A cose fatte

A un certo punto il Presidente è uscito e ha detto che loro, dentro, dovevano interrogare. La Presidentessa, anzi. Ci scusi, ci scusi, abbiamo detto tutti a voce ancora più alta che avrebbe dovuto richiamarci di nuovo e così noi ci saremmo dovuti scusare ancora e allora lei avrebbe insistito e noi ci saremmo cosparsi il capo di cenere in coro. È stata una grande festa iniziata quando Cri ha fatto il giro della commissione per stringere le mani e una commissaria esterna le ha detto “buone cose, buone cose” e un’altra le ha detto “in bocca al lupo, in bocca al lupo” e lei sorrideva, la cinesina di mamma e papà sorrideva e stringeva mani e annuiva e la festa è iniziata lì, con il gruppo dei suoi amici che si è alzato tutto insieme e tra loro sua sorella che spiccava in altezza va detto e sono usciti e in mezzo a loro è uscita anche lei che io già stavo in corridoio.

Non ci sono entrata in aula. No, no. Sono stata sulla soglia. Anche suo padre. Sentire senza vedere è il superpotere dei genitori. Per vedere vanno bene gli amici o le sorelle. Io ero già in corridoio quando è comparsa con la sua (mia) camicia bianca fuori dai pantaloni, la cinesina di mamma e papà, con gli occhi che ridono come suo padre che quando ti ridono gli occhi è come se ridessi tutta, che non serve il resto della faccia. È arrivata dritta da me e ci siamo abbracciate. Poi l’ho lasciata agli altri. Ecco perché il casino in corridoio e la Presidentessa che esce infastidita. Nel marasma di fiori e parole, di congratulazioni e fogli agitati come ventagli, io e suo padre ci guardiamo.

Quando è arrivato lei gli ha buttato le braccia al collo. Non se l’aspettava, pensava ci fossimo solo io e la sorella, che Lui fosse troppo impegnato, che questa cosa importante non fosse così importante. E le è cambiato lo sguardo, l’ho visto. Ed è cambiato anche a lui anche se non l’ho visto ma so dalla forma delle sua schiena cosa succede quando una delle figlie lo stringe così. Si espande per un momento e si raggomitola subito dopo, si china quel tanto che basta per avvolgerle nel bozzolo sicuro come fanno certi insetti, le comprende e non le trattiene mai. La sua schiena quando abbraccia le nostre figlie è, da sempre, uno dei posti dove preferisco poggiare lo sguardo.

Questa mattina, molto presto, ci siamo sussurrati cose nel letto. Io ho aperto gli occhi alle 3.33. ma non per la maturità o meglio per la mia maturità, quella ormonale. Lui mi ha stretto la mano. C’erano delle mattine, quando lei era piccola e andava all’asilo, nella sezione dei Girasoli, in cui le chiedevamo “ma dove vai oggi? All’Università?” perché si alzava ed era grande. Più grande della sera prima, molto più grande.

“ma dove va, adesso. All’Università?” ci siamo detti stamattina.

Sì. Adesso ci va.

Ha preso la patente. La frase che ho ripetuto più spesso a giugno è stata: avvisami quando arrivi.

Le raccomando prudenza e buon senso. È inutile. Perché lei è nata prudente. Talmente prudente da prendersi circa dieci giorni in più sul termine della gravidanza per essere sicura di voler nascere. Eppure glielo dico. Perché ho paura degli altri e non posso fare niente se non dire a lei di stare attenta agli altri.

È nata 6929 giorni fa. Si è diplomata due volte, ha vissuto un anno in Canada, ha preso la patente, lascia le ciabatte in giro per casa, si fa la doccia un attimo prima che io chiami per la cena pronta, non risponde al telefono, ha fatto il viaggio della memoria in Polonia, legge per ore intere, detesta il diritto, l’economia e l’informatica, ha lavorato in una gelateria, è diventata volontaria di croce rossa, ha votato per la prima volta al Referendum, mi ha chiesto di regalarle l’abbonamento all’Internazionale, ha lavorato al Salone del Libro, ha capacità critica e fasi narcolettiche, proverà l’ingresso in tre diverse facoltà ma c’è una materia che più di tutti le fa brillare gli occhi, che quando ti brillano gli occhi è come se brillassi tutta, la cinesina di mamma e papà.

È nata 6929 giorni fa.

La cicatrice della sua nascita, sul mio ventre,  sta peggiorando con gli anni.  Mi sembra sempre più pronunciata. Un gradino sempre più spesso. O più alto. Più faticoso. Più evidente. Forse sto perdendo collagene insieme agli ormoni. Forse i segni del tempo sono anche questi, alla fine un taglio sulla pancia è comunque un taglio sulla pancia, indipendentemente dal perché lo abbiamo.

Quel taglio ha 6929 giorni.

“Meno ci sei più sento la tua voce” mi ha detto, al telefono. Io e suo padre eravamo in montagna con i cani. Sua sorella in Spagna. Lei da sola a casa.

È una cosa giusta da dire, infatti l’ha detta. Quando gliel’ho riferita Lui ha annuito.

È bravo ad annuire quando serve. Non fa un movimento pieno della testa: assottiglia le labbra e spinge l’estremità verso le orecchie, il viso avanza un po’, e le spalle si avvicinano alle orecchie, in genere lo fa a braccia conserte, annuisce sì ma in protezione, non socchiude gli occhi anzi è da quelli che capisci che sta annuendo.  Quando Lui annuisce io so che tutto va bene perchè in quella protezione ci infila anche noi. Quando Lui annuisce è sempre come se fosse un dato di fatto che ti senti scemo a non annuire pure tu.

Il professore di Letteratura italiana è uscito dall’aula prima di iniziare un nuovo esame, quello che abbiamo disturbato con il nostro festoso caos. Voleva conoscerci. “È stato un onore essere il professore di Cristina”, mi ha detto. “Complimenti”. Gli ho stretto la mano presentandomi e gli ho detto solo il mio nome. Senza il cognome. È delle madri non utilizzare il proprio cognome, diventa qualcosa di inutile a un certo punto.

Sono 6929 giorni che sono la mamma di Cristina. Sonia, se proprio devo specificare.

“Grazie Professore” a momenti piangevo di orgoglio per questa cinesina di mamma e papà che è nata 6929 giorni fa, e annuivo perchè anche io annuisco.

Non sono brava ad annuire quando serve. Mi esce come un tic nervoso: un movimento che parte dalla gola, serro i muscoli del collo, mi si vedono le vene e la mascella si irrigidisce. Risucchio le guance e ne esce un viso più scavato del normale, la bocca si sporge verso l’esterno della faccia come dovesse cadere e corrugo la fronte, mi si forma un binario tra le sopracciglia e lo sguardo diventa greve.  Quando io annuisco non importa se va tutto bene o tutto male perché non è mai quello il momento. Quando io annuisco è sempre a cose fatte, che non si possono cambiare più e sei uno scemo a non annuire pure tu.

“Sento proprio la tua voce, non tanto quello che dici ma come lo dici”

“Allora non ti servo più. “

“è la teoria della madre inutile”

“sì, ma io ne ho una mia versione”

“figuriamoci se non ne avevi una tua versione. Qual è?”

“è la teoria dell’inutilità sopravvenuta. Sulla scorta dell’impossibilità sopravvenuta che estingue l’obbligazione”

“hai mischiato la pedagogia e il diritto?”

“una specie di sincretismo, sì”

“non mi piace il diritto”

“per fortuna”

“ne scriverai?”

“mhmm. Sì, ma a cose fatte. Non voglio che qualcuno, tu sai chi, porti male”

“non esistono queste cose, smettila”

“non esistono per te perchè me ne preoccupo io”

“e cosa scriverai?”

“di quella volta che ti ho detto che hai il 50% del mio dna e tu mi hai risposto che ce l’hai nel corpo di barr e allora mi sono offesa perchè da dove pensi che ti arrivi l’intelligenza, dai, siamo seri. “

“ti provocavo. Però sei andata a controllare cos’è il corpo di barr, brava”

“certo, da dove pensi che ti arrivi la curiosità, dai, siamo seri. E la tendenza alla provocazione, pure, dai siamo seri”

“e poi?”

“poi conterò quanti giorni ci sono in questi tuoi 19 anni e mi stupirò del numero che uscirà ma non di tutto quello che abbiamo vissuto in quel numero di giorni.”

“ci vuoi contare a giorni? Perchè?”

“per scriverlo”

“mi piace”

“lo so, stai annuendo. Hai le braccia conserte e stai corrugando la fronte”

“ma se non mi vedi. Come lo sai?”

“meno ci sei, più ti vedo”.