Benedetta detta Pepe ha quasi 9 anni.

Benedetta è detta Pepe in famiglia perché è il soprannome che la sorella, di due anni più grande, le ha dato mentre provava a chiamarla, un pomeriggio nel lettone, tra una poppata e una colica.

Benedetta detta Pepe a scuola è Benedetta detta Benni.

Benedetta detta Pepe è del segno zodiacale del Leone .

Benedetta detta Pepe gioca a tennis da quando ha 5 anni, scia pigramente, nuota senza infamia e senza lode, gioca anche a golf,più per dare fastidio a sua sorella che per passione ma in fondo  ciascuno trova le proprie motivazioni  come può.

Benedetta detta Pepe ama il rosa e i brillantini, i gioielli e le scarpe con il tacco, ride per niente e piange per molto meno.

Benedetta detta Pepe mangia tantissima frutta, ma tanta davvero che bisogna dirle basta.

Benedetta detta Pepe è brava a scuola, buoni voti, ottimo comportamento, fedele all’insegnamento materno per il quale diamo il peggio di noi solo tra pochi intimi per favore e possibilmente all’interno delle mura domestiche grazie.

Benedetta detta Pepe non è un fenomeno come tanti altri  bambini di cui sento parlare. Dalle loro madri. È bella di quella bellezza novenne, con gli occhiali dalla montatura colorata, i dentoni  definitivi che dalla bocca carnosa  affacciano su una faccetta provvisoria, i capelli lunghi e mal spazzolati.

Benedetta detta Pepe scrive.

Scrive. Scrive bene. Prende dalla sua pancia un gomitolo di emozioni  e lo srotola tutto usando la penna Pilot blu, ricamando lettere perfette sulle righe di terza elementare. Fa il punto croce sui quaderni.

Benedetta detta Pepe ha una maestra che mi fa venire voglia di tornare a scuola e io a scuola andavo con il mal di pancia per l’ansia da prestazione. Ha una maestra che se hai il mal di pancia per l’ansia da prestazione ti abbraccia, si mette alla tua altezza chinandosi e puntando gli occhi azzurri nei tuoi e ti dice che lei è lì per te, per aiutarti e che puoi disegnare quello che provi se non riesci a spiegarlo diversamente. Ha una maestra che dice ai suoi bambini che loro sono tutti, tutti, 28 geni. Ciascuno di loro ha un talento e in quello li sostiene e li valorizza. Io mi commuovo, perché sono così ormai, le emozioni mi idratano. Ma se hai fatto le elementari negli anni ottanta tutta questa intensità non può lasciarti indifferente. Noi eravamo in 25 in classe e c’erano i bravi, i medi  e gli asini. Senza tante storie. Le poesie si imparavano a memoria, non si componevano. I disegni servivano a chiudere una pagina e si chiamavano cornicette. Senza tante storie. Il mal di pancia,  senza vomito e/o diarrea, era una scusa e se anche si apriva uno spiraglio sulla paura come causa scatenante veniva, alla fine, liquidata come fenomeno privo di motivazione e fondamento. Senza tante storie.

La maestra di Benedetta detta Pepe ha iniziato, quest’anno, un laboratorio di scrittura creativa con la classe. Un’esperienza meravigliosa durante la quale i bambini sono portati per mano nel fantastico mondo della lettura e della scrittura. Un percorso che consente ai bambini di esprimersi e indagarsi. Di arrivare al nocciolino profondo che hanno tra le pieghe di qualche viscere e portarlo alla luce, attraverso l’uso giocoso di metafore e  similitudini.

Benedetta detta Pepe  prende la sua Pilot blu e ricama, in camera sua, in silenzio. Io mi sporgo a guardarla, resto un passo dietro l’uscio, con la porta socchiusa, e lei è alla scrivania che dondola mentre scrive e scrive mentre dondola, oscilla con la testa per scuotere le parole da estrarre, che siano quelle giuste. Non vuole essere guardata, non vuole essere aiutata. Ricama quello che sente per poi portare in classe il suo lavoro, durante l’ora di laboratorio, il punto è la descrizione attenta, la croce è la storia che si compie .

Due settimane fa, Benedetta detta Pepe mi ha raccontato di aver descritto un suo sogno, utilizzando tre metafore. Benedetta detta Pepe sogna di avere sempre amici veri nella sua vita, perché “gli amici sono raggi di sole che sciolgono il ghiaccio dentro di me”(cit.), sono il supporto e l’amore che si augura di non perdere mai nella vita e il ghiaccio è quella pallina di dolore che la abita da qualche parte, nonostante l’aspetto svampito, e che di tanto in tanto affiora in quello sguardo di carbone che ti indaga e ti svela. Ti svela sempre. Forse è proprio quello il cubetto di ghiaccio doloroso, forse è tutto quel vedere a fondo, in fondo, il fondo. Forse se avesse preso gli occhi verdi di suo padre avrebbe avuto il filtro della speranza  nello sguardo. Invece. Invece ti punta addosso quei pozzi scuri e ti ritrovi nudo  mentre lei ricama come si sente quando ti sente e non c’è possibilità di scampo, né per te né per lei.

Benedetta detta Pepe ha portato a casa il libro dei 28 sogni dei bambini della Terza B. Una raccolta meravigliosa di tutto quello che i 28 geni hanno scritto e descritto, sogni grandi, grandissimi, semplici, normali, buffi, fantasiosi, poco ispirati. C’è di tutto. La prima pagina riporta una frase tratta da quello che è un punto di riferimento indiscusso per tutti quelli che, come me, sono andati alle elementari negli anni ottanta, La Storia Infinta:    “Tutto ciò che accade tu lo scrivi‘, disse. ‘Tutto ciò che io scrivo accade‘, fu la risposta. Tutte le 28 famiglie ne hanno ricevuto una copia.

Benedetta detta Pepe scrive. Scrive. Scrive bene. Cazzo. Scrive tanto, scrive tutto, scrive troppo. Il suo sogno di una vita piena di amici è diventato un racconto vibrante di quello che lei sente quando è accanto ad alcune persone, con una scrittura lucida, consapevole, ha descritto le emozioni che prova in modo pulito e sincero. Ha parlato di sé e dei comportamenti che non le piacciono, di cosa l’ha delusa, di come si sente davanti ad alcuni atteggiamenti dei suoi amici più cari. Di cui ha fatto i nomi. Veri.  Punto. E croce. Senza tante storie.

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