Mentre non c’eri

 

Pepe ha fatto una treccina, alle bancarelle, ha scelto i fili di quattro colori diversi, c’è anche l’argento con i brillantini e un sonaglino che chiude tutto ma non fa rumore, meglio le ho detto, i campanelli son cose da mucche. La ragazza che le ha annodato i fili lungo la ciocca lunghissima di capelli ha lavorato almeno venti minuti, io ho aspettato in un angolo con Justin al guinzaglio che non ha fatto altro che abbaiare al passaggio di ogni altro cane.

La maggior parte delle persone ha un cane.

Pepe è molto felice della sua treccina e comunque le sta bene, è vero, ha fatto bene a volerla.

Cri ha iniziato a bere il caffelatte a colazione, le intiepidisco il latte, appena appena e poi le aggiungo un po’ di caffe. Poco, tranquillo. Ci inzuppa le macine, la morte loro proprio. Era la mia colazione preferita, quando bevevo il latte e mangiavo i biscotti. Adesso dice che si, è la sua colazione preferita per sempre. Non so quanto durerà, non penso che arriveremo all’inizio della scuola. Ho letto che ci vogliono ventuno giorni per prendere un’abitudine. O per perderla. Ventuno. Non sono tanti, nemmeno pochi, non so se Cri riesce a fare qualcosa che non sia Karate per più di ventuno giorni, vedremo. Ho pensato che quando ci siamo conosciuti tu avevi paura delle abitudini, mi dicevi che se ci fossimo visti più di quel che ci vedevamo ti saresti abituato e non volevi. Ti rispondevo sempre in un modo solo: esistono anche le buone abitudini.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta.

Una bambina in spiaggia cercava di vendere l’acqua a suo fratello, gli diceva che si trattava di acqua bagnatissima e alzava il tono della voce, come al mercato, guarda, guarda, è davvero acqua bagnatissima, non l’hai mai provata?

A cosa serve, le ha chiesto lui.

Lei ci ha pensato, solo un attimo, davvero.

A fare quello che vuoi.

Lui l’ha comprata.

Non ha pagato alcun prezzo, le ha solo detto si, la compro e allora lei gli ha dato il secchiello. Tecnicamente la vendita non si è perfezionata, ho pensato, non so perché ma l’ho pensato come penso che la caffettiera può scoppiare mentre preparo il caffè per il latte di Cri o che se non ripeto il codice del bancomat mentre sono in coda alla cassa lo dimenticherò.

Non l’ha usata, ho aspettato che la usasse per vedere cosa voleva, insomma hai un’acqua bagnatissima che puoi farci quel che vuoi e invece non l’ha usata.

Però sapeva di averla, mi sono detta.

C’è una coppia di anziani nel palazzo accanto, passo davanti al loro balcone, sono al primo piano, la sera quando porto fuori Justin e butto il vetro o la plastica. Lui si chiama Angelo ed è ripiegato a metà su se stesso, è come la confezione del calippo dopo che hai bevuto anche il fondo e la accartocci. Lei non lo so, perché lui non la chiama mai, è solo lei che chiama lui, anzi è solo lei che dice a ripetizione il nome di lui per lamentarsi di tutto quello che lui è stato, è, di tutto quello che lui non ha fatto e non fa. Mi mettono ansia e qualcosa che somiglia alla tristezza. Una vita così, a maledirsi. Che spreco. Faccio il tifo per lui, ogni sera spero di vederlo tirarsi su da se stesso all’improvviso e darle una testata in mezzo agli occhi, come la scena del film co Aldo Giovanni e Giacomo. Forza Angelo, forza. Invece niente.

Ho sentito Sara, ho visto Elisa, abbiamo mangiato in spiaggia, i ragazzi sono stati in acqua tutto il giorno, anche Cri, che anche se Edo è amico di Pepe va bene, perché Edo va bene. Ho sentito Giorgia, una mattina mentre prendevo il caffè, mi ha raccontato della sua bimba appena nata e intanto Pepe mi mandava messaggi tutti uguali. Mamma dove sei? Mamma quando torni? A prendere il caffè, tra poco. Cuore di risposta, rosso, pulsante.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta.

I vicini sono qui con la nipote adolescente, avrà sedici anni. Ha i capelli ricci e un ragazzino che l’aspetta ogni mattina sotto, appena fuori dal portone, appartato che non si veda da sopra. Sono uscita e lui sentendo il rumore della serratura che scattava si è illuminato a giorno e mi è dispiaciuto persino che poi ero solo io, avrei voluto dirgli qualcosa per consolarlo ma per fortuna lei era subito dietro di me e  ha fatto una corsa e gli è saltata addosso con la mossa del koala e lui la teneva per le natiche mentre lei lo cingeva con le gambe e ho sperato che i nonni non li vedessero e poi ho pensato via, via veloci, andate al mare e tornate tardi, più tardi che potete, via, vi copro io, andate, se serve fischio indifferente, andate, via via, veloci.

In spiaggia c’è il mondo intero per quel che è. Basta sedersi a guardare e c’è tutto. Quelli che bevono la coca cola alle dieci del mattino, aprono la bottiglia ghiacciata tirata fuori dalla borsa frigo tenuta sotto l’ombrellone facendo attenzione e io spero sempre che invece si rovesci tutta, che tutto il gas fuoriesca con la schiuma marroncina sugli asciugamani appena stesi, non so perché, forse è solo per dispetto. Quelli con i gonfiabili più gonfiati di sempre, fenicotteri e unicorni come in un mondo fantastico che si danno battaglia tra le onde, quelli con occhialini e maschere e tubi e boccagli e poi restano a riva. Quelli che il bagno ancora no che non sono passate tre ore. Mamma perché noi non aspettiamo mai tre ore? Mi chiedono una volta a stagione le mie ragazze. Non lo so. Perché io non le aspettavo, perché mia madre non mi ha abituata così e chissà che magari non sia stata una buona abitudine. Quelli che sono in vacanza con i nonni e vivono in un eterno rimandare: fino alla boa quando arrivano i tuoi, il monopattino quando arrivano i tuoi, il cocco tanto non ti piace poi lo provi quando arrivano i tuoi. Poi parlano tra loro, le nonne, le sento. Concludono ogni discorso dicendo “non vedo l’ora che arrivino i suoi”.

Un ragazzo con due cani mi ha detto che Justin sembra un Drago Cinese. Ho riso, forte, in mezzo alla strada. Allora anche lui ha riso. È bellissimo, mi ha detto e non so se si riferiva al fatto che stessimo ridendo o al cane. Non importa, mi sono detta.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta.

Ho cucinato, lavato il bagno, steso con metodo così da non dover stirare. Ho letto tre libri, due ok, il terzo una cazzata paurosa che mi sono detta ma come trovano editori consenzienti questi qui? Ma pagano o sono pagati? Ne ho comprato un altro e l’ho iniziato e sto pensando che non capisco niente, di premi e streghe e classifiche. Ho immaginato a come disporre i libri nella nuova libreria che abbiamo, a casa. Ho ancora dubbi, ho visto che c’è un libro che spiega come fare e ho pensato a Roth:

“forse dovresti scrivere

invece tu dovresti piantarla di leggere tutto ciò che è stato scritto

e cosa dovrei fare nel tempo libero?

Immergerti nella vita vera

C’è un libro che parla proprio di questo, sai.”

Poi ho pensato a un nome femminile e forse l’ho trovato.

Mio nonno avrebbe compiuto cento anni e non li ha compiuti ma un po’ si in realtà, mi sono detta, i morti non possono più morire e allora in qualche modo continuano a vivere e allora in qualche modo questi cent’anni li ha compiuti e in qualche modo io gli auguri glieli ho fatti che poi davanti al mare mi viene sempre più semplice e so anche perché ma non mi va di dirlo e poi in fondo lo sai anche tu e allora non c’è bisogno di dirlo.

Ho guardato gli annunci immobiliari, qui, in zona. Sono matti. Ho prenotato il ristorante e la torta per Pepe per quando arriverai, è un ristorante sulla spiaggia sempre pieno. Ho fatto un massaggio in un centro estetico e non ho mai tolto la mascherina, le ragazze sono rimaste da sole e sono state brave, va detto. Abbiamo mangiato la peggior pizza di sempre nel peggior locale del mondo con la clientela più atroce che si possa immaginare. Abbiamo ribattezzato quelli del tavolo accanto a noi gli abitanti di Truzzolandia, il paese dei Truzzi. Abbiamo soprannominato un signore in spiaggia l’Uomo Braciola perché passa la giornata al sole senza mai muoversi dal lettino e la famiglia accanto a lui li abbiamo chiamati gli Infelici perché non sorridono mai, nemmeno per finta, quelli del bar invece sono la famiglia Sorrisini per il motivo opposto, abbiamo immaginato avessero una paresi e io ho anche detto che forse si drogano ma era una battuta, sia chiaro. Poi abbiamo identificato un esemplare di Mamma Rospo per la forma della gola, abbiamo immaginato di vederla saltare in acqua per recuperare il suo bambino, esemplare di girino con braccioli e abbiamo riso. Abbiamo smesso di lamentarci dei sassi per uscire dall’acqua quando accanto alle nostre ciabatte abbiamo trovato delle stampelle e una ciabatta sola, di un signore che giocava con dei bambini in mare, poco lontano da noi e no, non ce ne eravamo accorte.

Le ragazze mi hanno chiesto perché alcune persone non usano il congiuntivo, una sera, di ritorno dal lungo mare, prima di attraversare sulle strisce, sai nel viale dove hai parcheggiato tu quando eri qui. Credo che abbia a che fare con il dubbio o meglio con la sua assenza, ho detto. E ci siamo addentrate in un discorso sui modi e sui tempi, è stato bello, penso lo abbiano capito e penso che abbiano capito l’importanza del dubbio, o meglio della sua presenza. Cri mi ha detto che le piacerebbe studiare Lettere all’Università. Pepe invece vuole diventare maestra di tennis e magari prima studiare Scienze Motorie e forse prima fare il Liceo Artistico. Ho pensato che mi madre mi avrebbe risposto di finire prima le medie e allora ho detto che mi sembrano tutte scelte bellissime, di tenerle lì. Come acqua bagnatissima.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta. Ti aspetto e anche questa abitudine non l’ho persa.

spiaggia

 

 

E poi

 

Tra le cose che non so fare c’è piantare un ombrellone. Ne ho mentalmente preso nota, questo non significa che non ci proverò di nuovo anzi, ma ho segnato che no, non è roba mia. Soprattutto se manca la sabbia ma ci sono i sassi.

Il proprietario del chiosco mi ha chiesto se aspettavo mio marito, per il caffè, lunedi mattina. Anzi, non l’ha chiesto, mi ha detto “per il caffè, signora, aspettiamo suo marito”.

Eh, magari. Gli ho risposto. L’avrei anche aspettato con lui, io e lui, quel plurale presente, noi due ad aspettare per il caffè, guardando il mare e la spiaggia di sassi. Si può dire spiaggia di sassi? Non è come dire bistecca di seitan? Non succede quella cosa per cui il cervello crea un’immagine sulla base delle parole e poi però la realtà è diversa e tu non sai più cosa stai dicendo?

Eh, magari. Ma è tornato a Torino e il caffè lo prendo da sola, con il cagnetto. Sarà per quello il signora infilato ormai a metà di ogni frase. Quanti pezzi, signora, di focaccia? I sacchetti, signora, erano due o tre? Deve essere per il cagnetto, si. Per la beatitudine con cui lo porto in giro, arrogante lui innamorata io, deve essere per come parlo al cagnetto, dai su andiamo, dai su non farla lì, deve essere il tono con cui chiedo al proprietario di ogni cane se il suo è maschio o femmina, perché il mio è aggressivo con i maschi e pirla con le femmine. Deve essere la faccia a culo di gallina che metto su ogni volta che sento la frase “più sono piccoli più rompono”. Vale anche per le persone, sappiatelo.

Il caffè lo prendo da sola. Con il cagnetto. Lui è andato via, è tornato a Torino, io sono da sola con le ragazze. E il cagnetto. Tanto ho la fortuna di poter lavorare da qualunque posto, mi bastano la connessione internet e i miei files pieni di numeri, quindi posso stare qui, senza di lui, senza sabbia ma con i sassi, insieme alle ragazze e allo Scarabeo di Harry Potter e il taccuino su cui Pepe segna i punti. Stravinco e si offendono. Lui è andato via e io sono qui. Succede sempre e non mi piace mai. Dormo male, dormo meno. Parlo molto, di più, spesso male. Manca lui e mancano i silenzi che mi regala, con il pezzo di sigaro in bocca, spento, con lo sguardo posato su di me e poi però è su di noi e non sembra ma è così che siamo noi, che non sembra mai e poi invece. Non so piantare un ombrellone, soprattutto se manca la sabbia e ci sono i sassi.

Dopo dieci minuti di tentativi mi si è avvicinato un uomo. “Signora, l’ho vista in difficoltà. Posso aiutarla? ” Non l’ha messa in mezzo, la parola, il signora, è stato l’esordio. Ha cominciato la frase così, come una preghiera e poi era un aiuto e poi forse è così che si prega ma io non lo so, non lo so più, io non prego perché anche quella è tra le cose che non so fare. Un uomo che poteva essere mio padre ma non lo era, più pancia che capelli, un uomo come un prozio, uno di quelli che vedi ogni tanto, le domeniche quando sei piccola a casa dei nonni, al cimitero il giorno dei morti e poi non li vedi più, qualche matrimonio, qualche funerale. Ho uno zio così, che aveva un laboratorio di sartoria nel quale giravo tra macchine da cucire e assi da stiro senza capire come si potesse da un pezzo di tessuto ricavare qualcosa di completamente nuovo. Mi cantava sempre “ lo sai che i papaveri sono alti alti alti e tu sei piccolina sei nata paperina che cosa ci vuoi far” e intanto con le mani teneva le mie e mi faceva ruotare nella stanza. Mi ha rubato il naso strappandomelo con l’indice e il medio così tante volte che penso se lo sia tenuto, alla fine. Mi aveva cucito una mantella, il soprabito più bello che abbia mai avuto, se giravo da sola su me stessa faceva una ruota ampia e io lo facevo, in corridoio, prima di uscire con la mia mantella su misura per me, nata paperina.

Si. Grazie. Gentilissimo, davvero.

Il movimento è tutto in obliquo, non bisogna piantarlo come un gonfalone sulla luna, come la bandierina sul tee dopo aver mandato in buca, non è una vittoria, non è un contrassegno è qualcosa che deve essere più stabile, mica altro. Piantata l’asta in obliquo, tra i sassi, si deve compiere un movimento pelvico per qualche minuto facendo girare anche le mani e la base dell’ombrellone. È una rivoluzione e una rotazione, senza fretta ma non lenta. Man mano si tira su e poi si infila la parte superiore, senza andare troppo a fondo, non sono questioni di fondo, deve essere stabile ma non rigido, se vai troppo a fondo si blocca. E poi si apre e hai l’ombra, perché a quello serve un ombrellone piantato sulla sabbia e tra i sassi, comunque serve solo ad avere ombra. E poi ci metti dei pesi, alla base. I pesi vanno sempre alla base, ovvio. Così non vola via perché un ombrellone che vola via non serve più e poi può essere pericoloso, tu volevi solo un po’ di ombra e magari fai male a qualcuno, alla prima folata di vento se non sei stabile succede, che pensavi di no e poi invece.

Certo, avere quelle mani lì fa la differenza. Mani come arnesi, mani di chi ha il garage in ordine e sa travasare le piante e imbottigliare il vino. Un uomo che ha fatto i sacrifici, quella generazione ha fatto i sacrifici, quella generazione è convita di essere l’ultima ad averne fatti perché non vede che sono cambiati i sacrifici, non li riconosce. Un uomo che ha fatto studiare i figli, due, un maschio e una femmina. Una coppia, dice quella generazione, sono stati fortunati, hanno fatto la coppia. Anch’io ho la coppia, dico quando sento questa frase. Ho una coppia di femmine, coppia vuol dire due. Girano la testa e cambiano argomento, così fa quella generazione quando non capisce. Non dice mai che non ha capito. Anche i nipoti studiano, licei che non sanno cosa sono, non sono diplomi chiusi, quelli che li finisci e poi trovi il posto fisso per tutta la vita, come l’ombrellone dello stabilimento, quello non vola via, al massimo lo chiudi se tira troppo vento. Ha una nuora, ho immaginato, che non vuole venire in vacanza qui, in questa casa comprata con i sacrifici, con i soprammobili che non le piacciono. E ha un genero che è un coglione ma quello è. La moglie prepara da mangiare già il mattino e poi vanno al mare insieme fino a mezzogiorno e mezza. Lui fa una nuotata, ma sempre più vicino, non fino alla boa. Non nuota più verso l’orizzonte, adesso nuota in verticale come un pesce nell’acquario perché lei ha paura che lui si senta male e poi la vita diventa questo, che delle tue paure te ne fai niente e poi l’amore però diventa questo, che delle sue paure ti preoccupi.

Forse signora è dovuto al mio abbigliamento, ai miei caftani morbidi, ai pantaloni ampi come gonne, alla comodità del vestire, non uso nulla di attillato, niente che fasci che le fasce vanno bene per le ferite ma sulle cicatrici non servono più. O forse è dovuto alle macchie sul viso, quelle che vengono per il sole nonostante la protezione alta. Quest’anno ne ho una nuova, sulla fronte. Un’ombra tra i pensieri, sembra il test di Rorschach. Ci vedo mio padre. È grave?

Forse signora è dovuto al fatto che sono una signora con il cagnetto, il caftano ampio, delle macchie sulla pelle quarantennale senza grandi manutenzioni, due ragazze alte e slanciate che mi camminano accanto discutendo intorno alla validità della parola “Cho” a scarabeo perché pare che sia il nome o nomignolo di un personaggio secondario di Harry Potter ma Pepe contesta e accusa la sorella di non essere in grado nemmeno di formare una cazzo di parola- si proprio cazzo di parola- mentre lei si impegna e tira fuori omega o ideale e poi noi abbiamo questa cosa che giochiamo sempre con il regolamento aperto per controllare come si fa e poi però le regole ce le riadattiamo un po’ che alla fine possiamo giocare solo tra noi perché le regole generali si sono quelle ma non proprio e non è che agli altri puoi spiegare che se una regola non sai cosa significa o ti sembra sciocca allora non la usi e continui a giocare senza, una signora con dei files pieni di numeri in un portatile poggiato sul tavolo, un ombrellone che non sta su e allora si va allo stabilimento che facciamo prima e non chiediamo aiuto a nessuno e lui che è tornato a lavoro, lo fa sempre ma non è che uno si abitua solo per questo. E poi non mi fermo più sulla panchina, al tramonto. Non mi va senza di lui. La sua mano calda sul collo che sembra una carezza ma non esistono carezze che sembrano mani sul collo, è altro, è tornare a casa da un viaggio, aprire la porta e respirare l’odore di dentro, da dentro, il cagnetto seduto accanto a noi e la gente passa e lo guarda come se fosse strano vedere un cane seduto su una panchina e poi noi ridiamo e diciamo cosa guardate non lo vedete che non è un cane ma è un professore e non so perché lo diciamo ma è così e da sola non lo dico più perché non mi fa ridere, cioè un po’ mi fa sempre ridere ma solo perché immagino la sua voce mentre lo diciamo. E poi mi fa vedere che di là c’è la Francia e me la indica e io anche se lo so dico ah, si, è già la Francia e lui dice si, si e poi stiamo in silenzio finchè non arriva una canzone da un chioschetto e no, non la conosco, ma la suonavano quando lui aveva l’età di Cri e no, non era bello come Cri, aveva la pancia e la frangia e nessuna lo guardava, soprattutto la tedesca con il caschetto, quella che faceva fermare il luna park, proprio che fermavano le giostre quando arrivava lei e tutti lo sapevano che lei era destinata al più figo del gruppo che no, non era lui, era uno più grande e davvero figo, un maledetto che però non sapeva giocare a tennis e invece lui, lui si, con la frangia e la pancia scivolava via come un maledetto sul campo veloce, che ognuno ha la sua maledizione e il suo demone personale e lei una volta era andata a vederlo ma solo perché giocava contro il figo e aveva vinto, ovviamente, il figo l’aveva presa male e lui aveva passato la mano a sistemare la frangia e lei lo aveva guardato e poi niente, finisce così questa storia pazzesca, con lui che vince a tennis e l’altro che limona la tedesca.

E poi stiamo in silenzio di nuovo, sotto di noi la spiaggia di sassi. la Francia sempre lì, immobile. Due bambini si rincorrono in riva al mare, fratelli, maschio e femmina, una coppia. Lui un po’ più grande, lei ha i pantaloncini da maschio. La madre è seduta su un asciugamano, davanti a lei il mare e lui. Due canne da pesca piantate tra i sassi, chissà come si fa, se è più facile dell’ombrellone. La lenza che si muove, i bambini che gridano e si avvicinano, il figlio maschio tira su, piano piano che si spezza dice il padre che non sento ma so che lo dice perché è come la Francia, lo so. E tira fuori un pesce, per davvero. La madre saltella, sui sassi e scatta una foto con il cellulare, chissà a chi la manderà, robe di nonni. E tutti fanno una gran festa per il pesce tranne il pesce. E poi un attimo di silenzio che si ricomincia: si prende l’esca dal contenitore, puzza, si puzza bimba che tappi il naso e ridi contemporaneamente, il padre accosciato compie l’operazione, i tre in piedi che lo guardano, il maschio con le mani sulle cosce e la schiena appena curva, sembrano petali pronti a schiudersi e poi è il tramonto, non si schiudono al tramonto, eppure si schiudono. Perché non sono petali. Sono la Francia, sono un professore su una panchina, tedesche bellissime e brutti anatroccoli che invece erano cigni e allora il punto non è essere come gli altri ma sapere chi sei e poi se finisce che ami una paperina che cosa ci vuoi far, canne da pesca piantate come chiodi al centro di un muro, macchie che sono pensieri, persone.

Il movimento è preciso, pulito. Il braccio indietro e il lancio netto, un arco verso il mare. Centinaia di volte, forse migliaia, almeno millanta come diceva Cri da piccola. E ricomincia l’attesa e ricomincia la festa, adesso toccherà a lei, alla bambina, tirar su la lenza. È evidente. Da come saltella su una gamba e poi sull’altra, dal fatto che ha smesso di giocare con suo fratello perché lei aspetta così, non può distrarsi come lui che fa altro e poi lo chiamano quando il pesce ha già abboccato, no, lei il pesce lo sta incoraggiando, lo sta pregando perché sa farlo, sa come si fa e il padre le parla e lei annuisce e la madre è seduta sull’asciugamano e non guarda l’ora, e poi la lenza tira, è il momento e tutti in piedi e lei tira su, piano, piano che si spezza dice il padre ma lei lo sa perché lo ha sentito centinaia di volte, forse migliaia, almeno millanta e poi lo sa perché lo sa ed eccolo il suo pesce, la sua festa, le grida, il fratello che controlla se è più grosso, si lo è, si vede da qui, da questa panchina, da questi trentacinque anni che ci separano che potrebbero fare di voi i miei figli e invece no, che nella mia storia ero io la figlia e mi faceva schifo pescare perché dovevamo fare silenzio perché i pesci scappano con il rumore, perchè non toccare che fai casino, perché i vermi sono disgustosi e la macchina puzza per settimane, perché usi il mio secchiello per mettere i pesci e non ci sta il mare nel secchiello e se ci metti i pesci ci metti il mare perché nel mare ci sono i pesci e come la parte per il tutto ma giri la testa e non ascolti e non è come cambiare una regola è come non rispettarla e questo non si fa, e poi mi faceva schifo pescare perché tanto litigate e basta, è troppo tardi, non stanno fermi, si annoiano, vacci da solo, come fanno a stare zitti, non puoi schiacciare la testa ai vermi, molla il retino, siediti in macchina e aspetta, giocate a far finta di guidare, i pesci scappano.

E poi non mi fermo più, sulla panchina al tramonto. Perché lui non c’è, perché mi chiamano signora e pare che sia proprio così ormai, perché ho una macchia nuova sulla fronte, come un’ ombra, come un pensiero e vorrei dirle- dirgli- potevamo fare di meglio, potevamo fare casino, sai, potevamo ridere e sembrare un fiore che si schiude al tramonto che nessuno se lo aspetta, potevamo giocare cambiando le regole. E poi, sai, i pesci non scappano, i pesci dal mare non scappano mai.

 

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14.07.07 (in ordine sparso)

 

Eravamo indecisi tra tre nomi: Vittoria, Greta e Beatrice. Greta lo abbiamo scartato non ricordo perché. Tutti i nostri amici e/o conoscenti hanno iniziato a chiamare le figlie Vittoria o Beatrice, tra i parenti c’era chi diceva Vittoria, chi diceva Beatrice. Una sera in un discorso riferito al mio pancione a qualcuno è scappato con tono perentorio, quello che più mi irrita, “dopo la nascita di Vittoria…”. Abbiamo deciso che non saresti stata né Vittoria né Beatrice e che non avremmo detto il nome fino alla nascita perché ci eravamo sinceramente rotti i coglioni.

Pesavi 3,750 kg ed eri lunga 50 cm. Avevi i capelli e la peluria sulla schiena. Un livido blu tra gli occhi, all‘attaccatura del naso. Non era un livido, è la vena che passa di lì, era in evidenza. Lo è ancora quando sei un po’ più pallida o stanca. Per mesi e mesi, forse anni, a chi chiedeva dicevo che no, non ti eri fatta male, non avevi sbattuto da nessuna parte.

Il tuo naso è detto “a sella”.

La notte in cui siamo andati in ospedale, in realtà erano già le sei del mattino perché ho resistito ben quattro ore a casa, tuo padre mi ha preso una delle mie borse e nella pausa della contrazione gli ho detto che non andava bene. Perché non si intonava a come ero vestita.

C’è una mia foto in auto, nel tragitto papà l’ha scattata, fermo a un semaforo. Ti ha sempre fatto impressione, non so se per la dimensione della pancia o per l’espressione sofferente che avevo.

Il termine della gravidanza era il 5 luglio 2007. Ci hai pensato ancora un attimo, sei così.

Una domenica di giugno, verso la metà, mi sono alzata, papà aveva un torneo di tennis ed era già uscito, io ho tirato su la serranda della camera da letto e appoggiata al davanzale ho pensato al tuo nome, l’avevo trovato. Gli ho mandato un messaggio, mi ha risposto “poi ne parliamo”. Avevo capito. Perché in genere mi diceva “ti stai annoiando?” ogni volta che entravo in argomento nomi, in genere duecento volte al giorno mi rendo conto di essere stata un po’ pesante. Gli avevo proposto Sveva, mi aveva detto che le nostre nonne non se lo sarebbero ricordato, sticazzi- allora avevo detto io- la mia già non ricorda niente, la tua sinceramente anche se non se lo ricorda non è che proprio mi agito. Poi, non è che sono eterne. Sei cinica, ha detto. È la vita, mica l’ho deciso io che se nasci poi alla fine muori.

Maria Sole. Solo se ti chiami Agnelli di cognome mi ha risposto. Elisabetta. No. Perché? Boh. Rebecca. No, perché suona male con il cognome. Laura. Ma dici sul serio? Carlotta. Non per carità, robe di ex.

La prima domanda che ho rivolto all’ostetrica che ti ha preso in consegna dal ginecologo appena sfilata dalla mia pancia aperta è stata:” è tutta intera?”. Che domanda è, mi ha risposto lei. Dimmi se è tutta intera. Si, certo che è tutta intera, eccotela. Nella carta argentata come un branzino tirato fuori dal suo mare, in un pianto disperato, il tuo viso contro il mio, la tua bocca che trova il mio mento e ci si attacca. Andiamo a conoscere il papà, adesso.

Mi sono persa il vostro primo incontro.

Sei nata con un cesareo di urgenza alle 16.12, l’ultima volta che ho guardato l’ora erano le 15.47. Cristina, il nome sul braccialetto e sul cartellino della culla trasparente. Tc è l’abbreviazione che scrivono per chi nasce con il cesareo. Il mio cognome, non eravamo sposati. Tuo nonno conserva una foto nella quale è ben leggibile Cristina Laezza. Tre giorni dopo, il 17 hai preso il cognome di papà, lo stesso giorno in cui avrebbe compiuto gli anni sua cugina, la sola con il vostro cognome, morta pochissimi anni prima della tua nascita. Non che significhi per forza qualcosa, anzi, ma quel giorno gli zii sono venuti a trovarci, a trovarti. Proprio quel giorno che per loro era quel giorno e non un giorno e basta. Me li ricordo affacciati sulla porta della stanza, vicini, felici di conoscerti. Papà è andato a pranzo con loro, mi ha guardata, l’ho guardato, si gli ho detto senza dirlo, pranza in riva al fiume, cerca un posto carino, con l’ombra, che arrivi un po’ di aria, magari uno dei tanti circoli di tennis e state insieme, oggi.

A Sara, seduta accanto al mio letto, che mi ha chiesto dei dolori del travaglio ho detto che ho invocato la morte. Se lo ricorda ancora.

Tuo zio è arrivato dagli Stati Uniti senza passare da casa, sembrava un innamorato a cui finalmente era stato detto di sì, con la camicia stazzonata e gli occhi lucidi.

La sera della tua nascita c’era un concerto di Battiato.

In stanza con noi c’erano due gemelli omozigoti che si chiamavano come due miei ex fidanzati. Poi è nato un Amadeo. Poi andato via Amadeo è arrivata Paola. Andati via i gemelli è arrivata una signora che aveva minacce di aborto ma non avevano altre stanze e allora l’hanno sbattuta in stanza con chi era arrivata alla fine acciaccata ma vittoriosa. L’ho trovato atroce.

Prima di quel giorno papà ti chiamava Papalla. Non so cosa significhi.

Un giorno ti contemplavo e dicevo non ricordo a chi, forse a mia madre, che avevi davvero un bell’incarnato, un colorito stupendo. In quel momento, davvero, ti giuro, in quel momento, appena finisco di dirlo arrivano le ostetriche a prenderti perché avevi la bilirubina alle stelle. “La portiamo in lampada, signora, vede come è diventata gialla?”. È stato quello l’attimo in cui ho capito che no, quella cosa dell’istinto non vale per tutti. Almeno, per me non vale.

Il tuo fiocco nascita l’ha ricamato Daniela, la sola a conoscenza del nome scelto, solo che non ti decidevi a nascere e passavano i giorni, lei doveva partire per le vacanze. Quando si è capito che anche il 9 lo avresti passato tranquilla dov’eri, ha ricamato il numero 1 e lasciato lo spazio per il numero successivo. Quindi il tuo fiocco era così: è nata Cristina 1_/07/07. Tanto oltre il 17 non saresti andata. Il 4 lo ha ricamato Vale, appoggiata al davanzale accanto al mio letto, aveva accompagnato Mara arrivata con il primo treno da Roma quella mattina.

È venuta moltissima gente a trovarci. Di alcuni ero felice, di altri fanculo. Tizio non si è mai visto, quello che si è fatto un’idea su di me, ecco, quello non si è davvero mai visto, nemmeno per una pacca sulla spalla a tuo padre. Il che fa capire quanto sia davvero immenso se è in grado di farsi delle idee così, da lontano. Un fenomeno.

Ivo e Claudia, con Chiara nella pancia.

Irma e Piero, la loro Cristina da quel giorno è diventata Cri Grande.

Marino.

Durante il travaglio una dottoressa mi ha suggerito di fare una doccia per alleviare i dolori e allora mi sono avviata con il beauty verso il locale delle docce, in reparto, ma devo aver frainteso il senso della doccia perché io mi sono proprio lavata, ho fatto lo shampoo e ho messo il balsamo, mi sono pettinata sotto l’acqua, reggendomi al mancorrente durante la contrazione oppure sedendomi sullo sgabellino a disposizione, ho usato il bagnoschiuma creando un tappeto di bolle. Poi ho visto che le altre semplicemente indirizzavano il getto di acqua calda o tiepida sulla schiena o sul collo o sulla pancia. Io no, io mi sono fatta una signora doccia e per fortuna, però, perché siamo tornate a casa dopo cinque giorni e avrei avuto dei capelli di merda.

I miei nonni, mi ricordo lei seduta accanto a me, confusa, piccola, bellissima, in quella stanza colma di gente che non conosceva e che anche se avesse conosciuto non se la sarebbe ricordata e allora faceva finta di conoscere tutti, sorridendo, tesa, smarrita. Me li immagino in auto, lui che le dice andiamo a conoscere la bimba di Sonia e lei stupita, come Sonia ha avuto una bambina, si, si, te lo avevo detto, lo sapevi- e poi da capo- dove andiamo,in ospedale, e perché qualcuno sta male no, nessuno, è nata la bambina di Sonia, ma come Sonia, Sonia ha una bambina? Ma cosa dici, Sonia è una bambina, no, non lo è, adesso è grande, dove andiamo, da Sonia, è nata la bambina, davvero? Che bello, una femmina e di chi è? Di Sonia. Sonia? Ma il padre chi è, quello piemontese?

Un medico di turno mi ha visitata per una reazione allergica a un farmaco che mi hanno somministrato dopo l’intervento, mi ha chiesto in che giornata fossi, si dice così dopo il parto, prima giornata, seconda giornata e così via. In quarta giornata, gli ho detto. Ho partorito sabato.

“Signora, lei non ha partorito. Ha fatto un cesareo.”

Io non piango mai davanti agli estranei. Ho aspettato che uscisse e si allontanasse con il suo carico di empatia e delicatezza. Quella frase mi suona ancora dopo anni nelle orecchie. Non ti ho partorita, no. Ho invocato la morte per dolori a cui non ero preparata e poi non ti ho spinta fuori, sono venuti a prenderti passando attraverso tessuti, muscoli, organi e dopo mi hanno ricucita. Non ti ho spinta fuori, questa cosa detta da un uomo è feroce e vuota allo stesso tempo. Ti ho allattata ed è stato bellissimo. Quando è finita mi è sembrato che finisse altro, mi è sembrato di partorirti, io non ho mai amato quella pancia che ti ospitava, ho amato te sempre, dal primo momento, nell’immobilità della placenta ferita quando potevo sperare e basta, ti ho amata sempre, ho amato il fatto che tuo padre ti abbia desiderata di più di quanto non abbia fatto io. Questo non lo sa nessuno. Papà ha desiderato diventare tuo padre, ti ha cercata. Io l’ho seguito, innamorata perdutamente di lui e dei suoi desideri. Ma da quel primo momento, da quel primo sospetto, dalla conferma io ti ho amata ogni singolo istante. Ma la pancia non eri tu e non ero nemmeno io. Le caviglie, le gambe enormi, tutti quei chili, ventidue, quelli non potevo amarli. Non si intonavano con me, non mi appartenevano, non eri tu e nemmeno io. Tu invece. Tu. Tu sei tu e io sono diventata io.

 

C’è una foto, non c’entra nulla con la tua nascita. È una foto che ha mio padre, lui bambino in braccio a sua madre, sullo sfondo una Napoli bella come un ideale, lasciata come si rinuncia a un ideale, rimpianta come si rimpiange un ideale. Sul retro della foto, scritto di pugno da mia nonna che è morta un anno prima della tua nascita, una frase per lui. Per dirgli che voleva che lui sapesse quanto era stata orgogliosa di tenerlo, bambino, il suo bambino, tra le braccia. Lui l’ha letta quando lei non c’era più, non so quando lei lo abbia scritto, ma lui se l’è trovato davanti senza averglielo mai sentito dire, magari, la loro storia è sempre stata in salita. Lui l’ha letto mentre diventava nonno e ha pianto, lo so, c’ero, mi ha detto che avrebbe voluto che poi tenessi io quella foto. Non ce l’ho, ce l’ha lui, ma in qualche modo ce l’ho. Ho capito perfettamente cosa intendesse lei, cosa voleva che lui sapesse, senza avere le capacità o gli strumenti per dirglielo. Ho capito lei per la prima volta nella vita, no, non l’avevo mai capita, sai, e forse nemmeno amata come nonna, amata oltre l’affetto istituzionale. Ho capito quello che anni dopo mi ha detto Mara, quando le ho chiesto a chi vuoi che importi cosa scrivo, se scrivo, quel che scrivo? Mi leggono solo loro, le mie figlie.

Ti pare poco? È tutto. Mi ha detto.

 

Con tutto l’orgoglio di essere tua madre.

 

mammaecri

 

 

 

 

A guardare bene

 

Nella vita di Stefano le cose importanti erano capitate velocemente. Le cose importanti per lui, certo, che sono poi quel tipo di cose importanti per un uomo. Anche lei, Nina, era capitata così velocemente da non capire cosa stava accadendo. Era stata la sua voce a cambiarlo in un punto, che non sapeva, ma quello era stato, aveva pensato che si trattasse di un momento, pensava che quella voce fosse arrivata lì in quel punto che non sapeva e poi andata via e invece gli si era infilata dentro. Aveva pensato alle monete perse in tasca, nel cappotto, quando la fodera è bucata e tra la tasca e la stoffa capita che scivolino giù e poi non le recuperi più. Le hai addosso e non le puoi prendere. Questo era quel che raccontava lui, se doveva, perché qualcuno gli chiedeva altrimenti no, Stefano non parlava di sé o di Nina o di quell’azienda tirata su dal niente come una figlia che gli somiglia e no, non parlava nemmeno di quella figlia sgusciata fuori da Nina, all’improvviso anche lei, da non capire quando fosse successo davvero tutto, tutto questo.

“Papà?”

Stefano alzò lo sguardo in direzione della porta, si vedeva la polvere in controluce, a guardare bene.

“Si, Bimba Bella. Si.”

“È tutto pronto, papà. Quando vuoi.”

La figlia era ferma sulla soglia, si vedeva la bambina che era stata, a guardare bene.

Lei aspettava e allora lui si alzò, perché non si può fare diversamente quando qualcuno ti fissa aspettandosi di vederti alzare. Le mise una mano sulla spalla, lei ci si appoggiò solo per un momento e andarono.

La valigia di Nina era pronta, niente abiti né scarpe. Niente intimo, viene fornito tutto, li avevano rassicurati, anche i prodotti per l’igiene personale, sua moglie sarebbe stata lavata e cambiata, avrebbe indossato una tuta comoda, senza cuciture o bottoni che si staccano e finiscono nella trachea, capita, gli avevano detto.

Erano finiti i giorni buoni e poi erano finiti anche i giorni meno buoni ed era arrivato il tempo dei giorni bastardi, così, come finiscono le scorte, come finiscono le speranze dopo un naufragio, che ci metti in un po’ prima di arrenderti e provi ad organizzarti e ci credi anche e poi basta.

La valigia di Nina senza gli abiti di Nina, senza le borse di Nina e su quella sedia a rotelle il corpo di Nina senza Nina, senza la risata di Nina, senza la voce di Nina.

Nina partiva e lui l’avrebbe accompagnata. Bimba Bella aveva preparato tutto, con ordine aveva organizzato gli oggetti personali, quelli che serviranno a farla sentire come se fosse a casa mentre a casa non è, gli avevano detto, solo che lei a casa non ci sarebbe più tornata e forse nemmeno lui, non nello stesso modo, non chiamandola casa, a guardare bene.

Lo avevano deciso da subito, dalla diagnosi, dieci anni prima. Avevano ascoltato le parole del medico, le avevano capite. Lei le aspettava perché sapeva che da certe cose non si scappa, dall’ereditarietà, dall’irreversibilità, dalle sentenze, dalle condanne. Lui le rifiutava, tutte, tutte quelle stesse cose che Nina aspettava lui le rifiutava e le allontanava e le bestemmiava e non ci credeva e si era opposto, aveva chiesto, cercato i migliori e anche i migliori scuotevano la testa e allora si era fermato e così era stato e così avevano deciso. Quando sarebbe arrivato il momento Nina sarebbe andata in un Istituto, con un bel parco e senza l’odore di cibo rancido nei corridoi, avrebbe avuto una stanza tutta per sé, come una scrittrice o una nobile o entrambe le cose e gli orari di visita sarebbero stati flessibili, l’assistenza qualificata e Bimba Bella non avrebbe dovuto lavarla o cambiarla ma avrebbe continuato a vivere la sua vita, che quello si fa con la vita, si vive e basta.

Eccolo il giorno, il momento. Eccolo il corpo di Nina, sulla sedia a rotelle con il freno tirato giù, il corpo di Nina senza Nina.

“Ho messo la foto del matrimonio, papà. E un pacchetto di sigarette, aperto, e un accendino. Scarico, non si sa mai. Ci pensi? Che si dimentica di essersi dimenticata che fumava e ricomincia proprio lì e fa suonare l’allarme antincendio. Ci pensi?” rideva nell’immaginare la scena, si portava la mano aperta sulla guancia e rideva, come Nina, rideva come sua madre che si vedevano le lacrime, a guardare bene.

Stefano si sedette sul letto, prese la mano di sua moglie- Nina zampe di uccellino caduto in volo- l’accarezzò con la punta dell’indice.

“Le sigarette vanno benissimo, Bimba. Una foto dei bambini non l’hai messa?”

“Si. Quella al mare, anche se.”

“Anche se?”

“Non ricorda nemmeno i nomi, niente. È più facile che biascichi il paradigma di fero quello non lo ha dimenticato.”

“Quello non si può dimenticare.”

“Questa cosa l’avrebbe detta lei.”

“Si, avrebbe.”

Sua figlia guardò fuori dalla finestra per sapere se il mondo esisteva ancora, se il mondo lo sapeva cosa succedeva quando si naufraga, guardò fuori perché dentro non riusciva più a farlo. Stefano si alzò, passò le dita tra i capelli di sua moglie- Nina testa di pulcino– la baciò, inspirò, espirò e pensò che respirare è facile se non ci pensi.

“Io e mamma andiamo, è arrivata l’auto dell’Istituto”

 “Sei sicuro di voler andare da solo?”

“Non sono solo, c’è mamma.”

“Papà. Possiamo ancora cambiare idea, ci organizziamo qui, troviamo un aiuto in più, venite a stare da me. Lo troviamo un modo, un modo diverso.”

“Questo è il modo che ha trovato lei. Facciamo come vuole mamma, dammi solo una mano con la valigia fino al cancello.”

L’auto aspettava parcheggiata, Stefano prese posto accanto alla moglie, un cenno all’autista che partì, un sussurro all’orecchio della donna “se ti accendi una sigaretta vengo a riprenderti.”

Si vedeva tutto quello che erano stati, a guardare bene.

 

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disegno di Cristina Vico.

Metti che

 

Ho passato il pomeriggio sul divano, dalle 14.30 circa. Prima ho steso, poi fatto pipì tre volte, mangiato una fetta di melone e preso un caffè, uno solo. Ho bevuto quasi un litro d’acqua, ogni volta che bevo un sorso penso all’ecografista che risponde “per sempre” alla mia domanda. Sabbia. La sabbia chiama acqua ma questo già l’ho detto da qualche altra parte. Penso anche a Stefano, che mi allena e mi dice sempre che mi vede bene, io mi vedo da schifo certi giorni, tipo ieri. Ieri era tutto uno schifo allora gliel’ho detto e lui mi ha detto che invece no. Penso a lui perché anche lui mi dice di bere, per combattere la ritenzione liquida e io sono una guerriera. Acqua chiama acqua. Stefano mi piace, infatti parlando di lui lo chiamo Stefanino ma lui non lo sa. Io non uso mai diminutivi, quasi mai. E mi piace anche uno degli istruttori di Cri perché è davvero un bravo ragazzo solo che non ha un nome facile da vezzeggiare. Mi piacciono i ragazzi per bene, quelli educati, simpatici, mai eccessivi. Mi piacciono quelli che no, non mi sarebbero mai piaciuti alla loro età.

Le ragazze sono andate in montagna con il papà, fino a domani. In un posto dove io non vado perché per carità. Dico sempre che se devo pulire pulisco a casa mia, non a casa di altri, anche se tra questi altri c’è lui, sono gli altri altri che figuriamoci. Allora gli do le lenzuola pulite, nostre, loro vanno su, si montano i letti, il padre le porta a cena fuori poi fanno due passi mentre lui fuma un pezzo di sigaro e loro blaterano cose, magari si dicono quelle robacce che si dicono tra loro, Pepe dice “ti scasso di botte”, sembra affiliata ai Savastano, ha pure quel tono. Cri però la provoca. Insomma, ci sono i futili motivi ma c’è anche, sempre, l’istigazione.

Ho finito di leggere un libro, ne devo iniziare un altro, il protagonista è quel figo di Contrera, la storia è ambientata qui a Torino e mi piacciono molto i romanzi ambientati a Torino, mi sembra di sapermi muovere meglio al loro interno, mi sento un po’ di Torino io che non sono di nessun luogo, in fondo, come tutti i figli di matrimoni misti lontani da casa per chi ha un posto da chiamare casa. Io potrei andare via domani, ora no. Ora sono sul divano e intendo restarci.

Non sto male, non sono malata. Non ho l’influenza, solo sto sul divano e fisso il quadro davanti a me. Mi giro sul fianco e guardo i titoli di Sky Tg 24 che scorrono, la giornalista è senza audio, muove le labbra, parte il servizio. Durante la quarantena, nel fine settimana, ascoltavo la conferenza stampa degli assessori della Regione Lombardia perché la voce di quell’assessore, quello che non ne azzecca una, ecco la sua voce mi faceva addormentare bene, davvero. Aspettavo che dicesse, l’ha sempre detto: “il bollettino di Regione Lombardia” invece che il bollettino della Regione Lombardia. Secondo me è corretto l’uso della preposizione articolata e invece lui niente, sicuro di sé con questo “di Regione Lombardia”. Era il segnale, come un ipnotista, Dio, non so se poi è vero che gli ipnotisti usano la parola speciale per ipnotizzare però nei film mi sembra che vada così.

Ho ucciso una zanzara che mi ha martoriata. Le odio, maledette. Quando ero piccola non mi pungevano mai, mia madre mi diceva che avevo il sangue amaro, mio fratello invece era un bersaglio facile, ma lui aveva il sangue dolce. O buono. Non ricordo. Mi è cambiato il sangue o le zanzare sono meno schizzinose, penso sia più una cosa di adattamento loro comunque che una cosa mia. Prima il rumore e poi il prurito. Ho pensato di scrivere che ho passato il pomeriggio sul divano e poi mi sono immaginata un paio di facce che si deformavano dal disgusto e allora mi sono detta no, Sonia, lascia perdere. Poi le ho immaginate meglio e mi sono detta, si Sonia, scrivilo. Tanto non importa. Cioè, in fondo, per davvero, a quelle facce mica importa. Resteranno fermi alle lenzuola. Entrano sempre dallo stesso post, anche se gli scrivi suca nel titolo (si, l’ho fatto) mica la capiscono, solo per trovare appigli.

Sono sul divano, non potete attaccarvi a nulla Se volete c’è il bracciolo. O vi lancio il telecomando. C’è anche il lupo. Comunque. Quello dietro lo sterno, è sveglio, sveglissimo. Stiamo patteggiando.

Lui le ha portate via perché lo sa quando io ho bisogno di silenzio e solitudine che poi solitudine magari perché qui dentro, nella mia testa, siamo tanti. Dalla chiusura della scuola si contano sulle dita di una mano i momenti che ho trascorso senza la  presenza delle ragazze, sono abbastanza stanca. Per me è faticoso, più che per altri. Perché io posso stare sul divano in silenzio anche per giorni.

Loro no. Loro mi vogliono. Mi vogliono raccontare le cose, mi vogliono vedere, mi vogliono toccare. Mi stanno toccando moltissimo, più del solito, a volte penso che mi credano irreale, a volte mi sento irreale. Pepe mi ha mandato già un video e due messaggi, Cri un messaggio e una foto, mi hanno chiamata una volta sola. Mi sono semiseduta sul divano, con un cuscino dietro la schiena, mi hanno chiesto dei cani. Volevano sapere e allora ho raccontato che il piccolo stava sporcando in camera di Cri con fare prepotente e il grande si mangiava le unghie della zampa destra e solo una delle due era vera, l’altra era una cosa inventata. Mi sono alzata anche per dare da mangiare al grande, è vero. Solo che non mangia, se non c’è lui, il suo padrone. Lo capisco. Nemmeno io mangerei ma poi lui mi chiede se ho mangiato perchè sa che non mangerei allora mangio solo per non dirgli una bugia. Le mie figlie mi costringono a ritmi che non avrei, forse mi hanno salvata dal randagismo obbligandomi a occuparmi di preparare pranzi e cene ad orari fissi. Ho preso una terrina con dell’insalata, ci ho buttato sopra dei semi di girasole, niente sale perché sono una guerriera vera, e un po’ di feta, la mangio solo io in famiglia la feta, a volte ci penso, cioè prima sul divano ci pensavo, che le famiglie sono quei posti dove si sa cosa mangiano gli altri e cosa non mangiano. Mio fratello non mangiava l’Emmenthal da piccolo, guai. Solo io e mio padre. Io niente fontina, per carità, la morte. A mia madre si, piaceva.

Mio marito non mangia i cetrioli e nemmeno le olive. Io e le ragazze ne andiamo matte. Lui mangia il cavolfiore, i broccoli e l’insalata ma solo da quando sta con me. Io mangio gli gnocchi ma solo da quando sto con lui. Se mia nonna resuscitasse con le certezze con le quali è morta, per me non li preparerebbe, guai. Ma era quella famiglia lì. Adesso è questa.

Ho letto che in media viviamo circa 30.000 giorni. Io ho passato la metà. Ho sentito una fitta dolorosa, una fitta di fretta, di rimpianto. Ho letto che in uno studio condotto da due psicologi americani sul tema del rimpianto risulta che al primo posto ci sia il livello di istruzione. La gente rimpiange di non aver studiato o di non aver fatto gli studi che voleva per diversi motivi. Mi ci trovo.

Ho pensato, poi, sempre guardando il quadro che l’adolescenza è come studiare giurisprudenza: non hai la più pallida idea di cosa stai andando a fare, pensi sia una roba fighissima e invece ti trovi a imparare un sacco di regole senza capirne il senso e poi ci sono le deroghe e poi ci sono le fonti e la gerarchia rigida tra queste. Io sono stata una pessima adolescente e adesso un po’ la temo questa seconda ondata di adolescenza che si abbatte in casa mia, portata a spalle dalle ragazze, sbattuta come una porta, di durata incerta, come giurisprudenza, appunto.

I figli ti fregano così. Ti danno orari e regole, in cambio anche tu dovrai dargli orari e regole, gli racconti cose di te, sperando siano da esempio e ti accorgi che fai esempi del cazzo e che a loro dà fastidio che tu dica certe cose. Pepe ha notato che io dico sempre “metti che…” e le dà noia, a volte, non sempre, dipende.

Metti che viene a piovere? Portati il cappello.

Metti che sudi molto dopo il singolo, portati un’altra maglia per giocare il doppio.

Metti che finisci l’acqua, tieni sempre almeno cinque euro in tasca.

Ti fregano così, che ti impediscono di dimenticare, anzi, ti obbligano a ricordare e poi capita che si sveglino anche i lupi.

La settimana scorsa, venerdì, un ragazzo- si può ancora dire ragazzo a 37 anni?- mi ha chiesto com’è essere una mamma. Così. Come avrebbe potuto chiedermi se con il cambio automatico mi trovo bene. Gli ho detto che non lo so, che essere mamma è una cosa strana che sei, che fai, che boh, che ecco se qualcuno mi chiama Cristina perchè si confonde  io mi giro lo stesso anche se mi chiamo Sonia, capito? Per me essere mamma è quello, che mi giro se chiamano il nome delle mie ragazze.

Avevo letto, tanto tempo fa, forse dieci anni fa, che Churchill aveva chiamato la sua depressione il Cane Nero.

In Monster & co a un certo punto, Mike Wazowsky rimprovera Sullivan perché dà un nome alla bambina, la chiama Boo e quando dai un nome a qualcosa vuol dire che ti stai affezionando. Dice una cosa del genere.

Il lupo dietro lo sterno vive lì da sempre, il nome me l’ha dato lui. Io l’ho solo riconosciuto e ho imparato a starci insieme senza farci, ancora, male. E no, lui non c’entra con il divano.

Mi sono alzata anche per chiudere i finestrini della macchina perché stamattina l’ha presa lui e li ha lasciati giù, ho pensato che se stanotte piove poi è un casino. Una volta aveva dimenticato aperta la finestra della mansarda nella casa dove abitava prima e si era allagato tutto, il parquet si era gonfiato, il tappeto ci aveva messo settimane per asciugare. Avevamo pensato, per un momento, di vivere lì, in quell’appartamento ma io non mi sentivo a mio agio, ci aveva vissuto con un’altra e non riuscivo a farmelo piacere. Una sera lui mi aveva detto di prendere quella casa come se fosse un suo difetto, non poteva fare diversamente. Ma poi ha preferito vivere a casa mia, penso gli piacesse l’idea del giardino per crescere il bambino che aspettavamo e che non è mai nato.

L’anno scorso mispiego poteva diventare un libro e ho rifiutato la proposta editoriale. Perché non era accettabile, anche se la casa editrice era tra quelle considerate serie, importanti, proprio per questo in realtà. Guardo un altro quadro, è meglio. Sto scrivendo qualcosa e pensavo di inserire per intero il testo di Milady, come se fosse un capitolo. In fondo lo è stato.

Sono andata dall’otorino in settimana, in sala d’attesa c’era una signora che si chiama Mariolina e non la conosco ma so che doveva comprare un armadio ed era in dubbio tra due annunci di Subito.it e perciò ha fatto diverse telefonate presentandosi ogni volta.  Ho pensato che voglio invecchiare al mare, con abiti larghi, tuniche, i capelli corti e bianchi, le mie collane e i miei bracciali a indicare il mio arrivo e quello del lupo, i cagnetti che mi camminano accanto, la mia risata che fa rumore così copre il latrato di certi giorni o il rumore delle onde o il rumore del vento.

Ho letto in un romanzo bellissimo ambientato a Torino che le donne piemontesi hanno le bocche di chi ha, fin da giovane, mal di denti. Anche certi nomi, certi nomi sono solo di certi posti, dove voglio andare io di Marioline non ce ne sono.

Ho guardato tante mamme, in giro, questa settimana. Le guardo sempre, da dietro gli occhiali scuri. Le guardo per capire se si sono pentite o se sono felici, se è solo un momento oppure no. Un mio amico aveva teorizzato il “coefficiente di disperazione familiare” siglato come CDF e aveva indicatori precisi, io mi sono specializzata nel CDM, il coefficiente di disperazione materna. Osservo come trattano i figli, se li guardano quando loro sono distratti oppure no, se approfittano della distrazione per guardare il cellulare. Io ho capito che potevo farcela quando mi sono accorta che restavo in un angolo ad osservarle mentre loro non lo sapevano. Sulla porta della classe della scuola materna, per esempio, c’era sempre quel momento in cui loro erano ancora assorte nel gioco o nel disegno  e non mi aspettavano, poi alzavano lo sguardo oppure un compagno le toccava- c’è tua mamma– e allora sorridevano da un orecchio all’altro e facevano gli occhi da asilo, così li aveva chiamati il padre che a volte si liberava da appuntamenti di lavoro per essere su quell’uscio alle sedici a prendersi lui gli occhi da asilo. Metti che poi smettono di farteli. Chissà, forse se le porta via ventiquattr’ore per quello, per qualcosa che gli somiglia, per avere il loro odore vicino, mischiato al suo sigaro, alla brace di qualcuno nei prati o per lasciare me e il lupo alle nostre occupazioni, a programmare la manciata di giorni che restano o solo le fatture da emettere la prossima settimana e gli incassi da verificare. Se le porta via per avermi lì, con lui, mentre ordinano al ristornante qualcosa che io no, non mangio ma loro si, per ridere della cameriera che dice zucchini e non zucchine e io odio quando dicono zucchini ma odio anche altre parole, come saporito o il nome Cecilia, si, mi dà fastidio. Se le porta via per poi dirmi che non smettono mai di parlare come se io non lo sapessi o non lo vivessi tutti i giorni, se le porta via perché è il solo modo di tornare, di farmi alzare dal divano per spalancare le finestre in camera loro e aspettarle, metti che poi mi mancano.

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Lettera a Geppetto

 

Caro Geppetto,

oggi compi un anno e non ti vedo da oltre quattro mesi e si che ci sono i video e le video chiamate ma no che non è lo stesso. E no che non ti chiami per davvero Geppetto, cioè non è quello il tuo nome ma io ti ci chiamo per davvero perché tanto i nomi propri, quelli attribuiti all’anagrafe, qui vengono spesso disattesi se non dimenticati e poi perché ci vengono un sacco di rime: Geppetto berretto, Geppetto scalzetto, Geppetto bagnetto, Geppetto furbetto.

Non c’entra la storia di Pinocchio, anche perché avrei dovuto chiamare tuo padre Geppetto, non te, per la forza con cui ti ha voluto nonostante e dopo il nonostante metto il punto. Nonostante. Poi, a me, la storia di Pinocchio nemmeno piace, non so, la trovo affollata.

Ho saputo del tuo arrivo mentre controllavo che i collant neri velati non avessero difetti, infilando le scarpe con il tacco, seduta sul bordo del letto con il cellulare buttato tra i cuscini, a Rimini, pochi minuti prima di accompagnare mio marito alla premiazione per i suoi venticinque anni di attività. Eravamo tutti tirati a lucido, Cri, Pepe, anche il cagnetto che però è rimasto in stanza. Avevo i capelli troppo corti e il ciclo, l’abito mi stava molto bene, gli organizzatori hanno voluto che salissimo anche noi sul palco, accanto a lui, eravamo orgogliose ed emozionate e io sapevo che tu eri in viaggio, nessuno lo immaginava, a nessuno magari importava. Era un segreto tra me e tuo padre, come milioni di altre volte prima di quella sera. Lui lo sapeva, io lo sapevo, tu c’eri già perché per esserci basta che qualcuno sappia che ci sei. Noi lo sapevamo e ci importava. E ho mandato un messaggio, un cuore credo, a tuo padre quello che non è mio fratello.

Non so come sia avere due padri, Geppetto. So com’è averne uno grande, ingombrante a volte, cercare di smarcarti e non riuscirci. E so com’è avere una madre come la mia e com’è essere una madre diversa dalla mia e com’è fare la madre e diventare madre e come tutte queste cose non sempre convivano. Non so nemmeno com’è essere maschio. Sono felice che tu lo sia perché penso sia più semplice e poi perché ho scoperto, sorprendendomi, che in fondo in fondo ma nemmeno troppo, mi piace che porti in giro il mio cognome. Che pensieri di un’altra generazione, lo so. Quanto poco progressismo in questa mia consapevolezza celata ai più, è vero. E se non esistessero pensieri generazionali ma pensieri umani? E se non esistessero sentimenti legati a un contesto storico ma sentimenti umani? E se questo mio andare fiera del tuo doppio cognome dove leggo anche il mio fosse solo una banale cosa umana? Tienitelo per te, comunque. Mi piace, mi piace sapere che questo cognome così difficile da leggere correttamente, per gli idioti Geppetto perché ti assicuro che due vocali successive mettono in crisi solo gli idioti, passi a te e che te lo porterai a spasso per il mondo. È il cognome di mio nonno, un uomo che mi diceva spesso che aveva fatto la guerra lui e che non aveva mai avuto paura di morire perché in quel momento non aveva niente da perdere. A vent’anni, Geppetto. A vent’anni non aveva niente da perdere, diceva e gli credevo perché quello che non voleva perdere è arrivato dopo, quando è tornato dopo aver imparato a fare il genio guastatore, a fare le iniezioni, con le stesse mani smisurate sai, quelle stesse mani sapevano fare cose così diverse, a dormire in un cimitero scattandosi una foto con un teschio in mano, a dire ti amo in una qualche lingua slava. È arrivato dopo, quando ha preso il demone che lo abitava e lo ha ridotto al silenzio, che estirparlo non poteva, che estirparli certi demoni non si può, Geppetto, viene giù tutto, sono strutturali per alcuni di noi e allora ti ci organizzi intorno, ci firmi la pace. Gli credevo perché quando ho avuto vent’anni nemmeno io avevo paura di morire, nemmeno io avevo niente da perdere. A lui il nostro cognome piaceva moltissimo, quando è nato tuo padre, primo nipote maschio si è gonfiato come un gallo cedrone, sentiva di aver dato il suo contributo ancora per un po’, sperava di avere qualcosa da perdere. Era certo che nel futuro anche le donne avrebbero potuto dare il proprio cognome ai figli e gli sembrava una cosa giusta, ma solo riferita a me e al nostro cognome. Gli altri, quelli senza cognome paterno erano inseriti tra i “figli di zoccola”. Non sono certa che avrebbe capito la vicenda dei due padri ma sono sicura che avrebbe trovato l’eccezione alle sue regole, perché si trattava di stare dalla parte di tuo padre e lui era, comunque, un partigiano.

 

Ho cresciuto le mie ragazze ripetendo allo sfinimento “denti unghie e capelli”. In questo ordine, sempre, mattina e sera, prima di uscire, anche se non si deve uscire, dopo la colazione, prima di dormire. Ecco, se dovessi darti un primo suggerimento partirei da questo. Lavati i denti, pulisci le unghie e tieni in ordine i capelli. Non farci casini, se saranno ricci lasciali ricci, se saranno lisci tienili lisci, davvero. Non ti intestardire sulla natura dei capelli perché è una battaglia persa in partenza. Non li colorare, decolorare, rasare con creste folli, sfumare con rasature sui lati, oppure fallo ma non mandarmi foto, oppure mandamele ma preparati al mio commento oppure fottitene del mio commento e fai come ti pare, tanto i capelli sono i tuoi. Non rosicchiarti le unghie, le mani di chi lo fa sono brutte e le mani uno pensa che siano la nostra periferia e così le tratta, ma sono le periferie a raccontare di noi, delle nostre abitudini, di come viviamo, dell’età che abbiamo più di quella che dimostriamo. Le mani non mentono, la voce mente, la postura inganna, a volte, nei più abili, anche lo sguardo può essere bugiardo. Ma le mani no, Geppetto, quando ti guardi le mani sai chi sei, come qualche mese fa quando te le passavi, incredulo, davanti agli occhi e le avvicinavi più che potevi e ne restavi incantato e poi le infilavi a pugno in bocca. I denti sono fondamentali, se puoi non fumare, non mangiare schifezze, non attaccarci diamantini che non sei una rockstar e se invece diventi una rockstar, scusa. Fai pure.

 

Sogna di diventare chi vuoi: pompiere, musicista, chef, medico, commesso in un negozio di scarpe, informatico, autista del bus, ballerino, giocatore di polo. Se vorrai, raccontami di tutte le vite possibili che avrai davanti, di ogni speranza. Non chiedere agli altri cosa puoi diventare, lo sai solo tu e lo saprai molto presto, siamo animali strani, Geppetto, sappiamo di noi fin da subito tutto quel che conta davvero e poi ce ne dimentichiamo e iniziamo a vagare cercando di ricordare quello per cui sapevamo di essere vivi, chiediamo in giro se qualcuno sa e allora quelli che interpelliamo ci danno le indicazioni e a volte pensiamo di aver capito e invece no. Il più delle volte le indicazioni sono sbagliate, le abbiamo chieste a chi non è di quella zona e andiamo fuori strada, tocca accostare e a volte quando sei lì, fermo, con le quattro frecce che segnali agli altri di fare attenzione, qualcuno passa e ti suona come se fosse colpa tua aver accostato, come se non gli stessi dicendo di evitarti e proseguire. Quelli facilmente sono gli idioti che vanno in crisi per due vocali successive. Poi capita che qualcuno si fermi e ti chieda sei hai bisogno. Quelli facilmente non ti diranno dove devi andare ma ti metteranno a disposizione un telefono o ti indicheranno la stazione di servizio più vicina, un baretto dove si mangia bene e, alla peggio, aspetteranno insieme a te che arrivino i soccorsi.

 

Cerca di essere chi sei, ti ci vorrà tempo per capirlo ma il senso del gioco è quello, penso. La vita non è lunga o corta, è solo veloce, mannaggia a lei. Prima inizi meglio è, non so come si fa, sto ancora giocando anche perché ho iniziato tardi, ovviamente. Nessuno mi aveva detto che andava così, per molto tempo mi hanno detto tutto quello che non ero e mi sono trasformata nella sedia in camera di Cri, sotterrata da vestiti sporchi e puliti, autunnali ed estivi, pantaloni del karategi e camicetta bianca come se fossero un abbinamento, tutti buttati lì, sulla sedia inutilizzabile come sedia e non adatta come armadio. Mi ci sono voluti anni per buttare a terra gli abiti e riscoprire il colore che avevo sotto quella montagna di roba che mi avevano riversato addosso. Quindi, se puoi, inizia. È utile quel che non ti piace più di quello che ti piace, almeno per me è utile, capirmi per sottrazione, fai attenzione a chi non ti piace, a quel che non ti piace, senza per forza voler capire il motivo, non è detto che ci sia, non è detto che sia utile conoscerlo. A me non piacciono alcune persone che sono sempre la stessa persona ma in corpi diversi. Ho dovuto capirlo e poi imparare a tenerli distanti, perché mi irrita troppo averli vicini e mi fa male, mi faccio male da sola e questo è folle. Se riuscirai a sapere chi sei cerca di esserti fedele, non tradirti con una versione di te più conveniente, non ne vale mai la pena. E poi abbi fede. E non sto parlando di Dio. Sto parlando di te, di avere fede in te stesso, di crederti e rispettarti. Fedeltà e fede. Non so come si dica in inglese, perdonami. Però senti come suonano vicine? Un idiota potrebbe pensare che siano la stessa cosa, invece no, Geppetto, ma se ti riesce portale a braccetto. Tanti anni fa tuo padre mi regalò un braccialetto con la scritta Truth&Hope, intendeva la stessa cosa penso, ma siccome lui sa che io a braccetto non porto niente e nessuno ha pensato bene di far leva sulla mia vanità, perché invece al braccio porto di tutto.

Ti capiterà di deludere qualcuno. Penso sia un’esperienza molto dolorosa però non conosco nessuno che non ci sia passato e quindi credo che sia una cosa così profondamente umana che è meglio saperlo. Si delude, si soffre e si vive lo stesso. Dopo un po’ passa, come tutto. Ti capiterà anche di essere deluso e fa malissimo anche quello, perché ci delude sempre e solo qualcuno che ci è molto vicino, altrimenti non è delusione e non è nulla in realtà. Quando ero ragazza, diciassette anni, al liceo avevamo tradotto un frammento di Saffo che recitava “perché sono coloro che amo di più che mi fanno il male peggiore”. Una folgorazione. Sono coloro a cui vogliamo bene i soli ai quali permettiamo di avvicinarsi fino al punto di farci, anche, male. Gli altri non sono mai così vicini. Non significa che devi evitarlo o non avere nessuno accanto o non amare, anzi, significa il contrario. Ama ma sappi che c’è anche questo, nell’amore. E più ami e più c’è. Ama, ma sappi cosa stai facendo. Io avevo pensato con dolore a quel giovane uomo che mi aveva lasciata spezzandomi il cuore in mille frammenti ed era andato via senza nemmeno raccogliere i cocci, pezzetti affilati che prendevo da terra e recitavano maledizioni, i resti di quel cuore che prima era colmo di poesie ora li raccoglievo incisi di dolore. Con uno di quei frammenti l’ho ferito e lui ha lasciato che lo facessi. Non avrebbe dovuto, Geppetto, non avrebbe dovuto permettermelo e invece si sentiva talmente male e talmente in colpa che mi aveva permesso di scagliarmi contro di lui armata di uno spuntone di cuore per fargli altrettanto male. È finita che il mio male dopo era tutto lì, inzuppato di rabbia e perciò gonfio e ingombrante e pesante, lui non poteva fare altro che andare perché quello aveva deciso e non avrebbe cambiato idea. Non meritava il mio attacco non nel senso che non lo valeva ma nel senso che non era giusto fargli male perché io avevo male o perché lui me ne aveva fatto, quel male lì purtroppo non è mai al portatore e questo prima lo impari meglio è, soprattutto come giovane uomo, Geppetto mio bello. Non permettere a nessuno di tentare di scaricare, abusivamente, il proprio dolore su di te, nemmeno se te ne senti responsabile, nemmeno se lo sei, perché non è giusto, perché se sei responsabile pagherai per conto tuo la tua delusione. Imparare ad andare via senza farsi male è difficile, ma non impossibile. E poi quel frammento mi aveva fatto pensare a mia madre, alla mia famiglia e per quel pensiero ho pianto moltissimo in vita mia.

 

Adesso veniamo a noi, nel senso di io e te. Dunque. Caro Geppetto a me non piacciono i bambini e questo comunque si risolve in fretta perché si è bambini per poco considerando la lunghezza media di una vita. Ti diranno che preferisco i cani alle persone. Più invecchio più è vero, quindi finché cammini a quattro zampe non dovresti avere problemi a incuriosirmi. Non parlo inglese che è la lingua nella quale tu sei immerso, ci capiremo a gesti per un po’, finché non stenterai con l’italiano accentato londinese e io ti correggerò perché quello è un vezzo che non mollo, anzi. Non credo per niente alle relazioni familiari, alle parentele, ai legami che se sbagli l’accento ti trovi legato per tua stessa richiesta, no grazie. Ho quattro zii e ne frequento solo una, l’unica che mi piace anche se da lei ho preso la forma del naso, non dovrebbe essere legale. Non so cosa fanno gli zii, cosa prevede il ruolo di zia. Io che procedo sempre per sottrazioni sono arrivata a ipotizzare l’inutilità ontologica della figura ziesca. I miei amici figli di figli unici non hanno zii e vivono benissimo, non hanno difetti o problemi e se la cavano meglio con le feste comandate rispetto a me che da bambina le temevo e adesso le detesto. Io spero di piacerti, non hai il mio naso, piacerti e basta, se accadrà, chiamami come ti pare, zia, auntie, Sonia, non importa, ma chiamami solo se ti va. Poi c’è la questione dell’occuparsi di te, che stai con i tuoi papà a Londra bello beato nella vaschetta con le bolle, sul tappeto igienizzato e pulitissimo tra giochi e musica e stimoli adeguati, con il menu studiato nei dettagli e cucinato con materie prime genuine, con Alexa come fata madrina pronta a realizzare le richieste e non sai, un po’ perché sei piccolo e un po’ perché non sono cose che si dicono ma io sono sempre quella che se c’è qualcosa da non dire tranquillo lo dico, che agli adulti prende un’ansia strana all’altezza dello sterno, sopra la bocca dello stomaco, una stretta al centro del petto quando pensano, e lo pensano, alla propria morte improvvisa ora che sono genitori. Ora che hanno qualcosa da perdere. I più bravi gestiscono queste sensazioni, e quelli sono i fighi. I meno bravi si spalmano come nuance di colore partendo dai negazionisti, quelli che non può succedere e basandosi sul nulla allontanano il pensiero come un amaro calice fino ad arrivare a quelli che si sdraiano sul lettino dello psicanalista perché non usano nemmeno più l’ascensore e questi non sono per niente fighi. Ti lascio scoprire io, da genitore, dove mi colloco.

I tuoi papà non vanno esenti da questi pensieri, nessuno ci va. Secondo me uno dei due è un figo. L’altro, purtroppo per lui, è mio fratello.

E io e mio fratello parliamo, soprattutto quando nessuno ci sente, abitudine che ci portiamo dietro da tempi remoti, fatti di letti vicini e spazi contesi, di ripicche e insulti, di spalle coperte, di spalle in appoggio, di sale d’attesa del pronto soccorso, di cene da soli con tutti gli altri al mare, di mani che invecchiano e risate sempre uguali, di mattine presto nella vostra cucina a immaginare di te prima ancora di provarci, io sveglia di pensieri al centro del petto, lui sveglio di pensieri al centro della testa, entrambi comunque svegli mentre tutti dormono, lontani da casa eppure a casa, perché Geppetto, tuo padre ovunque sia, ovunque vada, per me sarà sempre dove sono cresciuta. Ecco perché io e te, in fondo, abbiamo questo in comune, oltre al cognome. Abbiamo lui. Abbiamo la necessità di non perderlo, di non dover mai pensare il mondo come un posto dove lui non c’è perché ci sarebbe insopportabile.

Ecco, Geppetto, questo è, solo questo. Amiamo la stessa persona, io ne conosco già i difetti, tu ne scoprirai di nuovi. Io sono quel che c’è dietro di lui, tu sei la strada che prosegue. Io mi sono sentita l’unica in diritto di detestarlo, picchiarlo, offenderlo e la più brava a giocarci insieme. Ora lui gioca con te e tu sei il solo di cui non sono gelosa, stai attento però perché a volte non vuole che si tocchino le sue cose e le nasconde ma i nascondigli sono facili. Non offenderlo, ho fatto io per tutti. Non trattarlo male, già dato anche in questo. Ascoltalo senza interrompere, so che non è facile, ma lui lo apprezza. Quando perde la pazienza è perché si sottovaluta, è un difetto di fabbrica non si corregge. Fatti raccontare tutto quel che puoi, poi passa da me e vediamo se è vero, non perché lui menta ma ha ricordi selettivi, confonde i giorni e a volte gli anni, se ascolta alcune canzoni è certo di essere nel 1998. Sii orgoglioso di essere stato così fortemente voluto, le tue cugine non possono dire lo stesso sai, loro sono arrivate e sono state accolte, tu sei stato immaginato e non riesco a pensare a niente di più intenso. Abbi cura di tutte le fragilità che vedrai in lui, sono i punti in cui si è rotto, sono frammenti riattaccati, è la mappa della frangibilità, percorrila, studiala, rispettala, c’è un frammento anche per te se guardi bene e lui no, cercherà di non farti male mai ma capiterà che te ne farà perché è un uomo, come tutti, come tanti ma è il solo con il sorriso uguale al mio.

 

Buon primo compleanno piccolo Laezza Marchiori, zia è felice di saperti al mondo.

 

in foto la dimostrazione scientifica della parentela:

IMG-geppetto

 

 

 

 

 

Lei

 

La sera del 2 agosto del 2015 verso le 21.30 l’ho persa nella via centrale di Lignano Sabbiadoro all’altezza della farmacia, quella accanto alla sala giochi, di fronte alla profumeria. Per più di cinque minuti, penso, ma meno di dieci, non posso giurarlo. Forse per un anno o per sempre. Forse non è mai successo e l’ho solo sognato, un incubo, l’incubo di ogni genitore. No, so che è successo. Lo so io, lo sa lei, lo sa la sorella maggiore che era accanto a me, accanto a lei e che è rimasta ferma nel mio campo visivo mentre perdevo lei ed è rimasta ferma mentre la guardavo, sgomenta, pensando che non mi sarebbe mai bastata, mai più senza di lei e me ne vergognavo nel momento stesso in cui lo pensavo. Ho guardato a terra cercando i sandali con i brillantini mentre la chiamavo tra la folla, maledicendo quel posto di merda pieno di turisti di merda con scarpe di merda e deodoranti dozzinali- non vi si macchia la pelle? –  ricoperti di citronella come se bastasse in quei posti dove la toponomastica non lascia scampo e i paesi accanto si chiamano Gorgo e Paludo, come se bastasse a tener lontane le zanzare che se ne fottono della citronella, anzi, secondo me si eccitano pure, merde di zanzare che comunque sono a casa loro, lì. Ho guardato in alto, se qualcuno, un signore per bene- come suo padre– magari l’aveva vista spaventata e sola in mezzo a quel mare di persone e le ha chiesto di salire sulle spalle per vedere se mi trovava dall’alto, ho guardato in alto mentre la chiamavo a voce alta usando il suo soprannome perché quello non ce l’ha nessuno e ho guardato sua sorella e le ho chiesto di aiutarmi –perché ero disperata e sapevo che non mi sarebbe mai più bastata la vita, la mia o la sua o la nostra, senza di lei– perché così l’avremmo ritrovata di sicuro. Ho visto il suo muso sdentato e il gelato alla fragola che colava tutto lungo il cono e sul polso e lungo il braccio come il segno della carezza che le faccio con l’indice per coccolarla davanti alla televisione, sul divano. I suoi sandali con i brillantini, i pantaloncini che non sapevo, non ricordavo avesse indossato quelli dopo la doccia, non avrei saputo descriverla alla Polizia se non l’avessi ritrovata. L’ho stretta e lei ha vomitato. Perché quando si agita lei vomita. Abbiamo buttato il cono, mi ha chiesto scusa se lo stava sprecando, le ho detto che non me ne fotteva niente del cono e poi ho ripetuto sonoquisonoquisonoquisonoquisonoqui e quando siamo tornate a casa in bagno ho vomitato e mi sono guardata allo specchio, ero ancora intera, e mi sono sentita una sopravvissuta. Odio Lignano Sabbiadoro.

 

 

Campionessa del Mondo di palloncini scoppiati nel giro di pochi minuti dal gonfiaggio.

 

 

“No, guarda, ti assicuro che tua figlia è tutto tranne che timida”

“Come scusa? Sono tre anni che arriviamo davanti alla porta del circolo e fa la bocca storta, tre anni che le viene mal di pancia e le devo dare un mio braccialetto come amuleto che si prende il mal di pancia al posto suo così può fare lezione.”

“Vabbè, mica c’entra con la timidezza. Quella è ansia. Ti assicuro che Benny al circolo la conoscono tutti e fa battute, è spiritosa, cambia il nome alle persone, è divertente.”

“Come cambia il nome alle persone?”

“Si, vedi il maestro Biagio lì? Lei lo chiama Bigio, va lì e gli dice ciao Bigio e allora tutti abbiamo iniziato a chiamarlo Bigio. No, guarda, Benny non è per niente timida.”

 

“E’ un evidenziatore, signora. Benny, posso chiamarla Benny? So che a casa la chiamate Pepe ma a scuola la chiamiamo tutti Benny, le dà fastidio?”

“No, la chiami pure Benny, io le chiederò di Pepe e lei mi racconterà di Benny, facciamo così?”

“Si, mi piace, facciamo così. Ecco, cosa le stavo dicendo…”

“L’evidenziatore.”

“Giusto. Benny è come se fosse un evidenziatore, signora. Ha la capacità- quasi un dono direi- di far risaltare le qualità di chi ha accanto, come se le rendesse fluorescenti. È senza dubbio una bambina da righe, come dico io, cioè i quadretti, la matematica, ecco, non sono tanto nelle sue corde e si vede già. Scrive benissimo.”

“Non mi fa leggere nulla”

“Peccato. Come mai?”

“Non vuole. Io chiedo, lei dice di no. Allora non insisto.”

“Fa bene. Si fidi, ha pensieri profondissimi che esprime con una proprietà di linguaggio sorprendente. La ritrova questa Benny nella sua Pepe?”

“In parte. Pepe è cocciuta, a volte prepotente. Piange moltissimo e con una velocità incredibile, noi diciamo che ha le lacrime in tasca perché è impossibile che le produca in così poco tempo, davvero, scoppia in lacrime all’improvviso. Dice cose tremende alla sorella. La prima risposta è sempre no, poi sparisce, ci ripensa e torna con un si, con una proposta. Non deve mai pensare di fare qualcosa solo perché un altro le ha detto di farlo, l’idea deve essere sua. Tutto questo lo fa, sicuramente, in modo profondo, lirico e con grande proprietà di linguaggio.”

“A scuola il comportamento è ottimo. Non ho indicazioni di conflitti con nessuno dei compagni, anzi, mi creda se le dico che Benny è davvero molto molto amata e anche in qualche misura contesa.”

“Contesa”.

“Si.”

“Maestra, lei sa cosa vuol dire Benedetta?”

“Nel senso religioso?”

“No, non stiamo a scomodare nessuno. Nel senso letterario. Vuol dire che se ne parla bene, colei di cui si dice bene.”

“Alla fine, io la chiamo Benny, lei la chiama Pepe e tutti parliamo di Benedetta”

“Si, qualcosa del genere, maestra. Per i quadretti…”

“Si”

“Ecco, per i quadretti, riusciamo a farle pensare, sentire, credere che possa dare una possibilità alla matematica? Glielo chiedo perché vede per me è andata proprio così, come dice lei, delle righe e dei quadretti e in realtà io ho sempre rifiutato di riuscire anche in altro.”

“Si, signora, possiamo lavorare in quel senso. Però, se permette, ecco, se mi permette io penso che chiunque possa essere bravo in matematica, magari non bravissimo ma bravo sì. Invece non tutti possono scrivere quel che scrive Benny, come lo scrive Benny. Tenetelo presente, se potete”

“Lo faremo. Grazie, grazie per questo colloquio. Lei, ogni volta, mi fa venire voglia di tornare a scuola e io a scuola ci andavo con il mal di pancia. Mi dicevano che ero timida, sa. Invece era ansia, solo che non l’avevano ancora inventata.”

 

I capelli lunghissimi. E non si discute.

 

L’altalena attaccata al ramo di un ciliegio è la condizione necessaria per cadere. Quando si allungano le gambe in avanti e si sale si sente il vuoto nella pancia e si chiudono gli occhi, si può essere ovunque, basta volerlo.

Un chirurgo dietro la sua testa, io davanti al suo viso, la sua mano sotto il mento, la mia mano sulla sua, l’altra che le sfiora la guancia screpolata che potrebbe addormentarsi se solo non le stessero cucendo un buco nel cranio. Suo padre che ci guarda e aspetta, sa che la più coraggiosa è lei, aspetta di portarci a casa, di portarmi a casa, dove non dormirò per controllare che non stia male, che non ci sia nulla delle cose che indicano anche il trauma cranico, dove finalmente crollerò per la paura arrabbiandomi con qualcuno o qualcosa, che è il solo modo che conosco per cedere e lui è il solo che lo sa. Le medicazioni con il betadine, le macchie sulle federe, la mia cicatrice sulla fronte che prude a distanza di trent’anni, giocavo con mia cugina, mi ricordo una colata di sangue davanti agli occhi, sulle lenti degli occhiali, un chirurgo e la mano di mio padre, calda e poi basta. Niente garetta di fine anno a nuoto, no, la saltiamo. E togliamo quelle pietre da sotto l’altalena, solo un coglione può lasciarle lì così. Non mi importa chi è stato, se lui o mio padre o mio cognato. Un coglione qualsiasi, che è andata bene così, poteva andare peggio.

Per tutta la vita guarderà le altalene sentendo la mia voce che le ripete di fare attenzione. Forse le pruderà la testa, in un punto che non capirà e che io so dov’è e arriverà il giorno in cui le sembrerà di sentire ancora il vuoto nella pancia, a pensare alla mia voce.

 

Un senso del ritmo innato che condivide solo con suo padre.

 

Il cappellano dell’ospedale me lo sono trovato davanti al letto, sonnecchiavo smaltendo il dolore, soprattutto alla mano, la farfallina nella vena della mano destra per le flebo, quella è stata più dolorosa di tutto, della puntura nella schiena o del frugare nella pancia. Sembra strano che con un taglio sull’addome quel che fa davvero male sia la mano.

Ho aperto gli occhi sentendomi osservata e lui era lì.

“Cos’ha dato al mondo, signora? Maschio o femmina?”

“Una femmina. Benedetta.”

“E che sia benedetta anche dal Signore allora. Auguri, pregherò per voi.”

Nella pancia era la Biba da quando abbiamo scoperto che si, era una bimba, la seconda, si femmina evviva, perché io un maschio non lo volevo, non lo volevo proprio e quando il dottore mi ha detto che tra le gambe si vedeva l’inconfondibile chicco di caffè ricordo di aver esultato sul lettino. Tornate a casa, dopo la nascita, è stata da subito Tuga, perché aveva il collo molle e rugoso di una tartaruga solo che sua sorella maggiore non lo sapeva dire, cioè lo sapeva dire solo che lo diceva così. Tuga. E noi capivamo. Dopo pochissimi mesi, è diventata Pepe. Perché sua sorella la chiamava Pepedetta e poi Pepe. Allora è rimasta Pepe, per tutti e per sempre.

“Speriamo sia benedetta anche tra le persone comuni, senza scomodare troppo lassù, comunque. Grazie.”

Al terzo giorno di vita è diventata gialla. Anche lei, come la sorella due anni prima. Mi ha spiegato una mia amica biologa che è dovuto ai gruppi sanguigni, il mio e quello del padre. Qualunque figlio nostro avrebbe avuto l’ittero, non ho capito perché ma quando me l’ha detto mi è parso che fosse molto brava e molto competente e so di aver pensato che cazzo però a sapere così le cose. Io sono 0 RH+, il padre è AB RH +. La grande è B RH+, Pepe è A RH+. Non avrebbero potuto essere 0, perché è recessivo. Ti pareva, mi sono detta.

È stata mandata in lampada. Andavo al nido a richiesta, le ostetriche una volta mi hanno chiamata dopo solo mezz’ora dall’ultima poppata, nonostante la doppia pesata ci avesse indicato che aveva mangiato abbondantemente, piangeva disperata senza possibilità di essere calmata. Quando l’ho presa ha smesso, ha aperto gli occhi, mi ha fissata o forse no, pare che non vedano a quell’età, non so a me è parso che mi fissasse, sicuramente la guardavo io come si guarda una novità e niente. Siamo state lì così, sulla panchina del nido, con la vestaglia che tirava sul seno dolorante, la mia mano sulla sua guancia, la sua mano sotto il mento imbronciato, finché non si è addormentata. Quella notte hanno portato in elicottero dalla Calabria un neonato con una gravissima patologia cerebrale, ho ascoltato tutte le telefonate mentre allattavo, prima che la rimettessero in lampada, non avrei voluto sapere cosa stava capitando al piano di sopra. Quando sono tornata nella mia stanza la ragazza del letto accanto ha rotto le acque, è scoppiato un temporale estivo, ho mangiato un biscotto dal pacco che mi aveva portato mia zia, mi sono sdraiata senza sforzare gli addominali inservibili, mi sono girata sul fianco e ho pensato a una madre calabrese che non sapevo chi fosse, a quel che si dà al mondo e a quello che dal mondo si prende, compresi i calci in culo. E mi sono sentita una sopravvissuta.

 

Divoratrice di frutta.

 

Battesimo fatto. Prima Comunione pure. Scuola cattolica anche. Basta, ci fermiamo qui, è come per il gruppo sanguigno, ognuno mette quello che ha, tanto i nostri vengono tutti fuori gialli. Il resto sarà una scelta sua se vorrà.

A catechismo le avevano chiesto di portare una bottiglietta da mezzo litro di acqua, vuota. L’hanno riempita di acqua benedetta, decorata esternamente e riportata a casa fino all’incontro successivo. Il giorno prima inizia la ricerca folle della bottiglietta d’acqua, sparita. Eppure, era sempre stata in salotto, su un mobile, in vista, una bottiglietta senza etichette commerciali, con decori e dell’acqua -benedetta- all’interno. L’abbiamo cercata ovunque. Anche nella sacca da tennis, niente. Pepe ha iniziato a piangere, imprecare, inveire, minacciare, disperare, tutto inutile. Nessuna bottiglietta di acqua benedetta. All’improvviso il lampo, l’intuizione, il dubbio. La signora delle pulizie, la grande colpevole volontaria e involontaria di tutto quello che non si trova più.

In quel periodo era Rossana, una signora peruviana che lavorava anche da mia nonna.

“Ohh me dispiaseeee.”

Questa è stata la conclusione della scena. Vista da fuori, da un angolo della stanza, dal lato opposto alla grande porta finestra tra cucina e salotto deve essere andata più o meno così:

mattino, circa le 9. Donna pronta per andare a lavoro che volge la mano sinistra verso un mobile tenendo lo sguardo fisso sull’altra donna che, dalla cucina, guarda il mobile indicato e poi la signora che ha truccato troppo le labbra-bisognerebbe dirglielo– che porta la mano sinistra sopra la destra ma con un po’ di spazio tra i due palmi opposti e chiede di una bottiglietta di plastica, chiede con tono gentile ma finge perché si vede che è solo una stronza disordinata. La donna pronta per andare al lavoro, che ha messo la trousse in borsa così ritocca il rossetto dopo pranzo, aspetta una risposta, un cenno- avrà capito? – da parte dell’altra donna. Le due donne si guardano e già sanno tutto.

Una penserà per sempre che l’altra se l’è bevuta prima di buttarla.

L’altra penserà per sempre che se le cose venissero lasciate in posti logici nessuno le sposterebbe.

Alla notizia definitiva Pepe si era lasciata prendere dallo sconforto assoluto. Non poteva presentarsi a catechismo, non avrebbe potuto fare la Comunione con i suoi compagni, forse le avrebbero revocato anche il Battesimo e chissà che non concorresse per la scomunica.

“Come facciamo?”

“Così. Vai di là e fai un disegno simile a quello che avevi fatto sull’altra bottiglia. Intanto io bevo come se dovessi fare un’ecografia renale, non ti preoccupare.”

“Ma cosa fai?”

“Niente, non ti preoccupare. Ecco la bottiglietta che uso in palestra, vuota. Riempila di acqua.”

“Quale acqua?”

“Acqua, Pepe. Acqua.”

“Dal rubinetto?”

“Si”

“Così?”

“Si. Brava. Ecco, attacca il disegno, ecco qui. Puoi andare a catechismo.”

“Ma non è acqua benedetta”

“È acqua di Benedetta. Andrà bene lo stesso”.

“Ma si può fare?”

“Si.”

“Secondo me no. Poi scusa tu nemmeno ci credi.”

“Per quello che posso.”

“Allora vedi che non si può.”

“Pepe, alla peggio ci giochiamo la carta del perdono.”

“E come?”

“Diciamo ohh me dispiaseeeee.”

 

 

Scalza, sempre scalza, possibile?

 

“Dovrebbe esserci quella cosa per cui basta un suo sorriso e io non sento più la fatica. Sono ripagata. Dicono così, le madri. Dicono che basta un sorriso e sono ripagate dalle notti insonni. Mia figlia non sorride, Dottore. E poi, di fondo, anche quando sorride non mi ripaga di niente. È come se mi guardassi in uno specchio tutto rotto cercando di vedermi intera, con lei, quando la guardo.”

“Quali madri lo dicono?”

“Le madri, in giro. Sa quando ti fermano e dicono che si è una gran fatica crescerli ma poi basta un sorriso.”

“Ma sono madri che lei conosce?”

“In che senso?”

“Non so, sono sue amiche madri come lei in questo momento preciso, sua madre, sua zia, madri con cui lei ha una relazione di durata e di qualità?”
“No. Cioè. No. Sono cose che dicono le donne quando si parla di bambini piccoli.”

“Sono cose che si dicono, quindi.  E dunque, sono cose che queste persone non le riportano in quanto esperienza diretta come se adesso io le dessi un pizzicotto e poi subito dopo una carezza e allora lei direbbe di aver avuto esperienza di entrambe le cose. È così?”

“Si, penso.”

“E dunque, lei questa settimana si è soffermata più volte sulla sua inadeguatezza, come la chiama lei, perché qualcuno che lei non conosce dice cose che sono come un intercalare in coda in posta nel quale lei non si riconosce?”

“Penso che sia andata così. Comunque, mia figlia sorride poco, a me soprattutto.  Con me piange, urla, si irrigidisce.”

“Lei sorride spesso?”

“No. Non più.”

“Nemmeno allo specchio?”

“No. Lo specchio è in pezzi e io cerco un’immagine intera”

“Lei con chi è solita fare scenate, se vogliamo chiamarle così, con chi è solita perdere le staffe?”

“Con me stessa e poi con lui, si, con lui.”

“Noi diamo il peggio di noi stessi solo con coloro dei quali ci fidiamo. Non mostriamo mai quella parte ad altri dei quali non siamo sicuri. Bisogna amare molto qualcuno per permettere a noi stessi di mostrarci deboli, arrabbiati, furibondi o semplicemente tristi.”

“Quindi mia figlia con me è insopportabile perché mi ama di più degli altri? Che culo.”

“O forse perché sa che lei la ama più degli altri, in ogni caso. Provi a guardare sua figlia, a pensare sua figlia, come se lo specchio fosse intero, cosa le riflette?”

“Che sono io quella a pezzi, ecco perché non mi vedo intera.”

“Il tempo per oggi è terminato, ci vediamo venerdì.”

 

Le sue mani che sanno sempre dove fa male, dove è successo che si è sopravvissuti.

io e Pepe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ho dimenticato

 

C’era un vaso per terra, colmo, difficile da spostare.

Se mi dovessero regalare fiori non saprei dove metterli, non potrei ripetere quella scena vista fare tante volte da mia made o mia nonna, i fiori che arrivano con il gambo avvolto nella carta argentata e tutto intorno un velo trasparente a proteggerli- “oh, che belli, che meraviglia, prendi, prendi un vaso e mettici dell’acqua che li sistemiamo”.  E poi tutto quello spacchettare rumoroso e ingombrante, il velo trasparente da appallottolare e buttare, il gambo da recidere ancora un po’ per adattarlo al vaso- “no, non questo, l’altro, quello lungo di cristallo”.

Dove vengono custoditi i vasi quando non ci sono i fiori dentro?

Ma io non ricevo fiori. Perché non mi piacciono e lui lo sa. Dico sempre: “me li porterete quando sarò morta, prima di allora ci sono altre cose grazie. Libri, borse, rossetti, opere di bene”. I fiori in casa dopo due giorni puzzano di cimitero.

E comunque con me due giorni sono anche troppi perché io ho il talento unico di far morire anche le piante finte. Davvero. Ci ho provato, ci provo ogni anno perché sono cocciuta o stupida non so, ci provo. A un certo punto, verso marzo o aprile, con le ragazze vado in un centro di floricoltura che è vicino a casa, loro ridono appena allacciano la cintura di sicurezza e non smettono fino al rientro, quando scarichiamo piante da interno mezza luce poca acqua cambio terriccio ogni mai, piante da esterno sole pieno per terrazzi esposti a cazzo ma quelli sono, piantine di consolazione da disseminare dove ti pare che hanno il solo pregio di costare € 2,99.

“Ma l’acqua l’hai data alle piante? La terra è tutta secca, sembra il deserto”

“No.”

“Perché?”

Perché. Non si può chiedere il perché, non faccio parte di un gruppo organizzato per l’uccisione delle piante a mezzo disidratazione, non ho una mia personale vendetta che mi porta a comprarle per poi ucciderle. Non mi chiedere il perché.

Me ne dimentico.

A un certo punto, verso maggio o giugno, me ne dimentico. Basta. Non le vedo proprio più, ci passo accanto e non mi accorgo della loro presenza.

Una zia di mio marito, con piante meravigliose in ogni angolo della casa e del giardino- eh ma il suo è ben esposto– mi ha detto di puntare tutto sulle piante grasse, perché non hanno bisogno di attenzioni o cure particolari, cioè magari ne hanno però si arrangiano, fanno con quel che trovano. “Le metti lì e te ne dimentichi”. Questo doveva dirmi per fare centro. A parte una dolorosa vicenda iniziale con un cactus che forse si è suicidato, direi che il consiglio si è rivelato valido. Ho capito che i miei cani e le mie figlie hanno avuto possibilità di sopravvivenza grazie al fatto che comunicano con me.

E ho scoperto di essere una pianta grassa.

 

 

Per spostare un vaso colmo non ci vuole forza ma concentrazione.

 

Aveva gli occhi troppo azzurri. E si preoccupava sempre.

Hai freddo? Ti do la mia giacca.

Hai mangiato? Sei tanto magra.

Hai dormito? Il sonno perso non si recupera, sai, ci sono studi scientifici che ne trattano diffusamente.

Ti è piaciuto? Stiamo bene insieme, vero?

Passo a prenderti, non uscire finché non mi vedi.

Ti riaccompagno, hai le chiavi? Apri, io aspetto.

Ci vuole solo un po’ di tempo, poi vedrai che di lui ti dimenticherai completamente, sei così giovane. E poi hai me, ci sono io, no? Mi vedi? Ci sono io che mica ti farò male come ti ha fatto lui, lo sai vero? Che ci sono io, che lui non c’è, che lui ti ha fatto male te lo ricordi sì? Te lo devi ricordare, così poi vedrai che lui lo dimentichi. Cosa significa che non sai? Cosa vuol dire che non va, che non c’è entusiasmo, non lo vedi quanto siamo felici? Non è vero che non stiamo bene, guardaci, ridiamo. Io ti abbraccio e tu mi abbracci, vedi che stiamo bene? Anche i miei amici mi hanno detto che non mi hanno mai visto stare così bene con una ragazza. Se ne sono accorti anche loro che stiamo bene. Cosa significa che no, tu non stai bene. Magari è roba di ora, di un momento, di passaggio. Ogni tanto ti prende così, che non sai, che te ne vuoi andare per i fatti tuoi ma non è vero. Anzi no, non me lo dire cosa significa, lascia stare, non fa niente. Adesso dici così ma poi ti passa. E poi scusa io che faccio? A me ci hai pensato? A dire queste cose come se io non fossi qui che ascolto mentre dici che non ti va più, che basta, che è meglio stare soli, altrove. Altrove dove? Allora io cosa sono scusa? Niente. Non sono niente. Decidi tu, fai tu. Sei una ragazzina, io ho una laurea, un dottorato e devo stare qui a sentire te che frigni, ma chi ti credi di essere? Ma tu lo sai che vita faccio io dopo anni, a n n i cara mia, a n n i, che tu ancora andavi all’asilo, dopo anni di studio mi trovo tutto il giorno a vendere medicine dietro un bancone a gente che mi chiede supposte di nitroglicerina eh, tu lo sai? Lo sai che entrano i tossici e li devo servire sperando che non mi rapinino. A n n i per finire a fare il bottegaio, perché quello è, invece di fare ricerca perché quello dovevo fare e tu? Tu che non sai? Ah, ora lo sai? E cosa sai? Lo sai quello che mi stai facendo? No, no, zitta, non ti dimenticherò. Non dimenticherò quello che mi stai facendo.

 

Non aveva la forma elegante del vaso, sembrava più un catino. Eppure, era un vaso.

 

Insegnava Lettere e Latino, Greco lo insegnava un’altra, ma ho dimenticato chi, il nome, anche la faccia. Era una classe tutta di ragazze, per un momento c’era stato un solo maschio ma non so che fine abbia fatto, forse lo avevamo sacrificato per propiziarci la benevolenza di Atena in vista della maturità.

Insegnava Lettere e Latino e non so se era brava perché non conoscevo altri che lo facevano e allora non potevo sapere. Spero che lo sia stata. Negli anni la mia migliore amica, diventata archeologa, mi ha rivelato che qualche cazzata ce l’aveva detta. Lei poteva saperlo, io continuavo a ignorarlo.

Entusiasmo.

In greco si scrive così, il gesso sulla lavagna.

Ragazze, sapete da dove arriva la parola entusiasmo? Provate, si bene. Quasi. Sara B.? Vicino ma ancora no. Alessandra? Laura? Chiara S.? Chiara C.? Claudia? Paola? Sonia? Mara?

Essere invasati, ragazze.

Ma mica pazzi invasati come i tifosi di calcio, ragazze. No. Questo lasciamolo pensare a chi non conosce il senso delle parole, il significato, quello che possiamo trovare andando a cercare con i nostri strumenti, lasciamolo pensare ai cugini deboli dello scientifico.

Che parola c’è, qui, in mezzo, guardate la lavagna, che nome vedete lì, dentro la parola?

Dio. Giusto. Brave. Entusiasmo ragazze, avere dentro di sé un dio. Essere ispirati da un dio. Essere come vasi all’interno dei quali sentire quale dio ci ispira, se siamo sacerdoti o indovini. O poeti.

Aveva le mani più vecchie, quello sì. Fumava, e mi ero soffermata sulle dita, sulle macchie marroni che le chiazzavano il dorso delle mani. Il viso no, non sembrava che fosse passato tanto tempo, l’avevo riconosciuta subito nel trovarmela davanti, io camminavo dritta a testa bassa, ero appena uscita da una seduta e andavo verso la metropolitana, lei aveva svoltato dalla via laterale e mi era finita di fronte.

“Buongiorno Professoressa”

Messa a fuoco. Niente.

“Ecco, aiutami”

“Terza C, maturità nel 1997, era il nostro membro interno. Sonia.”

“Sonia.”

Comunque, il mio nome ha davvero un bel suono. Io non lo sento mai perché nessuno lo usa per intero, per davvero, lo scrivo, lo leggo ma non lo sento mai e invece è proprio bello, va detto.

“Si, Sonia”

“1997”

“Si. Al Cavour”

“Si, si, quella classe tutta di ragazze ah ma forse c’era anche un uomo a un certo punto”

“Si. È stato bocciato. Come un sacrificio alla divinità, credo.”

Ride.

“Eh, tu?  Non ti avrei riconosciuta, no. Sai quanti mi fermano, ogni giorno, sai. E non vi riconosco tutti, non mi ricordo tutti, mi dispiace. Tu? Cosa hai fatto della tua vita?”

“Ho studiato Giurisprudenza, mi sono laureata e niente, lavoro, ho due bambine.”

“Due bambine, di già. Brava. Che lavoro fai?”
“Mi occupo di sicurezza sui luoghi di lavoro, adempimenti normativi per le aziende, formazione. “

“Brava, facciamo anche a scuola quelle cose, che barba, invece di lasciarci insegnare ci fanno fare tutte queste cose, che però sono obbligatorie. Due bambine, di già. Brava. Abiti qui in zona?”

” No.” – sono qui perché il venerdì a quest’ora passo sempre di qui sa, esco dall’Asl, dal servizio per i disturbi mentali perché ho la depressione e penso spesso che ne morirò o che comunque morirò e le mie figlie saranno cresciute in un contesto che non prevede l’uso corretto del gruppo fonetico sci-sce ma che lo sibila e allora mi torturo e spero di non morire, di resistere anche perché non siano costrette a indossare il cappellino contro il sole o la cuffia contro il freddo anche durante l’adolescenza di modo che possano sentirsi normali– “avevo un appuntamento di lavoro” .

E subito insieme:

“Mara è diventata archeologa, se la ricorda?”

“Vi sentite ancora?”

“Sempre.”

Ma non se la ricordava.  Io invece l’ho chiamata subito, mentre scendevo i gradini della metro e timbravo il biglietto.

“È impossibile che non ti abbia riconosciuta, Soniè, sei sempre uguale.”

È che lei non mi ha mai dimenticata.

 

Non è la goccia che fa traboccare il vaso ma un urto maldestro.

 

Mi ha mandato un paio di messaggi a marzo, agli inizi della quarantena. Ho sorriso, quando ho letto il suo nome, sorrido ogni volta che lo leggo, sorrido di buone cose. Mi ha mandato anche due quotidiani in pdf, il Sole 24 ore e il Corriere, credo. Gli avrei offerto il caffè, ma non si poteva. Ci diciamo, ogni volta, prima o poi un caffè, un bicchiere di vino, due parole. Non ci siamo mai più visti e non so se mai ci rivedremo, non lo escludo perché, ormai, sono poche le cose che escludo in generale, ma se vedo il suo nome sorrido e questo lo so, lo sa anche lui.

È stato un momento, il mio ventiduesimo compleanno sotto la Mole, un marciapiede su cui salire per arrivare meglio a quel bacio di tarda estate, a quell’abbraccio di inizio autunno. Un poster comprato in Via Po, il treno per Milano, la sua auto fuori casa dei miei genitori, non ricordo che modello fosse, niente, ho dimenticato. Un prendi e lascia senza mai prendere e senza mai lasciare, tanti chilometri per qualcosa solo perché sa di buone cose, nessuna domanda su quel passato appena passato, su quell’altro lasciato così, senza acqua, senza terriccio, che morisse di sete, basta, non lo vedevo più, fatti crescere le spine coglione se non sai resistere altrimenti muori.

Nessuna domanda su quella nuova presenza, appena percepita, appena arrivata, in quel guardare il telefono quando si è vicini- non è me che aspetti- sapere perché si sente, sapere senza chiedere, nessuno che toglie niente, solo una goccia in più se vuoi, ma sono gocce che non riempiono, sono gocce che al massimo si infiltrano e restano, sono gocce contate una a una su una ferita che non siamo nessuno per curare ma che sappiamo vedere. Non è te che aspetto. Ma se rimani ancora un po’ mi sembra meglio, se ti fermi solo un attimo ancora smetto di frugare con le mani per cercare cosa sento lì sul fondo che preme e magari me ne dimentico, non è che te che aspetto ma mi piace che stai qui a farmi sentire buone cose come se ci fosse abbastanza acqua, la giusta luce e in due la colpa di non aspettarsi è annacquata, meno colpa per me, meno colpa per te, resto, resta, sento, senti. Alziamoci con calma, no, non ho detto amiamoci con calma, che non si può. Alziamoci piano che poi ci gira la testa, attento è buio, inciampi, urti contro qualcosa che non avevi previsto e no, non ho detto amiamoci piano, che non si può. Alziamoci che non faccia male alle ginocchia e facciamo attenzione a quel che abbiamo spostato per la curiosità di guardare e toccare, rimettiamolo a posto ma io ho dimenticato il posto, lascio così, lascia così che no, non ho detto amiamoci che non faccia male che non si può. Alziamoci in silenzio e lasciamo tutto così, quel che è fuoriuscito è andato perduto, si vede che era di troppo ma lì sul fondo preme ancora quel che non so, è ancora lì, lo so, lo toccherò e forse sarà un dio o forse sarò solo io e un giorno te lo dirò e no, non ho detto amiamoci in silenzio che non si può.

Vai. Vado. E per la prima volta non ti odio e per la prima volta non mi odio. Io ho le mie spine, lo capisco, ma mi servono per sopravvivere, a te servono per sapere che non è mai stata colpa tua. E ho le mie storie che mi servono per vivere e che non ti ho mai raccontato perché si raccontano le favole, perché le storie io non le so raccontare, perché si vive ciascuno come può, dimenticandosi l’inizio e inventandosi il finale.

 

cielo

 

 

 

 

Aggiornamento

Cristina è uscita con le sue amiche, ieri pomeriggio. Si sono date appuntamento davanti a scuola dopo tre mesi, per fare una passeggiata, mangiare un gelato, parlare, fare quel che fanno delle ragazzine di tredici anni. Io ne ho approfittato per andare in ufficio dopo tre mesi, Pepe è venuta con me perché aveva lezione online alle 16 e tennis alle 17.30 e così ci siamo armate di cartella, racchetta, notebook, alimentatore del notebook, acqua, mascherine, gel disinfettante, cialde del caffè che le avevo finite e siamo partite direzione scuola-ufficio-tennis come ai vecchi tempi.

In macchina abbiamo ascoltato le canzoni su Spotify secondo uno schema ormai consolidato, una canzone a testa mamma esclusa e io ho imbastito alcune raccomandazioni, perché ieri Cristina è uscita con le sue amiche.

Per la prima volta.

Allora a un certo punto, più o meno all’altezza del campo volo, poco prima delle baracche degli zingari, ho abbassato il volume della voce di Achille Lauro e ho iniziato a parlare di scatti di fiducia e passaggi di crescita e ne è venuto fuori qualcosa che sembrava il regolamento per la raccolta punti della spesa da Borello, cosa che non faccio, non ho tessere, non raccolgo punti perché tanto mi dimenticherei di richiedere il premio o di ritirarlo o comunque per avere quello che vorrei dovrei aggiungere cinquanta euro alla tessera completa. Cristina ha capito, penso. Se mi dimostri ogni volta che posso fidarmi di te io continuerò a fidarmi di te e aumenteranno le dimostrazioni di fiducia e finché toccherà a me darti il permesso di fare le cose, la maggior parte delle cose che vuoi fare, potrai avere vita facile perché io saprò che posso fidarmi di te e tu saprai che potrai contare su di me e questo idillio sarà come l’Eden.

Ma se sgarri, se tradisci la mia fiducia, se succede qualcosa che incrina, storce, strozza il libero fluire della fede che nutriamo l’una verso l’altra hai finito di chiedere, di volere, di desiderare, di esistere. Partorirai con dolore, anche tu.

Poi, arrivate a destinazione, volevo dirle di stare attenta quando attraversa, alle auto, alle persone, alle bici, alle moto, ai mezzi matti che circolano che vedono tre ragazzine da sole e magari le avvicinano, al resto in gelateria se paga con un pezzo da dieci euro, ai cani senza guinzaglio, alle cacche per terra, alle schegge di legno delle panchine, ai semafori se lampeggiano. Però era troppo lungo e così dopo che è scesa ho abbassato il finestrino e le ho detto “Cri, mi raccomando, non morire.”

Sua sorella mi ha presa in giro, mentre mi affacciavo dalla finestra del mio studio per guardare in direzione del cancello della loro scuola, se le amiche erano arrivate, se lei era ancora lì, Pepe mi ha sorpresa e mi ha chiesto “è viva?” e poi è scoppiata a ridere, come ride lei, che senti caldo.

È andata molto bene, ha trascorso due ore bellissime, Pepe ha fatto lezione e poi è andata ad allenarsi, lei che può, decretando la superiorità del suo sport rispetto a qualunque altro sport, il tennis è lo sport migliore da praticare durante una pandemia, cari atleti di karate che vi afferrate per la giacca alitandovi in faccia e poi vi scaraventate in terra, per voi la strada è ancora lunga, lunga almeno quanto il suo servizio con la pallina che vola alta, elegante e felice.

A cena hanno raccontato il pomeriggio al padre, la piccola con termini tecnici che appartengono solo a loro in qualità di frequentatori di terra rossa, la grande con l’aria vissuta di chi è sempre uscito da solo e se la cava nel mondo.

Io ho bevuto il mio vino rosso, compiacendomi dell’Eden.

Abbiamo anticipato il regalo di compleanno a Pepe di qualche mese. L’abbiamo dotata di cellulare. Perché le sue amiche ce lo hanno e no, questa non è mai stata una motivazione valida a muovermi, però la rottura di coglioni è un’argomentazione che subisco sempre un po’.

Usava il mio telefono quando voleva chiacchierare con le compagne, da quando la scuola è stata chiusa non si sono viste, niente più attesa in corridoio alle otto, sulla porta della classe, niente spogliatoio a ginnastica o nuoto, niente intervalli in cortilone che in cortilino vanno le prime e le seconde, loro sono in quinta, dovevano spadroneggiare in cortilone e invece no, niente pranzi insieme a mensa, solo il mio telefono per fare delle videochiamate. E dalle videochiamate a due siamo passati a quelle di gruppo, fino a quattro. E poi magari scarichiamo Hangout, che la sua amica ce lo ha e anche lo altre lo installavano e allora l’abbiamo fatto e l’ho sentita parlare con un’altra compagna e suggerirle di scaricarlo anche lei e poi dire “no, non è difficile, guarda se ce l’ha fatta mia madre” e allora ho preso nota e poi, la sera, le ho detto “scusa, non ho capito, cosa vuol dire se ce l’ha fatta mia madre?” e niente, lei ha riso, come ride lei che senti caldo e comunque non voleva dire niente, era un modo di dire.

Un modo di dire del cazzo, le ho detto.

E da Hangout siamo passati all’inserimento in un gruppo tipo “il meglio della VB” e da lì il passaggio al contro gruppo “il vero meglio della VB” e poi naturalmente il contro gruppo del contro gruppo “il vero meglio segreto della VB” e il gruppo privato “VB misteriosa” e tutti i contro gruppi derivanti e allora basta. Non ho più retto.

Io che ho tolto la suoneria al telefono da anni, che ho silenziato tutti i gruppi, che ho tolto le spunte blu- ma così non le vedi nemmeno tu quando mandi un messaggio– ma sai che me frega se hanno visualizzato penso, io che non ascolto i messaggi vocali tranne quelli di Stefano ma solo perché Stefano mi allena e ha la responsabilità altissima di farmi sentire figa e tonica e non si sa mai se deve dirmi qualcosa di fondamentale per il mio metabolismo allora la sola deroga è per lui. Io che ho tolto la possibilità di visualizzare il mio ultimo accesso perché non sono affari tuoi quando io accedo, io che cerco di evitare tutte le scocciature perché so di non avere una dose sufficiente di diplomazia a disposizione prima di replicare con insulti o comunque malamente, non potevo rischiare di maltrattare il meglio della VB. Allora abbiamo deciso di regalare a Pepe il suo telefono, il padre è andato a comprarlo, le ha attivato la sim, le ha scaricato WhatsApp e le ha detto: “hai uno strumento in mano, mi raccomando a come lo usi, altrimenti con mamma poi vediamo”.

Con mamma.

Poi vediamo. Cosa? Niente, non si sa.

Ho pensato alla mia amica Cri, che non so se legge, se legge si ricorderà sicuramente, quella volta che sua figlia da piccola, forse in prima o seconda elementare a cena ha chiesto “cosa sono i preservativi?” e lei è rimasta con la forchetta per aria mentre il marito diceva “non lo so” e per un attimo anche lei ci ha creduto che lui non lo sapesse perché lo ha detto proprio così, che dovevi crederci, con che candore vedessi, mi aveva raccontato.

La prima persona alla quale Pepe ha mandato un messaggio è stato mio fratello e da quel momento hanno iniziato a sentirsi, a mandarsi vignette divertenti, sono dovuta intervenire qualche volta perché lei deve seguire le lezioni e finire i compiti, lui è indisciplinato e poi mi dice “ha iniziato lei”. Dopo due settimane, Pepe ha silenziato i gruppi, spegne quando va a giocare a tennis e si dimentica dove lo ha appoggiato. È diventata me.

Linkedin mi avvisa che il mio profilo sta avendo successo. Io non ci credo. Mi sembrano messaggi di nostalgia, c’è un trucchetto, come nei giochi della Chicco 12+ o 18+, quelli sonori, tu li accendi e loro fanno lucine e musichette, impari il ritornello e schiacci il quadrato giallo e il triangolo verde, poi te ne vai, lo lasci da parte, fai altro, giochi con un’altra cosa e dopo un po’ il maledetto Chicco si illumina e dice “Ciao Ciao”. Ti richiama, si ripropone. A me il mio profilo su Linkedin che sta avendo successo mi sembra quel ciao ciao e non mi distrae comunque, non ci casco, non vengo a controllare perché ho dimenticato la password e ogni volta devo ammetterlo cliccando su hai dimenticato la password e mi dà fastidio e devo fare la procedura  di ripristino e alla fine scopro che la nuova password che digito è uguale alla precedente, magari mi dimenticavo solo un carattere maiuscolo o speciale e comunque non c’è niente di speciale . Ma poi che successo potrà mai avere un profilo? Cosa vuol dire? La parola successo, in fondo, è già disturbante di suo. È un participio passato, c’è poco da nutrire speranze. Il passato si ricorda, non si spera.

La storia di Nina e Stefano, quella che sto scrivendo, riemerge ciclicamente. Ho mandato la seconda versione a Mara, non le è piaciuta, ma nemmeno a me. Però abbiamo convenuto che lei non può farmi da lettrice di prova perché è come se mi leggessi da sola, non vale. Gira e rigira, la storia non trova l’azione, resta sempre lo sfondo, questi due che hanno attraversato la vita e non riesco ad acciuffarli per fargli fare una cosa, una sola, quella. Aspetterò ancora un po’, ma no, la seconda revisione verrà cestinata. Meglio sullo sfondo che a fondo.

Mi sono fissata con le tre ceste per la roba sporca che ho in lavanderia. Ne ho una sola per la roba da stirare, mi sembra strano. A volte penso di avere la meglio ma è un’illusione ottica, sono sempre tutte piene. Ho ipotizzato che si fosse trasferito qualcuno da noi, qualcuno che non so, non conosco ma che mette a lavare di continuo. La lavanderia è il mio ufficio, a casa. Quando Lui rientra la sera spesso non lo sento arrivare, mi chiama e poi chiede alle ragazze “dov’è mamma?”, in ufficio, rispondono loro e allora lui arriva in lavanderia e mi trova seduta su uno sgabello che smisto biancheria, colorati, bianchi, intimo, sportivo, lenzuola e asciugamani. Secondo lui lavo troppo, cioè non ci sarebbe la necessità di lavare sempre e tutto, lo rassicuro che no, non è una mania, dormi tranquillo gli dico e lasciami lavorare. La lavanderia è mia. Le ceste mi guardano e mi sento come un assessore lombardo di fronte a due infetti contemporaneamente, anzi peggio, perché loro sono tre e io una da sola.

Ho comprato mascherine bellissime, alle ragazze le ho fatte ricamare, per me ne ho presa una con la stampa della Notte Stellata e un’altra con un mandorlo in fiore, Pepe dice che è un ciliegio ma no, è un mandorlo, l’altro giorno ha detto albero di fichi ma poi si è messa a ridere, come ride lei, che senti caldo e ho capito che mi stava prendendo in giro.

Scrivo moltissimo, cancello, riscrivo. Prendo appunti, moltissimi appunti, su quello che penso, come lo penso e quando lo penso e gli appunti non li riscrivo mai.

Scrivo moltissimo e lascio riposare, non ho fretta. Distinguo tra urgenza e fretta e allora mi accorgo che scrivo per l’urgenza di farlo ma senza la fretta di farlo, lascio stare tutto dopo che è venuto fuori, quando è lì, sul foglio, come se dovesse asciugare e aspetto. Quando torno scopro se mi piace, se è ancora urgente e pungente e stringente o se si è risolto in un niente. Scrivo moltissimo e senza un motivo che non sia la scrittura, sembro Forrest Gump con la corsa, scrivo moltissimo e sono felice.

Le ragazze hanno riscoperto un gioco che avevamo inventato quando erano piccole. La fanno questa cosa, loro, ogni tanto, ritirano fuori da qualche cassetto della memoria avvenimenti o situazioni lontane e me le ripropongono. Forse hanno imparato guardandomi tirare fuori dal baule della loro bisnonna giochi messi via perché inutilizzati e che magicamente dopo mesi sembravano nuovi. Adesso hanno rispolverato il gioco “Vediamo quanto mi conosci”, inventato da me molti anni addietro quando per intrattenerle mi ingegnavo con le sole abilità che ho e che non sono certo di natura manuale. Niente lavoretti con il pongo, niente pasta di sale, niente pittura o lego o costruzioni. Noi si andava via di scomposizione delle parole, di numero di parole trovate con la stessa iniziale, di nomi di persona cose e animali.

“Vediamo quanto mi conosci” funziona così: io ti chiedo cosa mi piace di più tra due alternative e tu rispondi. Se è giusto mi conosci bene, altrimenti no. Facile.

Esempio: tra il gelato al cioccolato e quello alla menta? Menta! Giusto!

Tra il mare e la montagna? Mare! Giusto!

Questa era la versione base. Adesso l’abbiamo elaborata, andiamo a fondo, le alternative sono sottili e a volte perfide, scavano, non sono scontate e rivelano sorprese. Comunque, ogni volta che tra le alternative metto Justin, il mio cagnolino, loro lo sanno. È come quando l’istruttore di scuola guida mi aveva detto che se nei quiz avessi trovato “tromba bitonale” sarebbe stata sicuramente falso. Non ho mai verificato. Ma sono passati ventitré anni non so ancora cosa sia una tromba bitonale.

Per la Festa della Mamma ho ricevuto regali molto belli. A me non frega niente della Festa della Mamma, né come figlia né come mamma, ma le ragazze sono state davvero brave, quest’anno, senza la costrizione dei lavoretti a scuola, senza negozi dove andare a comprare si sono inventate qualcosa.

Pepe mi ha regalato una capsula del tempo fatta con un barattolo di marmellata vuoto, lavato, ridipinto e decorato con miei smalti di diversi colori. All’interno quel che servirà, sempre. Pezzi di vita che parlano di me, di loro, di noi, dell’Eden, di questa età strana che stiamo vivendo, un viaggio di cui loro sono le protagoniste e io a volte un compagno di avventure, a volte un controllore, a volte l’inserviente che igienizza i cessi, a volte solo il punto di partenza, di certo mai la destinazione. Nella capsula del tempo ci siamo noi per come vorrei ricordarci.

Cristina mi ha dipinto una tela con una scritta dedicata, mi è piaciuta moltissimo, la voglio appendere in studio, quello vero, non in lavanderia, l’ho dovuto specificare perché appena l’ho detto Pepe ha subito pensato alle ceste dei panni sporchi, alla mia postazione di lavoro lì, nel bugigattolo tra detersivi e scope poi si è messa a ridere, come ride lei che senti caldo.

Per ora entrambi i regali sono sul comò della mia camera da letto, li guardo ogni mattina e ogni sera. Come quando erano piccole vengono nel lettone, qualche minuto, di mattina appena sveglie e la sera, prima di andare a dormire, quando io sono lì, con i miei cuscini tirati su, a leggere e prendere appunti su di me, come per ripassarmi da capo, prima dell’interrogazione e allora chiedo:

“Tra me e voi?”

“Noi.”

Si, dico. Noi.

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Pensa se

 

Pensa se ti dicessero che da domani basta tutto chiude e non puoi uscire se non per comprovate esigenze di lavoro o salute o necessità e a te venisse da ridere e da tirare il fiato a dire “ma davvero?”.  Pensa se il mondo si fermasse e non ci fosse più la scuola alle 8 e la cafona con la macchina in doppia fila e la scuola alle 16 e la cafona con la macchina in doppia fila che anche la cafona deve stare chiusa in casa e pensa se il mondo si fermasse così come il castello della Bella Addormentata che quando lei si punge il dito con il fuso dell’arcolaio la cuoca resta con il mestolo a mezz’aria, lo stalliere resta fermo con la striglia in mano accovacciato sulle zampe del cavallo che anche lui resta fermo con lo zoccolo destro anteriore appena un po’ più avanti dell’altro ma solo perché è più elegante restare fermi così e tutto rimane esattamente com’è.

Pensa se non potessi vedere qualcuno: chi non vorresti vedere? A parte la cafona in doppia fila, chi non vorresti vedere? Che si fa in fretta a tirare giù lacrime ed elenchi di quelli che ti mancano ma prova a dire chi non vuoi vedere. Pensa se si potessero fare i nomi con tranquillità, pensa se nessuno si offendesse, pensa se a nessuno importasse di chi non vuoi vedere tu che tanto non stiamo parlando di me, che quelli che non voglio vedere non ho bisogno di un incantesimo o di un provvedimento normativo per non vederli, mi basta dire come la penso.

Pensa se si dimenticassero di dirti che va bene, da domani si può uscire senza comprovate esigenze di lavoro o salute o necessità. Pensa se dovessi stare lì dove sei adesso a fare quello che stai facendo adesso. Cosa stai facendo? Ti sfili le mutande dal culo con un movimento preciso. Stendi. Mangiucchi. Scorri i profili WhatsApp per vedere le foto. Fai la spesa online. Guardi la Vita in Diretta e fai finta di no. Lavori perché sei uno di quelli che ha lo smartworking e non sai nemmeno se la parola esiste. Pensa se non esistesse, staresti facendo una cosa chiamandola in un modo inesistente che non vale a rendere inesistente quello che fai intendiamoci. Pensa se, invece, non esistesse quello che fai. Cosa faresti? Sapresti cosa fare? Cos’altro fare? Hai un piano B? Un progetto? Un sogno? Un cassetto? Del lievito? Impareresti a fare altro o resteresti con lo sguardo fisso su una piastrella che compare davanti a te tra le tue ginocchia mentre sei seduto e non sai?

Pensa se le madri fossero buone e i padri eterni. O il contrario. Pensa se i figli non ti giudicassero mai, nemmeno a un certo punto della loro vita che coincide con un certo punto della tua e sono punti lontani ma attraversati da una sola e una sola retta e pensa se quella retta invece di chiamarla vita la chiamassimo lama chi impugnerebbe il manico? Pensa se ti accorgessi che lo stanno facendo, i figli, che ti stanno giudicando e pensa se ti fosse dato in dono il potere di essere il solo ad accorgertene che quando mai si è visto un genitore che se ne accorge, pensa se tu te ne rendessi conto. Avviseresti gli altri? Urleresti che succede così, che i figli fanno così, metteresti in guardia gli altri? Pensa se le madri fossero buone e i padri eterni. O il contrario. Pensa se le madri a un certo punto ti dicessero che vai bene, che sono orgogliose del lavoro che hanno fatto e possono considerarlo concluso e si togliessero dal grugno la smorfia insoddisfatta che lascia un quattro di matematica o un orario non rispettato e pensa se al posto di quella smorfia ci fosse il sorriso di chi ha scampato il pericolo e ora sono cazzi tuoi.

Pensa se al corso preparto ti spiegassero che la vera minaccia a ogni equilibrio familiare non è il pianto da colica e nemmeno l’allattamento a richiesta ma sono i nonni. Pensa se ti insegnassero a medicare il cordone e tenere a bada i nonni nello stesso ciclo di lezioni con esempi pratici. Pensa se il pediatra ti scrivesse nella ricetta con la posologia della vitamina D anche la posologia di rotture di coglioni alla quale puoi sottostare e oltre la quale sei autorizzato a dire che c’è pericolo per la salute. Pensa se i nonni si fermassero sulla soglia, appena sotto il fiocco con il nome ricamato, tanto non gli piace davvero il nome che hai scelto, fingono, pensa se fermi lì bloccati come la cuoca con il mestolo e lo stalliere con la striglia impossibilitati a muoversi arrivasse qualcuno di autorevole, un Arcangelo o una puericultrice di quelle viste in televisione, a dirgli di ricordare prima di aprire bocca, ricordare quando trent’anni fa, quarant’anni fa erano loro ad aver scelto un nome di merda, frutto di una libera decisione o di un compromesso generazionale, erano loro ad avere le ragadi al seno e privazioni di sonno utilizzate solo in certi regimi dittatoriali, ricordare quanto non sopportassero di dover dare spiegazioni e rendicontare ogni spostamento come se avessero perso improvvisamente qualche decennio o il senno e solo dopo aver ricordato come si sentivano loro e quel che provavano loro solo dopo, solo allora sentirsi liberi di parlare. Ma senza dire cazzate. Pensa se poi con uno schiocco di dita i nonni si risvegliassero potendosi muovere liberamente e oltrepassando il fiocco come risorti a nuova vita fossero in grado di mantenere fede a quel disegno programmatico sintetizzato nell’espressione “se hai bisogno ci siamo altrimenti non disturbiamo”.

Pensa se i figli a un certo punto la smettessero di fare i figli e si rendessero anche un po’autonomi per davvero e non pretendessero sempre un aiuto, pensa se i figli si preoccupassero di non ferirti perché ormai sono adulti e tu sei vecchio, inutile dire altro. Sei vecchio. Pensa se non ti dicessero tutto quello che non va ma solo quello che va, pensa se non ti comunicassero che devono fare degli esami di controllo perché il dottore vuole vederci chiaro e ti risparmiassero di stare in ansia, in apprensione, che sei vecchio, basta. Pensa se ti telefonassero spontaneamente, senza sollecitazioni da parte di chicchessia, pensa se quella chicchessia ti piacesse come sarebbe più facile anche ammettere che se ti chiama non è merito tuo, ma merito suo. Della chicchessia. Alla quale stai sul culo anche tu, non ti preoccupare. Solo che è più furba.

Pensa se la reciprocità fosse un’applicazione gratuita del telefono, ce l’avremmo tutti. E la useremmo, la sprecheremmo persino. Pensa se tu mi bloccassi con l’auto perché sei una cafona inarrivabile e pensa se io non potendo uscire dal parcheggio mi incazzassi molto e però poi andassi a prendere un caffè e al mio ritorno non ti trovassi più e però nel tragitto avessi inviato con l’app una richiesta di reciprocità e così tu, mentre stai uscendo dal tuo garage una mattina di pioggia scrosciante con il cancello elettrico che fa le bizze perché c’è anche il vento, forte, pensa se tu con i cristi che ti viaggiano su e giù tra il cervello e la bocca e i figli dietro seduti male e con il suono delle cinture che non si allacciano e un ritardo accumulato già a livello mentale ti trovassi bloccata da un’auto lasciata così, davanti al tuo carraio. Pensa se, invece, tu incrociandomi per caso e parlando con me per qualche minuto, almeno una decina, andassi oltre i convenevoli e mi dicessi che ho una caccola gigante nel naso e porgendomi un fazzolettino di carta ti voltassi mentre io me la tolgo discretamente ma comunque riconoscente e poi io buttassi il tutto, civilmente, in un cestino all’angolo della via dopo averti salutato e allora sorridendo manderei una richiesta di reciprocità e pensa se tu, così, mentre sei in coda alla cassa incontrassi lo sguardo del ragazzo davanti a te che ti invita a passare avanti, tanto hai solo due cose al massimo tre e tu gli dici “davvero?” e lui ti rassicura, si si davvero e allora tu lo ringrazi e lui sente di aver fatto cosa buona e giusta e che sua nonna sarebbe fiera di lui anche se gli direbbe che non avevi una faccia davvero riconoscente e che comunque va bene essere buoni ma fessi no ma tanto sua nonna è morta, pensa se fosse viva che stronza.

Pensa se non ti importasse di andare a vedere cosa fanno gli altri. Pensa se agli altri non importasse di sapere cosa fai tu. Pensa se ognuno avesse le proprie ossessioni a vista così da dirla tutta e subito a chiunque, pensa se bastasse dirla un’ossessione o scriverla invece di pensarla, pensa se tutti dichiarassimo qual è la nostra ossessione. Pensa se sapessi che io canto Nuova Ossessione per calmarmi quando serve, pensa se ti dicessi che la mia ossessione me la tatuerei sul polso sinistro in un misto tra corsivo e stampatello come scrivo io che non uso un carattere soltanto e sarebbe solo abc scritto così, quasi di fretta e sbadato e pensa se si capisse davvero cosa significa,smetterebbe di essere un’ ossessione forse. No.

Pensa se cancellassimo la parola resilienza dai vocabolari, da tutto, pensa se potessimo con una bacchetta magica anche un po’ sfigata e improvvisata praticare l’Oblivion a tutti quelli che la usano a vuoto, pensa se lo facessimo quante braccia senza scritte, quanti tatuatori fermi con l’ago a mezz’aria come la cuoca con il mestolo che non ricordano più  qual era la parola e pensa se decidessero loro solo guardandoti in faccia di scrivere quel che gli pare e pensa se alla fine ti stesse bene così, pensa se avessero ragione, alla fine.

Pensa se i bambini fossero tutti simpatici o almeno più simpatici. Pensa se le persone non ti guardassero male perché dici che preferisci i cani ai bambini, come argomento e come compagnia. Pensa se non dovessi ogni volta dire siiiiiiiiii lo so che ho due figlie e mi piacciono molto sai perché mi piacciono molto? Perché non sono più bambine intese come bambine a forma di bambine con scarpe da allacciare e nasi da soffiare – non tirare su, in giù, soffia bene in giù, no, non su, giù- e comunque i bambini degli altri non mi piacciono, siiiiiii lo so che sono belli ma i bambini mi annoiano e non sto dicendo che sono brutti sto dicendo che non mi interessano, come le armi da fuoco e la MotoGP, non mi interessano. Pensa se non fosse così complicato ogni volta e alla fine dici solo si, belli, belli per fortuna esistono i bambini. E i cani.

Pensa se mannaggia a loro un giorno ti dicessero che da domani puoi uscire per fare quel che vuoi senza comprovate esigenze. Così. Basta, puoi uscire. Niente più allenamenti in videochiamata  con la doccia lunga quanto vuoi e calda quanto vuoi un attimo dopo aver pigiato il pulsante rosso e perso la faccia perfetta dell’istruttore che ti ha vista con i capelli di merda ma che ti dice che sei in forma perché occupi poco spazio nello schermo del cellulare e pensa se mai ti avessero detto che avresti apprezzato un siffatto complimento, adesso devi prendere la macchina e andare a sudare in mezzo ad altri dieci stronzi come te che non si arrendono al gluteo calante ma comunque a distanza e igienizzandoti di continuo. Niente più lavatrice che va mentre bevi il caffè, il secondo della mattina e rispondi alle mail con frasi che sarebbero fini a se stesse e servirebbero a chiudere la comunicazione se non fosse che dall’altra parte l’intenzione è quella di sfinirti di mail così da farti dire “basta si fa come dico io”. Pensa se ognuno si prendesse un pezzetto di responsabilità. Piccolo, quel che può, come la beneficenza. Pensa se ti dicessero che sei libero di uscire e tu non avessi nessuno da voler vedere e ti rendessi conto che da chiusi in casa a chiusi dentro non è il passo che è breve, è la predisposizione individuale che fa la differenza. Niente più movimenti ripetuti, sicuro come un non vedente in casa propria, niente più cassetti dove andare a sbirciare quando non è il momento per vedere se i sogni sono ancora lì. Pensa se non fossero plurali, i sogni. Pensa se fosse, alla fine solo uno, e pensa se ti sembrasse che uscendo svanirebbe, morirebbe di sete, non avresti il tempo di accudirlo, di osservarlo come fai con le ragazze che fanno lezione in camera e ti arriva il vociare della classe e ti sembra di vedere cose che altrimenti non vedresti e di sapere cose che altrimenti non sapresti e così è anche per quel sogno che se tu esci senza una comprovata esigenza un po’ lo tradisci, un po’ lo dimentichi, di nuovo, nel cassetto e poi le pagine del quaderno diventano gialle e la punta della penna si secca e tu resti con la biro a mezz’aria, come la cuoca con il mestolo. Pensa se bastasse un abc sbadato a cominciarlo, quel sogno.

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