Le ragazze non ci sono ma rientrano tra pochi giorni. Cristina è in un Campus con docenti inglesi o spagnoli, mi pare, comunque persone che fingono di non sapere l’italiano così da costringerla a conversare in inglese. Mi telefona con regolarità, a ogni mia domanda risponde “poi ti dico”, non può mai parlare in quel momento e non so se si ricorderà tutto quello che mi vuole dire. Doveva andare a Malta, era il regalo per l’esame e per i quattordici anni, poi a quattro giorni dalla partenza è successo quello che è successo, Malta ha chiuso le scuole e l’agenzia si è reinventata una soluzione in Italia, in una località che non dirò non perché ai più non interessa ma per fare dispetto ai tre che passano di qui solo per saperlo.  Siamo quei genitori, si, quel tipo di genitori. Quelli che “complimenti”, quelli che “proprio quest’anno dovevate mandarli all’estero”, quelli che “poi non vi lamentate se si ammalano” come se avessimo fatto, deciso o programmato qualcosa di vietato e noi delinquenti ostinati nel portare a termine la condotta delittuosa. Avevamo programmato qualcosa che si poteva fare. Abbiamo cambiato i programmi quando ci hanno comunicato che non si poteva più fare. Cosa che negli ultimi quindici anni di genitorialità (conto la gravidanza, capita quando non puoi disporre del tuo tempo perché sei costretta a stare sdraiata sperando che la placenta cicatrizzi. Per quanto tempo? Non si sa, si vede di settimana in settimana. Capita quando sai che dalle 16 in avanti tu non sarai più tu ma ti trasformerai in una creatura con la capacità di vomitare anche per dodici volte in due ore. Per quanto tempo? Non si sa, si vede di settimana in settimana), cosa che negli ultimi quindici anni di genitorialità, dicevo,  abbiamo fatto sempre. Cioè, c’è un altro modo di essere genitori? Perché io non lo so, non mi pare. Mi piacerebbe sentirmelo dire dai fenomeni, tanti, che sanno tutto. Però mi devono dire anche quanti figli hanno, di quale età, con quali interessi, quali passioni, come si chiama il pupazzo con cui dormivano da piccoli, il frutto preferito e il gusto di gelato che mettono sotto nel cono. Il compagno di classe che sta sul culo. Il sogno per il futuro. La paura più grande. Il colore dell’ultima maglia che hanno voluto. Se chiudono il bagno a chiave. Il libro che c’è sul comodino. Se dormono al buio. A che età hanno avuto la varicella. Quando hanno iniziato a usare il vasino, che tempo c’era fuori. Se amano la pioggia. In quale città vorrebbero vivere. Il parente che detestano e quello a cui sono più affezionati, che non si capisce perché. L’umore il mattino quando c’è scuola. La loro domenica ideale. Quando mi avranno detto tutto questo dei loro figli e quando sentirò che tanto di tutto questo è molto simile al mondo delle mie figlie allora ringrazierò e prenderò in considerazione i moniti, i complimenti ironici, le soluzioni come offerte del discount.  

Pepe è via con la squadra di tennis, è già stata via per una settimana a giugno, questa volta è diverso, meno allenamenti e più tornei, è meno contenta, mi telefona con regolarità e a ogni mia domanda risponde “poi ti dico”, non può mai parlare in quel momento e so che si ricorderà tutto quello che mi vuole dire. Il problema del torneo è che mette in gioco dinamiche che ancora non padroneggia e lei è una di quelle persone che deve sentirsi sicura di quello che fa, dell’abilità in quello che fa. A volte penso che saprebbe allenarsi ad oltranza pur di aggiungere centimetri di consapevolezza , potrebbe andare avanti senza fermarsi per sentirsi padrona della tecnica, solo che lei non si accontenterà mai, cercherà sempre il suo “di più”.  Io sto ferma, la capisco, ogni volta che posso infilo un corso che mi insegni a fare meglio qualcosa che già faccio. E non mi basta, allora ne cerco un altro, per imparare ancora qualcosa che mi sfugge. Ho passato almeno vent’anni a rincorrere la perfezione, l’idea della perfezione. Sono abilissima nell’inseguire le idee io: l’idea di giustizia, l’idea di sapere, l’idea di amore, l’idea di felicità. Ho vissuto decenni nel mondo delle idee. Allora sto ferma, con lei. Ogni tanto, quando si stende con la testa sul mio cuore, ci provo, piano, a raccontarle quello che ho capito, quello che ho imparato, ma non è mai una lezione, una predica dall’alto di un pulpito, non ci credo a quei metodi lì, a quelle ipocrisie, non credo ai genitori che mentre ti fumano in faccia a tavola ti minacciano di farti ingoiare la sigaretta se ti beccano a fumare. Credo nel racconto. Nelle storie. Nella storia scritta da chi ha perso e non da chi ha vinto, meno eroica e più umana, credo nell’esempio che si può ripetere, quello alla portata di tutti, credo nella narrazione degli errori senza omissioni, perché cancellare gli errori non ci rende giusti, ci rende mancanti, vuoti in un punto, bucati dallo sfregamento della gomma e giù da quel buco chi può sapere cosa si perde. Adesso la sto aspettando, la mia Pepe, perché so che avrà bisogno di poggiare la testa sul mio cuore senza buchi e vedremo che storia vorrà sentire, che storia vorrà raccontare.

Nel frattempo, non posso dire che mi stiano mancando. Vivo senza guardare l’ora, sospesa, galleggio sulle incombenze quotidiane, il lavoro principalmente, senza aggiungere altro, ogni respiro è solo un respiro, ogni momento è solo un momento, quel momento, non c’è preparazione, non c’è fretta, non c’è la somma di altre vite alla mia. Quindi no, non mi mancano.

Sono reduce da una brutta otite e ho scelto la parola reduce di proposito. Due cicli di antibiotico e una cura di antiinfiammatori che mi hanno debilitata moltissimo. Ero al mare per qualche giorno prima che le ragazze partissero ciascuna verso la propria destinazione e il dolore era davvero forte, ho sentito una pallina dietro l’orecchio, dura e dolorante. Il lupo che mi vive dietro lo sterno si è svegliato, l’ho svegliato, ogni volta che penso di morire lui si sveglia per ricordarmi che sono viva. Sono andata dal medico, al mare, un otorino trovato su internet. Mi ha visitata e mi ha detto “Signora, io non so come faccia a stare ancora in piedi”.

Così, quando sono uscita dallo studio stringendo in mano il papiro su cui erano segnati i geroglifici della terapia di durata prossima all’eternità , mi sono seduta perché il medico aveva detto che potevo sedermi. Sdraiarmi. Dormire di pomeriggio. Fermarmi. Avere male. Stare male. Sentirmi male. La pallina dolorante è un linfonodo ingrossato, il lupo mi ha intimato di non giocarci, poi è rimasto sveglio per giorni a vegliare i miei pensieri, ad allontanare l’idea della morte che non si muore di otite, stupida che sei deve anche avermi detto una notte. Io l’ho chiamato con regolarità, ogni volta che mi faceva una domanda gli rispondevo “poi ti dico” e  ridevo da sola, perché il lupo, lui, non ride. Ho preso appunti delle cose che voglio dirgli perché non so se me le ricorderò tutte, ho scritto anche solo una parola e da quella ho iniziato, quando il dolore si è assopito e lo abbiamo vegliato, io e il lupo, parlando a bassa voce sperando che non si svegliasse.

E allora gli ho detto che ancora aspetto l’autorizzazione, il riconoscimento esterno, il cenno di assenso dell’autorità, la legittimazione. All’alba dei 43 anni ancora aspetto che un medico mi dica che è vero che sto male, anche senza febbre che a me non viene la febbre e so io quanto vorrei avere un bel febbrone da restare stesa, un febbrone da termometro schizzato che quelli che lo prendono e vedono la lineetta restano di stucco, un febbrone che faccia dire sta male, fate piano, fate silenzio, lasciamola riposare, deve guarire. Invece no, niente febbre. Che non si veda il male, che non sta bene far vedere il male. Io ancora aspetto una giustificazione, mai una scusa. Stupida che sono, devo avergli detto a un certo punto e il lupo ha annuito, stupida che sei, lo sai e non lo impari, devi esercitarti di più, non basta ancora.    

E gli ho detto che spero che le mie ragazze siano diverse, che generino idee invece di rincorrerle, che siano testimoni di loro stesse senza cercare altrove la ragione di quello che provano. Che frughino lì dentro, che c’è tutto, io lo so, io l’ho visto e a volte ho provato mettere in ordine ma non  si può mettere ordine dentro gli altri, nemmeno se sono i tuoi figli, soprattutto se sono i tuoi figli. Allora sai cosa faccio, faccio così, memorizzo. Memorizzo dove ho visto le loro cose, come quando entro in camera loro e appoggio roba sul letto o sulla scrivania. Non tocco niente, non sposto, non butto. Guardo e memorizzo, poi arriva sempre il momento in cui chiedono dov’è qualcosa perché non lo trovano e io dall’altra stanza, da un’altra parte, dagli anni che ci separano, dico a voce alta, indico dove guardare. E loro trovano. Poi capita che non trovino, si capita. Perché hanno spostato loro, hanno buttato e non me l’hanno detto. E allora si arrangiano un po’, cambiano i programmi, che poi è così che si vive. Cioè, c’è un altro modo per vivere? Perchè io non lo so, non mi pare.  Ho chiesto al lupo che mi vive dietro lo sterno.

Poi ti dico, mi ha risposto. E ha riso, piano, per non svegliare il dolore.

2 pensieri su “Poi ti dico

  1. A cosa serve davvero un genitore? E’ complicato stabilirlo.
    A me viene in mente da adolescente al luna-park, nella giostra che si chiama “calcinculo” (ma senza nessuna metafora forzata…), dove c’è quello dietro che lancia quello davanti affinché vada ad acchiappare il pennacchio, e guadagnarsi un giro in più.
    Tu ci andavi al luna-park?

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    1. Non ci andavo. Ma ci ho portato le ragazze quando erano bambine, in estate, al mare. Anno dopo anno c’erano sempre più attrazioni adatte alla loro età, ne prendevo atto come se un po’ fosse merito mio. Invece crescevano e basta.

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