(S)tiamo così.

Le mani nel letto la sera e la mattina, presto o tardi che sia, ogni sera e ogni mattina io penso che avrebbe potuto essere altrove la tua mano, in un altro letto in cerca di un’altra mano, non la mia, è il pensiero di un momento, un baleno come si dice perché poi, per fortuna, razionalizzo e mi dico no che cazzo, non poteva andare diversamente. La tua mano doveva stare qui, nella mia, la sera e la mattina, presto o tardi che sia, in questo letto, il nostro, tu e io che suona meglio di io e te, come i nostri nomi vicini, prova a dirli, il tuo inizia con la vocale e il mio con una consonante, meglio il mio dopo la “e” congiunzione tra i due nomi quando vengono pronunciati, sai come quando gli amici dicono andiamo a cena da … sta meglio il tuo prima e il mio dopo, suona meglio, ma io non so suonare, lascio suonare te.

Stiamo così, tu accendi le luci, io le spengo. Illumini l’albero e il presepe, il pinguino da giardino che Pepe ha voluto per gareggiare con il vicino, io lascio le spine staccate, ci passo sopra con la scopa, le scaccio con le scarpe se mi danno noia e me ne danno sempre, non mi viene in mente che posso illuminare qualcosa, che ci sia qualcosa da illuminare.

Ci siamo sposati, oggi, che c’era il cielo azzurro e un gran sole, di quelli che non ti aspetti a dicembre ed eri felice, io mi dicevo- che non si sentisse- un giorno ideale per i pesci-banana mentre cercavo di non smagliare le calze e aiutavo le bambine a vestirsi. Oggi, il giorno in cui ci siamo sposati, nevica. Ti sei alzato per primo, hai aperto le finestre e hai detto sorpresa!! Sei felice, per la neve. Stiamo così, tu ami la neve e io decido di lavorare da casa per non dover tirare fuori la macchina, metti che poi scivolo mi dico, slitto anzi, perdo il controllo mentre tu sorridi al cielo, non fa freddo dici, si che fa freddo rispondo, c’è la neve, no, mi ripeti sempre, fa più freddo quando non nevica, quando va sottozero, se nevica non può fare freddo. Fa freddo, mi lamento io. Voi del Sud, mi dici tu, che sei felice con la neve e con il sole.

Ci siamo sposati a dicembre e ci odiavamo un po’ma non avevamo il coraggio di dircelo, lo sai anche tu quanto ce ne vuole per ammetterlo e noi eravamo pavidi e ho pensato di lasciarti ogni giorno, subito prima e subito dopo. Invece sono rimasta e stiamo così, come il culo e la camicia, dici, posso fare la camicia ogni tanto chiedo, mi sono stufata di fare sempre il culo, si puoi ma è un peccato perché hai un bel culo, rispondi e allora continuiamo così e intanto mi guardo dietro, il culo allo specchio, smettila di guardarti mi dici dall’altra stanza che non so come fai.  

La coperta sul divano, le passeggiate con il cane, le chiacchierate in bagno mentre tu fai la doccia e io sono appoggiata al lavandino perchè dimentichi di prendere l’accappatoio, sempre, e mi chiami e non sento subito perchè l’acqua scorre e io ho già i miei problemi con le orecchie . Le telefonate con le comunicazioni di servizio, il lavoro che è il compromesso più grande che abbiamo dovuto fare, il latte per le ragazze, gli orari che ti ricordo ogni giorno, chi devi prendere dopo che io ho accompagnato, a che ora e dove. I nostri posti a tavola, le tue mensole della libreria, lo spazio assegnato, il tempo assegnato è quello che mi spaventa sempre di più, ma stiamo così, io ho paura e lo dico, tu hai paura e non lo dici.

Stiamo così, come i calzini dopo il lavaggio, uno lo trovi sempre e l’altro lo cerchi e non sai mai come sia possibile. In passato lasciavo il calzino superstite nella bacinella in attesa che il compagno comparisse, prima o poi mi dicevo e avevo la bacinella piena di calzini spaiati che speravano di intravedere l’altro appeso allo stendino. Adesso li ripongo nel cassetto, anche da soli, quello è il loro posto, se proprio devono aspettare che aspettino lì, dove l’altro è sicuro di trovarlo quando tornerà.  

Ci siamo sposati oggi e lo rifarei perché dei venti inviati ne inviterei solo dieci e forse meno e gli altri li spernacchierei, perché le ragazze adesso lo ricorderebbero, perché la sala del municipio non era poi così triste e comunque non me la ricordo, immagino ci fossero le luci accese ma sai che su questo non sono affidabile, tu eri felice per il sole, ci siamo sposati oggi e oggi non ti odio più, nemmeno un pezzetto, nemmeno un’unghia e quando penso di lasciarti penso di lasciarti così come sei e mi dico che forse è il modo migliore di stare insieme, lasciarsi come si è.

È troppo alta la temperatura di quello che scrivo, è sempre alta, non si abbassa mai, mi hanno detto. Non dà tregua a chi legge, non dà tregua a chi scrive.

Hanno ragione, hai commentato. Ma sei proprio tu, hai aggiunto.

Stiamo così, tolgo la tua marmellata dal frigo alle sei, quando mi alzo, così non sarà fredda quando la spalmerai sulle fette biscottate alle sette e metto su il bollitore per il tuo tè giapponese in foglie. Tolgo anche il latte per le ragazze, per lo stesso motivo. A Cri lo intiepidisco un po’, a Pepe no perché non vuole. Io lo yogurt lo mangio dal barattolo, lo prendo dal frigo, lo apro e ne mangio 4 cucchiaini e basta, ogni mattina.

Cucino e lascio il forno acceso regolato sui cento gradi, a pranzo e cena, per poter scaldare appena arrivate dal vostro giro di consegne e ritiri, dal lavoro, dal tennis o da scuola, da quello che c’è fuori, un vostro messaggio e inforno e aspetto. Passo la vita a evitare che vi entri il freddo dentro e quindi io no, non so come abbassarla la temperatura.

Stiamo così.

Con il termostato al massimo e senza tregua.

Scusate se ve lo dico

Quelli che mi dicevano “goditele adesso che poi…” sono spariti. Non si fa così, non si va da uno che si è appena seduto a tavola per dirgli che l’antipasto è una meraviglia e conviene riempirsi di quello che poi… io non lo faccio e se l’ho fatto mi scuso, magari qualcuno che mi conosce personalmente mi dirà guarda che a me l’hai detto e allora ne approfitto e mi scuso se è successo. Se a qualcuno ho detto di godersi il figlio finché è piccolo l’ho fatto perché non sapevo cosa dire, perché non ci ho pensato, perché fanculo ve l’avranno detto altri cento beccatevi anche il mio. Se l’ho detto sappiate che non ci credo nemmeno un po’. Se proprio dovete godervi qualcosa che sia un massaggio total body o un calice di Donna Fugata. I figli si crescono, si accudiscono, si amano sempre di più con il passare del tempo, si capiscono sempre meno con il passare del tempo e allora vuol dire che stanno diventando qualcuno che non sei tu. Ed è cosa buona e giusta.

Non godeteveli che non serve a niente.

Appena dormiranno tutta la notte filata dovrete iniziare a svegliarli per portarli all’asilo. Vi sentirete delle merde, loro avrebbero dormito e non hanno voglia di fare colazione ma l’asilo è bello, l’ingresso è fino alle nove. Se non siete di quelli con il cartellino da timbrare l’asilo è poco snervante. Fino alle 16 stanno lì, con le pantofoline e il riscaldamento al massimo, pranzano e imparano un’infinità di canzoncine. Cristina mi cantava sempre “era la sera battaglia di magenta i cavalieri tornavan dalla guerra, cavalieri!” oppure “le ranocchie son partite con la gioia nel cuor loro avevano dei progetti dei progetti d’amor”, solo che non diceva la erre, la saltava proprio e alcune consonanti le considerava inutili e quindi diventava tutto un “ea a sea battaia di magenta, i cavaiei tonnavan da guea, cavaiei e le anocchie son pattite con la gioia nel cuo looo avevan dei pogetti dei pogetti dammoooo”. Comunque si capiva abbastanza, conosco adulti che si esprimono peggio.

L’asilo ti lascia liberi i fine settimana, non ci sono compiti e nemmeno feste di compagni perché le organizzano in settimana in locali con nomi come Saltimatti dove c’è una ventenne con le calze colorate che trucca le bambine e un bolso studente universitario che gonfia palloncini a forma di cane e seduti sullo sfondo tanti, tanti nonni. Perché l’asilo è una questione di nonni. Alle 16 se siete di quelli con il cartellino da timbrare non riuscite ad arrivare. Dovete trovare un asilo che ve li tenga fino alle 17 o alle 18. Imparate già la frase, è proprio uno slang: “me lo tiene”. Sceglierete sempre in funzione di chi ve lo tiene di più, anche meglio per carità, ma capirete che la quantità conta di più. E allora arrivano loro, i nonni.

Quelli che mi dicevano che fortuna avere i nonni li ho fatti sparire io, uno per uno, a piccoli calci in culo, ritmici e costanti, come le ranocchie che sono partite con progetti d’amor. Io sono dell’avviso che i nonni debbano fare i nonni e che in forza del principio di effettività se vengono incaricati di mansioni diverse ne assumeranno in concreto i diritti e i doveri che ne derivano. In altri termini poi pensano di avere voce in capitolo. E questo ha un prezzo troppo alto. A me viene l’orticaria.

Il mio amico Fabri, al quale voglio un gran bene, mi ha raccontato che, quando è nato, sua madre ha chiesto aiuto alla nonna, la propria madre, perché doveva tornare al lavoro. Ne ha ricevuto un rifiuto netto ma argomentato, no, cara figlia, perché se viene su bene non mi riconoscerete alcun merito ma se viene su male sarà colpa mia. Immensa e geniale.

All’asilo i nonni sono compresi nell’arredamento. Si informano su quanto del pranzo è stato davvero mangiato, si confrontano sulla qualità del cibo, parlano male delle nuore e/o dei generi incuranti del fatto che la creatura ascolta e anche la mamma accanto a loro sente tutto e poi riferisce, si preoccupano del sudore dietro la nuca del nipote ma non tolgono il cappotto per rivestire i bambini quindi sudano copiosamente. La cosa più fastidiosa che i nonni dicono è: “il mio/il nostro“, inanellando una serie di luoghi comuni subito dopo. Il mio mangia poco, il mio dorme con la luce accesa, il nostro è vivace. Rivendicano la proprietà. E questo è male.

Alle elementari l’ingresso è tra le otto e le otto e un quarto, si è tutti un po’ più disgraziati. Se c’è un fratello minore arriverà all’asilo insieme alla bidella e così per il resto della vita scolastica, anche alle medie dove l’ingresso è alle otto. Man mano che si va avanti con gli ordini e i gradi di istruzione i nonni sfoltiscono, alcuni muoiono altri vengono dismessi o comunque si fa più ricorso al doposcuola, alla mamma che ne prende due o tre perché li porta a calcio o a tennis o a danza o a nuoto o a far merenda a casa sua perché, segnatevelo, un bambino da solo è pesante, a volte pesantissimo, in due litigano soprattutto se sono fratelli ma in tre è quasi libertà di lasciarli in una stanza da soli e respirare. In quattro è la situazione ideale ma dovete avere un’indole buona, essere proprio brave persone nel cuore. Quel che capita, però, andando avanti è che alcuni genitori vengano scambiati per nonni, data l’età media sempre più alta nella quale ci si gode la genitorialità, quelli che mi fanno pensare ma porca puttana l’avevi quasi scampata e invece no, ti ci sei voluto infilare in questa roba, ma perché? Perché? Cosa ti hanno detto? Guarda che la gente dice un sacco di cazzate.

L’adolescenza fa schifo.

I nonni diventano abbastanza antipatici, si sentono rifiutati, di fatto lo sono, e allora invece di essere un conforto o un supporto (comunque cari nonni sareste ancora i genitori dei genitori di un adolescente) ti danno addosso. Ti trattano, di nuovo, come se l’adolescente fossi tu. Non fai abbastanza. Sei troppo accomodante. Sei troppo rigido. Sei troppo presente. Troppo assente. Permetti al pargolo baffuto dalla voce inascoltabile e alla fanciulla con reggiseno scoordinato che spunta dalla maglia troppo corta sulla pancia di rispondere male, di stare sempre al telefono, di non aiutare in casa.   

Durante l’adolescenza i nonni vanno evitati, bisogna passargli il minimo delle informazioni, inventare qualche palla credibile. Ci sono anche quelli che non dicono, tacciono e parlano una volta sola, per dirti che ti sta bene, che te lo meriti, perché tu sei stato un adolescente pessimo e adesso è il tuo turno. Quelli sono i sadici. Ci godono, ecco il poi… che ti veniva profetizzato, goditeli finché sono piccolissimi perché poi saranno i tuoi genitori a godere quando arrancherai per scalare le vette del silenzio musone, quando ti schianterai contro la parete liscia di una porta chiusa e busserai chiedendo permesso in casa tua, dove tu paghi le bollette, le utenze, il mutuo, dove ti verrà detto che le tende che hai scelto fanno cagare oppure non ci si accorgerà che hai scelto delle tende, dove ti verrà contestato l’invito a cena dei tuoi amici perché a loro non piacciono. Ai tuoi figli non piacciono i tuoi amici. Ai tuoi genitori non piacevano i tuoi amici. Hai qualche dubbio sulla tua capacità di scelta.

Infine, ci sono i nonni negazionisti. Non è adolescente, l’adolescenza non esiste, è un ingorgo della mente, una convenzione sociale, un inutile rifugio per gli incapaci. Non vedi che è sempre il bambino di sempre? Non vedi che è bravo, giudizioso, diligente? Non vedi che se fa un po’ lo sciocco è perché c’è gente e si mette in mostra? I nonni negazionisti hanno la cataratta e guai a squarciare quel velo.     

L’adolescenza dovrebbe valere come master per un genitore o almeno come corso di Alta Formazione.

Io sono stata una adolescente tremenda, lo so, scusa mamma, scusa papà. È durata poco ma quel poco è stato intenso e violento, odiavo tutto quello che mi circondava, mi sarei tolta la pelle per il dolore che mi provocava quella vita appiccicata addosso, la sveglia alle sei senza sveglie solo gli occhi che automaticamente si aprono, mio fratello che dormiva nel letto accanto al mio, la colazione da sola in cucina con le tapparelle a metà, il freddo sotto la giacca mentre andavo a prendere il pullman, il peso di essere invisibile anche per il controllore che a me l’abbonamento non lo chiedeva, avevo la faccia di una che non sarebbe mai salita senza biglietto, la sensazione che se fossi sparita sarebbero passate ore prima che qualcuno se ne accorgesse, la non voglia di tornare a casa, la non voglia di andare a prendere mia sorella all’asilo, la non voglia di apparecchiare e sparecchiare ogni giorno tutti i giorni perché anche tua madre lo fa, si lo fa, è vero tu la vedi e vi fa sempre trovare il pranzo pronto anche quando è a scuola, si alza prima e prepara cose che potete scaldare e mangiare da soli, tutti fanno qualcosa, tuo padre lavora, tua madre lavora, tutti devono fare qualcosa e tu non hai voglia di stare qui. Il piccolo mondo dei parenti, delle visite obbligate, il broncio esasperante e più mi dici di toglierlo più lo tengo perché voglio darti fastidio, lo stesso fastidio che provo io addosso per il solo fatto di essere al mondo e di essere costretta dalla gravità. E non parlo di fisica.  

Quelli che spariscono dovrebbero prima dirti che puoi fare quel che vuoi, con i figli. Puoi goderteli, puoi viverli con ansia e affanno, puoi organizzarti o improvvisare. Tanto non serve.

Fai quel che vuoi, questo dovrebbero dirci.

Fai quel che sei, perché, i figli ti fregano così. Ti impediscono di dimenticarti chi sei stato. Ti costringono a rivivere tutto come un film nel quale però gli attori sono diversi, un remake di qualche storia della quale conosci la trama però questi ti sembrano più bravi.

Fai quel che vuoi, perché poi finisce.

Lettera di Natale

Io a te non credo, ma non prendertela perché non è che creda ad altri. Io spero, spero sempre. Ho sviluppato una mia forma di politeismo, ho un dio per ogni situazione, perché non riesco a stare così, senza chiedere e senza, comunque, offrire qualcosa in cambio.

Ho il dio del tennis, ogni volta che Pepe ha un torneo.

Il dio del karate, ogni volta che Cri sale sul tatami.

Il dio della matematica, quello ce l’ha anche Pepe, l’altra mattina dopo che la professoressa di spagnolo ha domandato se qualcuno aveva intenzioni particolari per la preghiera del mattino, lei ha aspettato che due sue compagne rivolgessero un pensiero ai nonni defunti e poi ha chiesto per il compito di matematica. Muy bien, le ha detto la Prof.

Il dio della musica, che niente quest’anno Cri ha deciso di non studiare più ma comunque la sufficienza ci serve.

Il dio dei cani, ogni volta che uno dei due mi sembra un po’ giù, abbacchiato e sono tentata di chiamare il veterinario e dirgli che c’è qualcosa che non mi convince e invece piove solo.

Il dio del tempo, sempre.

Quindi, puoi essere il dio del Natale, anche se a me il Natale fa schifo, non prendertela però, forse non è nemmeno vero che mi fa schifo, esagero. Io il Natale non lo vedo proprio. È lui che si ostina a vedere me e a piazzarsi davanti ai miei occhi ogni giorno più vicino finché non sono costretta a salutarlo. Però mi serve un dio del Natale al quale dire che un po’ sono stata brava, quest’anno. Per evidenti limitazioni pandemiche, ho frequentato meno persone e quindi sono stata meno caustica, irritante, provocatoria e dispettosa. Diciamo che mi è andata bene, come quell’anno che Lui mi ha chiesto un budget, anzi mi ha assegnato un budget trimestrale ed era serio, io mi sono guardata alle spalle, se per caso parlava con qualcuno che aveva davvero da dimostrare qualcosa, che insomma un paio lì che gli girano tra le palle ce li avrebbe pure e invece no, parlava con me. Ho superato il budget, anche grazie al fatto che un mio cliente ha fatto un cambio sede e la mia consulenza era indispensabile e urgente. Poi gli ho detto che è troppo facile chiedere a chi sai già che ce la farà.

E comunque indipendentemente dalla pandemia ho contato fino a cento moltissime volte prima di parlare e poi sono stata zitta, ho fatto quello che mio padre chiamerebbe togliere l’occasione e io chiamo selezionare le mie battaglie. Mi sono spesa molto poco, ho messo via le energie e comunque sono poche, figuriamoci se le avessi scialacquate senza pensarci.

Mi sono allenata sempre, la diastasi è sempre meno evidente mentre i muscoli della schiena sono più definiti, così porto meglio i miei pesi, Stefano è molto soddisfatto e anch’io, ho lavorato in modo costante e si vede, non ho tentato scorciatoie ma questo io non lo faccio mai.

Ho inscatolato da sola una casa intera e l’ho tirata fuori dagli scatoloni in tre giorni che anche se non è proprio come risorgere un po’ ti sembra di morire e rinascere.

Ho scritto in modo abbastanza puntuale e senza forzature, quando c’era qualcosa da dire ma anche in questo caso ho tolto le occasioni. Ho pianto e riso quasi in ugual misura, forse ho pianto un po’ di più ma era ora, ne avevo bisogno. Niente singhiozzi infantili, no, belle lacrime adulte, consistenti e quasi raffinate nella forma, perfezionate dagli anni, lacrime di accettazione, di comprensione. 

Però, forse, nemmeno tu mi credi. In fondo non sei tenuto a farlo dal momento che io a te non credo.  Quello che ti ho detto di quest’anno, comunque, è tutto verificabile e alla fine se non vuoi credermi almeno spera, anche tu, perché io spero che tu ci sia, altrimenti non saprei a chi dire quello che sto dicendo e chiedere quello che sto chiedendo.

Vorrei il mantello dell’invisibilità per un’ora al giorno tutti i giorni, non lo userei per andare in giro a farmi i cazzi altrui ma per potermi fare i cazzi miei in pace, giuro. Lo indosserei per leggere o per guardare un film, un pezzo di film, per andare dall’estetista e lì lo toglierei ovviamente, per fissare il vuoto nella parete davanti a me imperturbabile come un monaco zazen.

Vorrei che il tecnico della caldaia la riparasse perché il dilemma tra l’acqua calda e il riscaldamento non sono in grado di risolverlo, li vorrei entrambi e il camino è bello, suggestivo certo ma ha questo limite che tende a spegnersi se non viene alimentato e io ho già altre fiamme da alimentare nelle teste e negli stomaci e nei cuori delle mie ragazze e quindi ho chiesto al dio del fuoco di venirmi in soccorso ma forse l’ho chiesto male oppure ho peccato di tracotanza quando ho urlato “si, sono la donna che domina il fuoco” perché l’avevo acceso da sola e allora mi scuso. Adesso ho chiesto al dio della vailant, se non dovesse farcela per favore pensaci tu.

Vorrei dei libri ma quelli che voglio io, non è che perché uno è accanito lettore legge qualunque cagata anzi in genere è proprio il contrario. Vai nella libreria dove vado sempre, in Corso Telesio, loro lo sanno, sanno cosa leggo e cosa no e sanno anche che la casa editrice Adelphi non mi piace, non mi piacciono proprio i libri con quelle copertine, porta pazienza, non mi dire anche tu che è impossibile avere in ostilità dei libri a causa della casa editrice ma è così.

Fai in modo che quei tre minchia che mi leggono di nascosto si rendano conto che lo fanno di nascosto da se stessi ormai e basta sono a posto così, non ti chiedo ammissioni pubbliche, non me ne faccio nulla, tanto lo so che vengono qui perché in fondo gli piace ammesso che capiscano, fossero stati solo i motivi abietti degli inizi avrebbero smesso. Comunque si, ho detto tre perché sono davvero tre di numero, più tardi secondo me li trovi in Corso Telesio che cercano di individuare la libreria.

Vorrei che Mara riuscisse a tornare su. Noi diciamo andare giù quando va a Roma, dove vive e tornare su quando viene a Torino dove non vive più. Mica per me. Per lei, perché lei ha piacere di vedere i suoi cugini e i suoi genitori, i nipoti, la sorella, da oltre venticinque anni la osservo festeggiare il Natale come io non ho mai fatto e mi piace, mi piace lei, il profumo delle sue guance fredde quando passo a prenderla sotto casa dei suoi genitori che negli ultimi anni hanno traslocato e io una volta sono andata al vecchio indirizzo, come una memoria muscolare, mi piace saperla su anche se ormai vive giù.  

Se puoi fammi addormentare di colpo quando chiudo il libro e spengo la luce oppure dammi la capacità di leggere a oltranza e non questa cosa che mi succede per cui mi viene sonno allora spengo tutto e alé. È come se ci fosse un doppiofondo nel quale la mia testa si infila in quel momento della giornata, quando sono troppo stanca per leggere e non troppo stanca per dormire, lì ci sono tutte le mie minuterie e io mi ci perdo come per mettere in ordine e alla fine le guardo e basta.

Vorrei un pomeriggio con mio fratello sul divano a guardare una maratona televisiva di Occhi di Gatto, io e lui da soli, veramente soli, niente figli mariti compagni genitori nipoti, solo io, lui e Sheila, Kelly e Tati. A un certo punto io gli dico che voglio essere Kelly e lui mi dice che mi manca il neo e allora io gli rispondo che lo posso disegnare e allora lui ribatte che no, Kelly è più figa di me e allora io gli dico che tanto lui la tutina di Sheila non può indossarla e lui mi sfida con lo sguardo urlando questo lo dici tu.

Se ti avanza della sicurezza io la prendo, anche non tanta, anche un po’ rovinata, magari quella che qualcuno non vuole così accartocciata perchè ti è rimasta al fondo dei tuoi sacchi, comunque nuova, non voglio sicurezze di seconda mano.

Vorrei provare ancora la sensazione della compagna del banco dietro il mio che durante l’ora di Autori greci mi fa la treccina ai capelli perché si annoia e io a stento resto sveglia.

Vorrei che a Giulia piacesse moltissimo quello che sta leggendo in questi giorni e che mi chiamasse per dirmelo.

Infine, se ti ci sta nella slitta, vorrei un kit di pensieri maschili, non so se esiste, una specie di gift box con dentro battute da uomo e gesti da commilitone, io un po’ me la cavo di mio ma vorrei qualcosa di più specifico perché temo che Lui inizi a essere sopraffatto da tutte queste donne in casa, adesso che le ragazze sono cresciute insieme a loro si è alzato il livello, qualunque livello, dal pensiero alla conversazione al litigio, dalla cattiveria all’emotività, il gioco è sempre più mentale e pesante e in alcuni momenti Lui mi sembra molto solo anche se io faccio di tutto per non escluderlo ma è come se, un po’, volesse essere escluso. Allora ho pensato che se riesco a ricordargli che so essere anche, ancora, un buon amico magari si sente meglio.

In alternativa lasciami uno dei tuoi cani, tanto è evidente che non hai le renne, e portati Lui a consegnare roba, che quella si mi sembra una cosa maschia.      

L’intelligenza è come il biondo dell’infanzia

Se qualcuno avesse chiesto alla Bambina Molto Intelligente cosa pensasse del Natale lei, fino a un certo punto della sua giovane vita, avrebbe risposto: è bello. C’è l’albero addobbato nel centro della sala, davanti alla finestra, accanto al televisore, il televisore non ha il telecomando, bisogna alzarsi dal divano per cambiare canale o per alzare il volume ma di canali ce ne sono pochi e i cartoni vengono trasmessi solo su uno, quello con un pupazzo rosa a forma di cane che si chiama One, quindi non c’è bisogno di cambiare.  Si sta a casa da scuola, la mamma ascolta la radio o mette le cassette di Cocciante e canta mentre cucina o pulisce e fa anche dei passetti avanti e indietro e con le mani traccia dei cerchi per aria oppure tiene i pugni e gli occhi chiusi, come se tenesse qualcuno per mano mentre balla, perché balla, se nessuno la guarda balla. Il mattino del 25 poi ci si sveglia curiosi, il primo è suo fratello, il Bambino Gioca con Me, la chiama dal suo letto, ancora con le sponde, un letto per bambini piccoli ovviamente, dal quale lui però sa scendere e risalire perché ha tante abilità, tra le quali arrampicarsi come un ragno, saltare come un rospo, mordere come un cane, correre e schiantarsi in velocità come nessuno con un po’ di criterio in zucca. I genitori gli danno diversi soprannomi, a volte è il Bambino Stai Fermo un Attimo, a volte è il Bambino Lascia il Mondo Com’è. Quando parlano di lui con la Bambina Molto Intelligente lo chiamano Fai Stare Buono Tuo Fratello.

Il Bambino Gioca con Me, a Natale, vuole sempre arrivare primo in sala perché è lì che Gesù Bambino lascia i regali, sotto l’albero. Lui vorrebbe aprirli tutti, anche quelli che non sono suoi perché ha la scusa di non saper leggere e allora ignora i nomi sui pacchi, scritti di pugno da Gesù ma con la grafia del papà, il Signor Quieto Vivere. Gesù può fare tutto, lo dice anche la maestra. La Bambina Molto Intelligente pensa che si, Gesù possa fare molte cose, ma non tutto e in particolare scrivere con la scrittura di suo papà, nessuno può fare quello.

A pranzo si va dai nonni oppure dagli zii di papà, gli zii Potete fare Quel che Vi Pare. La Bambina Molto Intelligente li ama, non sa perché, ma sa che con loro sta bene, la zia le accarezza sempre i capelli sottili e le dice in un orecchio “adesso dico a papà tuo che si prende i miei due maschi e io mi tengo te, eh? Ti va? Gli diamo i suoi cugini che mi fanno uscire matta e io prendo te? Magari, magari potessi avere te” e quelle cose che si dicono così nelle orecchie le chiamano cofecchie, la zia le dice “vieni, vieni qui vicino a me, che facciamo le cofecchie”, poi ordina ai suoi figli, due ragazzini nel pieno dell’adolescenza, di prendere tutti i giochi dallo sgabuzzino, tutti i fumetti dalle librerie sopra i loro letti, la chitarra, pure la chitarra e le lascia fare tutto quello che vuole. Un anno nel pacco incartato per lei, la Bambina Molto Intelligente scopre che Gesù, lì dagli zii, le ha portato Barbie Fiori di Pesco e pensa che Gesù sa fare cose buone. È la cosa più vicina alla fede che abbia mai provato.

Dagli zii di suo papà ci sono anche i nonni: il Signor Profumo di Buono e la Signora Piango Sempre. Il nonno è sempre al tavolo con lo zio e altri, stendono una tovaglia verde di panno e giocano a carte, con soldi. Il papà non ha mai voglia di giocare, lo fa per due motivi, uno è fare contento suo padre almeno quel giorno e l’altro è controllarlo. Perché quando era giovane ed era il Ragazzo Profumo di Buono aveva combinato un po’ di disastri seduto con le braccia appoggiate su quei tavoli verdi e da allora aveva smesso, tranne che a Natale e per pochi spiccioli, il prezzo per rispolverare il demone, che si sa, i demoni non muoiono mai. La Signora Piango Sempre invece restava con le donne, la zia e altre, in cucina o sul divano e piangeva. La Bambina Molto Intelligente aveva provato a chiederle, negli anni, perché piangesse.

Perché era felice.

Triste.

Stanca.

Emozionata.

Arrabbiata.

Commossa.

Aveva male e si preoccupava.

Non aveva male, allora c’era da preoccuparsi davvero.

La Bambina Molto Intelligente aveva capito che sua nonna piangeva per tutto, che è come dire che piangeva per niente. E così la trattava.

Il problema con gli adulti è che non spiegano le cose. E non chiedono.

Infatti nessuno aveva mai chiesto alla Bambina Molto Intelligente cosa pensasse del Natale e così lei, fino a un certo punto della sua giovane vita non aveva mai potuto rispondere: è bello.

Alla Ragazzina Intelligente (l’intelligenza è come il biondo dell’infanzia) il Natale faceva schifo. I fogli di block notes strappati male, tutti storti, per giorni sul tavolo della cucina con l’elenco di zii e cugini scritti a mano da sua madre, con la grafia da maestra, adulta ma infantile, comprensibile a tutti mentre lei vedeva la sua trasformarsi di mese in mese, quadrimestre dopo quadrimestre, per diventare spigolosa, indecifrabile, ostica, guardava quella scrittura coi i bordi netti e le g senza sbavature, nessuna lettera lasciata a metà, tutto in corsivo, mentre lei alternava il corsivo allo stampatello minuscolo e non se lo sarebbe tolto mai più quel particolare, iniziare in un modo e finire in un altro.

Nome e regalo.

E poi il menù.

Era cambiato tutto.

Niente radio, niente cassette.

La lista della spesa.

I libri di cucina grandi come enciclopedie.

Perché la maionese non la compriamo già fatta, chiedeva il Signor Quieto Vivere.

Figurati. Compra le uova. Rispondeva la moglie.

Apro il frigo e mangio qualcosa, diceva il Bambino Ti Do Fastidio, con il quale la Ragazzina Intelligente aveva smesso di giocare da un po’, non per colpa sua, ma perché la vita va così.

No, rispondeva la madre, prendi solo quello che è sul ripiano basso, non toccare l’aringa, i capperi, il vitello, la salsa tonnata, la crema di asparagi, la fonduta, la base per le torte, il ragù, il pan di spagna, la crema pasticcera, il salmone. Prendi un po’ di prosciutto cotto e lascia il mondo com’è.

La Ragazzina Intelligente guardava il fratello. Non avrebbe mai mangiato l’aringa. Per fortuna il prosciutto in quegli anni era senza polifosfati aggiunti, almeno loro lo compravano così, a volte avrebbe voluto fermarsi al banco della gastronomia dell’Iperstanda, il sabato pomeriggio, solo per sentire chi lo chiedeva con i polifosfati aggiunti. Perché se loro specificavano senza, ci sarà pur stato qualcuno che invece no?

Vieni a pulire qui, le diceva la madre. Non avevano la lavastoviglie, allora lei lavava, cucchiai, piatti, coppe, pentole, coperchi e poi asciugava perché servivano di nuovo. Due cose le facevano schifo almeno quanto il Natale, questo Natale fatto così, una era lavare i mestoli di legno e poi asciugarli ancora bagnatissimi, le veniva tipo la pelle d’oca dietro il collo e l’altra era l’odore dei canovacci imbevuti d’acqua dopo il primo giro di asciugatura manuale, che bisognava metterli vicino al termosifone e prenderne di asciutti. Sapevano di pozzanghera.

Le riunioni di famiglia iniziavano il 24 sera e andavano avanti fino al 26, viaggi di auto carichi di cibo verso casa dei parenti, perché la casa della Ragazzina Intelligente e della sua famiglia non era abbastanza grande per ospitare tutti e allora si andava da Questi. Così li chiamava lei, anche per dare fastidio alla madre, perché erano i suoi e avrebbe voluto che ne parlasse con maggior rispetto. Noi siamo i tuoi, pensava la Ragazzina. Ma era la sola. Da quando Questi erano di nuovo tutti vicini il Natale si faceva così, prendere o lasciare. La Ragazzina pensava che se qualcuno fosse rimasto dov’era sarebbe stato meglio per tutti o almeno per lei, ma poi se ne pentiva perché comunque lì in mezzo c’era stato anche qualcuno a cui aveva voluto bene, solo che il bene si era come fermato, rimasto congelato a un tempo di giochi, tavoli di cugini che i bambini mangiano prima, e loro erano cresciuti, il bene no, quello era e quello sarebbe rimasto, immobile. Come le pozzanghere.

Sua madre ci teneva che tutto fosse buono perché lei era la cuoca ufficiale dell’evento, aveva ragione dal suo punto di vista, la Ragazzina non lo sapeva anche se lo capiva da qualche parte dentro di sé, ma non capiva perché i destinatari di tutta quella cura fossero Questi e non loro, perché sentisse la necessità, ancora, di sentirsi dire brava da qualcuno che non viveva più con lei, che non sapeva che ballava con gli occhi chiusi, che andava in bagno la sera, quando tutti erano a letto, che fumava il mattino subito, mentre metteva su la caffettiera, che ogni tanto metteva lo smalto amaro alle unghie per smettere di mangiarle, che aveva sempre libri sul comodino e non dipingeva più sulla ceramica, che si incasinva a parcheggiare sotto casa e ogni volta uscendo dalla macchina diceva andiamo bambini, che so come l’ho messa e non so come la tirerò fuori, che metteva le lenti a contatto in meno di un secondo e finiva sempre la soluzione salina senza averne una di scorta.

Sua madre aveva ragione, ma la Ragazzina non aveva torto.

Questi erano pesanti. Rumorosi. Ridevano per cose che non facevano ridere ma chi non rideva veniva guardato con sospetto. Alla Ragazzina Intelligente non piacevano. Facevano una gara di regali, ogni anno anticipavano l’apertura dei pacchi, sempre più grossi e colorati e la carta veniva ammonticchiata e calpestata. Non si aprivano più i regali la mattina di Natale, lo si doveva fare tutti davanti a tutti, come un’orgia.

Un anno Il Signor Mi Spaccio Per Istrione e sua moglie la Signora Acqua Keta (era della provincia, lì funziona così) avevano regalato alle Nipoti Bellissime degli abiti molto graziosi, davvero, niente del gusto della Ragazzina Intelligente, ormai Ragazza Intelligente, ma comunque molto carini. A lei invece avevano dato un pacchetto piccolo e bene incartato, grazie aveva risposto, figurati avevano detto loro in coro perché quelli erano ancora i tempi in cui parlavano insieme toccandosi il naso subito dopo, e dentro c’era un porta euro di pelle. Era l’anno del passaggio dalla lira all’euro. Le Nipoti Bellissime cinguettavano provando gli abiti nuovi e lei rigirava tra le mani il porta euro notando una lieve, impercettibile, differenza nell’attenzione veicolata dal regalo. Ma era una lettura troppo cerebrale del fenomeno.  Il porta euro lo diede a sua madre, Questi erano suoi, si tenesse anche quello.

Un anno il Signor Sono Il Più Piccolo, altrimenti detto Amato d’Ufficio, le regalò una confezione con dentro una boccetta di Gocce di Napoleon. Non riuscì nemmeno a dire grazie, si chiese se l’aveva comprata prima o dopo la stecca di Marlboro. Dopo, si rispose da sola, rigirandola tra le mani.

La Signora Abbastanza Intelligente (l’intelligenza è come il biondo dell’infanzia) il Natale lo gestiva facendo del suo meglio come molte altre cose nella vita. Per amore delle figlie, perché accanto aveva un uomo che non doveva dimostrare niente, né che il Natale è fantastico né che fa schifo, non la giudicava per il totale disinteressamento agli addobbi ma canticchiva felice e leggero mentre montava l’albero che le loro ragazze avrebbero decorato anche con i lavoretti dell’asilo, ripescati dalla scatola degli addobbi che lui ogni anno riponeva con cura, ridendo tra loro e dicendo alla madre guarda, questo è il lavoretto di merda fatto con Carmen, questo è il lavoretto di merda fatto con Manuela, questo è il lavoretto di merda fatto con Angela.

Nessuno le aveva mai chiesto, davvero, perché o quando. A volte ne aveva parlato ma alle persone non piaceva tanto sentire quei discorsi allora aveva smesso, ogni tanto incontrava qualcuno come lei, simile, che diceva si, sarebbe bello partire, andare via per tutto il periodo e non avere obblighi, non dover comprare, non dover pensare a nessuno. Altri le dicevano che questo è egoismo e forse avevano ragione, però lei faceva la sola cosa che sapeva fare in questi casi, disarmare con una frase che non aspetta risposta come un taglio netto- usi il bisturi le diceva sempre suo marito- così metteva in fuga l’interlocutore e la sua banalità, la Banalità del Natale mica la Banalità del Male, pensava lei, tenendosi la pancia un po’ più stretta, trattenendo il respiro che non si vedesse il gonfiore.  Perché, la Signora Abbastanza Intelligente si sentiva come quando si ha la pancia che scoppia, non che hai mangiato troppo ma che hai mangiato male.  E poi un fastidio per le luci e gli auguri augurati a tutti, come il segno di pace in chiesa, lo stesso fastidio. Leva ‘sta mano.

A lei il Natale non piaceva, basta, e non riusciva a spiegarlo fino in fondo, perché il problema è che gli adulti non spiegano le cose. Allora aveva imparato a chiudere gli occhi, anche senza ballare, e ascoltava una bambina molto intelligente, che sapeva davvero tante cose.