Il 16/05/1982 avevo tre anni e otto mesi meno un giorno. Infatti, come negli anni precedenti, ho compiuto quattro anni il 17 settembre di quello stesso anno. Questo aspetto dei tre anni e otto mesi meno un giorno è importante, tenetelo a mente. Il 16/05/1982 era una domenica, potete controllare oppure fidatevi, è così. Era domenica e faceva caldo. Quella domenica io ho mangiato, senza finire la porzione che avevo nel piatto e non sporcando la camicia con bretelle che indossavo graziosa, le lasagne altrimenti dette pasta al forno seduta al tavolo di una cucina in un alloggio in via Italo Pizzi a Torino. Durante il pranzo la padrona di casa, la zia di mio padre, si è alzata per andare a rispondere al telefono che era posto sul mobile dell’ingresso, altrimenti detto corridoio. Al telefono era suo nipote, mio padre, che annunciava quel che andava annunciato. Non ricordo mia nonna, la sua reazione ma la immagino facilmente: finti svenimenti e pianti inutili e poi la domanda, stupida, rivolta al figlio al telefono “hai mangiato?”. Non ricordo mio nonno, la sua reazione ma la immagino facilmente: sorriso enorme, aria compiaciuta come se, in fondo, fosse merito suo e speranza, ancora non disillusa, che quella ragazza ossuta e riccia cedesse all’importanza del nome da attribuire. Non ricordo la reazione di mia zia, sorella di mio padre, incinta del primo figlio e prossima al termine della gravidanza ma la immagino facilmente: tacitare suo marito che infieriva sulla suocera, mia nonna, per la storia dei finti svenimenti e dei pianti inutili. Ricordo che ero seduta tranquilla in mezzo alla confusione quando mi hanno detto “è maschio, hai un fratellino. Sei contenta?”. Ricordo di aver detto no, che non ero contenta. Volevo una sorellina che si sarebbe chiamata Silvia, nome che non mi piaceva. Anzi, forse non volevo niente. Anche questo è un aspetto importante, tenetelo a mente.

Il 16/05/1982 al nono piano di un alloggio in via San Marino 69, a Torino, nella camera da letto dei miei genitori, sotto la supervisione di un’anziana ostetrica miope e di mia nonna materna è nato mio fratello. Con almeno tre settimane di anticipo sul termine, ricoperto di una patina gelatinosa, la camicia, tipica dei prematuri pare. Con la bocca rossa e tantissimi capelli. La teogonia, narrata oralmente sino a questo mio tentativo odierno, riporta che la nascita pretermine sia dovuta all’ingenuità materna che il giorno precedente aveva indotto la gravida a lavare la trapunta matrimoniale nella vasca da bagno e, resasi conto del fatto che l’attività così faticosa non era adatta alla sua condizione, per non farsi rimproverare dal marito aveva pensato bene di sollevare la trapunta bagnata e stenderla, senza preoccuparsi di fornire spiegazioni sul come una trapunta matrimoniale bagnata potesse arrivare da sola dalla vasca ai fili sulla stessa penzolanti. E così, sulle lenzuola appena cambiate è arrivato nel mio mondo Diego, 3,5 kg per 52 o 53 cm, sorprendendo tutti per il fatto di essere maschio e per il fatto di avere capelli perché, sempre secondo la teogonia ufficiale, mai nessun bambino aveva osato nascere con i capelli nella famiglia materna e soprattutto mai nessuno aveva pensato che un bambino che nasce ha anche una famiglia paterna alla quale rendere conto, famiglia paterna nella quale sono nati tutti con i capelli, circostanza appurata solo quel giorno.

Le fonti riportano la gioia incontenibile della nonna materna, che dopo tre nipoti femmine e un solo maschio vedeva avanzare la squadra per la quale ha fatto apertamente il tifo per decenni, salvo ricredersi un attimo prima di soccombere alla dimenticanza di tutto e tutti, rivalutando la squadra delle femmine ma solo perché figlie delle sue figlie, in aperto spernacchio ai figli dei figli, che pagano lo scotto di essere, soprattutto, figli delle nuore. All’urlo di “è maschio, è maschio” declinato in dialetto era uscita dalla camera adibita a sala parto per comunicare a mio padre, serissima:” è femmina”. A mio padre, pare, importava molto poco, c’era solo l’incombenza del fiocco nascita, insomma, azzurro o rosa, quello bisognava chiarire, perchè la precisione viene prima di tutto. E poi la vicenda pruriginosa del nome, ma tanto sapeva che non c’era possibilità, avrebbe dovuto dire a suo padre che no, il nipote non avrebbe avuto il suo nome. Oppure poteva fare finta di niente, non dare spiegazioni e mettere tutti di fronte al fatto compiuto di un nome diverso. Come ogni figlio maschio che si rispetti, incapace di sostenere un contraddittorio con sguardo di disapprovazione genitoriale nonostante l’età adulta, mio padre percorse questa seconda strada. Il fiocco azzurro apposto sul portone del condominio recitava la mia felicità nell’annunciare al quartiere Santa Rita la nascita del fratellino che per gli anni successivi avrebbe dovuto dire che no, non si chiamava come Maradona per questioni calcistiche. Come Zorro, diceva la mamma.

Comunque, non ero felice. La teogonia ufficiale, a questo punto, si concentra su questo aspetto e narra che la prima domanda rivolta da parte mia alla puerpera ancora sdraiata nel letto con una lunga treccia poggiata sulla spalla destra sia stata “adesso puoi prendermi di nuovo in braccio?”. Questo non lo ricordo, quindi non posso certificarlo. Come non ricordo che proprio l’evento nascita abbia scatenato un peggioramento della mia balbuzie. Come non ricordo di aver chiesto nei mesi precedenti alla gravidanza di avere un fratellino, proprio un fratellino, e di averlo quindi suggerito e voluto e di essere stata, perciò, accontentata e di dover, persino, ringraziare quindi. Come non ricordo di aver specificato che il fratellino lo volevo ma con un altro papà, per non dover dividere il mio che tra i tanti meriti che aveva quello era il più importante, il fatto di essere tutto mio. Qui diventa importante la questione dei tre anni e otto mesi meno un giorno. Perché il fratellino è stato pianificato a tavolino, spero concepito non sullo stesso tavolino, ma comunque tre erano le certezze granitiche di mia madre dopo la prima esperienza di maternità, cioè io, e queste certezze erano: partorire entro il primo semestre dell’anno perché un’altra estate incinta nemmeno morta/non partorire mai più in un ospedale asettico correndo il rischio di fare il travaglio accanto a una donna che deve partorire un feto morto e che ci tiene a dirtelo durante una tua contrazione/ aspettare che la bambina (cioè io) abbia almeno tre anni così è alla scuola materna il che significa buon livello di autonomia e giornate dedicate al neonato sino alle 16.30 almeno. Eccolo qui, otto mesi dopo il mio terzo compleanno, nato in anticipo, con il suo inspiegabile carico di capelli, la dimostrazione vivente della capacità procreativa, della facilità a concepire, delle fertilità, della fecondità delle donne della famiglia, quella peculiarità sintetizzata dall’espressione secondo la quale mia nonna, mia madre e mia zia rimangono incinte con lo sputo.

Nel mio piccolo confermo la caratteristica insita nel dna mitocondriale, ma avendo avuto un aborto e una partenza stentata delle gravidanze terminate in parti  d’urgenza non rientro completamente nel gotha di quelle che figliano senza accorgersene, circostanza che mia madre sottolinea con un discorso al plurale, retaggio della professione di maestra, per cui sostiene che noi donne di oggi (ormai quasi di ieri anche noi, ma poi noi chi?) facciamo fatica a partorire naturalmente, a portare a termine una gravidanza. Loro, dopo lo sputo fecondante, non c’era pericolo che non portassero a termine la missione, naturale, per la quale siamo (ma siamo chi?) fisicamente progettate. Fa così lei, parla al plurale come quando metteva la nota di classe.

Il 16/05/1982 non avevo nemmeno quattro anni e già portavo gli occhiali, avevo un occhio pigro e storto, l’altro dominante e arrabbiato perché doveva fare tutto da solo. Seduta sul sedile anteriore di un’automobile che non so, in braccio alla zia di mio padre, mi hanno portata a casa mia e mi hanno fatta salire su uno sgabello nero per farmi vedere il contenuto della carrozzina. Un neonato del quale mi hanno detto che si chiamava fratellino. Il giorno dopo, all’asilo, ho disegnato male la scena e sul retro del foglio, ho scritto bene “è nato il mio fratellino”. Sapevo per certo di non averlo chiesto, di non averlo desiderato. Della gravidanza di mia madre ricordo solo una scena, lei con una camicia da notte stretta sulla pancia davanti a me, io in piedi in camera loro, pronta per andare in camera mia a dormire, lei che mi mostra un bozzetto, uno gnocco che si muove dentro la pancia, è un piede del fratellino o della sorellina, mi dice. Tocca, mi invita. Mi fa senso solo l’idea ma pare sia importante e allora poggio l’indice sul rigonfiamento e quello si sposta. Vorrei togliere il dito ma non posso, allora seguo il piede del fratellino o della sorellina. Quando venticinque anni dopo ho visto il primo calcio di Cristina, non sentito ma visto nella pancia che cambia forma, ho pensato a mio fratello.

Perché negli anni, poi, il fratellino è diventato fratello. Questo succede, ai più fortunati e io lo sono stata. Anche lui, va detto. I primi lustri sono stati di assestamento, è vero, ma già il fatto che abbia deciso di nascere sotto il segno del Toro come la maggior parte delle persone che amo (ovviamente non sei tra queste, Orrendo Butterato, ti ho beccato sei di nuovo qui) e non dei Gemelli come la maggior parte delle persone che detesto (scusa mamma, prendila più come una nota di classe, una cosa generale insomma) ha contribuito a rendermelo meno inviso, lui sapeva che sarebbe stata una vita impossibile, altrimenti. E sono passata oltre alla volta in cui ha cercato di strangolarmi con la cintura dell’accappatoio di spugna mentre giocavamo al cavallo, dove io ero il cavallo e la cintura fungeva da redini, lui era il cow-boy e mia madre quando se n’è accorta dalle abrasioni sul mio collo mi ha rimproverata perché non dovevo lasciarglielo fare e lì ho imparato che poco importa se è colpa degli altri se tu li lasci fare.  E nessun rancore nemmeno per i morsi. Per le bambole brutalizzate. Per il cibo mangiato al posto mio. Per i compiti rovinati con la parte indelebile del cancellino della stilografica. Per tutti i conflitti, senza i quali non avremmo avuto gli armistizi. E le alleanze successive. E va bene anche per i giri al pronto soccorso durante i quali annuncio chiaramente che io entro con il ragazzo perché è minorenne e io sono la sorella, scansatevi pure, non potete impedirlo. O per le visite di controllo dopo l’intervento, quando lo accompagnavo solo per fare la scema con il chirurgo che l’aveva operato e gli dico di esagerare un po’ nel riferire la lentezza della ripresa, che gli costa, un’altra visita?  E va bene anche quando se n’è andato, via su un aereo, via a Londra e io sono rimasta, invece, qui, a immaginarlo lì. A insegnare alle mie bambine a salutare ogni aereo in cielo perché magari lì sopra c’è zio, sono rimasta qui, a chiedere a mamma e papà quando arriva Diego? Diego che nel frattempo aveva ripescato anche il secondo nome, quello che non ce l’aveva fatta quel 16/05/1982, il nome di nostro nonno, ricollocato accanto al primo come fanno i figli a un certo punto, che recuperano qualcosa che avevi messo da parte per loro ma che a loro non piaceva. E va bene per i segreti, tutti, li ho mischiati nel cestino di vimini che lui sa, non li può toccare nessuno, neanche l’ultimo, l’ultimo segreto in ordine di tempo, io l’ho mantenuto dopo che me l’ha raccontato al tavolo della sua cucina, a Londra, nell’estate del 2018 e quel giorno resta un segreto ancora oggi, il più prezioso di tutti forse, perché è stato come toccarlo di nuovo prima che nascesse, mio fratello. Quel giorno resta segreto, ma il segreto di quel giorno a giugno compirà tre anni, ha un sorriso immenso e un padre immenso, un nome che pronuncio male e un secondo nome che ha appena scoperto di avere e che gli piace pronunciare: come ti chiami gli chiedo, sorride inquadrato male dal telefonino, Ethan, zia, mi chiamo Ethan Marco, come il nonno. La fai una cosa per zia, gli chiedo. Sì. Dai un bacio a papà da parte mia e gli dici i love you? Anch’io i love you zia ma adesso siamo un po’ lontani, io poi vengo a casa tua da Pepe e Cri.   

Allora, Ethan Marco come il nonno, fai così oggi, prendi tu la mano del tuo papà, sei il solo che può toccarlo prima che nasca e perché non muoia mai, prendilo tu per mano che noi adesso siamo un po’ lontani, e digli di non fare lo gegge. E se sorride (sorriderà) digli che, forse, era vero che lo volevo (a nonna, invece, non lo confesseremo mai).

2 pensieri su “E’ andata così

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...