. Una per esempio è che non si arrende, non è che ti ha detto dal terapeuta vacci tu, è consapevole”

-“è cretino. Gli ho detto che era l’ultima possibilità.”

-“è tenace”

-“è cretino”

-“è il cretino che ti sei scelta, però”

-“le scelte cambiano”

-“dillo a me che dopo tre mariti sono qui a chiedervi se uscire o no con tal Giuseppe o se poi mi faccio troppo male, vi ricordate quanto ho pianto per Gianlu?”

-“Gianlu era tuo marito. Per forza hai pianto. Mica si piange per gli sconosciuti. Giuseppe mettilo nella categoria sconosciuti”

-“ragazze, ma io ormai ho anche la mia età. E se non gli piaccio?”

-“che palle. Gli hai detto di avere venticinque anni? No. Allora sono problemi suoi, non tuoi. Sai cosa vuol dire la tua età? Una beata minchia, perché sei qui a leggere i messaggi come tua figlia che ha sedici anni. Però, hai anche la fortuna di essere nella metà degli anni cinquanta. Attenzione non gli Anni Cinquanta, ma i tuoi anni cinquanta. Sei nel pieno del boom, non hai più le mestruazioni, sei libera, la ricostruzione è a buon punto, la guerra inizia a sbiadire nei ricordi, guarda noi che siamo a metà degli anni quaranta, ancora con le macerie da gestire, i bombardamenti nelle orecchie e gli sfollati negli occhi, che ci fanno votare e diciamo grazie come se fosse un favore eppure abbiamo qualche speranza perché, comunque, la guerra è finita, è finito l’indottrinamento degli anni venti e l’esaltazione immotivata, è passato l’affanno degli anni trenta quando bisognava dimostrare di essere all’altezza degli altri e tante volte abbiamo sbagliato le alleanze. Ragazze, la guerra è finita.”

-“e tua suocera non è morta”

-“maledetta”

-“ci esco e succeda quel che deve”

-“quello per cui uscite e via le ipocrisie”

-“che faccio, gli chiedo di cosa ha parlato con lo psicologo?”

-“no. No. No. Tanto poi te lo dice, con i suoi tempi, te lo dice perché non sa tenersi un cecio in bocca”

-“perché è cretino”

-“perché sei la sua migliore amica e se non lo dice a te a chi lo deve dire?”

-“io no  sono mai stata la migliore amica dei miei mariti”

-“io l’ho sposato il mio migliore amico, è stata la cosa più intelligente che abbia fatto. Dopo essermi diplomata lì, si vede la finestra da qui, al secondo piano, lì ho discusso gli orali millemila anni fa che sembrano un attimo ”

-“voi due sembrate sempre uniti, si vede che c’è tanto amore”

-“io me lo sono ripreso in tutte le versioni, quest’amore. Come la canzone, sapete, dice così: e mi riprendo questo amore in tutte le versioni e ricomincio a vivere…, l’ascoltavo a ripetizione quando ho pensato di separarmi, perché ero disposta a perdere lui, quasi sollevata all’idea di lasciarlo, come se mi stessi togliendo un peso enorme dalle spalle , una zavorra ma non ero disposta a lasciare quell’amore, a perderlo e allora sono ripartita dalle tante versioni, dalla passione, dalla tenerezza, dalla ferocia, dall’allegria, dal dolore, dalla quotidianità e ho raccattato tutti i pezzi che avevamo sparso in giro, li ho rimessi insieme e ho salvato tutte le versioni. Ci ho messo un lupo a fare da guardia. Adesso so che nessuno può portarmelo via. E sua madre suca.”

-“sempre suca”

-“sempre suca”

-“chiediamo il caffè e il conto?”

-“Sì, è ora. Ha smesso di piovere o è ancora brutto?”

-“piove, ma non è brutto. Spesso le due cose si confondono, ma non oggi”

La madre delle mie figlie

La madre delle mie figlie ha occhi neri che sulla carta dovevano essere dominanti e invece no, sono stati presi e diluiti con il verde dando vita a colori del bosco, il verde delle foglie quando piove in primavera e il marrone dei rami quando restano spogli dopo l’autunno. La madre delle mie figlie ha occhi solidi che ti ci puoi aggrappare oppure li puoi scagliare in uno lago solo per contare i cerchi, meglio ancora puoi usarli nella cerbottana perché sono perfetti per colpire intenzionalmente qualcuno o qualcosa. La maggior parte delle madri ha gli occhi liquidi che ci puoi galleggiare dentro o rinfrescarti se fa caldo, io li osservo spesso gli occhi delle madri e mai ne ho visti di solidi come quelli della madre della mie figlie, loro sanno nuotare bene che poi è la sola cosa che conta, perché a galleggiare son buoni anche gli stronzi.

La madre delle mie figlie è sorridente e allegra, parla moltissimo, racconta storie quasi sempre vere come se fossero frutto della sua immaginazione, cambia voce e accento, imita persone e personaggi per dare a tutti cinque minuti di celebrità, canta agitando i capelli in auto e se qualcuno dalle altre macchine la osserva stranito lei ride forte dicendo alle ragazze “almeno gli abbiamo cambiato un po’ la giornata”. La madre delle mie figlie non le ha mai chiamate bambine, non ha mai parlato delle ragazze come di bambine con quei modi noiosetti di dire “prendi le bambine”, “devo fare il bagno alle bambine”, “vai tu dalle bambine”, no, no, sono sempre state Le Ragazze nome proprio di Entità superiore, divinità bifronte di cui lei è la sola sacerdotessa.

Per agevolare la narrazione fa ricorso a formule fisse come un vecchio aedo lasciato ai margini della sala del banchetto fino alla fine della cena, così le ragazze imparano il mito che le riguarda e  che sono :“non vi ho fatte gratis”, “rispetto all’eternità la vita è un pirito nella notte, quindi siate felici più che potete” “non posso farlo al posto tuo”, “ma non è che a me le hanno date già fatte, le ho fatte io”. Quest’ultima formula, in particolare, la utilizza per frenare sul nascere i confronti patetici portati avanti da sprovveduti commensali che non sanno regolarsi con il vino o anche solo con la propria emotività, costringendo la madre delle mie figlie a uscire dal suo angolo per prendere la parola e ricondurre la narrazione sui binari della realtà e la realtà è che no, non gliele hanno date già fatte, già svezzate, già senza pannolino, già senza ciuccio, già capaci di addormentarsi da sole o di vestirsi da sole o di allacciarsi le scarpe da sole o di mangiare da sole o di soffiare il naso tirando o giù e non tirando su, già in grado di leggere e scrivere e nuotare e giocare a tennis, in grado di avere le parole per chiamare la paura o il dolore e le abilità per distinguerli, già capaci di stare sole. Gliele hanno date sole, senza foglietti o manuali, come a tutti gli altri, proprio come agli incontinenti emotivi che blaterano di una sua fortuna a loro non concessa dal fato avverso. “non me le hanno date già fatte, le ho fatte io” è la formula di chiusura, prima di serrare gli occhi dopo averli scagliati.

La madre delle mie figlie ha righe sottili intorno agli occhi come un foglio di quaderno pieno di parole  che si leggono solo se strizza lo sguardo in una risata o per mettere a fuoco e le parole le capisce solo lei e pochi altri: tatam, aspetta un antimo, giagar, giogione gratta, i denti giaaaalllliiii, le zampe di iupo,il principe imase incantato bellezza, la biba nella pancia, come chiama tuo papà, come chiama tua mamma, ludo- vico come me, io piace acqua zante, maicocca. E ha dei segni accanto alla bocca, due unghiate che vengono giù che si vedono bene nei giorni in cui è più tirata in viso, quando ha le guance un po’ scavate ecco che le ferite degli artigli neonati vengono fuori, procurate mentre allattava dalle lame montate al posto delle unghie, perché questo facevano le ragazze, mentre la mangiavano le mettevano le mani in faccia e nella bocca, mentre avevano il suo corpo in bocca offrivano in cambio un pezzo, le rigavano il volto per entrarle nella bocca e farsi mangiare a loro volta, per suggellare l’amore, quell’amore, quel tipo di amore che è come il potere, cannibale.

La madre delle mie figlie non è né giovane né vecchia, ha milioni di anni come le madri hanno e poche ore di vita ogni giorno nuovo, non lavora come fanno le madri che sono sempre presenti e lavora moltissimo come fanno le madri che non ci sono mai,  ha idiosincrasie fortissime verso le nonne che si arrogano diritti e sputano giudizi da bocche informi, nessuna nonna pensa di arrogarsi diritti  e sputare giudizi da bocche informi, tutte le nonne si arrogano diritti e sputano giudizi da bocche informi, ha istintivi moti di solidarietà verso le madri che cercano di fare da sole, senza foglietti o manuali o giudizi sputati da vecchie sedute su un trono di stronzate che offrono aiuto solo per intestarsi ancora qualcosa invece di occuparsi di cosa lasciar scritto sulla lapide, verso le madri che comprendono che quello non è aiuto ma è ricatto. La madre delle mie figlie quando vede una nonna si irrigidisce moltissimo, non sembra nemmeno più lei ma sembra quasi me.

Ci sono giorni in cui è molto stanca per colpa mia, per i pensieri che le do, quei giorni sono principalmente pomeriggi già inclinati verso sera e si capisce che è molto stanca perché mentre guida verso casa vede l’insegna di un ristorante che c’è all’angolo prima di svoltare nella via dove abita, un’insegna bella grossa che non puoi non notarla, un ristorante grande dove prima c’era un magazzino di materiali per l’edilizia e se anche puoi cambiare la destinazione d’uso alle cose non puoi farlo con la vocazione d’uso, un ristorante pieno di coperti e con il karaoke il sabato, un ristorante che fa anche la pizza, un ristorante dove la polo con il colletto tirato su è eleganza, in quei pomeriggi lei rientra a casa e pensa che in fondo, forse, si mangia bene anche lì. Poi svolta, apre il cancello automatico, saluta il vicino dell’interno 1 che  si occupa sempre del giardino, fa un cenno al vicino dell’interno 4 che traffica sempre in garage, punta il telecomando verso il basculante del suo garage ed entra in retromarcia come in molte cose della vita, in genere quelle che condivide con me.

La madre delle mie figlie esce con le amiche, ogni tanto, a cena o a pranzo. La madre delle mie figlie ha amiche che sono amiche solo sue, io le conosco poco e loro non conoscono bene me. Io ho amiche solo mie, che non conoscono a fondo la madre delle mie figlie. Io cambio spesso ristorante, provo posti nuovi. La madre delle mie figlie no, va sempre nella stessa pizzeria perché sa che poi non avrà sete tutta la notte, quando ci va ci va di martedì perché è un giorno in cui i ritiri delle ragazze sono limitati e il padre delle mie figlie può gestirli da solo senza sovraccarico. La pizza, però, la cambia, non prende sempre la stessa, la sua amica invece ordina sempre la capricciosa senza qualcosa. Quando parla delle ragazze , la madre delle mie figlie, si illumina tutta e fa quella cosa civettuola di vantarsi fingendo di non vantarsi, si vanta e si schernisce allo stesso tempo, ridacchia di bravura a scuola e nello sport, decanta talenti e virtù di questi esseri speciali che per il suo tramite hanno deciso di vivere su questo pianeta e lei, tutta vanagloriosa illustra la meraviglia che contribuisce a mettere nel mondo tutti i giorni dopo averle messe al mondo in due giorni estivi di qualche anno fa. Bisogna volerle molto bene per reggerla in questi momenti, io mi distraggo un po’, penso ai fatti miei anche perché poi è il turno della sua amica che fa la stessa cosa con i suoi ragazzi. Io quando esco non me la porto dietro, la lascio in auto ad aspettarmi, con il cellulare nel caso le ragazze la cercassero e parlo, rido, ascolto donne che raccontano storie di uomini con il colletto della polo tirato su, approcci sgrammaticati come quello che mi è toccato qualche giorno fa quando mi hanno detto “bella topa” sostenendo che si trattasse di un complimento davanti alla mia obiezione che forse non era il caso e allora giù a ridere, e questo abbinamento del salmone con il sesamo è davvero riuscito e poi a commentare e interpretare con perizia di esegeta scambi di messaggi tra ultraquarantenni con qualche schiaffo preso e qualche morso dato, con abitudini che cambiano e residenze da aggiornare per poi saltare il dolce che siamo piene e ammazzarci dal ridere per le foto del cazzo in chat che mandano i fenomeni. Non nel senso di foto venute male. Poi mi trascino fino all’auto e lascio guidare la madre delle mie figlie, chiudo gli occhi e faccio finta di dormire.

Alla madre delle mie figlie nessuno chiede mai come sta, non per davvero. Io poco. Ci sono giorni interi in cui non la guardo nemmeno, la lascio lì, indaffarata e soddisfatta con il suo carico di dubbi da sbrogliare come le catenine quando si attorcigliano nel portagioie. La madre delle mei figlie lo chiede sempre alle ragazze e anche a me, lo chiede per davvero, le interessa davvero. E poi vuole sempre sapere cosa abbiamo fatto. Le ragazze rispondono, raccontano mattine intense, interrogazioni vivaci, sono abituate a parlare e ad essere ascoltate,  io me la scrollo di dosso con un laconico “niente”. Allora si siede accanto a me, mi guarda e sta zitta. Io fisso davanti a me, in genere il muro o la porta e fisso così forte che alla fine non vedo niente davanti a me. Mi accarezza i capelli, hai fatto bene a tagliarli, mi dice, ti stanno bene i capelli corti, si vedono bene gli occhi. Porto sempre gli occhiali da sole, rispondo infastidita. Quando li togli, quando li togli si vedono. La madre delle mie figlie ha una pazienza che non so da dove prende, non è una pazienza teorica, è una cosa vera, che la tocchi, come una torta, come un lenzuolo pulito, come due sassi che decidi cosa farne. A volte viene con me dalla dottoressa della mente, è stata una sua idea, della dottoressa. Chiamiamola, ha detto una mattina, ci può aiutare ma io non volevo, la disturbiamo ho risposto. La madre delle mie figlie non la disturbano mai, è lì per fare quel che serve e lo fa, bene, lo fa davvero bene anche se nessuno glielo dice, non per davvero. Io sì, a volte. Allora sorride e le mamme sono tutte molte belle quando sorridono mi viene da pensare. La madre delle mie figlie ha parlato con la dottoressa della mente e hanno deciso insieme cosa fare, con me, quando mi succedono quelle cose che mi succedono, di iniziare a dirmi cose brutte e offensive, a puntarmi il dito contro per criticarmi con ferocia, per dirmi che non sono capace, che devo stare zitta, che la devo smettere, quando mi giudico da un pulpito che non è il mio, quando mi guardo con occhi che non sono i miei. Quando è così arriva lei, mi protegge dagli attacchi, mi difende, mi parla con amore, un amore che ha imparato da sola, senza foglietti o manuali, un amore così impreciso da essere rassicurante e mentre mi calma racconta storie perché io le impari, con formule fisse perché sia più facile ricordarle “rispetto all’eternità la vita è un pirito nella notte, quindi sii felici più che puoi”, a me non lo dici che mi hai fatta tu, eh, sono un casino dentro, un casino che fuori sembra funzionare benissimo, ma a me non lo dici che non mi hai fatta tu, piagnucolo fragilissima.  Bisogna essere molto forti per avere un casino dentro e funzionare benissimo fuori mi sussurra sempre, un attimo prima di lasciarmi chiudere gli occhi.

La madre delle mie figlie non me l’hanno data già fatta, l’ho fatta io. Poi serro gli occhi dopo averli scagliati .      

 

Sin qui

Gennaio sommesso, spalle basse e sguardo da fesso, arrivato senza un invito come un parente che passa sempre lo stesso giorno e alla stessa ora per un saluto anche se non è gradito. Gennaio non facciamoci illusioni, gli ho detto scortese, è molto probabile che tu mi stia sui coglioni, non voglio promesse che non manterrai, non ti offro propositi e questo già lo sai. Gennaio assomigli a un mio zio che cammina con il fare del prete di campagna, al posto del breviario lo smartphone con cui verifica sempre qualcosa, piccola enciclopedia portatile, nuova fede più veloce della conoscenza, più indolore della conoscenza, che fastidio quell’aria triste da piccolo salvatore di anime, Gennaio, anche tu sei così, parli di ciò che non sai, fingi di sapere ciò che dovresti sapere, anche tu sei un piccolo parrino lagnoso. Quando ero piccola mi dicevano che l’inferno è pieno di monache e parrini non per farmi diffidare del clero ma per insegnarmi che il bene non è quello che mostri o quello che predichi ma solo quello che fai. Gennaio agenda nuova e impegni vecchi, orizzonte lontano e visibilità scarsa, tutti gli auguri in un giorno solo lanciati a caso senza pensare che forse qualcuno lo si poteva conservare per quei giorni più lunghi, quelli un po’ bui che sono quelli in cui gli auguri servono davvero. Gennaio senza più compleanni, ci hai regalato il Tapazole tre volte al giorno fin dal mattino, la scatolina accanto alle fette biscottate e alla marmellata di frutti di bosco perché Lui lo trovasse già lì a colazione e non se ne dimenticasse. Gennaio lo spavento non era tra i patti, sei stato scorretto, una cosa sola ti ho detto: contaci adesso, guardaci tutti, così iniziamo e così finiamo. Gennaio di 31 giorni e cento notti a guardare il soffitto senza vederlo, a contare i pensieri che mi tengono sveglia, a prendere decisioni irrevocabili dismesse all’alba, a denudare gli alibi che porto in giro ogni giorno per fargli prendere freddo, per indebolirli, per farli ammalare e morire senza tentare alcuna cura e poi portare i cadaveri alla dottoressa della mente per l’autopsia, per dirle guardi, guardi come sono stata brava, è vero che sono stata brava? Mi dica che sono stata brava, come direbbe al gatto che le porta una lucertola o un topo, come direbbe al cane che le riporta il bastone. Gennaio, li ho schierati tutti così i miei alibi, come prigionieri di guerra da fucilare, solo che non ho sparato.

Febbraio piccolo e stretto come un parcheggio perfetto, sai come sei entrato e non sai come ne uscirai ma intanto chiudi e te ne vai, poi torni a controllare se hai chiuso per davvero e poi controlli se hai messo via le chiavi e mentre le cerci ti dimentichi cosa stavi facendo e non ti ricordi se l’auto alla fine l’avevi chiusa. Febbraio di scatoloni da trasloco e disdette di forniture, cambio di isolato, prospettiva e vicinato. Febbraio a tritare documenti prima di smaltire la carta nel bidone condominiale, Febbraio a contare gli anni di un foglio prima di distruggerlo, se sono più di dieci sì, se sono meno di dieci no, Febbraio se fosse così anche nella vita con i dolori e con i sogni, con gli amori finiti male, con le delusioni e con le risposte giuste che arrivano a discussione ultimata. Febbraio stretto e lungo, assomigli al corridoio della casa in cui abitavo da bambina in Via San Marino, con il marmo freddo sotto il culo quando facevamo le gare con le macchinine lanciandole contro la porta della cameretta. Febbraio primo anniversario della terra che trema sotto i miei piedi, del marmo che si incrina sotto il mio culo di bambina, primo anniversario senza ancora una diagnosi, Febbraio terapia intensiva, ricerca del perché quando nessuno sa il perché, Febbraio a volte il perché non è complemento di causa ma complemento di fine, preghiere buttate al vento, preghiere spedite senza indirizzo, preghiere fatte con le mani aperte, spalancate ad offrire tutto in cambio di. Febbraio mascherato, Febbraio già un anno è passato eppure sembra ieri, quante volte lo si dice anche se non è vero tanto per dire invece sono solo bugie, bugie buone come quelle che preparava Cocò, che ogni Febbraio dico sempre a Lui sapessi che buone le bugie che preparava mia nonna come se fosse merito mio, un vanto, una gara del tipo tua nonna preparava carciofi che si digerivano in otto giorni e la mia faceva le bugie più buone del mondo e invece non lo so più, Febbraio, è una bugia anche questa, sai, io non lo so più il sapore che avevano, io ne ho sempre mangiate poche perché non mi piacciono poi metteva tutto quello zucchero sopra che mi si rivoltava anche un po’ lo stomaco, ecco cos’è, Febbraio, io ricordo solo il profumo entrando in casa, l’odore già sul pianerottolo ma il sapore no, quello l’ho dimenticato. Febbraio anche se sembra ieri io ho cento anni in più ormai.

Marzo bulbi appena comprati, terrazzo da pulire, giardino da abbellire, Marzo rinviamo tutto ad Aprile. Marzo bambino mai nato la mamma non ti ha dimenticato, Marzo senza soste solo qualche fermata senza mai scendere dal mezzo che forse sei in divieto. Marzo scellerato che mi spalleggi nella follia del Master, due esami infilati come orecchini nuovi, speri non facciano infezione ma se è oro difficilmente accade. Marzo senza sogni da raccontare, senza giorni da festeggiare, un saluto verso il cielo la sera dell’ultimo giorno come la richiesta di un bacio, con l’indice che picchietta la guancia, qui me lo devi dare, sin qui me lo devi mandare e mandamelo grosso che manchi, manchi tanto. Marzo senza più una dose su tre di Tapazole, Marzo senza pioggia non sei nemmeno all’altezza dei proverbi, Marzo senza stupore, Marzo senza di te tutto esisterebbe comunque e non ti offendere, sii onesto. Marzo commercialista alle calcagna bisogna chiudere i bilanci, Marzo se fosse così anche nella vita al posto dei giustificativi allegherei le giustificazioni e porterei in detrazione di tutto, Marzo di 31 giorni e cento notti a guardare il soffitto senza vederlo, a contare i pensieri che mi tengono sveglia, a prendere decisioni irrevocabili dismesse all’alba, a vestire per bene le giustificazioni che porto in giro ogni giorno per renderle belle, accattivanti, perché diventino irresistibili e poi portarle per mano alla dottoressa della mente perché veda anche lei, anche lei si renda conto che non posso, non posso proprio, è d’accordo anche lei, vero? Mi dica che è d’accordo anche lei. Marzo, le ho vestite tutte così le mie giustificazioni, come bambole deliziose con cui giocare da sola, perché gli altri potrebbero rovinarle, solo che non ci ho giocato.

Aprile crudele, da dove sei arrivato e poi davvero te ne sei già andato? Aprile esame complesso, a quasi quarantacinque anni la paura di non farcela è la vera prova, Aprile esame superato e la paura di non farcela è ancora lì per la prossima sessione che mi osserva famelica come un umarell davanti a un nuovo cantiere . Aprile anniversario con ventidue candeline da quella prima sera in cui dovevamo solo bere qualcosa insieme spinti dalla curiosità e dall’attrazione come quando scopri una nuova specie, un nuovo esemplare, un animale che non sapevi abitasse il mondo, solo quella sera e poi basta, troppo giovane io, troppo incasinata io, i giovani sono sempre incasinati, troppo studentessa io, io sono sempre studentessa, troppo fidanzato Lui, troppo prevedibile Lui, i fidanzati sono sempre prevedibili, troppo impegnato Lui, Lui è sempre impegnato. Aprile il desiderio sulle candeline e di Lui è sempre lo stesso di ventidue anni fa, ma come fai mi hanno chiesto, non lo so, lo faccio, come il bene, come le preghiere con le mani spalancate, offro tutto quello che ho in cambio di. Aprile di feste e ponti, di scuole chiuse e ultima neve, stambecchi fuori dalla finestra, libri finiti e libri iniziati, libri immaginati, Aprile di confessioni davanti a un caffè, Aprile puerile di cioccolato e sorprese, di pastiera da lasciar riposare come qualcuno dopo un viaggio, di zia che chiede com’è venuta, buona le dici, davvero buona ed è vero. Come quella della nonna? Vuole sapere lei, meglio la rassicuri tu anche se non ti ricordi più com’era quella della nonna, nemmeno il profumo, niente, la nonna, lei, sì, sapeva di buono sulle guance ma solo questo è rimasto, Aprile, niente di più, che uno vive tanti anni e forse ne basterebbero meno, che forse a saperlo baratteresti qualche giorno o qualche mese con qualcosa di più durevole di un sapore buono sulle guance. Aprile, ho lavorato poco e male, mi sono distratta ed eri finito, Aprile sei la pastiera che non abbiamo fatto riposare come qualcuno che non vedi l’ora di incontrare.

Maggio gradasso, spalle larghe e sguardo sfrontato, esattore  ingrato passa all’incasso, non concede proroghe né dilazioni. Maggio grande festa per il genetliaco del capofamiglia, Maggio di preparativi fino al 18, Maggio di festeggiamenti dal 18, Maggio mi ha dato il primo e l’ultimo amore, con uno ho scoperto la parte di me in cui tengo le riserve del bene che posso provare, con l’altro ho imparato la strada per arrivarci. Maggio sogni da raccontare: Lui che ha la facoltà di muoversi nel tempo e decide di andare a vedere nel mio passato, com’ero da bambina e da ragazzina e poi viene a raccontarmelo, io che gli dico che la cosa non mi rende contenta, insomma che si facesse gli affari suoi ma va bene solo perché è Lui, Lui può anche se non sono contenta, e poi va nel futuro e vede il giorno della mia morte e me lo viene a raccontare, eri irriconoscibile, mi dice, e c’era tanto dolore. Scusa, gli chiedo io, finché sono viva, perché dopo non si può più, scusa per il dolore, non vorrei causartene mai. Poi mi sveglio, perché sono viva, dopo non si può più. Maggio, tu lo sai che vorrei morire prima io, che quest’anno Lui compirà gli anni di suo padre quando è morto, Maggio tu lo sai che adesso Lui compirà i suoi anni di adesso e basta, che suo padre aveva compiuto i suoi anni di allora e che ciascuno ha avuto la sua vita e la sua sorte sin qui.  Maggio prime partenze che sono le ultime, Pepe che vola lontano, io che provo una fame ingestibile, incontenibile, smisurata, una fame come quello che provo per lei, un vuoto nella pancia che è libertà e felicità e che non so come colmare, Cristina che quando fa una cosa per la prima volta la fa per la prima volta,  Pepe che quando fa una cosa per la prima volta la fa per l’ultima volta, Maggio, non ci saranno più primi viaggi lontani. Maggio esami di prevenzione con le dita incrociate, come se la prevenzione si potesse fare con un esame diagnostico che se c’è qualcosa lo mostra mica lo previene, è evidente che per la prevenzione occorrono le dita incrociate.  Maggio saggio finale di Teatro dopo nove mesi di prove, Maggio gare a squadre dopo nove mesi di allenamento, Maggio lo sanno tutti che Giugno non esiste davvero, Maggio interrogazioni finali dopo nove mesi di scuola, Maggio sei un parto di 31 giorni e cento notti a guardare il soffitto senza vederlo, a contare i pensieri che mi tengono sveglia, a prendere decisioni irrevocabili dismesse all’alba, a lottare contro le paure che mi ricoprono il corpo, a esfoliare e grattare via, per cancellarle, per eradicarle, e poi presentarmi dalla dottoressa della mente e mostrarle la pelle liscia, perfetta, nemmeno un segno, nessuna imperfezione, per dirle guardi, guardi sono stata costante nell’applicazione dei rimedi contro gli inestetismi delle paure, è vero che sono stata costante? Mi dica che sono stata costante, me lo dica come farebbe un allenatore con il suo atleta, me lo dica come farebbe un insegnante con il suo allievo. Maggio, le ho schierate tutte così le mie paure, come pattumiera da buttare, come scarti di produzione da non riutilizzare, solo che non ho ancora finito.