So di te

 

So di te quel che tutti sanno. Che ti chiami come tuo nonno e ti sta bene così, quanti anni hai, il tuo segno zodiacale, il solo che attraggo da sempre chissà perché, il lavoro che fai, lo sport che non pratichi più e che ti è rimasto cucito addosso sul palmo della mano con cui impugnavi la racchetta. Che detesti l’aceto e tutti pensano sia colpa delle suore, all’asilo, invece no. E’ un’altra storia, una storia di mancanze e di mancamenti  lontani.

So di te quando non c’ero. Un gatto bianco sotto il collo, una torta di compleanno, la foto con i padrini. La moto, le uscite laterali, la tua capacità di scivolare su una discussione o su una tavola da snowboard come se fosse la stessa cosa, bastava andare via senza dar nell’occhio. Le vacanze  in Spagna quando lei ti ha lasciato, il treno per Napoli in divisa, i tornei di tennis e quel verso dietro le orecchie, la disapprovazione, un rimprovero che sa di aceto. Il tuo egoismo per non lasciarla, che non si facesse male per colpa tua, per carità.

So di te quel che nessuno sa. Che mi guardi la schiena e dove da sola non mi vedo e non ti fa paura mai. So  come ti chiama tua figlia, che poi è anche la mia, Pappo e come ti chiama mia figlia che poi è anche la tua, Papi . Come ti chiamo io, no, non lo dico.  Che ami guidare nella nebbia, guardare “Una poltrona per due” la vigilia di Natale, la chiesa di Santa Rita se sei di passaggio, la montagna quando arrivi in vetta e respiri rumorosamente come per ripulirti il naso che fa anche un po’ schifo e togli i guanti e metti le mani sui fianchi sorridendo che più su non potevi andare.

So di te che quando hai paura le mani ti diventano fredde e gli occhi ti si rimpiccioliscono e lo sguardo casca verso il basso anche se non abbassi il volto. So di te quando hai paura. E riguarda quasi sempre noi, me o loro e poi anche te, quando stai male e non sai cos’hai e non sai di te ma sai di me che banalizzo sempre, che poi è un esorcismo e niente più. So di te lo spazio che occupi nel letto, il passo lieve di notte quando ti alzi per pensieri pesanti che proprio non puoi fare diversamente, il piumone appena sollevato quando torni  dopo un po’, la domanda con cui inizi ogni mia giornata “hai dormito?” perché tu sai di me che a volte di notte vado molto lontano o che mi sveglio  e resto così, a raccontarmi parole fino al suono della sveglia e sono le ore in cui prende forma quel che scrivo o anche solo quel che sento ammesso che ci sia differenza. So di te cosa mangi a colazione e che il caffè lo prendi dopo, in ufficio. L’ultima cosa che indossi è l’orologio e a volte dimentichi il telefono.

So di te quando sono arrivata che non ci credevi a due occhi scuri così,  eri certo che fosse per un momento e basta e mica potevi cambiare i piani, deludere le aspettative per due occhi scuri così, impensabile, nessuno lo avrebbe fatto, per carità.  So di te che guardavi la mia bocca, sempre, ed eri certo che non fosse per un momento e basta una bocca che dice le cose come le diceva la mia, come se niente prima fosse stato importante, soprattutto i piani o le aspettative.

So di te le cose che non dici. Non quello che non dici ma che ci sono cose che non dici e te la lascio lì, come la biancheria pulita sul comò, finché non ti va di mettere a posto.  So di te le cose quando stai per dirle, l’espressione del tuo sguardo, dove lo appoggi, sulla mia bocca, niente di importante. Le mani, il pollice di lato, l’unghia da torturare. So di te le cose che dici. Le parole che ti appartengono, quelle che hai abbandonato, i periodi in cui hai una parola ricorrente. Quando sono arrivata dicevi “”oriundo”, mi faceva sorridere la tua capacità di infilarla in contesti impensabili. Poi c’è stato il momento del “confutare”. Adesso “il concetto”.  So di te le cose che hai detto. Non tutte, alcune sono sul comò. Quando vorrai.

So di te cosa ti ho preso, sai di me che è tutto al sicuro.

So di te che leggi più libri contemporaneamente e non so come fai. Due o tre libri sul comodino, un po’ uno un po’ l’altro, a sere alterne, la stessa sera a volte.  So di te che quando mi leggi lo fai tra le righe perché tu sai che è lì, lo specchio, la quota di verità che restituisco, il panno steso ad asciugare, il demone che vuole mangiare, l’esorcismo.

So di te quando non ci sarò. Avrai le mani fredde e ti spariranno gli occhi dal viso, ma solo per un momento, perché tu sai di me.

Sai di me. Hai il mio sapore, so di te che sai di me dalla prima volta della mia bocca sulla tua. Ecco perché niente è stato importante, prima.

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Un minuto e mezzo (a cosa penso mentre mia figlia combatte)

 

Sapete quanto dura un incontro di Kumite? Sapete cos’è il kumite? Word, per esempio, non lo sa e segna la parola come un errore. È il combattimento nel Karate. Ci si scontra su un tatami rosso e blu, si indossano le cinture anche quelle rosse o blu su un karategi, che poi è il kimono, bianco come il lenzuolo di un ospedale. Ci si mette uno di fronte all’altro, ci si inchina, ci si saluta, si salutano i giudici che sono quattro seduti agli angoli del tappeto che serve da ring, si saluta il pubblico, il quinto giudice resta in piedi tra i due avversari e dà inizio alla sfida.

Un incontro di kumite dura un minuto e mezzo. Novanta secondi. Con le pause si arriva a due minuti, due e mezzo. Le pause ci sono quando uno dei due si fa male, allora il quinto giudice interrompe il combattimento e verifica. Se è il caso chiama il medico. C’è sempre una barella del 118 sullo sfondo durante gli incontri. Alla fine vince solo uno come è normale che sia. Ci si saluta, si salutano i giudici, ci si rivolge al pubblico, si abbraccia il coach che ha passato il tempo a dare le indicazioni a bordo tatami. Il combattimento consiste in calci e pugni, ogni tecnica ha il suo nome giapponese e quelli no, non li so, non li ho imparati . Cristina lei sa tutto, invece. Perché lei fa kumite. Almeno tre allenamenti alla settimana e una gara quasi ogni sabato o domenica.

Io l’accompagno sempre. La sera prima della gara verifico che abbia il karategi pulito, le dico cento volte almeno di preparare già tutto, i guanti, i paratibie, il paradenti. Le due cinture, quella rossa e quella blu. Il giorno della gara ci presentiamo in tempo utile per la registrazione della presenza e la verifica del peso, perché ovviamente si combatte per categorie e per fasce di peso. Lei è un’esordiente -47 kg. Poi mi siedo sugli spalti, scambio due battute con il suo allenatore, controllo di averle dato l’acqua e il miele. Perché le si chiude lo stomaco quando deve combattere e allora abbiamo trovato questa soluzione, si porta dietro un flacone di miele e lo ciuccia come faceva quando ho smesso di allattarla e si teneva da sola il biberon, lo tiene ancora nello stesso modo e va indietro con la testa con lo stesso movimento di allora, la vedo dalla mia posizione, ogni tanto si avvicina al borsone e si attacca al miele.

E poi io aspetto.

Che la chiamino, che inizi, che finisca.

Mentre aspetto seduta dondolo il busto avanti e indietro, è lo stesso movimento che facevo quando la tenevo in braccio  e poi ero talmente abituata che mi capitava di dondolare mentre lavoravo, durante qualche sopralluogo dai clienti. Una volta una mia potenziale cliente, ero lì per fare il preventivo, mi chiese “Dottoressa, ma lei ha un bambino piccolo?”. Perché anche lei ne aveva uno e aveva riconosciuto quel barcollare ritmico. Poi accettò il mio preventivo.

Aspetto e dondolo. Sorrido agli altri genitori della nostra squadra, parlo un po’, ma solo un po’. E accarezzo i grani del mio bracciale tibetano mentre aspetto, dondolo, penso.

Aspetto, dondolo e penso.

Che dura novanta secondi, un minuto e mezzo. Se vince poi deve fare almeno un altro incontro e ne può venir fuori una giornatona. Se perde la giornata si trasforma in giornataccia. Un minuto e mezzo era la pausa da una contrazione all’altra durante il travaglio. Cristina non voleva nascere, il termine era passato da nove giorni e ormai non ci credevo più. Pensavo di essermela immaginata. Lei che stava scivolando via quando non era ora all’inizio della gravidanza  si era poi messa comoda e non si schiodava. Quando ho avuto il distacco di placenta sono rimasta immobile a letto, ho implorato il cielo, ho pianto tanto. Ho guardato robaccia in televisione, mangiato toast nel letto, visto piovere dalla finestra della mia stanza, aspettato dal mattino quando lui andava al lavoro fino a sera quando tornava, ascoltato mio padre che cercava parole di consolazione senza trovarle, visto mia madre accompagnarmi con delicatezza in bagno e controllare se il sangue era ancora rosso vivo, perché io avevo paura. E mi diceva che le sembrava più scuro anche se non era vero e poi mi riaccompagnava a letto, apriva le finestre e sentivo il profumo del giardino bagnato dalla pioggia di novembre e di dicembre, mentre aspettavo che quella ferita cicatrizzasse e che il mio bambino non scivolasse via. A questo penso mentre la vedo sul tatami durante quei novanta secondi.

Le contrazioni erano arrivate di notte, avevo letto che i mammiferi tendono a partorire con il buio, mentre i predatori dormono, per dare al cucciolo più possibilità di sopravvivenza. In ospedale non c’era un letto disponibile, mi avevano sistemata su una barella in sala visite, poi l’ostetrica che mi ha seguita nei mesi finali della gravidanza ne ha fatto spuntare uno. Così avevo un letto con le lenzuola bianche e avevo le contrazioni che mi davano tregua per un minuto, un minuto e mezzo, era ormai l’alba e i predatori non si erano ancora visti. In sala parto qualcosa si è complicato, dopo quattordici ore uno scambio di sguardi tra l’ostetrica e il medico chiamato a verificare. Cristina è nata con un cesareo d’urgenza, l’hanno tirata fuori in un minuto, un minuto e mezzo da quando hanno tagliato il mio addome,  alle 16.12 di un sabato. Una giornatona. Quando sono tornata in stanza con le flebo attaccate al braccio, coperta fino al mento dal lenzuolo,ero sola. Erano tutti al nido, a vedere lei. Ero sola per la prima volta dopo mesi.

Aspetto, dondolo, penso e sono sola.

Come quel giorno, lei fuori da me, nel mondo senza di me. La osservo combattere per restare dentro il tatami, per non prendere colpi mentre cerca di darne, girarsi appena ad ascoltare il coach che le urla qualcosa di incomprensibile, vorrei cercare con lo sguardo i genitori dell’altra ragazzina ma non riesco, penso solo alla mia, lì da sola penso solo a lei che sta combattendo da sola. Siamo sole entrambe. E mi viene da sussurrare appena “tenete, tenete, tenete tutto…” e forse lo faccio, lo sussurro, schiudo appena le labbra e forse sembro mezza scema in quel minuto, minuto e mezzo, ma va bene mi dico mentre la osservo e penso tenete, tenete tutto il resto, non ho altro, non ho niente che non sia questo.

Aspetto, dondolo, penso, sono sola e non voglio altro, tenete il resto, tenete il catetere che brucia, la morfina quando finisce, le infermiere che ti lavano a letto e mettono una cerata sopra il lenzuolo bianco e infilano i guanti blu, sono in due e si occupano di farti il bidet mentre parlano dei fatti loro, tenete il controllo della ferita, che non faccia infezione, tenete i punti da togliere e il rumore di metallo quando cadono nella vaschetta tenuta su da uno specializzando che osserva attento. Tenete il dolore, le lacrime, la paura, tenete le carezze sulla testa lanuginosa, il gioco delle somiglianze vinto in partenza da suo padre e la certezza che così smettere di amarlo sarebbe stato penoso semmai fosse successo. Tenete il vaccino quando hanno sbagliato qualcosa e le si è bloccata la gamba, la sua prima influenza intestinale era gennaio e avevo smesso di allattarla, tenete il verso che faceva che sembrava giapponese –okooo– e che forse era già una delle tecniche di combattimento, tenete le mani paffute, la frangia lunga, le mollette per capelli sperse dietro i cuscini del divano, tenete la sigla dei Barbapapà e il pupazzo di Barbazoo, tenete la masanetta di spugna per fare il bagno e se non sapete cos’è fate attenzione che vi può pizzicare con le sue chele.

Tenete. Tenete il resto, non mi serve più. Tenete tutto, lasciatemi lei, su quel tatami, per quel minuto e mezzo. Tenete anche il rancore e le frasi sbagliate e quelle cattive. Quell’incipit mostruoso “affidate a te diventeranno…”. Come se le mie figlie fossero di altri e io le avessi prese in prestito, in affido o peggio sottratte, rubate. Tenete, tenete tutto, lasciatemi la cicatrice che attraversa il mio addome e che prude e tira quando penso a quella frase come quando cambia il tempo e infatti il tempo è cambiato ed è diventato tempesta così i predatori restano rintanati. Tenete, tenete tutto, tenete il resto e lasciatemi lei che quando finisce si volta sempre a cercarmi.

Io aspetto.

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Lascio, sempre

 

Le mie figlie entrano a scuola da sole, parcheggio davanti al mio ufficio che è nella stessa via dell’istituto che frequentano, una al primo piano, elementari, l’altra al secondo piano, medie, e loro vanno. Cristina non mi saluta nemmeno, scappa veloce che nessuno veda che ha ancora una famiglia, Pepe mi dà la mano come consolazione fino al cancello e poi va, un ultimo bacio, la frase con la quale ci salutiamo è sempre la stessa “ci vediamo alle quattro”la sua battuta, “ci sarò” la mia battuta. Alle quattro io ci sono sempre.

Lascio loro così, frugo in borsa per trovare le chiavi, inutilmente, perché le metto nella bustina interna di ogni borsa eppure le cerco sempre, le tiro fuori, apro, interruttore sulla sinistra, cinque gradini e sempre sulla sinistra la porta della stanza dove lavoro io, fino alle quattro, poi lascio tutto com’è. Questo ufficio l’ho affittato tre anni fa, è stata una necessità e una gran botta di culo allo stesso tempo, fenomeno rarissimo nella mia vita (non lo stato di necessità ma la botta di culo). Dovevo andare via da dove lavoravo prima, nel senso fisico del termine, ero troppo vicina a persone che era meglio che non mi vedessero più. E così mi sono messa in cerca di qualcosa che fosse vicino alla scuola delle ragazze, per ottimizzare gli spostamenti. Ho trovato questo posto, piccolo e vivibile, i gradini all’ingresso mi sono piaciuti subito, ci ho messo delle piante finte prese all’Ikea, e ho lasciato qualcuno affacciato alla finestra ad aspettare invano di vedermi passare. Io ottimizzo sempre.

Lascio l’auto e mi muovo a piedi, da qui. Arrivo in centro, se voglio. Vado in palestra, meno di un chilometro, cammino e intanto penso,non è poco. Attraverso la stessa piazza che attraversavo da ragazzina per andare al liceo, è la stessa strada solo all’incontrario. La cosa che è rimasta uguale da allora è il bar tabacchi all’angolo, il resto è tutto diverso. Forse la farmacia, ma non sono sicura. E c’erano i semafori, prima, adesso c’è una rotatoria e le strisce per i pedoni e un pezzo di pista ciclabile. Non c’è più la cabina telefonica dalla quale chiamavo il mio ragazzo quando scendevo dal pullman, prima di prenderne un altro, alla fine della mattinata a scuola. Lui studiava all’Isef, io ero in seconda classico. Si diceva così, prima, seconda e terza classico. Terzo, quarto e quinto anno. Lui aveva altri orari, magari dormiva fino alle dieci, io lo chiamavo a casa, viveva già da solo a Milano, ricordo ancora il numero, gli dicevo non so più cosa, forse che mi avevano interrogata o come era andata la versione, che mi mancava forse, ma non sono sicura. Una volta lui mi aveva raccontato di un suo esame, ricordo, ero appoggiata con lo zaino alla porta basculante della cabina, aveva dovuto fare il quadro svedese, io avevo riso, mi sembrava assurdo che quella fosse un’università, lui si era offeso e mi aveva detto che quel mio atteggiamento così sicuro era fastidioso, forse aveva detto qualcosa che c’entrava con il fatto di sparare sentenze. Il casino era fare pace entro il credito della tessera telefonica. Non sono sicura di esserci riuscita quella volta. Vorrei dirglielo che no,  io non sono sicura sempre.

Lascio Cri da una compagna, più tardi. Devono fare una ricerca di musica, su un’opera lirica, non ho capito quale, il professore di musica dice che visto che i ragazzi, oggi, ascoltano musica di merda grazie a quel che passano i mass media allora lui dà questi compiti, così capiscono che c’è anche altro. Mi sembra giusto. A parte che ha detto “mass midia”, durante la riunione, e io ho visto la professoressa di lettere fare la bocca del disgusto e volevo abbracciarla o anche solo dirle che sembrava che sparasse sentenze ma che la capivo. A parte che la musica di merda la ascoltavo anch’io secondo il mio professore di musica e ancora l’ascolto secondo le mie figlie, quindi sono almeno trent’anni che per qualcuno io ascolto robaccia. Io, a volte, lascio la playlist delle ragazze in macchina, anche quando sono sola, perché è come la mano di Pepe sino al cancello, un po’ mi consola. Sono felice che Cri si organizzi con le amiche, che vada a casa di qualcuno, che voglia invitare altre ragazzine da noi, anche se questo mi genera un po’ di ansia, non so perché, forse perché poi pensa che le altre mamme siano meglio, che a casa degli altri ci sia più felicità o più libertà o più serietà perché io lo so che a volte non le sembro seria, a volte io non sono seria e che magari questo non le piace e allora magari invita poche persone per colpa mia, perché la imbarazzo ma poi penso porca puttana se la imbarazzo io allora non c’è davvero speranza per nessuno e però così mi pare che sono lì a sparare sentenze ma non vorrei mai colpire lei e niente alla fine lascio perdere che faccia come vuole, che vada dove vuole, che inviti chi vuole, che mi lasci stare che io ho l’ansia. Sempre.

Io andavo dalla mia amica Laura che aveva una casa bellissima, con il salone e la sala da pranzo, la taverna e la mansarda, i suoi genitori avevano il bagno in camera, era la prima volta che ne vedevo uno, che mi dicevano che si poteva avere il bagno privato, padronale, ecco. Lei aveva la nonna che viveva con loro e la tata tutto il pomeriggio. Mangiava partendo dal secondo perché per la pasta i tempi di cottura erano più lunghi rispetto alla carne allora la mangiava dopo. A me sembrava stranissimo. Anche mangiare primo e secondo nello stesso pasto, io a casa mia mangiavo la pasta a pranzo e la carne a cena. E poi aveva il telefono in camera, alle due del pomeriggio sua madre la chiamava dall’ufficio e le chiedeva della giornata a scuola. La mamma di Laura era una donna molto curata, fumava le sigarette sottili e lunghe, aveva lo smalto rosso e le calze velate, indossava decolté con il tacco a spillo e pellicce argentate. La mia amica Vale invece aveva due sorelline piccole e sua madre cucinava le polpette friggendole nel burro o nella margarina. A casa mia il burro non lo avevamo. Mia madre non lo usava, da noi solo olio, il burro era roba da piemontesi diceva e noi non siamo piemontesi, sottolineava.  Però anche da Vale c’era disordine come da noi ma sua madre era più allegra della mia, faceva battute divertenti, voleva che le dessi il tu e sembrava felice di avermi lì. Una volta si è arrabbiata con la figlia, io ero da loro e ho assistito, è stato imbarazzante. Ma era arrivata anche la nonna in visita, forse a riportare una delle sorelline e aveva difeso la nipote, a voce alta, quasi rimproverando lei la figlia. Le aveva detto “non ha chiesto lei di nascere, l’hai voluta, ricordatelo sempre”. Io a questa frase ci penso, ogni tanto. Quando mi arrabbio con le mie figlie o con mia madre o con me stessa. Ma con me stessa io mi arrabbio sempre.

Lascio da parte sempre qualcosa, non finisco del tutto. Lascio due pratiche per lunedì, potrei farle ma non le faccio. Perché così so già cosa devo fare, da dove partire, come devo iniziare.  Devo trovare un modo anche per finire, per sapere come finire. Pare che la fine sia più importante dell’inizio, in tutto. Che devi avere un’idea certa della fine per partire bene dal’inizio, in tutto. Per esempio, una storia, se sai già come finisce allora è più facile raccontarla dall’inizio perché la ricostruisci all’indietro, come il pranzo a casa di Laura insomma. Io ho problemi con la fine, con il finale, mi viene l’ansia e allora non finisco. Oppure finisco in modo brusco, tronco, lascio alla finestra ad aspettare di vedermi passare e non passo più, faccio il dito medio da qui, non dedico nemmeno un finale,  lascio tutte le ragioni che nemmeno saprei dove mettermele anche a volermele tenere. Lascio appunti sparsi, uso fogli di recupero in ufficio, un quaderno verde sempre in borsa, l’applicazione notes del telefono, i post it nel primo cassetto della scrivania. Li lascio scritti a mano, con la mia grafia illeggibile, se possibile peggiora di anno in anno, ormai faccio fatica a rileggermi da sola. Lascio idee come lascio capelli nel lavandino in questo periodo. Lascio ricordi e poi qualcuno mi chiede perché e io non so rispondere, non del tutto. E vorrei dire che così lascio me ma temo che non capirebbe cosa significa volersi lasciare e non poterlo fare, non saper scrivere il finale e allora lascio perdere, lascio correre, lascio stare.  Alla fine io mi lascerei sempre.

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Detto tra noi

 

Discuto solo per le cose di scarsa importanza. Per le altre, quelle importanti davvero, non può esserci discussione. Sono io che decido cosa è importante e cosa no, per me. E su questo possiamo discutere, va bene, non temo chicchessia, sono campionessa del Mondo di Disputa e me la cavo bene anche nelle gare di monologhi mascherati da dialoghi. Non mi preoccupa discutere, ho due figlie che cercano di vincermi per sfinimento dal loro primo vagito e io resisto granitica e indecifrabile. La frase base dell’approccio filiale è “mamma ti prego”, la risposta base è “inutile, non sono una divinità” anche nella variante “non sono la Madonna” ma il riferimento pagano mi piace di più. Sono la prima di tre figli, ho condotto vere e proprie trattative sindacali per ottenere venti minuti in più sul coprifuoco, ho espiato le pene più severe, le prime e quindi le meno flessibili e più improvvisate, comminate dai miei inesperti genitori che solo negli anni hanno rivisto il loro impianto sanzionatorio a beneficio dei miei fratelli, rei dopo di me e sempre meno di me. Sono rimasta nel gruppo whatsapp dei Fiordalisi l’anno in cui alla maestra, per Natale, è stato regalato un tapis roulant, scelta che ha generato un numero di messaggi tale che il mio amico Ivocci, fisico matematico e mago, non è ancora stato in grado di misurare.
Non temo le discussioni.

Le cose importanti le distinguo in tipiche e atipiche. La distinzione è intuitiva: è tipicamente importante tutto quanto attiene alla sfera della salute ma solo oltre un certo coefficiente di serietà, quindi un raffreddore non è importante. Però, però una verruca ha un’importanza atipica. Perché rimuoverla richiede un numero di sedute dal dermatologo intervallate da medicazioni casalinghe che rende preferibile il ricovero in lunga degenza. Il mio tempo è tipicamente importante. Su questo non si discute, anche perché la discussione me ne farebbe perdere e io ho paura di perdere tempo. Io so che non ne ho una quantità illimitata. Ovvietà, si può ribattere. E invece no, non è ovvio manco per niente. Io adesso lo so, prima non lo sapevo. Lo so proprio. Io sto ferma davanti allo specchio, mi guardo, e lo so. So che la clessidra è stata girata, che ogni giorno è un giorno in meno per il libro che non ho letto, per quello che non ho scritto, per trasferirmi al mare, per iscrivermi a Filosofia finalmente. Adesso io lo so davvero.
La libertà ha un’importanza tipica. Purtroppo la libertà di essere se stessi atipica, perché prima bisogna sapere quel che si è e questo richiede tempo, poi quando lo capisci ti ritrovi davanti a uno specchio con la clessidra girata e ti viene l’affanno.
L’amore, tipico. La restituzione dei libri prestati, atipica. L’educazione è tipicamente importante, la solitudine atipicamente. Il rispetto tipico. L’ironia, atipica.

Mia figlia Pepe mi ha detto che pensa che i suoi amici “non abbiano l’ironia” perché a volte lei fa delle battute o dice delle cose in quel modo che ha lei che gioca con i silenzi e ti aspetti che se ne esca con una roba gravissima o comunque molto seria e invece no, magari scoppia a ridere e loro non capiscono. In lei le risate sgorgano come il sangue da una ferita. Perché chi ride così da qualche parte si è fatto male. Una volta voleva raccontarmi qualcosa che era successo a scuola ma ha iniziato a ridere mentre la diceva e non riusciva a smettere e rideva in mezzo alla strada e allora ho iniziato a ridere anch’io che ancora non sapevo cosa voleva raccontarmi finché non mi ha fermata, ha preso fiato e mi ha detto “aspetta, aspetta, che metto da parte le risate per dopo”. Ha smesso, ha raccontato e ha ricominciato a ridere ancora più forte. Per lei l’ironia è qualcosa che si ha, non si acquisisce, non si sviluppa, non si prende da qualche parte come la sua dannata verruca plantare. Penso che abbia ragione.

Non dico sempre le cose in faccia. Quelli che ti dicono le cose in faccia, in genere, la sola cosa che ti dicono in faccia è che loro dicono le cose in faccia. Io non ho voglia di dire le cose in faccia a tutti e sempre. Mi ci sono arrovellata con il pensiero, in questi giorni, attorcigliando i capelli tra l’indice e il medio dietro l’orecchio sinistro. Ne sento tanti vantarsi, rifilano la predica a chiunque, che loro sono diretti, schietti, ecco, schietti e sinceri, dicono. Viene quasi voglia di crederci. A me no, però, non viene. E nemmeno la voglia di dire sempre le cose in faccia. Questa cosa della voglia sta diventando una componente sempre più rilevante della mia condotta. Ci misuro il tempo. Niente orologi o battiti di ciglia, niente sobbalzi del cuore o fogli di calendario. L’unità di misura del mio tempo è la voglia che ho dietro le palpebre: chiudo gli occhi e inspiro, apro gli occhi e se ho voglia faccio, dico, scrivo, penso, mangio, impreco. Quando dico che non ho tempo, in realtà, non ho voglia. Quando dico che non ho voglia è perché so che non ho tempo, non ne ho davvero, perché adesso lo so. Dico le cose in faccia a seconda della faccia, se è importante si, altrimenti no. Ma si può leggere come la penso sulla mia faccia. Oppure qui.

Ho dovuto descrivere un cuore di gomma chiuso in una gabbietta per uccelli. Era un esercizio, mi hanno fatta sedere lontana e da quel punto di vista ho dovuto scrivere. Avevo venti minuti di tempo. Come non averne, in pratica. Non ero nemmeno certa che fosse un cuore di gomma, sembrava anche un cervello, avevo il dubbio. Io ho sempre il dubbio, tanto. Tra cuore e cervello soprattutto, ma il tempo era poco e ho scelto il cuore, che poi è esattamente come vivo. Ho scritto un monologo che sembrava un dialogo su questo cuore portato via, lontano, sulla vita vissuta senza cuore chiedendomi come fosse possibile, in realtà, vivere con un cuore che sente tutto. Per farlo, per scrivere, ho rigirato le dita tra i miei capelli e sono andata lontano nel tempo, a quando ne avevo ancora tanto o per lo meno non sapevo, ancora non sapevo, di non averne abbastanza. Sono tornata alla prima volta che il mio cuore è andato via da me, ho pensato a un nome che mi piaceva pronunciare e che non chiamo più, a tutto quello che gli ho detto dritto in faccia come se fosse importante, alle risate che abbiamo mischiato come vino con acqua, come sangue in un patto scellerato. Al mio cuore che poi sembrava un cervello quando sono andata a riprenderlo e funzionava come funzionava un cervello e non un cuore e così è stato per tanto tempo o forse solo finchè ne ho avuto voglia.

Ho letto a voce alta questa storia del cuore lontano, mi sono imbarazzata, ho balbettato in due momenti, come da piccola, ho preso fiato, ho finito di leggere e mi veniva da ridere ma era per il nervoso, era la tensione, era il sollievo, era qualcosa di importante che non avevo mai più detto. Adesso io lo so davvero.

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La prima volta

 

La prima volta che ho visto un morto avevo sette anni ed era una morta. La nonna di mia madre, la madre di mia nonna. Era sdraiata nella bara al centro della sua camera da letto, attorno a lei le sedie su cui si alternavano mia nonna, sua sorella e la signora che se n’era occupata negli ultimi anni, Francesca,una donna che a me sembrava vecchissima anche lei e con un nome molto strano per una donna anziana perché, secondo me, ci sono nomi che non si adattano alla vecchiaia. La singora Francesca portava sempre un foulard colorato in testa, credo non avesse i capelli, e puzzava. Ogni volta che andavamo a trovare la “nonna Vecchia” dovevo baciare anche lei e lo facevo in apnea. Arrivavano i parenti, entravano commossi, io giravo per il corridoio, proprio nel senso che roteavo, piroettavo,giocavo, la casa era piccolissima, un bilocale con una cucina corta e stretta dove gli adulti fumavano, non c’era spazio per tutte quelle persone. C’era uno specchio, uno specchio mobile, a figura intera. La sorella di mia nonna era sarta, riceveva le clienti alle quali confezionava gli abiti su misura, in quel periodo, poi, lei e mia nonna avevano ancora  un negozio di abbigliamento in quella stessa via, di fronte a casa che all’occorrenza quindi serviva anche da magazzino e da atelier. Le clienti si svestivano veloci, provavano l’abito e mia zia, abilissima, prendeva le misure, infilava spilli che teneva in bocca senza paura, il metro giallo e morbido come una collana intorno al collo mentre berciava “ma quando mai questa lunghezza, non usa più, si vede in tutte le riviste, fai come dico io”. Lo specchio era ovale, marrone, forse nero, e mobile. Doveva essere d’ingombro nella camera da letto trasformata in camera ardente e allora era stato spostato in corridoio.  Girato verso la camera, però.

La prima volta che ho visto un morto era una morta e l’ho vista riflessa nello specchio mentre giocavo a fare la stilista, era agosto e avevo i sandalini, un pantaloncino corto e le gambe magre. Mia madre aveva i jeans azzurri e una maglietta bianca, i capelli rossi naturali, mogano diceva lei , ricci naturali anche quelli, non era ancora stata male di quel male che l’avrebbe resa sempre triste durante gli inverni successivi, era magra, dispiaciuta e fumava. Naturale.

Non ho avuto paura, a quel punto ho detto a mio padre che l’avevo vista e lui mi ha presa per mano e mi ha portata davanti alla bara aperta.

“E’ morta. Di vecchiaia”

Non era “andata in cielo”, non era successo nulla che non potessi capire. La nonna Vecchia era vecchia e quindi era morta di vecchiaia. L’abbiamo sempre chiamata così, c’era amore nel chiamarla così, c’era  rispetto. Adesso sento gente che si offende per l’uso della parola “vecchia” ma secondo me è il modo in cui viene detto. Il mio compagno di banco non aveva più il papà perché era morto investito mentre attraversava sulle strisce pedonali. Ho pensato che quello era peggio. Morire di vecchiaia andava bene. Se sei vecchio nessuno deve più portarti il regalo per la festa del papà, lui lo preparava comunque e lo lasciava davanti alla foto in salotto,aveva raccontato in classe. Se sei vecchio nessuno ti chiede di fare il bagno insieme in mare quando ci sono i cavalloni, lui doveva arrangiarsi e con la bandiera rossa restava fermo a riva. Io no, io il bagno lo facevo lo stesso. Se sei vecchio morire va bene, è giusto. Io attraversavo sulle strisce facendo sempre molta attenzione. Comunque, anche la nonna Vecchia finché è uscita faceva attenzione sulle strisce, attraversava veloce con passetti ravvicinati.

Al funerale non ricordo di essere andata, secondo me non mi ci hanno portata per risparmiarmi le lungaggini in chiesa e poi al cimitero, non per altro. Non c’è mai stato pudore nel raccontare la morte.

“rinascerà,papà?”

“io penso di si”

“anche il papà di Massimo?”

“si, penso”

“ma allora come fa a vederlo lo stesso se è già rinato? lui gli porta i regali perché la maestra dice che chi muore vede tutto dal paradiso, anche Don Sebastiano lo dice a catechismo”

“magari non è ancora rinato, forse aspetta che suo figlio sia grande”

“allora la nonna Vecchia può rinascere anche subito perché non deve più vedere nessuno”

“magari vede ancora te”

“non si ricordava nemmeno il mio nome, papà. Secondo me lei può rinascere subito.”

La prima volta che ho pensato di morire è stata la notte in cui ho compiuto trentatre anni, nel 2011.  Cri e Pepe dormivano nella loro stanza, avevano quattro e due anni appena compiuti. Avevo ultimato da poco un percorso intenso di psicanalisi che sintetizzo sempre nella frase ”per due anni ho spalato merda a mani nude”, perchè secondo me detto così rende l’idea di dove sono stata. Avevo -avuto- la depressione post partum. Esaurimento nervoso su base depressiva, c’era scritto sul foglio della dottoressa, una psichiatra. La morte era stato un tema fondamentale, toccato più volte, il mio approccio con la morte, la mia paura della mia morte, una novità per me. Ma era rimasta sempre una paura narrata, una paura intellettuale. Mettevo in conto per la prima volta di morire e temevo di lasciare le mie bambine orfane, così piccole, costrette a portare dei lavoretti di merda fatti a scuola davanti alla mia foto,io che in foto vengo malissimo, lavoretti di merda davanti a una foto di merda, affidate a persone che le avrebbero cresciute in un modo che non approvavo mentre il padre, disperato, avrebbe continuato a lavorare per mantenerle sentendosi ripetere che non c’era problema, mentre mi cercava anche lui, per fare una battuta che fa ridere ma solo se c’è l’altro, io, che la capisce subito, per guardarsi senza parlare e aver detto tutto che non è una cosa che fai così, con la prima che passa. Ecco, a me quel pensiero lì mi scatenava il terrore di morire. Dicevo allo psicanalista “mi basta arrivare ai loro diciotto anni”. Nel dirlo, con la bocca allappata, immaginavo la loro crescita senza di me e mi commuoveva il mio stesso funerale, sentivo la mia mancanza, piangevo per la mia morte come se mi riguardasse mentre in realtà avrebbe riguardato solo loro.

La notte in cui ho compiuto trentatre anni, invece, io ho pensato che stavo morendo. Il dolore all’addome era lancinante. In piena notte sul divano pensavo che lui doveva assicurarmi che si sarebbero laureate, in quello che volevano, ma che avrebbero finito tutti gli studi. Che le avrebbe cresciute usando la sua testa ma pensando sempre a cosa avrei detto io in ogni situazione. E poi pensavo ai miei genitori, a mio padre, non era giusto morire così, senza essere vecchia, senza che lui fosse abbastanza vecchio da dimenticarsi il mio nome. Il mio nome non è un nome da vecchi, però. Allora sto morendo. Pensavo. A mia madre. Ed ero triste di una tristezza straniante ma naturale.

La prima volta che ho pensato che sarei morta, poi, non sono morta. Mi hanno presa in tempo, un attimo prima che “la bomba nella pancia esplodesse”, hanno portato via quel che non funzionava più, messo due cerotti e mi hanno rassicurata, anche la pancreatite era stata evitata. Il chirurgo, amico di famiglia, nel dimettermi mi ha detto “eccoti come nuova, sei rinata”. Senza madre. Rinascere si fa senza essere partoriti di nuovo, rinascere si fa da soli, rinascere si fa perché sei già morto, da qualche parte, in qualche punto,in un certo momento.

La prima volta che mio padre mi ha restituito le mie vecchie pagelle, un mese fa, l’ho preso in giro:

“hai paura di morire? perchè mi dai questa roba?”

“perché è tua, sto facendo ordine nei cassetti, mica ho paura, morire si deve almeno hai già le tue cose “.

Continuiamo a non aver pudore nel parlare di morte.

La pagella di prima elementare riporta di una bambina disciplinata, logica, attenta, educata. Con una sorprendente proprietà di linguaggio per la sua età. In grado di riferire in modo preciso e puntuale un fatto realmente accaduto. Ero una piccola vergine scassacazzi che raccontava per filo e per segno quel che accadeva intorno a lei senza inventare nulla, mi mancava solo di berciare anch’io “ma quando mai, è andata come dico io, senti qui…”. Come faccio adesso.

Insieme alle pagelle mi ha dato anche il lavoretto per la feste del papà fatto nel 1986. Quell’anno mi era andata bene, niente lavoretti manuali, la maestra aveva optato per un libro fatto da noi venticinque, ciascuno dedicava una poesia o un pensiero al suo papà, tutto raccolto in questo florilegio della II C. Anche Massimo, che non si chiama davvero Massimo ma non mi va di scrivere il suo nome che comunque è un nome che secondo me da vecchio andrà ancora bene. Io avevo scritto una filastrocca piena di riferimenti alle passioni di mio padre, la pesca e il cibo fondamentalmente. Nemmeno tanto brutta, ho letto cose peggiori scritte dai miei compagni. E poi mi ha restituito anche la mia prima poesia.

La prima volta che ho scritto una poesia l’ho fatto in corsivo e con la replay blu. Era il 25 agosto del 1986, ho venduto l’opera al prezzo stabilito in 1000 lire, indicato sul retro della stessa. L’ha comprata lui, mio padre, si intitola La Brezza e recita così:

“oggi una  dolce brezza

fa oscillare quel piccolo

giglio in riva al lago.

Nell’aria

c’è un

profumo vivo , e io mi sento

rinascere”

La prima volta che io sono rinata l’ho scritto. Naturale.

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Come se

 

A Torino sta piovendo come se non ci fosse un domani. A me piace, una volta non lo dicevo perché era abbastanza impopolare, adesso lo dico perché è sufficientemente impopolare. Quando dico che a me questo tempo fa stare bene mi guardano come se mi mancasse qualcosa e invece no, ho tutto, pure troppo. Semplicemente mi piace il rumore della pioggia, sembrano mille mille mille, millanta diceva mia figlia da piccola, tasti battuti contemporaneamente, come se fosse una gara di scrittura. Mi piace e adesso lo dico chiaramente, come se questo riguardasse solo me, come se non stessi dicendo che tutti dovrebbero amare la pioggia.
Pioveva anche una sera, otto mesi fa circa, come se servisse un altro personaggio alla scena, quando ho visto andare via una persona da qui, di spalle, come se scappasse. Gli ho detto che gli avevo voluto bene come se fosse stato mio fratello. Quella sera, così gli ho detto, lui mi ha risposto che si era sentito amato proprio così, come se fosse stato mio fratello.
Pioveva come se non ci spettasse un domani, quella sera. E invece il domani lo abbiamo avuto.
Gli ho voluto bene come se fosse stato mio fratello. Ma non era mio fratello. Lui lo avrei rincorso.

Lunedì c’è stata la riunione della squadra agonistica di Cri, perché un tecnico è andato via, improvvisamente pare, e bisognava capire il destino di questo gruppo. Un gruppo bello, fantastico, coeso, come se fosse una famiglia ha detto qualcuno a un certo punto, non ricordo chi. Io avevo la consegna del silenzio, sono andata in qualità di genitore, ovvio, sono un genitore, ma mio marito mi ha chiesto di non parlare, di non intervenire, per non sembrare troppo ruvida o diretta o cinica o qualcos’altro di impopolare che pare io possa risultare. E allora sono stata zitta, come se non avessi niente da dire, ma ne avevo, oh se ne avevo. Anche solo che grazie, no, a me di famiglia fa già venire l’eczema la mia figuriamoci se finanzio l’attività agonistica di mia figlia per sentirmi incastrata in un’altra famiglia. Chi la vuole una grande famiglia pure lì. Mi basta una squadra. Oppure che ormai d’improvviso non c’è più nemmeno il meteo, che le previsioni ormai ti dicono anche a che ora inizia a piovere, così ti puoi regolare con la roba stesa. Ecco, volevo dire cose così, ma ho rispettato la consegna del silenzio, come se mi stessi solo facendo un’idea. Ma ce l’avevo già, la mia idea. Comunque alla fine il destino del gruppo non si è capito, esattamente come nelle grandi famiglie, tutti parlano e non si arriva al punto.

Oggi mi hanno mandato un meme che dice “mi sento stanca come se la stanchezza l’avessi inventata io”, è carino. In effetti mi sento così, eppure dormo, rispetto a una volta quando alle tre del mattino giravo per casa cercando soluzioni. Eppure va meglio, in generale, ritmi collaudati, casa, scuola, ufficio, palestra, scuola, sport delle ragazze, casa, un corso il martedì sera per quel mio bisogno patologico di sentire che mi aggiorno e mi formo con costanza e che il mio cervello è in grado di lavorare ancora e di ricordare sempre. Ma questo senso di stanchezza non molla, è un sottofondo, come se volesse dirmi qualcosa e ci girasse intorno per non sembrare impopolare. È una stanchezza solo in parte fisica, è una stanchezza profonda, come se fosse un insieme accumulato di delusioni, aspettative, inadempienze, situazioni che dovevano essere e invece non sono state e adesso sono accatastate senza ordine una sull’altra e io mi sento scoraggiata come se dovessi rimettere tutto a posto da sola. E questa faccia, questa faccia che la racconta tutta la storia della stanchezza profonda anche se la racconta da rughe senza importanza come se ancora il tempo non avesse deciso cosa fare sul mio viso e facesse le prove e questo corpo, questo corpo che alleno perché non caschi giù mentre lo uso, come se fosse solo appoggiato in bilico, questo corpo che studio come se fosse nuovo, come se non lo conoscessi e lo giudico, lo boccio, non lo perdono mai. Stamattina ho detto a Stefano, il trainer che mi segue per la rieducazione della diastasi addominale e al quale ho dato l’incarico di non dimenticarsi di allenare anche i miei glutei, le gambe e le alette da Batman nelle braccia che al sorriso di Joker ci pensavo da sola, che mi sento come se fossi una tovaglia da diciotto, per quelle tavolate di Natale, da grande famiglia. Aggiusti da una parte, si stropiccia dall’altra. Fa grinze e ha qualche macchia che non viene più via. Ci si mette sopra il bicchiere o il piatto in modo tattico, che non si veda.

Stasera ripensavo a tutto questo mentre pulivo la cucina dopo il primo turno di cena, io e Pepe. Cri e suo padre usciranno dall’allenamento di Karate alle 21 passate, dall’altra parte della città che attraverseranno come se non stesse piovendo, con quella guida rilassata che ha lui, mai uno scatto o una frenata brusca. Io freno sempre e metto avanti la mano destra a parare il passeggero, come se ci fosse sempre qualcuno accanto anche quando non c’è. Quindi il loro turno sarà dopo, la tavola è apparecchiata per metà. Mi è venuto in mente, mentre lavavo la tazza della colazione lasciata nel lavello stamattina, che in latino “come se “dovrebbe dirsi quasi. Mi sono asciugata le mani con lo strofinaccio giallo, prima ho fatto quella cosa di schizzare il cane, Kimb, lo faccio sempre, gli piace. Sono andata in sala e ho preso dallo scaffale il Castiglioni Mariotti, il mio dizionario di latino del liceo, proprio lui, e l’ho maneggiato come se non fossero passati ventidue anni dall’ultima versione, come se le scritte “io cuore leo” le avessi fatte questa mattina. Pepe mi ha chiesto:
“cosa fai mamma?”
“controllo una cosa”
“perchè?”
“curiosità”
“che bello”
“cosa?”
“che sei ancora curiosa”.

Confermo. Quasi: come se. Ho sorriso, perché martedì sono uscita da un appuntamento alle 11.30 e già da almeno dieci minuti ero in panico perché mi sforzavo di ricordare dove avevo parcheggiato e non lo ricordavo, ho salutato velocemente, come se avessi fretta di andare avanti con il mio lavoro e invece ero quasi disperata perché non ricordavo. Come se non lo sapessi. Ho sorriso perché il latino, quello, me lo ricordo. Quasi tutto.
Quasi. Ho controllato il significato italiano : poco meno. Non è come se, è poco meno di.
Un’altra cosa, un altro senso a tutto.

A Torino piove ed è quasi domani. Dico a tutti quelli che si lamentano del tempo che amo la pioggia ma prima aggiungo “io sono impopolare, lo so”, quasi per giustificarmi. Quel che manca alla giustificazione vera è che quel che mi piace riguarda solo me.

Ogni tanto ripenso a quel quasi fratello andato via velocemente, voltato di spalle. Quel che gli mancava per essere mio fratello era la mia mano in caso di frenata.
A Torino piove, io sono stanca ma anche curiosa, ricordo e dimentico. E non mi manca niente.

La giornata è, comunque, quasi finita. Quel che manca è la cena di Cri e suo padre, la tovaglia è pronta, con le sue macchie e sistemata alla meglio, manca solo il piatto in tavola e il racconto dell’allenamento, con le previsioni e le speranze per la gara di sabato e a vederci da fuori sembriamo quasi una famiglia come un’altra. Quel che ci manca è l’eczema.

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Facile

 

C’è una canzone, una canzone di Fabri Fibra, Lascia stare, che  a un certo punto fa “se parlo dei fatti miei la gente si offende”. Si, io sono una persona che dice che le canzoni fanno. Dico: “come si chiama quella canzone, quella che fa così…”. Le canzoni fanno, mi sembra sia corretto dirlo. Le canzoni a volte fanno schifo, le canzoni fanno piangere, fanno innamorare, a me è successo di innamorarmi di una canzone e poi di aver bisogno che ci fosse un ragazzo a cui pensare e allora lo trovavo e me ne innamoravo, per forza e alcune canzoni fanno guarire, a me fa guarire L’Ultimo Spettacolo di Vecchioni, mi ha curata due anni fa quando quello che amavo, la mia vita, la mia famiglia erano come in terapia intensiva e dovevo decidere se accanirmi con le cure o staccare le macchine. Le canzoni fanno ricordare. Ci mancava che Spotify sdoganasse Battisti sul finire di quest’anno che è stato un anno difficilissimo e bellissimo e bruttissimo e non mi ci voleva questa, che sembra facile non ascoltarlo se lo sai che dopo è difficile, che pensavo fosse dimenticata quella roba lì e invece lo metto e ciao, parte il carrozzone del groppo in gola e penso che ne sai tu di un campo di grano e se è vero o no che credo in Dio . Si, io sono una persona che dice che le canzoni si mettono, gli autori si mettono. Io in macchina li metto. E aspetto a scendere finché non è finita la mia canzone, quella che fa, quella che mi fa.

Io sono una persona che parla dei fatti propri, qui. E c’è gente che qui viene e poi si offende. Ma è facile non offendersi, basta non venire qui. Una volta un mio amico mi ha detto che smettere di fumare è facile, basta non fumare. Ecco. Basta fare altro quando viene voglia di accendere una sigaretta, il cervello si può ingannare, diceva, o perlomeno distrarre. Qui è uguale, basta andare su un altro blog, magari di cucina, e non ci si offende ma non è che si può dire a una persona di non raccontare i fatti propri. Soprattutto se questa persona è dispettosa.

È difficile essere dispettosi quando si è adulti ma non è qualcosa che puoi smettere di essere, puoi anche smettere di fare i dispetti, non è facile ma si può, ma non puoi smettere di essere dispettosa. Io ho lo sguardo dispettoso. Per quello tengo sempre su gli occhiali da sole, anche in pieno inverno, mica è vera quella stronzata che mi dà fastidio la luce. Ho gli occhi talmente scuri che non patiscono niente, anzi. Veramente qualcosa patiscono: le persone che non mi piacciono. È facile non piacermi, basta pochissimo, basta essere uno che urla, uno che parla a voce alta, uno di quelli che chiamano i figli o le mogli o i mariti a voce alta in mezzo alla strada, in mezzo al cortile della scuola. Basta essere un furbo. A me i furbi non piacciono, i furbi quelli da pianerottolo, i furbi che lasciano la macchina a cazzo, tanto è solo un minuto, quelli che tagliano la fila tanto devono solo chiedere una cosa, veloce. Basta essere uno che cerca di fare pena, uno che smuove la leva emotiva della compassione. Io tengo su gli occhiali da sole ma si capisce lo stesso, perché è facile capirmi. Davvero. È facile capire se mi piaci o no, non faccio molto per nasconderlo. Anzi, niente. Se rido di qualcosa che dici mi piaci. Facile. Ma non devi toccarmi quando mi parli, altrimenti non mi piaci più.

È difficile che io mi offenda. Fondamentalmente non me ne frega molto di cosa dicono perchè sono presuntuosa. È facile trovare i miei difetti, sono tutti in superficie, sono tutti a vista. Mi offendo quando viene presa in giro la mia intelligenza, quando sento bugie, quando rigirano le parole o sbagliano la ricostruzione fattuale di un evento per sua natura collocato nel tempo e nello spazio. Per il resto no. Comunque è difficile starmi accanto, non tanto per i difetti che quelli sono e non sono nemmeno così insopportabili, ma proprio per me, è la mia costituzione che rende difficoltosa la vicinanza. È difficile che io voglia avere qualcuno accanto perché ho la soglia dell’insofferenza bassissima, mi ci sono voluti oltre diciotto mesi di psicanalisi per capire che ci sono cose, persone e situazioni che mi scatenano insofferenza e per imparare a prevenirle ed evitarle, non è facile, non sempre mi riesce, ci sono momenti in cui ancora ci casco dentro e allora lì, lì diventa difficile, difficilissimo, vivermi vicino, sfiorare il mio fianco è come togliermi l’aria, cercare di calmarmi è come innescare un ordigno. Non è facile ripararsi, è come dinamite.

È facile sorridere divertita quando qualcuno che non vedi da quindici anni ti dice che non sei cambiata per niente “nemmeno di un minuto” e tu rispondi con quel sorriso e ci aggiungi un “magari” e lì, dietro a tutto , dentro a tutto, pensi a quanto è stato difficile ma salvifico, invece, essere cambiata così, così tanto e ripensi che odiavi la montagna  mentre aspetti la neve per ciaspolare nei boschi , che tuo marito era sposato con un’altra, che forse di figli non ne volevi e lei invece si, che la tua laurea era sbagliata e faceva sentire sbagliata te, che i cani sotto i trenta kg non erano cani e accarezzi il tuo chihuahua blu a pelo lungo che sei andata a prendere a Novara in un pomeriggio di pioggia dopo averlo aspettato per due anni e no, nemmeno le figlie hai atteso così,  che ancora cadevi nel tranello del senso di colpa ma per fortuna funzionava già il meccanismo dell’intuito, che non hai avuto coraggio in un sacco di occasioni, che sei inciampata in giornate e persone che dovevano essere memorabili e invece non te le ricordi, che il tuo addome aveva la pelle liscia e compatta, il tuo sorriso era un siparietto divertente mentre adesso è un sipario a volte pesante da aprire su un teatro mezzo vuoto, che c’erano persone che sapevano se era vero o no che credevi in Dio e adesso non lo sai nemmeno tu.

È facile offendersi, quando sai di aver sbagliato. È difficile dirlo, lo so, è difficile per tutti.  Io ho sbagliato quando ho pensato di lasciar stare. È difficile fare la conta degli errori accumulati nella nostra vita e in quella degli altri, soprattutto nella nostra però.  È facile ascoltare una canzone che ci dia ragione, è difficile ascoltare una persona che non ce la dà. E che non la vuole. E’ difficile se ti dicono “lascia stare” non lasciare stare ma se sei dispettoso è più facile.

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Niente scusa, niente grazie

 

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni, ma niente. Non mi ricordo la prima volta che lo abbiamo detto, il momento in cui abbiamo stabilito questa regola tra noi, questo art.1 della nostra Costituzione. Eppure è importante. E io non me lo ricordo. Non so, mi viene in mente una sera, autunnale, nella tua macchina, quella con i sedili rossi. Io avevo la Borbonese, quella a mezza luna, tra la coscia e la portiera, quella coscia, la destra, accavallata sulla sinistra, la tua mano sul mio ginocchio e poi sul cambio e poi di nuovo e poi fermi. Mi viene in mente quella sera ma potrebbe essere un’altra. Quella sera tu mi hai detto, io ti ho detto, allora tu mi hai detto e allora io mi sono incazzata e allora tu. Il mio ginocchio. La tua mano. Allora basta. Dovevamo finirla così ed eravamo seri, pensavamo davvero che allora basta, ogni volta. Senza possibilità di fraintendimento.
Non ricordo e forse è la cosa che più mi fa arrabbiare. Sono giorni che ci penso, però se mi viene in mente quella sera un motivo ci sarà. Chi dei due lo ha detto? Io. È una cosa mia, dai, pensaci. Io posso dire una cosa così, seria, puntandoti lo sguardo dritto in faccia che non puoi nasconderti e non puoi nascondermi nulla. Io posso dirti “tra di noi niente scusa. E niente grazie.”
Si, devo averlo detto io. L’idea è stata mia. Niente scusa, dai. Cosa chiedi scusa? Che senso ha? Quel che è fatto è fatto. Dimmi che farai altro, anzi non dirmi cosa farai ma pensa a me quando fai e a quel che sai di me, a tutta la fantasia che uso per vivere con me stessa ma non chiedermi scusa che poi devo scusarti e io, io non sono capace. E niente grazie. Cosa vuoi? Che ti ringrazi di cosa? Io non so dire grazie senza aggiungere “al cazzo”. Non suona bene.
Però, potrebbe anche essere una frase tua, in fondo, a pensarci meglio. Tu potresti dirla così, come una roba buttata a caso, calzini appallottolati sul divano che poi ne trovi solo uno, potresti avere avuto tu l’idea. “tra di noi niente scusa. E niente grazie”. Per cosa avrei dovuto chiederti scusa? Per averti amato di nascosto fino a quando non hai urlato “tana libera tutti” ed eravamo rimasti io e te in gioco e basta? Per averti amato così, scomposta, come una frattura dolorosa? Come una bambina che non riesce a stare ferma? E grazie, grazie di cosa? Di cosa mi avresti dovuta ringraziare? Delle stesse cose per le quali avresti dovuto anche scusarmi.

È andata avanti, bene, per molto tempo, l’applicazione di questa regola. Che sia stata mia o tua, poco importa. Siamo stati bravi nell’applicarla. Poi è successo qualcosa.

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni, ma niente. Non mi ricordo la prima volta che abbiamo derogato. Prima io o prima tu? Penso prima tu. Ma non sono sicura. Mi viene in mente che avevo i capelli scuri. Li ho tinti di nero quando ho compiuto trent’anni. Cri aveva quattordici mesi e io ho tirato su una colata di nero sui miei capelli biondi. E mettevo una sciarpa rossa anche se era settembre e non avevo mai avuto una sciarpa. Infatti era tua- grazie. Avvolgevo la gola e poi facevo un doppio giro e così i due lembi mi cadevano sul seno. Mi vedo così se penso alla prima volta che ci siamo chiesti scusa e detti grazie. A mente ho aggiunto “al cazzo”, comunque, sappilo. Con i capelli neri e la gola avviluppata, sullo sfondo un grande malumore e un senso doloroso di precarietà. Non ricordo perché. Perché ci siamo chiesti scusa, perché ci siamo ringraziati. Non ricordo il perché specifico, il dettaglio. Ma so che era iniziato il nostro periodo detto del Fraintendimento. Il nostro personale e oscuro medioevo. Con le prime scuse avevamo aperto la porta all’incomprensione e quel che prima non aveva bisogno di essere detto adesso necessitava di un’esegesi accurata e non c’erano esperti ai quali rivolgersi. Anzi. Eravamo circondati da ridicoli cialtroni. Che però non facevano nemmeno tanto ridere.
Con i primi grazie avevamo dato avvio allo schema della riconoscenza e della gentilezza reciproca. Due balorde che si portano appresso come in un sabba l’insofferenza e la falsità. E la mia sciarpa, la tua in prestito-grazie-, sempre più stretta intorno alla gola, la mia che esplode- scusa.
Il Fraintendimento cadeva su tutto, sul lavoro che ci vedeva affiancati, con il mio procedere saputello e studioso e il tuo fare a sensazione e poi si vede. Sulle famiglie di origine e la perversione della coazione a ripetere. Sulla forma da assumere in tre, che un triangolo non è detto sia isoscele. E in quattro, che non è detto che un quadrato sia meglio di un rombo. Sulle nostre regole fondanti. Il dolore più grande da cui scivolava come un masso senza controllo la sensazione che tutto dovesse finire.
Tra di noi niente scusa e niente grazie.
Fai quello che vuoi, sii quello che sei. Ma ricordati di me, di tutta la fantasia che impiego, di tutto quello che penso perché tu sai, tu solo sai, tutto quello che penso, tu sai se è vero o se è inventato.
Tutto quello che è inventato è vero.
Ci eravamo dati anche questa regola. Questa è tua, non devo nemmeno pensarci. Nasce da un nomignolo che mi hai dato, una notte, inventato e che è diventato il mio secondo nome, Kibu, così vero che a volte penso di chiamarmi così.
Il Fraintendimento portava via tutto, lentamente, come un vizio che ti consuma giorno dopo giorno, puntata dopo puntata, tutto sul rosso, come la sciarpa. No, tutto sul nero. Come i capelli, che a farli tornare biondi non è stato facile. Portava via la spontaneità, il parlarsi direttamente e come capitava senza cura, senza belletti che si sciolgono al sole, parlarsi senza paura e senza premura, senza pegno da pagare per una confidenza. Il toccarsi senza sentirsi frangibili o osservati o imperfetti o sbagliati. Il guardarsi senza protezioni, senza occhiali o filtri, io ho passato dei pranzi con gli occhiali da sole addosso. La sciarpa stretta intorno alle parole e la mascherina scura sullo sguardo arrabbiato.

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni ma niente. Non ricordo. L’ultima volta che ho premesso. L’ultima volta che ho argomentato e fatto l’elenco dei perché si e dei perché no, l’ultima volta che ho sbuffato prima e inveito dopo per dirti come la pensavo. Mi viene in mente una sera di maggio di due anni fa. Era un venerdi, Cri aveva dato l’esame di cintura a Karate, quella sera hai ricevuto messaggi di chi ti diceva qualcosa su di me, sul mio comportamento, inventava ma non era vero, perché non conosceva le regole, non poteva inventare e far diventare vero, perché la verità è un punto fermo anche quando inventi e loro no, ti dicevano solo invenzioni traballanti. Quella sera mi sono tolta la fede dall’anulare e l’ho poggiata sul comò in camera da letto. La fede ha fatto “tin” cadendo. Questo suono lo ricordo.
Prima di quella sera avevo già pensato che non ne potevo più, ma non così. Avevo già il mio elenco punto per punto di azioni da intraprendere e di soluzioni pratiche da saputella studiosa, non l’ho mai buttato, è in ufficio, ultimo cassetto della scrivania. Avevo già immaginato una vita senza scusa e senza scuse, senza sciarpe, senza te. Avevo già inventato di giocare di nuovo, di nascondermi e non trovarmi per un po’ e di restare per ultima e poi urlare tana libera tutti sapendo che non c’era più nessuno da salvare. Solo me. Però mi viene in mente quella sera, proprio quella sera e allora qualcosa vorrà dire. La fede nella ciotola sul comò. Tin. La porta della camera da letto chiusa a chiave. Il mio pianto. “domani vado via”.Nessuna possibilità di fraintendere. Il tuo sguardo che non sapeva dove poggiarsi perché mi ero tolta da lì, da dove lo mettevi sempre come le chiavi della macchina sul mobile dell’ingresso. Il peso del tuo corpo sul divano, i tuoi pensieri spaiati come i tuoi calzini, appallottolati e lasciati lì, che non importa più a nessuno, che non c’è più nessuno che li raccoglie e te li riporta puliti. Il mattino dopo “ho capito, vai pure via, è giusto”. Nessuna possibilità di fraintendimento.

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni, da quando Cri mi ha detto che si ricordava di quella sera, me l’ha detto due settimane fa, a pranzo, dopo l’ultima telefonata traballante che hai ricevuto, che strani questi tentativi maldestri, come il pesce con l’amo in bocca che ancora dà qualche colpo di pinna e non si arrende e non capisce che ormai è fuori dall’acqua.
Forse dovrei chiederti scusa per le cose che devi sentire al posto mio, forse dovrei dirti grazie, per il fatto che lo fai. Ma aggiungerei comunque “al cazzo”, quindi no, non va bene.
Cri ricordava tutto, mi sono dispiaciuta ma le ho spiegato come mi sentivo. E che ho rimesso la fede al dito dicendoti che era l’ultima volta. Nessuna possibilità di fraintendimento.
Mi ha ascoltata come fa lei, in silenzio, come fai tu. Con lo sguardo appoggiato, lieve, che non faccia mai male, lei. Io te lo butto addosso, il mio.
“non è stato un bel periodo, quello. Per fortuna è finito, vero mamma?”.

“Si, è finito.”

Nessuna possibilità di fraintendimento.

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Giochiamo

 

Il Signor Qualcuno sapeva chi era. Sapeva dove abitava e il lavoro che svolgeva. Sapeva cosa fare nel fine settimana,aveva una fidanzata, in fondo, proprio per quello, sapeva come trascorrere le feste comandate, aveva una famiglia, in fondo, solo per quello. Ogni volta che incontrava persone che non conosceva si presentava: “sono Qualcuno” e tutti così sapevano che lui era il Signor Qualcuno.
Era settembre o forse aprile, sono così simili aprile e settembre che è facile confonderli, quando il Signor Qualcuno incontrò una signorina, il caso pensava lui, il caos pensava lei. “sono Qualcuno”-disse sorridendo- “Non ci credo”, rispose lei senza sorridere ma anzi con quel broncio posticcio di chi si sente irresistibile.
“Piacere” replicò il Signor Qualcuno. La signorina rimase silenziosa un momento di troppo, una pausa normale ma appena più lunga, perché era la prima volta che succedeva che il suo nome fosse capito subito, infatti la signorina era la Signorina Non Ci Credo.
La Signorina Non Ci Credo non sapeva chi era, dipendeva dalle giornate. Sapeva dove abitava ma avrebbe preferito vivere altrove. Il lavoro che svolgeva non lo aveva scelto né amato. Era una cosa da fare e la faceva. Bene, con metodo e con precisione. Non sapeva cosa farsene dei fine settimana allora li riempiva con lo studio. Per le feste comandate le veniva la nausea, il vomito, la dermatite. Quando era la bambina Non Ci Credo le veniva la febbre altissima e sua mamma, la Signora Quando Sarai Grande Farai Come Vorrai, le metteva del ghiaccio sulla fronte a casa di qualche parente, in genere dalla Signora Un Applauso Per Me, perché quelle erano le feste comandate e allora bisognava obbedire. Ogni volta che incontrava persone che non conosceva si presentava:”Non Ci Credo” e tutti la guardavano con diffidenza ma lei metteva su il broncio e il no sulla faccia e così si proteggeva.
La parola preferita del Signor Qualcuno era “stupiscimi”. La diceva sempre più spesso quando vedeva la Signorina Non Ci Credo e voleva vederla sempre più spesso, rubando il tempo dove poteva ma senza mai sentirsi un ladro. La parola preferita della Signorina Non Ci Credo era “e quindi?”. Che sono, si, due parole ma lei le pronunciava in un solo espiro. La Signorina pensava che la sintesi fosse da inserire tra le Virtù Cardinali. Il Signor Qualcuno iniziò a parlare in modo chiaro e diretto, mica subito, con calma, con il tempo che smise di rubare a quel che, in fondo, non voleva più. La Signorina Non Ci Credo appoggiò il broncio sul lavandino sotto lo specchio del bagno e si sentì comunque irresistibile perché lui non aveva resistito e così un po’ stupiti e un po’ instupiditi , mica subito, con calma, con il tempo, si presero.
Si presero la mano per attraversare la strada o in auto fermi al semaforo. Si presero una sera della settimana, poi due, poi tre, poi il fine settimana. Si presero un cassetto del comodino. Si presero un doppio spazzolino. Si presero del tempo, a un certo punto, ci voleva. Lo recuperarono, prendendosi tutti i baci in lacrime e tutte le lacrime tra i baci, si presero tra le lenzuola e ovunque si potesse e non si potesse. Si presero in giro. Si presero sul serio, poco. Si presero così com’erano e cambiarono. Si presero l’un l’altra come una medicina, un salvavita. Si presero e si raddoppiarono sfidando la matematica, 1+1 divenne 4, si presero e fu nuova vita, una vita Straordinaria prima, una vita Speciale dopo e si presero un seggiolone e un’auto familiare, si presero la varicella e le telefonate da scuola, un cane e poi un altro, si presero le lezioni di nuoto in inverno e l’umidità di Kuala Lumpur in Cit Turin. Si presero sottobraccio uscendo da qualche studio medico, tirando un sospiro, si presero cura di capelli lunghi e unghie dei piedi da tagliare, si presero spazio, con calma, con il tempo, uno accanto all’altra e quello spazio divenne l’universo .
Chi li vedeva non capiva. La Signorina Non Ci Credo era abituata a quegli sguardi, li aveva intercettati tutti, sapeva già cosa aspettarsi. Il Signor Qualcuno, invece, non pensava che gli altri dovessero capire.
La Signora Ti Spiego, non bella, non simpatica e per niente intelligente, raccontò alla Signora Non C’è Problema, che voleva sempre sentirsi indispensabile, delle cose false sulla Signorina Non Ci Credo e le raccontò anche al Signor Non Sono Stato Io, famoso per non avere mai un’idea sua, e tirarono su un pandemonio. Ma era un pandemonio tra tre demoni sgarrupati, che avrebbe fatto quasi ridere se non avesse colpito il Signor Qualcuno. Che, infatti, non rise. La Signorina Non Ci Credo stava, invece, aspettando. Lo sapeva da tempo, da quando una disse Ti Spiego e lei rispose Non Ci Credo, da quando quello disse Non Sono Stato Io e lei rispose Non Ci Credo, da quando l’altra le sputò in faccia un Non C’è Problema e lei urlò Non Ci Credo.
Ci sono cose che non possono funzionare insieme, alcune parole, certe persone, diverse storie.

I tre demoni disperati rimasti senza Qualcuno si rivolsero al Signor Nessuno.
Il Signor Nessuno non sapeva chi era, non completamente. Gli mancava un pezzo, indietro, della sua storia ed era un pezzo irrecuperabile .Il Signor Nessuno non aveva interesse particolare per la Signorina Non Ci Credo, si conoscevano appena, lui era brutto e lei pensava che la bruttezza andasse inserita tra i vizi capitali, lei non era ricca e lui pensava che la ricchezza fosse il solo fine perseguibile nella vita, ma lui capì subito come sfruttare il malcontento dei tre disgraziati e soprattutto intuì che lei era il solo modo di colpire il Signor Qualcuno. Il Signor Nessuno aveva trascorso la vita aspettando di poterlo fare. Perché lui era Nessuno, sempre. E l’altro era Qualcuno, per tutti.
Fu così che i quattro dissero e fecero cose stupide, una dopo l’altra, facendone una, una sola grave. Gravissima. Usarono la Bambina Straordinaria. Come si usa uno strumento di lavoro, come si usa una cosa e non una persona, mai una persona. Il Signor Qualcuno li allontanò come si allontanano le zecche dal pelo del cane, soffocandole con un batuffolo d’alcol, come si isola un tumore in una pianta, la galla, togliendo nutrimento all’escrescenza.

La Signorina Non Ci Credo fece la sola cosa che sapeva fare o che poteva fare e iniziò a raccontare, sempre, come un aedo cieco e giurò. Lei che non giurava mai, giurò. Come un soldato.  Soprattutto quando le arrivava l’eco disperata di qualche stortura, il vociare lontano di chi pensa che tutto sia stato dimenticato o che nulla sia mai accaduto, la distorsione di chi si sente la vittima delle sue stesse parole.

Con calma, con il tempo.

 

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E’ sempre di domenica

 

Ricevere. Il verbo da studiare per domani: indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, infinito, participio, gerundio. Un casino, una confusione, una contestazione.
La differenza tra riceveremo e riceveremmo. Ricordati Pepe. Una emme è futuro. Semplice e pure certo. Due emme è tutto da vedere, è condizionale, mica c’è niente di sicuro, sai.
“è importante, Pepe, usi i verbi sempre, tutto il giorno, anche quando non parli, anche quando pensi e basta, nella tua testa tu usi i verbi. È facile, Pepe, dai, senza drammi.”
“ma se già li so usare perché li devo studiare?”
“perchè non è che sei nata sapendo i verbi, ogni volta che hai sbagliato qualcuno ha corretto il tuo errore, anzi, è proprio dall’uso dei verbi che ti rendi conto di chi hai di fronte, sai? Pensa a quanti sbagliano il congiuntivo. Vuoi essere una persona che sbaglia il congiuntivo?
“no, non voglio essere come Di Maio”.
Il Piemonte. La regione da studiare per domani. Tre pagine di sussidiario, la regione dove abitiamo. È montuosa, si, è collinare, si, c’è la pianura padana si. Il libro pone l’attenzione sulla coltivazione del riso. Sull’allevamento dei bovini. Il Po e i suoi affluenti. L’artigianato orafo di Valenza. Che palle. Che due palle. Io da bambina andavo in edicola a comprare dei fascicoletti tematici che servivano per le ricerche, non so se esistono ancora, si ritagliavano le immagini, si scriveva la didascalia accanto con la replay o con la stilografica blu, la cartuccia da controllare a un certo punto e che finiva sempre di domenica. Che palle, che due palle la geografia.

Il cambio delle lenzuola, che potrei farlo fare alla signora in settimana e invece lo faccio io. Di domenica. Anche mia madre cambiava le lenzuola la domenica, io l’aiutavo, soprattutto per il letto matrimoniale, solo se non l’aiutava già mio padre. Perché il letto matrimoniale non si fa in tre. Porta male.
“perchè?”
“perchè si dorme in due nel letto matrimoniale, a farlo in tre significa che c’è qualcuno di troppo?”
“e a farlo da soli?”
“no, a farlo da soli non porta male”
“e ma significa che sei solo”
“mica porta male”
“e se l’altro è morto? O se n’è andato?”
“dai, tira meglio il lenzuolo sotto, che poi sembra un pagliericcio”
Io le cambio da sola. Per tutti e tre i letti, le ragazze hanno i letti da una piazza e mezzo, Cristina ha il letto che era di suo padre da ragazzo, forse l’abbiamo concepita lì, non ricordo ma mi sembra di si.
Le federe ben tese, il copripiumone colorato. Pepe vuole che non ci sia una piega, Cri forse nemmeno si accorge che c’è stato un cambio. Ci si butta sopra a leggere e mangiare. Io non potevo, ma avrei voluto. Condizionale. Ma portava male sgualcire le lenzuola appena messe, nel senso fisico dell’incazzatura di mia madre.

Il pranzo della domenica. Non esiste, mai istituito, troppo stressante. Galleggiamo, se non ci sono gare di Cri, abbiamo pigiama libero, divano, qualcuno dipinge, qualcuno legge, i compiti. Sky, repliche, registrazioni, spuntini, pane tostato, il caffè a letto. Instagram, un po’ di Facebook, le lavatrici arretrate, WordPress, le statistiche.
“sai che questa settimana mi hanno letta dal Giappone?”
“dai, chi c’è in Giappone che conosci?”
“nessuno. Perché scusa non può essere qualcuno che non mi conosce?”
“si, ma mi sembra strano”
“no, guarda, è stato più strano quando quello lì mi ha letta dal viaggio di nozze alle isole paradisiache solo per vedere se scrivevo male di lui”
“si, è vero”
Internet e quel che capita. Oggi è capitato un viaggio organizzato a New York, la Scuola Holden over 30, il registro elettronico, un sito di annunci di dammusi a Pantelleria.
Dai social ho visto che il mio primo amore di cent’anni fa ha fatto la revisione alla macchina del tempo, la Renault 4, che l’ha superata. Brava ragazza, quanto mi è battuto il cuore in quell’ auto. Quanta rabbia, quando ho scaraventato il regalo di Natale sul sedile posteriore senza nemmeno aprirlo. Mi stava lasciando, ma siccome non sapeva quanto sarebbe stato fattibile -condizionale- aveva pensato che presentarsi a mani vuote non era bello. Non so cosa fosse, quel regalo. Mi sono fatta lasciare, mi sono lasciata io, in realtà.
“vedi un’altra?”
“si”
“quella che abbiamo incontrato insieme il mese scorso nell’androne del tuo palazzo perché una coppia di suoi amici vive lì ed era un sacco che non vi incontravate e tu guarda che caso?”
“si. Come lo sai?”
“L’ho sentito”
“da chi?”
“no, Voga, non da chi. Da cosa.”
Lui adesso fa il comico. Davvero, di lavoro. A me non ha mai fatto ridere, però mi fa sorridere. Anche quella ragazza che si è lasciata perché fosse più facile e comunque faceva un male porco. Perché aveva capito e basta e quando capisci non vuoi perdere tempo. Anche lei ha passato la revisione.

La fine della settimana appena trascorsa e l’inizio della settimana si incontrano sempre a un certo punto della domenica, di ogni domenica, in un momento. Per me quel momento è quando sento una specie di irrequietezza, ripenso a quel che ho fatto, inizio la programmazione di quanto ho da fare. I libri di Pepe, non sono ancora arrivati. Il vaccino di Cri, fatto. Il tennis mercoledì, le scadenze bancarie entro giovedi’ tutte. Il mio compleanno martedì scorso, la gara di Cri ieri e la sconfitta che non è mai una compagna piacevole con cui viaggiare in auto al ritorno. La sensazione che tutto sia stato fatto. Che tutto sia stato già detto, almeno una volta. Che nulla possa cambiare per me ma solo per loro, ormai. Che il mio tempo sia passato mentre decidevo cosa fare senza aver deciso alla fine e che ora basta, non tocchi più a me. Tocca a loro. È sempre di domenica quel momento in cui penso di non poter più. A volte dico “non ne posso più” ma non è giusto. Quello che penso è “non posso più”.

I silenzi. Abito in campagna, più cani che persone, ognuno ha i suoi spazi qui, le ragazze hanno una stanza ciascuna. Quando abbiamo deciso di non far più condividere la stanza avevano sei e otto anni, qualcuno ci ha detto che era troppo presto per separarle. Non si sopportavano. Cristina aveva solo robot e supereroi vari, Pepe voleva la casa di Barbie e la tappezzeria a fiori.
Io avrei pagato per avere la mia stanza da bambina e invece la dividevo con mio fratello prima, con mia sorella dopo, quando io avevo diciotto anni e lei sei, vite diversissime, dormivamo una accanto all’altra senza condividere ovviamente nulla. Io e mio fratello abbiamo lottato per guadagnare centimetri uno a discapito dell’altra, usavamo i libri o i fumetti per creare confini e muri immaginandoci soli senza mai esserci sentiti soli. Non c’era mai silenzio, soprattutto di domenica quando eravamo tutti a casa.
I silenzi, ora, ci sono soprattutto di domenica. Le ragazze se vogliono stanno insieme nella stanza di una delle due, altrimenti no. Ma non si sentono mai sole e mai si immaginerebbero sole. Basta aprire una porta o chiuderla, sanno che si deve bussare, aspettano. I silenzi sono forse la mia conquista adulta più importante. Insieme alla rinuncia di ogni liturgia domenicale, dal pranzo alle visite di cortesia.
“la domenica è fatta per riposare”
“vero”
“allora non usciamo?”
“vuoi uscire?”
“no, figurati. Voglio riposare”
“va bene. Tua sorella è d’accordo?”
“non mi importa, io non esco”

La nostalgia. È sempre di domenica. Forse la domenica è un giorno inventato proprio per permetterci la nostalgia e molti lo sprecano con i rimpianti. I ricordi, i ricordi sono sempre di domenica. Gli album di foto, la galleria del cellulare, le cornici da spolverare. Ho trovato una foto che ha ventinove anni, giusti. Era settembre del 1990, eravamo appena tornati dalle vacanze trascorse per la prima volta nella casa appena comprata al mare, in quello che sarebbe diventato il mio posto del cuore. Ho mia sorella in braccio. Io e lei, i nostri dodici anni di differenza, i mie capelli lunghi così simile a Pepe, la sua pelle bianca come la neve, la mia presa sicura e divertita, il suo sguardo tranquillo. Io mi occupavo di lei completamente. Dal pannolino alla pappa, ero capace di gestirla e a nessuno sembrava strano, folle, precoce. Non ho nostalgia di quel periodo, per niente. Ma lo ricordo. Lo ricordo benissimo, lo ricordo con tenerezza e con tristezza, lo ricordo mentre mia nipote mi corre incontro allargando le braccia o quando torna dai pomeriggi con suo padre e mi si butta al collo. Quando cambio le lenzuola in camera di Cri e mia sorella è seduta dietro di me alla scrivania e non so se sa anche lei che il letto non si rifa in tre ma penso di si, sicuramente si, e poi penso che sette mesi fa abbiamo vestito nonna, insieme, io e lei, nonna appena morta in un letto senza pieghe, l’abbiamo vestita noi, io e lei, i nostri dodici anni di differenza, una differenza che non si colmerà mai, io e lei e il suo matrimonio che finiva in quei giorni e quel dolore porco che ci faceva piangere, eravamo strappate, le radici tremavano tutte, le chiome erano spoglie, io non sapevo-potevo, prenderla in braccio perché non era più il tempo, perché non era più giusto ma le ho detto che sarebbe passato.  Come quando si faceva male da piccola.
“passerà”
“si”
“fa male, lo so”
“si”
“passa, hai capito che passa? Ti assicuro che passa”
“si”
“non c’è più”
“no”
Passerà. È il futuro. Semplice e pure certo. Come certi passati.

 

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