Va tutto bene, sai. Io sto bene, abbastanza insomma, dai. Piango poco, solo ogni tanto, in auto in genere e solo se sono sola mai quando ci sono le ragazze. Non mi piace piangere poco, meno di quanto vorrei o dovrei perché mi sento come il freezer quando va sbrinato. Penso. Perché non so come si sente il freezer quando è pieno di ghiaccio ma potrebbe sentirsi così, come me, in affanno.

Le ragazze, loro stanno bene. Mi sembra, a vederle, a parlarci, certo fanno i conti con la crescita, chi non li fa? E con gli impegni, ne hanno già tantissimi ma hanno ancora la leggerezza di non avere un’agenda. Ce l’ho io, la loro. Sono grandi, sai? Capita anche questo e capita velocemente, non mi avevano avvisata o forse si ma non ci credevo, non ci avevo creduto, adesso so che è vero. Sono grandi che mi prendono le scarpe o i pantaloni o che io li prendo a loro, Cri mi ha passato dei jeans che a lei vanno ancora di vita ma sono corti, li ho presi anche se sono taglia 13 anni, tanto la taglia è scritta dentro, mica si vede. Poi li avevo pagati io, le ho detto, formalmente sono miei.  È alta, abbastanza, insomma per essere anche figlia mia e non solo di suo padre è alta. Sono grandi che non mi dicono le cose, non tutte, alcune se le tengono per loro due e se una inciampa in un argomento riservato l’altra le fa sguardi eloquenti, sai, quelli che dicono “zitta c’è mamma”.

Domani io e Cri andiamo ad Ostia, per una gara, andiamo a prendere botte e speriamo di darle, poi passiamo da Roma per una pausa di bellezza. Pepe va via sabato con il circolo, per una settimana giocherà a tennis sette ore al giorno, penso sia la sua rappresentazione della felicità. Sono grandi così e io non ci credevo e adesso lo so.

Ti piacerebbero, non possono non piacere, sono simpatiche e ironiche, sono talmente tutto che a volte mi chiedo se, davvero, sono uscite da me e quando mi rispondo, perché io alle mie domande ancora mi rispondo sai, ci provo almeno, quando mi rispondo io sorrido, sorrido sempre, più di quanto vorrei o dovrei, perché mi sento nel posto giusto per la prima volta. Mi sento il posto giusto per la prima volta.

Sono ancora molto vanitosa, non ho smesso di guardami e riguardarmi, solo che non mi specchio più nelle vetrine dei negozi e nei finestrini delle auto parcheggiate, anzi lo faccio ancora, ma solo ogni tanto, poco e in genere quando sono sola. Mi specchio nelle ragazze, adesso. E mi sembra di essere molto bella, mi vedo bene, loro camminano verso di me e io giro su me stessa come una bambina felice. Penso. Perché non so come fa una bambina felice, davvero felice. Ma penso che potrebbe fare così, come faccio io.

Sembra strano, eh? Da dove ero partita, ti ricordi, che dicevo sempre “mi ci sono voluti tutti i primi otto mesi di psicanalisi prima di riuscire ad andare al supermercato con entrambe” ed era vero, che mica racconto cazzate.  Sai, le ho sempre guardate le altre madri e ancora le guardo, si lo faccio ancora, per capire, per imparare, le guardavo e le guardo come i programmi di ricette, per vedere se riesco anch’io. Perché mi sembra sempre di non avere l’abilità, quella che serve , o il tempo per la lievitazione  e quella pazienza lì per esempio, oppure a me manca sempre un ingrediente e allora rifaccio la ricetta ma con una variazione, con una sostituzione. Tu dicevi sempre che la cucina è questione di precisione assoluta, secondo me non è davvero così. Perché se fosse solo una questione di precisione assoluta mi sentirei più a mio agio.  Invece tante volte devi fare con quello che hai, è applicare la precisione all’improvvisazione, ecco perché a me le ricette replicate non vengono mai. Non uguali. Che poi chi le ha mai assaggiate davvero le pietanze preparate da questi fenomeni dei programmi?

Io no. Non è che ci credo, in fondo. Le guardo ancora, le altre madri. Quelle che dicono dei propri figli che quando sono arrivati loro sono passate tutte le paure. Lo dicono, si, le ho sentite, ti dico. Nati loro via tutte le paure, sbam, tutte fuori dalla porta in un battito neonatale di palpebre senza ciglia.

Io no. Non lo dico, perché non racconto cazzate. Quando sono nate loro, io sbam, ecco arrivate tutte le paure, tutte entrate dalla porta e dalle finestre e da ogni pertugio, sai come la scena in Harry Potter, quando lo zio  stronzo cerca di non fargli recapitare la lettera da Hogwarts? Forse non la conosci la scena, non hai fatto in tempo a leggerla o vederla, mi sa. C’è questo odioso zio che si oppone al destino del nipote mago nascondendogli la verità, immagina pure come finisce. Si è mai visto qualcuno che possa, davvero, opporsi al destino e nascondere la verità?

A me le paure sono arrivate così, come un destino e come una verità, portate da loro, le ragazze.  Paure che nemmeno pensavo fossero catalogate, paure che non pensavo esistessero già nei manuali, paure che quando le racconti gli altri ti dicono che è normale.

Grazie.

Ma se è normale perché non lo dite? Perché aspettate che lo dica io in un discorso prima di sbilanciarvi? Perché fate quelli che si siedono in fondo alla sala nell’ultima fila e sperano di non essere interpellati? Ma se è normale perché non vi sedete davanti e alzate la mano? Perché non lo raccontate?

No, non sono passate, anzi. Alcune si, ma sono state sostituite e allora niente, mi ci sono organizzata intorno. Le tengo distinte dal resto, soprattutto dalle inquietudini, che quelle sono mie e non c’entrano con le ragazze, quelle le avevo già, ti ricordi? Mi galleggiavano già negli occhi, che sono neri da averne paura lo so, ma le inquietudini sono chiare, le mie almeno, e si vedono bene lì dentro. Tu le avevi scure le tue, ti galleggiavano nel verde degli occhi, anche le tue non sapevano nuotare, mi sa. Io le conto, anzi no, sai cosa faccio? Faccio la mappatura. Come con i nei. Lo faccio solo ogni tanto, di notte in genere, mentre Lui dorme e non sa di me, quel che mi succede, dove vado, cosa vedo. Ne ho trovata una nuova, ci ho messo un po’ ma sapevo che c’era, alla fine l’ho stanata, la maledetta, alle tre del mattino di un martedì senza scadenze, con solo Cri che si allena e dei libri da ritirare in libreria. Si era nascosta nel ventre, sotto il taglio dei cesarei, è che lì cerco poco. C’entra con le possibilità, è un’inquietudine piatta, non è in rilievo, non sporge, non è nemmeno grande. Ma non è piccola, potrebbe crescere se non la tengo sotto controllo. C’entra con il venire meno delle possibilità, le mie, quelle solo mie. C’entra con il tempo, quello che pensi che ti resti perché è solo un pensiero, il tempo, no? Il tempo futuro è solo un pensiero, vero? Puoi contare solo il tempo passato  ecco perché capita, pure, che ti arrivino certe botte di coraggio quando realizzi che del tempo futuro non sai niente e ti dici ma si, lo faccio, ma si, corro il rischio, ma si. Però, lo sai, perché lo sai, che anche se di coraggio sempre di botte si tratta.  C’entra con la bellezza su cui vorresti posare lo sguardo. C’entra con le speranze, che ti sembra di averle date via tutte, di averle arrotolate come banconote e infilate nelle tasche dei figli perché non si sa mai, se dovessero avere bisogno, meglio che ne abbiano di scorta.

Questo nessuno me l’aveva detto.

Per davvero nessuno, non è che magari qualcuno ci aveva provato e io ottusa come pochi non avevo ascoltato o non avevo capito, no, davvero, nessuno me l’aveva detto che capita, può capitare, che mi sarebbe capitata questa cosa di fare la conta delle possibilità come si fa con gli ovuli. Nessuno mi aveva detto che, come per gli ovuli, quello è il numero delle  possibilità che ti sono date. Adesso ho il dubbio, però, che invece per gli ovuli non sia così. Aiuto. Io e i miei dubbi.  Anche quelli non mi sono passati, ricordi quanti ne ho avuti sempre? Tu ne hai avuti tanti? Penso di si, penso che non ti andasse di farli vedere ma che li avessi, tra le pieghe del borsello, magari.

Vorrei chiedere agli altri, se capita anche a loro, ma come si fa? Fermo qualcuno mentre mi parla di qualcosa di importante tipo l’estrazione della lettera per l’inizio degli esami di terza media –vogliamo tutti che i nostri passino a metà, facciamo pace, nessuno vuole passare per primo o per ultimo– o tipo la composizione della valigia dei tennisti- quanti cambi per sette ore al giorno per sette giorni– o tipo la dicitura per l’esenzione dell’Iva da inserire in fattura-dove? In calce? Ma non lo fa il programma da solo? Ma il programma è solo un programma, sei tu che lo programmi non si autoprogramma, dai tu le istruzioni al programma, ah davvero? Eh, si– lo interrompo e cosa gli chiedo? Capita? Capita anche a te di sapere che non puoi più? Che non potrai più? Che quello che hai sbagliato non lo correggi e che sono tanto belle le frasi motivazionali il coaching e quelle cose per cui non puoi cambiare l’inizio ma puoi scrivere il finale ma che sono cazzate? Capita? Capita anche a te di stare sveglio di notte a elencare quel che non puoi più? Capita anche a te di svegliarti perché sai che tra poco tempo ti verrà restituita la tua solitudine, quella che sbam,è uscita dalla porta e dalla finestra al primo battito neonatale di palpebre senza ciglia e che penserai sia un dono e invece è roba tua, l’avevi ceduta e adesso ti torna indietro, e forse non l’apprezzerai nemmeno? Perché non sei più abituato alla solitudine, ti sei abituato alle attese, è diverso. Aspetti sempre , quando sei solo in auto fuori da una palestra di periferia- deve esserci un motivo sociologico per cui alcuni sport vengono praticati in strutture così vicine al carcere o alle principali vie di fuga dalla città, mai in centro- aspetti sempre e lo spazio di quelle attese pensi sia il tuo tempo invece no, è altro, è un tempo che occupi come una pausa caffè.

Cosa faccio? Fermo la gente e chiedo: Capita? Capita anche a te? E se ti capita tu cosa fai? Come fai? Ci vivi bene lo stesso? Ti organizzi o non ci pensi, sei uno di quelli che rinvia la gestione del problema? Lui mi dice sempre che le questioni vanno affrontate quando sono piccole. Gli ho chiesto, allora, di questa inquietudine che ho trovato alle tre del mattino di un martedì, questa robina piatta e senza sporgenze e mi ha detto che a lui non capita.

Sai, non so perché ma lo sapevo che a Lui non capita. Gliel’ho chiesto solo perché era semplice, perché gli chiedo sempre tante cose, se mi ama, se è felice, come va la caviglia, come è stata la giornata. A te capitava?  Avrei voluto chiederti tante più cose, si dice sempre così, lo so. È sempre quella storia del tempo e delle botte che ti dà. Però secondo me  a te non capitava, per come ti ricordo non penso, non so nemmeno quante volte hai riscritto il tuo finale, se mai l’hai fatto.

Io il finale ce l’ho in mente, tutti quelli che bazzicano il mondo delle storie lo sanno che se non sai il finale è inutile raccontare, ti perdi, in fondo è come con le barzellette, se tu racconti una barzelletta e ti dimentichi il finale non farà mai ridere e allora non sarà più una barzelletta, sarà altro ma non sarà una barzelletta e se volevi raccontare una barzelletta è un peccato. Però capita, a quanti capita, ci avevi mai fatto caso? Uno inizia a raccontare e poi dice no aspetta, faceva così…

Le ragazze le raccontano bene, sai, fanno ridere moltissimo, farebbero ridere anche te che non sei mai stato uno facile in questo senso. Sono sarcastiche e intelligenti, sono talmente tutto che a volte mi chiedo come sia possibile che certe fortune siano capitate proprio a me e non mi rispondo, a questa domanda non mi rispondo, ma solo perché aspetto, aspetto di restare sola, ancora non è il momento ma non manca molto, poi cercherò la risposta. Quando la troverò, sai, quello sarà il finale. Sorriderò e prima di fare la giravolta, stavolta, lo dirò a tutti, li avviserò, tutti sapranno com’è che è capitato a me, proprio a me, tra tutte le possibilità.

In foto la vista da casa tua, che lho guardata io per te, l’altro giorno mentre ti pensavo.

3 pensieri su “Cose che capitano

    1. Il caffè lo avrei preso, freddo, volentieri, più delle botte di Ostia e del sole al Colosseo. Quanta bellezza, comunque, non mi abituerò mai. Sarà per la prossima tornata di botte, in autunno…

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