Al tredicesimo giorno di isolamento non distinguo più il positivo dal negativo, come quando devo inserire le pile nel telecomando, mica sostituirle, no, io le tolgo, le rimetto e così funziona di nuovo. Al tredicesimo giorno di isolamento, ammetto, non sono mai stata isolata. Come fa una madre a isolarsi? In lavanderia, è quello il solo spazio, avrei dovuto segnalare che sì, avrei osservato l’isolamento presso il mio domicilio ma nel vano lavanderia, seduta sullo sgabellino sghembo osservando il timer del display della lavatrice, sorprendendomi della lunghezza di cinque minuti quando li osservi da dentro.

Al tredicesimo giorno di isolamento osservo solo da dentro.

Il lupo che mi vive dietro lo sterno è sveglio, attento, scattante direi. Il dolore in qualche regione situata dietro le costole o tra le costole lo ha infastidito da subito e ha smesso di dormire. Risponde alle mie domande, fa da filtro, scarta i pensieri che non devono arrivare, chiude la porta, spegne la luce, controlla le finestre. Armeggia con cuscini e nastro adesivo per gli spifferi, qualcosa passa comunque, ma so che non può fare più di quello che fa per non espormi ad altro.

Quando sto tanto dentro arriva sempre, l’altro.

Al tredicesimo giorno di isolamento mi mancano gli allenamenti ma mi mancano anche il fiato e le forze. Mi mancano la voce di Stefano che conta le ripetizioni, i muscoli affaticati, la sensazione di aver fatto tutto e tutto bene, al massimo, al meglio. Ogni tanto mi manda un messaggio per sapere come sto, io dimentico il cellulare in giro per casa, Lui me lo porta e mi dice che mi ha scritto Stefanino, come lo chiamo io quando parlo di lui, con una tenerezza che riservo a pochi, Lui lo sa per quello mi fa il verso.

Con il lupo abbiamo inventato un gioco che è un lungo elenco e forse anche una poesia, ogni giorno aggiungiamo un pezzo, lo abbiamo chiamato Ringraziare desidero, perché anche i giochi hanno diritto a un nome altrimenti poi non sai di cosa si tratta. Anche le poesie. Gli elenchi non lo so, forse loro no.

Ringraziare desidero per aver sposato Lui, che fra tanti che ne siamo al mondo potevo anche confondermi e  sbagliare, questione di attimi. In isolamento aver sposato il tuo migliore amico fa la differenza. Anche il ragazzo che ti piace da impazzire. Si chiama crush, mi ha detto Pepe. Lui è il mio crush, insomma. Sembra un’onomatopea, ho obiettato, come quando qualcosa si rompe. O anche una di quelle cose da test informatico sui livelli di sicurezza nella protezione da attacchi esterni. No, è solo per dire che hai una cotta, mi ha confermato.

Al tredicesimo giorno di isolamento ho voglia del mio isolamento in ufficio per un numero minimo di ore, circa cinque o sei, nelle quali sono sola, completamente sola, così sola che nessuno apre la porta ogni minuto e mezzo o mi chiede qualcosa dall’altra stanza e io non capisco e allora non è che si alzano e vengono dove sono io per dirmela da vicino, no, urlano e non capisco lo stesso e allora urlano in due, il primo e quello che ha capito e io non sento ancora e allora urlano in tre e se non mi alzo io allora potremo andare all’infinito.

Ringraziare desidero per il modo in cui Lui pronuncia il mio nome quando parla di me al telefono. Mi sembra un nome nuovo, appena imposto, come se mi battezzasse ogni volta, come se capissi di cosa si tratta, quando si parla di me.

Al tredicesimo giorno di isolamento non so se fa freddo o caldo, se pioverà o se la neve si è già sciolta tutta in montagna, se la primavera arriverà e allora l’inverno finirà presto, se i desideri sono quello che chiedi di ottenere o ciò che speri di preservare, se le mie ragazze sono felici di vivere con me, se avranno più ricordi felici o più ricordi tristi, se mi assoceranno a una risata o se faranno smorfie quando parleranno di me, non so se ci sono tanti modi per dire mamma, se uno è meglio di un altro, se c’è un modo che vuol dire mamma come qualcosa di solo bello. Al tredicesimo giorno racconto pezzetti di quando erano piccole, cose piccole di bambine piccole, che a guardarle ora non sembra possibile sia stato tutto così, per davvero, eppure non invento, giuro, dico mentre ridiamo, giuro che è vero, quella volta che Pepe mi ha spiegato la differenza tra il bene e il male all’uscita dall’asilo: arriva un angioletto bravo a suggerirti nell’orecchio cosa fare e allora fai bene. E quando il giorno dopo ha fatto male a sua sorella e l’ho sgridata, Pepe che cazzo, e l’angioletto? Che ti ha detto l’angioletto? Mamma, è arrivato prima quello cattivo. Quella volta che era un venerdì e lei aveva dimenticato nell’armadietto della scuola a copertina dudù, che ancora ci dorme, guai a chi la tocca e ce ne siamo accorte alle 18.30, ad asilo chiuso e abbiamo bruciato semafori mentre chiedevamo la cortesia, al telefono con la portineria della scuola, aspettateci, aspettaci un attimo, prendiamo la copertina rosa e andiamo via, roba di secondi e ci hanno detto che la comunità dei Fratelli si stava ritirando per il Rosario e allora ho assicurato che avrei fatto scendere Cristo dalla croce per aprirmi il portone e ci hanno aspettate e tutto è andato bene.

Ringraziare desidero per il tempo felpato, i sogni all’alba che entrano nella giornata e non restano nella notte, per la tazza termica della tisana, per il terzo libro che sto leggendo, per l’assenza di gravità delle situazioni perché prima la salute e poi il resto, per la me che dimentico in giro e quando la ritrovo è una vecchia amica, per le pagine bianche e i fogli di recupero quando sbagli a stampare, per la stanchezza che adesso si può dire fatigue e cambiando il nome sembra si tratti di altro, per i miei cani che in due si ingegnano su come aprire  le porte per vedere dove sono.

Al tredicesimo giorno di isolamento bevo meno caffè, lavoro quando riesco, patteggio con il senso di colpa e archivio il senso del dovere, non indugio davanti allo specchio, mi vedo chiaramente. Con il lupo contiamo i pezzetti come facevo con le bambine: qui c’è un nasino e lì c’è la boccuccia, due sono le orecchie e questi gli occhietti belli. Gli chiedo di contare per me, come fa Stefano quando mi allena, così posso distrarmi, posso pensare ad altro e lui non vuole, non lo fa, non vuole l’altro, quello che arriva quando sto tanto dentro, così tanto da non dovermi guardare per vedermi, che mi basta aprire il palmo della mano perché ci sia tutto riflesso, il nasone e gli occhi pesti, la bocca screpolata e le orecchie guaste, le righe in su e in giù, i segni del tempo quando non è stato felpato, i segni del tempo quando ho riso, i segni del tempo quando non lo contavamo. Resto con la mano aperta e la poggio sulla sua fronte.

Ringraziare desidero per aver tanto amato, mi sembra di aver ballato a una grande festa, ho volteggiato e non sapevo i passi e non andavo a tempo e non seguivo il ritmo e mi sono lasciata condurre e ho pestato qualche piede e qualcuno mi ha lasciata in mezzo alla pista e qualcuno mi ha invitata e qualcuno mi ha stretta senza chiedere e qualcuno si è stancato e qualcuno è rimasto sullo sfondo con un bicchiere in mano ad aspettarmi per un po’ o per molto ma io ho ballato, sempre, per tutta la festa e ancora ballo, anche con il fiatone, ancora adesso che la festa è la mia e conosco il deejay, è il mio crush.

Al tredicesimo giorno di isolamento mi dispiace per le mie ragazze quando capiscono che  vorrei non ci fossero sempre, in ogni momento, in ogni angolo, in ogni stanza, ad ogni pasto. Sempre e ovunque. Eccola, mi dico, la crepa nella devozione, la smagliatura sulla pelle liscia, ecco il buco nella trama, lo strappo rattoppato, eccola, mi dico, eccoti, eccomi. Al tredicesimo giorno di isolamento mi dispiace per le mie ragazze quando vago per casa elemosinando attenzione, conferme, rassicurazioni, quanto bene a mamma, quanto bene a mamma, tanto?  Sì, preparo quello che mi chiedi ma quanto bene mi vuoi? Tanto? Tantissimo? Eccola, mi dico, la questione irrisolta, il nodo da sciogliere, il riscatto da pagare, eccolo, mi dico il pegno richiesto, la paura più grande, l’incredulità di un’atea quando avviene il miracolo.

Ringraziare desidero per essere tanto amata, per l’ambivalenza dei sentimenti, per la positività che è indicata da una croce, robe da fedeli o analfabeti, per la negatività che è indicata da un trattino, roba da elenchi senza nome, per il lupo che mi protegge dagli attacchi esterni, per tutti i pezzi che nella conta non ho ritrovato, per quelli che ha preso Lui dopo averli rotti, ringraziare desidero perché funziono lo stesso, per i pezzi che non si trovano più e non so dove siano finiti o se qualcuno li ha tenuti, ringraziare desidero perché non mi servono più.

Ringraziare desidero Roby per la foto sul suo futon, dopo un trattamento shiatsu qualche settimana fa.

Un pensiero su “Ho fatto tredici

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