Se si cammina uno accanto all’altro e si parte con lo stesso piede è amore. L’amore è sincronizzato.

Se tu fai una battuta e lui ride per primo e non perché ridono anche gli altri è amore. L’amore è intesa.

Se lui fa una battuta e tu sei la sola che ride è amore. L’amore è supporto.

Se a mensa ti versa l’acqua nel bicchiere e ti aspetta per mangiare è amore. L’amore è gentilezza.

Se in gita ti tiene il posto accanto a lui perché è arrivato prima è amore. L’amore è aspettarsi.

Se ti sceglie per prima nella squadra a ginnastica quando è il capitano è amore. L’amore è preferenza.

Se non vuole che giochi con i tuoi amici durante l’intervallo non è amore. L’amore è libertà.

L’amore è facile.

Se, dopo un breve sguardo, iniziate a parlare nello stesso momento è amicizia. L’amicizia è sincronizzata.

Se ha dimenticato i compiti e lo aiuti a ricopiarli durante l’intervallo prima che la maestra se ne accorga è amicizia. L’amicizia è intesa.

Se scivola in cortile e tu sei l’unica che non ride è amicizia. L’amicizia è supporto.

Se sua madre è in ritardo all’uscita e tu chiedi alla tua, solo con lo sguardo, di fermarti a fare compagnia ma senza dire niente, facendo finta che avevi proprio voglia di stare in mezzo al cortile. L’amicizia è gentilezza.

Se  ti aspetta il mattino sull’uscio della classe con lo sguardo in direzione delle scale e saltella da una  gamba all’altra appena spunta il tuo cappello è amicizia. L’amicizia è aspettarsi.

Se non può uscire in cortile durante l’intervallo perché è raffreddato e sceglie te per fargli compagnia è amicizia. L’amicizia è preferenza.

Se non vuole che giochi con il tuo fidanzato durante l’intervallo non è amicizia. L’amicizia è libertà.

L’amicizia è facile.

Se un sogno è brutto, ma troppo butto, così brutto che è un incubo allora si può anche non raccontare perché la paura è ineffabile e lo spavento inesprimibile. E per mandarlo via c’è un solo modo: il lettone dalla parte di mamma con le gambe che fanno la presa a tenaglia e le braccia come spalline dello zaino in una configurazione da marsupiale all’incontrario, in cui il cucciolo accoglie la mamma, la cinge e la stringe e lei culla da sdraiata impossibilitata ad altri movimenti, dondolando con il cucciolo sulla schiena, come dopo una serata ad alto tasso alcolico ma senza il tasso alcolico.

Se mi devi parlare  devo guardarti negli occhi. Perché l’ascolto passa dallo sguardo. Le orecchie servono a far arrivare le parole al cervello, perché sono più vicine a quello e a farmi capire cosa stai dicendo. Ma gli occhi servono a capire come me lo stai dicendo.  Gli occhi servono a vedere dove non basta guardare.

Bisogna sempre soddisfare la richiesta di un bacio, l’ennesimo perché c’è un posto dove i baci finiscono, una sorta di magazzino. Alla domanda “ma ancora un bacio? Cosa te ne farai di tutti questi baci?!” la risposta è stata” li metto da parte per quando non ci sei!”. Risposta che merita un bacio. Ancora.

Se domani c’è l’interrogazione di geografia e oggi è l’unico giorno dell’anno in cui mamma rientra dopo le 18 il libro è stato dimenticato a scuola.

Se papà non torna a cena allora si apparecchia e si cucina solo per noi tre. E in quel “solo” si sente che manca un pezzo , manca fisicamente, manca proprio.

Quando si riceve un invito a una festa prima di confermare bisogna controllare l’elenco di quelli che hanno già accettato. Poi si decide.

Quando un oggetto viene perso, in genere  in camera, non se ne hanno più notizie, non c’è alcuna speranza di ritrovarlo, le lacrime scendono copiose, il dramma è in atto, era qualcosa di fondamentale ed è stato colpito dalla sorte avversa , ingoiato da un buco nero, catapultato in un’altra dimensione abitata dagli oggetti perduti in casa, ma la mamma usa la formula magica “ se vengo di là e lo trovo io, giuro che le prendi”.  La magia è magia. Non va spiegata. Funziona, sempre.

Sulle sbucciature delle ginocchia il primo rimedio è soffiare. Soffiare via il bruciore dalla pelle lacerata e  i pezzetti di terra e ghiaia. Il secondo rimedio è un cono gelato.

Sulle sbucciature del cuore il primo rimedio è la porta della camera chiusa dietro il muso lungo.  Il secondo rimedio è  un cono gelato.

In entrambi i casi bisogna lasciare il tempo alla crosta di prudere e staccarsi da sola, poi la cicatrice, con il tempo, sbiadisce.

Se un alimento piace tanto, tantissimo e se ne fa una scorta da approvvigionamento in tempi di guerra, quell’alimento smetterà di piacere senza preavviso. Definitivamente.

Le parole che noi conosciamo non significano solo quello che noi siamo certi che significhino. Per esempio io ho sempre saputo cosa fosse un’infrazione, un capitello e una radio e mai avrei messo queste parole nella stessa frase, fino a due anni fa, quando Cri è stata ingessata per l’infrazione del capitello del radio. Ecco.

Un si distratto fa più male di un no attento.

Dalla testa può uscire tanto, tanto sangue. Rosso, rossissimo, di un rosso spaventoso.

Non è difficile fare i compiti. O rimbalzare come una pallina in un flipper per buona parte della giornata avanti  indietro sopra e sotto, da un impegno all’altro . O rispondere a domande diverse –cosa vuol dire intransigente-perché piove-posso guardare la tv-dove si va quando si muore. Non è difficile nemmeno cucinare-stendere-apparecchiare-svuotare la lavastoviglie tutto nella stessa mezz’ora. Non è difficile rimproverare per un brutto voto.

È difficile essere all’altezza. Di domande, aspettative, sguardi, desideri, incomprensioni, bisogni. È difficile prendersi cura di tutte quelle domande e spronare a farne sempre e ancora. È difficile prendersi cura di tutto questo sentire che scorre e che va incanalato, a volte contenuto, arginato, a volte no, via apriamo la diga, facciamoci una cascata. È difficile prendersi cura di sogni tanto grandi per delle persone ancora piccole, eppure così motivate, sicure, due guerriere che partono lancia in resta e rincorrono le donne che saranno, ed è difficile intravederle quelle donne lì e lasciare che sia, ogni delusione, ogni caduta, ogni scorciatoia tentata e non riuscita, ogni gioia, ogni amore sulla pelle, e vedere già cosa passerà negli occhi, lampi di malinconia e quel toccarsi i capelli che ripeti sempre uguale da quando sei piccolissima e io conosco, solo io, o quel prurito che arriva puntuale per lo stress, per la delusione che io lo so quanto la senti tu quella smania di farti amare e quanto ti fa male il rifiuto, e lo so, ora lo so, perché me lo avete insegnato voi, perché vi guardo così intensamente quando non mi vedete, che lo so, ed è questo il difficile, questa è la cosa più difficile che ho imparato. Prendermi cura delle mie rose e lasciare che sia, senza alcuna campana a proteggere, lasciare che conoscano il vento, gli insetti, il sole, i pericoli e le gioie.

Le verruche sono tremende da curare.

La colazione dai nonni è più buona.

Harry Potter è meraviglioso.

Se si urla non si viene ascoltati.

Se, a volte, viene detto brava, mi piace come sei, amo quello che fai, volevo proprio una figlia come te, ecco, magari in quel momento c’è bisogno di un po’ di pazienza in più, in quel momento lì , mentre lo dico, e vi bacio sul collo che vi do noia, lo so, ma in quel momento io sto facendo un po’ di pace con me stessa. Che senza i vostri insegnamenti non riesco.

 

 

 

 

 

 

 

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