Mi dispiace

 

Mi dispiace di essere nata, unica in famiglia, con i capelli biondi e sottili e di aver sentito per decenni la stessa identica domanda e di aver risposto per decenni con la stessa identica risposta: si, sono naturali. No, non so da chi li ho presi. Penso da nessuno, però. Perché, insomma, sono i miei. Non li ho presi. Li ho. Mi dispiace di avere gli occhi neri che con il biondo sono strani, non te li aspetti,confondono. Ma gli occhi quelli si sa, sono naturali e poi quelli li ho presi da mia madre e da mia nonna, insomma sono i miei anche quelli, non è che li ho proprio presi. Li ho. Anche perché i miei occhi neri vedono tutto in modo diverso, da come vedono gli occhi di mia madre e di mia nonna. Mi dispiace. Adesso, con la gioventù, i capelli sono grigi naturali. Allora li tingo, li prendo dal parrucchiere adesso. Gli occhi sono sempre neri e continuano a vedere in modo diverso. Adesso, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di essermi diplomata in cinque anni con lievi intoppi iniziali, tre materie a settembre in quarta ginnasio, l’ira funesta dei miei genitori, un’estate dolorosa ma necessaria. Mi dispiace perché quando qualcuno della cerchia stretta di mia madre veniva bocciato e poi faceva quella cosa dei due anni in uno nei vari diplomifici a pagamento, ecco, quando capitava quel qualcuno godeva sempre della comprensione di mia madre con frasi del tipo “eh, si, ha un’intelligenza pratica, non riesce a stare sui libri, è più bravo con le attività manuali, forse la scuola non è strutturata per persone così, poco teoriche, in fondo la scuola è importante ma non è tutto”. Per qualcuno. Mi dispiace di non essere stata qualcuno da comprendere. Adesso, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di essere andata in moto a Murtas, di nascosto, con Mauro, nell’estate del 1996. Ma avevo il casco e mi sono tenuta forte, poi abbiamo buttato due asciugamani sulla sabbia e la borsa con la frutta e la birra e siamo stati sdraiati a riva tutto il giorno e a lui sembravano normali i miei capelli biondi e gli occhi neri, non mi chiedeva da chi li avessi presi gli bastava che li avessi lì con me su di lui. Al ritorno mi sono tenuta più forte anche se lui andava più piano e forse per un momento abbiamo fermato il tempo. Mi dispiace di essermi sentita naturale nella disobbedienza. Adesso, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di aver detto a una deficiente che era deficiente. Pensavo lo sapesse già, invece pare che sia stata una rivelazione alla quale era totalmente impreparata. Ma ho capito come funziona il paradosso del cretino e allora non mi dispiace più tanto. Nemmeno poco.

Mi dispiace di essermene andata quella volta, la prima volta che me ne sono andata. Ma non riuscivo più a restare. Non riuscivo più a parlare, non riuscivo più a sentire, a sentirmi e tutte quelle pause di riflessione che funzionavano a corrente alternata mi lancinavano. A furia di riflettere ero diventata grammaticalmente autonoma, facevo da principale e da subordinata. Mi dispiace di non averlo saputo dire e di essere scivolata via sperando di fare meno male possibile, una speranza vile ma dovevo imparare. Ad andare via. A restare. A capire la differenza. E adesso, con la gioventù, adesso non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di non essere una ribelle. Di essermi presa i miei spazi con i miei tempi e con le mie lotte, con qualche rivolta, con lente rivoluzioni, magari con gesti evidenti ma non teatrali. Mi dispiace di rispettare le file, le regole, il posto assegnato, di non fare storie, di insegnare tutto questo, che è quello che so, alle mie figlie. Mi dispiace di essermi costruita la mia identità per differenze, per mancanze, per sottrazioni. Da sola. Di essermi tolta tante etichette, di aver spettinato i capelli biondi e sottili, di averli strofinati sulla pelle di chi mi vedeva come una magia e come una magia di essere sparita anche a me stessa dopo aver riflettuto, dopo essermi riflessa come in uno specchio rotto e poi di essere tornata come si torna, senza dare spiegazioni. Il trucco non si rivela. Mi dispiace di essermi sentita intera guardandomi in uno specchio rotto. Ma adesso no, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di non essere mai stata audace, incosciente, sfrontata. Di essere stata bella, davvero bella, quando non lo sapevo. Di non esserlo più, non più così, così davvero bella. Di non aver salutato decentemente mia madre prima che partisse per Londra. Di non essere stata qualcuno da salutare decentemente prima di partire per Londra. Di non aver avuto mai la giustificazione di sola fede a bastarmi, di non credere mai a una versione dei fatti. O al suo opposto. A quella storia delle campane, quella per cui devi sentire tutte le campane, tutte le versioni. Mi dispiace di non credere. E di avere questa memoria bastarda che mi impedisce di essere gentile con tutti sempre. O anche solo ogni tanto e mi consegna al ruolo di archivista. Mi dispiace di essermi imparata come un’autodidatta, senza prendere niente, nemmeno gli occhi in fondo, da nessuno. O da qualcuno. Adesso, non mi dispiace più tanto. Nemmeno poco.

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