Leggo, scrivo, penso, ripenso, non ci penso più, lascio andare ma torno a riprendere perché è così che funziono, mi manca l’addio, è sempre un arrivederci con i pensieri e con i ripensamenti, con le nostalgie e il carico di ricordi.
Poi mi blocco e resto ferma come se tutto fosse tanto o forse troppo e resto lì in mezzo ai pensieri, a quel che leggo, a ciò che scrivo e non vado avanti, non cancello e non finisco,  non chiudo e non so più cosa faccio, non che cosa fare ma proprio cosa faccio. Dura il tempo che deve non lo so, come quella frase di Alice quando chiede per quanto tempo è per sempre e Bianconiglio le risponde “a volte solo un secondo”. Io resto ferma e sospesa, anche sorpresa ma non stupita, resto con la pagina a metà, con la frase da finire, con le lettere che formano parole che so leggere ma non le leggo e non so più chi ha cominciato, chi ha deciso, chi se n’è andato e se poi ha davvero importanza o se conta solo chi resta e il resto non conta e se chi resta ha scelto di farlo e allora non ci si deve nemmeno fare le domande che mi faccio ora che sono ferma, che non leggo più e ho il libro aperto sulle gambe e ho la penna sospesa per aria come un uccello infortunato, come una gallina che si è agitata troppo e ho una pagina scritta per metà e un aereo, ancora, da prendere e dei sorrisi da andare a riprendermi perché anche le figlie le lascio andare e poi torno a riprenderle, perché siamo tutti grandi e forti e indipendenti e siamo tutti aquile che volano in solitaria e toccano le vette ma la verità è che anche le aquile il nido vuoto non lo vogliono e non so se sono un’aquila o solo un piccione da città ma nel dubbio, e con il nido vuoto, quei sorrisi vado a riprendermeli anche se si tratta di volare, ancora, e che non è più roba mia invecchiando, divento sempre più terrena, da brava vergine rompipalle, mi piace la terra sotto i piedi, le mani che sfiorano le zolle compatte lasciandole sfarinare tra le dita e il cielo sopra la testa, come il destino, gli dei, la sorte che non sai mai cosa sarà e puoi invocarlo o bestemmiarlo ma sempre con il culo appoggiato al suolo. Invece certi pensieri e certi sorrisi devi riprenderteli così, volando. Anche se non sei un’aquila. E allora volo e mi riprendo quei sorrisi e le loro proprietarie, le mani per attraversare la strada e un cono al gusto cioccomenta, una fetta di anguria e il vento della Sardegna che ti prende a schiaffi e c’ha ragione. E mi riprendo la suora seduta accanto a me che chiude la chat di whatsapp, spegne il cellulare e mi sorride mentre stringe il suo rosario e mi guarda accarezzare il mio bracciale tibetano, grano dopo grano, ciascuno coltiva ciò in cui crede e le sorrido pure io.
Volo e lo faccio per la quinta volta in cinquanta giorni che per essere una da piedi per terra e fili d’erba tra i capelli non è male, allora vuol dire che le mie paure le so gestire e le tengo a bada perché questo sono, solo paure ma io me le riprendo tutte, anche loro, perché mi sono costate lacrime e sangue e altri umori strani e lo sforzo di guardarle in faccia senza sapere riconoscerle e senza sapere chiamarle che sembravano spaventose e poi bastava solo dirlo, scriverlo senza lasciarle in sospeso e poco importa se non si capisce o se non piace. Le mie paure le scrivo tutte, le mostro tutte perché non siano loro a mostrare me, le butto giù su un foglio o dove capita, le racconto a chi c’è, a chi passa, a nessuno, a chi legge, a chi lo sa cosa vuol dire e mi sorride.
E mi riprendo un giorno, un giorno solo da figlia. Mia madre già sveglia quando mi alzo, a qualsiasi ora io mi alzi, fuma e traffica con la caffettiera mentre io apro lo sportello del mobile per prendere i biscotti e non importa in quale casa siamo, la nostra o quella in affitto al mare dove non sono mai stata ma lo so dove tiene il pacco dei biscotti e mi riprendo mio padre che guida lui e io seduta accanto come per andare a scuola e mi riprendo i discorsi familiari e lui che cambia le marce tirandole sempre fino all’ultimo che sembra che guidi un camion, così gli diceva il nonno e intanto io guardo fuori dal finestrino e anche se la strada non è quella della scuola e non ho il pensiero della versione di greco e il Rocci che pesa nello zaino, quando scendo un bacio glielo do lo stesso al mio papà, un bacio distratto, quasi lanciato e invece è solo così, per aria, in volo.
Volo per riprendermi un giorno, un giorno solo, lontana da lui che rimane a casa ad aspettarmi, ad aspettare i sorrisi che vado a riprendere anche per lui. E gli restituisco un giorno, un giorno solo lontana da me. E mentre lo scrivo l’hostess sta dicendo che in caso di emergenza bisogna aiutare gli altri passeggeri solo dopo aver indossato la propria maschera per l’ossigeno e non penso che questo sia un caso. Un giorno, un giorno solo. Per riprendermi la lontananza e disegnare il viso dell’altro nella mente , nei versi di una poesia, nel calice di vermentino freddo, nel cuscino vuoto accanto, nel desiderio liquido di riprendersi per mani senza parlare che non serve sempre parlare e poi corri il rischio di restare nel mezzo del discorso, con le parole ferme, sospese non sai più riprendere il filo perchè anche questo capita e stai così, con il ragionamento a metà. E allora tanto vale riprendersi per mano e basta e tenersi così, anche dopo che l’apposito segnale luminoso si è spento e puoi sganciare la cintura.
E mi riprendo il senso della vigilia, l’attesa, la veglia, il sonno che non arriva, la liturgia dell’aspettarsi, il tempo e lo spazio di un giorno che sembra per sempre nel saluto e poi è un secondo nell’epifania, eccola lì, la liturgia di ritrovarsi e riprendersi, così, sospesi, interrotti, cominciati e mai finiti, un giorno solo e mi riprendo tutto questo, le idee, i pensieri quelli più lontani, la paura di volare, la voglia di andare, il nido e qualcuno a cui insegnare che bisogna andare via che tanto i biscotti saranno sempre nello stesso posto, e qualcuno da cui tornare come una scelta, ogni volta, come un mistero, come un paesaggio conosciuto, qualcuno a cui tornare per portare dei doni, per ricevere un perdono, uno sguardo come una carezza lungo la schiena.
E mi riprendo gli occhi che si chiudono e vedono, gli ultimi scampoli di solitudine, i pensieri quelli più vicini, il foglio con le procedure di sicurezza inserite nella poltrona davanti, il bimbo seduto dietro che smette di piangere e ricomincia e smette e ricomincia, la suora concentrata sul bartezzaghi della settimana enigmistica e che forse non ha più bisogno del suo dio oppure è talmente sicura di lui che si concede di rilassarsi e mi riprendo il vociare, il rumore di fondo, il carrello delle vivande e la discesa e tutto così normale e allora non posso, io no, e mi riprendo la complicazione perché la semplificazione mi fa orrore, e mi riprendo i pensieri quelli più articolati e le sfide, le lotte, le questioni di fondo, i principi inviolabili, le regole e le deroghe, mi riprendo il senso di giustizia e il sapore della sconfitta, il livido sul polpaccio e i capillari che si rompono per niente, mi riprendo questo mio ferirmi da sola senza accorgermene, le botte che vedo solo dopo quando diventano viola e verdi , mi riprendo questo tempo in cui mi rompo da dentro, mi riprendo questa fragilità come un regalo del tempo, ogni livido come un fiore che mi sboccia là dove arriva il colpo e mi riprendo la sorpresa di fiorire, da sola.
E mi riprendo il bagaglio a mano, dalla cappelliera, che anche questa volta non sono morta. E mi riprendo i biscotti. E quei due sorrisi lì, che anche questa volta sono viva.

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