Cristina ha iniziato il Liceo, Pepe la seconda media e io ho iniziato a svegliarmi di nuovo prima che suoni la sveglia per non farmi trovare impreparata mannaggia a me. Occhi sbarrati al soffitto e imprecazioni come screen saver del cervello, con effetto rotante e luminoso che fa molto anni ‘90, quando andavo io al Liceo. Pepe si è messa d’accordo con la sua amica per i banchi da riservare, la prima che è arrivata li ha tenuti per l’altra. Cri invece ha avuto un incontro in aula magna e poi è stata smistata nella sua classe, un po’ come con il Cappello Parlante. C’è questa cosa per cui i genitori non potevano entrare il primo giorno, è giusto le ho detto, ti pare andare al Liceo con la mamma? Però, ho aggiunto, però, io con la mascherina e gli occhi un po’ truccati e lo zaino buttato su una spalla sola sembro una ragazza del quinto anno? Secondo me si. Hai voglia mi ha rassicurata lei. Poi adesso pare che si trucchino le occhiaie. Pazzesco. Ragazzine con la pelle naturalmente liscia che si disegnano occhiaie bluastre e grinzose per avere l’aspetto sbattuto. Allora posso sembrare anche una del quarto anno. Invece niente, non sono entrata, che poi io al Liceo non tornerei nemmeno se mi pregassero o se mi pagassero o se mi offrissero tutto quello che voglio. Per niente al mondo. Quelli sono stati tra gli anni più infelici della mia vita, durante i quali ogni innesco di gioia o soddisfazione è stato spento a titolo precauzionale prima che riuscisse solo a scaldarmi, non dico a bruciarmi. Da Cri sarei entrata solo per assicurarmi che stesse bene, tanto lo so già che la merenda non la mangia e che se non le rivolgono la  parola lei non lo fa per prima, mica come Pepe che parla anche con i muri ed è in grado di farsi rispondere. Io ero come Cri. Per questo volevo solo dare un’occhiata, poi sarei uscita anzi scappata e avrei assaporato la libertà di essere adulta, adulta vera, quella libertà per cui si, è vero, c’è tanta gente che ti rompe i coglioni ma tu puoi tappare le orecchie e fare gnègnè e ti puoi permettere di non sentirli. Da ragazzo no. Mi sono attenuta alle indicazioni e ho aspettato entrambe in ufficio, la grande con il passo sicuro di chi sta facendo qualcosa per la prima volta e la piccola che per la prima volta a scuola non è più la sorella minore di qualcuno ma è solo lei. Ho passato le prime mattine ad aspettarle, lavorando per distrarmi lo confesso, riversando sul cagnetto attenzioni in eccesso costringendolo a rintanarsi dietro una tenda pur di sparire al mio sguardo pietoso. Dopo qualche giorno è tutto più disinvolto, non siamo ancora al livello della consuetudine ma puntiamo dritte in quella direzione e anche il cagnetto lo vedo più sereno.

Quest’anno vinciamo il primo premio per l’organizzazione. Abbiamo i libri foderati, ne mancano ancora tre o quattro per Cri e uno solo per Pepe, abbiamo fatto scorta di ricambi a righe e quadretti, evidenziatori, gomme e matite. Abbiamo jeans nuovi a vita alta perché a vita bassa sono da sfigate. Abbiamo scarpe per educazione fisica da tenere pulite. Abbiamo ritirato il libretto delle giustificazioni e comprato il diario, Pepe ha voluto la Smemoranda rosa fluo per poco non me la ricompravo, mi son dovuta trattenere razionalizzando l’evidenza di non averne bisogno, ma tornata a casa ho recuperato le mie, dal fondo del mio Invicta ginnasiale. Ho trovato una fotografia di me e Mara in gita a Parigi,  siamo vicinissime sotto un ombrellino con le punte piegate dalla forza dell’acqua, opponiamo una debole resistenza agli eventi atmosferici e ridiamo. Le ho mandato la foto della foto, le ho detto ti pare che mia figlia inizia il Liceo quando noi dobbiamo ancora finirlo? Infatti, non le pare, nemmeno a lei. Non può essere. Eppure è. Questo è.

Ho scoperto che detesta il suo nome. Mia figlia, l’ha scritto nel gruppo WhatsApp della classe nuova, si è presentata e ha chiesto di essere chiamata Cri perché detesta il suo nome per lungo. Ma sei scema, le ho chiesto? Ma sai quanto tempo ci ho girato intorno? Ma sai la fatica di trovarlo e pronunciarlo tante volte per sentirlo, per sentire come sarebbe stato chiamarti nella mia vita, parlarti, come sarebbe stato rivolgermi a te mentre ti immaginavo e non ti sapevo, non ti potevo sapere? Niente, mi ha detto che scritto va bene, ma pronunciato per lungo non le piace. Allora, l’ ho rassicurata, ti scriverò un biglietto per mandarti a cagare.  Anche un’altra sua compagna ha chiesto di essere chiamata con il diminutivo perché detesta il suo nome, ma lei ha ragione  perché ha un nome orrendo. Ma Cristina. Cristina. Dai, su, è un nome che va bene con qualunque titolo accademico a precederlo, va bene dall’asilo nido al pensionato per anziani non autosufficienti, va bene se diventi zia o nonna, va bene sempre. Va bene con il cognome. Non le piace nemmeno quello, mi ha detto. Perché è corto e secco, tempo di dirlo è già finito. Allora ti faccio fare un giro con il mio, le ho suggerito. Ho passato gran parte della vita a scusarmi e a fare lo spelling prima di imparare che non mi devo scusare proprio di niente, se lo capisci bene altrimenti gnègnè.

Io ti piaccio, le ho chiesto. Per sicurezza, per rassicurazione. Si, a volte, molte volte, il più delle volte, dipende. Dice che se dovesse riassumere il nostro rapporto sarebbe così: madre che si agita perché non trova qualcosa, generalmente in borsa, e spazientita dice Criiii, strascicando la iiii, bella lunga a buttare fuori l’aria dopo l’apnea bene da coinvolgere il diaframma. Figlia che non si scompone per niente, come suo padre, e dice alla madre che ciò che sta cercando è sicuramente lì dove lo sta cercando solo che non lo sta vedendo. Mi ha fatto ridere moltissimo, perché è vero e a me la verità fa sempre questo effetto qui, mi fa ridere. Le bugie mi fanno incazzare. È così: Cristina mi rassicura, dovrebbe essere compito mio, anzi è compito mio e io lo eseguo, io ci sono, sempre, spesso, ogni volta che serve e anche quando non serve perché lei sia al sicuro, e non dovrei dirlo ma ci sono di più che con Pepe o forse solo diversamente perché lei ne ha avuto più bisogno, perché lei è stata usata per colpire me e suo padre, ecco perché continuo a stare di guardia. Però, questo faccio io, la tengo al sicuro mentre lei mi rassicura. Da sempre. Dal battito intercettato in una placenta lacerata, ravanato tra il sangue quando tutto sembrava perduto. Il tutto era lei. Ho passato settimane a pregarla di restare con me, piccola divinità contenuta nel mio utero e lei ad ogni visita mi rassicurava, piccolo extraterrestre dalla testa allungata e le dita ossute, telefono casa. La casa ero io.

Domani è il mio compleanno. 43. Iniziano a suonare stranamente, come se ormai il decennio fosse avviato non più come qualcuno che si affaccia a guardare, non posso più dire che do solo un’occhiata insomma, ci sono dentro. Ma va bene. Va bene per davvero, forse è il momento di vita nel quale sono più felice ma tengo stretto il forse perché io ho sempre avuto paura dell’invidia degli dèi più che dell’invidia degli uomini. Mi è spuntato un gran brufolo nel centro della fronte, anche quando è nata Cri ne avevo uno uguale, uscito fuori con me dalla sala operatoria. L’ho guardato e ci ho messo su il ciuffo per coprirlo. Ho passato anni a camuffarli, avendone pochissimi non tolleravo nemmeno quei pochi giorni di passaggio sulla mia pelle e giù di spremitura e correttore e fondotinta e intrugli di varia natura. Ho mal di testa a fine giornata, gli occhiali mi sembrano un balsamo. Ho passato anni a nasconderli in fondo alle borse sperando di non romperli perché avrei dovuto spiegare ai miei genitori come mai gli occhiali non si trovavano sul mio naso. Ho capito di essere diventata adulta, adulta vera, quando mi sono potuta permettere da sola due paia di occhiali, uno da tenere sempre in ufficio. Mi sono comprata un completo color malva che mi sta benissimo. Ho passato la vita a vestirmi di nero pensando che bastasse a rendermi invisibile. Cri ha un bellissimo pullover celeste, lo abbiamo comprato insieme qualche giorno fa, se non lo metti tu lo metto io ci siamo dette reciprocamente. Lo tormentava con la mano destra prima, mentre mi raccontava della professoressa che ha conosciuto oggi, vorrebbe diventare come lei che ha detto ai ragazzi che il suo compito è quello di trovare il loro demone e tirarlo fuori perché possano scoprirlo. Ho invidiato la possibilità di questa donna di stare così dentro mia figlia nei prossimi cinque  anni, di potersi avvicinare così tanto al suo talento da vederne l’innesco. Ho passato gran parte della vita a ridurre in silenzio il mio perché così avevo capito che bisognava fare con i demoni, anche se sono buoni, anche se siamo noi. Per fortuna non si può fare per sempre. Ho passato alle mie ragazze vestiti e scarpe e libri e gioielli e tutta me stessa, tutti i pezzi che volevano, perché non sperassero mai di essere invisibili. E ho passato sul viso di un uomo le mie mani ragazze e le mie mani adulte, adulte vere, che lasciano i segni mentre guariscono, Lui pensa siano segni del tempo e invece sono io incastonata nel suo sguardo. Ho passato notti terribili e giorni stentati, ho passato esami e semafori con il giallo. Ho passato molto tempo arrabbiata e ho passato molto tempo ridendo. Ho passato qualche battaglia, ancora nessuna guerra, ho passato compleanni fissando un telefono muto, ho passato giorni interminabili e anni velocissimi. Ho sciolto nodi, ho afferrato le corde, le ho tenute strette come faccio solo con le mie ragazze e con i miei forse. Mi ci sono aggrappata come faccio solo con le mie ragazze e con i miei forse. Le ho passate intorno a un ramo e mi sono dondolata, che questo ho imparato da adulta, adulta vera, a dondolare da sola. Ho riso, perché sono vera.

3 pensieri su “Udite Udite (ho passato)

  1. In fondo è la cosa più naturale del mondo, ma non so se sia spiegabile a chi non l’ha provata, infatti io mi sforzo di capirla ma so che non ci riuscirò mai appieno.
    Nei nove mesi di percorrenza che rendono un ovulo fecondato una persona, colei che la accoglie tende verso questa un filo invisibile, indistruttibile e infinito. Da lì passa qualcosa che non credo si possa spiegare compiutamente, o al contrario è talmente semplice che nemmeno serve spiegarlo: entrambe le formulazioni sono valide.
    Quando parli delle tue figlie, pur sapendo che il quotidiano è fatto anche di ben altro, vedo questo filo illuminarsi così forte che le altre luci spariscono. Se sento raccontare queste cose da altri mi annoio in un istante. Quando invece lo fai tu mi sembra tutto fantastico.

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    1. Ogni volta che tu scrivi un commento poi io sparisco per un po’, proprio mi nascondo e, se potessi, mi nascondrei anche a me stessa. Non so perchè, non lo so completamente. So che mentre resto nascosta cerco parole per ringraziarti e non le trovo mai. Quindi, questa volta, preferisco ammettere che non so come dirti grazie. Questa è la verità. Spero ti faccia ridere.

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