C’è una macchia sull’ultima maglia che Pepe ha voluto comprare, la maglia è bianca con una V rosa al centro, l’iniziale del suo cognome. In mezzo alla V c’ è questo alone non so di cosa. L’abbiamo acquistata da Zara, postaccio qualunque. Il mio professore di Diritto Pubblico Comparato  diceva spesso che “la medesimezza dei consumi è un fattore di democrazia”. Ogni volta che entro da Zara ci penso. C’è questo alone lì al centro e mi sembra che finchè non ne saprò l’origine non sarò in grado di eliminarlo. Non è sugo, né cioccolato. Non è succo. Nessuna bibita. Potrebbe essere frutta, una frutta sbrodolosa che ha sbrodolato. Pepe  mangia la frutta come gioca  a tennis, da agonista. Potrebbe partecipare a tornei per mangiatori di frutta. Nessuno mangia la frutta come e quanto lei. Mio nonno paterno, solo lui lo faceva. Io non lo sogno più da quando è nata lei.  Ci sono talenti che saltano più di una generazione.

La mimica facciale, per esempio. Mia madre è una specie di sfinge, alza un sopracciglio, corruga la fronte, strizza gli occhi. Basta. Non si capisce mai niente dal suo viso. Mia nonna materna invece, lei si trasformava proprio e muoveva ogni muscolo e cambiava espressione e modulava anche la voce. Anch’io lo faccio. Imito lei che lo fa. “Uguale, uguale”- rideva mio fratello quando rideva e si girava verso gli altri, quelli arrivati dopo nella nostra vita e nella nostra famiglia e che non l’avevano conosciuta-” uguale, ti giuro, uguale.” E rideva. Adesso non ride, perché come direbbe nostra nonna ha altri cazzi per la testa.

Ecco, io stanotte la metterei sul piatto questa cosa della mimica facciale. Vorrei sapere l’origine della macchia sulla felpa per toglierla e poi offrirei all’Universo la mia abilità di muovere la faccia e modulare la voce. A me una faccia che si muove tutta intera non serve. Non se non c’è mio fratello che ride. A me basta metà faccia, ormai. Posso cederla, davvero. A chi fatica a muoverla tutta. Così poi mio fratello ride di nuovo.

Vorrei sapere con chi posso parlare. A chi posso scrivere. Al Papa, magari. Dovrei parlare con chi comanda, con chi sa come si gestisce questa cosa dell’offerta spontanea della mia faccia. Posso stare fissa, posso anche smettere di dire tutte le parole che conosco, ormai a me ne bastano molto poche per vivere, quindi voglio offrire uno scambio. Però io con Dio non ci parlo. Con nessun Dio, sia chiaro. Con nessun Dio di nessuna religione monoteista convinta di essere la sola nel giusto.

Perché Dio è figlio unico. Non mi fido di un Dio figlio unico. Non mi fido di un Dio e nemmeno dei figli unici. Non capiscono. E Budda è diventato Budda lasciando moglie e figlio appena nato, altrimenti col cazzo raggiungeva l’Illuminazione. Bravo. Vieni qui a illuminarti, qui, dove sono io, in una giornata delle mie in una settimana delle mie, poi vediamo se riesci.

Intanto mi inventerò un’allergia. Mi sembra una buona idea. Per gli occhi gonfi e la faccia di cartapesta. Tanto chi può dire che non sono mai stata allergica? Nessuno. Chi sa che non sono mai stata allergica o è morto oppure conosce i motivi per cui ho questa faccia da giorni. Gli altri si accontenteranno di una versione riveduta, di una menzogna, di un’invenzione. Una bella storia ben raccontata, un’allergia improvvisa in età adulta. A cosa? Al dolore. Alla sofferenza di chi amo. Alle piante. A chi è vivo e non so perché. A Dio, che è un figlio unico al quale non si può dire niente perché non sa tenere un segreto. Se non hai fratelli quando hai imparato a tenere i segreti?

Devo trovare il responsabile, quello con cui parlare per risolvere la situazione. Passeggio davanti alle foto di chi non c’è più, bravi. Bravi un cazzo, gli dico. A cosa servite? Non intercedete? Cosa c’è di lì? Come vengono gestite le richieste? Più che il culto degli antenati mi esercito nel culo agli antenati. Li rimprovero, li tratto male. Non servite a niente, vi giro la foto, non voglio nemmeno vedervi. Dovreste vergognarvi di lasciarci così. Ridevamo, lo sapete quanto ridevamo. Ridevamo scomposti, ridevamo anche infelici, ridevamo e voi dovreste vergognarvi.

Dovrei chiedere scusa a mia figlia, la grande. Quando andrò a svegliarla domani, le chiederò se vuole un toast o il caffè o uno yogurt e poi le chiederò scusa per aver minimizzato fino a perdere la pazienza, fino a sbottare e dirle basta, queste sono cazzate, queste non sono cose importanti, per lei era importante quella vicenda di portare dei soldi al rappresentante di istituto in quinta perchè doveva parlare con uno di quinta e se sei uno di prima è importante. Eppure non lo è. E l’ho trattata male.

Dividere l’importante dal non importante. Creare scatoloni di importante a lunga conservazione e portarli in un centro di raccolta, assicurarmi che arrivino a destinazione. Creare scatoloni di non importante, chiedere a Lui di portarli in garage, accorgermi che pesano poco e che posso fare da sola, senza chiedere a Lui. Sapere che nemmeno Lui può capire, anche se non è Dio, anche se è un falso figlio unico. È la quota di estraneità che ci portiamo ancora dietro dopo ventuno anni insieme. È il confine naturale, il crinale della montagna. Da questa parte e da quella parte. Non può capire e non voglio spiegarglielo, perché se dovesse inventarsi Lui un’allergia non vorrei capire, non mi interesserebbe nemmeno, forse penserei che di là, dall’altra parte del crinale se lo meritano.

Non mi scuserò con mia figlia, la grande. Metabolizzerà la mia reazione, è abbastanza grande. Anzi, le dirò esattamente come stanno le cose. No. Non è abbastanza grande. Glielo dirò solo se diventerò anch’io una sfinge. Le spiegherò. Mi scuserò. Piangerò senza muovere la faccia.

Dopo aver diviso l’importante dal non importante, stanotte, andare in cerca di cose che non sono motivi per piangere e per le quali piangere senza motivo, trovare tutte le piccole angosce che ho nascosto, tirarle fuori e lasciarmi commuovere. Scoprire se si può vivere nutrendosi solo di frutta secca. Cercare rifugio in piccoli gesti, piccolissimi, minuterie. Riporre l’accendino nel cassetto subito dopo aver acceso la candela vicino al camino. Svuotare la paletta dopo aver raccolto i peli del cane. Scaricare la lavastoviglie quando ancora i piatti bruciano i polpastrelli. Impilare perfettamente i tappi dei barattoli uno sopra l’altro. Impilare perfettamente i barattoli uno dentro l’altro. Continuare la lettura del romanzo su comodino, una storia pessima scritta malissimo da un francese sopravvalutato come tutti i francesi. Inimicarmi i francesi.

 Creare uno zaino per la sopravvivenza, la mia. Metterci dentro la frutta secca. Raccontare alle ragazze che le noccioline tostate sono per me una dipendenza affettiva. Raccontare la storia di una bambina che va a trovare il nonno in azienda e passa dal laboratorio dove le dipendenti, tutte in camice bianco e cuffietta in testa, prendono con un coppo bianco una quantità di noccioline, le mettono su una bilancia, le infilano in un sacchetto, chiudono la confezione passandola sotto una macchina che la sigilla con il calore e ricominciano mentre lei si dondola nella gonna plissettata e allunga la mano nel cestone della noccioline, le prende e le mangia e ricomincia finchè non sente la poltiglia riempirle i denti, quelli in fondo, allora scava con la lingua per liberarli, ingoia e di nuovo allunga la mano nel cestone.

Metterci dentro una scatola da scarpe con delle risate, chiuderla con un elastico, che non escano finché non saremo al sicuro. Un patto con l’universo, un’offerta che non si può rifiutare. Un mantra, gli occhiali per leggere, una penna e un quadernetto per gli appunti, che siano di notte o di giorno. Dell’antistaminico. Una fune lunga per recuperare mio fratello, nel caso scivolasse in un burrone. Una torcia, nel caso si chiudesse in una grotta. È la sua sopravvivenza questa, sì, ma è anche la mia. Raccontare alle mie figlie la storia del crinale e della quota di estraneità, che in parte riguarda anche loro.

Metterci dentro una notte lontana con una lampada su un comodino, accesa, sul muro tappezzato  l’ombra lunga di una bimba corta, ha un caschetto sottile di capelli, ha detto le preghiere con suo padre che gliele ha insegnate in un ordine preciso che non avrebbe mai dimenticato: Padre Nostro, Ave Maria, Eterno Riposo, Angelo di Dio. Il padre ha chiuso la porta uscendo dalla cameretta, sono loro due da soli, la mamma non c’è e nemmeno il fratellino. Sono in ospedale. Perché il bambino deve essere operato. La bambina con il caschetto sottile si avvicina al letto con le sponde, un letto da piccoli, non come il suo.  C’è un pigiama appoggiato, sembra dimenticato, non è sotto il cuscino. Lo prende tra le mani e lo respira, ci affonda il naso dentro, lo preme sulla bocca, cerca l’odore, lo trova, le entra su per le narici, assomiglia al suo odore, le famiglie hanno lo stesso odore, i fratelli hanno lo stesso odore, dice a Dio che non lo tratterà più male, solo questo può offrirgli, lo dice a Dio perché ha solo lui, perché prega ogni sera parole grandi e qualcosa vorrà dire, lo dice a lui, ti prego, fa che vada tutto bene, fallo tornare a casa e gli vorrò bene per sempre. Rimette a posto il pigiama che ha una macchia, un alone al centro della maglia, la bambina non sa di cosa, se ne occuperà sua madre, le sue lacrime sul pigiama si asciugheranno, al massimo racconterà che è bagnato di acqua, una bella storia ben raccontata. La bambina ancora non sa che Dio è figlio unico, ecco perché la metto nello zaino della sopravvivenza.

Scusarmi con Lui, anzi no. Metabolizzerà la mia reazione, è abbastanza grande per accettare questi miei giorni di rabbia e dolore, di tutto quanto sto offrendo in cambio della causa della macchia. Non inventare storie, dirgli che è una questione di odori, di promesse, di notti che non avevo mai raccontato nemmeno a Lui. Scusarmi solo se diventerò una sfinge. Piangerò senza muovere la faccia e poi rideremo, di nuovo, tutti.

di bambine quando erano come Dio.

Olio su memoria.

Un pensiero su “Appunti di notte

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