Ho la mia parte di letto, quella che volevo. È importante avere la propria parte di letto mi dico certe mattine mentre lo rifaccio, sprimaccio i cuscini, piego i pigiami e tendo il piumone, mi piace il rumore del piumone. È importante anche dividere il letto con qualcuno che voglia l’altra parte, ciascuno così ha la sua, è importante, bisogna fare questo test agli inizi di una relazione, prendere una stanza di albergo e mettersi a letto, se entrambi puntano allo stesso lato non può funzionare, non durerà. Io ho la mia parte di letto, quella che mi consente di dormire sul mio fianco preferito- io ho un fianco preferito, che è preferito da quando avevo tredici anni prima preferivo l’altro poi ho fatto un piercing all’orecchio e mi sono cambiate le preferenze- senza avere nessuno davanti. Non posso aprire gli occhi e vedere subito un essere umano. Anche se lo conosco, anche se lo amo, io non posso. Qualcuno potrà. Io no. Lui ha la sua parte di letto, l’altra, per fortuna perché mi sarebbe dispiaciuto rinunciare a Lui per dormire sul mio fianco preferito.

Ho pensieri infedeli, arrivano tardi e hanno addosso un odore che non è il mio, indossano abiti stropicciati, si vede che si sono rivestiti di fretta e altrettanto di fretta si spogliano e fanno finta di dormire, io tengo gli occhi chiusi per non vedere, non è da me mi dicono gli altri pensieri, quelli leali, quelli che si sono lavati i denti e hanno richiuso il dentifricio per denti sensibili, che da lì la sensibilità non sono riuscita a scacciarla, quelli che non vanno via e certe volte soffocano, sempre presenti, sempre disponibili. Perché li lasci fare? Mi chiedono. Non lo vedi che sono traditori? Si, anche con gli occhi chiusi. È che sono, comunque, miei.

Ho tutte le vocali rinnegate per abbreviare le parole e trasformare un messaggio in un monologo foggiano o in un impossibile codice fiscale, che ci faranno con il tempo risparmiato ad omettere le vocali? Le ho io, le ho prese tutte e me le tengo, voi restate così, con le vostre consonanti ridotte a bolo, prima o poi si bloccherà in gola. Ho tutte le vocali e le uso per fare un trenino anche se non è Capodanno, per fare l’amore che si senta, per chiamare le mie figlie come facevano loro da piccole che mi chiamavano solo al vocativo, per le esclamazioni in dialetto, per sedermi facendo rumore e rialzarmi con l’eco.

Ho tutti i per scambiati con la x, che se fossi il io il Legislatore sarebbe reato, giuro.  Li tengo, li ho sequestrati e li uso per chiedere sempre il perché di tutto quello che non so, di tutto quello che non capisco e poi per dire, portandomi la mano destra al centro dello sterno: per me. Perché di convincere te non mi interessa nemmeno un po’.  Giro con le sporte piene di tutti i per lasciati da parte, ogni tanto ci si incastra una o che anche di quelle ne ho tante, le metto su un bel cappello e diventa un però. E dal però ricomincio a provare, perché per me il però è comunque una possibilità.

Ho tutto il sentire del mondo in alcuni giorni soprattutto, sulle spalle e nella testa, al centro del petto un dolore che si irradia, sento addosso la morte di chi mi circonda, la sento sempre più vicina di quanto non sia, cerco di allontanarne l’idea ma le idee non sono mosche che basta agitare le mani. Ho tutto l’amore che posso, tutto concentrato e condensato e ristretto poi esplode di colpo e non ci sta più dov’era concentrato e condensato e ristretto e non posso mica andarci in giro, è troppo, ingombra, io non me l’aspettavo di essere capace di tanta capienza anzi credevo di non avere spazio o di averne molto poco e dicevo al Dottore della mente che io non avevo amore per nessuno nemmeno per me e lui stava zitto e mi indicava un posto e io non lo vedevo e lui insisteva e io anche perché ho tutta la testardaggine dell’universo riversata qui nella testa e lui indicava più giù e a me veniva solo in mente quella canzoncina salace che fa amor se mi vuoi bene più giù tu devi andar e lui scuoteva la testa e indicava più su, non così giù e io non vedevo poi ho sentito e ho visto insieme ed era così, avevo tutto l’amore del mondo tranne che per me.

Ho muscoli allenati che solo ogni tanto e sempre meno accusano risentimento, ho sentimenti feriti che gridano vendetta e raggiungono livelli di rancore da professionista. Se esistesse l’agonismo di rancore io sarei tra i primi al mondo, lo so. Ho un cappello per quando piove e gli occhiali da sole per tutti gli altri giorni. Ho lo sguardo severo e la risata frivola, ho una storia da raccontare ma non ora perché ancora la sto inventando, ho diffidenza a pacchi ben confezionati, si vede che non l’ho impacchettata io. Ho amici che stanno su una mano, pochi e complessi come linee della vita, li stringo nel pugno per non perderli. Ho il futuro semplice alla terza persona plurale, qualche volta il passato remoto alla prima singolare, quasi sempre l’imperfetto. Ho un’idea che non dico. Ho un sogno che ci spero.

Ho tutte le paure del mondo in alcuni giorni soprattutto, sulle spalle e nella testa, al centro del petto un’angoscia che si irradia. Io me l’aspettavo di essere capace di tanta capienza anzi credevo ce ne stesse di più ancora e dicevo al Dottore della mente che avevo tutte le paure presenti nei suoi libri di psicanalisi e lui stava zitto e mi indicava un posto e io non lo vedevo e lui insisteva e io no, perché ho anche tutte le lacrime del mondo e appannano la vista e gonfiano il naso e così non si vede oltre a quello e poi si sono seccate sulle guance crepate e ho sentito e visto insieme ed era così, non avevo tutte le paure del mondo ma solo le mie.

Ho incubi che racconto così non si avverano, riti scaramantici che ripeto perché forse funzionano, braccialetti penzolanti al polso, una scorta di libri sul comodino, ho una città alla quale non appartengo e il pieno di benzina all’auto, l’immaginazione per andare via come quando le mie figlie erano piccole e pensavo di scappare in alcuni giorni soprattutto, lo pensavo al centro della scapole come una fucilata di spalle, come si fa con i traditori, guardavo l’autonomia di chilometri indicata sul display e calcolavo il percorso. Chiudevo gli occhi, sentivo il rumore del mare, li riaprivo e non scappavo, mi ci aggrappavo un po’ prima di rimproverarli, senza esagerare, erano, comunque, i miei.

7 pensieri su “Ho tutto

      1. Non so se sei di nascita o di elezione.. io lo sono stati per 14 anni di elezione. Quando ci vivevo provavo esattamente quello che hai scritto. Poi, una volta andato via, mi è iniziata a mancare tantissimo, anche perché il tempo fa molto da filtro. Comunque una città formativa. Un caro saluto. Fritz

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      2. Sai che mi hai messa in crisi? Si può dire di nascita per elezione dei miei genitori? Nata qui per cose della vita, sempre vissuto qui sentendo di poter andare via in qualunque momento senza sofferenza.

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      3. Non volevo metterti in crisi, ma dalle tue parole traspare un certo rapporto di amore contrastato con la citta’. Torino resta un rebus della mia vita, ma con gli anni, parlando con tanti che l’hanno scelta direttamente o indirettamente (genitori) come citta’ di elezione, sempre una frattura, emotiva e di appartenenza. Forse leggo nelle tue parole, qualcosa di me, e non vorrei mettere nelle tue righe significati che non appartengono alle tua emozioni/visioni. Se l’ho fatto chiedo venia. Buona serata.

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