Quei giorni (conversazione con il Lupo)

Oggi non mi alzerò. Nemmeno domani, penso. E non so perché mi sono alzata ieri, l’ho fatto ma ho sbagliato. Non so quando mi alzerò di nuovo, penso mai più.  Non posso, peso troppo, almeno cento chili, forse centocinquanta o duecento. Le mani. Le mani. Pesano, ogni dito peserà almeno dieci chili e anche le dita dei piedi. Si fa in fretta il calcolo. E poi mi fanno male i pensieri, sarà che sono schiacciati dal peso e quando le mani toccano la testa qualche danno lo fanno. Mi fanno male tutti i pensieri, sono ammaccati, contusi più che confusi, doloranti più che dolorosi, come se avessero sbattuto o come se gli fosse venuto addosso qualcosa. E ho male a ogni ricordo, dal più vecchio al più recente, mi fanno male al punto che mi viene da piangere. E i sogni, quelli si sono tutti intorpiditi, come se ci avessi dormito sopra, appoggiata tutta lì, con tutto il peso, questo peso, questo che si fa in fretta il calcolo e come si fa a muoversi con questo peso? Mi formicolano tutti, i sogni. Tutti. Due o tre, mica ne son rimasti tanti altri, provo a sbatacchiarli ma non si riattiva la circolazione. Oggi non mi alzerò e lo dirai tu in giro, andrai lì fuori e dirai che questo è, a nessuno verrebbe in mente di contraddire un lupo, specialmente se parla. Dillo come sai tu, non dire che resterò a letto sine die, che poi capiscono che sono parole mie, dillo come sei tu, dillo selvatico e famelico, dillo che faccia paura a tutti. E non ci provare, non insistere, non convincermi. Non mi alzerò. Non affronterò la luce, il rumore, le voci, il traffico, la rampa del garage, la macchina del caffè, non sorriderò per sembrare conciliante e rassicurante e disponibile al confronto sempre e comunque, purché sia costruttivo. Non assottiglierò i miei occhi, non alzerò le guance nel tentativo di sembrare qualcuno che accoglie con il sorriso. Non accoglierò e non sorriderò. Manco per niente.

Perché ho male a me, tutta, tutta quella che sono rimasta. E non sono sorridente e nemmeno conciliante e men che meno rassicurante e il confronto mi ha stancata. Sì, sono stanca, quindi resterò a letto e non affronterò la vita, la mia o quella di nessun altro, lascerò che scorra senza occuparmene e vedrai che funzionerà lo stesso, tu guarderai fuori e vedrai che tutto andrà avanti. Guarda come sai tu, non fare smorfie di arricciamento del naso, che poi capiscono che usi il mio sguardo, guarda come sei tu, guarda solitario e mistificato, guarda che tutti stiano lontani. Non mi alzerò, no. E vedrai che comunque arriveranno le mail illeggibili, con la x al posto del per, vedrai il camion si metterà in divieto di sosta dietro la mia auto anche se ce ne sono altre dieci, vedrai che i libri del liceo non saranno arrivati tutti, che mio padre anche quest’anno  avrà quella faccia mentre apre il regalo di compleanno e avrà vissuto tutta una vita senza mai pensare che dietro quel pacchetto che soppesa annoiato c’è il tempo che qualcuno ha speso e non tornerà più. E non si può cambiare se non piace. Il tempo non lo puoi cambiare. Non mi alzerò. No. Inutile che me la racconti. Non affronterò nessuna questione, non sarò all’altezza di nessuna aspettativa, non raccoglierò le provocazioni e nemmeno la cacca del cane in giardino. Seccherà. Lascio che tutto si secchi, come la mia pelle che l’hai visto anche tu quanta crema ho messo, sempre, eppure  dopo quattro giorni inizia la desquamazione, lo spellamento. Nonostante l’impegno profuso, nonostante la disciplina, la condotta esemplare, nonostante la costanza impiegata. Aggiungi che mi fa male la pelle, tutta. Tutta quella che mi è rimasta addosso e anche questa che cade passandoci su il palmo, si sfarina e si volatilizza. Beata lei.

Non mi alzerò, né oggi né mai. Mai più. La donna che rimase a letto, una specie di Barone Rampante ma più comoda.  Non mi alzerò mai più, questo è il piano. Non tingerò più i capelli, non abbinerò la borsa alle scarpe, non indosserò collane, non sarò la versione migliore di me stessa perché io con le versioni già al liceo faticavo, non è che mi venissero così, a volte le imbroccavo altre volte no e non ho più voglia di faticare. Non mi alzerò e non ci saranno più salite, parcheggi rincorsi, carrelli con la ruota sbilenca e buste della spesa con i manici rotti, non ci sarà più la patina di inadeguatezza da rimuovere con un panno in microfibra che non graffi la superficie. Non affronterò la crescita delle mie figlie perché non sono in grado di farlo, sulla carta forse, in teoria magari, ma nella pratica no. Non andrò a prendere nessuna parte recondita della mia esistenza per sviscerarla al fine di acquisire consapevolezza ed essere finalmente una madre pacificata ed equilibrata. Io con l’equilibrio faccio casino. Barcollo. Fisso un punto, certo, ma resto fissa sul punto fisso: io quando sono in equilibrio non riesco a fare altro che restare in equilibrio. Non ascolterò comprensiva, non gestirò il senso di colpa ma lascerò che prenda il sopravvento, che prenda tutto, è il senso più acuito che ho, dillo pure, vai fuori e dì pure che è tutta colpa mia, a nessuno verrebbe in mente di contraddire un lupo, specialmente se parla. Dillo come sai tu,  senza sorrisetti sarcastici, che poi capiscono che son parole mie, dillo come sei tu, dillo fiero e mal raccontato, dillo che tutti mi pensino colpevole. È colpa mia. Non sono loro, sono io, sono io che non posso alzarmi perché mi fa male la crescita, ho come un osso inaspettato che continua a crescere, ho come un dente che continua a bucare la gengiva, un dolore continuo e incessante, un dolore per la vita che cresce, per il tempo che c’è dietro la crescita e tutti si concentrano sul tempo che c’è dopo, tutti che guardano avanti e nessuno che si ferma a guardare il tempo che c’è dietro a una persona che cresce, il tempo dondolato che serve per cullare, il tempo piegato che insegna a camminare, il tempo lallato che insegna a parlare, il tempo scandito che insegna ad aspettare, il tempo speso dando fondo a ogni risparmio, il tempo che non puoi cambiare se non va bene o se non piace.  Come posso alzarmi con questo male addosso, ti rendi conto? Ho male al mio tempo infilato nella vita degli altri, a volte anche a forza, sedendomi sopra pur di chiudere la valigia, ho male alla donna che non riesco a d essere, alla madre che non riesco ad essere, ho male alle mie figlie che mi sembrano immense in un mondo di confini e limiti. Non mi alzerò, vai fuori e dillo tu, poi però torna qui che io ho male alla vita che passa, tutta, tutta quella che resta.

Racconta, ti prego.

Racconta, ti prego, se mai sono state davvero così piccole da stare tutte su un avambraccio, racconta con parole paffute che riempiano le guance solo a pronunciarle, come un soffio prima di essere soffiato, con parole profumate di latte e pasta di fissan, con parole tenute su come la testa, che pesa di più. Racconta, ti prego, se sai quali pensieri passano attraverso quelle teste che pesano di più, di più di cosa? Del corpo, tutto intero? Del mondo tutto intero? Quali pensieri stanno accartocciati lì dentro? Racconta, ti prego, se sai come succede che una persona intera possa stare tutta su un avambraccio mentre pensa qualcosa che non ti dirà mai perché sarai distratto dai buchi sulle sue mani, lì dove spunteranno le nocche. Racconta, ti prego come succede che dai buchi nascano nocche, come succede che da me siano nate persone, persone vere, persone intere, uscite dalla mia testa come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, di quel sogno che arriva di notte, ti tocca la spalla e ti sveglia, racconta con parole sussurrate che nessuno le capisca, con parole che tenti di afferrare come bolle di sapone, con parole sul comodino accanto alla bottiglietta dell’acqua. Racconta, ti prego, se sai perché certi sogni hanno bisogno che tu sia sveglio per vederli pur restando al buio, per viverli, si possono vivere i sogni? Racconta, ti prego, di quel sogno ricorrente che ti cita in giudizio e tu sei il convenuto, ti giri su un fianco e punti sulla contumacia, invece no, lo sai che devi presentarti e sai come finirà, il sogno ha ragione, vincerà, tu perderai e pagherai le spese. Racconta, ti prego, se i sogni quando si avverano si possono chiamare premonizioni, se i sogni quando si avverano valgono ancora come sogni o diventano altro e te ne dimentichi come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, della morte quando i bambini ti chiedono cosa succede, racconta con parole vere come una conta a nascondino, con parole a forma di rettangolo da inserire nella casella del rettangolo e a forma di triangolo da inerire nella casella del triangolo, con parole certe come il finale di una fiaba letta prima di addormentarsi. Racconta, ti prego, se loro quando erano piccole hanno capito la storia del pianto quando qui muore qualcuno, qui, da questo lato, il lato dove siamo noi: quando muore qualcuno qui si piange per il distacco e si festeggia il ricongiungimento dall’altro lato, il lato da dove arriviamo e dove torniamo. Da questa parte piangiamo e diciamo è morto, è morto, dall’altro lato ridono e dicono è morto, è morto. Quando qualcuno nasce da questo lato ridiamo e diciamo è nato, è nato, dall’altro lato piangono e dicono è nato, è nato. Racconta, ti prego, se mai sono state davvero così grandi quando erano piccole, con gli occhi puntati come spilli per prendere le misure, il panno da adattare ero io. Racconta, ti prego, se saranno mai così grandi da non aver bisogno di essere consolate da me, se sarò mai così grande da non aver bisogno di consolarle da me e se sapranno lasciarmi andare come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, dell’amore senza le maiuscole, racconta con parole concrete e primitive, racconta come un dettato di cui fare prima l’analisi grammaticale, poi quella logica e solo alla fine quella del periodo. Racconta, ti prego, dell’amore quotidiano come il pane e come la polvere sui mobili, della scadenza sul latte, dell’assaggiare lo stesso prima di buttare, del riciclo, delle frasi minime che a nessuno puoi dire se non a quella persona perché abbiano senso: mi ha punto una zanzara, ho dimenticato nel bagagliaio dell’auto il sacchetto di tela per la spesa, ho pagato la multa entro i cinque giorni dalla notifica. Racconta, ti prego, se sai come tutto questo finisce oppure no, se è colpa delle correzioni con la penna rossa, se basterebbe correggere con la penna verde, se basta sapere che ogni volta che vai a capo puoi scriverla con la maiuscola. Racconta, ti prego, se sai perché non si possono dire dell’amore parole senza eco, senza clamore, senza enfasi, perché si deve parlare d’amore solo se fa cose incredibili, racconta, ti prego se sai perché piace solo a me l’amore credibile, come un pensiero quando riesci a spiegarlo.

Racconta, ti prego, del dolore quando arriva da un genitore, quando ti arriva da genitore e lo senti di più, racconta con parole che abbiano un foro d’entrata e uno d’uscita, con parole precise come sassi lanciati contro le auto in corsa, con parole dolose così che la condanna sia più facile da pronunicare. Racconta, ti prego, se sai come succede a chi ti ha tenuto su un avambraccio, il suo non quello di un altro e ha tenuto la tua testa, la tua non quella di un altro, di volerti fare male o peggio di non preoccuparsi di farti male. Racconta, ti prego, se sai come succede che con le nocche sulle mani vieni colpito e con le nocche sulle mani vorresti colpire e nessuno ricorda più che lì c’erano i buchi che facevano sorridere e venivano percorsi con i polpastrelli dell’indice, racconta, ti prego se sai perché succede che la persona che sei, che già eri su quell’avambraccio, non piaccia più. Racconta, ti prego, se sai come guarisce la solitudine che ti cade addosso quando ti sembra di non essere nato da nessuno, come un pensiero quando non riesci a spiegarlo.   

Solo una ragazza

Giorno 1:

Caldo porco.

Frasi che non riesco più a sentire: temperature record-cabina di regia-ho sentito anche di gente che dopo è stata male-ci vuole il greenpass anche per trombaremamma ma devo venire per forza?

Mi suda la pancia, con le goccioline proprio. Mi fa schifo quando mi suda la pancia, si macchiano i vestiti e la mia insofferenza verso la vita raggiunge livelli preoccupanti. L’estetista dalla quale ogni tanto faccio qualche trattamento dice che va bene, invece, perché così elimino le tossine e quando si suda tanto dalla pancia significa che hai tanto stress e ansia, le tossine sono tutte concentrate lì.

Ecco.

Dovrei essere liquefatta stando ai miei livelli di ansia. Mi sono anche chiesta che cosa ne sa lei, ma siccome è un centro di estetica avanzata ho pensato che ne sapesse di più per forza. Se qualcuno mi osserva interrogativo le chiazze addominali rispondo che mi si sta sciogliendo lo stress.  

C’è una bambina che vive al piano terra, mi ha chiesto come si chiama il cane, Justin le ho risposto. Nei dieci minuti successivi me l’ha chiesto altre cinque volte. Il suo cane si chiama Stella, è femmina, ha solo quattro mesi e ogni tanto la morde. Mi ha chiesto la razza di Justin. È un chihuahua le ho detto. Nei dieci minuti successivi lo ha definito pincher e pastore tedesco in un crescendo incomprensibile. Si chiama Sofia, è un bel nome le ho detto. Ha lo stesso significato del mio ma questo non son stata lì a raccontarlo. Sonia è la versione russa di Sofia mi diceva mia madre quando ero piccola. Non hai l’onomastico, mi diceva mio nonno paterno che segnava sul calendario tutti gli auguri da fare, non hai il santo. Si vede che posso farne a meno, gli rispondevo cattiva. Mio cugino si chiama Giancarlo, lui si era segnato l’onomastico del nipote sia per San Giovanni che per San Carlo. Non mi torna, gli dicevo acida. Ha il nome composto, mi spiegava: Giovanni + Carlo. Ho il cugino preposizione articolata, pensavo.

I genitori di Sofia non hanno l’accento del posto, lei in parte, ce l’avrebbe ma si sente che i suoni primordiali nelle sue orecchie sono diversi da quelli che sente appena fuori casa. Mi sono chiesta se anche di me si sente, penso di sì, che si senta. Io me lo sento.

Il nostro alloggio è bellissimo. Curato in ogni dettaglio, ha il soffitto a cassettoni e la vista su un parco oltre il quale iniziano le mura. Siamo dentro le mura e siamo sopra le mura, questo palazzo sorge sulle mura romane, fuori ci sono quelle medievali. Cristina diceva medievate, da piccola. Le piaceva mangiare il pollo con le mani portando su la coscia fino a farla entrare in bocca con un movimento all’alto. Perché mangi così? Le chiedevo. Perché mi piace mangiare il pollo come i medievati.

Indosso una collana che mi ha regalato Lui, lunga fino a metà dello sterno, sulla medaglia siamo incisi tutti, noi quattro e i cani, con il nome di ciascuno, sul retro ha fatto scrivere il suo cognome con la s del genitivo sassone. Un po’ medaglietta di identificazione in caso di smarrimento, un po’ simbolo di fede, la sola che ho ormai.

La prima notte passa insonne per uso sconsiderato del climatizzatore che porta con sé due problemi: il rumore e la lucina del led che indica i gradi. A Lui sta bene. Io sono al limite della bestemmia. C’è una zanzara, una sola in tutta la casa. Se la prende con me e solo con me, le offro il mio corpo in sacrificio pur di non vedere sveglie le ragazze alle tre del mattino, che poi parlano perché loro fanno così, si svegliano e mi parlano senza guardare l’ora. La zanzara mi tempesta la parte sinistra del corpo, mi gratto senza speranza, mi compaiono ponfi da foresta tropicale, mai visti prima. Lui mi viene in soccorso con il gel dopo puntura, io non lo voglio. Basta fare le croci sopra, lo sanno tutti, non hai mai fatto le croci sulle punture di zanzare? Che infanzia hai avuto? E si che da dove arrivi tu le zanzare sono immatricolate per quanto sono grosse e cattive. Non voglio il gel dopo puntura perché mi gratto lo stesso, mi finisce sotto le unghie e poi in bocca e negli occhi e anche nelle orecchie, ho la dermatite nelle orecchie, sono condannata a usare l’Otobor a vita perché anche la dermatite è cronica, anche quella e sempre lì, nelle orecchie. Nelle mie orecchie il tempo si è fermato.

Mi alzo, fuori è buio e lo sarà ancora per molte ore. Pepe ha detto che la casa è bella ma è piccola perché divide la stanza con sua sorella. Io un anno in vacanza ho dormito su un materasso poggiato a terra con mia cugina e il suo cane, uno Yorkshire che si chiamava Piccolo. È stata una bellissima vacanza, anche se mi sono accorta dopo giorni che al cane accarezzavo sempre il culo scambiandolo per il muso. Alle sei torno a letto, pensando che sono solo una ragazza che ancora crede che due bagni siano una comodità, non la normalità.

Giorno 2:

mi siedo nel dehors di un bar per il caffè del mattino, in vacanza non prendiamo mai il caffè in casa. Osservo le persone, mi piace molto. Tengo su gli occhiali da sole, il cane si siede sotto la sedia, il guinzaglio è bloccato, controllo comunque sempre che non ci siano altri cani nei paraggi. Qui ce ne sono pochi, dice Lui. Il caldo, rispondo io, senza articolare la frase in modo completo, non ce n’è bisogno, Lui capisce cosa intendo dire. Parliamo delle nostre figlie. Nel tavolino accanto una signora anziana manda cuori rossi con WhatsApp pigiando con l’indice forte, come se dovesse essere schedata in commissariato. Il marito guarda verso la piazza. È la chat con la figlia, nel messaggio precedente c’è la foto di un ragazzino al mare, non sorride, è in posa per quello scatto da inviare alla nonna. Un ragazzino tedesco legge il menu in italiano sotto lo sguardo dei genitori, è bravo anche se dice prosiutto ma conosco italiani con lo stesso difetto. Chiedo l’acqua frizzante insieme al caffè. Questa è la mia ultima novità, quando ho caldo, molto caldo, voglio acqua frizzante, mi sembra che mi disseti di più. Invecchiando diventerò mio padre più di quanto non lo sia già.

Cristina non si è ancora alzata, Pepe è pronta per fare il giro delle mura in bici con suo padre, tra pochi giorni saremo al mare, la sola cosa che le interessa, questo prologo cittadino era per soddisfare il desiderio di Cri di visitare musei e vedere cose non solo mare mare mare (cit.). Lui dice che dal prossimo anno ognuno deve fare le vacanze per i fatti propri e basta, tanto è impossibile che ci piacciano le stesse cose nello stesso momento. Progettiamo le prossime vacanze come si fa con una fuga. La scarsa sopportazione del caldo ci suggerisce i fiordi norvegesi. Alla fine, ragioniamo per tornare in Trentino, che eravamo stati bene, no? Andiamo verso casa, piccola ma bella, costruita sulle mura romane a recuperare una figlia a testa, Lui prende quella che non riesce a stare ferma, io quella che dorme sul divano, scomposta come un medievato. Ci diamo appuntamento per pranzo, organizziamo il menu, più Lui perché Lui fa così, diventa odioso i primi giorni di vacanza, deve organizzare tutto e mette becco e bocca su tutto e non gli va bene niente di quello che faccio io o chiunque altro ma in fondo non me ne frega di chiunque altro,è quando non gli va bene niente di quello che faccio io che mi incazzo parecchio perché è come se non gli andassi più bene io e allora mi viene da scuoterlo per le spalle e dirgli ma che cazzo fai, non lo vedi che sei odioso e non posso essere odiosa anch’io contemporaneamente perché altrimenti è una mattanza, lo vedi, si? Allora lo faccio, glielo dico. E lui mi dice si è vero, faccio così. E so che gli vado sempre bene, come un abito comodo, come le calzature giuste, quelle che quando le indossi sai di essere arrivato dove dovevi arrivare e non ti servono per andare via ma per stare, bene, dove stai.

Sulle scale incontro Sofia che saluta Justin chiamandolo Jasmine. La correggo con gentilezza, che comunque la gentilezza non è un sentimento quindi mi riesce anche verso i bambini. Cristina è nella posizione in cui l’ho lasciata, non si è lavata, preparata, non ha nemmeno fatto colazione. Penso che voglio tornare a casa, che i cani sono meglio dei figli, che l’adolescenza di nuovo io non me la merito, che se non lo dico muoio, che muoio lo stesso è vero ma almeno l’ho detto, che ho caldo, che gestire le esigenze di quattro persone è troppo faticoso per me, davvero, onestamente, mica riesco. Le altre sono più brave, più motivate, più strutturate, le altre vogliono farlo e io no, non ho voglia come non ho voglia di fare parapendio o step coreografico. Le altre sono le altre madri, quelle che osservo dalla mia sedia nel dehors, dal mio angolino rintanata come un animale. Le altre sono quelle che non sorridono mai e che reggono il mondo tutto intero, così mi sembrano. Io mi guardo riflessa nella finestra davanti, pensando che sono solo una ragazza che ancora ha voglia di ridere e di cadere giù per terra se il mondo casca.

Giorno 3:

Bolla africana e ricerca di cerotti per bolle sui piedi, non i miei perché ormai ho abdicato a qualunque tipo di calzatura scomoda come filosofia di vita proprio. Io e Lui ci infiliamo alla Mondadori anche se è la Mondadori, chiedo scusa ai miei amici librai, Andrea e Bea, mi riprometto di sottolineare che siamo alla Mondadori ogni due minuti, di precisare che si c’è l’aria condizionata e guarda caso anche due titoli che proprio volevo MA siamo alla Mondadori, che si c’è il bar e il caffè è anche buono e i divanetti comodi MA siamo alla Mondadori, reciterò il mio Ho’oponopono con una motivazione in più per aver comprato alla Mondadori e non solo e sempre nelle librerie indipendenti. Io e Lui parliamo delle nostre figlie. Pago con il bancomat, a volte mi chiedo se i dipendenti delle banche guardano i movimenti e le transazioni sui conti, si può fare? Possono guardare? Il bancario che guarda il mio conto secondo me scuote la testa pensando che sia impossibile non avere altri interessi. Me lo immagino un po’ tipo il mio Angelo Custode, anche lui scuote la testa pensando che sia impossibile restare ore nell’angolo a osservare e prendere appunti come se il resto del mondo fosse un luogo da studiare e non da vivere. Poi mi dico che forse nemmeno ce l’ho l’angelo custode non avendo l’onomastico e un santo tutto mio, una santa, però forse mio cugino ne ha due. Mio nonno mi direbbe scherza con i fanti ma lascia stare i santi. Chi te li tocca gli risponderei io, stronza.

Io e Lui decidiamo per un’escursione in un borgo medievale a quaranta chilometri, ci teniamo per mano mentre guardiamo sulla cartina, sappiamo di dovere essere forti, uniti, coesi, io baluardo a Nord e Sud, lui baluardo a Est e Ovest, dobbiamo preparare una versione sola, la stessa, ripeterla finché non saremo sicuri, non cadere in contraddizione. Decidiamo chi comunica alle figlie l’intenzione, lo diciamo sicuri, in una frase sola, senza tentennamenti, senza esitazioni. Se mai ci dovessimo lasciare sarebbe così, lo diremmo così. Poi faccio gli scongiuri, penso a certe facce se ci dovessimo lasciare io e Lui, col cazzo che vi do la soddisfazione, me lo tengo anche odioso tanto poi gli passa.

Le figlie reagiscono come sapevamo ma noi non cediamo. Rinunciano. Indossano il muso ma per fortuna sono sedute dietro e non le vedo. 

Finiamo negli anni Ottanta non del quattordicesimo secolo ma dello scorso. Sento un’aria familiare. Le sedie di plastica del bar nella piazzetta sono quelle che ti lasciano tutte le righe marchiate sulle cosce come stimmate per giorni interi, c’è un gatto di tutti e di nessuno che si lascia accarezzare, beviamo una limonata con menta da un bicchiere lungo lungo, adatto al becco di una cicogna, e pieno di ghiaccio, la musica di sottofondo è Azzurro di Celentano, io ho cinque anni, mio zio guida e noi bambini siamo seduti dietro uno sopra l’altro, se ci conto siamo almeno quattro, io, mia cugina di nove anni, mio cugino di undici e mio zio di tredici, mio fratello di un anno e mia cugina di due non ci sono, non so dove siano, li troveremo già al mare e non so come ci siano arrivati, ma nessuno chiede quando arriviamo, a nessuno importa perché cantiamo, nessuno chiede di mangiare o bere, lo faremo poi, non abbiamo cinture di sicurezza, il gruppo è la sicurezza di arrivare, di bere, di mangiare.

Al ritorno Sofia saluta Justin chiamandolo Dante. Il cane non si cura di lei ma guarda e passa, io la correggo resistendo alla tentazione di aggiungere ecchecazzoperò tutto attaccato. La guardo meglio, ha lo smalto rosso alle dita delle mani, ieri non l’aveva, ha mattine lunghe e pomeriggi lunghissimi, chissà se poi andrà al mare prima di iniziare la terza elementare. Chissà il treno dei suoi desideri dove va.  Salgo le scale pensando che sono solo una ragazza che si è accorta di non avere più risorse senza di Lui.

Giorno 4:

Torno dal caffè e Cri è pronta, sveglia, pettinata, truccata. La missione è recuperare la tinta rosa per una ciocca di capelli. Si, rosa. Una ciocca sola, ovvio. Di quelle tinte che vanno via con qualche shampoo, ovvio. Non ci andrà a scuola, ovvio. A costo di tagliare la ciocca, ovvio. O di strappargliela a mani nude. A volte temo che da sotto la mia faccia crepata per il caldo e il tempo esca la faccia di mia madre. Come una tartaruga a cui tolgono il carapace, a mia madre piacciono le tartarughe, o come le pitture rupestri scoperte dopo millenni, ecco così potrebbe venirmi fuori lei, io penso sia una nuova ruga o una macchia scura dovuta al sole invece sono le scene di caccia o di lotta di mia madre impresse sul mio volto durante la vita uterina, qualche era geologica fa.

Poi andiamo alla Mondadori. Reciterò il mio Ho’oponopono una volta in più, ma c’è tutto Stephen King e lei adora Stephen King e ci sono i libri di Harry Potter in inglese e lei adesso vuole leggere in inglese. Pago con il bancomat e racconto a mia figlia la storia dell’impiegato della banca, quello che forse guarda le transazioni. Poi vorrei dirle anche dell’Angelo Custode ma decido di no, magari un’altra volta.

La ciocca rosa non viene. Non capiamo perché.

Sua sorella è in bici con il padre, mi mandano la foto del chioschetto dove si sono fermati per bere qualcosa di fresco, di profilo lei gli somiglia, non era così, non ha mai avuto nulla di suo padre, eravamo sicuri, l’avevamo guardata bene per giorni e giorni e giorni. La grande uguale a Lui, la piccola roba mia, non mia di me, mia della mia parte, si dice così, no? La parte di Lui e la mia parte. La piccola era roba della parte mia e adesso invece ingrandisco le foto di profilo e ci trovo lui, insinuato chissà quando e chissà come, magari durante una delle loro partite a tennis o mentre fanno giardinaggio insieme o quando spariscono e sono in taverna a dipingere o quando guardano per l’ennesima volta Fantozzi insieme, non so quando si è infilato nel profilo di nostra figlia, è impercettibile ma io lo vedo, l’ha fatto, si è posizionato anche lì, prima non c’era e adesso c’è e non andrà più via.

Aspetto che le ragazze facciano il tampone in farmacia, mi metto nell’angolino del dehors, ordino un caffè e un bicchiere di acqua frizzante, la metà delle volte si sbagliano e la portano naturale, vabbè dice Lui, vabbè un cazzo dico io sperando di aver beccato la metà in cui non si sbagliano, il cane resta seduto sotto la sedia, le persone mi scorrono davanti, osservo come mettono i piedi, la metà delle persone che vedo li poggia male, voglio andare al mare per avere, poi, voglia di tornare a casa. Le ragazze vengono verso di noi, sorrido, rido, le guardo. Penso che sono solo una ragazza che la sua casa ce l’ha tutta con sé, come una tartaruga.

Poi ti dico

Le ragazze non ci sono ma rientrano tra pochi giorni. Cristina è in un Campus con docenti inglesi o spagnoli, mi pare, comunque persone che fingono di non sapere l’italiano così da costringerla a conversare in inglese. Mi telefona con regolarità, a ogni mia domanda risponde “poi ti dico”, non può mai parlare in quel momento e non so se si ricorderà tutto quello che mi vuole dire. Doveva andare a Malta, era il regalo per l’esame e per i quattordici anni, poi a quattro giorni dalla partenza è successo quello che è successo, Malta ha chiuso le scuole e l’agenzia si è reinventata una soluzione in Italia, in una località che non dirò non perché ai più non interessa ma per fare dispetto ai tre che passano di qui solo per saperlo.  Siamo quei genitori, si, quel tipo di genitori. Quelli che “complimenti”, quelli che “proprio quest’anno dovevate mandarli all’estero”, quelli che “poi non vi lamentate se si ammalano” come se avessimo fatto, deciso o programmato qualcosa di vietato e noi delinquenti ostinati nel portare a termine la condotta delittuosa. Avevamo programmato qualcosa che si poteva fare. Abbiamo cambiato i programmi quando ci hanno comunicato che non si poteva più fare. Cosa che negli ultimi quindici anni di genitorialità (conto la gravidanza, capita quando non puoi disporre del tuo tempo perché sei costretta a stare sdraiata sperando che la placenta cicatrizzi. Per quanto tempo? Non si sa, si vede di settimana in settimana. Capita quando sai che dalle 16 in avanti tu non sarai più tu ma ti trasformerai in una creatura con la capacità di vomitare anche per dodici volte in due ore. Per quanto tempo? Non si sa, si vede di settimana in settimana), cosa che negli ultimi quindici anni di genitorialità, dicevo,  abbiamo fatto sempre. Cioè, c’è un altro modo di essere genitori? Perché io non lo so, non mi pare. Mi piacerebbe sentirmelo dire dai fenomeni, tanti, che sanno tutto. Però mi devono dire anche quanti figli hanno, di quale età, con quali interessi, quali passioni, come si chiama il pupazzo con cui dormivano da piccoli, il frutto preferito e il gusto di gelato che mettono sotto nel cono. Il compagno di classe che sta sul culo. Il sogno per il futuro. La paura più grande. Il colore dell’ultima maglia che hanno voluto. Se chiudono il bagno a chiave. Il libro che c’è sul comodino. Se dormono al buio. A che età hanno avuto la varicella. Quando hanno iniziato a usare il vasino, che tempo c’era fuori. Se amano la pioggia. In quale città vorrebbero vivere. Il parente che detestano e quello a cui sono più affezionati, che non si capisce perché. L’umore il mattino quando c’è scuola. La loro domenica ideale. Quando mi avranno detto tutto questo dei loro figli e quando sentirò che tanto di tutto questo è molto simile al mondo delle mie figlie allora ringrazierò e prenderò in considerazione i moniti, i complimenti ironici, le soluzioni come offerte del discount.  

Pepe è via con la squadra di tennis, è già stata via per una settimana a giugno, questa volta è diverso, meno allenamenti e più tornei, è meno contenta, mi telefona con regolarità e a ogni mia domanda risponde “poi ti dico”, non può mai parlare in quel momento e so che si ricorderà tutto quello che mi vuole dire. Il problema del torneo è che mette in gioco dinamiche che ancora non padroneggia e lei è una di quelle persone che deve sentirsi sicura di quello che fa, dell’abilità in quello che fa. A volte penso che saprebbe allenarsi ad oltranza pur di aggiungere centimetri di consapevolezza , potrebbe andare avanti senza fermarsi per sentirsi padrona della tecnica, solo che lei non si accontenterà mai, cercherà sempre il suo “di più”.  Io sto ferma, la capisco, ogni volta che posso infilo un corso che mi insegni a fare meglio qualcosa che già faccio. E non mi basta, allora ne cerco un altro, per imparare ancora qualcosa che mi sfugge. Ho passato almeno vent’anni a rincorrere la perfezione, l’idea della perfezione. Sono abilissima nell’inseguire le idee io: l’idea di giustizia, l’idea di sapere, l’idea di amore, l’idea di felicità. Ho vissuto decenni nel mondo delle idee. Allora sto ferma, con lei. Ogni tanto, quando si stende con la testa sul mio cuore, ci provo, piano, a raccontarle quello che ho capito, quello che ho imparato, ma non è mai una lezione, una predica dall’alto di un pulpito, non ci credo a quei metodi lì, a quelle ipocrisie, non credo ai genitori che mentre ti fumano in faccia a tavola ti minacciano di farti ingoiare la sigaretta se ti beccano a fumare. Credo nel racconto. Nelle storie. Nella storia scritta da chi ha perso e non da chi ha vinto, meno eroica e più umana, credo nell’esempio che si può ripetere, quello alla portata di tutti, credo nella narrazione degli errori senza omissioni, perché cancellare gli errori non ci rende giusti, ci rende mancanti, vuoti in un punto, bucati dallo sfregamento della gomma e giù da quel buco chi può sapere cosa si perde. Adesso la sto aspettando, la mia Pepe, perché so che avrà bisogno di poggiare la testa sul mio cuore senza buchi e vedremo che storia vorrà sentire, che storia vorrà raccontare.

Nel frattempo, non posso dire che mi stiano mancando. Vivo senza guardare l’ora, sospesa, galleggio sulle incombenze quotidiane, il lavoro principalmente, senza aggiungere altro, ogni respiro è solo un respiro, ogni momento è solo un momento, quel momento, non c’è preparazione, non c’è fretta, non c’è la somma di altre vite alla mia. Quindi no, non mi mancano.

Sono reduce da una brutta otite e ho scelto la parola reduce di proposito. Due cicli di antibiotico e una cura di antiinfiammatori che mi hanno debilitata moltissimo. Ero al mare per qualche giorno prima che le ragazze partissero ciascuna verso la propria destinazione e il dolore era davvero forte, ho sentito una pallina dietro l’orecchio, dura e dolorante. Il lupo che mi vive dietro lo sterno si è svegliato, l’ho svegliato, ogni volta che penso di morire lui si sveglia per ricordarmi che sono viva. Sono andata dal medico, al mare, un otorino trovato su internet. Mi ha visitata e mi ha detto “Signora, io non so come faccia a stare ancora in piedi”.

Così, quando sono uscita dallo studio stringendo in mano il papiro su cui erano segnati i geroglifici della terapia di durata prossima all’eternità , mi sono seduta perché il medico aveva detto che potevo sedermi. Sdraiarmi. Dormire di pomeriggio. Fermarmi. Avere male. Stare male. Sentirmi male. La pallina dolorante è un linfonodo ingrossato, il lupo mi ha intimato di non giocarci, poi è rimasto sveglio per giorni a vegliare i miei pensieri, ad allontanare l’idea della morte che non si muore di otite, stupida che sei deve anche avermi detto una notte. Io l’ho chiamato con regolarità, ogni volta che mi faceva una domanda gli rispondevo “poi ti dico” e  ridevo da sola, perché il lupo, lui, non ride. Ho preso appunti delle cose che voglio dirgli perché non so se me le ricorderò tutte, ho scritto anche solo una parola e da quella ho iniziato, quando il dolore si è assopito e lo abbiamo vegliato, io e il lupo, parlando a bassa voce sperando che non si svegliasse.

E allora gli ho detto che ancora aspetto l’autorizzazione, il riconoscimento esterno, il cenno di assenso dell’autorità, la legittimazione. All’alba dei 43 anni ancora aspetto che un medico mi dica che è vero che sto male, anche senza febbre che a me non viene la febbre e so io quanto vorrei avere un bel febbrone da restare stesa, un febbrone da termometro schizzato che quelli che lo prendono e vedono la lineetta restano di stucco, un febbrone che faccia dire sta male, fate piano, fate silenzio, lasciamola riposare, deve guarire. Invece no, niente febbre. Che non si veda il male, che non sta bene far vedere il male. Io ancora aspetto una giustificazione, mai una scusa. Stupida che sono, devo avergli detto a un certo punto e il lupo ha annuito, stupida che sei, lo sai e non lo impari, devi esercitarti di più, non basta ancora.    

E gli ho detto che spero che le mie ragazze siano diverse, che generino idee invece di rincorrerle, che siano testimoni di loro stesse senza cercare altrove la ragione di quello che provano. Che frughino lì dentro, che c’è tutto, io lo so, io l’ho visto e a volte ho provato mettere in ordine ma non  si può mettere ordine dentro gli altri, nemmeno se sono i tuoi figli, soprattutto se sono i tuoi figli. Allora sai cosa faccio, faccio così, memorizzo. Memorizzo dove ho visto le loro cose, come quando entro in camera loro e appoggio roba sul letto o sulla scrivania. Non tocco niente, non sposto, non butto. Guardo e memorizzo, poi arriva sempre il momento in cui chiedono dov’è qualcosa perché non lo trovano e io dall’altra stanza, da un’altra parte, dagli anni che ci separano, dico a voce alta, indico dove guardare. E loro trovano. Poi capita che non trovino, si capita. Perché hanno spostato loro, hanno buttato e non me l’hanno detto. E allora si arrangiano un po’, cambiano i programmi, che poi è così che si vive. Cioè, c’è un altro modo per vivere? Perchè io non lo so, non mi pare.  Ho chiesto al lupo che mi vive dietro lo sterno.

Poi ti dico, mi ha risposto. E ha riso, piano, per non svegliare il dolore.

Perdonate(mi)

Perdonate i vostri genitori non quelli degli altri, quelli degli altri sono solo persone mentre i vostri sono anche persone. E perdonate i vostri figli che vi educano alle differenze, voi che vorreste fare uguale per tutti e non si può perché non si può fare uguale per chi è diverso. Perdonate i figli quando partono, ché i figli quando partono non sono mai uguali. Di uno sapete che se la caverà, dell’altro sperate che riesca a farcela. I figli sono uguali solo quando tornano.

Perdonate le assenze, i tempi senza abitanti, le case vuote, i chiodi sbilenchi senza più quadri da sostenere, le sparizioni che sono guarigioni, i morti che si portano via la loro voce dal mondo, le madri che le voci le fanno entrare nel mondo. I vecchi che vogliono essere chiamati anziani. Gli adolescenti che non vogliono essere chiamati. I padri con la pancia grossa e le gambe sottili. Chi si fa chiudere lo stomaco dall’amore o dalla rabbia o da entrambi.

I matti, i poeti, chi parla con i cani e chi ai cani risponde, i deboli, chi guarda una finestra aperta pensando se quell’altezza basterebbe a morire, chi ringrazia per educazione, chi custodisce la sacra fiamma del Lei rivolto agli sconosciuti e ai camerieri, chi deve consultare l’agenda, chi sorride anche se gli manca un dente.

Perdonate gli amori finiti, abbiatene cura, non lasciateli al vociare altrui, a marcire sotto il sole facile preda di bestie attratte dalla putrefazione, non togliete la dignità all’amore che avete amato solo perché non lo amate più. Chiedete indietro il corpo perché abbia sepoltura. Perdonate chi dice che ve l’aveva detto, ché siamo tutti Cassandre dopo. I nomi che non pronuncerete più, non in quel modo. Il vostro nome che vi sembrerà di non sentire pronunciare più, non in quel modo.

Le madri dei figli maschi che si comportano come spose tradite, ma solo se sono le vostre. Le madri che pensano di sapere tutto. Le madri che scelgono un nome perché entri nel mondo come se fosse nuovo. Le madri che sanno di non sapere tutto e chiedono che resti così, per favore, che ci sia ancora spazio per immaginare di aver creato creature speciali, incapaci di piccoli orrori quotidiani, incapaci di pensieri piccoli e meschini, incapaci di recare dolore a un altro essere vivente. Le madri che fanno preferenze, ma solo se non sono le vostre.

Perdonate il mare, il sole, il vento, i nostalgici, gli zoppi, le strade in salita, i parcheggi stretti, gli atti di gentilezza buttati a caso nel cosmo solo per sentire se qualcosa torna giù, la pioggia anche quando era prevista, i numeri selezionati inesistenti, lo spazio tra i denti, chi svuota il bidone del vetro alle cinque del mattino, il sesso fatto in silenzio, le apnee notturne, chi non vuole una famiglia, i bambini brutti, ché esistono anche loro.

Perdonate chi pone le premesse, chi non ascolta la risposta, chi piange di gioia, gli orgogliosi e quelli che sono fatti così per via del loro segno zodiacale, ma solo se non sono della bilancia o dei gemelli o dell’acquario. Perdonate chi si scusa per essere arrivato in anticipo, gli ansiosi, i timidi, gli uomini che arrossiscono che se a vent’anni vi sembreranno sfigati vi assicuro che a quaranta vorreste andarci a cena. Chi non ha fratelli e sorelle, quelli che li hanno, i fratelli e le sorelle ma solo se sono i vostri, chi non vuole figli, chi non lo sa finché non li ha e poi non può cambiare idea. Chi vorrebbe cambiare idea, se potesse. I cugini scemi e gli zii imbarazzanti. Chi cambia idea.

Le madri che vi tengono stretti, quelle che non sanno mai quando sarà l’ultima volta di quella presa calibrata in anni di esperienza, le madri che ogni volta potrebbe essere l’ultima, che solo chi ha messo delle voci e dei nomi nel mondo ha il terrore di un mondo senza quelle voci e quei nomi, le madri che vi spingono a partire e non vi diranno mai di tornare, le madri che aspettano barattando con il cielo ogni speranza, le madri di cui sapete fare a meno, le madri perché sapete farne a meno. Le madri sono uguali solo quando non tornano.

Il tempo di arrivare

Ogni volta che ho chiamato un taxi, lo scorso fine settimana a Roma, l’operatore mi ha risposto: il tempo di arrivare. Nessuna indicazione, stai lì buona e aspetta tanto dove devi andare se non sai come andarci. Mia figlia mi ha chiesto quant’era il tempo di arrivare. Che ne so, Cri, che ne so, le ho risposto. È come se ci avessero detto appena inizia a piovere o quando si alza il vento. Non lo so. Come faccio a dirti quello che non so, bambina mia? Già è difficile con quello che so, per esempio so che la corsa di ritorno costa sempre di più della corsa di andata e non ho mai capito il perché. Lei non mi ha risposto, mi ha guardata sotto il sole e sotto i suoi pensieri, non so quali bruciassero di più. Succede spesso che non mi risponda, annuisce quello sì, oppure guarda un punto fisso davanti a sé senza osservare nulla, poi apre un libro e sparisce tra le pagine, come quando si tuffa che non la vedo più.

Ha fatto anche quello, lo scorso fine settimana, il primo bagno in mare della stagione, si è avviata verso la riva e poi non l’ho vista più. Che sollievo tutti quegli anni di nuoto a scuola, per lei e sua sorella nuoto è materia scolastica, a me hanno tolto il peso dei pomeriggi in piscina controvoglia, perché così sarebbe andata, le avrei dovute obbligare e io non avevo, non ho, la voglia e le forze per obbligare qualcuno a fare qualcosa.  Io non so nuotare, non avrei potuto insegnarglielo, questo è uno degli aspetti che mi sono più chiari della vicenda genitoriale: non puoi insegnare quello che non sai. Forse nemmeno il resto, ma sicuramente non quello che tu non sai. Com’è l’acqua, le ho chiesto. Più simile a quella di Lignano che a quella della Sardegna ma andava bene, mi ha risposto. Ho ripreso a leggere pensando che ha imparato a nuotare senza che me ne accorgessi e allo stesso modo a giudicare in modo onesto quel che la circonda. Cristina non esagera mai, sua sorella forse un po’ di più, ma solo nei modi, mai nei contenuti. Poi mi sono appisolata con il libro aperto sulla pancia per non perdere il segno, sapendola accanto a me anche se in silenzio, senza più la litania di sottofondo che era il parlottare tra lei e sua sorella quando giocavano sotto il lettino, in spiaggia, io chiudevo gli occhi e mi bastava allungare una mano per sfiorarle entrambe. Non è più così.

È cambiato. Cosa, mi ha chiesto. Tutto. Il nostro modo di stare insieme, di scherzare, lo spazio che dividiamo, prima non lo dividevamo, lo condividevamo. Ma è normale. È giusto. Il cambiamento è un processo, le ho detto. I tempi del processo sono lunghi, si sa, e poi i processi sono sempre fatti da parti in causa e alla fine c’è sempre una decisione che scontenta qualcuno, in genere quello che non ha nemmeno capito le ragioni del processo, del cambiamento. E se lo capiscono entrambi, mi ha chiesto. Allora è meglio, il cambiamento viene accettato, c’è una transazione e si va avanti. Sono i cambiamenti i bastardi invece, perché son robe di un attimo, quelli, e tutto viene stravolto. Ecco, dovessi dire una cosa che ho capito è questa, bambina mia, affronta il cambiamento con validi argomenti e non ti intestardire sui cambiamenti, non li prevederai mai. Quanto tempo serve per il cambiamento? Non lo so, il tempo di cambiare, credo. O quando inizia a piovere. O se si alza il vento. Non lo so. Però so che non si può cambiare quel che hai già fatto. In genere, sono le cose che hai già fatto che possono cambiare te.

Come pensi che andrà la gara, mi ha chiesto. Come se bastasse il mio pensiero a rendere valido un pronostico, come se le madri avessero un qualche valore predittivo nascosto in tasca. Io in tasca ci tengo le dita incrociate e basta. Non lo so, quindi questo non posso dirtelo, bambina mia. Ma so che le brutte sensazioni si portano appresso sempre una quota di verità maggiore delle belle sensazioni. L’intuito funziona così, mia madre la chiama l’’anima che trema e non mi ha mai parlato di anima che balla per la gioia. Quando? Quando le chiedevo secondo lei come sarebbe andata, per me. Certo che lo chiedevo, è mia madre, a chi altri avrei dovuto chiedere di sentire al posto mio? Di sentirmi al posto mio.

È così. Cosa, mi ha chiesto. Il trucchetto è così. Io ho già avuto 14 anni, bambina mia, tu non ne hai mai avuti 42. Sono io che posso sapere cosa provi tu e non il contrario. O almeno, ci provo. Andrà male la gara? Può darsi, molto probabile. Soffrirai, ne sarai delusa, penserai di aver sbagliato, vorrai mollare, non saprai come dirmi tutte le parole che ti rimbomberanno in testa. Se io ci scherzassi su, è solo una gara in fondo e se anche tu vincessi non ti darebbero nemmeno una coppa, nemmeno una tazza da usare come portapenne, ti offenderesti. Se ti dicessi che quel male è questione di poco nella durata della tua esistenza, che è destinato ad arrivare e passare  non mi capiresti, se mi arrabbiassi aggiungerei delusione a delusione. Andrà male la gara? Braccia spalancate, le mie. Come se fosse andata bene, come se non ci fosse stata alcuna gara. Braccia spalancate e bocca chiusa. Le delusioni passano, quelle che ci diamo da soli ci mettono più tempo, quanto? Non lo so. Il tempo di asciugare tutte le lacrime dentro, quelle che non versiamo fuori, le delusioni che ci diamo da soli sono fiumi carsici, bambina mia, li vediamo solo noi, li sappiamo solo noi. Se a quel dolore lì io aggiungessi un mio sguardo di biasimo sarebbe come pugnalarti, questo lo so, l’ho imparato proprio alla tua età e ancora sento i lembi rimarginati della ferita da taglio.

Abbiamo letto che la vita è un morso, a cena, in quel ristorante napoletano, era scritto su un muro come si scrivono gli avvisi. C’era l’indicazione del bagno, dell’area riservata al personale e poi questo, che la vita è un morso. Solo tu riesci a trovare un ristorante napoletano senza cercarlo, mi ha detto. È l’istinto, le ho risposto. Certi suoni mi attireranno sempre più di altri, certi suoni mi mancheranno sempre più di altri. Non lo so poi se è davvero così, che la vita è un mozzico, forse è quello che mordiamo, c’è chi morde velocemente è vero, chi lo fa lentamente, alla fine conta solo quello che mordi e non il tempo del morso, bambina mia. La vita è il tempo prima di arrivare, il silenzio prima di parlare, il sospiro prima di dormire, il tovagliolo sulle gambe prima di mangiare, il cambiamento prima di appellare, l’acqua del mare prima di nuotare, una madre prima di invecchiare, una corsa di ritorno che sai più cara prima di pagare.

Cose che capitano

Va tutto bene, sai. Io sto bene, abbastanza insomma, dai. Piango poco, solo ogni tanto, in auto in genere e solo se sono sola mai quando ci sono le ragazze. Non mi piace piangere poco, meno di quanto vorrei o dovrei perché mi sento come il freezer quando va sbrinato. Penso. Perché non so come si sente il freezer quando è pieno di ghiaccio ma potrebbe sentirsi così, come me, in affanno.

Le ragazze, loro stanno bene. Mi sembra, a vederle, a parlarci, certo fanno i conti con la crescita, chi non li fa? E con gli impegni, ne hanno già tantissimi ma hanno ancora la leggerezza di non avere un’agenda. Ce l’ho io, la loro. Sono grandi, sai? Capita anche questo e capita velocemente, non mi avevano avvisata o forse si ma non ci credevo, non ci avevo creduto, adesso so che è vero. Sono grandi che mi prendono le scarpe o i pantaloni o che io li prendo a loro, Cri mi ha passato dei jeans che a lei vanno ancora di vita ma sono corti, li ho presi anche se sono taglia 13 anni, tanto la taglia è scritta dentro, mica si vede. Poi li avevo pagati io, le ho detto, formalmente sono miei.  È alta, abbastanza, insomma per essere anche figlia mia e non solo di suo padre è alta. Sono grandi che non mi dicono le cose, non tutte, alcune se le tengono per loro due e se una inciampa in un argomento riservato l’altra le fa sguardi eloquenti, sai, quelli che dicono “zitta c’è mamma”.

Domani io e Cri andiamo ad Ostia, per una gara, andiamo a prendere botte e speriamo di darle, poi passiamo da Roma per una pausa di bellezza. Pepe va via sabato con il circolo, per una settimana giocherà a tennis sette ore al giorno, penso sia la sua rappresentazione della felicità. Sono grandi così e io non ci credevo e adesso lo so.

Ti piacerebbero, non possono non piacere, sono simpatiche e ironiche, sono talmente tutto che a volte mi chiedo se, davvero, sono uscite da me e quando mi rispondo, perché io alle mie domande ancora mi rispondo sai, ci provo almeno, quando mi rispondo io sorrido, sorrido sempre, più di quanto vorrei o dovrei, perché mi sento nel posto giusto per la prima volta. Mi sento il posto giusto per la prima volta.

Sono ancora molto vanitosa, non ho smesso di guardami e riguardarmi, solo che non mi specchio più nelle vetrine dei negozi e nei finestrini delle auto parcheggiate, anzi lo faccio ancora, ma solo ogni tanto, poco e in genere quando sono sola. Mi specchio nelle ragazze, adesso. E mi sembra di essere molto bella, mi vedo bene, loro camminano verso di me e io giro su me stessa come una bambina felice. Penso. Perché non so come fa una bambina felice, davvero felice. Ma penso che potrebbe fare così, come faccio io.

Sembra strano, eh? Da dove ero partita, ti ricordi, che dicevo sempre “mi ci sono voluti tutti i primi otto mesi di psicanalisi prima di riuscire ad andare al supermercato con entrambe” ed era vero, che mica racconto cazzate.  Sai, le ho sempre guardate le altre madri e ancora le guardo, si lo faccio ancora, per capire, per imparare, le guardavo e le guardo come i programmi di ricette, per vedere se riesco anch’io. Perché mi sembra sempre di non avere l’abilità, quella che serve , o il tempo per la lievitazione  e quella pazienza lì per esempio, oppure a me manca sempre un ingrediente e allora rifaccio la ricetta ma con una variazione, con una sostituzione. Tu dicevi sempre che la cucina è questione di precisione assoluta, secondo me non è davvero così. Perché se fosse solo una questione di precisione assoluta mi sentirei più a mio agio.  Invece tante volte devi fare con quello che hai, è applicare la precisione all’improvvisazione, ecco perché a me le ricette replicate non vengono mai. Non uguali. Che poi chi le ha mai assaggiate davvero le pietanze preparate da questi fenomeni dei programmi?

Io no. Non è che ci credo, in fondo. Le guardo ancora, le altre madri. Quelle che dicono dei propri figli che quando sono arrivati loro sono passate tutte le paure. Lo dicono, si, le ho sentite, ti dico. Nati loro via tutte le paure, sbam, tutte fuori dalla porta in un battito neonatale di palpebre senza ciglia.

Io no. Non lo dico, perché non racconto cazzate. Quando sono nate loro, io sbam, ecco arrivate tutte le paure, tutte entrate dalla porta e dalle finestre e da ogni pertugio, sai come la scena in Harry Potter, quando lo zio  stronzo cerca di non fargli recapitare la lettera da Hogwarts? Forse non la conosci la scena, non hai fatto in tempo a leggerla o vederla, mi sa. C’è questo odioso zio che si oppone al destino del nipote mago nascondendogli la verità, immagina pure come finisce. Si è mai visto qualcuno che possa, davvero, opporsi al destino e nascondere la verità?

A me le paure sono arrivate così, come un destino e come una verità, portate da loro, le ragazze.  Paure che nemmeno pensavo fossero catalogate, paure che non pensavo esistessero già nei manuali, paure che quando le racconti gli altri ti dicono che è normale.

Grazie.

Ma se è normale perché non lo dite? Perché aspettate che lo dica io in un discorso prima di sbilanciarvi? Perché fate quelli che si siedono in fondo alla sala nell’ultima fila e sperano di non essere interpellati? Ma se è normale perché non vi sedete davanti e alzate la mano? Perché non lo raccontate?

No, non sono passate, anzi. Alcune si, ma sono state sostituite e allora niente, mi ci sono organizzata intorno. Le tengo distinte dal resto, soprattutto dalle inquietudini, che quelle sono mie e non c’entrano con le ragazze, quelle le avevo già, ti ricordi? Mi galleggiavano già negli occhi, che sono neri da averne paura lo so, ma le inquietudini sono chiare, le mie almeno, e si vedono bene lì dentro. Tu le avevi scure le tue, ti galleggiavano nel verde degli occhi, anche le tue non sapevano nuotare, mi sa. Io le conto, anzi no, sai cosa faccio? Faccio la mappatura. Come con i nei. Lo faccio solo ogni tanto, di notte in genere, mentre Lui dorme e non sa di me, quel che mi succede, dove vado, cosa vedo. Ne ho trovata una nuova, ci ho messo un po’ ma sapevo che c’era, alla fine l’ho stanata, la maledetta, alle tre del mattino di un martedì senza scadenze, con solo Cri che si allena e dei libri da ritirare in libreria. Si era nascosta nel ventre, sotto il taglio dei cesarei, è che lì cerco poco. C’entra con le possibilità, è un’inquietudine piatta, non è in rilievo, non sporge, non è nemmeno grande. Ma non è piccola, potrebbe crescere se non la tengo sotto controllo. C’entra con il venire meno delle possibilità, le mie, quelle solo mie. C’entra con il tempo, quello che pensi che ti resti perché è solo un pensiero, il tempo, no? Il tempo futuro è solo un pensiero, vero? Puoi contare solo il tempo passato  ecco perché capita, pure, che ti arrivino certe botte di coraggio quando realizzi che del tempo futuro non sai niente e ti dici ma si, lo faccio, ma si, corro il rischio, ma si. Però, lo sai, perché lo sai, che anche se di coraggio sempre di botte si tratta.  C’entra con la bellezza su cui vorresti posare lo sguardo. C’entra con le speranze, che ti sembra di averle date via tutte, di averle arrotolate come banconote e infilate nelle tasche dei figli perché non si sa mai, se dovessero avere bisogno, meglio che ne abbiano di scorta.

Questo nessuno me l’aveva detto.

Per davvero nessuno, non è che magari qualcuno ci aveva provato e io ottusa come pochi non avevo ascoltato o non avevo capito, no, davvero, nessuno me l’aveva detto che capita, può capitare, che mi sarebbe capitata questa cosa di fare la conta delle possibilità come si fa con gli ovuli. Nessuno mi aveva detto che, come per gli ovuli, quello è il numero delle  possibilità che ti sono date. Adesso ho il dubbio, però, che invece per gli ovuli non sia così. Aiuto. Io e i miei dubbi.  Anche quelli non mi sono passati, ricordi quanti ne ho avuti sempre? Tu ne hai avuti tanti? Penso di si, penso che non ti andasse di farli vedere ma che li avessi, tra le pieghe del borsello, magari.

Vorrei chiedere agli altri, se capita anche a loro, ma come si fa? Fermo qualcuno mentre mi parla di qualcosa di importante tipo l’estrazione della lettera per l’inizio degli esami di terza media –vogliamo tutti che i nostri passino a metà, facciamo pace, nessuno vuole passare per primo o per ultimo– o tipo la composizione della valigia dei tennisti- quanti cambi per sette ore al giorno per sette giorni– o tipo la dicitura per l’esenzione dell’Iva da inserire in fattura-dove? In calce? Ma non lo fa il programma da solo? Ma il programma è solo un programma, sei tu che lo programmi non si autoprogramma, dai tu le istruzioni al programma, ah davvero? Eh, si– lo interrompo e cosa gli chiedo? Capita? Capita anche a te di sapere che non puoi più? Che non potrai più? Che quello che hai sbagliato non lo correggi e che sono tanto belle le frasi motivazionali il coaching e quelle cose per cui non puoi cambiare l’inizio ma puoi scrivere il finale ma che sono cazzate? Capita? Capita anche a te di stare sveglio di notte a elencare quel che non puoi più? Capita anche a te di svegliarti perché sai che tra poco tempo ti verrà restituita la tua solitudine, quella che sbam,è uscita dalla porta e dalla finestra al primo battito neonatale di palpebre senza ciglia e che penserai sia un dono e invece è roba tua, l’avevi ceduta e adesso ti torna indietro, e forse non l’apprezzerai nemmeno? Perché non sei più abituato alla solitudine, ti sei abituato alle attese, è diverso. Aspetti sempre , quando sei solo in auto fuori da una palestra di periferia- deve esserci un motivo sociologico per cui alcuni sport vengono praticati in strutture così vicine al carcere o alle principali vie di fuga dalla città, mai in centro- aspetti sempre e lo spazio di quelle attese pensi sia il tuo tempo invece no, è altro, è un tempo che occupi come una pausa caffè.

Cosa faccio? Fermo la gente e chiedo: Capita? Capita anche a te? E se ti capita tu cosa fai? Come fai? Ci vivi bene lo stesso? Ti organizzi o non ci pensi, sei uno di quelli che rinvia la gestione del problema? Lui mi dice sempre che le questioni vanno affrontate quando sono piccole. Gli ho chiesto, allora, di questa inquietudine che ho trovato alle tre del mattino di un martedì, questa robina piatta e senza sporgenze e mi ha detto che a lui non capita.

Sai, non so perché ma lo sapevo che a Lui non capita. Gliel’ho chiesto solo perché era semplice, perché gli chiedo sempre tante cose, se mi ama, se è felice, come va la caviglia, come è stata la giornata. A te capitava?  Avrei voluto chiederti tante più cose, si dice sempre così, lo so. È sempre quella storia del tempo e delle botte che ti dà. Però secondo me  a te non capitava, per come ti ricordo non penso, non so nemmeno quante volte hai riscritto il tuo finale, se mai l’hai fatto.

Io il finale ce l’ho in mente, tutti quelli che bazzicano il mondo delle storie lo sanno che se non sai il finale è inutile raccontare, ti perdi, in fondo è come con le barzellette, se tu racconti una barzelletta e ti dimentichi il finale non farà mai ridere e allora non sarà più una barzelletta, sarà altro ma non sarà una barzelletta e se volevi raccontare una barzelletta è un peccato. Però capita, a quanti capita, ci avevi mai fatto caso? Uno inizia a raccontare e poi dice no aspetta, faceva così…

Le ragazze le raccontano bene, sai, fanno ridere moltissimo, farebbero ridere anche te che non sei mai stato uno facile in questo senso. Sono sarcastiche e intelligenti, sono talmente tutto che a volte mi chiedo come sia possibile che certe fortune siano capitate proprio a me e non mi rispondo, a questa domanda non mi rispondo, ma solo perché aspetto, aspetto di restare sola, ancora non è il momento ma non manca molto, poi cercherò la risposta. Quando la troverò, sai, quello sarà il finale. Sorriderò e prima di fare la giravolta, stavolta, lo dirò a tutti, li avviserò, tutti sapranno com’è che è capitato a me, proprio a me, tra tutte le possibilità.

In foto la vista da casa tua, che lho guardata io per te, l’altro giorno mentre ti pensavo.

Regali

Il corriere non arriverà in tempo, il tempo è oggi. Ha lui il regalo che Pepe ha scelto e pagato con i suoi risparmi per te. Qualcuno ieri ha suonato ma Cri non ha interrotto la professoressa per chiederle se poteva rispondere al citofono visto che è da sola a casa in quarantena scolastica come tutta la sua classe, per via di quel compagno positivo. Non si trattava comunque del corriere, lo so per certo, ho la mail con l’indicazione del giorno di consegna.

Il mio regalo giace in lavanderia, nascosto per bene. Non è niente di che ma penso che ti piacerà. Adesso sarò costretta a cambiargli posto.

Cri non ha fatto in tempo a comprarlo, per via della quarantena. Riavrà la sua libertà sabato prossimo, penso che prima del tuo regalo nelle sue priorità ci siano gli allenamenti e le prove per lo spettacolo di teatro. E poi mi ha confessato che non ha idee, non sa cosa regalarti. Non sa cosa ti può piacere, perché quello è il senso di un regalo, che piaccia a chi lo riceve e non a chi lo fa.

Allora ho proposto di rinviare i festeggiamenti. Stasera solo la torta, dopo cena, soffierai sulla candelina il tuo numero appuntito, l’anno scorso era più morbido è vero, ma questa nuova unità non ti sta male addosso, anche il primo compleanno con me accanto era così, un po’come il primo compleanno nella vita, che è quello con il numero 1 che svetta, mica con la comodità dello 0. Sabato sera la cena, il mio rossetto rosso e il correttore sul brufolo spudorato che non sa quanti anni ho, Cri con il mascara e la matita sfumata, Pepe con i jeans nuovi e la borsetta a tracolla, tu con la camicia con le inziali appena sotto il cuore, i pacchetti da spacchettare e l’ansia che non ti piacciano.

Fino a sabato cercherò qualcosa da integrare al mio regalo, lo faccio sempre, mi sembra che non basti, come quando preparo un piatto nuovo o quando abbiamo ospiti, che poi avanza sempre un mare di roba ma è più forte la paura che non basti mai. È che non mi hai detto niente, ti ho chiesto nelle ultime settimane se ci fosse qualcosa che proprio volevi, ancora ieri sera. Se non lo sai tu- mi hai risposto- nessuno mi conosce come mi conosci tu.

Nessuno, è vero. Ma non aiuta anzi a volte è peggio. È dall’anno del taglia capelli e regolabarba che non ho più certezze, per la tua reazione. Quell’anno facevamo abbastanza schifo, va detto, tu forse un po’ di più ma poi siamo andati in pari, perché io sono un fenomeno quando si tratta di recuperare nella categoria sbandieramento di cattiverie. Ho come uno sprint finale.

Anche quattro anni fa, non era andata proprio bene. Odio le foto di quella sera, le ragazze accanto a te, il tuo gilet blu, il terrazzo senza piante, senza fiori, il cielo pronto a rovinarci addosso la sua incazzatura, il mio sguardo attraverso l’obiettivo, dall’altro lato dell’obiettivo, che vi fissa in sorrisi forzati e che ti considera un ospite, uno a cui ha prestato per un momento quelle due meraviglie per scattare la foto, uno così, che non aveva il coraggio di rovinare addosso a quattro cialtroni la sua incazzatura.

Ti avevo regalato la guida di viaggio per il Giappone e un pigiama. Un ossimoro, insomma. Nessuno te l’aveva mai regalato prima.

Quest’anno non mi sbilancio. Non siamo al massimo della forma ma nemmeno da buttare. Ho pensato di integrare così, per esempio, con Pepe che dice che essere il numero 1 non conviene, perché più su non puoi andare, puoi solo scendere o restare dove sei e per farlo la fatica è tanta. Tanta fatica per restare fermo, in effetti non conviene. E se sei il numero 1 alla fine non hai più sogni, è più facile che tu abbia incubi. Prendi Djokovic, dice. Perché lei in testa e tra le mani ha, principalmente, la racchetta in questo ultimo periodo di vita, circa il 50% del suo vissuto, sta facendo una lunga gavetta, partita dopo partita, sempre contro quelle più grandi, più alte, più arrabbiate e lei che non molla, non indietreggia, passa lo straccio e migliora il servizio, si complimenta con l’avversaria, beve dalla bottiglia, si asciuga il sudore, partita dopo partita concentrata sul singolo punto allarga lo sguardo oltre la rete, quando è lì dentro non cerca nessuno di noi là fuori.

Oppure con Cri che dice: i figli delle famiglie che funzionano li riconosci. Quali sono le famiglie che funzionano ti viene da chiederle, almeno a me viene e infatti le chiedo. Sono quelle in cui si fanno le cose insieme, non tutte, le cose importanti mi rivela. Quali sono le cose importanti ti viene da chiederle, almeno a me viene e infatti le chiedo. Le vacanze, andare a teatro, la cena. La torta per il compleanno. Raccontarsi la giornata. Scambiarsi i libri. Passare del tempo insieme, domando. Si, ma bene, non passarlo per passarlo. Poi aspetta, beve il cappuccino con latte di riso nel locale giapponese dove ci siamo fermate per fare una pausa da tutto quel camminare in centro, è buono, sentenzia: “noi siamo una famiglia che funziona, mamma”. Possiamo ricominciare il giro, mi ha detto quello che voleva che sapessi.

E integro con tutti i miei scongiuri non si sa mai, son le cose che funzionano che possono rompersi mica le altre, quelle già rotte, quelle alla peggio si sbrindellano ma già non funzionavano.  È il problema delle famiglie disfunzionali, pare. Lo dicono gli esperti, lo dicono un po’ tutti, io non sono esperta e non sono tutti, non sono nessuno. Sono solo una che ha imparato ad accorciare le frasi, che punta tutto sulla frase minima. E allora per me è il problema delle famiglie. Che di famiglie funzionali io non ne conosco ma faccio il tifo per quelle che funzionano.

Aggiungo ben impacchettati tutti i Sacri Testi Genitoriali che ho riscritto abbreviandoli, arrivando all’osso e così non diremo mai alle nostre figlie: “dove ho sbagliato con te?” ma ci fermeremo un attimo prima, quel tanto che basta a lasciarle fuori dai nostri errori. Dove ho sbagliato? E non le faremo cadere nella trappola dei nostri dispiaceri, li terremo divisi dai loro, faremo una corretta raccolta differenziata dei dolori singoli e dei dolori collettivi, nella riscrittura non compare la frase “non darmi questo dispiacere” ma in grassetto è scritto “sono dispiaciuto insieme a te”. I capitoli più corti sono quelli delle “Verità che fanno male” perché quelle vanno dette senza preamboli e “Sii quel che sei purché tu sia felice” in cui la frase più lunga è il titolo e le pagine a seguire sono bianche. Te li lascio, per sicurezza.

Insieme a tante piccole cose un po’ a caso sparse per casa che di quelle è fatto il mio amore quotidiano.  La cura dei gesti che non vedi, quando non li vede nessuno, è lì il bene che ti porto. Il pigiama piegato sotto il cuscino quando rifaccio il letto, la forchetta rimasta macchiata che tengo per me quando apparecchio, l’aceto per pulire dopo che sei uscito che quell’odore ti disgusta, il sedile tirato indietro se poi devi guidare tu, il passo indietro che tengo, quello che gli sciocchi scambiano per subordinazione. Non sanno che stare dietro la tua schiena serve a farmi spuntare fuori all’improvviso cogliendo tutti di sorpresa. E che così ti guardo il culo.

E integro con i ricordi in cui non ci sei così diventano anche tuoi e quando io li perderò potrai restituirmeli. E allora prendi e guarda, c’è il tabaccaio in Piazza Montanari e una bambina con i pantaloncini e i sandali che compra un pacchetto di Diana e sua madre affacciata alla finestra che la guarda entrare con soldi nel palmo destro e uscire con il resto nel palmo sinistro. C’è il ghiacciolo l’ultimo giorno di scuola nel chioschetto in legno, è alla menta ma questo lo sai già, e c’è una ragazza come Pepe, molto simile nell’aspetto, che muove le labbra e finge di recitare il Salve Regina tutti i sabati mattina con la Professoressa di Educazione Artistica perché quella preghiera la getta nello sconforto e non sa a chi dirlo, per fortuna sei arrivato tu anni dopo. C’è una ragazza come Cri, molto simile nell’atteggiamento, che passa il suo tempo a leggere e solo questo la salva dai pensieri più tristi e non sa a chi dirlo, per fortuna sei arrivato tu anni dopo. C’è una ragazza come me, ma molto più giovane nell’aspetto, che sullo specchio scrive con il rossetto quod amantem iniuria talis cogit amare magis sed bene velle minus e questo è l’insegnamento più vero e feroce che abbia mai ricevuto sull’amore, quando sei arrivato tu anni prima. C’è una donna come nessuna, colma di consapevolezze tardive, malinconica e irriverente, che l’amore lo impara e lo insegna, se lo appunta, lo scrive, quasi mai lo rilegge, lo affida ma solo perché per fortuna sei arrivato tu.

Ti regalo il giorno in cui Cri, a quattro anni, mi ha chiesto cosa significava la parola suicidio e dopo la mia spiegazione mi ha detto che non le piaceva, che lei avrebbe aspettato di morire da sola. E anche Pepe negli anni dell’asilo quando ogni mattina si portava dietro la sua copertina Dudù e la metteva per bene sotto la cintura di sicurezza per proteggerla, come facevi tu con lei. La volta in cui pensavi che Cri avesse il pannolino e invece era lei burrosa e morbida come non sarebbe mai più stata e noi non lo sapevamo. Pepe con le gocce negli occhi che non vede nulla e mi chiede com’è portare gli occhiali. La notte di tregenda al mare e la corsa dalla guardia medica per un labbro deformato, il podio con l’oro al collo, il treno per Torino, la noia di giorni sempre uguali che uguali non sono solo che ancora non lo sappiamo, il silenzio della casa quando si spegne la luce, la canzone che ancora non hai ascoltato, l’orgoglio di viverti accanto, i libri sottolineati solo perché tu possa trovarmi sempre o un giorno quando sarà, aprendo a caso una pagina sbadata, una riga sottile sotto una parola, come una piccola cosa che significa una cosa grande, che quello sono io, una sineddoche. Nessuno te l’ha mai regalata prima.

Fregature

Il 3 di gennaio dell’anno in cui avrebbe compiuto 42 anni la Donna pensò che sarebbe morta. Non prima o poi come sanno gli esseri viventi ma proprio in uno di quei trecentosessantaerotti giorni rimanenti. Il pensiero arrivò come arrivano certi pensieri, che sembrano fatti da altri e allora li osservi per capirli o anche solo per vederli, per presentarti. Sdraiata sul divano con le gambe piegate appena, oltre la linea delle ginocchia unite la parete e sulla parete un quadro e nel quadro degli alberi e tra gli alberi una Donna che cammina, nessuno può sapere se si tratta della stessa Donna o solo di una donna, a nessuno importa.

A squarciare lo sguardo due cose: la voce della Donna che dice il pensiero a voce alta e il Marito che passa davanti al quadro proprio in quel momento impedendone la vista completa e trasformandolo, di fatto, in un altro quadro.

Il Marito pensa che la frase sia rivolta a lui, come ascoltatore. La Donna non sa perché quel pensiero le sia uscito a voce alta, non sa nemmeno se è davvero suo, potrebbe essere preso in prestito da qualcuno, forse dalla Donna del quadro.

Il Marito e la Donna si guardano, lui sembra molto alto oltre le ginocchia della Donna e sembra molto altro, pensa la Donna ma questa volta non lo dice e non sa perché. Non sa nemmeno perché non gli dica subito scusa, pensavo tra me e me non c’entri te. Lei sembra molto sola su quel divano ma meno di quanto vorrebbe, pensa il Marito e non lo dice nemmeno questa volta perché sa che lei dopo si sentirebbe in colpa. Sa che le chiede il perché, perché pensi che morirai quest’anno?

A questo punto il malinteso è irrecuperabile. Anche a dirgli che la frase non era per lui, non era per nessuno, non era nemmeno una frase ma solo un pensiero, anche a dirlo ormai è detta. Ormai è sentita, che è peggio che detta, se possibile. La Donna si mette seduta per metà, allunga le gambe e tira su la coperta grigia, regalo della mamma di una compagna di sua figlia, piccolo pegno di riconoscenza per un pigiama party di qualche anno prima, il Marito sembra alto ma non più di quello che è, sembra quello che è e molto altro. Il Marito si siede sul bracciolo, il quadro è più visibile di prima ma ancora non completamente, manca il terreno si vedono solo le chiome degli alberi, capelli su teste senza corpi o radici.

Se muori mi freghi. Le dice così, è sufficiente perché lei capisca cosa intende, cosa significherebbe quell’atto così umano e definitivo che chiamiamo morte nella sua vita, non più la loro, solo la sua. La morte di lei nella vita di lui sarebbe una fregatura rifilata, una patacca, un inganno bambinesco, una truffa mal architettata. La Donna lo sa perché loro se lo ripetono spesso e allora lo ha imparato, come una definizione, lo sa così, come sa l’art.2697 del Codice Civile, come sa che non ha niente da far valere, di conseguenza non ha niente da dimostrare.

Ecco perché la Donna dice che lo sa. Anche se le viene da piangere da un posto lontano che arriva all’improvviso, anche se non le importa, in fondo, di fregarlo. Perché lei pensa che morirà tra poco e non può dispiacersi per lui, deve commuoversi per se stessa, non può occuparsi di lui, deve preoccuparsi di se stessa. Non può dargli spiegazioni o cercare di farsi scusare, non può perdere tempo che non ha più, non può sentirsi in colpa perché non è colpa sua, non è colpa di nessuno, forse solo del pensiero che bastava non dirlo per lasciar perdere.

Preferisco così, comunque. Morire prima di te. Quest’anno mi scoccia morire, certo, ma va bene morire prima di te.

Il Marito le ricorda la loro differenza di età.

Non importa, te li cedo quegli anni lì. Tanto io non saprei come viverli senza di te, tu si. Tu te la cavi meglio in queste cose, io no. Ti chiamerei di continuo, sai. Sarebbe un’invocazione unica, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. E ti parlerei molto più di quanto non faccia adesso e mi incazzerei se non rispondi e scambierei per risposte segni, qualunque segno, anche la cacca di un piccione sul cofano dell’auto io lo prenderei come un tuo segno. Non puoi farmi vivere così. Tu invece faresti le tue cose, quelle senza di me, ti apparecchieresti anche la tavola lo so e metteresti il vino nel calice giusto, io no, senza di te mangerei in piedi dalla ciotola del Tupperware facendo a metà con il cane senza nemmeno lavarmi le mani mentre ti parlerei con la bocca piena diseredata e reietta.  

Non importa, te li cedo quegli anni. Non sopporterei il tuo funerale, manderei tutti a cagare, direi che non possono parlare di te, nessuno può farlo, solo io, io sola posso pronunciare il tuo nome, io sola, solo io posso raccontare il bene che hai fatto e il male che hai ricevuto, il dolore che hai sparso girando le spalle e la gioia spudorata del tuo sorriso il mattino presto quando il giorno ancora non sa di essere tale. Caccerei tutti come farisei dal tempio, non permetterei a nessuno di avvicinarsi, di vederti, di sfiorare il legno di quell’ultima barca, di portare fiori, di frugare tra ricordi come bestie tra i rifiuti. Nessuno potrebbe ricordarti, solo io, io sola, per tutti i giorni, ogni giorno, per la vita con me e anche quella prima nella quale sono entrata dalla porta della tua voce le infinite volte in cui hai narrato a me, a me sola, chi eri e cosa facevi mentre mi aspettavi.

Non importa, te li cedo quegli anni. Tu sai fare meglio di me, sai che non voglio niente di religioso e la foto deve essere bellissima. Nessun accenno a bontà che non ho, nessuna pretesa di riabilitazione, ho odiato moltissimo, ancora odio, potrei devastare per la forza dell’odio che nutro. Ho amato immensamente, ancora amo, potrei costruire un pianeta chissà dove con la quantità di amore che nutro.  Nessuna concessione alle emozioni di cui non soffro, si rammenti questo: io soffro di emozioni, alcune. Gli altri le provano, lo so. Io ne soffro. Se proprio ne ho provate è stato solo per capire se mi andavano bene oppure no. Nessuno sproloquio che cerchi di dare conforto al dolore dei nostri figli, abbracciali per me perché sarà la prima volta in cui non potrò farlo.

Non importa, te li cedo quegli anni. Conserva l’onestà che ci ho messo, soprattutto quella di pensiero. Perdona la mia incapacità di mediare. Ricorda i nostri segreti e poi disperdili, che nessuno possa conoscerli quando arriverai anche tu, ne avremo di nuovi, ce li racconteremo da principio, li inventeremo, ci faranno ridere, tu solo saprai quanto ti sono mancata, solo tu lo saprai e ne piangeremo insieme quando me lo racconterai e sarò io ad aspettarti questa volta.

Il 31 Dicembre dell’anno in cui ha compiuto 42 anni la Donna pensò che non era morta. Non del tutto. Dedicò un pensiero alla parte di lei che sì, era morta, senza dare disturbo, senza pretendere necrologi o lapidi, come muoiono le cose che abbiamo concluso, che sembrano fatte da altri, che le osservi e te ne congedi con educazione. Poi versò del vino in un calice, imboccò il cane con un pezzo del salmone che stava mangiando, si lavò le mani. Il Marito davanti a lei, nello sguardo intero, lui è il solo che sa se si tratta della stessa Donna.         

(A Fausta ed Ezio, che si sono sposati in inverno.)

Eccezioni

La notte porta scompiglio. Che poi io non so nemmeno dirlo, ho un difetto di pronuncia, dico gli e sembra iii. Che poi me lo hanno detto, a me non sembra. Che poi è così che funziona con i difetti, in genere, sono gli altri che ce li indicano. Alcuni sono molto bravi nel farlo. Ho trascorso l’infanzia ostaggio dei miei cugini: “dì coniglio, teglia, caviglia, maglia”. Poi ho imparato a dire che due coglioni e hanno smesso. Lui invece mi imita e poi mi dice “pensa se mi chiamassi Moglia o Foglia o Paglia di cognome”. Non ti avrei sposato, gli rispondo. Ogni volta, sempre, lui dice così e io rispondo così.

Che poi a me sembra di dirlo benissimo, non lo sento proprio il difetto quindi vivo come se non ci fosse. Però c’è, sarà per quello che non trovo mai l’appiglio nelle notti di scompiglio che passano da un fianco all’altro per non arrendersi alla posizione supina, quella è la fine, quella è quella della fine. Che poi se un difetto non lo vedi vuol dire che non c’è oppure c’è ma non è così difettoso come sembra? Vivere come se non ci fosse significa che fingi che non ci sia? Ma se per te non c’è si può parlare di finzione? Ma se la gli andasse pronunciata come la pronuncio io e nessuno lo sapesse ancora? Cristina mi ha detto che, in fondo, l’eccezione è convinta di essere una regola: “cioè, se tu la osservi dal suo punto di vista lei ti dice non vedi che sono una regola, non vedi che cuoio si scrive cuoio e non quoio. Vuoi dire che questa è un’eccezione? A me che sono cuoio questa sembra una regola”.   

A volte, la notte quando c’è scompiglio, Cristina è il mio appiglio. Non si dovrebbe dire, lo so, i figli sono altro. Sono altri. Lo so, lo difendo come principio ogni giorno, non intendo come Principio ma solo come principio, come inizio di ogni giorno, di ogni discorso con loro, su di loro, per loro. Ho smesso di difendere Principi, ho smesso di mangiare carne e fumare, ho smesso di guardare Grey’s Anatomy, ho smesso di rinviare. Anche Pepe è il mio appiglio, quando mi cerco indietro e non mi trovo, la guardo e penso che non si tratta solo dello spermatozoo più veloce, a volte, ma della migliore combinazione possibile di cellule. Poi penso ad altri e invece mi rendo conto che quella è stata la sola volta in cui sono stati i migliori. Cristina è il posto sicuro dove riflettere, una grotta, una casa in penombra, uno specchio che riflette quello che vorresti essere nella tua condizione migliore. Pepe è lo spazio aperto dove osservare, cielo e mare sottosopra, il sole allo zenit, lo specchio dove osservi i cambiamenti e ti riconosci solo nelle smorfie che sono rimaste uguali.

La notte porta scompiglio, cerco i miei appigli, conto gli sbadigli e li confondo con gli sbagli.

Siamo nel periodo della Mariafelicina. Anch’io avevo la mia Mariafelicina. Ogni brava ragazza ha avuto la sua Mariafelicina. Mariafelicina è la compagna, anche di un’altra sezione, che tu proprio: no, non sai, ma come si fa, ma che davvero, ma perché. Quella. Quella che dice una serie di idiozie e la gente intorno a lei pensa siano cose intelligenti, profonde, intrise di valore. La Mariafelicina in genere ha già le fattezze di una Barbie in un mondo di Skipper dove i tuoi coetanei sono la versione economica di Big Jim e di Ken non se ne vedono all’orizzonte. La Mariafelicina ha capelli che non sono mai grassi e unghie che crescono già arrotondate e con la lunetta bianca, mentre tu riesci a scheggiare lo smalto mentre lo stendi perché con la mano sinistra non sei capace di applicarlo e non vai nemmeno a buttare la spazzatura se prima non lavi, di nuovo, i capelli. I genitori di Mariafelicina hanno denti bianchi, sembrano fatti dall’Idealstandard. Il papà ha il motore della macchina per esprimere la sua virilità e dei jeans attillati che terminano sulle sneakers da cinquantenne che ne ha fatte tante ma meno di quelle che millanta. La mamma di Mariafelicina è anche la sua migliore amica, perché è stata Mariafelicina e perché sì, perché Mariafelicina è una di quelle ragazze che sorridono dicendo “mia mamma è più un’amica, la mia più grande amica, io a lei confido tutto”. Tu rabbrividisci. Forse perché patisci il freddo, invece no, è l’immagine di tua madre e dei tuoi segreti nello stesso pensiero. Mariafelicina ha sempre la pancia scoperta senza tracce di peluria. E poi la Mariafelicina, in genere, è molto impegnata perché fa ginnastica ritmica o danza e deve preparare il saggio e tutti devono sapere che lei deve preparare il saggio.

La mia Mariafelicina aveva un nome stranissimo, di quelli che non si sentono tanto anzi nemmeno poco, un nome raro, dicevano ammaliati i suoi cortigiani, io pensavo che rare sono anche certe malattie per le quali non c’è cura, insomma si fa presto a dire raro ma mica è detto che raro sia bello, altrimenti bisognerebbe dire che bel nome e non che nome raro. Guardavo il suo viso privo di imperfezioni ormonali e mi sembrava che fosse stato disegnato con un compasso, rotondo perfetto, preciso, roba da calcolarci il raggio e il diametro, a sapere la formula. Rideva per niente e portava i capelli dietro l’orecchio contemporaneamente, un tic pensavo io, no, un vezzo mi correggevano i cortigiani. Giusto. Io ci ho provato, lo ammetto, a fare la stessa cosa, non se n’è mai accorto nessuno, solo mia madre che guardandomi stranita mi chiese: “perché ridi come una scema e ti gratti la testa? Hai la forfora?” Fine del mio vezzo.

Ho incontrato la mia Mariafelicina trent’anni dopo. L’ho riconosciuta subito, nessuna esitazione, un cinquantenne con i jeans attillati e le sneakers ha fatto una battuta insignificante e lei ha riso portandosi i capelli dietro l’orecchio. Stesso viso rotondo ma con zigomi e labbra in 3D. Ci siamo salutate come due che non smaniavano dalla voglia di incontrarsi e trovarsi faccia a faccia con la propria adolescenza mentre sei un attimo occupato a vivere quella dei tuoi figli e stai combattendo con la nuova generazione di Mariafelicine. Perché no, io non sono amica delle mie figlie e nemmeno le voglio sapere le cose che raccontano alle amiche e nemmeno voglio che le mamme delle loro amiche me le dicano perché siamo amiche no, grazie. Perché non ci credo a certe relazioni, perché non sono così e quindi non posso essere una madre così, posso essere la sola madre che sono, la sola persona che sono e nelle notti di scompiglio afferro le mie figlie come un appiglio nonostante tutti i miei sbagli e trovo il senso, non il Senso ma il senso, la direzione, il percorso, il senso di marcia e questo è quello che loro fanno per me e sono per me e so che forse non è giusto ma sono loro che me lo danno il senso “di qui mamma, da questa parte”.

Però una cosa è certa: la vostra Mariafelicina è anche la mia Mariafelicina. Combatteremo insieme il suo approccio gioioso a ogni cagata, lo stupore decerebrato con cui guarda il mondo, l’allegria sprigionata grazie a un indulto, la sintassi denudata che esibisce.  Saremo eccezioni alla regola che impone di definirle solari, spigliate, estroverse. Saremo eccezioni alla regola che impone di definirle. Saremo eccezioni in un mondo di Mariafelicine. E ci convinceremo di essere regole, in un mondo di Mariafelicine.