Cose del 2019

 

Mi lascio sorpassare, anzi, adesso agevolo il sorpasso. Mi sposto proprio, metto la freccia e via, scivolo a destra e poi con la mano sinistra che si veda bene dal finestrino indico la strada al sorpassante, sembra un augurio. Nessuno me ne voglia, oppure si in fondo non mi importa, ma nove volte su dieci si tratta di qualcuno al volante di un’Alfa che arriva sparato in direzione della mia piccola auto fucsia quasi a toccarla, quasi a toccarmi. Prepotenti. Ecco perché non li facevo passare, perché a me la prepotenza irrita a livelli da ricovero, mi trasfigura proprio, mi cambia i lineamenti, il tono di voce. C’è questa strada che percorro sempre, è una variante che mi porta da qui, da casa mia a ovunque: Torino centro, la tangenziale, il paese accanto, di rotatoria in rotatoria come punti tra un segmento e l’altro, ogni tanto qualcuno fa un sorpasso azzardato, si dice così per dire che te la giochi, si legge così sulla cronaca cittadina quando perdi. Adesso li faccio passare e aspetto, li guardo. Un mio amico ha questo atteggiamento nella vita. Non ti dice niente, non cerca di darti consigli, non esprime giudizi su quello che fai, non ti rimprovera nulla. Aspetta che ti schianti. Lo fa con la moglie che ogni settimana inventa un nuovo lavoro, una nuova intolleranza, una nuova malattia. Lo fa con la madre che ogni settimana si aspetta che lui dica qualcosa, pensato da lei, alla moglie, ai figli, a quella del primo piano, lo fa con i dipendenti che ogni settimana si lamentano gli uni degli altri a gruppi, a grappoli come le emorroidi, dice. Li lascia fare, tutti, aspetta che si schiantino.  Si schiantano sempre. Io quest’anno ho smesso di osteggiare la prepotenza, ho iniziato a spostarmi, a scansarla provando comunque irritazione e disgusto. Mi metto di lato e aspetto che si schiantino.

Guardo le facce di quelli che caricano le prostitute. Di segmento in segmento di rotatoria in rotatoria tutti i giorni passo in questo corso, alle spalle di un grande parco della città, mia figlia gioca a tennis in un circolo che affaccia lì, è la strada che percorro per andare e tornare dal lavoro e ci sono diverse prostitute. Quando c’è una macchina ferma e la signorina è affacciata verso l’interno per la trattativa, immagino, il preventivo insomma, ecco io se capita guardo la faccia del conducente. Non so perché, non ho mai pensato al perché lo faccio, lo faccio da poco, anzi, prima non lo facevo proprio per scelta, adesso guardo la scena e i personaggi. Stamattina sono passata per andare in libreria e dovevo girare sulla destra al semaforo, subito prima c’era questa auto blu, una jeep, ferma con il finestrino abbassato, ho sorpassato piano, guardato dentro, e poi mi sono rimessa nella corsia per svoltare. Dallo specchietto retrovisore ho visto che la ragazza è salita. Sono stata in libreria trentacinque minuti, quando ho ripreso la macchina e svoltato nuovamente nel corso ho incrociato la stessa auto andare via, la signorina era di nuovo al suo posto. Ci abbiamo messo lo stesso tempo ma penso di aver speso di più io.

Mi riposo. Quando è tempo, quando ne ho bisogno, mi fermo e mi riposo. E lo dico, dico no, adesso no perché sto riposando. E dico anche penso che mi riposerò un po’ oggi, più tardi. Poi magari non lo faccio però lo dico e mi piace dirlo, che si senta che no, non posso, perché ho intenzione di riposare. Mi riposo perché mi sveglio presto e alle 7.55 accendo il computer in ufficio poi tante volte lì davanti mangio a pranzo. Mi riposo perché se non ho niente di urgente da fare posso anche fermarmi, adesso. E dirlo a voce alta. Sembra una stronzata e forse lo è. Ma quando ero in ospedale per la nascita della mia seconda figlia io non volevo che le infermiere mi trovassero addormentata perché sembrava che fossi in vacanza e mi costringevo a restare sveglia nonostante l’anestesia da smaltire. Quando l’ho raccontato alla mia amica Betti eravamo all’angolo tra via XX Settembre e via dell’Arcivescovado, circa dieci anni fa, e lei mi ha detto “Sonia, datti tregua”. Ed è come se lo avesse scritto con una bomboletta sul muro di quel palazzo alle nostre spalle, cosa che lei non farebbe mai, ma è come se lo avesse fatto perché io lo vedo chiaramente ogni volta che ci passo e rivedo la sua espressione incredula davanti a questa mia ammissione e l’assoluta incapacità di capire cosa significasse per me. Mi riposo quando è tempo ed è la mia tregua, da me stessa, dal lavoro incessante che mi frulla in testa sempre.

Mi occupo di una bambina balbuziente, non fingo che sia cresciuta o che non sia esistita. L’ho scovata, tutta impolverata e con i capelli sottilissimi e me ne occupo. La porto con me, le racconto delle storie, vere, le chiedo di lei e aspetto che parli senza guardarla in modo insistente, girata di lato che non si imbarazzi e se proprio le parole incespicano troppo le dico che va bene così, che non è vero che deve dare il tempo alle idee di chiarirsi prima di parlare come le dicevano, perché lo so che ha le idee chiarissime, molto più di tanti adulti o sedicenti tali. Le dico che è il cuore che batte forte che le fa scivolare male le sillabe. Ma il cuore che batte così mica ce lo hanno tutti, anzi. Le passo la mano tra i capelli biondi, le sistemo gli occhiali dietro le orecchie e le dico che va tutto bene, lei è diffidente. Ma l’adulta sono io, devo essere io alla sua altezza, non lei alla mia. Me la porto dentro e la coccolo ogni giorno, sapendo che non crescerà mai, ringraziandola per questo. E per il cuore che abbiamo in comune, che mica ce lo hanno tutti.
Mi affido a chi sa, apertamente. E imparo da chi sa cose che non pensavo di imparare e nemmeno che mi importasse sapere. Bisogna bruciare settemila calorie per smaltire un chilo di grasso, o qualcosa di simile, pare. Per calcolare la massima frequenza cardiaca la formula è 220 meno l’età, grazie Stefano. soprattutto per la faccia teneramente incredula quando ti dico la mia età.  Quando descriviamo qualcosa non utilizziamo mai il senso dell’olfatto o del tatto ma prevalentemente la vista e l’udito, grazie Emiliano. La differenza tra colori caldi e freddi nelle tinte per capelli, per anni li ho confusi dicevo freddo e volevo caldo, grazie Gabriele, grazie.
Trattengo parole e frasi come una volta tenevo da parte la carta dei regali o i biglietti dei concerti, i tappi delle bottiglie di birra alla fine di serate speciali. Quest’anno vince quello che mi ha detto una signora con un maglione a collo alto:”non è vero che la gente vuole bene, lo dice, ma non è vero, perché chi vuole bene certe cose non le fa”. Dedico scaffali ai libri letti nello stesso periodo ma ho il mio preferito, quest’anno è Dolcissima abitudine, perché anch’io ho occhi importanti e non posso sprecarli con le bugie.

Non mi aspetto più che gli stupidi facciano cose non stupide, non mi stupisco quando gli intelligenti fanno cose stupide. Faccio cose stupide.
Assaggio vini nuovi e dimentico subito l’etichetta tanto c’è chi la ricorda per me e lascio fare, leggo con voracità e con tristezza per tutto quanto non riuscirò a leggere, vado a teatro di nuovo dopo decenni, progetto viaggi di famiglia, penso di più, penso più in basso che quasi mi sporco per quanto vado giù e penso più in alto che quasi non mi va di tornare, penso più lentamente ma con maggiore onestà. Mi difendo di meno e mi proteggo di più, indosso orecchini pendenti per una cena con amici, mi strucco ogni sera, quasi. Ho un nuovo mantra, sticazzi, perché sta bene con tutto, se qualcosa va bene, se qualcosa non va bene, se mi arrabbio, se mi spavento, se sono felice, se sono stanca. Recito anche ho-oponopono da metà ottobre ma sticazzi funziona di più.

Con il Natale ancora non ho fatto pace e penso che non succederà mai completamente, continuo a far finta che non debba arrivare o che non mi debba riguardare, compro i regali assegnati a me il 24 come se la cosa non mi riguardasse perché in fondo non mi riguarda. Poi lui arriva, veloce, quasi a toccarmi, prepotente. Ma la novità è che mi sposto, guardo sul sedile accanto a me la bimba bionda, aspettiamo che si schianti, tanto si schianta sempre. E sorridiamo senza dire niente, che ci è tutto chiaro.

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Per me

 

Per la cassiera del mini market vicino al mio ufficio io sono una casalinga svogliata con problemi di ciclo mestruale, una che compare sulla porta scorrevole solo dopo le 12.30, compra banane, insalatone e tonno, focaccia o pane già pesato e insacchettato, a volte delle polpette pronte in gastronomia incellofanate  in un contenitore adatto al microonde, assorbenti per  l’appunto e di tanto in tanto qualche biscotto  per cani. Mi vede solo durante i giorni feriali e pensa che il sabato o la domenica vada a fare la spesa in uno di quei supermercati grossi, magari con mio marito-porto la fede all’anulare- e così lui mi dà una mano con le casse dell’acqua, perché lì non le compro mai. O con i detersivi, che ingombrano. Le chiedo sempre un sacchetto e mi incasino per aprirlo, lo sfrego tra il pollice e l’indice, ci litigo sempre un po’, a volte le chiedo aiuto, a volte me lo offre lei. Svogliata e imbranata, pensa. E senza attenzione verso l’ambiente, invece di comprare una delle borse riutilizzabili che sono lì accanto alla cassa apposta, belle gialle resistenti e catarifrangenti.

Ne ho il bagagliaio pieno, è che mi dimentico di prenderle. E il sacchetto mi serve, lo uso per la spazzatura in ufficio, per la plastica. Bevo quasi due litri d’acqua al giorno, poi schiaccio le bottiglie nel senso della lunghezza e tolgo la carta,che butto in un enorme sacco di carta che svuoto nel bidone condominiale della carta, e poi inizio un’altra bottiglia. Si, l’acqua la compra mio marito, il sabato o la domenica, poi mi mette una o due casse in macchina e io il lunedì la scarico in ufficio. Va da solo, io non lo accompagno e nemmeno scrivo la lista da quando gli ho raccontato che Umberto Eco diceva che c’è una sola cosa che si scrive per se stessi ed è la lista della spesa e lui mi ha risposto che no, io nemmeno quella. Perché la scrivo per lui. È vero, non vado a fare la spesa, non ne  ho voglia. Però non ho problemi di ciclo, ancora. È che lui si dimentica di comprare gli assorbenti. O sbaglia la tonalità di viola che intendo.

Per la custode della scuola delle mie ragazze sono una mamma che da dieci anni varca quel cancello alle 16, difficilmente in altri orari. Pochi colloqui, poche dimenticanze a cui porre rimedio, magari la clavietta per musica prima che il maestro si accorga che è stata dimenticata e attribuisca un meno, dopo tre meno c’è la nota e lui è uno che con le note ci vive. Le mie ragazze per fortuna non fanno raccolta punti di meno. Nemmeno di più, ma va bene così. Poche uscite prima dell’orario, poche telefonate di quelle che generano ansia sempre a ridosso del fine settimana quando sai che trovare il pediatra sarà difficile.  Una mamma che saluta sempre ma non dà confidenza, quando deve chiedere un’informazione inizia la frase con “buongiorno”. Una mamma che esce con le ragazze accanto, una a destra e una a sinistra, e le ascolta contemporaneamente senza dimenticarsi mai di salutare anche quando va via.

Per la nonna sempre sorridente dell’amica di Pepe sono una ragazza che potrebbe essere sua figlia, anzi, persino più giovane, tanto cara e gentile.  Per la mamma invadente e rumorosa che lascia la macchina sempre sulle strisce sono una  spocchiosa che non saluta e con figlie con problemi di socialità perché non vanno alle feste, ovvio con una madre così, mica come i suoi figli che per fortuna hanno lei da cui imparare.  Per  gli allenatori di Karate sono una che non capisce niente di Karate ma purtroppo ne capisce di organizzazione e di lavoro per obiettivi e fa le facce quando qualcosa non funziona. Per gli allenatori di Tennis forse non esisto. Forse sono una macchina fucsia dalla quale Pepe viene scaraventata davanti all’ingresso del circolo all’urlo di “aspetta papà dentro se non lo vedi alle setteeeeee”. Per i ragazzi della scuola di windsurf di Cri sono una stordita con pareo colorato capace di presentare le proprie figlie con un grande enorme sconsiderato sorriso dicendo “loro sono Cristina e Benedetta, come le sorelle Parodi ma non lo sapevamo quando abbiamo scelto i nomi”. Che perché mi è venuto di dire una cosa così io non lo so. E quante possibilità avevo che delle tre persone presenti una fosse la figlia di una delle sorelle Parodi?  Per il calcolo delle probabilità io sono quella probabilità.

Per la mia migliore amica sono la sola a cui poter raccontare certe cose. Per Pepe sono la sola a cui non poter raccontare certe cose, solo che lei ancora non lo sa. Per mio padre sono quella dei tre che più gli somiglia, per fortuna dice, purtroppo pensa. La più facile e la più complessa, irriducibile barricadera. Lui me lo porto addosso come un tatuaggio, nella macchia di caffè uguale alla sua, nel sorriso quando c’è, nelle parole sempre ruvide ma sincere. Per mia madre sono quella dei tre che meno le somiglia. Niente. La più difficile e la più complessa, irriducibile barricadera.  Con le mie parole ruvide e sincere ai limiti dell’irriverenza, ma chi la vuole tutta questa sincerità?  Con l’aria di chi sa tutto e sale di un gradino, due , tre… mia madre che non so quando capirà che non so niente e ne sono sempre più sicura. E che non si tratta di salire sui gradini più alti ma di mettersi al riparo dove è più difficile che ti urtino mandandoti in pezzi. Niente.

Per Cristina sono  the best mum in the word.  Mi ha mandato un collage di foto che mi ha scattato, alcune veramente inguardabili, una in particolare, eravamo nella sala d’aspetto del loro oculista, avevo un pantalone giallo, non come la borsa del market, però giallo, si, direi indubbiamente giallo e in foto si vede proprio che ho questo pantalone giallo e non so se lo rimetterò mai più , e niente in questo collage ha messo i cuori e poi questa frase, the best mum in the word. Hai sbagliato, le ho detto ridendo. Io rido quasi sempre quando le faccio notare degli errori, mi sembra che pesino di meno così. Allora ha riso anche lei per quella elle dimenticata, prima però ha detto, no, dove? Lei fa così, sbaglia nega e nello stesso momento chiede dove tutto senza prendere fiato. World. Word vuol dire un’altra cosa, le ho detto. Qui. Qui, non hai messo una elle.

Per Cristina comunque non si tratta di un errore  a pensarci bene. Quindi, le ho chiesto, sono la mamma migliore a parole, così, in teoria, una mamma fuffa insomma? No, la migliore mamma nella parola, mi ha risposto, dentro la parola.

Per lui sono la libertà di essere se stesso in cambio della reciprocità.  A volte io urto contro i suoi spigoli e mi spunta un livido, a volte lui evita le mie risposte chirurgiche e prova con l’omeopatia ma  sa che non funzionerà. A lui spaventa la chirurgia, io sbatto sempre nello stesso punto, non la prendo più larga, non giro intorno, punto dritta allo spigolo, ogni volta. Tanto poi i lividi passano. E anche lo spavento.

Anni fa la psichiatra mi disse che i figli sono i nostri biglietti da visita nel mondo. La frase era calata in un contesto più ampio, non era buttata così, come la sto dicendo io adesso.  Il contesto un po’ l’ho perso di vista con il tempo, ma questa frase me lo sono portata addosso come un tatuaggio. Io per me sono la somma delle ore trascorse da sola. Sono mia madre quando mi costringo ad alzarmi alle sei ogni mattina, a fare colazione, a lavarmi ma sembra sempre che non sia abbastanza. Sono la mia migliore amica quando mi guardo allo specchio per dirmi quella cosa lì, quasi in silenzio che nessun altro senta. Sono mio padre, quando mi corazzo per uscire e mi controllo sempre un po’ a distanza,  sono mia figlia quando mi dico va bene, puoi farlo. Sono mio fratello quando rido senza controllo che sembra stia piangendo. Sono dio quando non penso che la vita mi punirà se non provo affanno in quello che faccio. Sono lui quando mi vedo ancora bella e sono me quando invece no. Io per me sono un biglietto da visita vecchio, qualcuno ha tirato una riga sul numero di telefono che nel frattempo è cambiato, ha aggiunto a penna un indirizzo mail, forse non ricorda dove l’ha messo ma in fondo non c’è più nessuno che lo chiede. Io però ho un biglietto da visita pieno di cuori. Non c’è il mio nome, quello che conoscono tutti perchè non serve,  ma c’è il posto dove trovarmi in giro per il mondo, tra le parole, nelle parole.

 

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Alla fine

 

Alla fine Pepe non l’abbiamo fatta operare alle caviglie. L’avevo portata da un ortopedico, gran professore, primario, che mi aveva detto assolutamente si, assolutamente si signora. Va corretta. Una vite nella caviglia destra, una vite nella caviglia sinistra. E allora l’abbiamo portata da un altro ortopedico, gran professore, primario, che mi ha detto assolutamente no, assolutamente no signora. Ciascuno mette i piedi come vuole, non c’è alcun difetto da correggere. E alla fine niente, siamo andati da un fisioterapista e osteopata e così è. Una via di mezzo tra intervenire e fare niente, qualcosa che ci consenta di dirle tra vent’anni quando verrà a chiederci conto del suo piede cavo e valgo che non è vero che non abbiamo fatto niente o che non abbiamo scelto e deciso per lei, pensando e cercando di fare sempre il meglio.

Come si fa a decidere per un altro? Come si fa a sapere cosa è giusto e cosa no? Io non sono medico, non sono ortopedico, non sono maestra, professoressa,  maestro di tennis, istruttore di karate, psicologa psicoterapeuta, dietista, parrucchiera. Come si fa? Questa è la piega della genitorialità che più mi disturba perché io, alla fine, ho sempre paura di sbagliare e penso finché si tratta di me non importa ma adesso, adesso che si tratta di loro, finché si tratterà di loro, io come faccio? Così faccio, faccio per tentativi. Sbaglio, chiedo agli altri, riprovo sperando di non fare casini enormi.  Ma due viti nelle caviglie no, non me la sono sentita. È che io ancora non ho capito come fare a mettere una sciarpa senza che mi ci si impiglino gli orecchini ogni volta che muovo leggermente la testa, magari mentre parcheggio . Io ancora confondo la riviera di ponente con quella di levante, ieri di nuovo, ho studiato la Liguria con Pepe e ho finto di sapere dov’è una e dov’è l’altra e invece no, ho guardato la cartina di nascosto. Anche con Cri due anni fa, uguale. È ovvio che io devo procedere per tentativi. E non è vero che ho sempre cercato di fare il meglio. Per dire, quando Pepe era piccolissima aveva paura dell’aspirapolvere, in generale di tutti i rumori improvvisi,quello del frullatore, del tritatutto e scoppiava in pianti inarrestabili ogni volta che azionavo un elettrodomestico rumoroso e allora dovevo avvisarla, farglielo vedere spento e dirle vedi, adesso mamma lo accende, sentirai un rumore ma dura poco e non è niente, è solo rumore. Però lei era davvero faticosa, lei piangeva sempre, tanto, per niente o comunque per qualcosa che io non sapevo e sembrava che non ci capissimo mai io e lei e che fosse tutto sbagliato e più sembrava così più mi si attaccava e veniva a cercarmi ma io non stavo bene, comunque, ero in analisi e mi sembrava di non sopportare più niente e allora io a volte accendevo l’aspirapolvere senza usarlo. Le dicevo vedi, mamma adesso deve usare questo, tu stai in camera da brava, quando finisce puoi uscire.  È capitato,anche, che iniziasse a piangere disperata e disperante in macchina, mentre guidavo, con quel pianto quello che penetra direttamente nel cervelletto e allora io accostavo e scendevo. Restavo lì, accanto alla macchina, accanto alla portiera, la vedevo piangere, appoggiavo la mia mano sul finestrino e ci guardavamo. Lei in lacrime e io anche. Le mie scendevano silenziose e per questo mi spaventavano. Il dolore quando mi riguarda è sempre muto. Poi mi guardavo intorno e fingevo di essere un’altra. La donna che entrava in panetteria, quel signore a passeggio con  il cane, la ragazza con lo zaino alla fermata del pullman, la signora che stende jeans da uomo . Alla fine, aprivo la portiera , la accarezzavo sulle guance rosse per lo sforzo e cercavo di calmarla, scendevo a patti con il mio male senza essere mai ricambiata.

Questa cosa delle caviglie mi è tornata in mente in questi giorni, in realtà è una vicenda dell’anno scorso, ma sarà che continuiamo a portarla dal fisioterapista, sarà che è dall’anno scorso che osservo le persone, tutte, con altri occhi dopo che il gran professore primario mi ha detto che ciascuno mette i piedi come vuole ed è vero, comunque, si, è pieno di gente che secondo me cammina male, butta il piede destro in fuori, il sinistro in dentro, tutti e due in fuori,entrambi in dentro, poggia tutto il peso sulla punta o sembra che debba cadere all’indietro per il peso che mette sui talloni. A me sembra che camminino male e invece mettono i piedi come vogliono.  Io non lo so come li metto, mi hanno detto che quando sono stanca anch’io li metto male, come Pepe.  Ma io sono sempre stanca. Forse volevano dire quando sono più stanca o molto stanca o forse volevano solo dire che ci somigliamo anche in quello.  O sarà che adesso è il periodo dei dossier e allora recupero pensieri da anni passati. È dal 1998 che queste sono le settimane dei dossier, in ufficio. Sta finendo l’anno, inizia l’anno, devo togliere i faldoni vecchi e creare quelli nuovi e ogni anno succede che il vecchio e il nuovo si trovano a convivere pacificamente mentre l’anno ancora precedente viene portato in cantina. Quindi sto preparando il 2020, sui ripiani più alti, sto spostando il 2019 nei ripiani più bassi e sto salutando il 2018, verso il dimenticatoio. Le caviglie di pepe sono nel 2018, vediamo.

È dal 1998, non è poco. Mia madre aveva circa la mia età, penso sia nato uno dei miei ultimi cugini quell’anno, avevo tre nonni su quattro e tutti ancora funzionanti, la società per cui lavoravo era un’altra. E scrivevo a penna “fatture 1999”. Adesso uso l’etichettatrice, così il colpo d’occhio è più ordinato. Che poi io lavoro da sola, non solo non c’è chi deve avere il colpo d’occhio ma nemmeno chi sa che ho un archivio o dei dossier o le settimane dei dossier e la pacifica convivenza tra anni su scaffali con un colpo d’occhio curato. Però, penso, se mi capita qualcosa e qualcuno deve sedersi al posto mio e rispettare le mie scadenze allora è meglio che abbia un colpo d’occhio pulito. Così si orienta meglio, perché un conto è il metodo e un conto è l’ordine. Io ho metodo. In tutto quello che faccio. Ma non sono ordinata, per niente, mi ci devo costringere  all’ordine. Io è dal 1998 che penso mi possa capitare qualcosa all’improvviso. Non vivo bene, mi rendo conto, ma poi penso che se non lo faccio porta male. Mia nonna diceva “morire di subito” per indicare quando, niente, uno è lì che sta bene e però muore e nessuno se lo aspettava. Ecco,io è dal 1998 che mi organizzo nel caso capitasse qualcosa perché comunque ci vuole metodo anche per morire di subito.

La prima volta che ho iniziato a occuparmi di insoluti il relativo dossier non lo avevo preparato io ma una persona con una grafia peggiore della mia, se possibile, e priva sia di ordine che di metodo.  A colpo d’occhio mi sembrava ci fosse scritto insulti. E lo avevo trovato addirittura geniale, quasi un modo di sdrammatizzare l’amministrazione aziendale, in effetti, dai, se non paghi quanto mi è dovuto è come se mi insultassi. Invece no, niente genialità, solo disorganizzazione . Ci ho ripensato il mese scorso, quando è arrivato il volantino per la presentazione del percorso di catechismo fino alla Cresima, per Cri, e l’ ho appoggiato sulla mia scrivania prima di infilarlo tra i fogli di recupero perché era stampato su una facciata sola e potevo riutilizzare per gli appunti quella in bianco, perché tanto era ovvio scontato e pacifico che Cri non avrebbe frequentato. Non farà la cresima. Non finché sono io che devo decidere e soprattutto organizzare il relativo pranzo visto che ancora aspetto si riformino le mie cellule epatiche morte per la comunione in seguito a fulminanti attacchi di rabbia.  Quindi, se vorrà, da adulta, in piena libertà di scelta, potrà accostarsi al sacramento della Confermazione. Comunque lei ha visto il volantino, e dopo un colpo d’occhio rapido mi ha detto che no, non le interessa la Cremazione. Poi dice che non mi assomiglia. Alla fine,uno i sacramenti li mette in ordine come vuole.

Dal 1998, non è poco, però questo è il primo anno in cui ho dubbi sulla pacifica convivenza tra i dossier. A me il 2019 sembra inconcluso. Non so, ho questa sensazione di un anno che mi resterà appiccicato addosso, ho la sensazione come di colla. È stato un anno faticoso, oltre la stanchezza, quella che mi fa storcere i piedi. Un anno in salita senza mai una discesa e senza nemmeno la vetta, ecco perché mi dà questa sensazione,noiosa, di non essere finito. Un anno nel quale ho iniziato a parlare di qualcuno  usando il passato e sapendo che sarà così per sempre: un passato per il futuro. Ho fatto le prove generali della morte di mio padre e non sono andate bene, mi hanno mostrato la solitudine che mi attraversa come una crepa di assestamento nonostante i miei fratelli, proprio per la loro presenza, la ferita di sentirsi figli unici davanti alla perdita, davanti al dolore.  Ma ho anche  conosciuto una donna che mi ha dedicato tempo quando ne ho avuto bisogno senza averne nulla in cambio e mi ha spiegato cosa significa non accettare a qualunque costo qualcosa solo perché lo desideriamo purché sia e poi ho conosciuto una ragazza che si è preparata una sigaretta davanti alla mia macchina, in una sera fredda,lei con i capelli rasati e piena di tatuaggi e mi ha detto di continuare a impigliare parole tra le righe come gli orecchini nella sciarpa, senza cercare sempre una soluzione e io dopo ho pianto silenziosa, mentre tornavo a casa. Un anno che non mi ha fatto niente di che, che non mi ha portato via nulla che già non fosse finito e  proprio per questo mi sembra impossibile che termini così, senza strascichi.  No, non sono arrivata alla fine, c’è qualcosa, qualcosa che non so cos’è che non è ancora stato ma che è di competenza di quest’anno, non posso metterlo nel 2020, è come con le fatture, è come se non avessi fatturato tutto. Sicuramente non ho incassato tutto. Gli insoluti- e gli insulti-me li trascino nell’anno nuovo. Andrò per cassa e non per competenza. Non riesco a spostare i dossier nel ripiano più basso, so che dovrò usarli ancora e con frequenza, dovrò tenerli accanto a quelli etichettati 2020 e il colpo d’occhio non mi piace, quindi spero che non mi accada niente di improvviso e che nessuno debba sedersi qui al posto mio, anche se poi alla fine uno i dossier li mette come vuole.

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Io, da grande (Tardi)

 

Io da grande andrò a vivere al mare. In una città con il mare, in una casa da cui vedrò il mare e porterò il cane a passeggiare sulla spiaggia poi mi metterò seduta e magari gli slegherò il guinzaglio e lui giocherà con la sua ombra e poi avrò una caffetteria di riferimento, sempre la stessa, dove quando entrerò sapranno già: un caffè, normale, amaro, un goccio d’acqua, si grazie. Nella casa dove abiterò, al mare, ci saranno moltissimi libri, i miei, quelli che ho letto e quelli che dovrò leggere. E in quella città ci sarà una libreria, anche più di una, certo, ma una sarà quella dove andrò sempre e la libraia, una donna, mi chiamerà per nome  ma senza enfasi , con familiarità, non come gli infermieri o gli operatori dei call center o gli imbonitori, che ci mettono il “signora”, ti chiamano per nome con il signora davanti. Che stupidaggine. No, la libraia mi chiamerà Sonia, perché quello è il mio nome, e lo dirà come se quello fosse solo il mio nome, il solo modo per dirmi: ah, ecco, sei qui, ciao Sonia. Non saremo amiche, non come si intende l’essere amiche. Ma ci piacerà parlare insieme, a turno, prima una e poi l’altra, quando una parla l’altra ascolta e viceversa. E poi ci saluteremo, con familiarità, come se non ci fosse un altro modo di farlo, a presto, ci diremo. A presto. Senza un’indicazione ma sarà presto, non aspetteremo che sia tardi.

La città con il mare sarà in Sicilia. Io da grande andrò a stare lì. Perché vorrò sentire voci e suoni che a Torino non potrò più sentire. Starò così, davanti al mare, e finalmente starò. Starò nel mio dialetto come nella culla. Starò nel cibo come al tavolo dei bambini con i miei cugini la domenica a pranzo con i bicchieri tutti diversi e gli scottex al posto dei tovaglioli di stoffa, che quelli erano per gli adulti. Starò nella luce del sole a pensare a Dio senza crederci. Starò nel vento senza opporre resistenza, chiuderò le persiane prima che sbattano e le finestre per evitare la corrente. Starò nella mia vita guardandola indietro e finalmente starò. Comoda. Io da grande starò nelle cose senza fatica. E starò nel futuro come si sta nel presente, senza pensare che sia tardi.

Le persone che mi conosceranno, da grande, penseranno che sono stata una bella ragazza ma io, da grande, non dirò a nessuno che, si,  lo sono stata. Penseranno che sono arrivata da lontano, ma io, da grande, non dirò a nessuno da quanto lontano arrivo, parlerò di Torino come se fosse il lontano da cui arrivo, rivalutandola, raccontandola più bella, come si fa di un amore finito quando ci hai fatto pace e ti rendi conto che dir male di un ex significa dir male di te e allora no, racconterò dei viali, della facilità di orientarsi, dei portici, delle fontane con il Toro verde,delle piazze e dei fiumi e di come ti può sembrare di essere a Parigi, a volte. E quando mi chiederanno perché dirò solo che era finita, che non ci appartenevamo più, non c’era più dialogo. Volevamo cose diverse, prima che fosse tardi.

Io da grande scriverò un libro che si intitolerà “Quello era un posto”. Sarà un buon libro, non un capolavoro, ma a qualcuno piacerà. A qualcuno no. Ma conosco già quelli a cui non piacerà e quindi non mi preoccupo, perché da grande non mi preoccuperò e  mi interesserà di più conoscere quelli che non conosco che riconoscere quelli che conosco che sono sempre gli stessi e fanno sempre le stesse cose e dicono sempre le stesse cose con le facce solo più invecchiate e il rancore solo più acuito. Non so cosa racconterà la mia storia, ma da grande lo saprò. Comunque niente che riguarderà quelli a cui non piacerà, quindi vi avviso già, non compratelo. Anzi, non lo so. Magari ci sarà qualcosa su di voi. Così, per dispetto. Nella quarta di copertina ci sarà scritto: questo è il suo primo romanzo. È la frase per la quale io compro oltre la metà dei libri che leggo e io leggo tanto, ne compro tanti. La libraia lo saprà, glielo avrò raccontato un pomeriggio verso sera  mentre starò lì a curiosare e da quella volta lei mi dirà: ciao Sonia,è uscito questo, è nuovo, pare sia una bella storia. O qualcosa del genere. Non so se farò scrivere altre cose, non quelle che scrivono tutti e che sembrano importanti: è nata a Torino, si è trasferita in Sicilia, è laureata in Giurisprudenza, questo è il suo primo romanzo. No, penso che io da grande non riterrò queste cose importanti. Non diranno niente di me.  Nella quarta di copertina del mio libro ci sarà scritto: ha la stessa migliore amica dal ginnasio, ama i cani e odia gli elefanti nel soggiorno, ha due figlie a sua insaputa, ha imparato a scrivere a quattro anni e a lasciarsi leggere oggi. Chè domani sarebbe stato tardi.

Io da grande parlerò chiaro. Non sarò mai fraintendibile. Dirò le cose  per come le vedo e  per come si chiamano. Per dire culo dirò culo, per esempio.  E mi ricorderò cose che non servono e mi dimenticherò quelle che servono e un giorno scoprirò che era il contrario e allora sarà stato utile non aver mai rimosso la metrica di Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi o il paradigma di fero fers tuli latum ferre e aver pensato quella volta, quella sera che lui ha rovesciato il tavolo della cucina che iniuria talis cogit amare magis sed bene velle minus.  E penserò che, invece, sarà stato salvifico aver dimenticato cosa non lo so, perché ora io non ho ancora dimenticato. Nemmeno i motivi per cui volevo andare via quando poi non sono andata via. O quelli per cui ho tirato su il tavolo, quella sera. Ma da grande li dimenticherò.  E dirò che non era importante. Che ho scelto, ho scelto sempre. E no, se mi avessero detto che, non ci avrei creduto, ma io non credo. E no, se mi avessero fatto scommettere che, non avrei scommesso, ma io sono una che non scommette. E dirò che si, ho guadagnato tutto quello che sono più di tutto quello che ho. Perché sono una che lavora. E ho imparato tutto quello che ho potuto da chi ho potuto, perché sono una che studia. Fino a tardi.

Le persone che mi conosceranno, da grande, penseranno che sono stata scostante ma io, da grande, non dirò a nessuno che no. Non era vero.  Penseranno che sono arrivata da chissà dove a sottolineare gli errori, ma io da grande non dirò a nessuno che no. La penna rossa è per sottolineare i miei di errori, soprattutto quelli lontani.  Parlerò dei miei sbagli e sarò indulgente, forse. Smetterò di essere la figlia della maestra, di ascoltare le storie di bambini che non conosco tutti i giorni e così tanto che alla fine dell’anno succede che li conosco e li posso riconoscere quasi nella foto di classe, lei di lato accanto al ragazzino della fila centrale, dietro di loro i più alti, sotto di loro i più bassi, lei che nemmeno con loro sorride all’obiettivo  ma si vede che è contenta, se la conosci si vede. Se non la conosci forse non ti importa. Io lo vedevo. Smetterò, da grande, di avere questi semifratelli a blocchi di  cinque anni ai quali avrei voluto dire che lei era la stessa. Con me, con loro. Avete avuto mia madre. Ho avuto la vostra maestra. E avrei voluto dire sapete quelle verifiche, quelle di logica, quelle del prima e dopo, delle sequenze? Alcune di quelle le ha preparate usando me come bambina di prova. Ero io l’unità di misura della vostra possibilità di superare una verifica. Scusateci per la severità, se non è troppo tardi.

Io da grande assomiglierò alle mie figlie. Da Cri prenderò la capacità di restare distante dal turbamento e da Pepe l’abilità di cercare riparo nelle ripetitività di alcuni gesti. E saprò stare senza di loro e loro sapranno stare senza di me perché per quello ci saremo preparate. Io da grande ogni tanto dirò cose sulla morte perché già le dico prima figuriamoci se non continuo e a loro darà fastidio perché già dà fastidio, ma una si allontanerà appena e l’altra mi dirà che mi ama come a ripetere un paradigma e quando sarà troppo allora io da grande lo saprò e andrò. Davanti al mare, a parlare da sola, magari giocherò con la mia ombra se non si sarà stancata anche lei di tutto quel parlare e, finalmente, aspetterò che sia tardi.

 

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