Ho tutto

Ho la mia parte di letto, quella che volevo. È importante avere la propria parte di letto mi dico certe mattine mentre lo rifaccio, sprimaccio i cuscini, piego i pigiami e tendo il piumone, mi piace il rumore del piumone. È importante anche dividere il letto con qualcuno che voglia l’altra parte, ciascuno così ha la sua, è importante, bisogna fare questo test agli inizi di una relazione, prendere una stanza di albergo e mettersi a letto, se entrambi puntano allo stesso lato non può funzionare, non durerà. Io ho la mia parte di letto, quella che mi consente di dormire sul mio fianco preferito- io ho un fianco preferito, che è preferito da quando avevo tredici anni prima preferivo l’altro poi ho fatto un piercing all’orecchio e mi sono cambiate le preferenze- senza avere nessuno davanti. Non posso aprire gli occhi e vedere subito un essere umano. Anche se lo conosco, anche se lo amo, io non posso. Qualcuno potrà. Io no. Lui ha la sua parte di letto, l’altra, per fortuna perché mi sarebbe dispiaciuto rinunciare a Lui per dormire sul mio fianco preferito.

Ho pensieri infedeli, arrivano tardi e hanno addosso un odore che non è il mio, indossano abiti stropicciati, si vede che si sono rivestiti di fretta e altrettanto di fretta si spogliano e fanno finta di dormire, io tengo gli occhi chiusi per non vedere, non è da me mi dicono gli altri pensieri, quelli leali, quelli che si sono lavati i denti e hanno richiuso il dentifricio per denti sensibili, che da lì la sensibilità non sono riuscita a scacciarla, quelli che non vanno via e certe volte soffocano, sempre presenti, sempre disponibili. Perché li lasci fare? Mi chiedono. Non lo vedi che sono traditori? Si, anche con gli occhi chiusi. È che sono, comunque, miei.

Ho tutte le vocali rinnegate per abbreviare le parole e trasformare un messaggio in un monologo foggiano o in un impossibile codice fiscale, che ci faranno con il tempo risparmiato ad omettere le vocali? Le ho io, le ho prese tutte e me le tengo, voi restate così, con le vostre consonanti ridotte a bolo, prima o poi si bloccherà in gola. Ho tutte le vocali e le uso per fare un trenino anche se non è Capodanno, per fare l’amore che si senta, per chiamare le mie figlie come facevano loro da piccole che mi chiamavano solo al vocativo, per le esclamazioni in dialetto, per sedermi facendo rumore e rialzarmi con l’eco.

Ho tutti i per scambiati con la x, che se fossi il io il Legislatore sarebbe reato, giuro.  Li tengo, li ho sequestrati e li uso per chiedere sempre il perché di tutto quello che non so, di tutto quello che non capisco e poi per dire, portandomi la mano destra al centro dello sterno: per me. Perché di convincere te non mi interessa nemmeno un po’.  Giro con le sporte piene di tutti i per lasciati da parte, ogni tanto ci si incastra una o che anche di quelle ne ho tante, le metto su un bel cappello e diventa un però. E dal però ricomincio a provare, perché per me il però è comunque una possibilità.

Ho tutto il sentire del mondo in alcuni giorni soprattutto, sulle spalle e nella testa, al centro del petto un dolore che si irradia, sento addosso la morte di chi mi circonda, la sento sempre più vicina di quanto non sia, cerco di allontanarne l’idea ma le idee non sono mosche che basta agitare le mani. Ho tutto l’amore che posso, tutto concentrato e condensato e ristretto poi esplode di colpo e non ci sta più dov’era concentrato e condensato e ristretto e non posso mica andarci in giro, è troppo, ingombra, io non me l’aspettavo di essere capace di tanta capienza anzi credevo di non avere spazio o di averne molto poco e dicevo al Dottore della mente che io non avevo amore per nessuno nemmeno per me e lui stava zitto e mi indicava un posto e io non lo vedevo e lui insisteva e io anche perché ho tutta la testardaggine dell’universo riversata qui nella testa e lui indicava più giù e a me veniva solo in mente quella canzoncina salace che fa amor se mi vuoi bene più giù tu devi andar e lui scuoteva la testa e indicava più su, non così giù e io non vedevo poi ho sentito e ho visto insieme ed era così, avevo tutto l’amore del mondo tranne che per me.

Ho muscoli allenati che solo ogni tanto e sempre meno accusano risentimento, ho sentimenti feriti che gridano vendetta e raggiungono livelli di rancore da professionista. Se esistesse l’agonismo di rancore io sarei tra i primi al mondo, lo so. Ho un cappello per quando piove e gli occhiali da sole per tutti gli altri giorni. Ho lo sguardo severo e la risata frivola, ho una storia da raccontare ma non ora perché ancora la sto inventando, ho diffidenza a pacchi ben confezionati, si vede che non l’ho impacchettata io. Ho amici che stanno su una mano, pochi e complessi come linee della vita, li stringo nel pugno per non perderli. Ho il futuro semplice alla terza persona plurale, qualche volta il passato remoto alla prima singolare, quasi sempre l’imperfetto. Ho un’idea che non dico. Ho un sogno che ci spero.

Ho tutte le paure del mondo in alcuni giorni soprattutto, sulle spalle e nella testa, al centro del petto un’angoscia che si irradia. Io me l’aspettavo di essere capace di tanta capienza anzi credevo ce ne stesse di più ancora e dicevo al Dottore della mente che avevo tutte le paure presenti nei suoi libri di psicanalisi e lui stava zitto e mi indicava un posto e io non lo vedevo e lui insisteva e io no, perché ho anche tutte le lacrime del mondo e appannano la vista e gonfiano il naso e così non si vede oltre a quello e poi si sono seccate sulle guance crepate e ho sentito e visto insieme ed era così, non avevo tutte le paure del mondo ma solo le mie.

Ho incubi che racconto così non si avverano, riti scaramantici che ripeto perché forse funzionano, braccialetti penzolanti al polso, una scorta di libri sul comodino, ho una città alla quale non appartengo e il pieno di benzina all’auto, l’immaginazione per andare via come quando le mie figlie erano piccole e pensavo di scappare in alcuni giorni soprattutto, lo pensavo al centro della scapole come una fucilata di spalle, come si fa con i traditori, guardavo l’autonomia di chilometri indicata sul display e calcolavo il percorso. Chiudevo gli occhi, sentivo il rumore del mare, li riaprivo e non scappavo, mi ci aggrappavo un po’ prima di rimproverarli, senza esagerare, erano, comunque, i miei.

Quello che voglio dire

Conosco una donna, una professoressa, aspettava il suo primo figlio quando io aspettavo Pepe la mia seconda, avevamo qualche mese di differenza a mio vantaggio. Lei si documentava, settimana dopo settimana, adesso il feto è grosso come un pugno chiuso- non era il cuore ad avere quelle dimensioni- adesso è grosso come un pompelmo –quanto è grosso un pompelmo? – adesso  gli arrivano i suoni ovattati dal mondo esterno – chissà il rumore dentro, cioè hai presente dentro il corpo umano tra organi che battono e si contraggono, spasmi e digestioni– adesso percepite bene i movimenti del vostro bambino, adesso si mette in posizione e non la cambierà più- sono le posizioni che non cambierà fuori che mi preoccupano di più– adesso è pronto per venire al mondo. La professoressa studiava, sapeva tutto, aveva già comprato la crema per le ragadi al seno, le mutande a rete post parto, si era iscritta al corso preparto con l’ostetrica musicologa esperta in cromoterapia nutrizionista e maestra di yoga e due volte a settimana andava a fare acquagym per gestanti così si sentiva leggera. Sapeva cosa fare per la crosta lattea. Sapeva in cosa consiste l’allattamento a richiesta, il co-sleeping, l’auto svezzamento, sapeva medicare il cordone ombelicale e quanta vitamina D necessita, sapeva, perché si documentava, come si gestiscono le coliche e guardava “Ostetriche in sala parto” su Real time per prendere appunti, senza commuoversi.

Conosco una donna che forse era solo una ragazza, sapeva come sua figlia era entrata lì, dentro di lei, lo ricordava bene perché era stato molto bello e sapeva da dove sarebbe uscita e preferiva non pensarci, pare che a un certo punto abbia ordinato tiratemela fuori in qualche cazzo di modo, dopo aver invocato la morte. Sapeva che i bambini appena nati piangono, cagano liquido e giallognolo, mangiano, ruttano e dormono. Non pensava che quelle smorfie involontarie fossero sorrisi e non si preoccupava della querelle su quando e cosa e come i neonati inizino a vedere.

Conosco una donna che non doveva tornare al lavoro perché non ce l’aveva un lavoro e però aveva deciso di non allattare perché voleva tornare a fumare. Qualcuno intorno a lei faceva smorfie volontarie che non erano sorrisi e pensava ma come? Lei se ne sbatteva felicemente, mangiava di nuovo il suo prosciutto crudo e fumava felice, mai davanti al figlio, infatti aveva montato il passeggino al contrario così il bambino guardava il mondo e il mondo guardava il bambino, che comunque era molto bello per essere un bambino.

Conosco una donna che voleva dei figli dell’Acquario (auguri Gulli, dovrebbe essere oggi) e lo diceva apertamente: aveva voluto concepirli perché nascessero sotto quel segno. Chi vuole dei figli dell’Acquario, pensavo io che anche i cani li ho scelti che non fossero della Bilancia, dei Gemelli e dell’Acquario. È una donna sincera la donna con i figli dell’Acquario e di queste ne conosco poche.

Conosco una donna che voleva figli e poi non li voleva. Poi li voleva di nuovo con uno che sembrava non andare bene per farci un figlio e comunque lui non se ne preoccupava. Poi non li voleva più ma con uno che sarebbe stato perfetto per farci un figlio insieme. Poi lo voleva ma non con questo. Lui non sapeva se voleva figli allora lei, la donna che voleva figli a intermittenza, ha pensato che visto che lui non lo sapeva era quello giusto perché lei lo avrebbe convinto che lo voleva. Entrambi i lui hanno figli adesso, la donna intermittente non ha ancora deciso.

Conosco una donna che si è trovata sola a crescere suo figlio, niente di tragico, solo un amore cerebralmente morto attaccato a un respiratore, pare sia la routine a provocare questi decessi, la ripetitività dei movimenti della giornata determinano un’usura dei sentimenti. Fa quel che può, perché lui è andato a prendersi la vita per come la voleva in un’altra città. Di notte le capita di restare sveglia, fa la somma dei rimproveri che si può muovere, poi sottrae le colpe da attribuire a lui, moltiplica le bugie che ha scoperto per i giorni in cui le ignorava, divide tutto per due perché per tre ormai non pensa più, poi perde il conto e ricomincia, il bambino ogni tanto si sveglia e la chiama, la trova sempre sveglia, “mia mamma non dorme mai” ha detto alla maestra.

Conosco una donna che forse era solo una ragazza che per la stanchezza con la seconda figlia appena nata, in preda alle coliche e ogni forma di rinite e stipsi catalogabile, una notte si è pisciata nelle mutande. Da seduta sul wc, fino a lì c’è arrivata solo che si è seduta e basta, non ha tirato giù niente, ha solo pisciato con gli occhi chiusi. Una notte invece ha usato la fialetta dell’enterogermina al posto della soluzione fisiologica per ripulire il naso della bambina e ha lanciato cristi e santi perché scendeva male, diversamente dal solito e la bambina piangeva, piangeva sempre e poteva svegliare la sorellina che pisciava il letto anche due o tre volte a notte per lo stress di questo nuovo arrivo, catapultato un giorno a casa, tirato giù dalla macchina in un seggiolino auto imbottito.

Conosco una donna che ha deciso di avere un figlio con un uomo affidabile e con un reddito sicuro perché ormai era il solo criterio che le interessasse ai fini procreativi. Nella famiglia di lei hanno sempre detto, quando lei non c’era, che lui le faceva senso, non proprio schifo, ma un po’ senso.  Era una donna con tante fissazioni, l’acqua minerale per lo scalda biberon, via litri di Sant’Anna di Vinadio solo per tenere in caldo il contenitore del latte, ricerche su internet di ogni sintomatologia presentata da suo figlio per dimostrare che era cagionevole, salviette disinfettanti contro ogni male del mondo, citofoni disabilitati e campanelli a cui togliere corrente per evitare che qualcuno disturbasse il sonno del bimbo malaticcio. Era una donna convinta della bontà di quel che faceva ma era sola con le sciocchezze di cui si nutriva e con parenti collaterali che la irridevano dei quali era ignara, come effetti di un farmaco che leggi sul bugiardino ma speri capitino ad altri.

Conosco una donna che ci pensava e ripensava e voleva il terzo figlio, lo voleva proprio nella gola, voleva toccarsi la pancia e sentirla abitata, lo voleva nella testa, negli occhi che vedevano solo donne incinte, nelle braccia che non cullavano più da anni. Molti le dicevano ma lascia stare, ma chi te lo fa fare, ma state così bene, ma perché. Io lo voglio, diceva. Non aveva altro da rispondere perché non c’era altro motivo. Non è mai arrivato e lei aveva odiato il suo corpo ogni mese fino alla menopausa quando finalmente non era più colpa sua.    

Conosco una donna che ha detto a un’altra donna “affidati a te diventeranno schifosi come te”. L’altra donna le ha risposto guarda che non li ho in affidamento perché sono i miei figli e poi meglio schifosi come me che centotrenta chili di merda come i tuoi figli. Siete pari, hanno detto gli altri, gli arbitri dell’elegante disputa. No, ha rimuginato l’altra donna, perché voi pensate alle parole sbagliate, pensate agli “schifosi e centrotrenta chili” e non capite che il pericolo e la cattiveria di quella frase è nell’altra parola, in quell’”affidati”, che ti delegittima, che cerca di toglierti il ruolo che è tuo, che sminuisce la tua presenza, tu o un’altra poco importa. Conosco donne a cui non passerà mai.

Conosco una donna che ha tre figli e ha lasciato il suo lavoro in ospedale e ha frequentato un corso di contabilità ed è andata a lavorare con suo marito nell’azienda di lui. Niente più turni o reperibilità. Sempre presente all’uscita di scuola. Il pranzo e la cena sempre pronti. Niente accumuli di panni da stirare, unica candidata e sempre eletta come rappresentante di classe per tutte e tre le classi, colloqui con i professori, dentisti e ortopedici, attività agonistiche perché lo sport è socialità e disciplina, corsi di lingue straniere che senza quelle non fai niente oggi. Un giorno mi ha detto che bisogna esserci, sempre, anche quando loro non parlano, quando ti ignorano, quando non ti vogliono, bisogna esserci all’uscita da scuola perché quello è il momento in cui raccontano la loro giornata e se non ci sei tu la raccontano a un altro e se devi arrivare o intervenire tu, così, arrivi e intervieni quando è tardi. Bisogna esserci, chi c’è sbaglia ma chi non c’è non fa. È stata la mia cliente preferita, adesso che non sono più una consulente con sopralluoghi interminabili, ispezioni e verbali improvvisi, date certe da vidimare e rispettare, lo posso dire.

Conosco una donna che forse era solo una ragazza che ha figli grandi e spesso si sente come se per gli altri lei li avesse sempre avuti grandi, come se nessuno si ricordasse che se li è tirati su, non glieli hanno dati già così, solo perché lo ha fatto senza dire a voce alta che lo stava facendo, che sembrasse più di quel che era. È una donna che è scesa a compromessi, ha lasciato perdere, non ha pazienza ma si è scoperta tollerante, la pazienza è passiva dice, la tolleranza è attiva. Conosco una donna che forse era solo una ragazza che non credeva che i bambini dovessero crescere con i nonni anche prima di averne sposato uno, al quale aveva raccontato un giorno, in un museo, la storia del Re Salomone e le due madri, perché lui non la conosceva. Le due madri si contendevano il bambino: è mio, no è mio, no è mio. Il Re decise di dividere in due il bambino. Solo una si oppose, rinunciava al bambino pur di lasciarlo intero. Il Re le assegnò il bambino. Capisci quello che voglio dire? Aveva chiesto la donna che forse era solo una ragazza. Lui aveva annuito.    

Conosco una donna che non ha figli. Sono le mie preferite perché parlano della vita guardandola tutta, è come se avessero un respiro in più. Forse li avrà, li vorrebbe ma non ora. Penso che li avrà. È una donna che gioca con i capelli cambiando taglio e colore, ha la pelle scritta un po’ ovunque, di segni che solo lei capisce e poi è la sua pelle, chi altro dovrebbe capirlo? È una donna che mi ha detto “ti muovi su un terreno scivoloso a scrivere di madri, le madri sono un totem”. Non scrivo di madri perché le madri non esistono, scrivo di donne e di come diventano madri perché madri si diventa. E padri. E ti può andare bene, come una cosa che ti viene subito facile e naturale, sai quelli che hanno lo swing subito, la prima volta che giocano a golf. Oppure ti ci devi applicare perché a te non viene e ti impegni e se sei bravo sembra che ti venga naturale, invece è tecnica. E tutto questo non c’entra niente con l’amore. L’amore non si discute. Quello che voglio dire è che non esistono le madri, le madri giuste e sbagliate, esistono persone che ti fanno sentire una madre giusta o una madre sbagliata. Esistono donne e io le vedo, ci parlo, le ascolto e io sono molte di loro e altre proprio no. Quello che voglio dire è che non c’è un solo modo ma che tutte andiamo in pezzi, le più ordinate li ritrovano tutti e li rimontano, le più disordinate ne perdono qualcuno strada facendo, ad alcune vengono sottratti e altre si ritrovano con pezzi che avanzano eppure intere e non capiscono come sia possibile. Quello che voglio dire è che succede. Di andare in pezzi. Di diventare madre. Di non diventare madre. Di avere la vocazione e la chiamata oppure di soffrire di maternità a rilascio graduale. Quello che voglio dire è che ci sono donne che si pentono, anche, che non lo rifarebbero e se non lo diciamo sbagliamo, sbagliamo tutti, e ci sono donne che non desiderano altro per tutta la vita. Non esistono le madri, esiste una sola madre, quella che non taglierebbe mai a metà suo figlio. È un terreno scivoloso? Scivolerò. Poi resterò sdraiata a guardare il cielo, a me non importa, sono solo una ragazza.  

Sai chi sono?

La signora ha iniziato la sua giornata come ogni giornata, rigirandosi dall’altra parte e sapendo di non poterlo fare. Poi si è alzata e ha fatto quello che fa ogni altro giorno. È andata in bagno, ha tolto l’antifurto, ha fatto uscire i cani in giardino, ha messo l’acqua nel bollitore per suo marito, tirato fuori dal frigo il latte per la figlia minore, disposto i pacchi di biscotti per la figlia maggiore, riaperto ai cani, preso un biscotto dalla confezione dei biscotti per cani, tagliato in due, un pezzo a uno e un pezzo all’altro- siete chiatti– ha detto, preso lo yogurt greco 0% grassi e una strisciolina di cioccolato fondente, acceso la Nespresso.

Si è seduta.

Ha mangiato.

Si è alzata.

Ha preso il caffè.

E’ andata in camera da letto. Ha aperto l’armadio, solo un’anta perché il cane si sdraia davanti all’altra. Levati, sembri un bisonte.

“Comunque io faccio il test del DNA, perché secondo me tu m’hai fregata con queste due, magari non sono figlie mie e me le hai rifilate.”

Va bene, le ha risposto lui. Se vuoi le porto io a scuola.

No, no, vado io che ho un sacco di roba da fare in ufficio.

La signora si veste in bagno, per non disturbare il marito. Prende al buio, apre, si arrangia un po’. Ha svuotato l’asciugatrice e messo tutto in una bacinella grande e adesso cerca un posto dove nasconderla alla vista della signora delle pulizie, altrimenti quella stira la qualunque e perde tempo con le magliette che lei indossa sotto i pigiami, come quella del Liceo, dell’anno della maturità.

Ci parli della figura dell’inetto a vivere di Svevo.

Crema idratante dal centro del viso verso l’esterno, nessun effetto tensore, sono i rimasugli di flaconi mischiati tra loro, quella che residua sulle mani la stende fino al gomito o sul collo.

Sveglia la figlia piccola. La grande oggi salta scuola. Non va bene, no. Ma ieri sera è arrivata tardi dall’allenamento e l’osteopata l’ha scrocchiata come un bastoncino per accendere il fuoco in campeggio. Resta a casa e recupera le forze, domani andrà, motivi di famiglia scriverà nella giustificazione, ma penserà “cazzi nostri”.

Torna in camera da letto. Il cane piccolo è sulla coperta sopra il piumone, messa lì proprio per lui. Gli allaccia la pettorina, gli mette il maglioncino a collo alto con la scritta i love my boss, “la odia quella roba” dice suo marito dal fondo del letto e di chissà quale dormiveglia. Lo so, ma fa ancora freddo. Lo prendono per il culo anche i gatti. Ma smettila che non lo vede nessuno e poi è proprio bello, vero che sei bello? Si che sei bello, il più bello.

“A che ora torni?”

Ogni giorno la signora dice al marito a che ora tornerà perché lui non lo ricorda, se glielo dice la sera prima poi lui lo dimentica, lei potrebbe anche dirgli cose diverse ma non lo fa perché non le viene di dire cose diverse da quello che fa. Non a lui.

La figlia piccola è quasi pronta, oggi c’è musica, porta la pianolina sulla quale si è esercitata ieri, dopo l’osteopata e prima delle espressioni con le potenze. Che noia musica, pensa la signora seduta sul letto con il cane piccolo in braccio mentre osserva la bambina sul muro.

Se n’è venuto lui, un giorno, con un gran sorriso. Guarda tuo padre cosa mi ha dato? La possiamo appendere in camera.

Non voglio foto appese in camera.

Ma è bella, hai sempre la stessa faccia.   

Non voglio foto appese in camera.

Hai visto cosa c’è scritto dietro?

Non ho bisogno di vederlo. Ci sarà la data e la dedica. Tutte quelle foto sono così, mio nonno me le faceva solo per questo, solo per potermele dedicare.

Marzo 1981.

Due anni e mezzo.

alla fine l’aveva incorniciata e appesa. Testardo lui.

Qui? Più a destra, più a sinistra?

Non voglio foto appese in camera.

Allora qui?

Si.

La signora guarda la bambina ogni sera e ogni mattina. La cuffietta a spicchi, il cappotto rosso come cappuccetto rosso ma senza nonna, solo con il lupo. Gliel’avresti fatta mangiare, eh? Non l’avresti difesa più di tanto. E non ci saresti cascata, non avresti mai scambiato il lupo per tua nonna. Lei aveva gli occhi rotondi, più da capra che da lupo. E profumava di borotalco, mica di bosco. Non te la raccontava questa storia, vero? Ogni tanto, ma preferiva altro, roba più cupa ancora, la tua preferita era quella della vecchiarella senza soldi e senza nessuno che però dei soldi si preoccupava poco, era più questo fatto di essere sola che la angosciava e allora un giorno trovò una moneta in terra e cosa fece? Si comprò un rossetto rosso e se lo passò così, di sopra e di sotto, tutta la bocca pure che era una bocca vecchia e con le grinze, tutta la bocca rossa. E con il muso rosso e un poco sporgente prese una sedia e aspettò qualcuno che la notasse. Ma tutti passavano e non si accorgevano di lei e della bocca rossa sporgente, nessuno la guardava o peggio, la guardavano e ridevano, perché era una vecchia con il muso tutto dipinto di rosso. Poi passò un topolino. Il topolino la notò. Lei lo raccolse. Andava bene pure il topolino innamorato. La vecchiarella e il suricillo.

Si, è vero, le dice la signora. Non era la tua preferita, era la sua preferita da raccontare. Ma meglio di quando ti raccontava la storia della bambina affacciata alla finestra chiamata dal diavolo che era, casualmente, in cortile.

Non ti ricordi di me, eh? Non mi hai mai vista, vero? Nemmeno in un sogno? Nemmeno quando chiudevi gli occhi per soffiare sulle candeline? No, lo so. Io mi ricordo di te. Quello sguardo, di chi non sta fingendo che gli altri non ci siano ma sta immaginando di non esserci. Non lo sai chi sono io?

Sono la somma di tutti i non riesco che hai detto e pensato.

Le settimane enigmistiche sul davanzale del bagno, tutti i puntini che hai unito, tuo fratello che ti chiede se hai finito, il quaderno aperto sulla scrivania, il cancellino per la stilografica, gli album di figurine mai completati, le doppie mai scambiate, le frasi non pronunciate per paura di non dirle intere, le scuse mai ricevute e quelle mai dichiarate. Sono il Corriere dei Piccoli, Ventimila Leghe sotto i mari, Il Piccolo Lord, le tute della Campagnolo, la canottiera con lana fuori e cotone sulla pelle, il suono di papà al citofono.

Sono le case che non abiti più, i nonni quando c’erano tutti e quando non ci sono più, che ne sai tu.

I cuori con il bianchetto sulla Smemoranda, il telefono che non suona e il pedalò solo per andare a fare i tuffi.

Sono i tuffi che, però, tu non hai mai fatto.

Sono i fratelli e le sorelle che no, non avevi mai chiesto. Si, volevi un cane, è vero.

Sono il cucciolo recuperato sul ciglio di una strada.

Teniamolo teniamolo teniamolo.

Le calze nere che non puoi indossare perché sono volgari.

Gli anfibi che ti rovinano i piedi.

Le all star che ti faranno marcire i piedi.

Il trucco che non ti serve a niente.

Tutte le convinzioni di tua madre catalogate per argomento.

Sono l’assenza di ogni convinzione, per convinzione.

Sono i peccati inventati per la confessione con il vicepreside alle medie, Don Mario. Il no crocettato all’insegnamento della religione cattolica in quarta ginnasio.

Sono che di Achille e Patroclo da ora che avevo capito.

Sono la fidanzata che fa la sorpresa a cui però apre la porta l’altra.

Sono l’altra che si sfila un attimo prima che la porta suoni.

Sono il rumore dell’ascensore quando si chiude.

Sono un taxi fino al Duomo e poi da lì non so ma a casa no.

Le statue dei Re in Piazza del Plebiscito e la sfogliatella riccia.

Sono lo stomaco che si chiude per amore e per rabbia.

Le bacche di mirto.

La disciplina della vendita ex art.1470 C.C.

I capitoli da portare a ricevimento.

Sono le strette di mano, il diamoci il tu, sono i caffè da ogni cliente, sono la pipì su un test e poi un altro e ancora uno per essere sicura. Sono un monitor nero e un cuore che non batte. Sono ventidue chili in più e i piedi rovinati, questo mamma non me lo aveva detto, ma il cuore batte.

Sono la mamma di due femmine, nessun maschio che volevi chiamare Fabio, come la segretaria di tuo nonno, la Silvana, aveva chiamato suo figlio.

Sono i jeans di prima che si chiudono di nuovo.

Sì. Il mio latte, che fortuna.

Sono una che passava di qui per caso, come il diavolo nel cortile.

Sono l’ingrediente che manca per completare la ricetta.

Sono il mascara sul cuscino.

Sono tutto quello che non so fare: sciare, cucire, dimenticare, ballare, perdonare, curare le piante, riparare gli oggetti. Sono le promesse che hai fatto di notte in cambio di chissà cosa, sono una borsa di tela di una libreria con la scritta Leggo per legittima difesa dentro la quale infilo ogni mattina quaderni e appunti che sono personaggi con i quali gioco come facevi con i puffi, lo so che li tiravi tutti fuori e li mettevi vicini e inventavi storie e al posto della voce uso le  penne, sempre le stesse penne, quelle con la punta sottile, sono gialle e nere, non ricordo mai il nome, in cartoleria le indico sempre, sono una che si perde in cartoleria in mezzo a tutte quelle cose, anche a te piaceva, lo so, avevi sempre il materiale perfetto ma essenziale, le gomme a forma di gomma e i temperini di metallo, i quaderni senza fronzoli. Sono la figlia della maestra. Non voglio altre penne e non voglio foto appese alle pareti, foto di te, bambina con la cuffietta a spicchi, perché lo so che tu mi guardi e io non so se riesco a starti seduta davanti senza sentirmi su un’altalena ferma. Hanno il tratto sottile, e così anche la mia scrittura, brutta, sembra più bella, le parole si legano su un filo, come i panni in estate, all’aperto. Come le foto nella camera oscura, prima che diventino immagine.

Sono te prima di diventare me.

Sono io e spero di piacerti, metto il rossetto rosso e no, non sono sola, ma vorrei piacerti lo stesso e poi vorrei toglierti quella cuffia orrenda, posso?

Sono una storia che fa ridere.

Sono un amore che non finisce. Anche per te se vuoi.

Sono la Cara Sonia, scritto con una penna dal tratto sottile, in un giorno di marzo che ancora era freddo, dietro una foto da qualcuno che ti amava moltissimo anche se non lo guardavi, perché sei così.

Non sai chi sono, no?

Sono tutte le volte che ci sei riuscita, bambina sul muro.