Gent.ma Maestra,

tra poche ore si spegneranno le luci del Presepe e suonerà la campanella delle 8.15.

La sveglia sarà di nuovo fissa ed intransigente come una suocera nei confronti della nuora e il traffico tornerà ad essere singhiozzante e congestionato come un neonato con il raffreddore.

I nostri bambini varcheranno il cancello della scuola, inonderanno i corridoi colorandoli con gli zaini pesanti e faranno ingresso in classe dove diventeranno, di nuovo, i suoi bambini.

Gent.ma Maestra,

noi abbiamo ripulito la cartella dai disegni appallottolati sul fondo e dalle briciole delle merende, abbiamo temperato le matite e sostituito la ricarica blu della Pilot. I quaderni sono stati controllati, il materiale verificato e  l’astuccio portapanino è stato lavato.

La voglio ringraziare di cuore per aver assegnato una quantità di compiti che definirei equa, solidale e simpatica.

Grazie.

Per averci evitato porte sbattute, scrivanie usate come muro del pianto, quaderni gettati in terra e una sfilza intollerabile di “non ora” “dopo” “non ho voglia” “non riesco” “allora aiutami tu”.

Noi siamo pronti, ma non siamo pronti.

Pepe deve finire l’ultimo compito, deve ancora raccontare il giorno più bello delle vacanze di Natale. Ha deciso di svolgerlo per ultimo perché, mi ha detto, non poteva scegliere il giorno più bello fino alla fine.

E’ logico. Certo.

Eppure mi ha strappato un sorriso, quasi incredulo.

Perché, vede, noi durante queste vacanze abbiamo “chiuso gli impianti” per due settimane. Abbiamo fermato le macchine. Siamo scesi dalla giostra in movimento. Abbiamo smesso di girare nella ruota come i criceti.

Noi non abbiamo fatto nulla.

Abbiamo lasciato che le cose accadessero, che le giornate trascorressero, che le bambine respirassero.

Abbiamo regalato alle nostre figlie  giornate lunghe, mattine da iniziare alle 11 o alle 8, a seconda di come si ha voglia, pigiami felpati, libri, musica che suona con la riproduzione casuale. Nemmeno quella abbiamo voluto organizzare.

Abbiamo lasciato che il mercoledi e il giovedi fossero simili tra loro e simili al venerdi.

Non abbiamo usato l’auto per giorni.

Abbiamo misurato lo spazio delle nostre stanze per accorgerci di quanto può essere rassicurante e confortevole avere un posto in cui essere senza fare.

La sera della Vigilia abbiamo cenato a lume di candela. Ciascuno di noi quattro ha atteso ciò che per lui solo era importante, ha creduto se voleva credere, ha sperato in qualcosa. Ed è stato davvero aspettare, vegliare, attendere.

Abbiamo atteso. Senza fretta, senza uno schermo touch a realizzare un desiderio, senza impazienza.

La mattina di Natale abbiamo fatto colazione tutti insieme e solo dopo abbiamo aperto i regali guardandoci negli occhi per indovinare l’emozione dell’altro.

Le bambine hanno giocato con i giochi nuovi.

Hanno inventato storie e personaggi, dando loro voce, cambiando toni e inclinazioni. Hanno riempito una bacinella e giocato con l’acqua e i pupazzetti come quando erano piccole.

Pepe ha costruito un rifugio in camera sua, con due coperte, quella di Hello Kitty e quella del leone, legate al letto e alla sedia della scrivania. Ha usato l’imballaggio di cartone di un giocattolo per fare il portone della sua tana, dove ha trascorso ore e ore persa in storie di fantasia. La sua fantasia.

Ciascuna ha ricevuto un album con circa 200 foto da mettere a posto. Le loro foto, dalla mia pancia ad oggi. Hanno ripercorso la loro vita con i polpastrelli delle dita, sfiorando le pagine da riempire, hanno chiesto dove erano, quanti anni o mesi avevano, chi ha scattato quella foto, cosa è successo quel giorno e ne è nato un racconto speciale ogni volta.

Hanno fatto il bagno e non la doccia. Sono state nella vasca senza alcuna fretta, hanno messo il balsamo sulle lunghezze e risciacquato con calma, si sono asciugate e hanno indossato, di nuovo, il piagiama felpato.

Un giorno hanno guardato il vento forte tra gli alberi del giardino.

Hanno guardato il vento.

Ogni tanto mi si sono appiccicate ciondolanti come un acchiappasogni alla finestra, un po’ lamentose con quella cadenza cadente nel parlare, quel tono gnegnegne. Ma è durato poco.

Abbiamo pensato ai compagni, ad alcuni tra i più cari e abbiamo provato a immaginarci le loro giornate, i regali ricevuti, a volte li abbiamo imitati, per scherzo, in modo giocoso. Abbiamo immaginato.

Queste due settimane, necessarie come il doppio guanto in una ciaspolata serale, sono trascorse così per noi. Non è accaduto nulla. Siamo accaduti noi.

Le mie ragazze hanno sperimentato. Il silenzio, il tempo senza orologio, la noia. Quel passare da una stanza all’altra toccando gli oggetti in giro per casa, cercando qualcosa senza sapere cosa e trovandolo ogni volta in modo inaspettato.

La noia. Coccolare il cane davanti a un film. Rimettere in ordine i libri sulle mensole della camera.

Capirà, quindi, perché ho sorriso davanti alla risposta logica di Pepe. Non ci sono viaggi verso mari esotici da raccontare, né sciate avventurose. Nessuna città d’arte, mostra o museo.

C’è stata una vera vacanza, abbiamo svuotato le giornate e scoperto che si può restare in ascolto, di se stessi, dell’altro, del silenzio. Abbiamo fatto esperienza  del vuoto come qualcosa che può restare vuoto, che non va sempre e comunque riempito con qualunque cosa. Come le parole che non vanno sempre e comunque dette, perchè anche il silenzio può restare silenzio e avere in sè molto, moltissimo.

Gent.ma Maestra,

io non so cosa mia figlia sceglierà di raccontare, non so quale giornata vorrà descrivere. Sono curiosa di leggerlo. Spero, comunque, che a lei arrivi un pezzo di questa noia, atmosfera ovattata, vento tra gli alberi, storia di playmobil che giocano con le Barbie guardando vecchie foto mentre ascoltano una musica casuale ma non a caso intanto che papà sbuccia la frutta per merenda, che si può mangiare anche con il piagiama indosso.

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