Se è vero che la gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto, allora io non voglio più assistere allo spettacolo.

Oppure voglio assisterci come faceva lui, Bukowski, che di questa frase è l’autore  e che era libero di urlare contro la gente e lo spettacolo che rappresentava, era libero di essere un maledetto, era libero di sbattersene  fino in fondo.

Se così non può essere, no, io non voglio più vedere certa gente. Basta, sono stanca. Esausta. È uno spettacolo brutto, indegno, triste ma non di una tristezza che scuote l’animo quanto di una tristezza che rivolta lo stomaco e costringe a vomitare o a impugnare una tastiera come se fosse un fucile e colpire colpire colpire sperando di farne cadere quanti più possibile o almeno solo loro, quelli che  adesso basta, quelli che ne hanno dette e fatte talmente tante che non se ne può sopportare nemmeno una in più, nemmeno mezza, che ti viene una roba sul corpo come un eczema o come la psoriasi e ti devi grattare per il fastidio non perché sei sensibile ma perché sei sensibilizzato come si è  a un agente chimico nocivo.

E dopo i colpi, e dopo il prurito, dopo le parolacce trattenute resta sul fondo della gola secca solo il disagio, l’amaro, il rinculo dello sparo, il disgusto. La gente continua a essere lo spettacolo che è, quella gente continua a essere brutta da vedere e orrenda da sentire eppure continua a essere e ti tieni stretto il tuo disgusto e ti chiedi perché. Ti chiedi come si fa a essere un maledetto. Ti chiedi se davvero puoi , se davvero sei libero di non guardare più. O di guardare e urlare contro. Sempre. Di fronte alla prepotenza, alla bruttura, alla stupidità, alla cacofonia, alla presunzione. Urlare.

Perché è solo questo, oggi, che vorrei. Essere una maledetta che può inveire e avere il passaporto di artista folle a farmi da lasciapassare e a mettere distanza tra me e la miseria umana di quella gente assurda e brutta che non so se è  uno spettacolo ma so per certo, caro Charles che  si paga il biglietto.

Io lo pago, porca miseria se lo pago. Quanto l’ho pagato questo dannato biglietto e quanto ancora lo pago, quando come oggi mi devo fermare, mi devo trattenere e scuoto sul fondo l’amaro, il disgusto, il rinculo di tutte le parole che scaglio su un foglio e poi basta. Poi basta. Finisce così, finisce che non finisce nemmeno questa volta, finisce che quella brutta gente continua a essere e io continuo a sentire. A me rimbombano le orecchie. A loro la scarsa memoria ha pulito la coscienza e io, invece, Mnemosine in chiave contemporanea e più rompicoglioni, so e ricordo e sento il peso di tutto questo. E allora ecco che tornano su come sassi mai digeriti le frasi e le recriminazioni, le scuse e le bugie, la strumentalizzazione delle mie figlie, le accuse, i giudizi, torna su tutto  con la sua etichetta con la data e gli ingredienti. E quando lo sguardo mi cade lì, su quella gente, mi assale solo una furia cieca e un desiderio di afferrare per i capelli e dire dire dire tutto, tutto quello che davvero penso, tutto quello che davvero sei, perché ti vedo, lo so chi sei, vedo la tua meschinità e la tua pochezza, e si, devo proprio dirtelo che no, non sei uno spettacolo, sei solo una miseria, sei solo un niente travestito da qualcosa perché ti hanno ripulito, ci hanno provato, sei solo qualcosa di venuto male, al mondo, in foto, nella vita, a letto. Sei questo, questo pezzo dello spettacolo, quello che non piace, quello che fa schifo. Quello che viene fischiato.

Oggi è così. Oggi lo spettacolo è stato pessimo, oggi ho dovuto pagare il biglietto e stare ferma, non essere libera, non essere maledetta. Oggi mi sono stata stretta. E non mi piaccio mai quando mi sto stretta.

Fanculo.

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