La grande si è addormentata nel mio letto, questa mattina, quando io mi stavo alzando lei è arrivata in punta di piedi sulle sue gambe lunghissime, si è sdraiata al posto di suo padre e ha tirato su il lenzuolo lasciando scoperto un braccio, buttandomelo addosso in quel modo che significa che devo accarezzarlo, farle il solletico ma il solletico dolce, a sfioro con i polpastrelli, una lunga coccola per un lungo braccio. È tutta lunga questa bambina mia che non è più bambina, che sta male di notte e non si prende la briga di chiamarmi, di chiedere aiuto, si arrangia da sé e poi arriva da me, perché un conto è arrangiarsi e uno è aggiustarsi e io a questo servo, ad aggiustarla. Con i polpastrelli, a sfioro. È tutto un muoversi a sfioro ormai, un chiedere lieve, un entrare bussando, un affermare senza punti esclamativi. Avere quindici anni è più faticoso che avere quindici mesi, i denti che bucano le gengive sembrano niente al confronto di tutto quel che cresce e taglia e spunta e ferisce adesso. Il senso di impotenza, mio, invece è lo stesso e ora come allora la stringo quando è tra il sonno e la veglia e le dico l’amore direttamente nell’orecchio, un sussurro lieve che le arriva così, a sfioro e le concede un sorriso appena accennato.

Abbiamo fatto un lungo viaggio, per tornare a casa e per essere qui così come siamo. Sarà stata l’aria condizionata, le ho detto, gli sbalzi di temperatura, il mangiare un po’ disordinato. Il pensiero di tornare. Sarà stato il condizionamento che provo ad evitare, ho pensato, i miei sbalzi d’umore, il suo disordine che ingoio per non litigare.

La piccola mi tocca sempre, non riesce a starmi accanto senza allungare la mano su una qualche mia parte: il collo, i capelli, una gamba, la spalla. Mi guarda, mi tocca, a volte mi morde persino. Cosa fai, le chiedo spazientita, ti pare che si morde. È per assaggiarti. Non sono buona, sì che lo sei. E non toccarmi sempre, lo sai che non mi piace.  Non riesco, confessa, devo toccarti, anche poco, anche solo la mano. “La parte per il tutto” diceva la mia professoressa di Italiano al ginnasio.  Ci sono molti giorni nei quali vorrei un esonero, chè non basta più la giustificazione. Vorrei proprio allegare un certificato medico che mi dispensi dall’attività per un lungo periodo e non la giustificazione per indisposizione. Vorrei un esonero per indisponibilità. Un documento che accerti che non posso più rendermi disponibile a tutto questo amare ed essere amata, toccare ed essere toccata, lo produrrei bella tronfia a chi pensa che sono una brutta stronza, lo sbatterei sul muso a tutti quelli che sanno come si fa e che lo farebbero meglio di me. Forse non sono molti i giorni, forse sono solo giorni in cui lo desidero molto.

Da qualche settimana nella mia vita è arrivata la Dottoressa Elle. Un’ora alla settimana, senza lettino ma su una sedia, una quasi poltroncina, comoda ma non troppo. La Dottoressa Elle è la nuova addestratrice del Lupo che mi vive dietro lo sterno, una specie di comportamentalista. Ma cognitivista. Non sono tornata dall’Uomo con la Barba perché temevo le minestre riscaldate, avrei passato settimane a raccontargli gli ultimi dieci anni, mi sarei offesa se non avesse ricordato tutto quello che già gli avevo raccontato, sarebbe stato malinconico e il Lupo ci avrebbe sguazzato. La Dottoressa Elle è caruccia. Competente. Mi riceve sulla porta e mi accompagna all’uscita, mi osserva partecipe e mi ascolta attenta, ha un bell’accento dell’Italia centrale che la fa sembrare sempre stupita e lo stupore è stupendo. Penso.  Ecco, da qualche settimana ho iniziato a pensare più a fondo del solito, pensieri verticali, prendo fiato e mi immergo. Al Lupo non piace, non sguazza e teme di annegare.

“Alle nonne importa poco di chi sei”, mi ha detto la grande a ridosso di un incontro che voleva evitare. Si fanno la loro idea e non la cambiano, pensano di conoscerti e se provi a raccontare qualcosa di te tirano in ballo i confronti con gli altri nipoti, confronti inutili e al limite del ridicolo. Può essere, amore mio dalle gambe lunghe. È l’inghippo delle famiglie. Non c’è la cautela e il rispetto che si usa con gli estranei però se ci pensi si nasce estranei, ci va tempo per impararsi, per conoscersi. Abbi pazienza, amore grande dalle braccia lunghe. Sfangati questa cena ogni tanto, lasciale con la loro idea di saperti, le famiglie sono un incrocio strano di persone che si arrogano diritti fino a diventare arroganti. Scegli le persone e crea la tua famiglia diffusa, come certi alberghi, ripari sparsi dove trovare ospitalità.  Fatti scegliere per quello che sei da chi ha voglia di saperti e sii riparo ospitale.

Capita, un giorno, che un amico ti chiami per dirti che suo padre è morto. Questo fanno i padri a un certo punto, questo fanno gli amici subito dopo. Ti chiamano e usano la parola papà. “È morto papà”. Non dicono mio padre, non c’è bisogno del possessivo. Capita allora che te lo ricordi quel papà, nel corridoio del ginnasio, un attimo prima dei colloqui con il professore di greco, con lo sguardo all’orologio per tornare a lavoro. E il giorno della discussione della tesi in Diritto Civile seduto in prima fila, elegante e preparato che ti viene da chiederti se per osmosi devi chiamare anche lui Dottore, alla fine. E il giorno del matrimonio, un attimo dopo il lancio del riso, defilato sul sagrato, stretto a sua moglie, da stasera rimaniamo solo noi, le sussurra, cingendole l’abito blu. Le mamme degli sposi indossano sempre abiti blu. E sorridono accanto al fotografo quando chiamano gli amici di lui per scattare le foto e gioca a riconoscerli, come nella foto di classe portata alla fine dell’anno, le mamme delle spose sono più propositive, più operative, gestiscono direttamente, le mamme degli sposi sono invitate, magari un po’ speciali ma pur sempre invitate. Capita che in un pomeriggio di sole ingiusto porti il tuo saluto a quel papà e abbracci il tuo amico che per mestiere parla, parla molto e sempre e parlava molto e sempre anche prima di quel mestiere e tu lo sai perché sai chi è. Adesso non parla. Si lascia abbracciare, si lascia piangere sulla tua spalla e non parla perché non si può citare in giudizio la morte, non si può presentare una comparsa di costituzione e risposta al cancro che ti ha trascinato in una lite temeraria. Non si può fare. Capita, un giorno, che un amico non parli. Ma tu sei lì lo stesso, lo guardi e vedi quanto gli assomiglia, al suo papà. E pensi a quanto assomigli al tuo.

È che il dolore non è veloce e nemmeno lento. Il dolore è solo dolore. Sai di essere adulto quando sai che proverai dolore. Fino a un certo momento della tua vita il dolore ti coglie di sorpresa, quasi impreparato, fino a un certo momento della tua vita il dolore è postumo, è a consuntivo. Poi un mattino ti alzi e il dolore è preventivo, lo metti tra le voci corrette e spunti la casella. Quello stesso giorno ti aggrappi ai “non”. A tutto quello che non è. A tutto quello che non si verifica, a tutto quello che non è successo. Da quel giorno troverai sollievo in frasi che iniziano con non : non è un tumore, non si è aggravato, non dovrebbero esserci danni. Da quel giorno in poi il condizionale ti sembra certo come l’indicativo. È un piccolo esercizio di fiducia, tra le possibilità offerte dal condizionale accarezzi quelle che preferisci, con i polpastrelli, a sfioro, vuoi raccontarlo ma non sai a chi importerebbe e allora non lo racconti per non passare per mezza matta o tutta matta, lo osservi e basta.

Anche la madre che viaggia sul vostro  treno la osservi a lungo, nove ore sono molte. Alta e cerulea come sono i piemontesi rimasti tali, con il pallore dell’incarnato e i capelli spenti, la bocca come una riga sottile tracciata da un bambino in un disegno venuto male. Il marito sembra suo fratello tanto si somigliano. A vederli erano compagni di Facoltà, entrambi studenti brillanti. Sportivi, sciano e nuotano, forse giochicchiano a tennis. Hanno la casa di famiglia a Bardonecchia. E a Noli. Sono quasi certamente figli unici. Lui ha portato l’apparecchio ai denti da bambino ma veniva preso in giro per le orecchie a sventola, entrambi indossano gli occhiali con montature inconsistenti.  Dopo cinque o sei anni di fidanzamento e conseguimento delle abilitazioni professionali hanno convissuto per un anno. Poi si sono sposati. La cerimonia religiosa, non sono praticanti e forse nemmeno credenti però le nonne sì. La wedding planner è stata suggerita dalla cugina di lei e per prima cosa ha voluto capire le loro esigenze, seduta davanti a un gin tonic con una sigaretta Iqos. È andato tutto per il meglio, la cugina di lei aveva ragione, l’organizzazione è stata impeccabile, la richiameranno per il baby shower. Il parto in clinica, un cesareo programmato perché lei ha paura di soffrire, la sua socia di studio è stata ventiquattro ore in sala parto, l’hanno ricucita tutta e ha pisciato solo sotto il getto della doccia per sei mesi dopo la nascita del bambino.

Eccolo il bambino ceruleo, assomiglia a entrambi, era facilmente immaginabile. Non possono fare il gioco dell’eredità senza de cuius, il gioco perverso che ogni genitore e ogni nonno compie: il naso ereditato da uno, gli occhi ereditati dall’altro, la parte superiore del viso, dal naso in giù, la bocca. Ho visto visi sezionati e mostruosamente ricomposti dopo essere stati attribuiti a una o all’altra parte. Quando è nata Cristina qualcuno è arrivato a sostenere che le unghie fossero uguali a quelle della nonna del padre, la sola morta. Quando è nata Cristina era tutta uguale a suo padre, bastava questo. Quando è nata Pepe nessuno ha sostenuto niente perché era tutta uguale al mio di padre. Tutto questo prendere in eredità il più delle volte senza il morto mi immalinconisce un po’.  Il bambino ceruleo ha iniziato a piangere a Lecce e ha smesso a Torino Porta Susa per quel che mi riguarda perché lì sono scesa, ma avrà proseguito fino a Torino Porta Nuova e poi fino a casa sua.  Il bambino ceruleo piangeva e sua madre era in imbarazzo. Poi in difficoltà. Poi in agitazione.  Poi ha ceduto allo sconforto. È passata attraverso la rabbia, l’ha avvolto nella fascia sull’addome e ha percorso chilometri dentro i chilometri percorsi dal treno, si è alternata con il marito, ha aperto vasetti, riempito biberon, smosso sonaglini, ha dondolato su se stessa, ha intonato canzoncine.  È stata un’ora davanti al bagno, nello spazio tra un vagone e l’altro, senza aria condizionata per non disturbare gli altri viaggiatori, quelli che per nove ore hanno parlato al telefono di tutti i cazzi loro a voce alta senza pensare che, forse, poteva recare disturbo, imperterriti nel raccontare la banalità delle loro vite consequenziali, dove il nesso causale e a vista come la polvere sui mobili, senza mai il brivido di un salto logico, di un tuffo in un pensiero che non si sa, che non si conosce come le persone, come i nipoti.

Ho guardato Lui, che stava leggendo assolutamente impermeabile al pianto del bambino ceruleo non essendo nostro, e gli ho chiesto se, davvero, era stato così difficile anche per noi. Siamo in quella fase, osserviamo e non ci ricordiamo più. Forse abbiamo rimosso come si fa con certi traumi, penso io quando penso verticalmente e vado giù, giù,giù. No, mi ha risposto, non è stato difficile ma nemmeno facile. È stato. Ci siamo riusciti, ci riusciranno anche loro. Anche lei? Ha stretto il bambino ceruleo e gli ha sussurrato adesso basta, tu vuoi farmi impazzire. Bisognava abbracciarla in quel momento. Bisognava alzarsi, percorrere i metri di corridoio che ci separavano e abbracciarla e accoglierla nel club delle madri sbagliate, quelle che le hanno buttate in un branco di madri perfette e sono state espulse perché nuotavano controcorrente e a dorso per non preoccuparsi di dover anche respirare. Bisognava darle il benvenuto tra le madri che premettono. Ci sono madri che promettono e poi ci sono le madri che premettono. Quelle che iniziano ogni discorso premettendo che amano i propri figli, come se nessuno se l’aspettasse, proprio da loro, tanta capacità. Quelle che premettono che li amano davvero i propri figli, come se fosse il giusto bilanciamento a quel che segue, al desiderio di fuggire. Alla richiesta di esonero che a un certo punto vorresti inoltrare. Bisognava rassicurarla e nessuno l’ha fatto. Nessuno le ha detto che non impazzirà. Non del tutto. Nessuno le ha detto che tutto si aggiusta, che basta sfiorare.      

  

4 pensieri su “Precis(e)azioni

  1. Sei mancata per un po e mi sei mancata, come sarai mancata anche ad altri. Ma ti ritrovo in gran forma, non fosse che scrivere è ricostituente, o almeno crederlo lo è, come quelle schifezze che da bambini ti fanno ingurgitare anche se non ti servirebbero.
    Sono sempre taglienti le tue autopsie dei vivi: il bisturi va da sopra lo sterno fino all’inguine, ne fuoriescono viscere immaginarie, che poi sono quelle cose che nelle viscere vere tratteniamo.

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