Istruzioni di viaggio (lettera alle mie ragazze)

 

Ho trovato vecchie agende che usavo per  scrivere pensieri vaganti. Chissà perché si dice pensieri vaganti, come le mine.

Bugia.

Non le ho trovate le agende, ho sempre saputo che sono lì, nell’ultimo cassetto della scrivania in ufficio, ce le ho messe io. E’ il cassetto dove conservo tutto quello di importante che non riguarda il lavoro .

Ho riletto le vecchie agende che sapevo di trovare al fondo dell’ultimo cassetto della scrivania in ufficio e penso che sia giusto dire dei pensieri come si dice delle mine. Almeno per i miei pensieri, per i miei pensieri è giusto.

C’è anche il foglio con la strategia di sopravvivenza post separazione tirata giù un giorno a pranzo con Andrea, che io lui me lo ricordo al ginnasio e all’università e sembra che il tempo non passi ma e poi invece pranzi con il tuo compagno di banco che fa l’avvocato e già che ci sei tiri giù elenchi per punti numerati e pensi alle priorità. Alle tue. Per la prima volta. Anche se non mi sono separata non l’ho buttato, mi ricorda che ci sono delle priorità.

Non dovete buttare nulla finchè non avete controllato, ragazze mie. Tra le mie cose, intendo, se mai ci fosse la necessità che mettiate voi mano, non buttate, controllate, perché anche un foglietto volante può essere un pensiero vagante. Poi, per carità, non è che dovete conservare tutto, non è che ogni pensiero merita di essere pensato e custodito, almeno per i miei pensieri, per i miei pensieri non è detto che meritino. Deciderete, ma prima leggete.

15/11/2009 Cristina a cena  mi ha detto “mamma tu sei la mia gioia”.

Ho iniziato a tenere le agende dopo la nascita di Pepe, nel 2009, anche su indicazione dell’analista. Scrittura ombelicale, mi pare che si dica. Quella che guarda a se stessa, al proprio ombelico. Io avevo un ombelico trasfigurato da un’ernia. Si era appallottolato tutto lì lo sforzo di essere migliore, come un pugno accartocciato su se stesso che sfidava nessuno, incapace di allargare la mano e trasformarla, non dico in una carezza ma anche solo in un segno di pace, in una stretta di mano decisa, in una presa calda ma non sudaticcia. Nemmeno così riuscivo, però, a parlare solo a me stessa. Puntavo la penna dritta verso qualcuno, sempre. Chissà perché ho detto puntare, come si dice di una pistola. Quando scrivevo a voi, ragazze mie, era sempre per lasciare detto. Un’ansia che non mi ha mai abbandonata, la paura di non riuscire a dirvi tutto, a trasmettervi tutto. Tutto cosa? Non lo so.

27/04/2010 mentre preparavo cena Cri mi ha chiesto se le mamme vanno in cielo.

Vi ho detto che volevo usare una vostra foto per mispiego, quella scattata a Verona mentre abbracciate la statua di Giulietta. Vi siete lamentate, a Cri non piace come è venuta, allora mi avete detto che posso usare quella che papà ci ha scattato dal balcone, sempre a casa di Giulietta. Però nell’altra eravate di profilo, in questa si vede proprio il vostro viso, ho pensato che forse non era il caso di pubblicarla. Chissenefregamamma.  Allora me ne frego e con la vostra liberatoria la inserisco alla fine di questa lettera. Siete belle, e Cri , ti avevo detto che si, anche le mamme vanno in cielo ma solo quando è il momento. Per fortuna non mi hai chiesto quando è il momento.

“Scusa, non puoi scriverci una lettera,darcela e basta?”

No, non posso perché non voglio sapere se l’avete letta o meno. E poi la perdereste, soprattutto tu, Cri, perché sei una casinista, ieri sera siamo tornate da Varese dopo una tua gara, ti sei fatta la doccia e stamattina stavo mettendo la giacca della tuta sociale in lavatrice con la medaglia nella tasca chiusa. Per fortuna che le medaglie pesano e fanno rumore.

Anche per prenderle alcune medaglie si fa rumore. C’è questa cosa che fate nel karate, questo verso. Il kiai, una specie di urlo, un suono gutturale che vi esce quando tirate una tecnica, un pugno, un calcio. Ognuno ha il suo. Io riconosco il tuo kiai, Cri, come riconoscevo il tuo pianto da neonata. Hai avuto un accenno di ittero al tuo terzo giorno di vita e hai dovuto trascorrere una notte in lampada, al nido. Il nido era al secondo piano, la mia stanza al terzo. Quella notte l’ostetrica mi è venuta a chiamare per allattarti, mi sono tirata giù dal letto, non dormivo, nella mia stanza c’era una donna in travaglio e un’altra con due gemelli. Il bimbo della stanza accanto ha pianto per tutto il ricovero, a volte lo immagino ancora in lacrime. Non so se ti capita di incontrare un tredicenne piagnone, magari è lui. Avevo i punti del cesareo che mi dividevano in due il corpo, dal ventre in giù, le gambe, le caviglie gonfie, i collant bianchi a proteggere le vene. Dal taglio in su il tronco ripiegato, le spalle rigide, la schiena curvata. Quando sono arrivata al nido, quella notte, ti ho riconosciuta senza vederti, ero ferma sulla porta. Il pianto. Il tuo pianto. Quando la sera vengo a prenderti alle 21, dall’altra parte della città, aspetto in corridoio la fine degli allenamenti, non mi affaccio mai in palestra. Detesti i genitori che lo fanno, che stanno lì per la durata dell’allenamento e guardano. Non hanno un cazzo di meglio da fare, dici, ti chiedi, mi chiedi, con quel tono misto di chi non sa se ha fatto una domanda o ha rivelato una realtà. Ti riconosco. So che stai combattendo tu, in quel momento, dal kiai. Il tuo kiai.

25/05/2011 hanno diagnosticato la mastocitosi cutanea alla mia piccola Pepe

Non si muore di mastocitosi, forse nemmeno esiste, per word non esiste. Esiste. Esiste. Tante macchie piccole o medie, come medaglie che nessuno sperava di vincere e prurito come avevo visto solo su alcuni tossici, da piccola, fuori dalle farmacie.  Non si muore di mastocitosi ma avrei preferito non imparare la parola. Tu, Pepe, l’hai imparata bene e presto.

Perché devo mettere tanta crema?

Perché se mi gratto sanguino?

Perché devo prendere le gocce?

Perché dici sempre al dottore che non deve cambiarmi l’antibiotico? Cosa vuol dire potenzialmente allergica a un mare di farmaci? Cosa vuole dire potenzialmente allergica alle punture di insetti?

Potenzialmente, Pepe, potevi essere un disastro. E invece hai compiuto un miracolo. Un mese dopo averti inserita alla scuola materna ho avuto un incontro con la tua maestra e con la direttrice. Nella tua classe. Mi sono seduta su una sediolina e ho appoggiato i gomiti sul tavolino e dietro di me c’erano le ceste con i giochini di legno e per terra ancora le tracce di un lavoro fatto con le foglie e nell’angolo una cucina completa di elettrodomestici e subito dietro la sediolina della direttrice un baule con abiti che usavate per travestirvi e trasformarvi. Ascoltavo e pensavo a quel libretto di cartone spesso, Biancaneve, sul tavolino del nostro salotto, di lei che trova la casetta e le sette scodelline e le sette forchettine e sette bicchierini e sette lettini e si sdraia su due o tre perchè in uno solo non ci stava e solo un attimo perchè era stanca e invece era stremata e i sette nanetti la trovano così.  Chi ha mangiato la mia insalata? Chi ha bevuto la mia acqua? E tu seria, ascoltavi senza ridere e io avevo i gomiti su un tavolino ed ero stremata, Pepe. Sono uscita da quell’incontro piangendo tutte le lacrime che avevo accumulato e messo da parte perché non erano la priorità. Non mi avevano detto nulla che io già non sapessi, Pepe. Nulla che già non mi avesse spinta a inserirti nella sezione primavera  con sei mesi di anticipo, io, concettualmente contraria agli anticipi, io, figlia della maestra che per carità, i bambini non hanno bisogno di essere inseriti a scuola prima, io che ho dovuto metterti in quella sezione senza dire il perché a nessuno. Quando sono uscita da lì, Pepe, piangevo disperata perché sapevo che ero sola, tuo padre non avrebbe capito. Le priorità, le nostre, le tue e le mie bussavano con insistenza. Per uscire.

20/09/11 per controllare se la torta è cotta infilate uno stuzzicadenti nel centro, se quando esce è pulito allora la torta è cotta.

Adoravate la torta di carote, morbida e arancione. E le lingue di gatto, Cri, tu volevi sempre quelle. Raramente abbiamo fatto i biscotti, ho un problema con la pasta frolla. In realtà il problema è con il burro, lui sa che non lo amo e mi ripaga con la stessa moneta. Mia madre ci faceva sempre la torta di ricotta quando eravamo piccoli, piace anche a voi, adesso la fa solo quando arriva lo zio da Londra e allora la prendete in giro per questo e ve ne lamentate. A me per tanti anni hanno ripetuto che la cucina non era cosa mia, non faceva per me. Lascia perdere. Non era vero, sapete. Non era vero che non sono capace, che non sono in grado, che non mi appartiene. Era un’idea degli altri, non mia. Io detestavo la cucina esibita, la prova di forza a chi ha il mattarello più lungo e l’aringa più affumicata e la maionese meno impazzita e il brasato con più barolo, alla quale ero costretta durante le feste comandate o le domeniche a pranzo quando c’erano i miei nonni ospiti.  E poi, penso, bisogna sempre distinguere chi fa cosa. Se io prendo il mio tempo libero e invece di leggere comoda sul mio divano pulisco broccoli e assemblo torte salate prevedendo la varietà settimanale del menù con l’attenzione di una dietista della mensa scolastica al primo incarico allora il risultato di quel che faccio vale molto, cioè vale di più della stessa cosa fatta da una che del suo tempo libero non sa cosa fare e affetta zucchine su zucchine su zucchine. Ragazze mie, guardate sempre chi fa cosa prima di dire che qualcosa non è fatto bene o con amore. A volte vi spacciano per amore un tempo che non saprebbero riempire diversamente, vi spacciano per amore la loro noia.

30/10/11 le parole di Pepe:

Tao= ciao

Upo=lupo

Boco= bosco

Chi= Cristina

Tutuu= pullman

Bobo= bambolotto/bambino

Moe= amore

Basta=basta

Cocca= albicocca

Io Pepe= io sono Pepe

Mai= mai

 

Ci sono parole che non mi piacciono e spero che non le userete mai oppure che le userete solo per  scherzo, per gioco.

Bugia.

Non ustaele nemmeno per gioco o per scherzo. Non fanno ridere.

Zucchini. Per favore, per favore, per favore, dite zucchine. Non ne faccio una questione di correttezza, non mi importa se si dice zucchini o zucchine nella forma corretta. Non dite zucchini.  Se il soggetto della vostra frase è singolare usate il verbo al singolare, se il soggetto della vostra frase è plurale usate il verbo al plurale. Non dite cose del tipo non c’è problemi. Dite: Non ci sono problemi/ Non c’è problema.  Se i problemi ci sono non dite che non ci sono. Se vi gira di usare un dialetto, uno qualsiasi, usatelo e basta, senza fare un misto di italiano dialettizzato. Fa vomitare. Se dovete dire le parolacce, per favore, ditele. Non siate ibride. Non siate mezzosangue. Non state in mezzo. O le dite o non le dite. Mizzica, porca pupattola, eh la miseria, mi girano gli zebedei. Per favore. Fatelo per me, pensate a cosa direi io.

15/12/11 Pepe mi ha detto “mamma tu sei mio moe gande” (mamma tu sei il mio amore grande)

Ce lo diciamo di continuo. È tutto un parlare d’amore, ragazze mie. Io lo dico a voi che lo dite a me che non ve lo dite tra di voi ma va bene così. Mettiamo in chiaro che se saprete volervi bene nella vita molte cose saranno più semplici ma che non è detto che il solo fatto di essere sorelle sia sufficiente. Sarà una conquista anche quello, una medaglia, una potenzialità da alimentare. In ogni caso siate corrette, come dice il giudice di gara prima di un combattimento. Siate corrette. Io lo sono, con voi. Faccio un sacco di errori, molti li vedo, altri li scriverete voi su agende e saranno errori vaganti come pensieri vaganti come mine vaganti e mi colpiranno. Vi chiedo scusa in anticipo, spero non vi faranno troppo male, spero non siano irrimediabili. L’amore non basta come scusa, come giustificazione. L’amore non basta mai, ragazze. Troppo facile, altrimenti, basta amare amare amare e tutto va bene. No. Si ama, si improvvisa, si patisce, si ama, si soffre, si urla, si tace. Si ama, si cade e si resta stesi a non crederci. Ci si rialza, si ama, si guarda il mondo aprendo gli occhi durante un abbraccio, si chiudono gli occhi durante un bacio e si vede tutto. Non si ama mai e basta. Io vi amo, vi sveglio, vi cazzio, vi adoro, vi prendo in giro, vi allontano bruscamente, vi chiedo scusa, vi amo, vi ricordo, vi tengo dentro, vi amo, vi lascio andare, vi do le regole, vi aspetto, vi amo, ve lo avevo detto, vi amo, non fa niente, vi  amo di un amore che non basta  e se anche sembra che vi amo e basta no, non è vero. L’amore, ragazze mie, l’amore. Non si muore d’amore, si vive d’amore. Ricordatevi la frase che vi ho detto su quel balcone sorridendo verso papà, in fondo Giulietta è morta per un fraintendimento. Parlate chiaro sempre. L’amore, ragazze mie, l’amore è una parola che si conserva, un urlo che ricorda un pianto e non si dimentica, un pugno stretto grosso come il cuore, l’amore ragazze mie è una torta che aspetta un ritorno.  L’amore è il vostro destino.

 

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Venerdì 17

 

Io non sono superstiziosa, non completamente. Sono nata di 17, non era venerdì, ma tanto basta ad avermi resa selettivamente scaramantica , non temo evidentemente i numeri, 17 o 13 anzi, di venerdì 17 ho superato Istituzioni di Diritto Privato al primo tentativo. Gli esami si davano per tentativi, cioè, io li davo per tentativi. Non che mi presentassi senza aver studiato, figuriamoci, non è mai capitato. Ma vivevo gli appelli con quel senso di precarietà, di forse, con la patina del proviamo e vediamo come va, l’asta delle aspettative sempre rasoterra così da non soffrire troppo e potermi nascondere dietro un mesto “lo sapevo” a volte declinato come “me lo sentivo”. Però ero sempre attrezzata di penna porta fortuna nel caso di uno scritto, di maglia con cui la volta scorsa era andata bene, di cornetto rosso comprato a Napoli nel portaocchiali verde in borsa.

Oggi è venerdì 17 di anno bisestile. Nella mia famiglia di origine c’era l’ansia degli anni bisestili, perché portano via. Questo giorno in più servirebbe a portare via, pare. Persone, soprattutto.  In particolare il 1992, è stato un anno di lutti uno dietro l’altro, quel tipo di  lutti che per me quattordicenne non lasciavano un grande segno, zii e cugini di mia madre venuti giù uno dopo l’altro e mia nonna, incredula, con gli occhi pietrificati di pianto. Ricordo questo, ricordo lei che esce dalla sua camera da letto, avvolta in una delle sue vestaglie legata in vita e non ha più gli occhi ma due fessure scure e tutto intorno la pelle di cartapesta. E sangue. Si era sfregata la pelle del viso intorno agli occhi cosi tanto da sanguinare, si era torturata il volto e persino il neo, il neo sporgente che aveva sotto l’occhio sembrava che non ci fosse più. Di tutte quelle morti questo è il segno che mi porto addosso, lei. E quell’ultima morte, l’ultimo a venire giù. Il nipote prediletto. Un volo di sette piani, da tuffatore esperto e disperato.

Io non ci credo che gli anni bisestili abbiano questa carica letale, non completamente.  Si muore sempre, penso. Si vive ogni giorno e si muore sempre.  Però adesso mi riguarda tutto di più. La vita e la morte.  Sono finiti gli attori secondari, adesso in scena ci sono i protagonisti. Come nei film. Da piccolissima mi sedevo sulla pancia di mio nonno e guardavo i film gialli con lui, che li adorava. E chiedevo sempre: muore? Adesso muore? Se muore? Lo uccidono? Muore?

No, non può morire adesso.

Perché?

Perché altrimenti finisce il film. Muore un altro, uno che non serve più per mandare avanti la storia.

Mio nonno non era un uomo istruito, anzi. Sentirlo parlare in italiano faceva ridere o rabbrividire. Io ho avuto nei suoi confronti entrambe le fasi, con alte punte di irritazione da sucata studentessa di ginnasio pronta a richiedere la tessera all’Accademia della Crusca. Però le cose che mi ha dato senza saperlo sono tra le più importanti e che palle sembrare retorica, che io proprio lo odio. Non è retorica, non è smanceria verso il tempo perduto dell’infanzia. A me la mia infanzia non piace. Non è stato un tempo felice, non è stato facile niente, perché non lo so o forse si, forse ora lo so e a volte mi va di dirlo, altre volte no, perché mi sale su un grumo semisolido di lacrime, un nodulo, in gola, mi si appanna la vista e mi sento esposta a vista come una cucina di fine serie con tutte le botte prese da chi stava solo guardando, soprattutto in preciclo. No, niente nostalgia di quella pancia enorme usata come cuscino , ma la memoria, forte, di quello che da lì arriva. Il dialetto, l’egida sotto la quale riposano i miei pensieri più autentici. L’attenzione ai parcheggi nei controviali torinesi, a lisca di pesce. L’attenzione alle siringhe, che ormai non si vedono più ma io sono stata una bambina degli anni Ottanta, la sua voce appena spengeva il motore:  fai attenzione alle siringhe dei drogati, se ti buchi sotto le scarpe con quelle fetenzie dobbiamo andare all’ospedale, si muore pure. Io non riesco a scendere dalla macchina parcheggiata nei controviali sotto gli alberi senza pensare che nel terreno ci possono essere, sotto le foglie, quelle fetenzie. Anche lui è morto in un anno bisestile.

E il film che finisce se il protagonista muore. Lo ripeto anche alle mie ragazze. Però, loro, di attori secondari ne hanno ancora tanti da vedere.

L’anno scorso, a febbraio, senza che fosse un anno bisestile, è andata via lei, Cocò.  Cocò era, è, mia nonna. Quella del neo sotto l’occhio, della vestaglia elegante, del dolore che pietrifica. Delle risate ingenue. Dei baci schioccati sul collo. Del “che cazzo dici” come stile di vita, non importa se sei un bambino, se dici una sciocchezza ti beccherai il tuo che cazzo dici, gioia mia. Era l’ultima, tra i quattro nonni, lei è quella che aveva pescato il bastoncino più lungo. Chissà. Non penso che nessuno se lo chieda mai, in una stanza, in un salotto, con la tappezzeria alle pareti e una torta di compleanno con una candelina rosa, sul finire dell’estate e l’inizio dell’autunno, una domenica di settembre , dopo il 17 che festeggiare prima del compleanno porta male, e lo spumante nei bicchieri del servizio regalato per le nozze, solo un anno prima anche quelle, chissà se qualcuno se lo chiede mentre una bimba bionda con solo due denti in bocca gioca seduta per terra strofinando il ciuccio legato con una catenella all’abito bellissimo a maniche corte con i fiori rosa che sembra una bambola, chissà se qualcuno se lo chiede chi ha pescato il bastoncino , il legnetto più lungo.

Dei quattro lo aveva pescato lei, solita fortunata. Ma non l’ha mai potuto sapere, perché la memoria è andata via prima, prima che andasse via lui che lo abbiamo seppellito con una foto di lei nel taschino della giacca, una foto che i miei zii hanno trovato tra i documenti, lui la custodiva con le cose importanti, lei aveva scritto a mano un desiderio, solo uno, che lui non andasse via senza di lei perché le sarebbe stato impossibile vivere. E allora è andata via la memoria e lei è rimasta, con in mano il bastoncino più lungo, esile come un fuscello e l’anno scorso, con la prima folata di vento è volata lontano, come un desiderio, solo uno, soffiato su una candelina, una sola, rosa.

Il giorno del suo funerale in chiesa eravamo pochissimi. I miei cugini arrivati da giù. Chissà se anche nelle famiglie settentrionali si dice così, me lo sono sempre chiesto. Giù e su. Chi sta qui sta su, chi vive al sud vive giù. Forse le famiglie settentrionali non lo dicono perché tutti stanno su e non hanno motivo di andare giù. Le mie figlie accanto a me, nel secondo banco della chiesa, i miei fratelli. I miei zii, mia madre al primo banco. Ho sentito un clack.  Uno scatto, come di un meccanismo che fa un movimento in avanti e ho capito che non c’era più nessuno  davanti ai miei genitori e che io sono nella fila subito dietro. Clack. Sono finiti gli attori secondari nella mia vita.  Adesso, quel che succede, succede direttamente a me, sulla mia pelle di cartapesta. Allora, il primo dell’anno io ho chiesto solo questo. Anzi no, nemmeno, perché io non chiedo. Ho espresso un desiderio, solo uno, per questo anno bisestile, che non tocchi nulla per favore, che passi con il suo giorno in più senza raccogliere nessun bastoncino che questi che sono rimasti qui, con me, nella stanza, nella mia vita, mica se lo chiedono chi l’ha preso il bastoncino più lungo, solo io me lo chiedo, ma io mi chiedo sempre un sacco di cazzate e allora facciamo che pure questa è una cazzata e non tocchiamo nulla, caro anno bisestile,  e scusami se ti uso per camuffare le mie paure che come vedi non sono cresciute insieme a me, sempre quelle sono. Facciamo così, caro anno bisestile, che mi ignori, che stai attento a dove poggi i piedi, se vuoi, ma mi ignori. Non ti preoccupi del fatto che oggi forse prenderò una decisione importante, ovviamente di venerdì 17, che in questo momento c’è qualcuno che sta leggendo qualcosa che ho scritto che mi pare troppo chiamarlo  racconto e io mi sento come a scuola e comunque si tratta solo di un tentativo, che no, le mie paure non sono cresciute insieme a me e sarai clemente con me, caro anno bisestile perché le paure dei bambini da adulti sono terrificanti e poi perché anche se non sono scaramantica, non completamente, sono comunque incazzosa. Senza retorica.

 

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Imperfetto

 

Aveva i capelli neri- sembrano blu per quanto sono neri-diceva lei. Rideva, lui, “perché se sono neri non sono blu” – “infatti ho detto sembrano mica sono”. Lei aveva un’amica che era mezza giapponese e i professori, quelli nuovi, di matematica ne aveva cambiato almeno uno all’anno, l’anno della maturità addirittura tre, quando facevano l’appello pensavano che fosse sarda perché non alzavano nemmeno lo sguardo, leggevano solo i nomi sapendo già che era inutile associarli a un viso, magari avrebbero avuto un altro incarico, più lungo, annuale, magari la settimana dopo, i tempi del provveditorato, leggevano i nomi così uno dopo l’altro, la sua amica mezza giapponese veniva due cognomi dopo il suo e quelli non la guardavano, leggevano questo cognome con una sillaba strana tsu che si legge zu e pensavano solo che era sarda e lei aveva i capelli neri, neri che sembravano blu anche se erano neri.

Aveva la voce come la caffettiera quando il caffè è uscito tutto e spegni, ormai la casa è piena di quell’aroma e aveva le mani, il palmo, come l’interno delle borse di pelle, quelle dei medici, che fuori sono scure, graffiate, vissute, dure e dentro profumano, morbide e accoglienti. Mani che curavano, che firmavano la ricetta di un farmaco non mutuabile. Lei gliele guardava, le teneva strette, le annusava e poi le respingeva a volte, troppo calde, troppo forti, troppo vicine, poi. Quando si è laureata le hanno regalato una borsa così, di pelle, l’ha accarezzata, usata per un po’ e poi lasciata da parte per quel profumo quando la apriva, quando tirava fuori i documenti, la penna. Troppo.

Con quella voce diceva parole e silenzi, era la sola persona al mondo capace di dire silenzi che occupavano spazio. Lo spazio tra lei e lui, quello tra un giorno e l’altro che lei diceva “è tempo non è spazio” e lui rideva “no, vedrai è spazio non è tempo”. Con quella voce gesticolava, sperava, pensava. Lui pensava che si vedeva. Non cosa pensava ma che stava pensando e c’erano scatoloni di pensieri che veniva voglia di scriverci fuori fragile, a lei veniva voglia perché lei sapeva che bisognava fare attenzione come nei traslochi con i bicchieri imballati nei fogli di giornale che la cura è doppia, quando li ricopri e quando li scopri e poi magari se ne rompe uno nel trasporto perché qualcuno non ha fatto attenzione, perché qualcuno non ha scritto fragile, perché qualcuno non ha letto fragile, perché qualcuno a volte si sofferma a leggere la carta usata per imballare, vecchi articoli di un quotidiano che era quotidiano un giorno passato è adesso non è più niente, come quello che è passato, che a volte è ancora qualcosa ma spesso no.

Lei c’erano sere che avrebbe voluto chiudersi dentro uno di quegli scatoloni, gli diceva “farò attenzione, prometto, ma lasciami qui”. Lui sapeva che lei non avrebbe rotto nulla, nemmeno toccato qualcosa, avrebbe guardato, si, quello si, lui sapeva che anche lei era un bicchiere con un foglio di giornale addosso e allora la lasciava stare lì, nello scatolone con la scritta fragile, in un angolo. Erano le sere in cui lei passava una mano tra i riccioli di lui solo per restarci incastrata perché, diceva “ci pensi che basta questo per non permettermi di andare via”- “allora non taglio i capelli”, rideva, lui. “Non taglierò”, lo correggeva lei- “devi dirmi che non taglierai poi, in futuro”.

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Il futuro.
Il futuro è nel tempo, diceva lei.
No, vedrai, è anche nello spazio.

Lui c’erano giorni in cui non voleva più niente. Si chiudeva in una stanza e leggeva, studiava, parlava da solo e sembrava che fuori qualcuno stesse bruciando delle foglie secche e dei rami tagliati, lei controllava le finestre per chiuderle perché non sopportava quell’odore. Non sopportava alcune parole dette da lui per come le diceva lui, per come le usava lui : vagina, paludoso, ferale. Rideva, lui, di questa intolleranza come se fosse una sciocchezza mentre lei voleva picchiarlo di rabbia per quel devitalizzare le parole, quelle parole, polpa, anche polpa detta da lui le era intollerabile, rideva lui e lei voleva picchiarlo o insultarlo o ferirlo per quel portarla a non sopportarlo.

Sapeva che lei sarebbe andata via. “Basta che non mi perdi mai di vista” diceva lei, rideva lei- “non perdermi di vista, non tenermi come qualcosa su un tavolino, vedi, come quel piattino con dentro le monetine da duecento lire che ti danno fastidio in tasca. Non perdermi di vista, mai, e io resto”

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Perderti di vista.
Nel tempo, ci si perde nel tempo, con il tempo.
No, vedrai, ci si perde anche nello spazio.

L’aveva perso lei. Di vista. Se ne era resa conto subito, da subito, strano, pensava, “so che sta succedendo mentre succede, so che mi allontano mentre mi allontano”. Strano, pensava, lei che sapeva tante cose ma sempre dopo mai durante. Sapeva rispondere a modo, dopo. Sapeva dove andare, dopo esserci stata. Questa cosa invece la sapeva subito, questa cosa che non era una cosa. L’aveva capito, lui. E non si era opposto, forse solo un po’ per un attimo poi l’aveva lasciata andare, aveva rotto qualche bicchiere senza nemmeno togliere la carta, sentiva il rumore del vetro in frantumi sotto i piedi e se ne capacitava solo così, ma aveva lasciato che accadesse.

Lei c’era una sera in cui aveva detto tutto, tutto questo, che sapeva mentre succedeva e lui c’era un giorno in cui le aveva tolto la mano incastrata tra i ricci e gliela aveva baciata soffiandoci sopra come se lei si fosse tagliata con una scheggia di vetro, al centro, al centro del palmo, come un mago quando ti fa comparire una monetina, duecento lire, dietro un orecchio, il sinistro.
“Non sarebbe mai stato perfetto” diceva lei.
“Saremo sempre imperfetto”, non rideva più lui. “Saremo sempre un’azione che dura nel passato, saremo sempre qualcosa che sai mentre succede”.

Nel tempo o nello spazio? Aveva chiesto lei.
Cosa?
L’imperfetto.
Nel tempo, l’imperfetto è un tempo.
No, vedrai, saremo imperfetto anche nello spazio.

Stava lavando i piatti, una sera lontana, lei. Lontana nel tempo e nello spazio, anni luce. Aveva tra le mani due bicchieri incastrati uno dentro l’altro, non si separavano. Aveva chiuso il rubinetto, asciugato le mani, provato inutilmente, preso uno strofinaccio, riaperto l’acqua, tentato in senso orario, provato in senso antiorario. Finchè uno dei due non ha ceduto, rompendosi. Quello esterno, l’altro era solo scheggiato. Lei si era tagliata, roba da niente, il rosso del sangue sotto il getto dell’acqua sembrava dolce, sembrava rosa. Se è rosso non è rosa. “Infatti sembra” aveva riso lei, solo una lacrima se ne era accorta ma era già scivolata giù, nel tempo. E nello spazio.

 

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Questioni esistenziali

 

Pare che la vergine sia il segno favorito del 2020. Me l’ha detto lui, mio marito, la sera del 30 dicembre, in montagna, mi stavo asciugando i capelli e lui dal salotto, davanti alla tv,  mi ha urlato che l’anno nuovo sarebbe stato il mio anno. Io faccio sempre la doccia dopo cena, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. La doccia di sera, lo shampoo, significano che la giornata è finita. Alcuni preferiscono farla di mattino, invece, dicono che così hanno la carica per uscire. Solo quando vado in palestra derogo, ma mi asciugo in fretta perché devo tornare in ufficio, ho fretta e non è rilassante. Ho conosciuto una ragazza, Giuli, che scriveva oroscopi, anni fa, subito dopo la laurea e non ne sapeva niente di astrologia però, diceva, dava maggiori possibilità ai segni di sua madre, della sua amica del cuore, del fidanzato. Forse anch’io li scriverei così e alla bilancia non darei speranze perché ho difficoltà con quelli della bilancia, sarà la vicinanza, come tra siciliani e calabresi, mio nonno non parlava bene dei calabresi ma nemmeno dei catanesi, perché era palermitano e forse i palermitani parlano bene solo dei palermitani ma almeno era del capricorno. Invece la buona sorte la distribuirei tutta tra il toro e lo scorpione, il toro perché le persone che amo di più, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola, sono del toro e lo scorpione solo perché mi sembra onesto già nel nome- sono uno scorpione è nella mia natura pungere. Quindi, alla luce di cosa mi ha detto lei, Giuli, la notizia che aspettavo da almeno un decennio, che la vergine finalmente se la vedrà girare bene, non ha sortito l’effetto bomba che avrebbe meritato, però il 3 gennaio mi sono arrivati due sms per avvisarmi che le pratiche per un rimborso richiesto a novembre sono state accettate.

C’è qualcuno di insistente che viene qui con la regolarità intestinale di un compagno della scuola materna di mia figlia che tutte le mattine alle 8.30 andava in bagno e poi chiamava la maestra Sabry per farsi pulire e con rigore calvinista solo per trovarsi tra le mie parole, poi fa spallucce perché non trova il nome. Vuole il suo nome o quello di qualcuno della sua banda, per sbraitare. Non lo scriverò mai quel nome per un semplice e unico motivo: non sono scema. Non lo ero nel 2019, nemmeno nel 2018. Nemmeno nel 2017. Nemmeno quando ancora vivevo con i mei e andavo a scuola, quindi: no. Non conto di essere scema nemmeno nel 2020. E, sorpresa, non diventerò nemmeno empatica. O compassionevole. O paziente. O pietosa, nel senso di dotata di pietas. Io potrei mettere, anzi, io vorrei mettere una targhetta al collo, al mio, a quello di tutti gli altri, ma fondamentalmente al mio, una targhetta che fornisca subito le indicazioni basilari, quelle ritenute essenziali. Non sarebbe tutto più semplice se avessimo, ciascuno, una targhetta così? Come la lista degli allergeni, come la composizione e le avvertenze di lavaggio, come le frasi di rischio sulle etichette dei prodotti chimici? Mica dei pipponi eterni, bastano informazioni schematiche, che arrivino subito a chi ci è di fronte e cerca di avvicinarsi. Ognuno dovrebbe scriversi la sua, con onestà, e invece a me sembra che abbiamo tutti un’etichetta addosso, scritta da altri con indicazioni non fornite da noi e che non siamo in grado di leggere perché ce l’abbiamo sulla fronte in un mondo privo di specchi. Come quel gioco in cui tu sei al centro della stanza, seduto, ti mettono una fascetta in testa con il nome di un animale, di una città, di un film, gli altri te lo mimano e tu devi indovinare e che finisce sempre con te che non indovini e gli altri che si sono agitati inutilmente.e dopo ti dicono che era facile. Io vorrei scrivermelo da sola e metterlo in vista, tipo una collana, ti avvicini e leggi : non cercare di muovermi a compassione perché mi irriteresti, non toccarmi mentre mi parli, non dirmi “non è vero” perchè sarebbe come darmi della bugiarda e poi perché è vero, se te lo dico è vero. Al massimo non ti piace, ma è vero.

E poi, in piccolo ma leggibile, scriverei cat. Moglie, dove cat.significa categoria.

Osservo la gente, sempre. Se sono in un locale, per strada, a scuola dalle ragazze, in palestra, ovunque, tranne che in ufficio da me perché lì sono da sola e allora osservo me e basta, io osservo e penso che le persone si possano suddividere in tre grandi categorie: madre (padre per uomini)- figlio/a- moglie (marito per uomini). E non c’entra con il fatto di essere sposati o di avere figli o di avere genitori viventi e funzionanti. C’entra con quello che si è. Con chi si è. Chi si è per davvero, chi si è quando nessuno guarda, quando nessuno ci guarda. Chi si è per il solo fatto di esistere, di respirare, di camminare per la strada, di dormire su un fianco o a pancia sotto, di fare la doccia il mattino o la sera. Chi sei. Chi sei? Io sono una moglie. Lo sono da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. Mio padre è un padre, per esempio. È proprio un padre, lo era prima che nascessimo io e i miei fratelli, lo era nella relazione con sua madre, che era una figlia, con tutti, una figlia piagnucolosa e a volte capricciosa che amava sentirsi dire che era brava e che stava facendo bene e poi era pure della bilancia.

Avevo un fidanzato, più di vent’anni fa ormai, aveva quasi sedici anni in più di me. È stato colpito dalla damnatio memoriae, so di averlo amato, anche, ma non so perchè. Non ricordo niente di buono, di davvero buono, o di brutto, di davvero brutto, accanto a lui eppure la nostra storia è andata avanti, in modo altalenante, per quasi tre anni. Lui era figlio. Io ero moglie. Due categorie che non dialogano, impossibile. Una moglie e un figlio non hanno niente da dirsi e forse niente da darsi. Lui aveva bisogno di essere accudito, io avevo progetti da condividere. Ho amato un uomo, prima e dopo questo fidanzato figlio, forse l’ho amato più dopo che prima, comunque, era un uomo della categoria padre. Voleva proteggermi, indirizzarmi, guidarmi, aiutarmi. Io volevo sentirmi libera e non mi ci sentivo, quando ho capito che lo stavo deludendo e che iniziava a scuotere la testa come faceva mio padre quando vivevo ancora con i miei e andavo a scuola allora mi è stato chiaro che no, nemmeno le categorie moglie -padre possono funzionare insieme.

Le categorie che hanno buone possibilità di convivenza sono: madre-figlio (padre-figlia, padre-figlio, madre-figlia nella variante arcobaleno), marito-moglie (marito-marito, moglie-moglie nella variante arcobaleno). Due figli insieme no, litigano, si fanno i dispetti, escono dalla relazione per cercare qualcuno che gli dia ragione e mentre escono lasciano aperta la porta e tante volte dalla porta aperta entra qualcuno e la relazione finisce. Comunque non è destinata a durare, due figli insieme non hanno futuro. Come padre e madre, troppa forza, troppa potenza, troppe regole e nessuno a cui farle rispettare, si passa all’imposizione, finiscono con implodere.

Ho un’amica, una brava ragazza. È una figlia di quarant’anni con un matrimonio riuscito, che conta più di un matrimonio felice, perché ha sposato un padre. Lei ogni tanto fa le cose di nascosto, lui fa finta di non accorgersene, lei dice una cosa o fa una cosa e lui la guarda ammirato come se fosse un progresso, un vanto per lui. Un’altra mia amica, lei è una madre. Non ha figli. Ma ha sposato un uomo figlio. A cena lei sceglie per lui, cioè, lui vorrebbe prendere i tagliolini 40 tuorli con i funghi porcini ma lei gli dice, no, è meglio che tu prenda un secondo, magari il carrè di vitello arrosto. E il dolce no. E poco vino. Niente amaro. Il caffè a quest’ora? Lui è felice. Io non potevo capirlo, non riuscivo a crederci. Poi ho iniziato a inserire ciascuno nella propria categoria e allora mi è stato chiaro. Soprattutto che non so farmi i fatti miei e poi che siamo ciò che siamo e che è molto più onesto dichiararlo subito, anche agli amici, anche a lavoro. Io vado volentieri a pranzo con la mia amica madre ma la posso sopportare a mala pena il tempo del pranzo proprio come con mia madre quando vivevo con i miei e andavo a scuola anche se mia madre è figlia. E infatti, io, le mie figlie le amo e le adoro ma non è che proprio sono una madre di quelle che useresti per descrivere una madre in un catalogo, ipotetico, di madri. Perché io faccio la madre ma la verità è che non lo sono. Mio marito è un marito. Non è figlio, non è padre. Non cerca di educarmi, di crescermi, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Non cerca in me alibi, comprensione a tutti i costi, non teme il mio giudizio, anzi, me lo chiede perché sa che non è un giudizio ma solo un’opinione però è la mia ed è quella che trova più interessante, non si aspetta che io gli chieda se ha bisogno, preferisce fare la doccia il mattino così me la lascia libera la sera ma non per quello, lo preferisce per sé non per me. E poi è del toro e anche se non è palermitano non è calabrese, quindi per me siamo a posto così. Anche per il 2020.

 

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