Quando guido e sono da sola in macchina.

Quando torno a casa da un posto che è al di fuori dei tragitti quotidiani.

Quando google non si aspetta il percorso, non me lo suggerisce, non lo conosce.

Quando stupisco google maps.

Quelle volte in cui torno a casa dopo una giornata ad un qualche corso di aggiornamento , nel fine settimana.

Salgo in auto e le dico che dobbiamo tornare a casa. Lei mi ci porta. Io sono da sola, scelgo la musica che voglio, cambio la stazione radio ogni volta che c’è pubblicità, interrompo la canzone del cd e salto a quella che mi va, cerco su spotify il pezzo che non passano più per radio perché è talmente vecchio che nemmeno l’autore si ricorda di averlo cantato.Nei tragitti quotidiani questo è impensabile. Io sono addetta alla console  dj ma senza potere di scelta. Smisto le richieste ed evito liti e alzate di mani nei sedili posteriore, come insetti con il solo uso delle zampette anteriori che si agitano per colpirsi.

Nei tragitti quotidiani da scuola a casa-tennis-cartoleria-scendo e prendo solo il latte-casa-karate-casa-tennis  sono sempre in modalità conversazione. Tutta la giornata o parte di essa riversata tra i sedili come patatine fuori dal sacchetto, lo sguardo nello specchietto retrovisore ad incrociare l’espressione del racconto, chè mica vuoi ascoltare senza guardare, chissene se devi anche guidare. La mamma ascolta con gli occhi.

Anche  quando rientro a casa da sola, alla fine di una giornata fuori casa da sola , sono in modalità conversazione. La musica di sottofondo a un monologo continuo, che parte sottovoce. I miei pensieri  non seguono un filo ma ci si ingarbugliano, ci saltano la corda, ci si annodano a formare una rete come quella dei tappeti elastici sul lungomare.

Tutto può tornare alla mente.

Tutto può allontanarsene.

La risposta giusta per quel cliente che ha chiesto un parere.

Il nome del ristorante che dovevo suggerire la settimana scorsa e che vigliacca miseria non ricordavo.

Il paradigma di fero.

Il registro elettronico di Cristina da firmare.

Il dialogo immaginario con quella stronza, chè appena la becco se le sente dire tutte.

La rima per la poestrocchia dedicata a Benedetta, mi devo fermare per scriverla altrimenti la dimentico.

Non è più un monologo. Sono io che mi parlo. E mi rispondo. Mi faccio una battuta e rido. Mi commmuovo e mi consolo. Allontano il pensiero  e lo ripesco come un cigno di plastica  alle giostre ma ho una pessima mira.

Rido.

Sorrido.

Vado verso casa, non ho fretta.  La macchina va da sola, anche se il tragitto è inconsueto. Non è un automatismo ma è uno scorrimento. Non sono all’erta, non temo che il pirla con l’Alfa convinto di essere, per ciò stesso, un maschio Alfa, mi tamponi violentemente.

Se sono da sola non ho paura.

La lavatrice avrà finito.

Devo andare dal parrucchiere.

I croccantini del cane.

Una doccia calda.

E se non tornassi?

Quanto ci metterebbero ad accorgersene?

Potrei spegnere il cellulare, andare a mangiare qualcosa che non so in un posto che non so, potrei parcheggiare e camminare  senza guardare dove vado e questi pensieri ingarbugliati, intrecciati eppure così liberi diventerebbero il mio bastone per non vedenti , andrei dove mi portano, mi fermerei quando si fermano, lascerei scorrere il tempo, i pensieri ingarbugliati in questa meditazione senza medita, in questa meditazione senza azione e che mi ripulisce per intero , ma no che non scendo, non parcheggio, non sparisco. Si. No. Vorrei.  Vorrei solo un po’. Solo ogni tanto. Ora.

Si preoccuperebbero.

Eppure io sto benissimo.

Se sono da sola non mi preoccupo.

Dai, va bene, verso casa, tanto ci arriverò senza sapere come. Potenza del cervello, macchina straordinaria e complessa.

Colpo di tosse, cerco le mentine in borsa con una mano sola, frugo frugo e trovo un sacchetto per raccogliere la cacca di Justin, una peppa pig di plastica, una caramella gommosa  alla ciliegia che Benedetta ha preso in un negozio e non le ho fatto mangiare, lo scontrino di zara dei pantaloni di Cristina, l’elastico arancione per la coda d’emergenza prima del tennis,la scatola delle mentine. Vuota.

Il mio cervello è come la mia borsa.

Sorrido.

Dovrei fare pulizia in entrambi.

Tirare fuori, tirare fuori e buttare gli scontrini e le scatole vuote.

Mettere un pacchetto di fazzoletti nuovo.

Controllare se il lucidalabbra è secco.

Lasciare peppa pig, che non è stata reclamata e questo mi procura un lieve dolore della crescita. Benedetta cresce e io ho male.

Togliere il paradigma di fero , che nessuno mi chiederà più.

Mettere il nome di quell’istruttice in palestra che è tanto carina ma che porca miseria potrebbe chiamarsi Adele o Noemi o Maria o che ne so…

Togliere il ricordo dello sguardo da pazza della stronza e mettere fine a quel discorso da farle.

Mangiare la caramella.

Mettere il bacio di questa mattina nella tasca interna , con la zip, quella più sicura. Il bacio ed il suo schiocco, le mani sul viso, tiepide, gli sguardi che si incrociano, tutto al sicuro nella tasca, che non possa scivolare via, che non si ingarbugli altrove.

La parte del cervello che raccoglie tutto questo sentire in un bacio si chiama Talamo, come il letto nuziale, dove le sensazioni arrivano e vengono tesaurizzate, elaborate, filtrate. E pare che il dolore talamico sia insopportabile e resistente agli analgesici. Pare che basti una minima stimolazione della cute per amplificare il dolore che rimbomba dentro quando c’è una lesione talamica, quando la zip della tasca interna si rompe e non puoi più proteggere nulla e puoi perdere tutto.

Togliere la compressa di moment che è scaduta da 1 anno.

Il cancello del giardino si apre e non so se ho premuto io il telecomando.

Richiamo a bassa voce tutto questo vagare, tornate qui, bastoni per ciechi, corde per saltare, reti da pescatori, materassini per saltare, gomene di navi da ancorare.

Aspetto che finisca la canzone

Prendo fiato. Le luci dal terrazzo della cucina profumano di cena pronta, raccontano di compiti fatti anche senza di me,  di conversazioni che non ho ascoltato, di un tempo diverso che adesso mi verrà narrato,perchè quando io sono sola loro non si preoccupano.  Perché  quando io sono sola loro non hanno paura.

La canzone è finita

Espiro.

L’ultimo pensiero è il filo del palloncino che vola via, leggero.

Cerco le chiavi di casa in borsa. Sono nella tasca con la zip.

 

 

 

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