Le mani nel letto la sera e la mattina, presto o tardi che sia, ogni sera e ogni mattina io penso che avrebbe potuto essere altrove la tua mano, in un altro letto in cerca di un’altra mano, non la mia, è il pensiero di un momento, un baleno come si dice perché poi, per fortuna, razionalizzo e mi dico no che cazzo, non poteva andare diversamente. La tua mano doveva stare qui, nella mia, la sera e la mattina, presto o tardi che sia, in questo letto, il nostro, tu e io che suona meglio di io e te, come i nostri nomi vicini, prova a dirli, il tuo inizia con la vocale e il mio con una consonante, meglio il mio dopo la “e” congiunzione tra i due nomi quando vengono pronunciati, sai come quando gli amici dicono andiamo a cena da … sta meglio il tuo prima e il mio dopo, suona meglio, ma io non so suonare, lascio suonare te.

Stiamo così, tu accendi le luci, io le spengo. Illumini l’albero e il presepe, il pinguino da giardino che Pepe ha voluto per gareggiare con il vicino, io lascio le spine staccate, ci passo sopra con la scopa, le scaccio con le scarpe se mi danno noia e me ne danno sempre, non mi viene in mente che posso illuminare qualcosa, che ci sia qualcosa da illuminare.

Ci siamo sposati, oggi, che c’era il cielo azzurro e un gran sole, di quelli che non ti aspetti a dicembre ed eri felice, io mi dicevo- che non si sentisse- un giorno ideale per i pesci-banana mentre cercavo di non smagliare le calze e aiutavo le bambine a vestirsi. Oggi, il giorno in cui ci siamo sposati, nevica. Ti sei alzato per primo, hai aperto le finestre e hai detto sorpresa!! Sei felice, per la neve. Stiamo così, tu ami la neve e io decido di lavorare da casa per non dover tirare fuori la macchina, metti che poi scivolo mi dico, slitto anzi, perdo il controllo mentre tu sorridi al cielo, non fa freddo dici, si che fa freddo rispondo, c’è la neve, no, mi ripeti sempre, fa più freddo quando non nevica, quando va sottozero, se nevica non può fare freddo. Fa freddo, mi lamento io. Voi del Sud, mi dici tu, che sei felice con la neve e con il sole.

Ci siamo sposati a dicembre e ci odiavamo un po’ma non avevamo il coraggio di dircelo, lo sai anche tu quanto ce ne vuole per ammetterlo e noi eravamo pavidi e ho pensato di lasciarti ogni giorno, subito prima e subito dopo. Invece sono rimasta e stiamo così, come il culo e la camicia, dici, posso fare la camicia ogni tanto chiedo, mi sono stufata di fare sempre il culo, si puoi ma è un peccato perché hai un bel culo, rispondi e allora continuiamo così e intanto mi guardo dietro, il culo allo specchio, smettila di guardarti mi dici dall’altra stanza che non so come fai.  

La coperta sul divano, le passeggiate con il cane, le chiacchierate in bagno mentre tu fai la doccia e io sono appoggiata al lavandino perchè dimentichi di prendere l’accappatoio, sempre, e mi chiami e non sento subito perchè l’acqua scorre e io ho già i miei problemi con le orecchie . Le telefonate con le comunicazioni di servizio, il lavoro che è il compromesso più grande che abbiamo dovuto fare, il latte per le ragazze, gli orari che ti ricordo ogni giorno, chi devi prendere dopo che io ho accompagnato, a che ora e dove. I nostri posti a tavola, le tue mensole della libreria, lo spazio assegnato, il tempo assegnato è quello che mi spaventa sempre di più, ma stiamo così, io ho paura e lo dico, tu hai paura e non lo dici.

Stiamo così, come i calzini dopo il lavaggio, uno lo trovi sempre e l’altro lo cerchi e non sai mai come sia possibile. In passato lasciavo il calzino superstite nella bacinella in attesa che il compagno comparisse, prima o poi mi dicevo e avevo la bacinella piena di calzini spaiati che speravano di intravedere l’altro appeso allo stendino. Adesso li ripongo nel cassetto, anche da soli, quello è il loro posto, se proprio devono aspettare che aspettino lì, dove l’altro è sicuro di trovarlo quando tornerà.  

Ci siamo sposati oggi e lo rifarei perché dei venti inviati ne inviterei solo dieci e forse meno e gli altri li spernacchierei, perché le ragazze adesso lo ricorderebbero, perché la sala del municipio non era poi così triste e comunque non me la ricordo, immagino ci fossero le luci accese ma sai che su questo non sono affidabile, tu eri felice per il sole, ci siamo sposati oggi e oggi non ti odio più, nemmeno un pezzetto, nemmeno un’unghia e quando penso di lasciarti penso di lasciarti così come sei e mi dico che forse è il modo migliore di stare insieme, lasciarsi come si è.

È troppo alta la temperatura di quello che scrivo, è sempre alta, non si abbassa mai, mi hanno detto. Non dà tregua a chi legge, non dà tregua a chi scrive.

Hanno ragione, hai commentato. Ma sei proprio tu, hai aggiunto.

Stiamo così, tolgo la tua marmellata dal frigo alle sei, quando mi alzo, così non sarà fredda quando la spalmerai sulle fette biscottate alle sette e metto su il bollitore per il tuo tè giapponese in foglie. Tolgo anche il latte per le ragazze, per lo stesso motivo. A Cri lo intiepidisco un po’, a Pepe no perché non vuole. Io lo yogurt lo mangio dal barattolo, lo prendo dal frigo, lo apro e ne mangio 4 cucchiaini e basta, ogni mattina.

Cucino e lascio il forno acceso regolato sui cento gradi, a pranzo e cena, per poter scaldare appena arrivate dal vostro giro di consegne e ritiri, dal lavoro, dal tennis o da scuola, da quello che c’è fuori, un vostro messaggio e inforno e aspetto. Passo la vita a evitare che vi entri il freddo dentro e quindi io no, non so come abbassarla la temperatura.

Stiamo così.

Con il termostato al massimo e senza tregua.

2 pensieri su “(S)tiamo così.

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