Noi (avrei preferenza di no)

Sto aspettando la mail dal Liceo che confermi, o meno, l’avvenuta iscrizione di Cri alla classe prima.

Dio.

Guardo il telefono con la regolarità delle contrazioni del parto. Perché ho tolto la suoneria, non ho alcuna notifica, quindi devo guardarlo per sapere se succede qualcosa. L’ho tolta perché, perché è una storia lunga, in sintesi mi mette ansia e allora ho eliminato un fattore di ansia. Sono stata brava.

Poi alla fine mi avevano fatto un cesareo di urgenza, tutte quelle contrazioni per niente.

I termini per la presentazione delle domande sono scaduti il 24, la finestra temporale entro la quale inviare le richieste era dal 4 al 24 gennaio.

Io quando l’ho presentata?

Certo.

Il 4. Mattina.

Adesso voglio la mia risposta, voglio sapere in quale delle due scuole indicate è stata presa.

Il punto, in questa vicenda e in tutte le altre che mi attraversano le pallide giornate come vene troppo in evidenza, è che il condominio che mi abita la testa partecipa rumorosamente. Amminchiata con la storia del Liceo e della mail ci sono io e tutte le altre me e siamo tutte d’accordo sul nome che vorremmo leggere come mittente della mail, che no, non è arrivata nemmeno ora.

È la pubblicità dell’abbonamento musei. Che però sono chiusi.

Poi, in preda alla stizza le cancello queste comunicazioni che mi fanno perdere tempo, nemmeno le apro, via, direttamente nel cestino.

Perché lo vuoi sapere con tutta questa premura, mi chiede la me appena arrivata. Capirai. Cosa ne capisce questa, è qui da poco, non conosce come funziona, vive rilassata e cerca di avere buoni rapporti con tutte, impossibile. Non è premura. I termini sono chiusi adesso devono dirmelo. Perché devo organizzarmi mentalmente: la ragazza vuole prendere i mezzi.

I mezzi?

Tutte in coro, le impiccione.

Si. I mezzi. E statevi zitte tutte. I mezzi. I mezzi.

È giusto, dice quella dell’ultimo piano, l’attico. Ma mica mansardato, mica quelle stronzate di sottotetti riqualificati, l’attico, l’attico vero. Eh, ma quelli dell’attico sono aperti di vedute, spaziano con lo sguardo, non hanno limiti se non l’orizzonte. Stanno in alto e non vedono e non sentono cosa succede giù. È giusto, dice. Io alla sua età li prendevo. E mi toglievo la tazza della colazione. Questo non c’entra, intervengo. Si fa per dire, risponde.

Giusto un cazzo, dice quella del primo piano. La ragazza non distingue la destra e la sinistra, finisce dalla parte opposta di Torino. Uh, Gesù- quella dell’attico- pure mio fratello non distingue la destra e la sinistra e gira il mondo, ha imparato anche a guidare dal lato sbagliato.

E chi te l’ha detto che è sbagliato? Sempre questa piccineria che se una cosa non è come la fai tu è sbagliata.

La me del primo piano e quella dell’attico si odiano. Vecchi rancori, la prima non gliene fa passare una, l’altra si comporta come se questa nemmeno esistesse.

Non è facile stare al primo piano, passano tutti. Se apri le finestre senti tutti i rumori, paghi per la pulizia delle scale che non usi. Se si guasta l’ascensore paghi e non lo usi. Quando montano il ponteggio sei il primo a cui rompono le palle e l’ultimo a esserne liberato.

Sotto l’attico c’è la salutista. Sale e scende rigorosamente a piedi, non fuma perché ha il terrore del cancro  e poi perché tutte le persone che le piacciono non fumano mentre tutte quelle che non le piacciono fumano e non vuole essere una persona che non le piace, non mangia carne perché ha sperimentato sul suo corpo che si sente meglio senza, si allena con un istruttore con regolarità da Paesi del Nord, infatti le altre la prendono per il culo ma lei non se ne cura proprio, scherzate scherzate, dice, voglio sentire il rumore delle vostre ginocchia o delle spalle, sembrate fatte in tempura. La ragazza è sportiva, intelligente, prenda i mezzi e si dia una svegliata che il mondo è fuori dall’abitacolo della macchina fucsia di sua madre, sentenzia.

La signora dei cani sta al secondo piano e a lei non fotte moltissimo della questione perché gli esseri umani, anche se partoriti da lei, non le interessano poi così tanto. Il regolamento prevede massimo due cani, lei cerca il modo di derogare. Non si può. E che vada con i mezzi la ragazza, se proprio devo dire la mia.

Accanto a lei, stesso pianerottolo, c’è l’impiegata, quella che con la scusa della mascherina trucca solo gli occhi e certi giorni nemmeno quelli perché le lacrimano davanti al computer e si sfrega dimentica del mascara e alla fine ha tutto il nero sotto e non si copre con la mascherina quel pezzo di viso. Lei valuta, fa il controllo di gestione, struttura i processi. Se la prendono nel primo Liceo (ti prego ti prego ti prego ti prego) può prendere i mezzi all’uscita. All’andata la lascio all’incrocio, deve attraversare la piazza, nessuno dei compagni la vedrebbe con la madre. Poi proseguo fino alle medie della piccola. Viaggio ottimizzato.

La piazza non è semaforizzata. Ha una rotatoria e quattro strisce pedonali fetenti. I binari del tram. Il tram. Il tram. Te lo ricordi cosa è successo a una ragazzina una volta lì? Proprio lì, non in un’altra piazza in un’altra città in un’altra nazione? Zac. Sotto il tram. Niente più gambe.

Minchia quella del primo.

Infatti non ci si può parlare, dice quella dell’attico. Una disgrazia dietro l’altra e se non accadono le immagina. Non succederà niente alla ragazza. Si può fare così, la lasciamo all’angolo, attraversa, entra, la sua vita di relazione e la reputazione sono salve e siamo tutte tranquille. Al ritorno prenderà i mezzi fino all’ufficio, da lì andremo a casa.

Può anche farsela a piedi fino all’ufficio, interviene la salutista. Possiamo andarle incontro, quella con i cani.

E se la prendono nel secondo Liceo?

Zitta tu, che sei appena arrivata e non hai ancora capito qui come funziona.

Comunque siamo tutte d’accordo con la ragazza che se dovesse arrivare la mail mentre lei è a scuola non la leggiamo. Aspettiamo.

Io e Cri ci siamo immaginate la scena di me che lancio sassi contro la finestra della sua aula in preda alla necessità di aprire la mail e la sua amica le dice qualcosa tipo Cri, c’è tua madre che sta compiendo atti vandalici ai danni della scuola e Cri che le risponde no, no, tranquilla, è solo arrivata la mail del Liceo.

Resistiamo, tutte. Ciascuna di noi ha il suo discreto bagaglio di esperienza in materia.

Vorrà dire che prenderà il controllo della situazione quella del terzo piano, la ragazza della musica che non capisce la musica ma ascolta solo le parole. Accanto a lei c’è la creativa. La peggiore. Quella non è mai da sola, soprattutto di notte. Tira fuori tutti i personaggi- escono dice lei, quelli escono da soli, figuriamoci se li tiro fuori- e partono grandi discussioni, a volte i toni si alzano.  Lei scrive e scrive e scrive. Cosa scriva non si sa. Perché scriva non si sa. Quando finisce non si sa. Non si sa niente, solo che sta lì e scrive e scrive e scrive, anche se non la si vede con la penna in mano si può stare certi che sta scrivendo e da qui le discussioni. Siete solo personaggi, non esistete, urla. Siamo qui quindi esistiamo, io questa cosa non la dico, tu la dici, no, guardami bene, io ho un tono diverso, queste parole in bocca mia non funzionano, non è il mio registro, rileggi e vedi.  Allora lo sguardo le si fa vitreo. Abbassa il mento, ritira le spalle, le clavicole spuntano che ti viene da impugnarle come manubri.

Mai, mai dirle di rileggere. Non lo fa. Perché? Non si sa. La ragazza deve andare con i mezzi perché solo così può osservare le storie che vivono accanto alla sua.

Intensa e sofferta, le dice la psicoterapeuta che ha affittato il piano rialzato. Gli psicologi stanno sempre al piano rialzato, così gli altri condomini non vedono i pazienti e la privacy è tutelata e poi non c’è un continuo su e giù per le scale, che fa incazzare quella delle pulizie che tutti chiamano la stronza che tanto poi pulisce, perché lei il suo nome non l’ha mai detto a nessuno ma se qualcuno le chiede qualsiasi cosa lei così risponde, si, si, tanto c’è la stronza che poi pulisce. Non sei passata bene lì, nell’angolo, le dice quella del primo piano. La guarda con benevolenza quella dell’attico perché la stronza che poi pulisce fa cose strane, recupera, ricicla, improvvisa, evita gli sprechi. La crema solare ricomprata a quattro giorni dalla fine delle vacanze lei mica la butta, no, la usa come crema idratante d’inverno, tanto l’anno dopo non sarebbe più utilizzabile. Con il pane raffermo prepara delle zuppe di verdure, con i biscotti avanzati cucina la base per le torte, le bucce di mandarini le brucia nel camino e con l’acqua dell’asciugatrice lava i pavimenti. La stronza che poi pulisce è una di altri tempi, è contenta della psicoterapeuta perché prima di lei al piano rialzato c’era una ragazza sola e un po’ promiscua e non sono cose che vanno più bene. Comunque si, la ragazza può andare con i mezzi, basta che stia attenta.

A cosa, le chiede la terapeuta. A tutto. Perché c’è qualcosa a cui non dobbiamo stare attenti nella vita?

Ogni sera tutte quante prepariamo la lettera di disdetta. La scriviamo, siamo sicure poi la rileggiamo (non tutte) e la strappiamo e ricominciamo il giorno dopo, chi guarda oltre, chi si barrica dentro per non sentire il rumore, chi ha bisogno dei cani perché deve sentirsi in branco per non far impazzire il lupo che la subaffitta, chi si dedica al corpo perché è la sola casa nella quale stare sempre, chi tanto poi pulisce perché alla fine stronze lo siamo tutte care mie, anche tu che incroci numeri e controlli il recupero crediti e ti defili sempre un po’, ti sentiamo quando pensi: avrei preferenza di no.

È arrivata una mail.

È il parrucchiere che conferma l’appuntamento di domani, per il colore.

Quella dell’attico dice che andare di sabato è da pazze. L’impiegata le risponde che sai com’è in settimana è impossibile stare seduta lì due ore, la salutista dice che stare seduta due ore è impensabile, facciamo il giro del salone con la tinta in testa. La creativa si immagina grigia e basta senza alcuna schiavitù, tra i libri da leggere e quelli da scrivere. La stronza che poi pulisce ricorda di mettere una maglia di cui importa poco perché è un attimo che la rovinano con il colore, la signora dei cani pensa che non può portarlo il piccolino perché litiga con tutti gli altri cani, quella del primo vorrebbe scurirli, staresti male le dice la ragazza della musica, no non è vero, risponde l’ultima arrivata, bisogna sperimentare,  dire che non è vero equivale a dire che sta mentendo, bisognerebbe trovare un altro modo, interviene la psicoterapeuta del piano rialzato.

La ragazza prenderà i mezzi, i capelli non li modifichiamo, nessuna dà alcuna disdetta.

E comunque, vivo in una casa indipendente.  

Confesso

Non sopporti più le canzoni dei Pinguini Tattici Nucleari, basta, era partita come una cosa leggera, una ogni tanto, li ha scoperti la grande, ci ha tappezzato i muri della sua stanza con le facce stampate in bianco e nero e con le frasi ricopiate di fretta e strappate senza cura. E poi ha convinto anche la piccola, anche lei li ascolta, una canzone a testa e ormai solo loro, a te non tocca mai, tu aspetti che loro scendano dall’auto e poi dici a Spotify fai un po’ cosa vuoi, lo dici a tutti ormai, fai cosa vuoi. E non è mica per arrendevolezza, o forse un po’, è per libertà. Questo hai capito un giorno che non sai, che la libertà è la risposta più difficile da dare, che le persone non sanno gestirla, ne hanno paura, le persone preferiscono sentirsi dire cosa fare, entro quanto, come fare, per poterti dare la responsabilità delle loro azioni. E tu invece te ne arrivi con il tuo “fai cosa vuoi”.

Spotify sa cose di te che non ti capaciti.

Per lui dovresti essere una ragazzina. Secondo il suo algoritmo hai meno di sedici anni.

Invece appena restate soli e gli dici fai cosa vuoi lui mette canzoni vecchie, vecchie come te, come è possibile? L’altra sera mentre andavi a prendere la grande ti ha proposto Toto Cutugno, come ti permetti, gli hai detto ma lui si è permesso e tu la conoscevi quella canzone, eri sul bordo del letto dei nonni, l’anta dell’armadio da parte di nonna era aperta, lo specchio ti mostrava a te stessa, tua cugina voleva giocare con i biberon dei bambolotti, quelli con il latte dentro che quando li giravi il latte non si vedeva più. Via di qui, via di qui, andate a giocare di là.

Spotify lo sa.

Hai comprato dei mocassini in stampa cocco, li indossi senza calze, hai deciso che basta calze, anche se è inverno, sotto i pantaloni non le porti più. Non è igienico, ti hanno detto. Si, se con i piedi ti abbraccio o ti imbocco, ma siccome con i piedi ci cammino i miei passi e basta è igienico hai detto, li lavi, sono i tuoi piedi e non vogliono più le calze. Sia la grande che la piccola ti hanno detto che sono scarpe da vecchia. Allora va bene, allora stiamo andando bene, ti sei detta soddisfatta allo specchio in bagno mentre ti lavavi i denti con lo spazzolino elettrico in equilibrio su una gamba per l’arcata superiore e sull’altra per quella inferiore. Allena l’equilibrio e tiene sveglio il metabolismo.

La distanza generazionale è segnata, è importante, ti dici, che non si crei confusione. Tu mamma loro figlie. Tuo ruolo, loro ruolo. Loro canzoni tuo scassamento di coglioni.

Hai comprato i ricambi a righe e quadretti per i quadernoni delle tue figlie e hai fatto il giro più lungo a piedi. Cammini per tenere sveglio il metabolismo, questa è la tua missione, non lo sa nessuno non perché tu non lo dica chiaramente ma perché nessuno te lo chiede. E poi i passi, tutti quei passi ti servono per far scendere i pensieri, se scatta il rosso cambi strada per non fermarti e anche se allunghi non ti importa perché tenere il ritmo è più importante, per te, in questo momento. Più importante del tornare prima in ufficio, del freddo, più importante di tutto quello che è importante.

Lo incontri, capita, avete lo studio a pochi isolati di distanza, prima che mettessero la sosta a pagamento vi incrociavate in auto, sperduti nelle vie a cercare un posto, lui ha la macchina più grande della tua ma tu sei uno schifo a parcheggiare e alla fine il posto che serve a lui è simile a quello di cui hai bisogno tu. Vi vedete e non riesci a dirgli che ti dispiace per sua moglie. Anzi, che ti dispiace per lui e per le bambine. Anzi, che ti dispiace per te, perché pensi che possa capitarti e mentre lo pensi fai le corna nelle tasche del giaccone, come quando la nonna di quel compagno della grande ti chiedeva come stavano le tue figlie, se avevano preso l’influenza o quel virus intestinale che girava nei corridoi dell’asilo e tu dicevi no, no, tutto bene e giù di corna nelle tasche e lo stesso quando quella lontana parente, corvo maledetto, ti diceva che eri fortunata perché le tue avevano una salute forte mentre le sue nipoti erano delicate. Ti dispiace per te, cammini e guardi altrove sperando di non incontrarlo. Lo incontri. E non riesci. La prossima volta, sussurri, ma sai già che no.

Nei piani alti dei palazzi le finestre non hanno quasi mai le tende, c’è meno la possibilità che qualcuno guardi dentro. A te non piacciono le tende, a tuo marito sì. Arredano dice, è vero hai ammesso. È che vuoi vedere fuori e vivi in una situazione per cui non possono vederti dentro. Solo chi è dentro può vederti dentro. Acceleri il passo. C’è ancora un tuo vecchio cliente a quell’angolo, due vetrine fronte strada, annunci immobiliari di zona. Li chiamavi bovini, seguivi tutto il gruppo, decine di affiliati a Torino e provincia, tutti che ti chiedevano cosa dovevano fare con quelle informative che avevi dato. Nessuno che capiva subito. Molti erano tuoi coetanei, si sentivano imprenditori per qualche provvigione incassata in nero, soldi, soldi veri visti subito, con un po’ di parlantina veloce, forti dei loro diplomi di geometra senza la calce sulle mani come i loro padri. Di quella generazione, la tua, i più bravi hanno preso anche la laurea, i primi in famiglia, garantendosi l’adorazione perpetua dei nonni e l’invidia perenne dei cugini scemi. C’è sempre un cugino scemo, ti dici.

Tua madre ti ha sempre detto che non c’erano alternative alla laurea. Tuo padre è laureato, sei mica più scema di tuo padre tu.

Alle tue figlie lo hai sempre detto, dovranno frequentare l’Università, con assoluta libertà di scelta della Facoltà. Così dici, che tu hai la laurea, come una cosa che hai e non una cosa che sei. Sono mica più sceme di te, loro. Senza adorazioni, che non siete gente che adora.

Le targhe di ottone sono aumentate, non te ne ricordi così tante, lo studio legale davanti al tuo ufficio si, è lì da sempre. E anche quello della via dietro la tua, al piano rialzato, certe sere vedi i praticanti seduti vicini, ancora non hanno finito. C’è il nome di una tua compagna di corso, avete dato Procedura Penale insieme e anche Diritto del Lavoro, ha il cognome prima del tuo, veniva interrogata un attimo prima di te e ascoltavi, a volte se quello prima viene promosso pensi che sarai bocciato, come se non ci fosse posto per tutti. E se invece va male pensi che hai una possibilità. Non ti ricordi se è stata bocciata o promossa, ti ricordi di lei, paffuta. Tua nonna avrebbe detto accippata. Non grassa e non magra. Non bella e non brutta, le belle son fatte diversamente, avrebbe detto. Ogni anno dopo la sessione di esami di stato controlli la targa, non è mai cambiata, sempre Dott. prima del suo cognome, mai Avv., ti verrebbe da chiederle perché, perché questa ostinazione, dopo quindici anni. Magari lei ti chiederebbe perché, perché questa non ostinazione?

Perché non ti interessa, le diresti. Perché ci avevi provato solo per tenere attivo il metabolismo, per sentire i pensieri nella testa, prima di imparare a sentirli altrove. Perché vendevano la libreria del corso, quella in legno, con il retro in boiserie e avresti voluto ma non l’hai fatto, perché avevi i tuoi bovini che comunque ti hanno fatta ridere moltissimo con le loro approssimazioni e le scarpe di cuoio con la fibbia dorata. Quel gruppo non esiste più, qualcuno ha chiuso la propria attività fronte strada con due vetrine, altri continuano perché sanno fare solo quello, mica per ostinazione e hanno nomi tremendi in cui mettono sempre la parola casa, tanto per non sbagliare.

Ti ha telefonato l’agente immobiliare da cui hai comprato tu, hai subito pensato a un problema, in meno di un secondo ti sei annotata mentalmente di chiamare il notaio per risolvere.

Voleva proporti una casa. Nella via dove è casa tua.

Incredula le hai detto che avevi comprato.

A lei sei sembrata acida e non incredula.

Ti ha detto, calma, la tolgo dalle nostre ricerche allora.

Ma ho comprato con voi, le hai detto cercando di sembrare ancora più incredula ma si sentiva che eri delusa. Ma come, cretina, perché sei cretina. Sei la cugina scema di qualcuno, vero? Ecco, questo è quello che è risuonato e non hai fatto nulla per mascherarlo. Dall’altra parte hanno chiuso.

L’hai raccontato alla grande e anche alla piccola, ma chi, quella che quando ci ha fatto vedere la casa ci diceva questa cucina è la cucina, questa camera è una camera, questa sala è una sala, questa rampa è una rampa? E giù a ridere, si, lei.

Uno dei bovini aveva una moglie, l’avevi soprannominata Moira. Aveva i capelli e il trucco come la Orfei. Anche le unghie. Lui era uno di quelli con i pantaloni appesi sotto la pancia che spunta, quegli uomini che non riescono a indossare alcun tipo di pantaloni senza sembrare Poldo di Braccio di Ferro. Ma lo chiamavi l’Onanista, comunque con la O maiuscola, come un nome proprio.  Una volta ti aveva detto che lei, la moglie, a un cliente che aveva ritirato la proposta di acquisto aveva detto “ti strappo il cuore e me lo mangio”. Da quel giorno la chiamavi Signora e le davi del lei volutamente, in un mondo dove passano al tu prima che tu scenda dall’auto. E cercavi di farla sentire intelligente. Era tanto che non pensavi a Moira e all’Onanista, chissà che fine hanno fatto, se hanno ancora quel bugigattolo in quel quartiere dove il più bravo ha la rogna. Chissà la madre di lui, speravi fosse morta prima di vedere la nuora.

Tua madre te lo diceva sempre, l’uomo ideale è orfano e figlio unico. Almeno una volta a settimana, per tenerti sveglio il metabolismo. Tu non lo dici alle tue figlie, non ha senso. Dirlo, la frase ne ha, è forse la cosa più sensata che lei ti abbia mai detto, superata solo dal “sarai un’ottima madre”, pronunciato quando la grande aveva dodici giorni, prima di partire per il mare lasciandoti sola con la neonata e il padre della neonata. Non ha senso dirlo, ciascuno ha i suoi ideali, la distanza generazionale è segnata, non ti ascolterebbero, tu hai i mocassini in stampa cocco, cammini veloce per stare dietro ai pensieri, hai fatto l’amore in una 127 tanto tempo fa, lui aveva gli occhi azzurri e una laurea, tu i compiti delle vacanze da finire e l’Università da progettare o sei vecchia o hai iniziato a far l’amore troppo giovane, no, ti dici, nessuna delle due, non te n’è mai fregato niente delle auto, ridi, una ragazza ti guarda, guarda i mocassini, non hai le calze.

Faccio come voglio, le dici. È la libertà.

Dentro o fuori

Sono stanca.

Non so se stanca da venerdì sera o più stanca da ultimi quarant’anni. Però sicuramente sono stanca da venerdì sera.  Sono stanca di sveglie programmate e tacche di serbatoio che scemano, spie che si accendono luminose, sensori che suonano a sfioro. No, non mi riferisco all’auto, non in senso stretto e nemmeno in senso lato.

Vedo quel che vedo da qui, questo è il lato dove mi colloco anche se provo a spostarmi, ogni tanto, ma il risultato è che mi vedo da fuori e non mi piace mai quando sto così, quando sono così, così stanca o così altrove che mi vedo da fuori. Poi, si sa, io sono campionessa del mondo del guardarmi dentro. Non è facile, eh. Ci vogliono anni e anni di prove, allenamento, tecnica, è metodo, è disciplina quella. Ci vuole carattere, insomma. Anche brutto, mica è detto. Quel che si ha. Io ce l’ho e questo è già di per sé disturbante. Bello no, ecco, no, non riuscirei a dire bello nemmeno visto da dentro. Ho il carattere come mio nonno aveva il naso: importante. Non puoi guardarlo di profilo perché può sembrarti orrendo ma se lo prendi frontalmente è meno fastidioso di quel che sembra. Dritto in faccia.

Grazie a questo carattere ho lottato contro il sonno, tra martedì e mercoledì notte, e a me non piace lottare contro il sonno o contro la fame o contro il prurito e resistere a tutti i costi, preferisco cedere. Ma non potevo addormentarmi, dovevo aspettare sveglia che Lui tornasse. Ho finito di leggere un libro, ho mandato Cri a letto quasi di forza, voleva aspettare con me, papà, papà mi chiedeva. Eh. Papà, papà adesso torna. Ho iniziato un altro libro, ho chiuso gli occhi per un secondo, li ho riaperti, controllato il telefono, aspettato, piegato le coperte, sistemato i cuscini, letto ancora, chiuso gli occhi un altro po’. Ho aspettato e alla fine ho vinto io, caro sonno, che se voglio so ancora farmi valere e poco conta se per due giorni mi sono trascinata come una larva, Lui è arrivato e io ho ceduto. Il piumone scricchiolava, la sveglia suonava tre ore dopo.

Sono stanca.

Ho un rimescolamento di parole in testa, come numeri nel sacchetto della tombola, pescatene una e vi dico come la vedo, se da dentro o da fuori, da quale lato.

Lunedi ho fatto una di quelle riunioni che si fanno adesso, dal pc, con Google meet, per parlare di un’idea, per darle forma e struttura e ne è uscita una seduta di analisi o forse una confessione aconfessionale o quasi delle dichiarazioni spontanee rese dall’indagato- io- in assenza del difensore- sempre io.

-Lo rifaresti?       

-No, forse no, ma per come sono io, eh. Per il mio istinto o il mio non istinto. Per tutto questo mio ragionare sempre tutto e poi niente. Succede il cortocircuito.

-Dov’è il cortocircuito?

-No, non dove ma quando.

-Quando?

-Quando ti accorgi che non c’è nessuna gara, non stai partecipando a nessuna gara e tu invece stai gareggiando. Da sola. Come un coglione, ma un coglione solo. Il mio cane, il piccolo, sai? Lui ha un testicolo solo.

-Come?

-Così. Ha un testicolo solo. Ho vietato battute a riguardo, sai. Lui aveva iniziato a chiamarlo monopalla, guai gli ho detto, non ti permettere. Ogni volta che ci penso io mi sento, così, come il coglione solo ma non quello sceso, no, io mi sento come quello ritenuto nell’inguine.

Sono stanca. A Torino ieri faceva caldo, c’era il vento, quello caldo. Oggi è freddo. Pizzica come aria di neve mi ha detto un papà fuori da scuola. Si, pare, gli ho risposto, perché io la certezza non te la do mai, mi dispiace. I papà fuori da scuola fano tenerezza. Sembrano spaesati, messi lì per caso, come se passassero accidentalmente. A volte pensi che possano prenderne uno a caso, anche un figlio non loro. Una volta è successo, al laboratorio di creatività, il papà di Greta prima si è perso nei corridoi poi grazie a una bidella ha trovato l’aula e ha aspettato il suo turno dietro di me e dietro la nonna di Margherita detta Marghe. Tutti hanno aspettato il loro turno dietro la nonna di Margherita detta Marghe almeno una volta nel corso degli anni delle elementari e quando finalmente toccava a lui ha guardato tutti i bambini presenti nell’aula, come se li scegliesse, e poi ha chiesto di Alessia. E lo abbiamo guardato tutti perché lui è il papà di Greta e Greta è figlia unica. Allora Greta gli ha detto io papà, devi prendere me.

Si è scusato. Era confuso, non so con chi si scusasse ma lo faceva, tre, quattro forse cinque volte, scusate, scusate.

-Perché hai fatto frequentare il laboratorio di creatività?

-Perché a fine giornata è un’attività distensiva. Perché io con le mani so fare niente. Me le guardo, sai, le mani. Nelle mani c’è tutto, c’è chi sei, cosa fai e cosa sai fare e io so farci niente. Volevo che loro sapessero vederci qualcosa, nelle loro mani. E poi recuperavo un’ora di lavoro. Si, anche questo, loro stavano lì al laboratorio e io avevo un’ora in più senza chiedere alla tata o ai nonni, ai cristi, ai santi tutti. Volevo smettere di chiedere.

Allora, quest’aria che pizzica, in montagna con quest’aria qui sicuramente nevica.

Eh, si, forse, non lo so.

Tanto non si può andare, hai sentito che forse fino al 15 febbraio tengono chiusi gli impianti?

No, non ho sentito.

Al telegiornale.

Eh, non ho sentito.

Si, pizzica proprio.

È gennaio.

Già.

Già.

E siamo di nuovo a venerdì, veloce eh?

Veloce, si.

Escono tardi oggi, come mai?

Mancano un paio di minuti.

Allora il mio orologio va avanti. Poi escono tutti insieme e con le mascherine è un casino, sembrano tutti uguali vero?

(no, il tuo trascina i piedi, come te, verso l’interno, è colpa delle ginocchia, dovreste farlo vedere, prende le schifezze di nascosto alle macchinette, barrette o patatine, magari portalo da un endocrinologo. Lo riconosci il tuo, esce sempre con l’altro, quello detto il Pirla, cioè io lo chiamo così, perché è davvero un pirla, era pirla già all’asilo. E con loro c’è anche l’Odioso, quello che è una perfetta crasi tra sua madre e suo padre, impiccione come lei e saccente come lui, sono sempre in tre, ma il tuo è buono, come sei buono tu, che ti imbarazzi a parlarmi e non sai perché. Le mie invece le riconosco anche se chiudo gli occhi da come spostano l’aria quando camminano. Dal balsamo per capelli. Dalla risata con la quale salutano l’amica che cammina accanto, le riconosco dal primo pianto al nido del Sant’Anna, avevano poche ore e sapevo che erano loro, dallo spessore della pelle sotto i piedi, sul calcagno, Pepe ha una cicatrice in testa sotto tutti i capelli che sono tanti e non puoi contarli a meno che tu non abbia a disposizione l’eternità e io e lei ce l’abbiamo, Cri ha un neo sul seno e si sveglia nella stessa posizione da quando è nata).

Più o meno. Eccoli, prendo le mie, come al ritiro bagagli in aeroporto.

Ride.

(che ti ridi)

Ciao.

Ciao, buona domenica.

Mamma che ti dicevi con il papà di Matteo?

Niente, che forse nevica.

E’ gennaio, capirai.

Si, infatti.

Sei stanca?

Si, un po’.

Da venerdì?

Da venerdì.

Ultime cose

Ho urtato qualcosa, forse il muro, entrando in garage. Sbam. No, niente botta, mi sono solo appoggiata, è come se avessi strisciato un po’. C’è stato un momento di silenzio, le ragazze, loro sono state zitte all’improvviso, si sono guardate e hanno aspettato la mia reazione. Anch’io avrei aspettato in silenzio la mia reazione. Mi sono stupita, ho spento la musica, rimesso la macchina dritta e sono entrata correttamente, ho detto solo due volte porcaputtana e poi ho chiesto a Cri di scendere e vedere il danno.

Quasi niente, mamma.

Insomma.

La striscia si vede. Non ho la più pallida idea di cosa ho toccato, compio quella manovra almeno due volte al giorno, entro in retromarcia non sempre senza imprecazioni però insomma mi stavo difendendo bene da quando ci siamo trasferiti. Fino a ieri, ieri ho urtato qualcosa che non so e potevo reagire molto peggio invece no, ho mandato un messaggio a Lui e gli ho scritto cosa avevo fatto.

Vabbuò. Mi ha risposto così.

A me delle auto importa poco, marca o modello, non ne ho cura, non la lavo mai. Ogni tanto prendo un sacchetto e butto tutto quel che trovo ma devo essere al culmine dello schifo di me stessa, altrimenti no. Però ho la copertina per il cane, così lui sta al caldo e non lascia peli sul sedile, dovesse mai salire qualcuno davanti. Se capita tolgo la copertina agitandola nell’abitacolo e tutti i peli volano ovunque. In genere ricascano sul mio cappotto. O sulla sciarpa se ne indosso una.

Però danneggiarla mi dispiace e infatti ero molto dispiaciuta, le ragazze hanno capito e mi hanno lasciato un po’ tranquilla e quando ho portato Cri a Karate ho controllato di nuovo se il danno fosse ancora lì, non so perché ma ho immaginato che potesse guarire da sola, un’ora in garage e della strisciata nemmeno più il segno.

Andando ad allenamento io e Cristina abbiamo chiacchierato del Liceo. Si, l’ho iscritta al Liceo. Cioè, ho mandato la richiesta tramite il sito del Ministero, ho compilato la domanda e indicato la composizione del nucleo famigliare specificando i gradi di parentela con suo padre- genitore- e con Benedetta- sorella- e ho indicato un istituto primario e uno secondario e se non dovesse venir accettata la domanda nel primo il secondario potrebbe metterla in coda, mi sono immaginata la seconda scuola un po’ stizzita che dice questa la mettiamo in fondo a tutti, se proprio avanza un posto glielo diamo, tanto siamo la seconda scelta. Io farei così.

“Gentile Utente la domanda di iscrizione al primo anno della Scuola secondaria di II grado è stata inoltrata”. Sbam. Si, è stata una botta. Da qualche parte nei cassetti c’è un certificato non ancora ingiallito che recita più o meno così: in data 14/07/2007 alle ore 16.12 la Signora Sonia Maria Laezza di anni 28 ha dato alla luce un neonato di sesso femminile…

Sbam.

Mentre tornavo dopo averla lasciata in palestra mi sono spostata nella corsia centrale, in tangenziale, per togliermi i camion. La corsia del sorpasso non la uso, mi va benissimo quella centrale. Ho preso la patente subito, ho compiuto 18 anni a settembre e a gennaio guidavo. La sera dell’esame di pratica con la mia patente cartacea appena rilasciata mi sono fatta prestare la macchina dai miei genitori e sono andata a prendere Sara, nella via dietro casa mia di allora. Io e lei siamo cresciute insieme, abbiamo un anno di differenza ovviamente a mio discapito, le nostre madri erano amiche prima di noi, i suoi genitori sono i miei zii preferiti. Solo anni dopo quella sera nella quale volevo portarla a fare un giro ho saputo che suo padre ci spiava dalla finestra del salotto con la tenda appena scostata e diceva alla moglie “tutto bene, non sono ancora partite” e così per dieci minuti almeno dopo averci salutato sulla porta, felici e sorridenti. Hanno riso di ogni mio tentativo di mettere in moto ma sono stati bravissimi. Mio padre sarebbe uscito a farla partire al posto mio poi l’avrebbe lasciata in folle dicendomi dai, vediamo un po’.

Guido, sarebbe impensabile non farlo. Ma non mi piace. Non mi rilassa, non mi diverte, non mi interessa. Ero una di quelle ragazze che faceva guidare lui, chiunque fosse, poi è anche capitato di andare a prendere degli uomini, di portarli a cena, una volta anche di pagare. Un’altra volta ho capito che avrei dovuto provarci io alla fine della serata e quello no, non ce l’ho fatta, l’ho riaccompagnato e sono andata via, promettendo che ci saremmo sentiti presto e poi ho salvato il nome come MauroNonRispondereMai.  Ero una di quelle ragazze che però non si faceva venire a prendere a casa, raggiungevo io da qualche parte, poi andava bene che guidasse il lui della situazione.

Non ci trovo niente di strano. Nemmeno nelle donne che fanno il contrario o in quelle che non guidano. Penso che ognuno possa fare anche un po’ come cazzo gli pare. Ecco, a me ormai sfinisce l’accanimento di chi fa come vuole ma vorrebbe che anche tu facessi come vuole. Non sopporto più l’atteggiamento di chi pensa di aver capito il modo migliore di essere o vivere e ne diventa fanatico. E le femministe che tutto è no e tutto è discriminazione e tutto è divario- anzi gap- e le mamme pancine che tutto è sacrificio per il bene più grande la salute dei figli e va bene anche un lavoro di merda tanto la ricompensa più grande sarà poi, nel regno dei cieli della mammitudine beata, e le stronze con il cimurro pronte a portarti via clienti a suon di preventivi al ribasso e le succubi che tanto decide lui.

La prima sera che sono uscita con Lui gli ho chiesto se preferisse andare con la mia auto, una Panda 1000 rosso fuoco con l’autoradio che faceva interferenza con il cellulare. Non mi ha nemmeno risposto, mi ha solo guardata e ha aperto la portiera, la sua. Poi mi ha detto che l’antenna era congelata, non ho mai capito perché la cosa avrebbe dovuto interessarmi.

Ci penso ogni tanto. Ieri sera mentre tornavo a casa ci pensavo. Ero triste per il danno e quando sono triste mi parte così, che la tristezza si allarga a macchia d’olio e allora ricordo episodi che non vorrei e per tirarmene fuori richiamo alla mente ricordi belli. A volte Lui è il protagonista di entrambi. E poi mi concentro sulla respirazione, sento l’aria, la visualizzo nell’addome prima di sentire la pancia che si sgonfia. Anche ieri sera, nonostante la cintura e il giaccone. Bei ricordi e respirazione. Contro la tristezza che mi coglie dopo avermi coltivata, contro quei pensieri che si affacciano come sul cratere di un vulcano per vedere se c’è attività, contro la paura che il camion davanti freni all’improvviso o quello dietro non rispetti la distanza di sicurezza da me, da me devi stare lontano.

Ho visto le auto davanti a me agitarsi. E delle piume, quelle dei cuscini, svolazzare in tangenziale e un attimo dopo qualcosa venirmi contro e infilarsi risucchiato sotto la mia auto, ho sentito il rumore di un corpo colpito, ho guardato nello specchietto retrovisore, le auto dietro di me si agitavano.

Forse era un pollo. O un tacchino. Era bianco e con le piume ma aveva qualcosa di glabro, non so cosa. Mi è arrivato addosso, si è infilato sotto, non ho potuto evitarlo e non ho capito cosa fosse, però c’erano le piume. Sbam. E mi tremavano le gambe, volevo fermarmi ma non potevo e allora ho fatto quello che faccio ogni volta che voglio fermarmi e non posso. Sono andata avanti. Per un attimo ho pensato sicuro hai preso sotto il tuo Angelo custode. Perché sicuro il tuo Angelo custode ha le sembianze di un pollo. Ho riso. Poi ho pianto. Stanchezza e spavento, binomio che mi frega sempre, nonostante l’esperienza. Potevi morire? Non lo so. Forse. Non credo. Che morte stupida per un pollo in tangenziale. Non è detto che fosse un pollo. Sembrava un pollo. Piangevo perché l’ultima cosa che Cri mi ha detto è stato Ciao Mami. Ciao amore mio, divertiti, le ho detto io. E mi sembrava una cosa così poco definitiva da dire come ultima cosa e poi a ripensarci invece no. E a Pepe, a Pepe prima di uscire da casa avevo detto di spegnere le candele e fare attenzione. Ci si può tirare fuori un insegnamento definitivo per la vita da una cosa così? A mio padre ho parlato del muratore e del cartongesso. 42 anni insieme su questo pianeta e l’ultima parola che gli rivolgo è cartongesso. A mia nipote l’ultima cosa che ho detto è che il prosciutto lo fanno con il culo del maiale, da quel giorno ripete in loop questa cosa. Però forse è abbastanza definitiva come rivelazione. A Sara ho chiesto se era stata bene, perché altro non mi interessa in fondo, solo che stia bene. A Mara ho detto che avevo ragione io, lei non ci ha preso e io si questa volta. Alla commercialista che la scheda di un cliente doveva essere portata a zero nel 2020. A mio fratello che stavo guardando Lady Oscar e lui mi ha detto qualcosa sull’orientamento sessuale di Madamigella Oscar. A mio nipote che zia è una parola facile e lui ha detto un’altra cosa in inglese, forse scarpe. A Lui ho detto molte cose ieri, quali, mi sforzavo di ricordare, quali, qual è l’ultima, gli hai detto plusvalenza, si, quella si, ma non può essere l’ultima cosa che ricorderà di averti sentito dire, gli avrai detto anche solo una parolaccia, cosa gli hai detto, sforzati, l’auto, il danno e lui ti ha detto vabbuò. Un bacio, a dopo. Quello sì, lo dici sempre. Il latte, che lo hai comprato anche tu. La capienza, non era sufficiente per la compensazione e che arrivi dopo in ufficio domani, no, non dopo hai detto tardi. Tu non puoi arrivare tardi e nemmeno presto perché quando arrivi arrivi, nessuno ti aspetta. Però dici così, arrivo tardi. L’ultima cosa che gli hai detto prima di morire per colpa di un pollo in tangenziale. Cos’è? È abbastanza definitiva? Cosa gli hai detto? Quello. Che arrivi tardi. Arrivo tardi in ufficio, domani. Che ci fa Lui con questa frase? Non gli serve a niente.

Ho preso la mia uscita, messo la freccia prima della rotatoria, svoltato al semaforo verde, messo la freccia per entrare nel cancello di casa, tirato su con il naso e aperto il basculante del garage, ho fatto manovra in retromarcia, sono scesa e ho controllato se avevo ancora spazio, si, sono risalita e andata ancora un po’ indietro, abbassato il basculante, guardato l’auto, spento la luce e sono salita.

Pepe aveva spento le candele e apparecchiato senza che glielo dicessi.

Lui scaldava la cena.

Forse mi è venuto addosso un pollo. O forse un tacchino. Non ho capito, ma ho sentito sbam.

È la prima cosa che gli ho detto.

Mano, foto, disegno e mamma di Cristina.

Esortazioni

Per me, per le mie figlie, per le mie amiche, per chi vuole, per chi ai buoni non crede, nemmeno se si tratta di propositi.  

Contare fino a 365. Dura pochissimo. Togliere uno, ripetere ogni giorno. Duriamo pochissimo. Ricordarselo almeno una volta al giorno ogni giorno, meglio al mattino a stomaco vuoto.

Imparare una parola nuova o riscoprire una parola messa da parte al giorno, segnarla possibilmente a mano, ripeterla più volte per impadronirsene, simulare contesti nei quali utilizzarla in modo appropriato. Al termine dell’anno verificare che siano 365, contandole, tanto dura pochissimo. Comincio io, la mia parola di oggi è: irridere. Non è nuova ma ammetto che non la indossavo più, mi sembrava scomoda. Oggi invece la mastico volentieri e mi accorgo che mi fa respirare, per pronunciarla occorre inspirare ed espirare, far battere la lingua e accorgersi se il dente duole (no, non duole), arrotolare la erre sul palato come con l’eucaristia, rendere grazie.

Usare un’agenda cartacea giornaliera, dotarsi di penna che scriva, controllare prima di uscire che scriva, alitare in punta se non scrive, scusarsi con chi ci chiede se abbiamo una penna con la frase “mi dispiace, ho cambiato borsa proprio stamattina” anche se abbiamo la penna e non cambiamo borsa dal 2001.

Cambiare borsa almeno tre volte a settimana.

Per chi è capace, perdonare senza sentirsi superiore. Per gli altri, quelli come me, lasciare nel passato. Ripetere fino a quando la tecnica non si perfeziona, allenarsi la sera, a luci spente, con un orecchio sul cuscino e gli occhi chiusi. Sono discipline diverse, non competono.

Preservare i dialoghi, scegliere con cura l’interlocutore, annuire per dire sì, muovere il capo come in un attacco di labirintite per dire no, non depistare, non accondiscendere controvoglia, non negare per principio. Fare attenzione ai princìpi e anche ai principi, nel caso dubitare della loro esistenza.

Discutere solo di ciò di cui si è davvero competenti. Davvero. Non importa, lo so. Mi rendo conto. Anch’io, vale anche per me, ci penso e mi condanno al silenzio. O a parlare di figlie, le mie e basta perché i figli degli altri sono un mistero, o di me e delle donne che mi abitano dentro, tante e diverse eppure nemmeno una che abbia voglia di vestirsi in modo elegante per festeggiare a casa.

Rifiutare le versioni accettate. Se sapete che si scrive soprattutto non fatevi dire che ormai è accettata l’altra versione, non esiste un’altra versione. È come con i tradimenti, si accettano quando non si ha più la forza di discutere, è come uno studente che non impara, lo mandi avanti per togliertelo dalla classe. Scegliere le proprie ortodossie. Praticare l’eresia dopo averne imparato il significato etimologico.

Appena possibile operare un’inversione dell’onere della prova. Smettere di voler dimostrare i propri meriti e il proprio valore, non mercanteggiare i propri talenti che non sono suscettibili di valutazione economica. Non provare di aver subito un danno, lasciare che sia l’altro a mostrarci che non è un danno, che non l’ha recato, che se l’ha fatto non è stato per dolo ma per colpa. Lasciare che ponga rimedio. Accettare il risarcimento. Donarlo a chi ne ha più bisogno senza farlo sapere.

Leggere una poesia ogni giorno e non pensare mai che sia facile da scrivere e non illudersi mai che sia facile da capire. Leggere una poesia e non pensare, meglio a metà giornata, soprattutto se fuori piove e dentro fa solo freddo ma va bene anche nelle giornate afose se il vento tira solo nella testa, è un ottimo ristoro nei pomeriggi invernali quando si aspetta il disgelo, alcuni la consigliano appena sbocciano i fiori, favorisce l’impollinazione. Non dedicare a nessuno alcuna poesia, sarebbe come perderla ma donarla senza un’occasione.

Al termine dell’anno verificare che siano 365, contandole, tanto dura pochissimo.

(S)tiamo così.

Le mani nel letto la sera e la mattina, presto o tardi che sia, ogni sera e ogni mattina io penso che avrebbe potuto essere altrove la tua mano, in un altro letto in cerca di un’altra mano, non la mia, è il pensiero di un momento, un baleno come si dice perché poi, per fortuna, razionalizzo e mi dico no che cazzo, non poteva andare diversamente. La tua mano doveva stare qui, nella mia, la sera e la mattina, presto o tardi che sia, in questo letto, il nostro, tu e io che suona meglio di io e te, come i nostri nomi vicini, prova a dirli, il tuo inizia con la vocale e il mio con una consonante, meglio il mio dopo la “e” congiunzione tra i due nomi quando vengono pronunciati, sai come quando gli amici dicono andiamo a cena da … sta meglio il tuo prima e il mio dopo, suona meglio, ma io non so suonare, lascio suonare te.

Stiamo così, tu accendi le luci, io le spengo. Illumini l’albero e il presepe, il pinguino da giardino che Pepe ha voluto per gareggiare con il vicino, io lascio le spine staccate, ci passo sopra con la scopa, le scaccio con le scarpe se mi danno noia e me ne danno sempre, non mi viene in mente che posso illuminare qualcosa, che ci sia qualcosa da illuminare.

Ci siamo sposati, oggi, che c’era il cielo azzurro e un gran sole, di quelli che non ti aspetti a dicembre ed eri felice, io mi dicevo- che non si sentisse- un giorno ideale per i pesci-banana mentre cercavo di non smagliare le calze e aiutavo le bambine a vestirsi. Oggi, il giorno in cui ci siamo sposati, nevica. Ti sei alzato per primo, hai aperto le finestre e hai detto sorpresa!! Sei felice, per la neve. Stiamo così, tu ami la neve e io decido di lavorare da casa per non dover tirare fuori la macchina, metti che poi scivolo mi dico, slitto anzi, perdo il controllo mentre tu sorridi al cielo, non fa freddo dici, si che fa freddo rispondo, c’è la neve, no, mi ripeti sempre, fa più freddo quando non nevica, quando va sottozero, se nevica non può fare freddo. Fa freddo, mi lamento io. Voi del Sud, mi dici tu, che sei felice con la neve e con il sole.

Ci siamo sposati a dicembre e ci odiavamo un po’ma non avevamo il coraggio di dircelo, lo sai anche tu quanto ce ne vuole per ammetterlo e noi eravamo pavidi e ho pensato di lasciarti ogni giorno, subito prima e subito dopo. Invece sono rimasta e stiamo così, come il culo e la camicia, dici, posso fare la camicia ogni tanto chiedo, mi sono stufata di fare sempre il culo, si puoi ma è un peccato perché hai un bel culo, rispondi e allora continuiamo così e intanto mi guardo dietro, il culo allo specchio, smettila di guardarti mi dici dall’altra stanza che non so come fai.  

La coperta sul divano, le passeggiate con il cane, le chiacchierate in bagno mentre tu fai la doccia e io sono appoggiata al lavandino perchè dimentichi di prendere l’accappatoio, sempre, e mi chiami e non sento subito perchè l’acqua scorre e io ho già i miei problemi con le orecchie . Le telefonate con le comunicazioni di servizio, il lavoro che è il compromesso più grande che abbiamo dovuto fare, il latte per le ragazze, gli orari che ti ricordo ogni giorno, chi devi prendere dopo che io ho accompagnato, a che ora e dove. I nostri posti a tavola, le tue mensole della libreria, lo spazio assegnato, il tempo assegnato è quello che mi spaventa sempre di più, ma stiamo così, io ho paura e lo dico, tu hai paura e non lo dici.

Stiamo così, come i calzini dopo il lavaggio, uno lo trovi sempre e l’altro lo cerchi e non sai mai come sia possibile. In passato lasciavo il calzino superstite nella bacinella in attesa che il compagno comparisse, prima o poi mi dicevo e avevo la bacinella piena di calzini spaiati che speravano di intravedere l’altro appeso allo stendino. Adesso li ripongo nel cassetto, anche da soli, quello è il loro posto, se proprio devono aspettare che aspettino lì, dove l’altro è sicuro di trovarlo quando tornerà.  

Ci siamo sposati oggi e lo rifarei perché dei venti inviati ne inviterei solo dieci e forse meno e gli altri li spernacchierei, perché le ragazze adesso lo ricorderebbero, perché la sala del municipio non era poi così triste e comunque non me la ricordo, immagino ci fossero le luci accese ma sai che su questo non sono affidabile, tu eri felice per il sole, ci siamo sposati oggi e oggi non ti odio più, nemmeno un pezzetto, nemmeno un’unghia e quando penso di lasciarti penso di lasciarti così come sei e mi dico che forse è il modo migliore di stare insieme, lasciarsi come si è.

È troppo alta la temperatura di quello che scrivo, è sempre alta, non si abbassa mai, mi hanno detto. Non dà tregua a chi legge, non dà tregua a chi scrive.

Hanno ragione, hai commentato. Ma sei proprio tu, hai aggiunto.

Stiamo così, tolgo la tua marmellata dal frigo alle sei, quando mi alzo, così non sarà fredda quando la spalmerai sulle fette biscottate alle sette e metto su il bollitore per il tuo tè giapponese in foglie. Tolgo anche il latte per le ragazze, per lo stesso motivo. A Cri lo intiepidisco un po’, a Pepe no perché non vuole. Io lo yogurt lo mangio dal barattolo, lo prendo dal frigo, lo apro e ne mangio 4 cucchiaini e basta, ogni mattina.

Cucino e lascio il forno acceso regolato sui cento gradi, a pranzo e cena, per poter scaldare appena arrivate dal vostro giro di consegne e ritiri, dal lavoro, dal tennis o da scuola, da quello che c’è fuori, un vostro messaggio e inforno e aspetto. Passo la vita a evitare che vi entri il freddo dentro e quindi io no, non so come abbassarla la temperatura.

Stiamo così.

Con il termostato al massimo e senza tregua.

Scusate se ve lo dico

Quelli che mi dicevano “goditele adesso che poi…” sono spariti. Non si fa così, non si va da uno che si è appena seduto a tavola per dirgli che l’antipasto è una meraviglia e conviene riempirsi di quello che poi… io non lo faccio e se l’ho fatto mi scuso, magari qualcuno che mi conosce personalmente mi dirà guarda che a me l’hai detto e allora ne approfitto e mi scuso se è successo. Se a qualcuno ho detto di godersi il figlio finché è piccolo l’ho fatto perché non sapevo cosa dire, perché non ci ho pensato, perché fanculo ve l’avranno detto altri cento beccatevi anche il mio. Se l’ho detto sappiate che non ci credo nemmeno un po’. Se proprio dovete godervi qualcosa che sia un massaggio total body o un calice di Donna Fugata. I figli si crescono, si accudiscono, si amano sempre di più con il passare del tempo, si capiscono sempre meno con il passare del tempo e allora vuol dire che stanno diventando qualcuno che non sei tu. Ed è cosa buona e giusta.

Non godeteveli che non serve a niente.

Appena dormiranno tutta la notte filata dovrete iniziare a svegliarli per portarli all’asilo. Vi sentirete delle merde, loro avrebbero dormito e non hanno voglia di fare colazione ma l’asilo è bello, l’ingresso è fino alle nove. Se non siete di quelli con il cartellino da timbrare l’asilo è poco snervante. Fino alle 16 stanno lì, con le pantofoline e il riscaldamento al massimo, pranzano e imparano un’infinità di canzoncine. Cristina mi cantava sempre “era la sera battaglia di magenta i cavalieri tornavan dalla guerra, cavalieri!” oppure “le ranocchie son partite con la gioia nel cuor loro avevano dei progetti dei progetti d’amor”, solo che non diceva la erre, la saltava proprio e alcune consonanti le considerava inutili e quindi diventava tutto un “ea a sea battaia di magenta, i cavaiei tonnavan da guea, cavaiei e le anocchie son pattite con la gioia nel cuo looo avevan dei pogetti dei pogetti dammoooo”. Comunque si capiva abbastanza, conosco adulti che si esprimono peggio.

L’asilo ti lascia liberi i fine settimana, non ci sono compiti e nemmeno feste di compagni perché le organizzano in settimana in locali con nomi come Saltimatti dove c’è una ventenne con le calze colorate che trucca le bambine e un bolso studente universitario che gonfia palloncini a forma di cane e seduti sullo sfondo tanti, tanti nonni. Perché l’asilo è una questione di nonni. Alle 16 se siete di quelli con il cartellino da timbrare non riuscite ad arrivare. Dovete trovare un asilo che ve li tenga fino alle 17 o alle 18. Imparate già la frase, è proprio uno slang: “me lo tiene”. Sceglierete sempre in funzione di chi ve lo tiene di più, anche meglio per carità, ma capirete che la quantità conta di più. E allora arrivano loro, i nonni.

Quelli che mi dicevano che fortuna avere i nonni li ho fatti sparire io, uno per uno, a piccoli calci in culo, ritmici e costanti, come le ranocchie che sono partite con progetti d’amor. Io sono dell’avviso che i nonni debbano fare i nonni e che in forza del principio di effettività se vengono incaricati di mansioni diverse ne assumeranno in concreto i diritti e i doveri che ne derivano. In altri termini poi pensano di avere voce in capitolo. E questo ha un prezzo troppo alto. A me viene l’orticaria.

Il mio amico Fabri, al quale voglio un gran bene, mi ha raccontato che, quando è nato, sua madre ha chiesto aiuto alla nonna, la propria madre, perché doveva tornare al lavoro. Ne ha ricevuto un rifiuto netto ma argomentato, no, cara figlia, perché se viene su bene non mi riconoscerete alcun merito ma se viene su male sarà colpa mia. Immensa e geniale.

All’asilo i nonni sono compresi nell’arredamento. Si informano su quanto del pranzo è stato davvero mangiato, si confrontano sulla qualità del cibo, parlano male delle nuore e/o dei generi incuranti del fatto che la creatura ascolta e anche la mamma accanto a loro sente tutto e poi riferisce, si preoccupano del sudore dietro la nuca del nipote ma non tolgono il cappotto per rivestire i bambini quindi sudano copiosamente. La cosa più fastidiosa che i nonni dicono è: “il mio/il nostro“, inanellando una serie di luoghi comuni subito dopo. Il mio mangia poco, il mio dorme con la luce accesa, il nostro è vivace. Rivendicano la proprietà. E questo è male.

Alle elementari l’ingresso è tra le otto e le otto e un quarto, si è tutti un po’ più disgraziati. Se c’è un fratello minore arriverà all’asilo insieme alla bidella e così per il resto della vita scolastica, anche alle medie dove l’ingresso è alle otto. Man mano che si va avanti con gli ordini e i gradi di istruzione i nonni sfoltiscono, alcuni muoiono altri vengono dismessi o comunque si fa più ricorso al doposcuola, alla mamma che ne prende due o tre perché li porta a calcio o a tennis o a danza o a nuoto o a far merenda a casa sua perché, segnatevelo, un bambino da solo è pesante, a volte pesantissimo, in due litigano soprattutto se sono fratelli ma in tre è quasi libertà di lasciarli in una stanza da soli e respirare. In quattro è la situazione ideale ma dovete avere un’indole buona, essere proprio brave persone nel cuore. Quel che capita, però, andando avanti è che alcuni genitori vengano scambiati per nonni, data l’età media sempre più alta nella quale ci si gode la genitorialità, quelli che mi fanno pensare ma porca puttana l’avevi quasi scampata e invece no, ti ci sei voluto infilare in questa roba, ma perché? Perché? Cosa ti hanno detto? Guarda che la gente dice un sacco di cazzate.

L’adolescenza fa schifo.

I nonni diventano abbastanza antipatici, si sentono rifiutati, di fatto lo sono, e allora invece di essere un conforto o un supporto (comunque cari nonni sareste ancora i genitori dei genitori di un adolescente) ti danno addosso. Ti trattano, di nuovo, come se l’adolescente fossi tu. Non fai abbastanza. Sei troppo accomodante. Sei troppo rigido. Sei troppo presente. Troppo assente. Permetti al pargolo baffuto dalla voce inascoltabile e alla fanciulla con reggiseno scoordinato che spunta dalla maglia troppo corta sulla pancia di rispondere male, di stare sempre al telefono, di non aiutare in casa.   

Durante l’adolescenza i nonni vanno evitati, bisogna passargli il minimo delle informazioni, inventare qualche palla credibile. Ci sono anche quelli che non dicono, tacciono e parlano una volta sola, per dirti che ti sta bene, che te lo meriti, perché tu sei stato un adolescente pessimo e adesso è il tuo turno. Quelli sono i sadici. Ci godono, ecco il poi… che ti veniva profetizzato, goditeli finché sono piccolissimi perché poi saranno i tuoi genitori a godere quando arrancherai per scalare le vette del silenzio musone, quando ti schianterai contro la parete liscia di una porta chiusa e busserai chiedendo permesso in casa tua, dove tu paghi le bollette, le utenze, il mutuo, dove ti verrà detto che le tende che hai scelto fanno cagare oppure non ci si accorgerà che hai scelto delle tende, dove ti verrà contestato l’invito a cena dei tuoi amici perché a loro non piacciono. Ai tuoi figli non piacciono i tuoi amici. Ai tuoi genitori non piacevano i tuoi amici. Hai qualche dubbio sulla tua capacità di scelta.

Infine, ci sono i nonni negazionisti. Non è adolescente, l’adolescenza non esiste, è un ingorgo della mente, una convenzione sociale, un inutile rifugio per gli incapaci. Non vedi che è sempre il bambino di sempre? Non vedi che è bravo, giudizioso, diligente? Non vedi che se fa un po’ lo sciocco è perché c’è gente e si mette in mostra? I nonni negazionisti hanno la cataratta e guai a squarciare quel velo.     

L’adolescenza dovrebbe valere come master per un genitore o almeno come corso di Alta Formazione.

Io sono stata una adolescente tremenda, lo so, scusa mamma, scusa papà. È durata poco ma quel poco è stato intenso e violento, odiavo tutto quello che mi circondava, mi sarei tolta la pelle per il dolore che mi provocava quella vita appiccicata addosso, la sveglia alle sei senza sveglie solo gli occhi che automaticamente si aprono, mio fratello che dormiva nel letto accanto al mio, la colazione da sola in cucina con le tapparelle a metà, il freddo sotto la giacca mentre andavo a prendere il pullman, il peso di essere invisibile anche per il controllore che a me l’abbonamento non lo chiedeva, avevo la faccia di una che non sarebbe mai salita senza biglietto, la sensazione che se fossi sparita sarebbero passate ore prima che qualcuno se ne accorgesse, la non voglia di tornare a casa, la non voglia di andare a prendere mia sorella all’asilo, la non voglia di apparecchiare e sparecchiare ogni giorno tutti i giorni perché anche tua madre lo fa, si lo fa, è vero tu la vedi e vi fa sempre trovare il pranzo pronto anche quando è a scuola, si alza prima e prepara cose che potete scaldare e mangiare da soli, tutti fanno qualcosa, tuo padre lavora, tua madre lavora, tutti devono fare qualcosa e tu non hai voglia di stare qui. Il piccolo mondo dei parenti, delle visite obbligate, il broncio esasperante e più mi dici di toglierlo più lo tengo perché voglio darti fastidio, lo stesso fastidio che provo io addosso per il solo fatto di essere al mondo e di essere costretta dalla gravità. E non parlo di fisica.  

Quelli che spariscono dovrebbero prima dirti che puoi fare quel che vuoi, con i figli. Puoi goderteli, puoi viverli con ansia e affanno, puoi organizzarti o improvvisare. Tanto non serve.

Fai quel che vuoi, questo dovrebbero dirci.

Fai quel che sei, perché, i figli ti fregano così. Ti impediscono di dimenticarti chi sei stato. Ti costringono a rivivere tutto come un film nel quale però gli attori sono diversi, un remake di qualche storia della quale conosci la trama però questi ti sembrano più bravi.

Fai quel che vuoi, perché poi finisce.

Lettera di Natale

Io a te non credo, ma non prendertela perché non è che creda ad altri. Io spero, spero sempre. Ho sviluppato una mia forma di politeismo, ho un dio per ogni situazione, perché non riesco a stare così, senza chiedere e senza, comunque, offrire qualcosa in cambio.

Ho il dio del tennis, ogni volta che Pepe ha un torneo.

Il dio del karate, ogni volta che Cri sale sul tatami.

Il dio della matematica, quello ce l’ha anche Pepe, l’altra mattina dopo che la professoressa di spagnolo ha domandato se qualcuno aveva intenzioni particolari per la preghiera del mattino, lei ha aspettato che due sue compagne rivolgessero un pensiero ai nonni defunti e poi ha chiesto per il compito di matematica. Muy bien, le ha detto la Prof.

Il dio della musica, che niente quest’anno Cri ha deciso di non studiare più ma comunque la sufficienza ci serve.

Il dio dei cani, ogni volta che uno dei due mi sembra un po’ giù, abbacchiato e sono tentata di chiamare il veterinario e dirgli che c’è qualcosa che non mi convince e invece piove solo.

Il dio del tempo, sempre.

Quindi, puoi essere il dio del Natale, anche se a me il Natale fa schifo, non prendertela però, forse non è nemmeno vero che mi fa schifo, esagero. Io il Natale non lo vedo proprio. È lui che si ostina a vedere me e a piazzarsi davanti ai miei occhi ogni giorno più vicino finché non sono costretta a salutarlo. Però mi serve un dio del Natale al quale dire che un po’ sono stata brava, quest’anno. Per evidenti limitazioni pandemiche, ho frequentato meno persone e quindi sono stata meno caustica, irritante, provocatoria e dispettosa. Diciamo che mi è andata bene, come quell’anno che Lui mi ha chiesto un budget, anzi mi ha assegnato un budget trimestrale ed era serio, io mi sono guardata alle spalle, se per caso parlava con qualcuno che aveva davvero da dimostrare qualcosa, che insomma un paio lì che gli girano tra le palle ce li avrebbe pure e invece no, parlava con me. Ho superato il budget, anche grazie al fatto che un mio cliente ha fatto un cambio sede e la mia consulenza era indispensabile e urgente. Poi gli ho detto che è troppo facile chiedere a chi sai già che ce la farà.

E comunque indipendentemente dalla pandemia ho contato fino a cento moltissime volte prima di parlare e poi sono stata zitta, ho fatto quello che mio padre chiamerebbe togliere l’occasione e io chiamo selezionare le mie battaglie. Mi sono spesa molto poco, ho messo via le energie e comunque sono poche, figuriamoci se le avessi scialacquate senza pensarci.

Mi sono allenata sempre, la diastasi è sempre meno evidente mentre i muscoli della schiena sono più definiti, così porto meglio i miei pesi, Stefano è molto soddisfatto e anch’io, ho lavorato in modo costante e si vede, non ho tentato scorciatoie ma questo io non lo faccio mai.

Ho inscatolato da sola una casa intera e l’ho tirata fuori dagli scatoloni in tre giorni che anche se non è proprio come risorgere un po’ ti sembra di morire e rinascere.

Ho scritto in modo abbastanza puntuale e senza forzature, quando c’era qualcosa da dire ma anche in questo caso ho tolto le occasioni. Ho pianto e riso quasi in ugual misura, forse ho pianto un po’ di più ma era ora, ne avevo bisogno. Niente singhiozzi infantili, no, belle lacrime adulte, consistenti e quasi raffinate nella forma, perfezionate dagli anni, lacrime di accettazione, di comprensione. 

Però, forse, nemmeno tu mi credi. In fondo non sei tenuto a farlo dal momento che io a te non credo.  Quello che ti ho detto di quest’anno, comunque, è tutto verificabile e alla fine se non vuoi credermi almeno spera, anche tu, perché io spero che tu ci sia, altrimenti non saprei a chi dire quello che sto dicendo e chiedere quello che sto chiedendo.

Vorrei il mantello dell’invisibilità per un’ora al giorno tutti i giorni, non lo userei per andare in giro a farmi i cazzi altrui ma per potermi fare i cazzi miei in pace, giuro. Lo indosserei per leggere o per guardare un film, un pezzo di film, per andare dall’estetista e lì lo toglierei ovviamente, per fissare il vuoto nella parete davanti a me imperturbabile come un monaco zazen.

Vorrei che il tecnico della caldaia la riparasse perché il dilemma tra l’acqua calda e il riscaldamento non sono in grado di risolverlo, li vorrei entrambi e il camino è bello, suggestivo certo ma ha questo limite che tende a spegnersi se non viene alimentato e io ho già altre fiamme da alimentare nelle teste e negli stomaci e nei cuori delle mie ragazze e quindi ho chiesto al dio del fuoco di venirmi in soccorso ma forse l’ho chiesto male oppure ho peccato di tracotanza quando ho urlato “si, sono la donna che domina il fuoco” perché l’avevo acceso da sola e allora mi scuso. Adesso ho chiesto al dio della vailant, se non dovesse farcela per favore pensaci tu.

Vorrei dei libri ma quelli che voglio io, non è che perché uno è accanito lettore legge qualunque cagata anzi in genere è proprio il contrario. Vai nella libreria dove vado sempre, in Corso Telesio, loro lo sanno, sanno cosa leggo e cosa no e sanno anche che la casa editrice Adelphi non mi piace, non mi piacciono proprio i libri con quelle copertine, porta pazienza, non mi dire anche tu che è impossibile avere in ostilità dei libri a causa della casa editrice ma è così.

Fai in modo che quei tre minchia che mi leggono di nascosto si rendano conto che lo fanno di nascosto da se stessi ormai e basta sono a posto così, non ti chiedo ammissioni pubbliche, non me ne faccio nulla, tanto lo so che vengono qui perché in fondo gli piace ammesso che capiscano, fossero stati solo i motivi abietti degli inizi avrebbero smesso. Comunque si, ho detto tre perché sono davvero tre di numero, più tardi secondo me li trovi in Corso Telesio che cercano di individuare la libreria.

Vorrei che Mara riuscisse a tornare su. Noi diciamo andare giù quando va a Roma, dove vive e tornare su quando viene a Torino dove non vive più. Mica per me. Per lei, perché lei ha piacere di vedere i suoi cugini e i suoi genitori, i nipoti, la sorella, da oltre venticinque anni la osservo festeggiare il Natale come io non ho mai fatto e mi piace, mi piace lei, il profumo delle sue guance fredde quando passo a prenderla sotto casa dei suoi genitori che negli ultimi anni hanno traslocato e io una volta sono andata al vecchio indirizzo, come una memoria muscolare, mi piace saperla su anche se ormai vive giù.  

Se puoi fammi addormentare di colpo quando chiudo il libro e spengo la luce oppure dammi la capacità di leggere a oltranza e non questa cosa che mi succede per cui mi viene sonno allora spengo tutto e alé. È come se ci fosse un doppiofondo nel quale la mia testa si infila in quel momento della giornata, quando sono troppo stanca per leggere e non troppo stanca per dormire, lì ci sono tutte le mie minuterie e io mi ci perdo come per mettere in ordine e alla fine le guardo e basta.

Vorrei un pomeriggio con mio fratello sul divano a guardare una maratona televisiva di Occhi di Gatto, io e lui da soli, veramente soli, niente figli mariti compagni genitori nipoti, solo io, lui e Sheila, Kelly e Tati. A un certo punto io gli dico che voglio essere Kelly e lui mi dice che mi manca il neo e allora io gli rispondo che lo posso disegnare e allora lui ribatte che no, Kelly è più figa di me e allora io gli dico che tanto lui la tutina di Sheila non può indossarla e lui mi sfida con lo sguardo urlando questo lo dici tu.

Se ti avanza della sicurezza io la prendo, anche non tanta, anche un po’ rovinata, magari quella che qualcuno non vuole così accartocciata perchè ti è rimasta al fondo dei tuoi sacchi, comunque nuova, non voglio sicurezze di seconda mano.

Vorrei provare ancora la sensazione della compagna del banco dietro il mio che durante l’ora di Autori greci mi fa la treccina ai capelli perché si annoia e io a stento resto sveglia.

Vorrei che a Giulia piacesse moltissimo quello che sta leggendo in questi giorni e che mi chiamasse per dirmelo.

Infine, se ti ci sta nella slitta, vorrei un kit di pensieri maschili, non so se esiste, una specie di gift box con dentro battute da uomo e gesti da commilitone, io un po’ me la cavo di mio ma vorrei qualcosa di più specifico perché temo che Lui inizi a essere sopraffatto da tutte queste donne in casa, adesso che le ragazze sono cresciute insieme a loro si è alzato il livello, qualunque livello, dal pensiero alla conversazione al litigio, dalla cattiveria all’emotività, il gioco è sempre più mentale e pesante e in alcuni momenti Lui mi sembra molto solo anche se io faccio di tutto per non escluderlo ma è come se, un po’, volesse essere escluso. Allora ho pensato che se riesco a ricordargli che so essere anche, ancora, un buon amico magari si sente meglio.

In alternativa lasciami uno dei tuoi cani, tanto è evidente che non hai le renne, e portati Lui a consegnare roba, che quella si mi sembra una cosa maschia.      

L’intelligenza è come il biondo dell’infanzia

Se qualcuno avesse chiesto alla Bambina Molto Intelligente cosa pensasse del Natale lei, fino a un certo punto della sua giovane vita, avrebbe risposto: è bello. C’è l’albero addobbato nel centro della sala, davanti alla finestra, accanto al televisore, il televisore non ha il telecomando, bisogna alzarsi dal divano per cambiare canale o per alzare il volume ma di canali ce ne sono pochi e i cartoni vengono trasmessi solo su uno, quello con un pupazzo rosa a forma di cane che si chiama One, quindi non c’è bisogno di cambiare.  Si sta a casa da scuola, la mamma ascolta la radio o mette le cassette di Cocciante e canta mentre cucina o pulisce e fa anche dei passetti avanti e indietro e con le mani traccia dei cerchi per aria oppure tiene i pugni e gli occhi chiusi, come se tenesse qualcuno per mano mentre balla, perché balla, se nessuno la guarda balla. Il mattino del 25 poi ci si sveglia curiosi, il primo è suo fratello, il Bambino Gioca con Me, la chiama dal suo letto, ancora con le sponde, un letto per bambini piccoli ovviamente, dal quale lui però sa scendere e risalire perché ha tante abilità, tra le quali arrampicarsi come un ragno, saltare come un rospo, mordere come un cane, correre e schiantarsi in velocità come nessuno con un po’ di criterio in zucca. I genitori gli danno diversi soprannomi, a volte è il Bambino Stai Fermo un Attimo, a volte è il Bambino Lascia il Mondo Com’è. Quando parlano di lui con la Bambina Molto Intelligente lo chiamano Fai Stare Buono Tuo Fratello.

Il Bambino Gioca con Me, a Natale, vuole sempre arrivare primo in sala perché è lì che Gesù Bambino lascia i regali, sotto l’albero. Lui vorrebbe aprirli tutti, anche quelli che non sono suoi perché ha la scusa di non saper leggere e allora ignora i nomi sui pacchi, scritti di pugno da Gesù ma con la grafia del papà, il Signor Quieto Vivere. Gesù può fare tutto, lo dice anche la maestra. La Bambina Molto Intelligente pensa che si, Gesù possa fare molte cose, ma non tutto e in particolare scrivere con la scrittura di suo papà, nessuno può fare quello.

A pranzo si va dai nonni oppure dagli zii di papà, gli zii Potete fare Quel che Vi Pare. La Bambina Molto Intelligente li ama, non sa perché, ma sa che con loro sta bene, la zia le accarezza sempre i capelli sottili e le dice in un orecchio “adesso dico a papà tuo che si prende i miei due maschi e io mi tengo te, eh? Ti va? Gli diamo i suoi cugini che mi fanno uscire matta e io prendo te? Magari, magari potessi avere te” e quelle cose che si dicono così nelle orecchie le chiamano cofecchie, la zia le dice “vieni, vieni qui vicino a me, che facciamo le cofecchie”, poi ordina ai suoi figli, due ragazzini nel pieno dell’adolescenza, di prendere tutti i giochi dallo sgabuzzino, tutti i fumetti dalle librerie sopra i loro letti, la chitarra, pure la chitarra e le lascia fare tutto quello che vuole. Un anno nel pacco incartato per lei, la Bambina Molto Intelligente scopre che Gesù, lì dagli zii, le ha portato Barbie Fiori di Pesco e pensa che Gesù sa fare cose buone. È la cosa più vicina alla fede che abbia mai provato.

Dagli zii di suo papà ci sono anche i nonni: il Signor Profumo di Buono e la Signora Piango Sempre. Il nonno è sempre al tavolo con lo zio e altri, stendono una tovaglia verde di panno e giocano a carte, con soldi. Il papà non ha mai voglia di giocare, lo fa per due motivi, uno è fare contento suo padre almeno quel giorno e l’altro è controllarlo. Perché quando era giovane ed era il Ragazzo Profumo di Buono aveva combinato un po’ di disastri seduto con le braccia appoggiate su quei tavoli verdi e da allora aveva smesso, tranne che a Natale e per pochi spiccioli, il prezzo per rispolverare il demone, che si sa, i demoni non muoiono mai. La Signora Piango Sempre invece restava con le donne, la zia e altre, in cucina o sul divano e piangeva. La Bambina Molto Intelligente aveva provato a chiederle, negli anni, perché piangesse.

Perché era felice.

Triste.

Stanca.

Emozionata.

Arrabbiata.

Commossa.

Aveva male e si preoccupava.

Non aveva male, allora c’era da preoccuparsi davvero.

La Bambina Molto Intelligente aveva capito che sua nonna piangeva per tutto, che è come dire che piangeva per niente. E così la trattava.

Il problema con gli adulti è che non spiegano le cose. E non chiedono.

Infatti nessuno aveva mai chiesto alla Bambina Molto Intelligente cosa pensasse del Natale e così lei, fino a un certo punto della sua giovane vita non aveva mai potuto rispondere: è bello.

Alla Ragazzina Intelligente (l’intelligenza è come il biondo dell’infanzia) il Natale faceva schifo. I fogli di block notes strappati male, tutti storti, per giorni sul tavolo della cucina con l’elenco di zii e cugini scritti a mano da sua madre, con la grafia da maestra, adulta ma infantile, comprensibile a tutti mentre lei vedeva la sua trasformarsi di mese in mese, quadrimestre dopo quadrimestre, per diventare spigolosa, indecifrabile, ostica, guardava quella scrittura con i bordi netti e le g senza sbavature, nessuna lettera lasciata a metà, tutto in corsivo, mentre lei alternava il corsivo allo stampatello minuscolo e non se lo sarebbe tolto mai più quel particolare, iniziare in un modo e finire in un altro.

Nome e regalo.

E poi il menù.

Era cambiato tutto.

Niente radio, niente cassette.

La lista della spesa.

I libri di cucina grandi come enciclopedie.

Perché la maionese non la compriamo già fatta, chiedeva il Signor Quieto Vivere.

Figurati. Compra le uova. Rispondeva la moglie.

Apro il frigo e mangio qualcosa, diceva il Bambino Ti Do Fastidio, con il quale la Ragazzina Intelligente aveva smesso di giocare da un po’, non per colpa sua, ma perché la vita va così.

No, rispondeva la madre, prendi solo quello che è sul ripiano basso, non toccare l’aringa, i capperi, il vitello, la salsa tonnata, la crema di asparagi, la fonduta, la base per le torte, il ragù, il pan di spagna, la crema pasticcera, il salmone. Prendi un po’ di prosciutto cotto e lascia il mondo com’è.

La Ragazzina Intelligente guardava il fratello. Non avrebbe mai mangiato l’aringa. Per fortuna il prosciutto in quegli anni era senza polifosfati aggiunti, almeno loro lo compravano così, a volte avrebbe voluto fermarsi al banco della gastronomia dell’Iperstanda, il sabato pomeriggio, solo per sentire chi lo chiedeva con i polifosfati aggiunti. Perché se loro specificavano senza, ci sarà pur stato qualcuno che invece no?

Vieni a pulire qui, le diceva la madre. Non avevano la lavastoviglie, allora lei lavava, cucchiai, piatti, coppe, pentole, coperchi e poi asciugava perché servivano di nuovo. Due cose le facevano schifo almeno quanto il Natale, questo Natale fatto così, una era lavare i mestoli di legno e poi asciugarli ancora bagnatissimi, le veniva tipo la pelle d’oca dietro il collo e l’altra era l’odore dei canovacci imbevuti d’acqua dopo il primo giro di asciugatura manuale, che bisognava metterli vicino al termosifone e prenderne di asciutti. Sapevano di pozzanghera.

Le riunioni di famiglia iniziavano il 24 sera e andavano avanti fino al 26, viaggi di auto carichi di cibo verso casa dei parenti, perché la casa della Ragazzina Intelligente e della sua famiglia non era abbastanza grande per ospitare tutti e allora si andava da Questi. Così li chiamava lei, anche per dare fastidio alla madre, perché erano i suoi e avrebbe voluto che ne parlasse con maggior rispetto. Noi siamo i tuoi, pensava la Ragazzina. Ma era la sola. Da quando Questi erano di nuovo tutti vicini il Natale si faceva così, prendere o lasciare. La Ragazzina pensava che se qualcuno fosse rimasto dov’era sarebbe stato meglio per tutti o almeno per lei, ma poi se ne pentiva perché comunque lì in mezzo c’era stato anche qualcuno a cui aveva voluto bene, solo che il bene si era come fermato, rimasto congelato a un tempo di giochi, tavoli di cugini che i bambini mangiano prima, e loro erano cresciuti, il bene no, quello era e quello sarebbe rimasto, immobile. Come le pozzanghere.

Sua madre ci teneva che tutto fosse buono perché lei era la cuoca ufficiale dell’evento, aveva ragione dal suo punto di vista, la Ragazzina non lo sapeva anche se lo capiva da qualche parte dentro di sé, ma non capiva perché i destinatari di tutta quella cura fossero Questi e non loro, perché sentisse la necessità, ancora, di sentirsi dire brava da qualcuno che non viveva più con lei, che non sapeva che ballava con gli occhi chiusi, che andava in bagno la sera, quando tutti erano a letto, che fumava il mattino subito, mentre metteva su la caffettiera, che ogni tanto metteva lo smalto amaro alle unghie per smettere di mangiarle, che aveva sempre libri sul comodino e non dipingeva più sulla ceramica, che si incasinva a parcheggiare sotto casa e ogni volta uscendo dalla macchina diceva andiamo bambini, che so come l’ho messa e non so come la tirerò fuori, che metteva le lenti a contatto in meno di un secondo e finiva sempre la soluzione salina senza averne una di scorta.

Sua madre aveva ragione, ma la Ragazzina non aveva torto.

Questi erano pesanti. Rumorosi. Ridevano per cose che non facevano ridere ma chi non rideva veniva guardato con sospetto. Alla Ragazzina Intelligente non piacevano. Facevano una gara di regali, ogni anno anticipavano l’apertura dei pacchi, sempre più grossi e colorati e la carta veniva ammonticchiata e calpestata. Non si aprivano più i regali la mattina di Natale, lo si doveva fare tutti davanti a tutti, come un’orgia.

Un anno Il Signor Mi Spaccio Per Istrione e sua moglie la Signora Acqua Keta (era della provincia, lì funziona così) avevano regalato alle Nipoti Bellissime degli abiti molto graziosi, davvero, niente del gusto della Ragazzina Intelligente, ormai Ragazza Intelligente, ma comunque molto carini. A lei invece avevano dato un pacchetto piccolo e bene incartato, grazie aveva risposto, figurati avevano detto loro in coro perché quelli erano ancora i tempi in cui parlavano insieme toccandosi il naso subito dopo, e dentro c’era un porta euro di pelle. Era l’anno del passaggio dalla lira all’euro. Le Nipoti Bellissime cinguettavano provando gli abiti nuovi e lei rigirava tra le mani il porta euro notando una lieve, impercettibile, differenza nell’attenzione veicolata dal regalo. Ma era una lettura troppo cerebrale del fenomeno.  Il porta euro lo diede a sua madre, Questi erano suoi, si tenesse anche quello.

Un anno il Signor Sono Il Più Piccolo, altrimenti detto Amato d’Ufficio, le regalò una confezione con dentro una boccetta di Gocce di Napoleon. Non riuscì nemmeno a dire grazie, si chiese se l’aveva comprata prima o dopo la stecca di Marlboro. Dopo, si rispose da sola, rigirandola tra le mani.

La Signora Abbastanza Intelligente (l’intelligenza è come il biondo dell’infanzia) il Natale lo gestiva facendo del suo meglio come molte altre cose nella vita. Per amore delle figlie, perché accanto aveva un uomo che non doveva dimostrare niente, né che il Natale è fantastico né che fa schifo, non la giudicava per il totale disinteressamento agli addobbi ma canticchiva felice e leggero mentre montava l’albero che le loro ragazze avrebbero decorato anche con i lavoretti dell’asilo, ripescati dalla scatola degli addobbi che lui ogni anno riponeva con cura, ridendo tra loro e dicendo alla madre guarda, questo è il lavoretto di merda fatto con Carmen, questo è il lavoretto di merda fatto con Manuela, questo è il lavoretto di merda fatto con Angela.

Nessuno le aveva mai chiesto, davvero, perché o quando. A volte ne aveva parlato ma alle persone non piaceva tanto sentire quei discorsi allora aveva smesso, ogni tanto incontrava qualcuno come lei, simile, che diceva si, sarebbe bello partire, andare via per tutto il periodo e non avere obblighi, non dover comprare, non dover pensare a nessuno. Altri le dicevano che questo è egoismo e forse avevano ragione, però lei faceva la sola cosa che sapeva fare in questi casi, disarmare con una frase che non aspetta risposta come un taglio netto- usi il bisturi le diceva sempre suo marito- così metteva in fuga l’interlocutore e la sua banalità, la Banalità del Natale mica la Banalità del Male, pensava lei, tenendosi la pancia un po’ più stretta, trattenendo il respiro che non si vedesse il gonfiore.  Perché, la Signora Abbastanza Intelligente si sentiva come quando si ha la pancia che scoppia, non che hai mangiato troppo ma che hai mangiato male.  E poi un fastidio per le luci e gli auguri augurati a tutti, come il segno di pace in chiesa, lo stesso fastidio. Leva ‘sta mano.

A lei il Natale non piaceva, basta, e non riusciva a spiegarlo fino in fondo, perché il problema è che gli adulti non spiegano le cose. Allora aveva imparato a chiudere gli occhi, anche senza ballare, e ascoltava una bambina molto intelligente, che sapeva davvero tante cose.

Battaglie perse

A casa mia il bagno è in fondo al corridoio, né a destra né a sinistra solo in fondo sempre dritto. E ci sono le scale, per ogni volta che si scende poi dopo si sale. Pepe non vuole che io dica poi dopo, dice che è una ripetizione, ma sono la mamma, le mamme ripetono da contratto le rispondo io. Quale contratto?

-Quello che ci fanno firmare quando nascono i figli.

-Non c’è nessun contratto.

-Oh sì che c’è, non ci sono istruzioni ma c’è il contratto, è un contratto per adesione.

-Che significa?

-Che firmi e basta, non conti un cazzo, il genitore è il contraente debole.

-Fammelo vedere.

-Impossibile, si autodistrugge nel primo anno di vita, è una cosa segreta, la sanno solo i genitori, quindi mi raccomando fai finta di niente, tu.

-Mi stai prendendo in giro.

-No. Non più del solito.

Le ragazze non hanno ancora capito che ogni volta che salgono o scendono non devono farlo a mani vuote, c’è sempre qualcosa che da sopra va sotto o che da giù deve salire. La cesta della roba da lavare, per esempio. Le ciabatte sotto il divano, i vestiti puliti da riporre, il mio phon, il mio phon è da riportare giù porcaputtana. Poi dice che ripeto.

E ci sono peli di cane, ovunque, ma c’è anche il Dyson e la sua stazione di carica, tabernacolo della casa, il cuore della casa è la cucina diceva mia madre, no, è lo sgabuzzino dove prende energia lui, il più potente di tutti. Stacco il corpo centrale e uso l’accessorio lungo e stretto, lo monto come un’arma di precisione, fa anche lo scatto- clack– per gli insetti, ragni soprattutto, negli angoli delle stanze delle ragazze, chiamano da su:

-Mamma, sali

-Cosa c’è?

-Sali.

-Perché?

-Sali.

Salgo. C’è un insetto in un angolo, le ragazze, soprattutto Pepe, in un altro angolo. Come sul ring, manca il gong.

-Potevi dirmelo, così salivo già con il Dyson.

-Volevo fartelo vedere.

-Scendo e risalgo.

A Lui, marito, padre e sostenitore giainista di ogni forma di vita, non diciamo nulla di questa nostra pratica, lo scopre ora, scusami se puoi. Lui la cimice la incoraggia a volare fuori dalla finestra, il ragno lo raccoglie e lo accompagna in giardino, le api le adagia sui fiori per aiutarle nell’impollinazione. Io succhio tutti con il Dyson ciclonico, movimento max, velocità turbo. Sono una brutta persona, si, ma si tratta della mia sopravvivenza alle istanze piagnucolanti di mia figlia, la piccola.

C’è anche odore di cane, a casa mia. Lavo il pavimento, certo, cambio l’aria nelle stanze e poi io non lo sento nemmeno più ma penso che se qualcuno viene a trovarci magari lo sente. Poi penso che palle però, è casa mia, ho due cani, c’è odore di cane. Non venite se vi dà fastidio, tanto mi date fastidio anche voi, come diceva mia madre “se vieni a trovarmi mi fai contenta ma se non vieni mi fai felice”. Ho provato con i deodoranti per ambiente, quelli fighi, il boccettino di design con i bastoncini immersi nel liquido giallognolo, posizionati discretamente in punti seminascosti. Per ora regge solo quello in taverna, infognato dietro i libri di arte. Perché Lui ha una sensibilità ai profumi forti, gli viene mal di testa. Io non ci credo. Penso faccia scena, molta, ma devo sopravvivere anche in questo caso, non posso averlo che sale e scende, a mani vuote, lamentando questo odore troppo forte tutto insieme, invadente e fastidioso (l’odore, non Lui).

La grande, Cri, ha un senso dell’ordine che nessuno di noi in casa coglie, come le battute di alcuni comici che a me non fanno ridere, come la disponibilità quando ti viene rinfacciata.

-Ma per me è ordine.

-Ma per me no.

-Ma è camera mia.

-Lo so, te l’ho assegnata io.

-Io trovo tutto.

-E questo è bene ma ti rendi conto, solo questo chiedo, ti rendi conto che fa schifo qui, si? Che non è possibile avere tutti i libri di scuola per terra, tutti, aperti a ventaglio sul pavimento.

-Così li trovo subito quando inizia la lezione.

-E i libri sul letto?

-Quelli li sto leggendo.

-E i vestiti sulla sedia?

-Sono per stare in casa.

-E quelli sul letto?

-Sono puliti.

-Lo so, te li ho lavati io.

-E il borsone del karate aperto con le protezioni che spuntano fuori che fanno pure un po’ senso, questi para tibie con la forma del piede, sembrano arti che hai mozzato e messo nel borsone per occultarli?

-Lo lascio aperto così prende aria.

-E la mensola dietro il letto piena di cartacce?

-Non sono cartacce, sono i biglietti con i miei pensieri, poi li appendo al muro.

-E il libro di medicina legale che è mio, dell’Università?

-Mi serviva per capire le ferite da taglio.

-Non voglio sapere altro.

-Hai visto che lì ho messo la nostra foto insieme al mare il giorno che sei venuta a prendermi a windsurf e al tramonto ce la siamo scattata?

-Si, che bella. Che luce.

-Ma perché sei salita in camera mia?

-Boh, non ricordo. Quando scendi per cena porta giù le bottiglie vuote. Quella maglia è mia. Dio, Cri, quando andrai a vivere da sola non mi mancherai per niente.

-Sicura?

-Si.

-Non ci credo.

La gatta del vicino, la femmina, temevo per la sua vita quando ci siamo trasferiti, non mi sembrava un grande esordio suonargli e dirgli “ciao, scusa il disturbo, uno dei miei cani ha azzannato la tua gatta bianca, mi dispiace, se finisci il sale suona pure”. Il maschio, nero, è passato dal nostro giardino un paio di volte poi ha preferito cambiare strada, lei no. Bastardissima e furbissima, indifferente e superiore. Quando i cani sono in casa lei spadroneggia alle loro spalle, sculetta perculandoli, io la vedo dalla finestra mentre loro sono girati verso di me, guardano me, seguono me, si accucciano ai miei piedi, salgono se salgo e scendono se scendo. Intanto lei alle loro spalle continua a fare quel che vuole. Ho provato a farle sciò, sciò, battendo il piede o agitando la scopa, per sopravvivenza, la sua in questo caso. E comunque va lenta, se ne va ma con calma e se loro per caso abbaiano lei salta sul muretto e li fissa sbigottita da tanta acredine, resta immobile tra i due giardini, la coda che dondola e l’aria annoiata. Loro rientrano sbavanti, bevono e sgocciolano dalla cucina alla sala e dalla sala alla cucina, io impreco e ingiurio, prendo lo straccio e pulisco. La stronza ancora lì, che ci giudica tutti quanti.

A casa mia abbiamo un solo televisore, poi abbiamo i tablet e quel che serve per vedere Netflix altrove, però il televisore è uno solo. Abbiamo l’abbonamento a Sky, ogni mese ci diciamo che è un furto, ma poi Lui ha il tennis con Pepe che con Cri ha XFactor e registrano il resto e allora lo lasciamo. Io ho il notiziario, come sottofondo, mentre salgo e poi dopo-non si dice– scendo, mentre lavo il pavimento e rigiro il bastoncino profumato di nascosto-scusami– prima che Lui arrivi. Ogni tanto guardo qualcosa, un film o una serie, tutte cose che in linea di massima le ragazze non possono guardare perché dovrei spiegare troppe cose e si perde il senso di fermarmi un attimo e guardare, io, una cosa, oppure perché palesemente di non loro interesse. La mia autonomia di visione è 2 minuti. Poi c’è sempre un motivo, una questione, un insetto in un angolo, il passaggio di un momento per prendere una cosa dimenticata lì dove sono io- ora proprio ora-per cui devo mettere in pausa. Un programma di cinquanta minuti io lo guardo in una settimana, a spizzichi e bocconi diceva mia madre. E poi mi dicono che guardo sempre le stesse cose. No, guardo la stessa cosa in molto tempo.

Allora Pepe la risolve facile.

-Tanto ci vuoi bene lo stesso.

-Mica è in discussione il bene. Non è che se dico che siete rompicoglioni non vi voglio bene. Poi devo volervene da contratto

-Smettila con questo contratto, non c’è. Ci vuoi bene perché ci vuoi bene. Io te ne voglio di più.

-No, impossibile, da contratto le mamme ne vogliono di più.

-No io.

-No, io.

-Io di più.

-Basta, ho detto io, è il primo punto del contratto, in ogni caso il genitore si impegna a voler più bene al figlio di quanto il figlio possa mai voler bene al genitore. Al secondo punto c’è che il figlio rinuncia a indagare la vastità del bene che il genitore prova, tanto non riuscirebbe ad arrivarci, con la comprensione dico.  

-Perché?

-Perché è così, battaglie perse.

-Lo diceva tua madre.

-No, lo dice la tua.

Foto di Cri che, a breve, mi ruberà la maglietta.