Per un soffio

 

Ho portato Pepe dal pediatra, il Dottor D. , che è il nostro riferimento da quando Cri aveva sei mesi e ha preso la sua prima influenza intestinale chiaramente durante il fine settimana e chiaramente in forma acuta con vomito inarrestabile.
Il Dottor D. ha un’età che non so, collocabile tra i 70 e gli 80 anni ed era così anche dodici anni fa. È alto come una porta, massiccio, è stato uno sportivo si vede, ha le dimensioni di un armadio ,di quelli di una volta che non li fanno più così solidi. Le sue mani sono esageratamente grandi. Le usa per misurare i neonati, penso ci sia proprio l’unità di misura della spanna del Dottor D.perché lui è pediatra e neonatologo e non si capisce come possano, quelle mani, avere avuto in dono l’abilità di quel tocco gentile. Il Dottor D. se sei femmina ti dice “allora vediamo un po’ cos’hai signorina”, se se maschio ti chiama “giovanotto”. Visita in modo accuratissimo, ausculta, tocca, batte sull’addome, sul dorso, guarda nelle orecchie e nelle narici, tira giù la lingua con il bastoncino di legno, ma solo se non sai abbassarla di tuo altrimenti te lo risparmia. Ti fa dare colpi di tosse, ti fa respirare a bocca aperta e poi a bocca chiusa e alla fine si siede sulla sua poltrona e inizia a scrivere dicendo ad alta voce prima la diagnosi e poi la cura suddividendo le parole per sillabe, con tono forte e chiaro, che si capisca. Pepe adesso ha un’O-TI-TE BOL-LO-SA A RI-SCHIO PER-FO-RA-ZIO-NE DEL TIM-PA-NO. Ha vinto una cura di quelle viste poche altre volte, con antibiotico e cortisone, una spruzzata di tachipirina in funzione antidolorifico e innaffiando tutto con i fermenti lattici, che si sa mai.

Le ha tolto lo sport per tutta la settimana almeno, domani potrà rientrare a scuola con un batuffolo di cotone nell’orecchio sinistro e se vorrà in classe potrà toglierlo, altrimenti, le ho detto, la scusa è ottima…
Mentre la visitava mi ha chiesto se c’eravamo, al plurale, mai accorti di un lieve soffio al cuore.
No, Dottore. Cristina si, lo sappiamo, da quando era neonata. Ma Pepe no.
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Aspetta un attimo signorina, sei agitata?
No. (bugia, nel momento in cui le ha chiesto se era agitata lei si è agitata)
Ha una frequenza cardiaca troppo alta, signora. Per essere la sportiva che è, soprattutto.
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Quanti anni hai signorina?
10.
Quest’anno 11, in agosto, Dottore, sono intervenuta io, da dietro le sue spalle, mentre continuava a sentirle il cuore e io non sentivo più il mio, via, sparito, io da quando sono madre ho perso il conto delle volte in cui sono stata viva senza esserlo, senza un cuore che battesse, un respiro che constasse delle due fasi, inspirazione ed espirazione, senza la testa libera da qualche diavolo di retropensiero, che quelli sono i peggiori.
Si è riaccomodato tranquillo, ha tirato fuori la penna, Pepe si è rivestita e si è seduta accanto a me.

Allora, signora, direi che non ci preoccupiamo. Al plurale. Va bene, allora va bene.
Direi che la rivediamo tra qualche mese perché può anche essere una fase di preparazione, la signorina è in prepubertà, anche la frequenza cardiaca accelerata si può spiegare così.
Quindi posso stare tranquilla?
Direi di si.
Quindi non devo fare accertamenti? Perché lei ogni anno fa l’elettrocardiogramma sotto sforzo, è un’agonista, insomma, lei è una sportiva, gli sportivi li controllano. Cioè, li controllano bene? Vero?
No.
Ecco.
No, l’elettrocardiogramma non ci dice nulla. Nel caso dovremmo fare l’ecocardiogramma. Ma non c’è fretta. Davvero. Stia tranquilla. È un soffio appena accennato.
Non mi preoccupo.
No.
E l’otite?
Ah, quella è bruttissima signora. Ne ho viste tante ma così poche. È bollosa.
Bollosa.
Si. Brutta.

Pepe ha il cuore che soffia, poco, leggermente, in modo lieve. E non mi devo preoccupare, me l’ha detto lui. A me può bastare che mi lui mi dica di non preoccuparmi per non preoccuparmi. Lui sa praticamente tutto. Sa che quando ti prepari a crescere il cuore soffia, sa che quando ti prepari a fare un salto in una fase diversa della vita, una fase con peli e cambi di umore, con ghiandole che premono dolorose per uscire, capita che ti si sballi la frequenza. Non prendi più quel canale. Ecco perché chi ti è accanto non capisce più cosa dici e chi sei. Con la mia vecchia autoradio nella mia prima macchina mi capitava. È così. Pepe ha il cuore che soffia e le frequenze da risintonizzare. Perché si sta preparando e il corpo lo sa, mica è affrettato o superficiale o incapace. Lo sa. Mica per prepararsi anticipa i tempi, come fanno a volte a scuola. Come la maestra di disegno, che va detto perché va detto, ogni anno in quinta, era già successo con Cri, decide di preparare i bambini al passaggio alle medie, al disegno tecnico che una volta si chiamava educazione tecnica e quando arrivavi in prima media facevi quella ed educazione artistica, erano due cose diverse e con professori diversi e dovevi comprare del materiale diverso. Per educazione tecnica era tutto uno sbatacchiare di squadrette a cui scheggiare da subito la punta, un giro di compasso con rotella lasca, un esercizio di lettura da miniaturista per decifrare la mina da inserire nel portamine. Io avevo una professoressa che odiavo. Una stronza arrabbiata con il suo destino infame che l’aveva relegata a insegnare a mezzi bambini e mezzi adolescenti , nessuno sintonizzato correttamente, che per la maggior parte avrebbero abbandonato la sua materia senza mai rimpiangerla- io in testa- fiera quando in terza le dissi che basta, mi ero iscritta al ginnasio, le sue mine non avrebbero fatto parte del mio futuro, concentrasse i suoi sforzi per quelli che si erano iscritti allo scientifico. O per i geometri. Con disprezzo, ricordo.
A distanza di trent’anni mi sta ancora sul culo. Lei e la sua materia. E il suo cognome, quello di un politico emergente di quegli anni, bifolco e rozzo come il suo successore.

Adesso la materia non si chiama più educazione tecnica ma Tecnologia. Fanno le stesse cose, più o meno. Cri non è appassionata ma si applica quel che serve. Invece la maestra di disegno delle elementari non molla. Li prepara, dice. Facendo comprare tutto il materiale di cui non hanno cura, arrabbiandosi perché la squadratura del foglio viene da schifo, perché con le mani sporche di mina toccano il foglio bianco e lo macchiano. Li prepara a qualcosa che faranno l’anno dopo. Come? Facendoglielo fare. A me sembra assurdo. Cri e Pepe hanno odiato disegno per tutta la durata della quinta, hanno vissuto con frustrazione quelle ore e quella maestra. Hanno anticipato di un anno il rifiuto di una materia che , magari, poteva avere una possibilità se affrontata al momento giusto, se si fossero preparate a consegnare un compito assegnato in tempo, a tenere pulita la postazione su cui lavorano, se si fossero preparate davvero, come fa il corpo.

Pepe ha il cuore che soffia, appena appena, leggero. Bisogna avvicinarsi per sentirlo, bisogna stare in silenzio e aspettare. Bisogna saperlo ascoltare. Pepe ha il cuore che soffia perché si sta preparando, davvero, ad accogliere chissà cosa, chissà chi, quando sarà il momento, quel momento. Io non lo so come fa un cuore che soffia, se soffia tipo un gatto quando si arrabbia o più tipo il vento e se è un vento forte e di tempesta o un vento che fa piacere, che non sconvolge ma al massimo scompiglia i fogli, alza la gonna ma solo un po’, rinfresca.  Magari soffia come una locomotiva a vapore, pronta a partire per andare dove non si sa, come il gioco da bambini quando si restava soli nell’ auto parcheggiata o lasciata un attimo in doppia fila e uno si metteva al posto del conducente, il fratellino accanto e si decideva dove dirigersi, da fermi. Oppure soffia per spegnere le candeline ed esprimere un desiderio mentre tutti battono le mani perchè è festa. Non lo so come soffia ma so che il cuore di Pepe è un cuore forte, un cuore buono, come lei, come i suoi occhi, è un cuore allenato, capace di soffrire, lo so, lo sappiamo già, e a volte mi sembra una speranza un cuore così, che sa sentire e sa sforzarsi e sa battere più forte quando serve. Un cuore che soffia, che soffia via la polvere da quel che tralasciamo, che soffia sul dolore degli altri come sul bruciore di una ferita che forse non guarisce ma cura. Soffia leggero, come una novità, come un’idea appena accennata, alla quale lavorare, un sogno appena iniziato, soffia, il cuore di Pepe, lei che mi somiglia così tanto ma non in questo, lei ha un cuore più grande, più sano, più pulito. Io non so come era il mio cuore ma non mi sembra che soffiasse. Credo che sbuffasse. Credo che sbuffi ancora. Se resto in silenzio e aspetto lo sento, si, sbuffa. Non di noia ma di fastidio. Non di pensieri ma di affanni. O retropensieri, che sono i peggiori. Non so quanto sia grande il mio cuore o quando sia diventato grande, credo verso i sedici anni, sicuramente so cosa-chi- ci sta dentro e ne deduco che sia interamente occupato. So che si era preparato, anche lui, al momento giusto, non prima e non dopo, ed è cambiato, si è trasformato e non so se batteva tanto di più del solito ma so quanto i battiti sono stati più forti anche se non più veloci per il clangore che si sentiva fino in gola, so che ha accolto e cacciato ostracizzando, è stato bistrattato e ricucito, rattoppato bene, perché sbuffa e non cede. Io ho il cuore che sbuffa, mia figlia ha il cuore che soffia, lei si appoggia su di me dal lato dell’orecchio dolorante e mi chiede se passa. A lei basta che io le dica che il dolore passerà per sapere che passerà. Si-la rassicuro- bisogna dare tempo alle medicine di fare effetto. Stiamo una sopra l’altra, il suo orecchio sul mio cuore, un soffio, uno sbuffo e aspettiamo insieme che arrivi il momento, quel momento, che arriverà in un soffio.

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