Deve essere stato di notte, mentre dormiamo, la lavastoviglie in funzione e il cane che si mordicchia le unghie, sdraiato dietro la porta della camera da letto. Si, deve essere successo durante la notte, le notti, nel silenzio imperfetto della nostra casa, le ciabatte lasciate sotto il divano, le tazze della tisana vicino ai telecomandi, fogli libri e pennarelli, tutto fermo a raccontare di noi, del nostro disordine e di quanto è stata lunga la giornata prima di finire.

Forse è successo mentre tu eri a scuola e io a lavoro. In uno di quei giorni, tutti i giorni, in cui guardavo l’ora dicendo si, faccio ancora questo. In uno di quei giorni, tutti i giorni, in cui restavi seduta al banco e dicevi dai, quando finisce. In uno di quei giorni, tutti i giorni, in cui io non sapevo di te, delle tue espressioni durante l’ora di matematica, del tempo dei tuoi intervalli, delle tue scaramanzie mentre viene scelto sul registro il nome da interrogare. E in cui tu non sapevi di me, dei miei caffè nei bicchierini di plastica, dello sguardo che si solleva dal computer e si fissa sul nulla e resta lì, per un po’, e anche così sto lavorando. Delle telefonate con il tono gentile e le smorfie sul viso, delle mail spedite aggiungendo “e vaffanculo” a voce durante l’invio.

Oppure è accaduto ieri, solo ieri, tutto ieri. Tutto d’un fiato, un colpo solo. Per quello non ce ne siamo accorte, no? È stato repentino, è stato imprevedibile, è stato un lampo, il tempo di un amen. Allora così tutto si spiegherebbe. È accaduto ieri, solo ieri. Tutto ieri.

Invece no, invece penso sia successo prima di ieri. Deve essere stato mentre ti portavo alle lezioni di nuoto, dopo la scuola materna, il giovedì, e aspettavo di vederti andare su e giù per la vasca e di vederti tuffare e di vederti andare sotto con la testa e poi uscire e cercare il tuo accappatoio tra i tanti e, brava, non lo hai confuso mai,  e ti guardavo infilarti i vestiti da sola e le nonne in affanno accanto a noi, “non la veste lei signora che fa prima?”- “no, la lascio fare da sola” –“eh,ma così non si fa prima”- “no, così non si fa prima. Prima di cosa, mi scusi?” …

Si, deve essere stato prima, mentre non cercavamo di fare prima di nessuno ma solo di fare come ci veniva, che già andava bene.

Penso sia stato quando è nata tua sorella e tutti mi dicevano chissà come sei felice ora e io dicevo chissà. Chi lo sa? C’è qualcuno che sa? Perché non sono felice? Perché non c’è questo chissà che sa e che viene a dirmi come essere felice ora? E prendevano te e mi lasciavano tua sorella, per aiutarmi. E mi dicevano vai a lavorare, per aiutarmi. Ma io volevo stare con te e non mi aiutavano, non mi aiutavano per niente con tutto quel blaterare di felicità, tutto quel dire “nessun problema”, continuamente, un cazzo di mantra odioso e mi prendevano te e deve essere stato anche in quel momento, soprattutto in quel momento. Quando mio padre mi ha portata da un signore con la barba e mi sono sdraiata su un lettino per parlare e ho detto chissà. Per aiutarmi. E non ti ho lasciata e ho preso anche tua sorella e siamo diventate, insieme, siamo diventate noi e io sono diventata felice. Senza mantra.

È successo quando volevi solo vestiti da maschio. E te li compravo. Quando volevi solo scarpe da maschio. E te le compravo. È successo quando una commessa mi ha detto “poverina, chissà che cruccio” e le ho detto “guardi che mia figlia è sana, che cazzo me ne frega se vuole le scarpe da maschio”. È successo quando ho detto al tuo maestro, in prima elementare, che quelle quattro smorfiose glitterate che ti eri ritrovata in  classe ti avevano detto che dovevi andare nello spogliatoio dei maschi, visto che ti vestivi così, e tu non avevi capito come si potesse dire una scemenza simile. È stato quando hai scelto un pantalone, sportivo, da femmina. E te l’ho comprato. Quando hai preso un paio di scarpe mie. E te le ho lasciate. Brava, non ti sei confusa mai, sei stata sempre te stessa. È successo quando facevamo come ci veniva, che già andava bene.

Mi sa che è capitato dall’ultima volta che abbiamo fatto il gioco di “mamma guarda dove ti arrivo”. Tu ti metti davanti a me, attaccata a me, appiccicata come due fogli del dizionario e con la mano piatta passi sopra la tua testa e vedi dove mi arrivi.

Mi sei arrivata all’ombelico, si vede. Sembra una serratura forzata, un nodino sciolto, un occhiolino sghembo. Mi sei arrivata al seno, si vede. Ti ci aggrappavi con le mani mentre mangiavi, vorace, svuotandolo soddisfatta. Mi sei arrivata alle spalle, le hai trovate larghe e forti da non crederci, capaci di farti da scudo ogni volta che la cattiveria e la stupidità e qualche inutile mantra ti ha sfiorata. Mi sei arrivata alla bocca e hai sentito sempre sincerità, che conta di più della verità. Mi sei arrivata agli occhi e lì hai visto, sollevando appena il capo, che sei in ogni mio sguardo.

Ed ecco, è successo.

La mano piatta sopra la tua testa ha superato la mia testa.

Adesso tocca a me, il gioco diventa “Cri guarda dove ti arrivo”.

E allora ti arrivo all’ombelico, che ti ho medicato e pulito e che racconta di noi per come ci siamo conosciute. E ti arrivo al seno che spunta e subito lì dietro, lì dentro, nel tuo cuore e lì sto e lì resto e lì mi troverai in ogni battito anche quando non mi cercherai.  E ti arrivo alle spalle, per coprirtele ancora e sempre, per scendere con te in battaglia, per essere la tua armatura. E ti arrivo  alla bocca e ti ascolto se vuoi e se non vuoi ci metto l’indice davanti e facciamo silenzio e facciamo come ci viene, che già va bene. Senza confonderci mai. E ti arrivo agli occhi e lì vedo, sollevando appena il capo, che sei in ogni mio sguardo.

 

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