Che almeno una volta

 

Pensa che non me ne frega niente del tempo, dei lampi, dei semafori ,delle parole alla rinfusa, dello sparo e del rinculo del senso di colpa tra le pieghe di un maglione e dei pelucchi  che togli con la punta delle dita mentre parli distratto, del rossetto sbavato se la mano trema e del cuore che si ferma  per un giro e poi riparte.

Pensa che non me ne frega niente del silenzio quando c’è e del rumore che batte il ritmo in testa, della luce accesa e del dolore di chi resta, dei migliori che se ne vanno e dei peggiori che ci ammorbano l’esistenza, dei precari, dei clandestini, dei denti del giudizio, delle riserve idriche e dei ghiacciai.

Pensa che non me ne frega niente della sabbia che scotta ma poi c’è il mare, della promessa del paradiso dopo sempre dopo, di rivedere queste facce anche dopo, della buona condotta e degli atteggiamenti sconvenienti, dei capisaldi e dei cartelli stradali, del senso dell’umorismo quando non c’è, della querelle sui vaccini.

Pensa che non me ne frega niente se resta il supplente, se il programma non viene rispettato, se il tempo è scaduto e non hai firmato, se dopo ci pensi, se leggi, se ti arrendi , se vai o resti, se non sai scegliere e se ti fa male un piede o il collo o se hai dato una gran botta con il culo.

Pensa che non me ne frega niente  di quella volta che te ne sei andato per sempre quella settimana, della paura che almeno una volta, del clacson che hai suonato, dei matrimoni a cui sei stato, dei pupazzi di zucchero sulla torta, dei funerali dove nessuno sorride, di quelli che non hanno ricordi, di chi ha la faccia tagliata di sbieco, degli occhi che non parlano e delle bocche senza veleno, di chi non finirà all’inferno.

Pensa che non me ne frega niente delle unità di misura, del tavolo per la taverna, della roba da stirare, della gara di domenica, di quelli con un’infanzia bellissima, dell’orologio al polso, di chi arriva tardi quando è troppo tardi anche per arrivare presto, della paura che almeno  una volta, della candela che quando si consuma  il mondo finisce e io muoio, della pioggia che permette di piangere per strada.

Pensa che non me ne frega niente del capo e della coda, del senso del dovere, del buco dell’ozono, della prima comunione, dei compiti da controllare, della ceretta da rifare, della battuta cordiale, del tono giusto, del gelato si ma artigianale, del rimedio da banco per ogni dolore, della paura che almeno una volta,della ricetta veloce da seguire, degli ingredienti da amalgamare.

Pensa che non me ne frega niente del cielo sereno, della vecchiaia saggia  e dell’ingrata gioventù, di chi si sente incompleto, di chi ci vede doppio quando si guarda, di chi non conta un cazzo, delle vocette stupide dedicate ai  bambini, dei bambini, del moto di fastidio, della pelle accapponata, del pensiero debole, dei termini di uso e servizio.

Pensa che non me ne frega niente dell’identità di genere, delle famiglie allargate o ristrette, della noia, del cestino della carta, del cortile della scuola, delle nonne e delle megere e di chi vive  in purgatorio, dell’odore di erba appena tagliata, delle tazze nel lavandino, del bicchiere che si rompe sempre quando penso che adesso si rompe, delle foreste pluviali, dei fiori appassiti da buttare.

Pensa che non me ne frega niente  di ciò che non mi frega e di chi mi ha fregata, di quella volta che l’ho segnata, di fartela pagare, di rinvangare che tanto non sono buona a seminare allora sai cosa c’è, che mi metto a maggese ad aspettare, fino a quando non mi frega di tornare e pensa che non me ne frega di andare  e non me ne frega nemmeno di restare, di dire o respirare, della paura, la mia, la tua, ma più la mia, sempre la mia, che almeno una volta.

Così è se vi pare

 

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede, come la vecchia arcigna e spelacchiata che un giorno per strada si è fermata e mi ha detto con boria minacciosa che altro non ero se non una schifosa, come la pingue signora tatuata che in un giorno di bonaccia  si è arrabbiata per le mie borse meravigliose a detta sua ostentate e costose o come l’inutile eunuco detto torvo per via dello sguardo nero a guisa di corvo e il cui massimo traguardo è stato di deprecare come lo guardo.

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede e degli sciocchi ormai non mi circondo, vadano altrove è tanto grande il mondo, io tengo qui con me proprio accanto tutti quelli, e questi soltanto che, direbbe mia nonna, sono come il Signore comanda e che hanno capito che più della risposta conta la domanda , che non serve annuire se non capisci cosa voglio dire, che non serve una mano d’aiuto se così compri il mio diritto di rifiuto, che se la tua idea non condivido non è reato, non uccido.

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede eppure di sciocchi quanti ne conto che vivono sempre tutto come un affronto, convinti di essere eterni come se non fossero numerati anche i loro inverni e discutono per giorni se mi vedono passare nei dintorni e cercano tracce del mio passato o dei loro vizi in ciò di cui ho scritto o parlato per sentirsi autorizzati a essere mediocri, deboli e malfidati.

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede e per fortuna lo sciocco non guarda la luna, bimbe mie belle, e neppur si cura delle stelle, resta fermo a fissare il dito e non sa di non aver capito che a me lui è servito solo per giocare e così è se vi pare.

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Sonia

Ho compiuto quarant’anni, lunedì scorso. È stata una bella giornata di auguri, regali, pensieri e sorrisi. Mi sono sentita felice. Ho fatto fare la torta, io, l’ho ordinata il venerdì precedente e io non mi sono mai interessata di avere una torta per il mio compleanno, ma questa volta si. Ho chiesto che scrivessero “Sonia 40 ! ”
Il pasticcere mi ha chiesto, per conferma, se volevo il punto esclamativo dopo il numero. Gli ho detto di si, che non era l’enfasi con cui ordinavo la torta, volevo davvero il punto esclamativo. In realtà le mie parole precise sono state “per i 40 faccio una pausa dai punti interrogativi”.
La torta era buona, ho espresso il mio desiderio soffiandolo via lontano e vedremo, ho brindato alla mia e a quella di chi era lì a un passo da me, ho brindato al compimento di quanto è stato e al punto esclamativo con cui terminavo la giornata e il mio quarto decennio. Ho brindato al tempo, generoso, alla vita vissuta tutta anche nei giorni vuoti, a me, a Sonia, il nome che mi porto addosso e che nessuno mai usa, non per chiamarmi almeno, il mio nome è una delle cose che mi piace di più, di me. Le fonti riportano che fosse il nome di una bellissima ragazza con i capelli scuri che abitava nel palazzo dove mia madre viveva con i miei nonni, prima di sposare mio padre. La bella Sonia dirimpettaia esercitava un fascino particolare su mio nonno, pare e mia madre in sala parto, presa alla sprovvista perché non si erano preparati davvero un nome da femmina, lei aveva la pancia a punta e in un’epoca senza ecografie questa era condizione sufficiente a soddisfare la curiosità legata al sesso del nascituro, quindi lei in quel momento richiesta del dare un nome alla creatura ha detto Sonia, senza punto esclamativo, credo, ma ha detto Sonia. Perché pensasse alla vicina di casa che flirtava con suo padre durante il parto non lo so ma siccome le piaceva anche il nome Samuela, nessuno me ne voglia, ma è andata benissimo così. Da punto esclamativo. Non so quanto tutto questo sia vero ma trovo sia comunque una bella storia da raccontare. Mio nonno, per la cronaca, mi ha sempre chiamata Ninni. Ma nella mia famiglia nessuno usa, davvero, il proprio nome. Come in certe tribù o in alcune culture in cui il nome resta segreto fino a un certo momento o non viene attribuito finché non si manifestano delle peculiarità che rendono chiara la scelta. Da noi il nome viene dato e poi dimenticato per il resto della vita. Se va bene viene abbreviato e non vale la regola del nome corto, abbreviamo anche quello, lo tronchiamo alla prima sillaba, zac, una circoncisione del nome, un rito iniziatico. Ho un cugino che si chiama Pasquale, chiamato Nino da quando è nato, diventato Nì dopo dieci minuti dalla nascita. Dal resto nostra nonna è nonna Cocò. Il suo vero nome si è perso con le fonti che potevano ancora testimoniarlo.
Io sono So’. Mio fratello è Die. Mia sorella è Chia.
Ma io sono anche, soprattutto, Kibu. Da quasi due decenni, ormai. Lui mi chiama così e allora io sono così. Il perché non posso raccontarlo ma è anche quella una bella storia.
Però, per chiudere i miei primi quarant’anni (!) ho voluto brindare come Sonia, a nome intero. A figura intera, a faccia scoperta, a mani alzate. Disarmata. Senza filtri, nomignoli, riduzioni o sconti. Non ne ho avuti, di sconti. Li ho compiuti tutti e volevo che tutti fossero lì, tutti e quaranta, pieni e usati, logori e sfilacciati, belli, recenti o impolverati, tutti, tutti compiuti, finiti e alcuni ancora mi sembrava dovessero arrivare e invece se ne sono già andati.
Qualcuno mi ha detto “benvenuta negli anta”. Io ho pensato all’armadio, all’anta dell’armadio. Colpa del mio emisfero cerebrale dominante, il sinistro. Se dici anta io immagino l’ anta dell’armadio. Perché penso in modo lineare e analitico. Ho pensato che nel mio armadio c’è un casino, abiti di tutte le stagioni e di tutti gli anni, i jeans di quando andavo all’università, l’abito comprato per il matrimonio di mia sorella, sabato scorso, il maglione che mi ha regalato il mio primo amore che si chiama Stefano ma io lo chiamavo Voga, i costumi della vacanza in barca del 2006, tutto insieme lì dentro, chiuso dietro l’anta. Io sono come il mio armadio. Ho chiuso tutto dentro e c’è davvero tutto. Di tutto. C’è Sonia intera, c’è So’, Kibu, Soso’, Ninni. Mamma. Mami. Ma’.
C’è un casino ma nel mio disordine trovo tutto. Di tutto. Senza cercare troppo, vado a colpo sicuro e ritiro fuori quel che è stato, il tempo passato, le frasi e le parole, il senso compiuto e il senso del compiuto, quell’aria che assumono le cose quando diventano irreversibili e la patina che cade sopra le persone quando diventano irraggiungibili, la tristezza dell’amore quando finisce e la stretta al cuore quando vai via e sai che ti sta osservando di spalle e speri di non cadere e speri di non voltarti e sai che quella scena è irripetibile anche se la ripeterai infinite volte nella tua testa, di notte, soprattutto di notte, quando tutto fa più male. Ritiro fuori la fatica di essere. Di capire. Di andare avanti e basta, spostatevi tutti, vi avviso, ho scagliato la pallina come un proiettile e fate attenzione vi avviso, non ho il controllo, lancio e vado avanti, vi avviso, abbiate cura di voi che io devo badare a me, al mio gioco e mi dispiace, non abbiatecela con me.
E la gioia quella che dura un secondo, un lampo di genio, l’intuizione che ti svolta la giornata, il significato che muta se giri la carta, la sorpresa senza il fiocco che il fiocco è tra i capelli, un cane che si piscia addosso dalla felicità di vederti, un cuore che batte sopra il tuo allo stesso ritmo e sai che è il cuore giusto, quello che conosce il tuo tempo e nulla sarà come il dolore di perdersi, poi. Ritiro fuori la paura di non piacere, la certezza di non essere adatta, le scarpe belle ma strette, il dolore di camminare facendo finta di niente, la speranza che finisca, il senso di vuoto che non si placa e non si dà pace, l’idea e la realtà, il risultato e il rapporto costo beneficio, la scomposizione logica, l’analisi della situazione, le motivazioni valide. Gli anni vissuti come uno sherpa, il carico da portare, le intemperie e nonostante tutto il sorriso, o la paresi ebete, che questo è il compito di una madre, portare il peso sorridendo, perché la vetta è sempre e solo una conquista altrui.
Tutto, tutto qui, o lì, dipende. Tutto dentro, dietro questi “anta” che proteggono dalla polvere e dagli sguardi.
Qualcuno, invece, mi ha detto che è tempo di bilanci. No. Ho risposto. È tempo di bilancia. Non mi interessa guardare la mia vita e farne una questione di attivo e passivo, di stato patrimoniale o conto economico. No, io no. Io voglio pesare gli anni, i mesi, i giorni, i minuti, le parole, i baci, le lacrime, gli sbuffi di fastidio, le parolacce, Dio, quanti chili di parolacce ho detto, i silenzi, le rappresaglie, i dispetti, la ferocia, l’insicurezza, il sudore, i libri di Diritto Costituzionale, le gonne troppo corte e i rossetti troppo rossi, le risate urlate, i singhiozzi quando non si sente. Le serate fumose e futuribili, il senso della vita trovato e perduto in fondo alla borsa tra le chiavi e gli occhiali.
Le persone che mi hanno amata, tutti, tutte, imprecise e strane, imperfette e folli ma creative e istintive che per amare me devi avere l’emisfero destro dominante altrimenti non puoi farcela, e quelli che mi hanno odiata, a ragione oppure no ma non importa, che una ragione si trova sempre e se c’è bisogno di cercarla vi do anche una mano e le persone che mi hanno raccontata e non erano capaci di farlo e si sono incasinate a metà della narrazione e adesso sono lì aggrovigliate tra i fili storti di una trama che non regge e se volessi io potrei tagliarli, i fili, come una delle Parche però e no, non lo farò. Perché peso anche il piacere sottile che mi dà vederle strette in quella ragnatela di menzogne che si sono creati.
E le persone che mi hanno disegnata, modellata, raccontata, cantata e sapevano farlo. E sapevano incantare e meravigliare, trasformare il sogno, cambiare la direzione e riempire l’aria di un odore buono come una benedizione, un unguento, un sospiro di sollievo. Quelli che mentre io guardavo le differenze trovavano le somiglianze, quelle persone che hanno avuto cura di loro e di me con loro.
Io voglio pesare le mie pance enormi, il dolore della nascita e la pancia quella che non si è mai vista ,occupata da un battito di ali per poco e il dolore dell’aborto.
La felicità che se non sei abituato stordisce. E se sei abituato non è felicità.
Voglio pesare ogni no. Tutti i si. I punti interrogativi, tanti, piccoli aghi nascosti tra le pieghe degli abiti quando prendi le misure. Le certezze barattate per un posto nell’incavo del collo. Gli occhiali con la montatura spessa, le vacanze al mare, la voglia di sparire, le canzoni che svegliano la nostalgia e il bisogno di sentirsi fragili. Le scene che fanno ridere. Gli anatemi scagliati, l’ira degli dei, il rifiuto offeso, le ritirate nella torre d’avorio, i mai più mantenuti per sempre.
I punti esclamativi, accompagnati da un gesto preciso della mano che sembra scriverli a mezz’aria, con il pollice che si richiude sull’indice ed è così!
Ecco, non mi serve un bilancio, mi serve una bilancia. Per pesare tutto questo e tanto altro, la mia vita sino ad oggi e quel che pesa di più è ciò che vale di meno. È ciò che posso lasciare qui, a questo punto del cammino, senza rimpianti che quelli soprattutto pesano e impacciano. Infilo tutto alla rinfusa in un cartone e sopra ci scrivo Sonia, 40!
E vado avanti. Felice.

 

torta

Di boschi, matrimoni e streghe

 

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve. Non si chiama Biancaneve, no e non è una principessa . Non c’è alcun cacciatore che deve pugnalarla e nemmeno dei nanetti poco avvezzi all’igiene personale che l’accolgono. Però c’è un bosco, quello si. La ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve ci si è infilata e adesso è lì dentro, con sé ha la sua bambina, creatura magica e perciò perfetta in un bosco. La ragazza è seduta su una ceppaia ricoperta di muschio e forse le fa un po’ senso appoggiarcisi però non c’è altro e allora va bene così. Non è felice di essere nel bosco, ha paura ma non lo vuole dire, teme che qualcuno- chi, in un bosco?!- possa sentirla e giudicarla, non sa, però, che nel bosco a nessuno importa di condannarla, assolverla, valutarla. Nel bosco importa solo prendere la luce quando c’è, creare scambi, appoggiarsi a chi è più saldo, intrecciare le radici sotto terra dove non  si vede, come amanti che si stringono le mani di nascosto e connettersi gli uni agli altri per davvero, crescere, morire, rinascere, offrire riparo e chiedere in cambio di portare un seme più in là dove possa diventare quello che già è, in fondo.

C’è un principe, un ragazzone grande e grosso con tanti capelli e la barba ed è meglio non immaginarlo in calzamaglia.  C’è anche lui, nel bosco, ma non è vicino a lei, ha preso un suo sentiero che non è distante ma in questo momento, sulla ceppaia, lui non c’è. Si ritroveranno, prometto, quando farà chiaro, tra poco. Perché, non avevo detto, che adesso nel bosco è scuro. Lei è impaziente, è proprio lei così, il bosco ha solo accentuato questa caratteristica. Ma quando è buio è bene fermarsi e aspettare. E guardare. Sentire. Annusare. Toccare. L’attesa come un ulteriore organo di senso e da quelli ripartire senza altri condizionamenti, senza pensare di sapere, senza credere di conoscere. Nel bosco si impara per esperienza, per osservazione, per imitazione,almeno in questo bosco è così. Ci sono i sentieri  tracciati, vuol dire che qualcuno ci è passato prima e chissà se quel tronco su cui la nostra ragazza è seduta , se potesse parlare quante ne racconterebbe. Ci sono le indicazioni, non è un labirinto. Ma ciascuno deve fare per sé, ecco perché il principe hipster  non è accanto a lei, in questo momento.

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve seduta impaziente su quello che, una volta, era un albero, in un bosco  di sera mentre tiene in braccio una bambina, la sua, che però non ha alcun timore perché nessuno le ha ancora detto che il bosco fa paura . Non è felice, abbiamo detto. Io ho detto. Non ha il coraggio di alzare lo sguardo e osservare, abituando gli occhi all’oscurità e affinando ogni percezione diversa da tutto quello che fino ad oggi ha sperimentato o ha creduto di sapere. Se lo facesse, cosa vedrebbe? Cosa sentirebbe? In un bosco pieno di sentieri? Vedrebbe altre ceppaie e sentirebbe la presenza di altre ragazze sedute impazienti. Sentirebbe i passi di quelle che si sono alzate e hanno ripreso il proprio sentiero  e le foglie secche si spezzano al passaggio e si accorgerebbe, perché lo percepirebbe, che nessuna di loro ha un passo leggero, è come se portassero tutte un peso, un fardello, un carico, un figlio addosso che prima era dentro e pesava sulla pancia adesso è fuori e schiaccia come la forza di gravità e pesa ovunque, ma questo nessuno lo dice e forse chi ci prova ad avvisare viene visto come un eretico, un pazzo capace di scrivere fardello e figlio nella stessa frase. Vedrebbe quelle che ci sono riuscite e capirebbe che sono uguali a lei, sono entrate nel bosco,  si sono sedute, hanno atteso e nell’attesa hanno tolto dai propri zaini il carico inutile, le mappe, il gps, le raccomandazioni, i pediatri, i logopedisti, la cultura personale, internet, il sapere diffuso e l’ignoranza dilagante, le maestre e le suocere e, si, pure le madri e tutto l’esercito di sapienti che invece di dirti che adesso hai un fardello ti raccontano che la vita è meravigliosa e ciascuna di quelle ragazze che si è alzata dalla ceppaia ci aveva creduto e ciascuna di loro si è sentita sbagliata ogni volta che ha pensato che per lei era troppo pesante, troppo difficile e non si è sentita in grado di farcela, perché non riusciva ad aderire a un’idea di realtà sbagliata, falsa, come dire che il sole gira intorno alla terra e chi dice il contrario o è pazzo o è eretico.  E potrebbe chiedere, se volesse, se dal suo zaino togliesse la presunzione, potrebbe chiedere come funziona. Non la creatura magica, piccolo elfo buffo, ma la vita con una creatura magica e pesante che rallenta tutto il tuo cammino ma che allo stesso tempo lo indirizza, lo raddrizza a volte. E si stupirebbe di accorgersi che quelle ragazze si fermerebbero a dirglielo. Perché nel bosco ci si aiuta, ci si sostiene, nel bosco la conoscenza è soffusa come un sussurro di incoraggiamento, il tempo è prezioso, la diversità è ricchezza.

Ah, c’è anche una strega. Va detto. Non è una matrigna, non ha il desiderio di essere la più bella, non ha mele avvelenate da offrire. È una strega scontrosa e ruvida così trattiene solo chi vuole ma conosce bene il bosco, è inciampata in radici sollevate e ha preso qualche ramo in un occhio, ha tentato con le scorciatoie e ha capito di non potersele permettere, mai.  Conosce bene anche la ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve, l’ha accudita per tanto tempo, un po’ per gioco un po’ per dovere, in forza di quei dodici anni che le separano e che ne hanno fatto protagoniste diverse della stessa storia, che ne hanno fatto sorelle lontane.  Quando la strega si specchia a volte vede riflessa l’immagine sfocata di una ragazza impaziente seduta in lacrime sulla ceppaia con due bambine, creature magiche; il più delle volte vede riflessa l’immagine nitida di una donna senza più zaini che ride e cammina accanto a due fanciulle, creature magiche.

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve seduta in un bosco, con la sua bambina , che tra  quarantotto ore si sposerà con il principe pieno di capelli. Sarà una grande festa che  si svolgerà nel bosco perché  non sono ancora usciti da lì, si incontreranno in un punto del sentiero, poi proseguiranno il proprio cammino ma si sentiranno più vicini con il cerchiolino dorato all’anulare, sentiranno di essersi promessi la felicità reciproca e chissà che non sia davvero così facile, chissà che non basti questo davvero, chissà che non sia questa la vera eresia, assumersi l’impegno di esserci anche se lungo un sentiero diverso . C’è di bello che il bosco ha ombra e un buon profumo,  non ti mette fretta e ti conduce sempre in posti meravigliosi.

La strega non farà auguri speciali, non compirà incantesimi o magie, non penso che alle streghe piacciano i matrimoni ma ci sarà e siederà alle spalle della sposa dai capelli di ebano, subito dietro una donna dai capelli grigi e lo sguardo severo. Anche lei ha esplorato il bosco tanti anni prima, quando era una ragazza con i ricci ramati e lo sguardo severo che stringeva una bambina scontrosa e ruvida e poi, tanti anni più tardi, teneva per mano una bambina con la carnagione bianca come la neve.

Solo un attimo prima che tutto finisca, o inizi, in fondo il matrimonio inizia, un momento prima se la sposa vorrà voltarsi potrà specchiarsi anche lei nello specchio delle brame, custodito dalla strega. E vedersi pronta a diventare ciò che è, senza paura. In quello specchio, in quello sguardo, in quell’abbraccio l’augurio di essere, ogni giorno, se stessa.

W LA SQUOLA

 

Inizia la scuola bimbe mie belle

È finita l’estate con le sue stelle

Suona la sveglia ogni mattina

La più lenta è sempre Cristina

Lei  comincia la prima media

Attenta e composta sulla sedia

Alta  con la coda di cavallo

Bella con il sorriso di metallo

Per Pepe sono momenti felici

Perchè ritrova tutti i suoi amici

Edo, Matteo e poi Vittoria

In quarta è una nuova storia

Inizia la scuola bimbe mie belle

Così diverse eppure sorelle

È ora di compiti ed esercizi

È finita l’estate con i suoi vizi

È tempo di zaini e quaderni

La vita per me  si conta in inverni

Che sembra non debbano finire

Poi in un attimo è tutto un frinire

Che sembrano uguali tutti i giorni

E invece non ce n’è uno che ritorni

Che sembra di non poterne più

Ma poi scopri che il sole sei tu

Inizia la scuola bimbe mie belle

Senti che suonano le campanelle

Per il cambio d’ora e professore

Per un intervallo o per un amore

Per dire “via c’è la libera uscita”

E’ ancora tutta da scrivere la vita

Ognuno ha in sé il proprio racconto

E’ finita l’estate, è ora di raccolto

Avete penne di tutti i colori

Cartucce ed evidenziatori

Ma non c’è la gomma per cancellare

La pagina si può solo girare

La vita non serba rancore

Se vai oltre ogni tuo errore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adesso, io dovrei…

 

Mi sto sforzando troppo. Di vedere e allora strizzo gli occhi e mi viene mal di testa e non ci sono occhiali che bastino. Di sentire e allora mi si tappano le orecchie come a dire dai basta, non si può ascoltare tutto da tutti. Di scrivere e allora mi si infiamma il polso, mi compare una cisti che fa male e quasi fa il paio con la gobbetta che ho sul dito medio della mano destra, sul lato verso l’indice, ho questa deformità che è un lascito degli anni in cui la penna era il mio strumento quotidiano e della forza che imprimevo in tutto quello scrivere. O della forza che tutto quello scrivere imprimeva in me. Non ricordo più come è andata, forse così, forse al contrario. Comunque c’era molta forza e il dito lo testimonia. Il dito medio, ripeto e sottolineo. Di fare e allora mi affanno e mi viene su il nervoso perché il tempo è sempre limitato e io sono sempre una e gli impegni quelli sono per tre o per quattro o per due, dipende, ma sono tanti e tutti su queste spalle che ho scoperto più larghe di quanto non sembrasse, alla fine, anzi all’inizio. Di andare, sempre, avanti e indietro, corri, cammina, alzati,abbassati, fai una giravolta, andare, andare che a quello servono le gambette corte (così mi ha detto Pepe, che ho le gambe corte) ma allenate, sottili ma forti. Anche loro. Penso che dovrei essere misurata in newton, non in centimetri o chilogrammi. Mi renderebbe giustizia.

Dovrei, invece, procedere con leggerezza. Rispettare le pause. Che belle, che sono le pause. Sono lievi, poetiche, illuminanti. Dovrei cambiare il senso orario agli eventi, come cambio il senso alle parole, cambiando solo una consonante o un accento, dovrei provare a far girare tutto in senso antiorario, al contrario e vedere se è come quando cerchi di avvitare e stringi, stringi ma dovevi svitare e allentare, allentare. Rallentare. Senza fermare, no, no. Rallentare. Procedere lentamente.  Dovrei girare la chiave nella toppa dall’altra parte e scoprire che quel che cercavo di aprire, forse, andava solo chiuso. O viceversa. Lasciare la porta aperta e scoprire se tutto quello che custodisco gelosamente resta o se ne va.

Dovrei allacciare la fusciacca su quel vestito rosso e segnare il punto vita. Sottile. Perché adesso  vale la pena di sottolineare.  Adesso che le gambe corte sono sdoganate, le spalle sono larghe, il dito medio è forte, ogni segno, ogni ruga è esattamente dove dovrebbe essere, adesso che le ammaccature sono a vista e raccontano la vita, la mia, quella che sottolineo, adesso,con la porta aperta e la fusciacca che all’occasione è utile anche come frusta, le mie botte sulla carrozzeria   che,alla fine, con quarant’anni di chilometri sotto i piedi poteva essere molto peggio di com’è, adesso che mi sforzo perché adesso so di essere forte, tanto forte, così forte da correre il rischio di andare oltre la mia stessa forza.

Adesso, io dovrei andare  e lasciar correre, ballare senza averlo mai saputo fare, ridere sul serio, essere certa di ogni mio dubbio, vincere e lasciar perdere. Dovrei ammettere che conosco i punti dell’agopuntura per agevolare il transito intestinale e per alleviare i dolori mestruali ma ancora cerco l’interruttore per abbassare la luce di un ricordo o il termostato per regolare la nostalgia e dovrei sapere che non c’è da nessuna parte.

Dovrei smettere di voler sapere come sono. Dovrei smettere di pensare di poterlo sapere leggendolo in qualche manuale che alla fine mi ritrovo a fare esercizi di autoconsapevolezza e a scrivere le liste di cosa mi piace, di cosa non mi piace, di cosa so fare, di cosa non so fare e poi devo chiedere, per terminare il percorso di crescita suggerito nel manuale di sostegno, sullo stile del mio primo sussidiario, ad almeno cinque persone che mi conoscono bene di dirmi almeno tre cose in cui  sono brava  e mi rendo conto che ne ho solo quattro di persone a cui rivolgere il quesito e allora capisco che “fare amicizia” non è una delle cose da mettere in lista e di queste quattro tre mi rispondono la stessa cosa e io pensavo che so fare bene la cheesecake e invece scopro che le mie imitazioni fanno divertire un mondo. Dovrei fidarmi, ma anche questo non so farlo bene. E quattro mi dicono la stessa cosa che ha a che fare con le parole, con la parte di me più lontana, arcaica, grezza e dovrei fidarmi, adesso.

Dovrei essere come sono, adesso. Adesso che posso assomigliarmi, intendo. L’altro giorno mia figlia mi ha detto che era contenta di rifare la carta d’identità perché nella foto nuova si assomiglia di più.  “adesso sembro io”, ha dichiarato sicura. Io nelle foto, adesso, mi somiglio. Perché ho capito come fare a sorridere che può sembrare folle e forse lo è ma io non ho mai sorriso nelle foto perché io, nella vita, non sorrido molto ma rido tantissimo e nelle foto è un casino ridere allora le foto non mi somigliavano mai. Poi Cri mi ha detto che sorrido quando le scatto io le foto e che forse è più folle ancora. Ma è vero. Io scatto le foto e sorrido. Non perché scatto le foto ma perché guardo loro e sorrido. Le guardo e so che dovrei fare solo quello in fondo nella vita. So che loro due vanno nella lista di cosa mi piace. E sorrido. Allora, adesso, nelle foto sembro io perché non guardo mai chi la scatta ma guardo una di loro due, o lui. Se guardo lui io sembro  davvero io. Se guardo lui mi somiglio tantissimo. E anche questo ha a che fare con la parte grezza, arcaica, lontana di me. E di lui. E dovrei raccontare di questo perché adesso che lo sto solo accennando io sorrido e secondo me, si legge pure il sorriso ed ecco come sono, adesso che mi somiglio, adesso che ho una lista, una fusciacca, un dito medio bitorzoluto ma ancora efficace, una storia che sorride solo a raccontarla, rughe che sottolineano i passaggi, ammaccature che si fanno sentire come le ferite quando cambia il tempo, porte aperte per uscire, punti miracolosi per mandare a cagare, foto da scattare, cheescake da preparare.