Esortazioni

Per me, per le mie figlie, per le mie amiche, per chi vuole, per chi ai buoni non crede, nemmeno se si tratta di propositi.  

Contare fino a 365. Dura pochissimo. Togliere uno, ripetere ogni giorno. Duriamo pochissimo. Ricordarselo almeno una volta al giorno ogni giorno, meglio al mattino a stomaco vuoto.

Imparare una parola nuova o riscoprire una parola messa da parte al giorno, segnarla possibilmente a mano, ripeterla più volte per impadronirsene, simulare contesti nei quali utilizzarla in modo appropriato. Al termine dell’anno verificare che siano 365, contandole, tanto dura pochissimo. Comincio io, la mia parola di oggi è: irridere. Non è nuova ma ammetto che non la indossavo più, mi sembrava scomoda. Oggi invece la mastico volentieri e mi accorgo che mi fa respirare, per pronunciarla occorre inspirare ed espirare, far battere la lingua e accorgersi se il dente duole (no, non duole), arrotolare la erre sul palato come con l’eucaristia, rendere grazie.

Usare un’agenda cartacea giornaliera, dotarsi di penna che scriva, controllare prima di uscire che scriva, alitare in punta se non scrive, scusarsi con chi ci chiede se abbiamo una penna con la frase “mi dispiace, ho cambiato borsa proprio stamattina” anche se abbiamo la penna e non cambiamo borsa dal 2001.

Cambiare borsa almeno tre volte a settimana.

Per chi è capace, perdonare senza sentirsi superiore. Per gli altri, quelli come me, lasciare nel passato. Ripetere fino a quando la tecnica non si perfeziona, allenarsi la sera, a luci spente, con un orecchio sul cuscino e gli occhi chiusi. Sono discipline diverse, non competono.

Preservare i dialoghi, scegliere con cura l’interlocutore, annuire per dire sì, muovere il capo come in un attacco di labirintite per dire no, non depistare, non accondiscendere controvoglia, non negare per principio. Fare attenzione ai princìpi e anche ai principi, nel caso dubitare della loro esistenza.

Discutere solo di ciò di cui si è davvero competenti. Davvero. Non importa, lo so. Mi rendo conto. Anch’io, vale anche per me, ci penso e mi condanno al silenzio. O a parlare di figlie, le mie e basta perché i figli degli altri sono un mistero, o di me e delle donne che mi abitano dentro, tante e diverse eppure nemmeno una che abbia voglia di vestirsi in modo elegante per festeggiare a casa.

Rifiutare le versioni accettate. Se sapete che si scrive soprattutto non fatevi dire che ormai è accettata l’altra versione, non esiste un’altra versione. È come con i tradimenti, si accettano quando non si ha più la forza di discutere, è come uno studente che non impara, lo mandi avanti per togliertelo dalla classe. Scegliere le proprie ortodossie. Praticare l’eresia dopo averne imparato il significato etimologico.

Appena possibile operare un’inversione dell’onere della prova. Smettere di voler dimostrare i propri meriti e il proprio valore, non mercanteggiare i propri talenti che non sono suscettibili di valutazione economica. Non provare di aver subito un danno, lasciare che sia l’altro a mostrarci che non è un danno, che non l’ha recato, che se l’ha fatto non è stato per dolo ma per colpa. Lasciare che ponga rimedio. Accettare il risarcimento. Donarlo a chi ne ha più bisogno senza farlo sapere.

Leggere una poesia ogni giorno e non pensare mai che sia facile da scrivere e non illudersi mai che sia facile da capire. Leggere una poesia e non pensare, meglio a metà giornata, soprattutto se fuori piove e dentro fa solo freddo ma va bene anche nelle giornate afose se il vento tira solo nella testa, è un ottimo ristoro nei pomeriggi invernali quando si aspetta il disgelo, alcuni la consigliano appena sbocciano i fiori, favorisce l’impollinazione. Non dedicare a nessuno alcuna poesia, sarebbe come perderla ma donarla senza un’occasione.

Al termine dell’anno verificare che siano 365, contandole, tanto dura pochissimo.