Il corriere non arriverà in tempo, il tempo è oggi. Ha lui il regalo che Pepe ha scelto e pagato con i suoi risparmi per te. Qualcuno ieri ha suonato ma Cri non ha interrotto la professoressa per chiederle se poteva rispondere al citofono visto che è da sola a casa in quarantena scolastica come tutta la sua classe, per via di quel compagno positivo. Non si trattava comunque del corriere, lo so per certo, ho la mail con l’indicazione del giorno di consegna.

Il mio regalo giace in lavanderia, nascosto per bene. Non è niente di che ma penso che ti piacerà. Adesso sarò costretta a cambiargli posto.

Cri non ha fatto in tempo a comprarlo, per via della quarantena. Riavrà la sua libertà sabato prossimo, penso che prima del tuo regalo nelle sue priorità ci siano gli allenamenti e le prove per lo spettacolo di teatro. E poi mi ha confessato che non ha idee, non sa cosa regalarti. Non sa cosa ti può piacere, perché quello è il senso di un regalo, che piaccia a chi lo riceve e non a chi lo fa.

Allora ho proposto di rinviare i festeggiamenti. Stasera solo la torta, dopo cena, soffierai sulla candelina il tuo numero appuntito, l’anno scorso era più morbido è vero, ma questa nuova unità non ti sta male addosso, anche il primo compleanno con me accanto era così, un po’come il primo compleanno nella vita, che è quello con il numero 1 che svetta, mica con la comodità dello 0. Sabato sera la cena, il mio rossetto rosso e il correttore sul brufolo spudorato che non sa quanti anni ho, Cri con il mascara e la matita sfumata, Pepe con i jeans nuovi e la borsetta a tracolla, tu con la camicia con le inziali appena sotto il cuore, i pacchetti da spacchettare e l’ansia che non ti piacciano.

Fino a sabato cercherò qualcosa da integrare al mio regalo, lo faccio sempre, mi sembra che non basti, come quando preparo un piatto nuovo o quando abbiamo ospiti, che poi avanza sempre un mare di roba ma è più forte la paura che non basti mai. È che non mi hai detto niente, ti ho chiesto nelle ultime settimane se ci fosse qualcosa che proprio volevi, ancora ieri sera. Se non lo sai tu- mi hai risposto- nessuno mi conosce come mi conosci tu.

Nessuno, è vero. Ma non aiuta anzi a volte è peggio. È dall’anno del taglia capelli e regolabarba che non ho più certezze, per la tua reazione. Quell’anno facevamo abbastanza schifo, va detto, tu forse un po’ di più ma poi siamo andati in pari, perché io sono un fenomeno quando si tratta di recuperare nella categoria sbandieramento di cattiverie. Ho come uno sprint finale.

Anche quattro anni fa, non era andata proprio bene. Odio le foto di quella sera, le ragazze accanto a te, il tuo gilet blu, il terrazzo senza piante, senza fiori, il cielo pronto a rovinarci addosso la sua incazzatura, il mio sguardo attraverso l’obiettivo, dall’altro lato dell’obiettivo, che vi fissa in sorrisi forzati e che ti considera un ospite, uno a cui ha prestato per un momento quelle due meraviglie per scattare la foto, uno così, che non aveva il coraggio di rovinare addosso a quattro cialtroni la sua incazzatura.

Ti avevo regalato la guida di viaggio per il Giappone e un pigiama. Un ossimoro, insomma. Nessuno te l’aveva mai regalato prima.

Quest’anno non mi sbilancio. Non siamo al massimo della forma ma nemmeno da buttare. Ho pensato di integrare così, per esempio, con Pepe che dice che essere il numero 1 non conviene, perché più su non puoi andare, puoi solo scendere o restare dove sei e per farlo la fatica è tanta. Tanta fatica per restare fermo, in effetti non conviene. E se sei il numero 1 alla fine non hai più sogni, è più facile che tu abbia incubi. Prendi Djokovic, dice. Perché lei in testa e tra le mani ha, principalmente, la racchetta in questo ultimo periodo di vita, circa il 50% del suo vissuto, sta facendo una lunga gavetta, partita dopo partita, sempre contro quelle più grandi, più alte, più arrabbiate e lei che non molla, non indietreggia, passa lo straccio e migliora il servizio, si complimenta con l’avversaria, beve dalla bottiglia, si asciuga il sudore, partita dopo partita concentrata sul singolo punto allarga lo sguardo oltre la rete, quando è lì dentro non cerca nessuno di noi là fuori.

Oppure con Cri che dice: i figli delle famiglie che funzionano li riconosci. Quali sono le famiglie che funzionano ti viene da chiederle, almeno a me viene e infatti le chiedo. Sono quelle in cui si fanno le cose insieme, non tutte, le cose importanti mi rivela. Quali sono le cose importanti ti viene da chiederle, almeno a me viene e infatti le chiedo. Le vacanze, andare a teatro, la cena. La torta per il compleanno. Raccontarsi la giornata. Scambiarsi i libri. Passare del tempo insieme, domando. Si, ma bene, non passarlo per passarlo. Poi aspetta, beve il cappuccino con latte di riso nel locale giapponese dove ci siamo fermate per fare una pausa da tutto quel camminare in centro, è buono, sentenzia: “noi siamo una famiglia che funziona, mamma”. Possiamo ricominciare il giro, mi ha detto quello che voleva che sapessi.

E integro con tutti i miei scongiuri non si sa mai, son le cose che funzionano che possono rompersi mica le altre, quelle già rotte, quelle alla peggio si sbrindellano ma già non funzionavano.  È il problema delle famiglie disfunzionali, pare. Lo dicono gli esperti, lo dicono un po’ tutti, io non sono esperta e non sono tutti, non sono nessuno. Sono solo una che ha imparato ad accorciare le frasi, che punta tutto sulla frase minima. E allora per me è il problema delle famiglie. Che di famiglie funzionali io non ne conosco ma faccio il tifo per quelle che funzionano.

Aggiungo ben impacchettati tutti i Sacri Testi Genitoriali che ho riscritto abbreviandoli, arrivando all’osso e così non diremo mai alle nostre figlie: “dove ho sbagliato con te?” ma ci fermeremo un attimo prima, quel tanto che basta a lasciarle fuori dai nostri errori. Dove ho sbagliato? E non le faremo cadere nella trappola dei nostri dispiaceri, li terremo divisi dai loro, faremo una corretta raccolta differenziata dei dolori singoli e dei dolori collettivi, nella riscrittura non compare la frase “non darmi questo dispiacere” ma in grassetto è scritto “sono dispiaciuto insieme a te”. I capitoli più corti sono quelli delle “Verità che fanno male” perché quelle vanno dette senza preamboli e “Sii quel che sei purché tu sia felice” in cui la frase più lunga è il titolo e le pagine a seguire sono bianche. Te li lascio, per sicurezza.

Insieme a tante piccole cose un po’ a caso sparse per casa che di quelle è fatto il mio amore quotidiano.  La cura dei gesti che non vedi, quando non li vede nessuno, è lì il bene che ti porto. Il pigiama piegato sotto il cuscino quando rifaccio il letto, la forchetta rimasta macchiata che tengo per me quando apparecchio, l’aceto per pulire dopo che sei uscito che quell’odore ti disgusta, il sedile tirato indietro se poi devi guidare tu, il passo indietro che tengo, quello che gli sciocchi scambiano per subordinazione. Non sanno che stare dietro la tua schiena serve a farmi spuntare fuori all’improvviso cogliendo tutti di sorpresa. E che così ti guardo il culo.

E integro con i ricordi in cui non ci sei così diventano anche tuoi e quando io li perderò potrai restituirmeli. E allora prendi e guarda, c’è il tabaccaio in Piazza Montanari e una bambina con i pantaloncini e i sandali che compra un pacchetto di Diana e sua madre affacciata alla finestra che la guarda entrare con soldi nel palmo destro e uscire con il resto nel palmo sinistro. C’è il ghiacciolo l’ultimo giorno di scuola nel chioschetto in legno, è alla menta ma questo lo sai già, e c’è una ragazza come Pepe, molto simile nell’aspetto, che muove le labbra e finge di recitare il Salve Regina tutti i sabati mattina con la Professoressa di Educazione Artistica perché quella preghiera la getta nello sconforto e non sa a chi dirlo, per fortuna sei arrivato tu anni dopo. C’è una ragazza come Cri, molto simile nell’atteggiamento, che passa il suo tempo a leggere e solo questo la salva dai pensieri più tristi e non sa a chi dirlo, per fortuna sei arrivato tu anni dopo. C’è una ragazza come me, ma molto più giovane nell’aspetto, che sullo specchio scrive con il rossetto quod amantem iniuria talis cogit amare magis sed bene velle minus e questo è l’insegnamento più vero e feroce che abbia mai ricevuto sull’amore, quando sei arrivato tu anni prima. C’è una donna come nessuna, colma di consapevolezze tardive, malinconica e irriverente, che l’amore lo impara e lo insegna, se lo appunta, lo scrive, quasi mai lo rilegge, lo affida ma solo perché per fortuna sei arrivato tu.

Ti regalo il giorno in cui Cri, a quattro anni, mi ha chiesto cosa significava la parola suicidio e dopo la mia spiegazione mi ha detto che non le piaceva, che lei avrebbe aspettato di morire da sola. E anche Pepe negli anni dell’asilo quando ogni mattina si portava dietro la sua copertina Dudù e la metteva per bene sotto la cintura di sicurezza per proteggerla, come facevi tu con lei. La volta in cui pensavi che Cri avesse il pannolino e invece era lei burrosa e morbida come non sarebbe mai più stata e noi non lo sapevamo. Pepe con le gocce negli occhi che non vede nulla e mi chiede com’è portare gli occhiali. La notte di tregenda al mare e la corsa dalla guardia medica per un labbro deformato, il podio con l’oro al collo, il treno per Torino, la noia di giorni sempre uguali che uguali non sono solo che ancora non lo sappiamo, il silenzio della casa quando si spegne la luce, la canzone che ancora non hai ascoltato, l’orgoglio di viverti accanto, i libri sottolineati solo perché tu possa trovarmi sempre o un giorno quando sarà, aprendo a caso una pagina sbadata, una riga sottile sotto una parola, come una piccola cosa che significa una cosa grande, che quello sono io, una sineddoche. Nessuno te l’ha mai regalata prima.

Un pensiero su “Regali

  1. Le parole scritte suonano senza suoni o volano senza ali… questo é quello che riesci a fare. Come il vaso recipiente che non esiste per se stesso ma per contenere e poi svuotarsi le parole prima prendono forma e poi lentamente vanno a dileguarsi. TA

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