Dentro o fuori

Sono stanca.

Non so se stanca da venerdì sera o più stanca da ultimi quarant’anni. Però sicuramente sono stanca da venerdì sera.  Sono stanca di sveglie programmate e tacche di serbatoio che scemano, spie che si accendono luminose, sensori che suonano a sfioro. No, non mi riferisco all’auto, non in senso stretto e nemmeno in senso lato.

Vedo quel che vedo da qui, questo è il lato dove mi colloco anche se provo a spostarmi, ogni tanto, ma il risultato è che mi vedo da fuori e non mi piace mai quando sto così, quando sono così, così stanca o così altrove che mi vedo da fuori. Poi, si sa, io sono campionessa del mondo del guardarmi dentro. Non è facile, eh. Ci vogliono anni e anni di prove, allenamento, tecnica, è metodo, è disciplina quella. Ci vuole carattere, insomma. Anche brutto, mica è detto. Quel che si ha. Io ce l’ho e questo è già di per sé disturbante. Bello no, ecco, no, non riuscirei a dire bello nemmeno visto da dentro. Ho il carattere come mio nonno aveva il naso: importante. Non puoi guardarlo di profilo perché può sembrarti orrendo ma se lo prendi frontalmente è meno fastidioso di quel che sembra. Dritto in faccia.

Grazie a questo carattere ho lottato contro il sonno, tra martedì e mercoledì notte, e a me non piace lottare contro il sonno o contro la fame o contro il prurito e resistere a tutti i costi, preferisco cedere. Ma non potevo addormentarmi, dovevo aspettare sveglia che Lui tornasse. Ho finito di leggere un libro, ho mandato Cri a letto quasi di forza, voleva aspettare con me, papà, papà mi chiedeva. Eh. Papà, papà adesso torna. Ho iniziato un altro libro, ho chiuso gli occhi per un secondo, li ho riaperti, controllato il telefono, aspettato, piegato le coperte, sistemato i cuscini, letto ancora, chiuso gli occhi un altro po’. Ho aspettato e alla fine ho vinto io, caro sonno, che se voglio so ancora farmi valere e poco conta se per due giorni mi sono trascinata come una larva, Lui è arrivato e io ho ceduto. Il piumone scricchiolava, la sveglia suonava tre ore dopo.

Sono stanca.

Ho un rimescolamento di parole in testa, come numeri nel sacchetto della tombola, pescatene una e vi dico come la vedo, se da dentro o da fuori, da quale lato.

Lunedi ho fatto una di quelle riunioni che si fanno adesso, dal pc, con Google meet, per parlare di un’idea, per darle forma e struttura e ne è uscita una seduta di analisi o forse una confessione aconfessionale o quasi delle dichiarazioni spontanee rese dall’indagato- io- in assenza del difensore- sempre io.

-Lo rifaresti?       

-No, forse no, ma per come sono io, eh. Per il mio istinto o il mio non istinto. Per tutto questo mio ragionare sempre tutto e poi niente. Succede il cortocircuito.

-Dov’è il cortocircuito?

-No, non dove ma quando.

-Quando?

-Quando ti accorgi che non c’è nessuna gara, non stai partecipando a nessuna gara e tu invece stai gareggiando. Da sola. Come un coglione, ma un coglione solo. Il mio cane, il piccolo, sai? Lui ha un testicolo solo.

-Come?

-Così. Ha un testicolo solo. Ho vietato battute a riguardo, sai. Lui aveva iniziato a chiamarlo monopalla, guai gli ho detto, non ti permettere. Ogni volta che ci penso io mi sento, così, come il coglione solo ma non quello sceso, no, io mi sento come quello ritenuto nell’inguine.

Sono stanca. A Torino ieri faceva caldo, c’era il vento, quello caldo. Oggi è freddo. Pizzica come aria di neve mi ha detto un papà fuori da scuola. Si, pare, gli ho risposto, perché io la certezza non te la do mai, mi dispiace. I papà fuori da scuola fano tenerezza. Sembrano spaesati, messi lì per caso, come se passassero accidentalmente. A volte pensi che possano prenderne uno a caso, anche un figlio non loro. Una volta è successo, al laboratorio di creatività, il papà di Greta prima si è perso nei corridoi poi grazie a una bidella ha trovato l’aula e ha aspettato il suo turno dietro di me e dietro la nonna di Margherita detta Marghe. Tutti hanno aspettato il loro turno dietro la nonna di Margherita detta Marghe almeno una volta nel corso degli anni delle elementari e quando finalmente toccava a lui ha guardato tutti i bambini presenti nell’aula, come se li scegliesse, e poi ha chiesto di Alessia. E lo abbiamo guardato tutti perché lui è il papà di Greta e Greta è figlia unica. Allora Greta gli ha detto io papà, devi prendere me.

Si è scusato. Era confuso, non so con chi si scusasse ma lo faceva, tre, quattro forse cinque volte, scusate, scusate.

-Perché hai fatto frequentare il laboratorio di creatività?

-Perché a fine giornata è un’attività distensiva. Perché io con le mani so fare niente. Me le guardo, sai, le mani. Nelle mani c’è tutto, c’è chi sei, cosa fai e cosa sai fare e io so farci niente. Volevo che loro sapessero vederci qualcosa, nelle loro mani. E poi recuperavo un’ora di lavoro. Si, anche questo, loro stavano lì al laboratorio e io avevo un’ora in più senza chiedere alla tata o ai nonni, ai cristi, ai santi tutti. Volevo smettere di chiedere.

Allora, quest’aria che pizzica, in montagna con quest’aria qui sicuramente nevica.

Eh, si, forse, non lo so.

Tanto non si può andare, hai sentito che forse fino al 15 febbraio tengono chiusi gli impianti?

No, non ho sentito.

Al telegiornale.

Eh, non ho sentito.

Si, pizzica proprio.

È gennaio.

Già.

Già.

E siamo di nuovo a venerdì, veloce eh?

Veloce, si.

Escono tardi oggi, come mai?

Mancano un paio di minuti.

Allora il mio orologio va avanti. Poi escono tutti insieme e con le mascherine è un casino, sembrano tutti uguali vero?

(no, il tuo trascina i piedi, come te, verso l’interno, è colpa delle ginocchia, dovreste farlo vedere, prende le schifezze di nascosto alle macchinette, barrette o patatine, magari portalo da un endocrinologo. Lo riconosci il tuo, esce sempre con l’altro, quello detto il Pirla, cioè io lo chiamo così, perché è davvero un pirla, era pirla già all’asilo. E con loro c’è anche l’Odioso, quello che è una perfetta crasi tra sua madre e suo padre, impiccione come lei e saccente come lui, sono sempre in tre, ma il tuo è buono, come sei buono tu, che ti imbarazzi a parlarmi e non sai perché. Le mie invece le riconosco anche se chiudo gli occhi da come spostano l’aria quando camminano. Dal balsamo per capelli. Dalla risata con la quale salutano l’amica che cammina accanto, le riconosco dal primo pianto al nido del Sant’Anna, avevano poche ore e sapevo che erano loro, dallo spessore della pelle sotto i piedi, sul calcagno, Pepe ha una cicatrice in testa sotto tutti i capelli che sono tanti e non puoi contarli a meno che tu non abbia a disposizione l’eternità e io e lei ce l’abbiamo, Cri ha un neo sul seno e si sveglia nella stessa posizione da quando è nata).

Più o meno. Eccoli, prendo le mie, come al ritiro bagagli in aeroporto.

Ride.

(che ti ridi)

Ciao.

Ciao, buona domenica.

Mamma che ti dicevi con il papà di Matteo?

Niente, che forse nevica.

E’ gennaio, capirai.

Si, infatti.

Sei stanca?

Si, un po’.

Da venerdì?

Da venerdì.

Ultime cose

Ho urtato qualcosa, forse il muro, entrando in garage. Sbam. No, niente botta, mi sono solo appoggiata, è come se avessi strisciato un po’. C’è stato un momento di silenzio, le ragazze, loro sono state zitte all’improvviso, si sono guardate e hanno aspettato la mia reazione. Anch’io avrei aspettato in silenzio la mia reazione. Mi sono stupita, ho spento la musica, rimesso la macchina dritta e sono entrata correttamente, ho detto solo due volte porcaputtana e poi ho chiesto a Cri di scendere e vedere il danno.

Quasi niente, mamma.

Insomma.

La striscia si vede. Non ho la più pallida idea di cosa ho toccato, compio quella manovra almeno due volte al giorno, entro in retromarcia non sempre senza imprecazioni però insomma mi stavo difendendo bene da quando ci siamo trasferiti. Fino a ieri, ieri ho urtato qualcosa che non so e potevo reagire molto peggio invece no, ho mandato un messaggio a Lui e gli ho scritto cosa avevo fatto.

Vabbuò. Mi ha risposto così.

A me delle auto importa poco, marca o modello, non ne ho cura, non la lavo mai. Ogni tanto prendo un sacchetto e butto tutto quel che trovo ma devo essere al culmine dello schifo di me stessa, altrimenti no. Però ho la copertina per il cane, così lui sta al caldo e non lascia peli sul sedile, dovesse mai salire qualcuno davanti. Se capita tolgo la copertina agitandola nell’abitacolo e tutti i peli volano ovunque. In genere ricascano sul mio cappotto. O sulla sciarpa se ne indosso una.

Però danneggiarla mi dispiace e infatti ero molto dispiaciuta, le ragazze hanno capito e mi hanno lasciato un po’ tranquilla e quando ho portato Cri a Karate ho controllato di nuovo se il danno fosse ancora lì, non so perché ma ho immaginato che potesse guarire da sola, un’ora in garage e della strisciata nemmeno più il segno.

Andando ad allenamento io e Cristina abbiamo chiacchierato del Liceo. Si, l’ho iscritta al Liceo. Cioè, ho mandato la richiesta tramite il sito del Ministero, ho compilato la domanda e indicato la composizione del nucleo famigliare specificando i gradi di parentela con suo padre- genitore- e con Benedetta- sorella- e ho indicato un istituto primario e uno secondario e se non dovesse venir accettata la domanda nel primo il secondario potrebbe metterla in coda, mi sono immaginata la seconda scuola un po’ stizzita che dice questa la mettiamo in fondo a tutti, se proprio avanza un posto glielo diamo, tanto siamo la seconda scelta. Io farei così.

“Gentile Utente la domanda di iscrizione al primo anno della Scuola secondaria di II grado è stata inoltrata”. Sbam. Si, è stata una botta. Da qualche parte nei cassetti c’è un certificato non ancora ingiallito che recita più o meno così: in data 14/07/2007 alle ore 16.12 la Signora Sonia Maria Laezza di anni 28 ha dato alla luce un neonato di sesso femminile…

Sbam.

Mentre tornavo dopo averla lasciata in palestra mi sono spostata nella corsia centrale, in tangenziale, per togliermi i camion. La corsia del sorpasso non la uso, mi va benissimo quella centrale. Ho preso la patente subito, ho compiuto 18 anni a settembre e a gennaio guidavo. La sera dell’esame di pratica con la mia patente cartacea appena rilasciata mi sono fatta prestare la macchina dai miei genitori e sono andata a prendere Sara, nella via dietro casa mia di allora. Io e lei siamo cresciute insieme, abbiamo un anno di differenza ovviamente a mio discapito, le nostre madri erano amiche prima di noi, i suoi genitori sono i miei zii preferiti. Solo anni dopo quella sera nella quale volevo portarla a fare un giro ho saputo che suo padre ci spiava dalla finestra del salotto con la tenda appena scostata e diceva alla moglie “tutto bene, non sono ancora partite” e così per dieci minuti almeno dopo averci salutato sulla porta, felici e sorridenti. Hanno riso di ogni mio tentativo di mettere in moto ma sono stati bravissimi. Mio padre sarebbe uscito a farla partire al posto mio poi l’avrebbe lasciata in folle dicendomi dai, vediamo un po’.

Guido, sarebbe impensabile non farlo. Ma non mi piace. Non mi rilassa, non mi diverte, non mi interessa. Ero una di quelle ragazze che faceva guidare lui, chiunque fosse, poi è anche capitato di andare a prendere degli uomini, di portarli a cena, una volta anche di pagare. Un’altra volta ho capito che avrei dovuto provarci io alla fine della serata e quello no, non ce l’ho fatta, l’ho riaccompagnato e sono andata via, promettendo che ci saremmo sentiti presto e poi ho salvato il nome come MauroNonRispondereMai.  Ero una di quelle ragazze che però non si faceva venire a prendere a casa, raggiungevo io da qualche parte, poi andava bene che guidasse il lui della situazione.

Non ci trovo niente di strano. Nemmeno nelle donne che fanno il contrario o in quelle che non guidano. Penso che ognuno possa fare anche un po’ come cazzo gli pare. Ecco, a me ormai sfinisce l’accanimento di chi fa come vuole ma vorrebbe che anche tu facessi come vuole. Non sopporto più l’atteggiamento di chi pensa di aver capito il modo migliore di essere o vivere e ne diventa fanatico. E le femministe che tutto è no e tutto è discriminazione e tutto è divario- anzi gap- e le mamme pancine che tutto è sacrificio per il bene più grande la salute dei figli e va bene anche un lavoro di merda tanto la ricompensa più grande sarà poi, nel regno dei cieli della mammitudine beata, e le stronze con il cimurro pronte a portarti via clienti a suon di preventivi al ribasso e le succubi che tanto decide lui.

La prima sera che sono uscita con Lui gli ho chiesto se preferisse andare con la mia auto, una Panda 1000 rosso fuoco con l’autoradio che faceva interferenza con il cellulare. Non mi ha nemmeno risposto, mi ha solo guardata e ha aperto la portiera, la sua. Poi mi ha detto che l’antenna era congelata, non ho mai capito perché la cosa avrebbe dovuto interessarmi.

Ci penso ogni tanto. Ieri sera mentre tornavo a casa ci pensavo. Ero triste per il danno e quando sono triste mi parte così, che la tristezza si allarga a macchia d’olio e allora ricordo episodi che non vorrei e per tirarmene fuori richiamo alla mente ricordi belli. A volte Lui è il protagonista di entrambi. E poi mi concentro sulla respirazione, sento l’aria, la visualizzo nell’addome prima di sentire la pancia che si sgonfia. Anche ieri sera, nonostante la cintura e il giaccone. Bei ricordi e respirazione. Contro la tristezza che mi coglie dopo avermi coltivata, contro quei pensieri che si affacciano come sul cratere di un vulcano per vedere se c’è attività, contro la paura che il camion davanti freni all’improvviso o quello dietro non rispetti la distanza di sicurezza da me, da me devi stare lontano.

Ho visto le auto davanti a me agitarsi. E delle piume, quelle dei cuscini, svolazzare in tangenziale e un attimo dopo qualcosa venirmi contro e infilarsi risucchiato sotto la mia auto, ho sentito il rumore di un corpo colpito, ho guardato nello specchietto retrovisore, le auto dietro di me si agitavano.

Forse era un pollo. O un tacchino. Era bianco e con le piume ma aveva qualcosa di glabro, non so cosa. Mi è arrivato addosso, si è infilato sotto, non ho potuto evitarlo e non ho capito cosa fosse, però c’erano le piume. Sbam. E mi tremavano le gambe, volevo fermarmi ma non potevo e allora ho fatto quello che faccio ogni volta che voglio fermarmi e non posso. Sono andata avanti. Per un attimo ho pensato sicuro hai preso sotto il tuo Angelo custode. Perché sicuro il tuo Angelo custode ha le sembianze di un pollo. Ho riso. Poi ho pianto. Stanchezza e spavento, binomio che mi frega sempre, nonostante l’esperienza. Potevi morire? Non lo so. Forse. Non credo. Che morte stupida per un pollo in tangenziale. Non è detto che fosse un pollo. Sembrava un pollo. Piangevo perché l’ultima cosa che Cri mi ha detto è stato Ciao Mami. Ciao amore mio, divertiti, le ho detto io. E mi sembrava una cosa così poco definitiva da dire come ultima cosa e poi a ripensarci invece no. E a Pepe, a Pepe prima di uscire da casa avevo detto di spegnere le candele e fare attenzione. Ci si può tirare fuori un insegnamento definitivo per la vita da una cosa così? A mio padre ho parlato del muratore e del cartongesso. 42 anni insieme su questo pianeta e l’ultima parola che gli rivolgo è cartongesso. A mia nipote l’ultima cosa che ho detto è che il prosciutto lo fanno con il culo del maiale, da quel giorno ripete in loop questa cosa. Però forse è abbastanza definitiva come rivelazione. A Sara ho chiesto se era stata bene, perché altro non mi interessa in fondo, solo che stia bene. A Mara ho detto che avevo ragione io, lei non ci ha preso e io si questa volta. Alla commercialista che la scheda di un cliente doveva essere portata a zero nel 2020. A mio fratello che stavo guardando Lady Oscar e lui mi ha detto qualcosa sull’orientamento sessuale di Madamigella Oscar. A mio nipote che zia è una parola facile e lui ha detto un’altra cosa in inglese, forse scarpe. A Lui ho detto molte cose ieri, quali, mi sforzavo di ricordare, quali, qual è l’ultima, gli hai detto plusvalenza, si, quella si, ma non può essere l’ultima cosa che ricorderà di averti sentito dire, gli avrai detto anche solo una parolaccia, cosa gli hai detto, sforzati, l’auto, il danno e lui ti ha detto vabbuò. Un bacio, a dopo. Quello sì, lo dici sempre. Il latte, che lo hai comprato anche tu. La capienza, non era sufficiente per la compensazione e che arrivi dopo in ufficio domani, no, non dopo hai detto tardi. Tu non puoi arrivare tardi e nemmeno presto perché quando arrivi arrivi, nessuno ti aspetta. Però dici così, arrivo tardi. L’ultima cosa che gli hai detto prima di morire per colpa di un pollo in tangenziale. Cos’è? È abbastanza definitiva? Cosa gli hai detto? Quello. Che arrivi tardi. Arrivo tardi in ufficio, domani. Che ci fa Lui con questa frase? Non gli serve a niente.

Ho preso la mia uscita, messo la freccia prima della rotatoria, svoltato al semaforo verde, messo la freccia per entrare nel cancello di casa, tirato su con il naso e aperto il basculante del garage, ho fatto manovra in retromarcia, sono scesa e ho controllato se avevo ancora spazio, si, sono risalita e andata ancora un po’ indietro, abbassato il basculante, guardato l’auto, spento la luce e sono salita.

Pepe aveva spento le candele e apparecchiato senza che glielo dicessi.

Lui scaldava la cena.

Forse mi è venuto addosso un pollo. O forse un tacchino. Non ho capito, ma ho sentito sbam.

È la prima cosa che gli ho detto.

Mano, foto, disegno e mamma di Cristina.

Esortazioni

Per me, per le mie figlie, per le mie amiche, per chi vuole, per chi ai buoni non crede, nemmeno se si tratta di propositi.  

Contare fino a 365. Dura pochissimo. Togliere uno, ripetere ogni giorno. Duriamo pochissimo. Ricordarselo almeno una volta al giorno ogni giorno, meglio al mattino a stomaco vuoto.

Imparare una parola nuova o riscoprire una parola messa da parte al giorno, segnarla possibilmente a mano, ripeterla più volte per impadronirsene, simulare contesti nei quali utilizzarla in modo appropriato. Al termine dell’anno verificare che siano 365, contandole, tanto dura pochissimo. Comincio io, la mia parola di oggi è: irridere. Non è nuova ma ammetto che non la indossavo più, mi sembrava scomoda. Oggi invece la mastico volentieri e mi accorgo che mi fa respirare, per pronunciarla occorre inspirare ed espirare, far battere la lingua e accorgersi se il dente duole (no, non duole), arrotolare la erre sul palato come con l’eucaristia, rendere grazie.

Usare un’agenda cartacea giornaliera, dotarsi di penna che scriva, controllare prima di uscire che scriva, alitare in punta se non scrive, scusarsi con chi ci chiede se abbiamo una penna con la frase “mi dispiace, ho cambiato borsa proprio stamattina” anche se abbiamo la penna e non cambiamo borsa dal 2001.

Cambiare borsa almeno tre volte a settimana.

Per chi è capace, perdonare senza sentirsi superiore. Per gli altri, quelli come me, lasciare nel passato. Ripetere fino a quando la tecnica non si perfeziona, allenarsi la sera, a luci spente, con un orecchio sul cuscino e gli occhi chiusi. Sono discipline diverse, non competono.

Preservare i dialoghi, scegliere con cura l’interlocutore, annuire per dire sì, muovere il capo come in un attacco di labirintite per dire no, non depistare, non accondiscendere controvoglia, non negare per principio. Fare attenzione ai princìpi e anche ai principi, nel caso dubitare della loro esistenza.

Discutere solo di ciò di cui si è davvero competenti. Davvero. Non importa, lo so. Mi rendo conto. Anch’io, vale anche per me, ci penso e mi condanno al silenzio. O a parlare di figlie, le mie e basta perché i figli degli altri sono un mistero, o di me e delle donne che mi abitano dentro, tante e diverse eppure nemmeno una che abbia voglia di vestirsi in modo elegante per festeggiare a casa.

Rifiutare le versioni accettate. Se sapete che si scrive soprattutto non fatevi dire che ormai è accettata l’altra versione, non esiste un’altra versione. È come con i tradimenti, si accettano quando non si ha più la forza di discutere, è come uno studente che non impara, lo mandi avanti per togliertelo dalla classe. Scegliere le proprie ortodossie. Praticare l’eresia dopo averne imparato il significato etimologico.

Appena possibile operare un’inversione dell’onere della prova. Smettere di voler dimostrare i propri meriti e il proprio valore, non mercanteggiare i propri talenti che non sono suscettibili di valutazione economica. Non provare di aver subito un danno, lasciare che sia l’altro a mostrarci che non è un danno, che non l’ha recato, che se l’ha fatto non è stato per dolo ma per colpa. Lasciare che ponga rimedio. Accettare il risarcimento. Donarlo a chi ne ha più bisogno senza farlo sapere.

Leggere una poesia ogni giorno e non pensare mai che sia facile da scrivere e non illudersi mai che sia facile da capire. Leggere una poesia e non pensare, meglio a metà giornata, soprattutto se fuori piove e dentro fa solo freddo ma va bene anche nelle giornate afose se il vento tira solo nella testa, è un ottimo ristoro nei pomeriggi invernali quando si aspetta il disgelo, alcuni la consigliano appena sbocciano i fiori, favorisce l’impollinazione. Non dedicare a nessuno alcuna poesia, sarebbe come perderla ma donarla senza un’occasione.

Al termine dell’anno verificare che siano 365, contandole, tanto dura pochissimo.