Scusate se ve lo dico

Quelli che mi dicevano “goditele adesso che poi…” sono spariti. Non si fa così, non si va da uno che si è appena seduto a tavola per dirgli che l’antipasto è una meraviglia e conviene riempirsi di quello che poi… io non lo faccio e se l’ho fatto mi scuso, magari qualcuno che mi conosce personalmente mi dirà guarda che a me l’hai detto e allora ne approfitto e mi scuso se è successo. Se a qualcuno ho detto di godersi il figlio finché è piccolo l’ho fatto perché non sapevo cosa dire, perché non ci ho pensato, perché fanculo ve l’avranno detto altri cento beccatevi anche il mio. Se l’ho detto sappiate che non ci credo nemmeno un po’. Se proprio dovete godervi qualcosa che sia un massaggio total body o un calice di Donna Fugata. I figli si crescono, si accudiscono, si amano sempre di più con il passare del tempo, si capiscono sempre meno con il passare del tempo e allora vuol dire che stanno diventando qualcuno che non sei tu. Ed è cosa buona e giusta.

Non godeteveli che non serve a niente.

Appena dormiranno tutta la notte filata dovrete iniziare a svegliarli per portarli all’asilo. Vi sentirete delle merde, loro avrebbero dormito e non hanno voglia di fare colazione ma l’asilo è bello, l’ingresso è fino alle nove. Se non siete di quelli con il cartellino da timbrare l’asilo è poco snervante. Fino alle 16 stanno lì, con le pantofoline e il riscaldamento al massimo, pranzano e imparano un’infinità di canzoncine. Cristina mi cantava sempre “era la sera battaglia di magenta i cavalieri tornavan dalla guerra, cavalieri!” oppure “le ranocchie son partite con la gioia nel cuor loro avevano dei progetti dei progetti d’amor”, solo che non diceva la erre, la saltava proprio e alcune consonanti le considerava inutili e quindi diventava tutto un “ea a sea battaia di magenta, i cavaiei tonnavan da guea, cavaiei e le anocchie son pattite con la gioia nel cuo looo avevan dei pogetti dei pogetti dammoooo”. Comunque si capiva abbastanza, conosco adulti che si esprimono peggio.

L’asilo ti lascia liberi i fine settimana, non ci sono compiti e nemmeno feste di compagni perché le organizzano in settimana in locali con nomi come Saltimatti dove c’è una ventenne con le calze colorate che trucca le bambine e un bolso studente universitario che gonfia palloncini a forma di cane e seduti sullo sfondo tanti, tanti nonni. Perché l’asilo è una questione di nonni. Alle 16 se siete di quelli con il cartellino da timbrare non riuscite ad arrivare. Dovete trovare un asilo che ve li tenga fino alle 17 o alle 18. Imparate già la frase, è proprio uno slang: “me lo tiene”. Sceglierete sempre in funzione di chi ve lo tiene di più, anche meglio per carità, ma capirete che la quantità conta di più. E allora arrivano loro, i nonni.

Quelli che mi dicevano che fortuna avere i nonni li ho fatti sparire io, uno per uno, a piccoli calci in culo, ritmici e costanti, come le ranocchie che sono partite con progetti d’amor. Io sono dell’avviso che i nonni debbano fare i nonni e che in forza del principio di effettività se vengono incaricati di mansioni diverse ne assumeranno in concreto i diritti e i doveri che ne derivano. In altri termini poi pensano di avere voce in capitolo. E questo ha un prezzo troppo alto. A me viene l’orticaria.

Il mio amico Fabri, al quale voglio un gran bene, mi ha raccontato che, quando è nato, sua madre ha chiesto aiuto alla nonna, la propria madre, perché doveva tornare al lavoro. Ne ha ricevuto un rifiuto netto ma argomentato, no, cara figlia, perché se viene su bene non mi riconoscerete alcun merito ma se viene su male sarà colpa mia. Immensa e geniale.

All’asilo i nonni sono compresi nell’arredamento. Si informano su quanto del pranzo è stato davvero mangiato, si confrontano sulla qualità del cibo, parlano male delle nuore e/o dei generi incuranti del fatto che la creatura ascolta e anche la mamma accanto a loro sente tutto e poi riferisce, si preoccupano del sudore dietro la nuca del nipote ma non tolgono il cappotto per rivestire i bambini quindi sudano copiosamente. La cosa più fastidiosa che i nonni dicono è: “il mio/il nostro“, inanellando una serie di luoghi comuni subito dopo. Il mio mangia poco, il mio dorme con la luce accesa, il nostro è vivace. Rivendicano la proprietà. E questo è male.

Alle elementari l’ingresso è tra le otto e le otto e un quarto, si è tutti un po’ più disgraziati. Se c’è un fratello minore arriverà all’asilo insieme alla bidella e così per il resto della vita scolastica, anche alle medie dove l’ingresso è alle otto. Man mano che si va avanti con gli ordini e i gradi di istruzione i nonni sfoltiscono, alcuni muoiono altri vengono dismessi o comunque si fa più ricorso al doposcuola, alla mamma che ne prende due o tre perché li porta a calcio o a tennis o a danza o a nuoto o a far merenda a casa sua perché, segnatevelo, un bambino da solo è pesante, a volte pesantissimo, in due litigano soprattutto se sono fratelli ma in tre è quasi libertà di lasciarli in una stanza da soli e respirare. In quattro è la situazione ideale ma dovete avere un’indole buona, essere proprio brave persone nel cuore. Quel che capita, però, andando avanti è che alcuni genitori vengano scambiati per nonni, data l’età media sempre più alta nella quale ci si gode la genitorialità, quelli che mi fanno pensare ma porca puttana l’avevi quasi scampata e invece no, ti ci sei voluto infilare in questa roba, ma perché? Perché? Cosa ti hanno detto? Guarda che la gente dice un sacco di cazzate.

L’adolescenza fa schifo.

I nonni diventano abbastanza antipatici, si sentono rifiutati, di fatto lo sono, e allora invece di essere un conforto o un supporto (comunque cari nonni sareste ancora i genitori dei genitori di un adolescente) ti danno addosso. Ti trattano, di nuovo, come se l’adolescente fossi tu. Non fai abbastanza. Sei troppo accomodante. Sei troppo rigido. Sei troppo presente. Troppo assente. Permetti al pargolo baffuto dalla voce inascoltabile e alla fanciulla con reggiseno scoordinato che spunta dalla maglia troppo corta sulla pancia di rispondere male, di stare sempre al telefono, di non aiutare in casa.   

Durante l’adolescenza i nonni vanno evitati, bisogna passargli il minimo delle informazioni, inventare qualche palla credibile. Ci sono anche quelli che non dicono, tacciono e parlano una volta sola, per dirti che ti sta bene, che te lo meriti, perché tu sei stato un adolescente pessimo e adesso è il tuo turno. Quelli sono i sadici. Ci godono, ecco il poi… che ti veniva profetizzato, goditeli finché sono piccolissimi perché poi saranno i tuoi genitori a godere quando arrancherai per scalare le vette del silenzio musone, quando ti schianterai contro la parete liscia di una porta chiusa e busserai chiedendo permesso in casa tua, dove tu paghi le bollette, le utenze, il mutuo, dove ti verrà detto che le tende che hai scelto fanno cagare oppure non ci si accorgerà che hai scelto delle tende, dove ti verrà contestato l’invito a cena dei tuoi amici perché a loro non piacciono. Ai tuoi figli non piacciono i tuoi amici. Ai tuoi genitori non piacevano i tuoi amici. Hai qualche dubbio sulla tua capacità di scelta.

Infine, ci sono i nonni negazionisti. Non è adolescente, l’adolescenza non esiste, è un ingorgo della mente, una convenzione sociale, un inutile rifugio per gli incapaci. Non vedi che è sempre il bambino di sempre? Non vedi che è bravo, giudizioso, diligente? Non vedi che se fa un po’ lo sciocco è perché c’è gente e si mette in mostra? I nonni negazionisti hanno la cataratta e guai a squarciare quel velo.     

L’adolescenza dovrebbe valere come master per un genitore o almeno come corso di Alta Formazione.

Io sono stata una adolescente tremenda, lo so, scusa mamma, scusa papà. È durata poco ma quel poco è stato intenso e violento, odiavo tutto quello che mi circondava, mi sarei tolta la pelle per il dolore che mi provocava quella vita appiccicata addosso, la sveglia alle sei senza sveglie solo gli occhi che automaticamente si aprono, mio fratello che dormiva nel letto accanto al mio, la colazione da sola in cucina con le tapparelle a metà, il freddo sotto la giacca mentre andavo a prendere il pullman, il peso di essere invisibile anche per il controllore che a me l’abbonamento non lo chiedeva, avevo la faccia di una che non sarebbe mai salita senza biglietto, la sensazione che se fossi sparita sarebbero passate ore prima che qualcuno se ne accorgesse, la non voglia di tornare a casa, la non voglia di andare a prendere mia sorella all’asilo, la non voglia di apparecchiare e sparecchiare ogni giorno tutti i giorni perché anche tua madre lo fa, si lo fa, è vero tu la vedi e vi fa sempre trovare il pranzo pronto anche quando è a scuola, si alza prima e prepara cose che potete scaldare e mangiare da soli, tutti fanno qualcosa, tuo padre lavora, tua madre lavora, tutti devono fare qualcosa e tu non hai voglia di stare qui. Il piccolo mondo dei parenti, delle visite obbligate, il broncio esasperante e più mi dici di toglierlo più lo tengo perché voglio darti fastidio, lo stesso fastidio che provo io addosso per il solo fatto di essere al mondo e di essere costretta dalla gravità. E non parlo di fisica.  

Quelli che spariscono dovrebbero prima dirti che puoi fare quel che vuoi, con i figli. Puoi goderteli, puoi viverli con ansia e affanno, puoi organizzarti o improvvisare. Tanto non serve.

Fai quel che vuoi, questo dovrebbero dirci.

Fai quel che sei, perché, i figli ti fregano così. Ti impediscono di dimenticarti chi sei stato. Ti costringono a rivivere tutto come un film nel quale però gli attori sono diversi, un remake di qualche storia della quale conosci la trama però questi ti sembrano più bravi.

Fai quel che vuoi, perché poi finisce.

Lettera di Natale

Io a te non credo, ma non prendertela perché non è che creda ad altri. Io spero, spero sempre. Ho sviluppato una mia forma di politeismo, ho un dio per ogni situazione, perché non riesco a stare così, senza chiedere e senza, comunque, offrire qualcosa in cambio.

Ho il dio del tennis, ogni volta che Pepe ha un torneo.

Il dio del karate, ogni volta che Cri sale sul tatami.

Il dio della matematica, quello ce l’ha anche Pepe, l’altra mattina dopo che la professoressa di spagnolo ha domandato se qualcuno aveva intenzioni particolari per la preghiera del mattino, lei ha aspettato che due sue compagne rivolgessero un pensiero ai nonni defunti e poi ha chiesto per il compito di matematica. Muy bien, le ha detto la Prof.

Il dio della musica, che niente quest’anno Cri ha deciso di non studiare più ma comunque la sufficienza ci serve.

Il dio dei cani, ogni volta che uno dei due mi sembra un po’ giù, abbacchiato e sono tentata di chiamare il veterinario e dirgli che c’è qualcosa che non mi convince e invece piove solo.

Il dio del tempo, sempre.

Quindi, puoi essere il dio del Natale, anche se a me il Natale fa schifo, non prendertela però, forse non è nemmeno vero che mi fa schifo, esagero. Io il Natale non lo vedo proprio. È lui che si ostina a vedere me e a piazzarsi davanti ai miei occhi ogni giorno più vicino finché non sono costretta a salutarlo. Però mi serve un dio del Natale al quale dire che un po’ sono stata brava, quest’anno. Per evidenti limitazioni pandemiche, ho frequentato meno persone e quindi sono stata meno caustica, irritante, provocatoria e dispettosa. Diciamo che mi è andata bene, come quell’anno che Lui mi ha chiesto un budget, anzi mi ha assegnato un budget trimestrale ed era serio, io mi sono guardata alle spalle, se per caso parlava con qualcuno che aveva davvero da dimostrare qualcosa, che insomma un paio lì che gli girano tra le palle ce li avrebbe pure e invece no, parlava con me. Ho superato il budget, anche grazie al fatto che un mio cliente ha fatto un cambio sede e la mia consulenza era indispensabile e urgente. Poi gli ho detto che è troppo facile chiedere a chi sai già che ce la farà.

E comunque indipendentemente dalla pandemia ho contato fino a cento moltissime volte prima di parlare e poi sono stata zitta, ho fatto quello che mio padre chiamerebbe togliere l’occasione e io chiamo selezionare le mie battaglie. Mi sono spesa molto poco, ho messo via le energie e comunque sono poche, figuriamoci se le avessi scialacquate senza pensarci.

Mi sono allenata sempre, la diastasi è sempre meno evidente mentre i muscoli della schiena sono più definiti, così porto meglio i miei pesi, Stefano è molto soddisfatto e anch’io, ho lavorato in modo costante e si vede, non ho tentato scorciatoie ma questo io non lo faccio mai.

Ho inscatolato da sola una casa intera e l’ho tirata fuori dagli scatoloni in tre giorni che anche se non è proprio come risorgere un po’ ti sembra di morire e rinascere.

Ho scritto in modo abbastanza puntuale e senza forzature, quando c’era qualcosa da dire ma anche in questo caso ho tolto le occasioni. Ho pianto e riso quasi in ugual misura, forse ho pianto un po’ di più ma era ora, ne avevo bisogno. Niente singhiozzi infantili, no, belle lacrime adulte, consistenti e quasi raffinate nella forma, perfezionate dagli anni, lacrime di accettazione, di comprensione. 

Però, forse, nemmeno tu mi credi. In fondo non sei tenuto a farlo dal momento che io a te non credo.  Quello che ti ho detto di quest’anno, comunque, è tutto verificabile e alla fine se non vuoi credermi almeno spera, anche tu, perché io spero che tu ci sia, altrimenti non saprei a chi dire quello che sto dicendo e chiedere quello che sto chiedendo.

Vorrei il mantello dell’invisibilità per un’ora al giorno tutti i giorni, non lo userei per andare in giro a farmi i cazzi altrui ma per potermi fare i cazzi miei in pace, giuro. Lo indosserei per leggere o per guardare un film, un pezzo di film, per andare dall’estetista e lì lo toglierei ovviamente, per fissare il vuoto nella parete davanti a me imperturbabile come un monaco zazen.

Vorrei che il tecnico della caldaia la riparasse perché il dilemma tra l’acqua calda e il riscaldamento non sono in grado di risolverlo, li vorrei entrambi e il camino è bello, suggestivo certo ma ha questo limite che tende a spegnersi se non viene alimentato e io ho già altre fiamme da alimentare nelle teste e negli stomaci e nei cuori delle mie ragazze e quindi ho chiesto al dio del fuoco di venirmi in soccorso ma forse l’ho chiesto male oppure ho peccato di tracotanza quando ho urlato “si, sono la donna che domina il fuoco” perché l’avevo acceso da sola e allora mi scuso. Adesso ho chiesto al dio della vailant, se non dovesse farcela per favore pensaci tu.

Vorrei dei libri ma quelli che voglio io, non è che perché uno è accanito lettore legge qualunque cagata anzi in genere è proprio il contrario. Vai nella libreria dove vado sempre, in Corso Telesio, loro lo sanno, sanno cosa leggo e cosa no e sanno anche che la casa editrice Adelphi non mi piace, non mi piacciono proprio i libri con quelle copertine, porta pazienza, non mi dire anche tu che è impossibile avere in ostilità dei libri a causa della casa editrice ma è così.

Fai in modo che quei tre minchia che mi leggono di nascosto si rendano conto che lo fanno di nascosto da se stessi ormai e basta sono a posto così, non ti chiedo ammissioni pubbliche, non me ne faccio nulla, tanto lo so che vengono qui perché in fondo gli piace ammesso che capiscano, fossero stati solo i motivi abietti degli inizi avrebbero smesso. Comunque si, ho detto tre perché sono davvero tre di numero, più tardi secondo me li trovi in Corso Telesio che cercano di individuare la libreria.

Vorrei che Mara riuscisse a tornare su. Noi diciamo andare giù quando va a Roma, dove vive e tornare su quando viene a Torino dove non vive più. Mica per me. Per lei, perché lei ha piacere di vedere i suoi cugini e i suoi genitori, i nipoti, la sorella, da oltre venticinque anni la osservo festeggiare il Natale come io non ho mai fatto e mi piace, mi piace lei, il profumo delle sue guance fredde quando passo a prenderla sotto casa dei suoi genitori che negli ultimi anni hanno traslocato e io una volta sono andata al vecchio indirizzo, come una memoria muscolare, mi piace saperla su anche se ormai vive giù.  

Se puoi fammi addormentare di colpo quando chiudo il libro e spengo la luce oppure dammi la capacità di leggere a oltranza e non questa cosa che mi succede per cui mi viene sonno allora spengo tutto e alé. È come se ci fosse un doppiofondo nel quale la mia testa si infila in quel momento della giornata, quando sono troppo stanca per leggere e non troppo stanca per dormire, lì ci sono tutte le mie minuterie e io mi ci perdo come per mettere in ordine e alla fine le guardo e basta.

Vorrei un pomeriggio con mio fratello sul divano a guardare una maratona televisiva di Occhi di Gatto, io e lui da soli, veramente soli, niente figli mariti compagni genitori nipoti, solo io, lui e Sheila, Kelly e Tati. A un certo punto io gli dico che voglio essere Kelly e lui mi dice che mi manca il neo e allora io gli rispondo che lo posso disegnare e allora lui ribatte che no, Kelly è più figa di me e allora io gli dico che tanto lui la tutina di Sheila non può indossarla e lui mi sfida con lo sguardo urlando questo lo dici tu.

Se ti avanza della sicurezza io la prendo, anche non tanta, anche un po’ rovinata, magari quella che qualcuno non vuole così accartocciata perchè ti è rimasta al fondo dei tuoi sacchi, comunque nuova, non voglio sicurezze di seconda mano.

Vorrei provare ancora la sensazione della compagna del banco dietro il mio che durante l’ora di Autori greci mi fa la treccina ai capelli perché si annoia e io a stento resto sveglia.

Vorrei che a Giulia piacesse moltissimo quello che sta leggendo in questi giorni e che mi chiamasse per dirmelo.

Infine, se ti ci sta nella slitta, vorrei un kit di pensieri maschili, non so se esiste, una specie di gift box con dentro battute da uomo e gesti da commilitone, io un po’ me la cavo di mio ma vorrei qualcosa di più specifico perché temo che Lui inizi a essere sopraffatto da tutte queste donne in casa, adesso che le ragazze sono cresciute insieme a loro si è alzato il livello, qualunque livello, dal pensiero alla conversazione al litigio, dalla cattiveria all’emotività, il gioco è sempre più mentale e pesante e in alcuni momenti Lui mi sembra molto solo anche se io faccio di tutto per non escluderlo ma è come se, un po’, volesse essere escluso. Allora ho pensato che se riesco a ricordargli che so essere anche, ancora, un buon amico magari si sente meglio.

In alternativa lasciami uno dei tuoi cani, tanto è evidente che non hai le renne, e portati Lui a consegnare roba, che quella si mi sembra una cosa maschia.      

L’intelligenza è come il biondo dell’infanzia

Se qualcuno avesse chiesto alla Bambina Molto Intelligente cosa pensasse del Natale lei, fino a un certo punto della sua giovane vita, avrebbe risposto: è bello. C’è l’albero addobbato nel centro della sala, davanti alla finestra, accanto al televisore, il televisore non ha il telecomando, bisogna alzarsi dal divano per cambiare canale o per alzare il volume ma di canali ce ne sono pochi e i cartoni vengono trasmessi solo su uno, quello con un pupazzo rosa a forma di cane che si chiama One, quindi non c’è bisogno di cambiare.  Si sta a casa da scuola, la mamma ascolta la radio o mette le cassette di Cocciante e canta mentre cucina o pulisce e fa anche dei passetti avanti e indietro e con le mani traccia dei cerchi per aria oppure tiene i pugni e gli occhi chiusi, come se tenesse qualcuno per mano mentre balla, perché balla, se nessuno la guarda balla. Il mattino del 25 poi ci si sveglia curiosi, il primo è suo fratello, il Bambino Gioca con Me, la chiama dal suo letto, ancora con le sponde, un letto per bambini piccoli ovviamente, dal quale lui però sa scendere e risalire perché ha tante abilità, tra le quali arrampicarsi come un ragno, saltare come un rospo, mordere come un cane, correre e schiantarsi in velocità come nessuno con un po’ di criterio in zucca. I genitori gli danno diversi soprannomi, a volte è il Bambino Stai Fermo un Attimo, a volte è il Bambino Lascia il Mondo Com’è. Quando parlano di lui con la Bambina Molto Intelligente lo chiamano Fai Stare Buono Tuo Fratello.

Il Bambino Gioca con Me, a Natale, vuole sempre arrivare primo in sala perché è lì che Gesù Bambino lascia i regali, sotto l’albero. Lui vorrebbe aprirli tutti, anche quelli che non sono suoi perché ha la scusa di non saper leggere e allora ignora i nomi sui pacchi, scritti di pugno da Gesù ma con la grafia del papà, il Signor Quieto Vivere. Gesù può fare tutto, lo dice anche la maestra. La Bambina Molto Intelligente pensa che si, Gesù possa fare molte cose, ma non tutto e in particolare scrivere con la scrittura di suo papà, nessuno può fare quello.

A pranzo si va dai nonni oppure dagli zii di papà, gli zii Potete fare Quel che Vi Pare. La Bambina Molto Intelligente li ama, non sa perché, ma sa che con loro sta bene, la zia le accarezza sempre i capelli sottili e le dice in un orecchio “adesso dico a papà tuo che si prende i miei due maschi e io mi tengo te, eh? Ti va? Gli diamo i suoi cugini che mi fanno uscire matta e io prendo te? Magari, magari potessi avere te” e quelle cose che si dicono così nelle orecchie le chiamano cofecchie, la zia le dice “vieni, vieni qui vicino a me, che facciamo le cofecchie”, poi ordina ai suoi figli, due ragazzini nel pieno dell’adolescenza, di prendere tutti i giochi dallo sgabuzzino, tutti i fumetti dalle librerie sopra i loro letti, la chitarra, pure la chitarra e le lascia fare tutto quello che vuole. Un anno nel pacco incartato per lei, la Bambina Molto Intelligente scopre che Gesù, lì dagli zii, le ha portato Barbie Fiori di Pesco e pensa che Gesù sa fare cose buone. È la cosa più vicina alla fede che abbia mai provato.

Dagli zii di suo papà ci sono anche i nonni: il Signor Profumo di Buono e la Signora Piango Sempre. Il nonno è sempre al tavolo con lo zio e altri, stendono una tovaglia verde di panno e giocano a carte, con soldi. Il papà non ha mai voglia di giocare, lo fa per due motivi, uno è fare contento suo padre almeno quel giorno e l’altro è controllarlo. Perché quando era giovane ed era il Ragazzo Profumo di Buono aveva combinato un po’ di disastri seduto con le braccia appoggiate su quei tavoli verdi e da allora aveva smesso, tranne che a Natale e per pochi spiccioli, il prezzo per rispolverare il demone, che si sa, i demoni non muoiono mai. La Signora Piango Sempre invece restava con le donne, la zia e altre, in cucina o sul divano e piangeva. La Bambina Molto Intelligente aveva provato a chiederle, negli anni, perché piangesse.

Perché era felice.

Triste.

Stanca.

Emozionata.

Arrabbiata.

Commossa.

Aveva male e si preoccupava.

Non aveva male, allora c’era da preoccuparsi davvero.

La Bambina Molto Intelligente aveva capito che sua nonna piangeva per tutto, che è come dire che piangeva per niente. E così la trattava.

Il problema con gli adulti è che non spiegano le cose. E non chiedono.

Infatti nessuno aveva mai chiesto alla Bambina Molto Intelligente cosa pensasse del Natale e così lei, fino a un certo punto della sua giovane vita non aveva mai potuto rispondere: è bello.

Alla Ragazzina Intelligente (l’intelligenza è come il biondo dell’infanzia) il Natale faceva schifo. I fogli di block notes strappati male, tutti storti, per giorni sul tavolo della cucina con l’elenco di zii e cugini scritti a mano da sua madre, con la grafia da maestra, adulta ma infantile, comprensibile a tutti mentre lei vedeva la sua trasformarsi di mese in mese, quadrimestre dopo quadrimestre, per diventare spigolosa, indecifrabile, ostica, guardava quella scrittura coi i bordi netti e le g senza sbavature, nessuna lettera lasciata a metà, tutto in corsivo, mentre lei alternava il corsivo allo stampatello minuscolo e non se lo sarebbe tolto mai più quel particolare, iniziare in un modo e finire in un altro.

Nome e regalo.

E poi il menù.

Era cambiato tutto.

Niente radio, niente cassette.

La lista della spesa.

I libri di cucina grandi come enciclopedie.

Perché la maionese non la compriamo già fatta, chiedeva il Signor Quieto Vivere.

Figurati. Compra le uova. Rispondeva la moglie.

Apro il frigo e mangio qualcosa, diceva il Bambino Ti Do Fastidio, con il quale la Ragazzina Intelligente aveva smesso di giocare da un po’, non per colpa sua, ma perché la vita va così.

No, rispondeva la madre, prendi solo quello che è sul ripiano basso, non toccare l’aringa, i capperi, il vitello, la salsa tonnata, la crema di asparagi, la fonduta, la base per le torte, il ragù, il pan di spagna, la crema pasticcera, il salmone. Prendi un po’ di prosciutto cotto e lascia il mondo com’è.

La Ragazzina Intelligente guardava il fratello. Non avrebbe mai mangiato l’aringa. Per fortuna il prosciutto in quegli anni era senza polifosfati aggiunti, almeno loro lo compravano così, a volte avrebbe voluto fermarsi al banco della gastronomia dell’Iperstanda, il sabato pomeriggio, solo per sentire chi lo chiedeva con i polifosfati aggiunti. Perché se loro specificavano senza, ci sarà pur stato qualcuno che invece no?

Vieni a pulire qui, le diceva la madre. Non avevano la lavastoviglie, allora lei lavava, cucchiai, piatti, coppe, pentole, coperchi e poi asciugava perché servivano di nuovo. Due cose le facevano schifo almeno quanto il Natale, questo Natale fatto così, una era lavare i mestoli di legno e poi asciugarli ancora bagnatissimi, le veniva tipo la pelle d’oca dietro il collo e l’altra era l’odore dei canovacci imbevuti d’acqua dopo il primo giro di asciugatura manuale, che bisognava metterli vicino al termosifone e prenderne di asciutti. Sapevano di pozzanghera.

Le riunioni di famiglia iniziavano il 24 sera e andavano avanti fino al 26, viaggi di auto carichi di cibo verso casa dei parenti, perché la casa della Ragazzina Intelligente e della sua famiglia non era abbastanza grande per ospitare tutti e allora si andava da Questi. Così li chiamava lei, anche per dare fastidio alla madre, perché erano i suoi e avrebbe voluto che ne parlasse con maggior rispetto. Noi siamo i tuoi, pensava la Ragazzina. Ma era la sola. Da quando Questi erano di nuovo tutti vicini il Natale si faceva così, prendere o lasciare. La Ragazzina pensava che se qualcuno fosse rimasto dov’era sarebbe stato meglio per tutti o almeno per lei, ma poi se ne pentiva perché comunque lì in mezzo c’era stato anche qualcuno a cui aveva voluto bene, solo che il bene si era come fermato, rimasto congelato a un tempo di giochi, tavoli di cugini che i bambini mangiano prima, e loro erano cresciuti, il bene no, quello era e quello sarebbe rimasto, immobile. Come le pozzanghere.

Sua madre ci teneva che tutto fosse buono perché lei era la cuoca ufficiale dell’evento, aveva ragione dal suo punto di vista, la Ragazzina non lo sapeva anche se lo capiva da qualche parte dentro di sé, ma non capiva perché i destinatari di tutta quella cura fossero Questi e non loro, perché sentisse la necessità, ancora, di sentirsi dire brava da qualcuno che non viveva più con lei, che non sapeva che ballava con gli occhi chiusi, che andava in bagno la sera, quando tutti erano a letto, che fumava il mattino subito, mentre metteva su la caffettiera, che ogni tanto metteva lo smalto amaro alle unghie per smettere di mangiarle, che aveva sempre libri sul comodino e non dipingeva più sulla ceramica, che si incasinva a parcheggiare sotto casa e ogni volta uscendo dalla macchina diceva andiamo bambini, che so come l’ho messa e non so come la tirerò fuori, che metteva le lenti a contatto in meno di un secondo e finiva sempre la soluzione salina senza averne una di scorta.

Sua madre aveva ragione, ma la Ragazzina non aveva torto.

Questi erano pesanti. Rumorosi. Ridevano per cose che non facevano ridere ma chi non rideva veniva guardato con sospetto. Alla Ragazzina Intelligente non piacevano. Facevano una gara di regali, ogni anno anticipavano l’apertura dei pacchi, sempre più grossi e colorati e la carta veniva ammonticchiata e calpestata. Non si aprivano più i regali la mattina di Natale, lo si doveva fare tutti davanti a tutti, come un’orgia.

Un anno Il Signor Mi Spaccio Per Istrione e sua moglie la Signora Acqua Keta (era della provincia, lì funziona così) avevano regalato alle Nipoti Bellissime degli abiti molto graziosi, davvero, niente del gusto della Ragazzina Intelligente, ormai Ragazza Intelligente, ma comunque molto carini. A lei invece avevano dato un pacchetto piccolo e bene incartato, grazie aveva risposto, figurati avevano detto loro in coro perché quelli erano ancora i tempi in cui parlavano insieme toccandosi il naso subito dopo, e dentro c’era un porta euro di pelle. Era l’anno del passaggio dalla lira all’euro. Le Nipoti Bellissime cinguettavano provando gli abiti nuovi e lei rigirava tra le mani il porta euro notando una lieve, impercettibile, differenza nell’attenzione veicolata dal regalo. Ma era una lettura troppo cerebrale del fenomeno.  Il porta euro lo diede a sua madre, Questi erano suoi, si tenesse anche quello.

Un anno il Signor Sono Il Più Piccolo, altrimenti detto Amato d’Ufficio, le regalò una confezione con dentro una boccetta di Gocce di Napoleon. Non riuscì nemmeno a dire grazie, si chiese se l’aveva comprata prima o dopo la stecca di Marlboro. Dopo, si rispose da sola, rigirandola tra le mani.

La Signora Abbastanza Intelligente (l’intelligenza è come il biondo dell’infanzia) il Natale lo gestiva facendo del suo meglio come molte altre cose nella vita. Per amore delle figlie, perché accanto aveva un uomo che non doveva dimostrare niente, né che il Natale è fantastico né che fa schifo, non la giudicava per il totale disinteressamento agli addobbi ma canticchiva felice e leggero mentre montava l’albero che le loro ragazze avrebbero decorato anche con i lavoretti dell’asilo, ripescati dalla scatola degli addobbi che lui ogni anno riponeva con cura, ridendo tra loro e dicendo alla madre guarda, questo è il lavoretto di merda fatto con Carmen, questo è il lavoretto di merda fatto con Manuela, questo è il lavoretto di merda fatto con Angela.

Nessuno le aveva mai chiesto, davvero, perché o quando. A volte ne aveva parlato ma alle persone non piaceva tanto sentire quei discorsi allora aveva smesso, ogni tanto incontrava qualcuno come lei, simile, che diceva si, sarebbe bello partire, andare via per tutto il periodo e non avere obblighi, non dover comprare, non dover pensare a nessuno. Altri le dicevano che questo è egoismo e forse avevano ragione, però lei faceva la sola cosa che sapeva fare in questi casi, disarmare con una frase che non aspetta risposta come un taglio netto- usi il bisturi le diceva sempre suo marito- così metteva in fuga l’interlocutore e la sua banalità, la Banalità del Natale mica la Banalità del Male, pensava lei, tenendosi la pancia un po’ più stretta, trattenendo il respiro che non si vedesse il gonfiore.  Perché, la Signora Abbastanza Intelligente si sentiva come quando si ha la pancia che scoppia, non che hai mangiato troppo ma che hai mangiato male.  E poi un fastidio per le luci e gli auguri augurati a tutti, come il segno di pace in chiesa, lo stesso fastidio. Leva ‘sta mano.

A lei il Natale non piaceva, basta, e non riusciva a spiegarlo fino in fondo, perché il problema è che gli adulti non spiegano le cose. Allora aveva imparato a chiudere gli occhi, anche senza ballare, e ascoltava una bambina molto intelligente, che sapeva davvero tante cose.

Battaglie perse

A casa mia il bagno è in fondo al corridoio, né a destra né a sinistra solo in fondo sempre dritto. E ci sono le scale, per ogni volta che si scende poi dopo si sale. Pepe non vuole che io dica poi dopo, dice che è una ripetizione, ma sono la mamma, le mamme ripetono da contratto le rispondo io. Quale contratto?

-Quello che ci fanno firmare quando nascono i figli.

-Non c’è nessun contratto.

-Oh sì che c’è, non ci sono istruzioni ma c’è il contratto, è un contratto per adesione.

-Che significa?

-Che firmi e basta, non conti un cazzo, il genitore è il contraente debole.

-Fammelo vedere.

-Impossibile, si autodistrugge nel primo anno di vita, è una cosa segreta, la sanno solo i genitori, quindi mi raccomando fai finta di niente, tu.

-Mi stai prendendo in giro.

-No. Non più del solito.

Le ragazze non hanno ancora capito che ogni volta che salgono o scendono non devono farlo a mani vuote, c’è sempre qualcosa che da sopra va sotto o che da giù deve salire. La cesta della roba da lavare, per esempio. Le ciabatte sotto il divano, i vestiti puliti da riporre, il mio phon, il mio phon è da riportare giù porcaputtana. Poi dice che ripeto.

E ci sono peli di cane, ovunque, ma c’è anche il Dyson e la sua stazione di carica, tabernacolo della casa, il cuore della casa è la cucina diceva mia madre, no, è lo sgabuzzino dove prende energia lui, il più potente di tutti. Stacco il corpo centrale e uso l’accessorio lungo e stretto, lo monto come un’arma di precisione, fa anche lo scatto- clack– per gli insetti, ragni soprattutto, negli angoli delle stanze delle ragazze, chiamano da su:

-Mamma, sali

-Cosa c’è?

-Sali.

-Perché?

-Sali.

Salgo. C’è un insetto in un angolo, le ragazze, soprattutto Pepe, in un altro angolo. Come sul ring, manca il gong.

-Potevi dirmelo, così salivo già con il Dyson.

-Volevo fartelo vedere.

-Scendo e risalgo.

A Lui, marito, padre e sostenitore giainista di ogni forma di vita, non diciamo nulla di questa nostra pratica, lo scopre ora, scusami se puoi. Lui la cimice la incoraggia a volare fuori dalla finestra, il ragno lo raccoglie e lo accompagna in giardino, le api le adagia sui fiori per aiutarle nell’impollinazione. Io succhio tutti con il Dyson ciclonico, movimento max, velocità turbo. Sono una brutta persona, si, ma si tratta della mia sopravvivenza alle istanze piagnucolanti di mia figlia, la piccola.

C’è anche odore di cane, a casa mia. Lavo il pavimento, certo, cambio l’aria nelle stanze e poi io non lo sento nemmeno più ma penso che se qualcuno viene a trovarci magari lo sente. Poi penso che palle però, è casa mia, ho due cani, c’è odore di cane. Non venite se vi dà fastidio, tanto mi date fastidio anche voi, come diceva mia madre “se vieni a trovarmi mi fai contenta ma se non vieni mi fai felice”. Ho provato con i deodoranti per ambiente, quelli fighi, il boccettino di design con i bastoncini immersi nel liquido giallognolo, posizionati discretamente in punti seminascosti. Per ora regge solo quello in taverna, infognato dietro i libri di arte. Perché Lui ha una sensibilità ai profumi forti, gli viene mal di testa. Io non ci credo. Penso faccia scena, molta, ma devo sopravvivere anche in questo caso, non posso averlo che sale e scende, a mani vuote, lamentando questo odore troppo forte tutto insieme, invadente e fastidioso (l’odore, non Lui).

La grande, Cri, ha un senso dell’ordine che nessuno di noi in casa coglie, come le battute di alcuni comici che a me non fanno ridere, come la disponibilità quando ti viene rinfacciata.

-Ma per me è ordine.

-Ma per me no.

-Ma è camera mia.

-Lo so, te l’ho assegnata io.

-Io trovo tutto.

-E questo è bene ma ti rendi conto, solo questo chiedo, ti rendi conto che fa schifo qui, si? Che non è possibile avere tutti i libri di scuola per terra, tutti, aperti a ventaglio sul pavimento.

-Così li trovo subito quando inizia la lezione.

-E i libri sul letto?

-Quelli li sto leggendo.

-E i vestiti sulla sedia?

-Sono per stare in casa.

-E quelli sul letto?

-Sono puliti.

-Lo so, te li ho lavati io.

-E il borsone del karate aperto con le protezioni che spuntano fuori che fanno pure un po’ senso, questi para tibie con la forma del piede, sembrano arti che hai mozzato e messo nel borsone per occultarli?

-Lo lascio aperto così prende aria.

-E la mensola dietro il letto piena di cartacce?

-Non sono cartacce, sono i biglietti con i miei pensieri, poi li appendo al muro.

-E il libro di medicina legale che è mio, dell’Università?

-Mi serviva per capire le ferite da taglio.

-Non voglio sapere altro.

-Hai visto che lì ho messo la nostra foto insieme al mare il giorno che sei venuta a prendermi a windsurf e al tramonto ce la siamo scattata?

-Si, che bella. Che luce.

-Ma perché sei salita in camera mia?

-Boh, non ricordo. Quando scendi per cena porta giù le bottiglie vuote. Quella maglia è mia. Dio, Cri, quando andrai a vivere da sola non mi mancherai per niente.

-Sicura?

-Si.

-Non ci credo.

La gatta del vicino, la femmina, temevo per la sua vita quando ci siamo trasferiti, non mi sembrava un grande esordio suonargli e dirgli “ciao, scusa il disturbo, uno dei miei cani ha azzannato la tua gatta bianca, mi dispiace, se finisci il sale suona pure”. Il maschio, nero, è passato dal nostro giardino un paio di volte poi ha preferito cambiare strada, lei no. Bastardissima e furbissima, indifferente e superiore. Quando i cani sono in casa lei spadroneggia alle loro spalle, sculetta perculandoli, io la vedo dalla finestra mentre loro sono girati verso di me, guardano me, seguono me, si accucciano ai miei piedi, salgono se salgo e scendono se scendo. Intanto lei alle loro spalle continua a fare quel che vuole. Ho provato a farle sciò, sciò, battendo il piede o agitando la scopa, per sopravvivenza, la sua in questo caso. E comunque va lenta, se ne va ma con calma e se loro per caso abbaiano lei salta sul muretto e li fissa sbigottita da tanta acredine, resta immobile tra i due giardini, la coda che dondola e l’aria annoiata. Loro rientrano sbavanti, bevono e sgocciolano dalla cucina alla sala e dalla sala alla cucina, io impreco e ingiurio, prendo lo straccio e pulisco. La stronza ancora lì, che ci giudica tutti quanti.

A casa mia abbiamo un solo televisore, poi abbiamo i tablet e quel che serve per vedere Netflix altrove, però il televisore è uno solo. Abbiamo l’abbonamento a Sky, ogni mese ci diciamo che è un furto, ma poi Lui ha il tennis con Pepe che con Cri ha XFactor e registrano il resto e allora lo lasciamo. Io ho il notiziario, come sottofondo, mentre salgo e poi dopo-non si dice– scendo, mentre lavo il pavimento e rigiro il bastoncino profumato di nascosto-scusami– prima che Lui arrivi. Ogni tanto guardo qualcosa, un film o una serie, tutte cose che in linea di massima le ragazze non possono guardare perché dovrei spiegare troppe cose e si perde il senso di fermarmi un attimo e guardare, io, una cosa, oppure perché palesemente di non loro interesse. La mia autonomia di visione è 2 minuti. Poi c’è sempre un motivo, una questione, un insetto in un angolo, il passaggio di un momento per prendere una cosa dimenticata lì dove sono io- ora proprio ora-per cui devo mettere in pausa. Un programma di cinquanta minuti io lo guardo in una settimana, a spizzichi e bocconi diceva mia madre. E poi mi dicono che guardo sempre le stesse cose. No, guardo la stessa cosa in molto tempo.

Allora Pepe la risolve facile.

-Tanto ci vuoi bene lo stesso.

-Mica è in discussione il bene. Non è che se dico che siete rompicoglioni non vi voglio bene. Poi devo volervene da contratto

-Smettila con questo contratto, non c’è. Ci vuoi bene perché ci vuoi bene. Io te ne voglio di più.

-No, impossibile, da contratto le mamme ne vogliono di più.

-No io.

-No, io.

-Io di più.

-Basta, ho detto io, è il primo punto del contratto, in ogni caso il genitore si impegna a voler più bene al figlio di quanto il figlio possa mai voler bene al genitore. Al secondo punto c’è che il figlio rinuncia a indagare la vastità del bene che il genitore prova, tanto non riuscirebbe ad arrivarci, con la comprensione dico.  

-Perché?

-Perché è così, battaglie perse.

-Lo diceva tua madre.

-No, lo dice la tua.

Foto di Cri che, a breve, mi ruberà la maglietta.

Il giorno dopo

E il giorno dopo i marciapiedi saranno ancora quelli, lo sai? Ci hai mai pensato ai marciapiedi su cui cammini, sempre gli stessi nei tragitti quotidiani, il peso del corpo tutto in quei passi, alcuni giorni rapidi, altri giorni più lenti, i miei a volte gommati come la suola degli anfibi o squillanti sotto la punta dei tacchi. Anche il parcheggio, il posto che cerchi sempre, cerchiamo quasi tutti sempre lo stesso posto, dallo stesso lato della strada senza rendercene conto, anche il parcheggio sarà ancora quello e farà strano vederlo occupato da un’altra auto, ci hai mai pensato che quasi tutti occupiamo posti che non sono nostri?

Le fotografie nelle cornici e nella galleria del telefono diventeranno definitive, perché fino al giorno dopo, e quindi fino al giorno prima, le foto sono solo statiche, è dal giorno dopo che diventano definitive e non saranno più unità di misura del tempo, della felicità, conta delle presenze.

I messaggi e le mail assumeranno toni nuovi, profetici, in uno scambio di faccine si troverà quel che non c’era ma adesso c’è, non si cancellerà più niente, nessuna conversazione sarà considerata inutile dal giorno dopo. Nei cassetti gli appunti, i biglietti scritti a mano, non subito con intenzione, il giorno dopo è più un incidente, si inciampa nei pensieri buttati giù su post it mentre si cerca altro, qualcosa di utile a quel giorno, che è il giorno dopo. Quando inciampi, il giorno dopo, ti fai sempre male, più male di quanto avrebbe fatto fino a quel giorno.

La biancheria nei cassetti, appallottolata, il pigiama sotto il cuscino, gli abiti nel cesto della lavanderia, le calze appese sullo stendino senza molletta, vuote e sciatte. I libri sul comodino, i gioielli nel portagioie mischiati tra loro, la collana di bigiotteria con gli orecchini di rubino, la crema per le mani, mai usata, i campioncini di profumeria, mai aperti, utili da portare in viaggio, quello che poi non è stato prenotato.

Il cappotto e le borse, gli scontrini nelle tasche, il bancomat, il pin del bancomat, le credenziali di accesso, la password della casella di posta, la chiave della cassetta di sicurezza, il codice di sblocco del telefono. Il giorno dopo si cerca, si cerca altro, qualcosa di utile, un appiglio, una formula, un antidoto.

Il posto a tavola. Il portatovagliolo di quel colore. Il bagnoschiuma in doccia. I capelli incastrati nella spazzola, matassa che non si sbroglia più. Tra le setole dello spazzolino la saliva, l’ultimo bacio non sai mai che è l’ultimo. Le parole del mondo che cerca parole per dire qualcosa che non si può dire, il giorno dopo il mondo diventa un acquario di esseri che muovono la bocca senza che questo abbia senso.

La fede che non c’è. Il giorno dopo la cercherai, sai che ne vorresti un po’ per accettare e potendo la compreresti, anche solo una dose, per il conforto di un momento, per stordirti dopo tanto tempo.

Il cane sulla porta. Il giorno dopo ci sarà sempre qualcuno che dice del cane che lo sa, lo sente, ha capito, aspetterà inutilmente. La fede al dito, i genitori mutilati sotto il bombardamento, i figli sfollati in cerca di riparo, la fede al dito che ricorda chi sei, cosa è successo, che c’era un posto che chiamavi per nome. Il giorno dopo sarai il cane che aspetterà inutilmente ma tu non sai, non senti, non capisci.

E il giorno dopo il cielo non cambierà. La Terra girerà sempre allo stesso modo. La Luna sarà ancora un satellite.  La gravità ti terrà qui. Il giorno dopo non vorrai essere qui né altrove, non vorrai essere, ti baratteresti con un batterio, un essere infinitamente piccolo, non vorrai avere un corpo tutto intero con piedi caviglie polpacci ginocchia cosce anche bacino creste iliache addome visceri mani polsi braccia gomiti spalle costole clavicole collo cranio quanto pesa tutto questo? Perché bisogna portarselo appresso? I polmoni ancora si gonfiano, il cuore batte maleducato, le vescica si riempie e bisogna svuotarla, lo stomaco si lamenta perché te ne sei dimenticato.

Il lavoro fermo sulla scrivania, l’incredulità della gente, le lancette dell’orologio, gli effetti personali della sola persona al mondo capace di stupirti con effetti speciali, i giorni quelli normali, la vita tutta qui, le casse dell’acqua da portare su, la pattumiera da portare giù, la luce in corridoio, il volume del televisore, il pane a centrotavola, la porzione più piccola, quella che resta dopo aver servito tutti, va bene così davvero.

E il giorno dopo le finestre si apriranno ancora verso l’esterno, il maniglione antipanico sarà a spinta e gli ascensori avranno la targhetta della portata massima. Ci hai mai pensato che servirebbe anche a noi? Al centro del petto, con il numero per la manutenzione, per l’allarme in caso di blocco:

“Si pronto buongiorno, mi sono bloccato, si ho trasportato più di quel che potevo, è vero. Lo so, chiedo scusa, pensavo che non succedesse nulla invece è successo, potete mandare un operatore a sbloccarmi? La capienza quella no, è rispettata, sono solo, sono rimasto solo io a occupare tutti i posti, anche quello che non è mio.”

Le nostre figlie

Le nostre figlie sono vive, mi sembra che allora stiamo a posto così, questa settimana, questo mese, quest’anno. Va bene così, noi ci sediamo un attimo qui, in un angolo a smettere di far finta che sia scontato che non siano morte. Come il loro compagno dell’altra sezione. Ci fermiamo solo un momento, qui, se vi casca lo sguardo per terra ci trovate, ci guardiamo la punta dei piedi e cerchiamo il respiro.

Le ragazze non hanno avuto bisogno di spiegazioni particolari, sanno della morte da sempre, qualche anno fa sono venute al funerale di uno zio molto amato, hanno visto il padre piangere mentre le stringeva a sé nel tempio crematorio, le ha avvolte entrambe costringendole a una vicinanza tra loro due che in genere evitano e le teneva attaccate, come se fossero solo sue e loro sono rimaste per tutto il tempo che è servito a lui per andare e tornare e chiudere un giro, fare un saluto, sentirsi le gambe, sapere chi era. Qualche ora dopo mi ha detto “siamo gli unici che possono permettersi di portare i propri figli a un funerale. Brava, stai lavorando bene”. Erano di nuovo nostre, me le aveva restituite.

La botta è stata fare i conti con il fatto che sai della morte da sempre ma non sapevi che arriva sempre, a qualsiasi età, anche alla tua.

Pepe ha chiesto se hanno dato la notizia al telegiornale, perché un ragazzino che se ne va così, in pochi mesi, per una serie di cellule impazzite nel sangue è una notizia che al telegiornale va detta.

Cri ha partecipato all’incontro di preghiera su zoom, anche questo su zoom, tutto su zoom. Lo yoga e la veglia funebre.

Non se n’è andato in pochi mesi, è andato in un attimo, i pochi mesi sono quelli in cui le cellule hanno combinato il disastro di cui nessun organo di stampa ha riferito, ma la morte, quella, arriva sempre in un attimo.

Come la vita, penso. Non lo so. Lo penso. Io penso, penso sempre, penso e basta e non so mai niente. Tutto questo pensare e poi mai niente da sapere. Quando ero piccola a volte sembrava che avessi il broncio, il musone. Mio padre mi chiedeva sempre “So’ che hai?”-  Niente, dicevo io, penso -” E come pensi brutto, So’”.

Penso brutto, con il labbro superiore che sporge, me lo vedo sotto la punta del naso. Penso e non so niente.

Non so com’è che sono arrivate queste due, per esempio, proprio loro intendo, loro due e solo loro due. Ero una pessima studentessa di scienze,anatomia, biologia, zero. Mi sembra di ricordare che siamo, tutti, una combinazione sola tra miliardi di possibilità. L’ovulo e lo spermatozoo si incontrano, ciascuno porta quel che ha, la metà di quel che serve, e da quell’incontro nasce qualcuno, uno e uno solo, con determinate caratteristiche e senza altre caratteristiche che non erano nelle metà portate in dotazione dalle cellule, da quelle cellule.

Io mi ci amminchio con questi pensieri.

Non so nemmeno com’è che sono arrivata io, poteva essere chiunque altro. Uno spermatozoo più veloce, l’ovulo del mese prima. Gli occhi bovini di mia nonna, il neo sullo zigomo dell’altra. Gli occhi verdi di mio nonno, i capelli lisci dell’altro. Io sono io perché il mio spermatozoo è arrivato in anticipo, di sicuro, al solito mio. È arrivato, non c’era nessuno, è entrato per non aspettare. Eccomi qui. Il corredo a quel giro prevedeva occhi neri e malfunzionanti. Capelli sottili e denti forti. Malinconia diffusa per il tramite dell’apparato circolatorio. Sarcasmo inappropriato. Cistifellea debole.

Le nostre figlie, invece. Cri è arrivata insieme a tutti gli altri che si ostinavano a entrare e facevano ressa, lei si è defilata infastidita dalla confusione e ha trovato una fessura come una crepa e ci si è infilata, un po’ per curiosità e un po’ per necessità. A quel giro la comunione dei patrimoni ha stabilito la dominanza di quello paterno, il mio mezzo apporto è stato messo da parte per i tempi duri, sarà quello il momento in cui userà il mio corredo. Pepe invece ha convinto gli altri a seguirla, ecco perché è arrivata prima. È andata avanti e li ha fregati, ce l’hanno mandata gli altri davanti, brava, brava -le hanno detto- seguiamo lei che sa cosa fa. Lei, al contrario di sua sorella, il mio corredo lo usa da subito, non lo tiene da parte, non ha paura di sciuparlo, quello di suo padre lo tiene per dopo, come scorta, come patrimonio solido da non intaccare finché proprio non si può fare diversamente.

Ogni tanto vedo che ci si misurano, con il resto, ciascuna con il suo, ogni tanto viene fuori, a una tutto ancora largo, all’altra tutto ancora estraneo e poi tornano loro, per come sono, per come le so che ancora nessuno le sa come le so io, perché non so, non so nemmeno di loro, non so nemmeno loro, perché io le penso e loro sono.

Sono vive.

In alcuni giorni le nostre figlie sono le mie figlie e basta, che mi viene da dire anche a lui ma che cosa vuoi, ma chi saresti tu, scusa qualificati, cosa rappresenti. Che ne sai tu di come si pensa l’amore, tu che ami e basta. Che ne sai tu di come si pensa un risveglio, tu che ti alzi perché è giorno e dormi perché è notte e la vita inizia, gira e non finisce, tu che ne sai di come si pensa la cena da preparare, tu che cucini perché è divertente, che ne sai di come si pensa il dolore di quel che non hai tu che se non ce l’hai significa che non devi averlo. Sono mie, mie, passate da me, e tirate fuori a forza come le parole durante un’interrogazione quando non hai studiato.

Mie. E io non avevo studiato. E tu nemmeno, ma eri stato attento e suggerivi e un po’ improvvisavi, tu, tu che improvvisi sempre, che ne sai tu di come si pensa quando non sai improvvisare e devi faticare più di altri, più di tutti, che bastava un’altra cellula che avesse in sé l’informazione della faccia da culo di mio padre e invece no.

I giorni in cui le nostre figlie sono mie sono sola. E loro non sono più piccolissime o piccole o medie ma sono già grandi e allora mi mancano e le guardo e racconto cose che non c’entrano niente solo perché le tengano lì e le sappiano o le pensino. E le mie figlie mi dicono dai mamma ancora oppure dai mamma basta se quel che racconto fa ridere oppure è imbarazzante, per loro che ora che sono grandi si imbarazzano anche per poco, pure per niente e quando erano piccole invece no.

I giorni in cui le  nostre figlie sono mie Lui le usa come argomento a piacere, perché sa che sono sola e che non avrei la forza di rivolgere domande e nemmeno l’interesse a farlo allora si offre volontario e inizia a parlarmi di loro e mi risveglia in un posto assopito, allora rispondo controvoglia ma lo faccio perché sono mie e non voglio che sia lui solo a parlarne. E Lui allora mi chiede qualcosa che forse so solo io perché loro sono mie e nessuno le sa, solo io, anche se non le so e le penso, sono mie e le penso solo io. E allora gli rivelo quel che so o che penso, come un segreto, che non lo dica a nessuno e Lui non lo dice a nessuno perché altrimenti io non gli rivelerò altro, mai più. E alla fine di quei giorni io non sono sola e le mie figlie sono di nuovo le nostre figlie e alla fine di quei giorni arriva la notte anche se non pensi la notte lei arriva solo perché finisce il giorno e ci sono notti in cui io e Lui parliamo di Loro, le nostre figlie, mentre dormono su, ciascuna nella propria stanza, e noi invece siamo svegli ciascuno per i fatti propri e Loro sono il terreno di gioco, di incontro, di scontro e penso che tutti i genitori a un certo punto si trovino svegli nella notte a parlare di Loro e allora immagino alcuni che conosco messi così, seduti a metà nel letto, con il cuscino dietro la schiena e chissà cosa si dicono ma lo faccio per poco perché in fondo mi annoiano tutti e poi ho già le cose mie alle quali pensare, le cose nostre, Loro, queste due che non so da dove sono arrivate e non so niente e penso che a sceglierle tra miliardi di possibilità non avrei saputo lavorare così bene.

Le nostre figlie hanno occhi nocciola e verdi, dita lunghe e piedi paffuti, denti forti e capelli sottili, amano senza pensare, amano perché sono amate, si svegliano perché le chiamo con i baci sul collo che non dovrei dirlo perché è imbarazzante, le nostre figlie vanno ai funerali e in auto fanno battute sarcastiche sull’abbigliamento poco opportuno di alcuni presenti, hanno silenzi nei quali non si deve entrare e passioni che non sanno nascondere. Le nostre figlie io le racconto di notte e le penso di giorno, non le saprò mai e mai loro sapranno di me ma mi penseranno e lì sarà il mio respiro.

quadro di Matteo Cancedda

Cose che mi mettono tristezza

Il retro dei palazzi, i tendoni color verde bottiglia, i vestiti stesi su fili laschi, la luce del bagno accesa una sopra l’altra, una per piano tutte alla stessa ora, i rumori dalle cucine, i lampadari con lampadine da sala settoria, i giochi a quiz, i cani con il muso infilato tra le ringhiere dei balconi, gli armadietti di metallo per le scope, i tavolini con due sedie che dici manca solo il mare ma lo sai che manca tutto, pure il mare.

I brufoli sottopelle gonfi e doloranti, non si sfogano mai, restano anche per giorni aumentando di dimensione e cambiando di lucidità ma non si sfogano mai, nemmeno loro. Bubboni pieni di tutto che ti tieni per te ma che tutti notano e fanno finta di non vedere ma tu sai.

I suggerimenti di amicizia di Facebook. Se voglio cerco io, grazie. Il coccolone che mi prende ogni volta che mi propone un nipote di mia madre che si chiama come mio nonno, stesso nome e stesso cognome, solo che mio nonno è morto e l’altro io non so nemmeno che esiste.

I nomi dei nonni accollati ai nipoti.

Le giornate mondiali. Ogni giorno è un giorno mondiale di qualcosa. Anni fa avevo proposto a Lui di istituire in ufficio la giornata annuale del “ti dico come la penso” che nei miei piani funzionava così: un cliente telefonava per richiedere un intervento o lamentare un problema, chi rispondeva poteva per un giorno togliersi il filtro gentilezza educazione e cortesia e poteva dire esattamente quel che pensava nel modo che voleva. Non me l’ha mai autorizzata come procedura ma ci abbiamo fantasticato a lungo.

Le famiglie con bambini piccoli che provano a essere come prima quando non erano famiglie con bambini piccoli e fantasticavano di essere famiglie con bambini piccoli. Lui carica il passeggino in auto, si impiccia un po’ ma fa finta di no, lei carica il pupo sul seggiolino e le sale il cappotto, le cosce sono grosse e le calze velate inappropriate, il bambino piagnucola, loro non si parlano, lei vuole essere ancora bella, lui non fantastica più.

Le persone che mi dicono “eh, sente l’odore del mio cane” ogni volta che Justin o Kimb o Justin e Kimb li annusano. No. “Eh, sente l’odore del mio gatto”. No. Annusano tutti perché sono cani, è nella loro natura. Sentono tutti gli odori e non sanno che odore ha un gatto e manco gliene frega niente del vostro gatto e di voi, vi annuserebbero anche se foste morti.

L’espressione pandemia globale.

Il dialetto piemontese parlato dai non piemontesi. Ogni dialetto parlato da chi non lo sa. Quelli che pensano basti fare la voce nasale per parlare siciliano o dire ue’ per parlare napoletano. Avevo un fidanzato con la madre emiliana. Lei mi parlava in piemontese, io sono per metà palermitana e per metà napoletana. Lei aveva imparato il dialetto di suo marito e di sua suocera, brava avevo detto, usalo con loro, con me va benissimo l’italiano ammesso che tu lo conosca ma va ancora meglio il silenzio che si sa è d’oro.

Le suocere.  

La resilienza in tutte le sue versioni.

La cellulite attraverso i pantaloni bianchi.

L’espressione reato penale.

La Dad che non vuol dire papà, lo pensavo anch’io fino a qualche mese fa, ma significa didattica a distanza e significa compiti fotografati inviati come allegato, ansia da microfono lasciato attivo, ansia da microfono spento, madri che rasentano muri e si trasformano in camaleonti per non essere inquadrate, madri che entrano in scena come protagoniste per depositare abiti negli armadi, potete farlo anche dopo, sciacquoni del cesso e trasmissioni del mattino di sottofondo, chat di classe al collasso che terminano brusche, le chat di classe non finiscono mai, non c’è nessuno che scrive un messaggio che chiuda la questione, mai, adesso io non so se alla fine hanno fatto davvero casino a spagnolo oppure no, se davvero è necessario che qualcuno-chi?-insegni ai propri figli come ci si comporta e a stare zitti quando il professore parla- ah, ho capito– oppure se no, non è vero per niente, i ragazzi fanno del lor meglio vista la situazione già difficile per tutti poverini.

Le emozioni che non conosco come figlia ma solo come madre, la loro mancanza. Essere un piedistallo senza avere una base che non siano i miei piedi sformati dalle gravidanze. La forma passiva di tutte le azioni che compio quotidianamente, l’arte di arrangiarmi con qualche verbo in forma riflessiva, amare, amarsi, ascoltare, ascoltarsi, capire, capirsi.

La parafrasi di una poesia.

Le barzellette che non fanno ridere.

I numeri di telefono che non cancelli e non puoi più chiamare.

Il Codice civile annotato con la giurisprudenza.

L’elenco di tutte le vite che non ho vissuto, di tutte le donne che mi sfilano davanti ogni giorno e che non sono diventata, le strade che ho interrotto, quelle che ho ignorato, le possibilità che non ho visto, l’ineluttabilità che mi hanno depositato sul palmo della mano un attimo prima che chiudessi il pugno.

Il calletto dei buchi chiusi alle orecchie.

Le scarpe con il tacco saltato.

Il gel alle unghie.

La pochezza di alcuni pensieri sul viso di alcune persone.

Chi ti chiama “cara” perché non sa il tuo nome.

Chi cerca di capire se è tra quegli alcuni. Si.

Le palline da tennis perse fuori dal campo in mezzo alle foglie secche.

Le caldarroste e le mani di chi le prepara.

Quando sai che manca qualcosa e vorresti fosse solo il mare.

Gli elenchi.

Buona la prima

Me ne accorgo perché non apro le finestre in ufficio, accendo la luce da tavolo e lavoro così, fino a quando non arrivano le ragazze, a loro le finestre le faccio trovare aperte. E non rispondo al citofono tanto non può essere nessuno per me, suonano qui perché è il primo campanello che trovano e c’è il nome di un’azienda non un cognome, pensano che ci sia sempre qualcuno. Il postino, gli operai che chiedono la chiave della cantina per accedere ai contatori, il corriere di Amazon per quella del terzo piano che non c’è mai ma compra online come se fosse segregata in casa. Rispondo solo alle ragazze, riconosco il loro suono, le aspetto.

E non faccio niente per il mal di testa, me lo tengo per giorni, quel dolore subdolo e strafottente, se ne sta appoggiato a braccia conserte sulle mie tempie dietro gli occhi soprattutto il sinistro e aspetta che io faccia qualcosa come prendere una compressa o stendermi al buio con gli occhi chiusi e invece io lo lascio lì e aspetto, aspetto anch’io che lui faccia qualcosa, che se ne vada o che esploda una volta per tutte che poi è esattamente quel che farei io se volessi fare qualcosa. È che non ho voglia e aspetto.

Al supermercato, con i sacchetti biodegradabili per la frutta e la verdura. Cerco sempre quelli di carta, ma non c’erano all’Esselunga. Io non ci sono mai andata all’Esselunga ma era lì, davanti alla palestra dove Cri si allenava e io dovevo aspettare che lei finisse ed eravamo senza latte e allora sono entrata ma c’erano molte persone, coppie, coppie che di giovedì alle 18 sono al supermercato, due individui adulti legati da una qualche relazione che in un giorno lavorativo vanno insieme all’Esselunga e scelgono i limoni non trattati che sono accanto alle clementine con foglia che piacciono a Pepe e se non si spostano io non posso prendere quello che piace a mia figlia e loro selezionano un limone dopo l’altro e intanto il sacchetto di carta qui non c’è. Da Borello c’è e anche al Conad, forse, non ricordo se al Conad c’è e questo sacchetto non si apre. Io non so aprire i sacchetti, li solletico tra le dita ma niente, in genere me li apre Cri perché mi spazientisco ma lei adesso si allena e io devo aspettare, che questi due idioti finiscano di scegliere i limoni per consentirmi di prendere quattro cazzo di mandarini, di ricordare se al Conad ci sono i sacchetti di carta non lo so perché vado poco, ci va Lui perché a me fare la spesa fa schifo, devo aspettare che passi questa onda di ira furente perché il sacchetto non si apre, con me non si apre, io non lo so aprire e mi manca il respiro perché le coppie vanno insieme al supermercato.

Me ne accorgo perché resto in macchina, parcheggiata, per telefonare a Mara. Così nessuno sente, solo lei. L’auto come un confessionale, lei dall’altra parte della grata del bluetooth come un ministro del culto, non la vedo e non mi vede. Mi assolve sempre, è la sola.

Cerco il mio psicanalista su Internet, ha fatto carriera, adesso è Professore. Vorrei chiamarlo e dirgli che me ne accorgo, adesso, e forse è un bene o forse no, non lo so e vorrei saperlo.

Mio fratello mi ha chiesto la pronuncia di exequatur e l’ho sbagliata. La dico giusta ma la leggo sbagliata e gli ho persino mandato un messaggio vocale per fargliela sentire solo che la dicevo giusta ma la scrivevo sbagliata e poi mi è rimasta addosso tutto il giorno. Mio fratello è molto intelligente, molto più di me, lui arrivava a risultati eccellenti senza fatica, io a risultati buoni con fatica. Ho ripetuto exequatur per un giorno intero prima di lasciar perdere, come le canzoni che risuonano in testa dal primo mattino, quelle che non sai come ti arrivano.

Ci vuole molto coraggio.

È la canzone che mi gira oggi in testa, non è una frase, una delle mie buttate così.

Io le frasi le butto così.

Scrivo e cancello, quando word mi chiede se voglio salvare gli rispondo vaffanculo, ma mi hai vista? Ti sembro una che può salvare qualcosa?

Me ne accorgo perché butto le frasi e non mi interessa sapere che fine faranno ma non voglio vengano sentite o lette o usate o mistificate.

Per la paura di morire. O che muoia Lui, come suo padre che quando lo hanno chiamato al telefono in caserma per dirglielo lo sapeva già.

L’ansia, di notte. Arriva rumorosa e prende alla gola al culmine di una lite, è melodrammatica e volgare, ho l’ansia vaiassa io. Aspetto che dica quel che deve ma non ribatto, non ho voglia. Se muoio muori con me, stronza, ti servo viva.

Me ne accorgo adesso, prima no. Io prima non so mai niente, io devo fare le cose almeno due volte o tre per saperle, per dirle.

Per sapere le cose devo dirle.

Per dirle devo scriverle.

Me ne accorgo perché scrivo e cancello.

Con me non è mai buona la prima, devo ripetere.  Allora vorrei sapere dal Dottore adesso Professore se visto che me ne accorgo, adesso, posso non ripetere. Adesso lo so, non voglio ripetere.

Piango. Leggo le targhe delle auto. Metto la pinzatrice sempre nello stesso posto. Uso un evidenziatore arancione per la distinta degli incassi sepa b2b e un evidenziatore verde per la distinta degli incassi sepa core.

Voglio stare a casa di più, vedere se spuntano i tulipani che le ragazze hanno piantato e non so in quale punto del giardino, come quando erano piccole e nascondevano le posate con cui giocavano o il telecomando del decoder. Pepe ricordava sempre il posto e andava a riprendere tutto, bastava solo chiederglielo come voleva lei, Cri no, diceva non lo so e allora aspettavo che il bottino ricomparisse da qualche cesta rovesciata.

Sparisco.

Faccio il conto delle cose che mi irritano. Il nome dei negozi di fiori, sempre nomi propri di persona: Ornella Fiori, Le Rose di Tania, il Giardino di Virgilio e Vanessa Orchidee e Bijoux. L’accento dell’impiegata della palestra, come dice voucher. Chi mi informa di cose che già so come se non le sapessi. Il materiale di educazione artistica. Chi mi chiede cose che non dipendono da me.

Perdo il conto. Mi stufo.

Me ne accorgo perché lo sento, come il campanello, come il telefono, come un addio. Me ne accorgo per la prima volta e so cosa fare perché non è la prima volta, adesso lo so.

Canto con molto coraggio.

Rido, perché se rido è come quando in aereo c’è una turbolenza e l’hostess rimane tranquilla, dice così Pepe, mi chiede di ridere come vuole lei, ridere di niente perché lei lo sa quando arriva il niente e si può scegliere e allora sceglie di ridere.

Aspetto, perché solo così si ricompare dopo una sparizione, me l’ha insegnato Cri, quattordici anni oggi che so di lei dentro di me per sempre, arrivata dopo un aborto perché no, non era buona la prima, ho dovuto ripetere e aspettare.

Allungo la mano di notte, stringo la sua, gli racconto la storia di Filemone e Bauci che è come chiedergli di non morire.

Scrivo e cancello.

Riscrivo e provo a salvarmi, ad assolvermi ancora non riesco.

Non mi spiego

Le ex atlete con il culo grosso e gli ex atleti ancora in forma. Ma perché? Perché gli uomini sono ex atleti che si vede che sono stati atleti? Quando chiedi a qualcuno cosa fa e ti dice che è un ex qualcosa. Va bene, ma ora cosa fai? Fai l’ex? Esiste? Quando chiedi a qualcuno cosa fa. Perché? Interessa davvero o è come dire guarda non so proprio cosa dirti allora ti chiedo cosa fai ma inventa pure tanto non importa. Io faccio l’ex consulente e sono un’ex single e un’ex ragazza senza figli e un’ex fidanzata gelosa e un’ex studentessa e un’ex fidanzata gelosa l’ho già detto ma era un altro fidanzato e no, non sono un’ex atleta, quello no e un’ex single l’ho già detto ma questa è quando l’ho lasciato io e si vedeva che l’avevo lasciato io, come gli ex atleti che un po’ stare con me richiede quella disciplina.

La manutenzione programmata del sito della banca che porcaputtana quando l’avete programmata? Vi pare il caso di programmarla il lunedì mattina a fine mese quando devo autorizzare gli effetti fornitori? Con chi l’avete programmata? Perché a me nessuno chiede mai e programma e basta e poi io mi devo adeguare? Posso essere coinvolta? Almeno avvisata. Possiamo metterci d’accordo: il giovedì è un buon giorno della settimana per fare la manutenzione, il giovedì della seconda settimana del mese che non ho scadenze, tra il giorno 8 e il giorno 14. Fate programmazioni intelligenti e fisse per favore, come il mercatino dell’antiquariato la seconda domenica del mese, uno lo sa e si organizza. No così, così non è modo.

Il traffico del lunedì che è diverso da quello degli altri giorni. È più intenso e arrabbiato, è aggressivo. Ma che non lo sapete già la domenica che arriva il lunedì mattina?  Per voialtri il lunedì inizia davvero il lunedì? Per me no, per me è lunedì già dalla cena di domenica almeno. Avete delle brutte facce, bruttissime. Ai semafori vi guardo, dico anche alle mie ragazze guardate quello, quell’altro, minchia che brutti. Mamma dai. Mi dicono sempre mamma dai, poi però ridono. File di automobili occupate da persone che vorrebbero essere altrove. Anche Cristina quest’anno è così, io e Pepe mettiamo le canzoni che ci piacciono e facciamo finta che lei non ci sia, viene facile, non parla, ogni tanto un lamento, un mamma dai. Che ti do?  Non vedi come stiamo, tutti? Nel traffico? Guarda, guarda quello che faccia, sicuro ha già discusso con la moglie e va a fare un lavoro che non gli piace oggi, guarda, nemmeno il figlio lo considera. Mamma dai.

Il gusto limone del gelato artigianale.

Il numero di volte che torno indietro a controllare di aver chiuso l’auto. Che cerco le chiavi dell’auto. Il token della banca, quello personale. Il token della banca, quello aziendale. Che controllo il gas. Il ciclista che sorpasso, che sia ancora vivo. Il portafogli. Le chiavi di casa. Le chiavi dell’ufficio. Il telefono. Le notifiche. Il telecomando del cancello, quello del garage. I tag “fatto “alle mail, i tag “da fare”, che sono sempre di più e non capisco perché. Il numero di volte in cui sono certa di aver dimenticato qualcosa di importante, la voce di mia madre che mi diceva che si vede che non era importante con un tono che non era di leggerezza ma di rimprovero. Non era importante altrimenti ne avresti avuto cura, ecco quel tono lì. No, mamma dai. Lo so che è importante solo che non lo ricordo. Invece quel tono lì non l’ho dimenticato, porcaputtana.

Il bambino che passa tutte le mattine alle 8.45 sotto la finestra del mio ufficio, abbracciato alla madre. Piange senza controllo e lei gli dice quante cose belle farà all’asilo, che forse giocherà in giardino o chissà se a merenda gli daranno il pane con la marmellata. Non serve a niente. Piange. Ci regolo il mio secondo caffè, sul piagnone. Arrivo in ufficio prestissimo, alle 7.40, come la canzone di Battisti, le ragazze entrano a scuola ognuna per conto proprio che far le sorelle è da sfigate, soprattutto se una è in terza e l’altra in prima. Loro sono sempre andate volentieri, non le abbiamo mai dovute consolare, le abbiamo sempre lasciate contente e riprese felici, abbiamo inventato tante storie nel tragitto dall’auto a scuola e viceversa, i fori per lo scolo dell’acqua nel muro della caserma di Via Brione erano le tane del Topo Jerry, così Tom non lo trovava, la bici attaccata al palo di Via Pilo senza più ruote era opera di un ladro frettoloso o di qualcuno che aveva solo bisogno di due ruote o era uno scherzo o era qualcuno che aveva dimenticato lì la bici tanti anni prima è da allora la cercava chissà dove perché comunque era importante, solo che non ricordava. Quelli che mi dicono che sono stata fortunata, con le mie ragazze. E che non sanno niente del primo caffè alle 6, quando tutti dormono, per inventare la giornata dal principio, le storie che si porterà dentro e tutte quelle che lascerà fuori.

Quando mi leggono e poi mi chiedono perché non scrivi? E cosa hai appena letto? No, perché non scrivi sul serio. Perché è uno scherzo questo? No, nel senso davvero, scrivere davvero. Perché, come si scrive per finta? No, nel senso che mandi la tua roba in giro e la fai pubblicare. Ah, dico. Eh, guarda, ora mi organizzo, grazie.

Quelle che comprano vestiti bellissimi da H&M.  

Le facce delle persone viste dal basso. Mi alleno in un posto che è sotto il livello della strada, , ha comunque finestre molto grandi, in alto, che affacciano sul marciapiede, sulla fermata del pullman. Le facce delle persone viste dal basso sembrano tristi anche se non lo sono, qualcuno sembra concentrato, come se stesse risolvendo un problema, altri sembrano vecchi anche se non lo sono, è colpa della pelle sotto il mento. Le persone viste dal basso sono persone a metà, non hanno gambe e piedi e non so cosa le muove. Quelli che aspettano il 33 si sporgono un po’ avanti ma è il 42, allora abbassano le spalle. C’è una canzone che dice non è che se hai due numeri fai ambo, ci penso ogni volta che sono lì sotto. Stefano mi ha chiesto se stavo immaginando cosa scrivere, mentre mi correggeva la postura e io ho sorriso perchè ha usato il verbo immaginare.

Il liceo scientifico ma sperimentale senza latino. Sperimentale in che senso? Cosa sperimentano?  Liceo senza latino in che senso? Gli istituti senza latino si chiamano istituti senza latino. I licei prevedono il latino, salvo il liceo artistico credo ma non sono sicura. Il liceo scientifico di per sé, per me.

La necessità di fare outing su cose che non importano a nessuno tipo l’orientamento sessuale. Per me è più importante conoscere l’orientamento scolastico. Perché vuoi fare un liceo senza latino, quale perversione ti anima? La necessità di affermare quanto bene si viva nel proprio corpo con o senza culo grosso e tutto questo blaterare di fisici e di accettazione e di nessuno che può giudicare nessuno e io vorrei sentire qualcuno dire ma chi se ne fotte. Ma chi ti giudica. Ma chi ti guarda. Ma fai cosa vuoi. La voce di mia madre che mi diceva quando sarai grande farai quel che vorrai. Un’ ex bambina che aspetta di diventare grande per fare cosa non si sa, lei non lo sa.

Quando si diventa grandi.

(oggi mispiego compie tre anni, lo tengo abbracciato e gli dico quante cose belle farà.)

Stanotte

Giri di notte per casa, come i fantasmi. Con un lupo che ti rosicchia le costole, un pastore tedesco che si mangia le unghie perché è stressato e un chihuahua che lo sa cosa hai, stanotte, sempre, perché è come te. Sono notti in cui ti dai del tu, c’è confidenza. I fantasmi non ti hanno mai fatto paura, non più di alcune persone, non più di alcuni pensieri che no, non dovresti scrivere soprattutto qui ma poi te ne fotti e ti dici dove cazzo li scrivo se non qui.

È strana questa casa, questa cosa di questa casa che vivi qui da quanto, 19 giorni, e ti muovi di notte come se fossi sempre stata tra queste mura e non devi prendere le misure, cercare le porte o ricordarti gli interruttori. Tanto non l’accendi la luce di notte, vero. No, le ragazze dormono al piano di sopra, non le sveglieresti comunque, non è loro che non vuoi disturbare con la luce accesa. Hai il fiato corto, capita con le costole smangiucchiate.

Anche con Lui era andata così, con la sua pelle, la prima volta, la prima carezza, la schiena nuda, la sua, la tua, non si capiva mica, non si distingueva, tu non distinguevi. Era come averla toccata da sempre, forse eri un fantasma nella sua vita, prima, quando aveva paura dei fantasmi, perché lui aveva paura. Come Cri. Hanno paura. Cri. Stanotte è Cristina che ti gira tra i pensieri e vorresti rigirarla tra le mani come quando era piccola, sarebbe più semplice, tenerla e basta invece no.

Hai pensato di nuovo che vorresti qualcosa di facile, ogni tanto. Perché di fondo sei una stronza a cui non piace faticare e che non ricorda di aver mai ottenuto qualcosa così, in modo facile e quello vorresti, per una volta, una sola volta vorresti che fosse facile. E vorresti esprimere il tuo desiderio quando soffi sulle candeline e ultimamente lo stai facendo di intestarti una speranza, un augurio ma siccome sei una stronza ti senti in colpa subito dopo, quasi durante che sei ancora lì con le labbra schiuse e già ti senti una madre di merda ad aver desiderato qualcosa che fosse tuo.

E vorresti riaddormentarti anche abbracciata al fantasma, anche senza gabbia toracica, anche con il cane addosso come quelli che stanno sotto i portici in centro e non importa domani.

Hai più libri di filosofia che di diritto. Non male per una con la tua laurea. Devi ancora andarli a prendere i libri di diritto, sono ancora di là, nella casa vecchia. È che non ti servono, però non puoi lasciarli lì. Lo sai che hai sbagliato, vero? Lo sai che facevi in tempo a cambiare in corsa ma siccome sei una stronza che un tempo era una stronza cocciuta non hai voluto, non ti sei data la possibilità, quella e tante altre. Fai l’elenco di tutte le possibilità che non ti sei data, parti da lontano, la notte è lunga, il respiro è corto, la luce è spenta, il cane si mangia le unghie, il dolore è stronzo, come te, sarà per quello che vi capite. Lo sai quante cose hai sbagliato? Lo sai che l’altro giorno sei stata in silenzio con il servizio clienti albanese della KLM per recuperare i voucher di quel volo mai preso per Amsterdam a maggio e che lo hai fatto di proposito, un lungo silenzio e quando la signorina Ana con una enne sola ti ha chiesto se eri ancora in linea in preda a una forma sottile di horror vacui che coglie in questi casi hai espirato rumorosamente e le hai detto sì, che c’eri e che restavi volutamente in silenzio come tecnica zen per non smadonnarle addosso la tua incazzatura, lo sai che queste cose non si fanno eppure le fai. Metti anche questa nel tuo elenco.

Lo sai che durante la riunione di classe hai pensato di alzare le mani sulla mamma della piccola sciampista? Lo sai che nella tua testa apostrofi delle ragazzine così? E che volevi alzarti davanti a tutti e dire alla mamma della piccola cubista di andare a rubbare con due b, proprio così, ma vai a rubbare. Lo sai che non va bene.

Ma stanotte hai i cazzi tuoi, si vede. Hai Cristina che ti rigira nella testa e vorresti che fosse facile. A Lui hai detto che l’adolescenza non è una montagna da scalare, è una frana dalla montagna che devi far scalare a un altro. Tu conosci il percorso e sei lo sherpa, porti i bagagli e indichi la strada ma quando tutto frana devi fermarti anche se l’altro vuole proseguire e devi farlo fermare e ti prendi quel che arriva, sassi o insulti. Tu non sei lo scalatore, tu non sei un cazzo di nessuno e rischi la pelle e a te tutto questo pesa più che ad altri che sono bravi a portare carichi e a farsi carico e a dedicarsi.

Lo sai che non ti viene naturale dedicarti a nessuno? Lo sai, si? Almeno questo lo hai imparato? C’era scritto nei tuoi libri di diritto o di filosofia o di quel che vuoi? A te non frega niente di dedicarti agli altri, non è nella tua natura e sai ognuno ha la sua natura. Te lo ricordi quell’amico del tuo fidanzato di cent’anni fa? Quello che insegnava filosofia all’Università che poi era solo un assistente ma a te sembrava molto di più, te lo ricordi quella sera, a Napoli, quando tu gli hai detto chi nasce tondo non muore quadrato e lui ti ha risposto la vita serve a questo, piccirè. Te lo ricordi, stanotte, con i fantasmi che ti siedono accanto e siccome sei una stronza te lo ricordi ma te ne fotti perché come ti ha detto Lui la settimana scorsa non sai pensare geometricamente. È vero, gli hai risposto. Perché questo lo fai, bisogna dartene atto, questo lo fai sempre, non neghi mai l’evidenza. Perché sei stronza ma realista.

Sei tonda o sei quadrata? La vita ti serve a cosa? A te, a cosa ti serve la vita? A pensare pensieri folli di notte con un lupo che fa cosa vuole e non gli dici niente, a pensare che hai già vissuto la data della tua morte e che non la saprai mai. Adesso vai in loop con questo pensiero, non saprai mai la data della morte che poi è la sola cosa che sai davvero della vita, soprattutto stanotte, soprattutto di notte, perché stai con i fantasmi e allora lo sai più di altri o lo senti più di altri. Sai quando sei nata e non sai quando morirai. Il giorno. Nessuno lo sa. Lo vivi ogni anno quel cazzo di giorno e non potrai saperlo. Potresti diventare matta per un pensiero così, lo sai. Potresti diventare matta, lo sai. Ci sei andata vicina, dicono, ma no, lo sai che non è mica pazzia quella. È solo dolore, e il dolore è stronzo come te, per quello vi trovate bene insieme.

Essere madre è faticoso. Per te di più che per altre. Tutto il peso delle decisioni, delle scelte, del mondo fuori che fa schifo, stanotte fa schifo, fa sempre schifo e dove devono andare queste due, così, per il mondo, e tu non c’entri niente, lo sai, le devi lasciare andare come sono, con la loro natura e tu lo sai se una è nata tonda e l’altra quadrata, tu lo sai e ti sembra di essere la sola a saperlo e non vuoi saperlo, non stanotte perché ti fa male sapere di altri da te, ti fa male altro dolore che aggiungi al tuo, altra fatica che aggiungi alla tua.  Per te è troppo questo peso, il peso delle vite altrui. Mangiano? Dormono? Stanno bene? Si ameranno? Ameranno? Saranno amate? Avranno freddo. Sbaglieranno Facoltà. Penseranno di essere grasse. Stupide. Stronze. Faranno un frontale. Penseranno di fare testamento, di notte. Faranno lunghe pause zen per non imprecare.  Tu non vuoi saperlo e lo sai. Per questo resti al buio. E vieni qui. Essere madre non fa per te, lo fai al meglio ma non è roba tua, si vede.  Ti perdoneranno? Proprio tu pensi al perdono, tu che non sai da che parte si comincia. Tu non perdoni e non dimentichi, sei così. Tonda o quadrata, quel che è. E pensi a Dio. Tu. Che non giureresti sulla tua esistenza figuriamoci se puoi avere fede. Eppure ci stai pensando. Tua figlia, Dio, chi per lui, il mondo fuori, il dolore dentro, i fantasmi, un lupo vecchio come te che forse lo sa quando morirete, l’elenco dei tuoi errori ogni giorno più lungo, i pensieri scorretti, tua figlia, la fragilità che copri con il fondotinta ogni mattina, i pesi con cui alleni i muscoli, per le braccia te li lascia leggeri perché sono le ripetizioni che contano, invece per le gambe li aumenta perché non patisci, tu le gambe non le patisci, te lo dice sorridendo l’istruttore,  sei pronta a scappare ma sai restare salda, ferma immobile, sei capace di salire in montagna ma sai anche accovacciarti sotto una pioggia di sassi che ti cadono in testa e poi ti rialzi, le gambe sopportano il dolore meglio della testa, ma questo non lo immagina l’istruttore. O del diaframma.  Il medico ti aveva detto che era un peccato con il tuo utero non fare altri figli, come se avendolo visto dal vivo lo avesse ritenuto un bel posto, un posto accogliente e strutturato, fatto proprio per quello, per fabbricare figli. È la testa, non l’utero, il problema. Avevi risposto così, bisogna dartene atto, non inventi mai scuse. Perché sei stronza ma sei sincera.    

Vorresti Mara, la vorresti accanto e non c’è.

Vorresti sapere cosa c’è che non va in te, a parte il fatto che sei stronza. Vorresti sapere dove sta il baco, lo sai che c’è, chiedi a Lui di indicartelo ma lui dice che non c’è. Tu sai che c’è. La grinza, l’errore, l’ingranaggio che non gira. Lo chiedi ai fantasmi ma i fantasmi non parlano. Non a te.

Vorresti non essere mai nata.

Vorresti non dover morire per forza.

Vorresti Dio, lo vorresti accanto ma non c’è.

Vorresti tornare indietro e non si può.

Vorresti piangere.

Vorresti scrivere.

Vorresti che non leggessero, non questo. Non loro, la vecchia prepotente, la culona senza qualità, l’orrendo butterato che sai ogni volta che entrano e ti sembrano gli addetti ai bagagli dell’aeroporto quando venivano sorpresi a rubare e nonostante le telecamere continuavano. Coglioni. Vorresti dirglielo.  

Vorresti mandare una raccomandata o una pec e dire a tutti che basta, recedi, risolvi ogni rapporto in essere, paghi la penale, lasci la cauzione, forse ci sono caparre che vagano a nome tuo, tenete, tenete anche il nome, vorresti dirlo a tutti. Basta, basta con tutto. Non sei più figlia, madre, sorella, non sei più. Vorresti non avere niente e invece hai tutto, hai tutto tu, senti il peso di tutto tu, solo tu che tanto il mondo cosa ne sa, il mondo fa schifo, stanotte.

Vorresti che fosse facile, almeno una volta, saresti disposta a barattare uno dei tuoi desideri da quattro soldi, in fondo, sei ci pensi per davvero che desideri sono poi, puoi farne a meno. Fai l’elenco di tutto quello di cui puoi fare a meno, fai l’elenco di tutti quelli di cui puoi fare a meno. Tieni il lupo perché sa troppe cose, tieni i cani che a loro non importa di domani. Fai l’elenco dei fantasmi schierati qui davanti, li conosci uno per uno. Tieni Lui che ha la tua pelle addosso o tu la sua.  Tieni tua figlia, tienile la testa tra le mani, per proteggerla dalla frana che non puoi evitare, per tenerla e basta che la vita serve a questo, stanotte che no, non ti riaddormenterai, tienila tu.