Mi sto sforzando troppo. Di vedere e allora strizzo gli occhi e mi viene mal di testa e non ci sono occhiali che bastino. Di sentire e allora mi si tappano le orecchie come a dire dai basta, non si può ascoltare tutto da tutti. Di scrivere e allora mi si infiamma il polso, mi compare una cisti che fa male e quasi fa il paio con la gobbetta che ho sul dito medio della mano destra, sul lato verso l’indice, ho questa deformità che è un lascito degli anni in cui la penna era il mio strumento quotidiano e della forza che imprimevo in tutto quello scrivere. O della forza che tutto quello scrivere imprimeva in me. Non ricordo più come è andata, forse così, forse al contrario. Comunque c’era molta forza e il dito lo testimonia. Il dito medio, ripeto e sottolineo. Di fare e allora mi affanno e mi viene su il nervoso perché il tempo è sempre limitato e io sono sempre una e gli impegni quelli sono per tre o per quattro o per due, dipende, ma sono tanti e tutti su queste spalle che ho scoperto più larghe di quanto non sembrasse, alla fine, anzi all’inizio. Di andare, sempre, avanti e indietro, corri, cammina, alzati,abbassati, fai una giravolta, andare, andare che a quello servono le gambette corte (così mi ha detto Pepe, che ho le gambe corte) ma allenate, sottili ma forti. Anche loro. Penso che dovrei essere misurata in newton, non in centimetri o chilogrammi. Mi renderebbe giustizia.

Dovrei, invece, procedere con leggerezza. Rispettare le pause. Che belle, che sono le pause. Sono lievi, poetiche, illuminanti. Dovrei cambiare il senso orario agli eventi, come cambio il senso alle parole, cambiando solo una consonante o un accento, dovrei provare a far girare tutto in senso antiorario, al contrario e vedere se è come quando cerchi di avvitare e stringi, stringi ma dovevi svitare e allentare, allentare. Rallentare. Senza fermare, no, no. Rallentare. Procedere lentamente.  Dovrei girare la chiave nella toppa dall’altra parte e scoprire che quel che cercavo di aprire, forse, andava solo chiuso. O viceversa. Lasciare la porta aperta e scoprire se tutto quello che custodisco gelosamente resta o se ne va.

Dovrei allacciare la fusciacca su quel vestito rosso e segnare il punto vita. Sottile. Perché adesso  vale la pena di sottolineare.  Adesso che le gambe corte sono sdoganate, le spalle sono larghe, il dito medio è forte, ogni segno, ogni ruga è esattamente dove dovrebbe essere, adesso che le ammaccature sono a vista e raccontano la vita, la mia, quella che sottolineo, adesso,con la porta aperta e la fusciacca che all’occasione è utile anche come frusta, le mie botte sulla carrozzeria   che,alla fine, con quarant’anni di chilometri sotto i piedi poteva essere molto peggio di com’è, adesso che mi sforzo perché adesso so di essere forte, tanto forte, così forte da correre il rischio di andare oltre la mia stessa forza.

Adesso, io dovrei andare  e lasciar correre, ballare senza averlo mai saputo fare, ridere sul serio, essere certa di ogni mio dubbio, vincere e lasciar perdere. Dovrei ammettere che conosco i punti dell’agopuntura per agevolare il transito intestinale e per alleviare i dolori mestruali ma ancora cerco l’interruttore per abbassare la luce di un ricordo o il termostato per regolare la nostalgia e dovrei sapere che non c’è da nessuna parte.

Dovrei smettere di voler sapere come sono. Dovrei smettere di pensare di poterlo sapere leggendolo in qualche manuale che alla fine mi ritrovo a fare esercizi di autoconsapevolezza e a scrivere le liste di cosa mi piace, di cosa non mi piace, di cosa so fare, di cosa non so fare e poi devo chiedere, per terminare il percorso di crescita suggerito nel manuale di sostegno, sullo stile del mio primo sussidiario, ad almeno cinque persone che mi conoscono bene di dirmi almeno tre cose in cui  sono brava  e mi rendo conto che ne ho solo quattro di persone a cui rivolgere il quesito e allora capisco che “fare amicizia” non è una delle cose da mettere in lista e di queste quattro tre mi rispondono la stessa cosa e io pensavo che so fare bene la cheesecake e invece scopro che le mie imitazioni fanno divertire un mondo. Dovrei fidarmi, ma anche questo non so farlo bene. E quattro mi dicono la stessa cosa che ha a che fare con le parole, con la parte di me più lontana, arcaica, grezza e dovrei fidarmi, adesso.

Dovrei essere come sono, adesso. Adesso che posso assomigliarmi, intendo. L’altro giorno mia figlia mi ha detto che era contenta di rifare la carta d’identità perché nella foto nuova si assomiglia di più.  “adesso sembro io”, ha dichiarato sicura. Io nelle foto, adesso, mi somiglio. Perché ho capito come fare a sorridere che può sembrare folle e forse lo è ma io non ho mai sorriso nelle foto perché io, nella vita, non sorrido molto ma rido tantissimo e nelle foto è un casino ridere allora le foto non mi somigliavano mai. Poi Cri mi ha detto che sorrido quando le scatto io le foto e che forse è più folle ancora. Ma è vero. Io scatto le foto e sorrido. Non perché scatto le foto ma perché guardo loro e sorrido. Le guardo e so che dovrei fare solo quello in fondo nella vita. So che loro due vanno nella lista di cosa mi piace. E sorrido. Allora, adesso, nelle foto sembro io perché non guardo mai chi la scatta ma guardo una di loro due, o lui. Se guardo lui io sembro  davvero io. Se guardo lui mi somiglio tantissimo. E anche questo ha a che fare con la parte grezza, arcaica, lontana di me. E di lui. E dovrei raccontare di questo perché adesso che lo sto solo accennando io sorrido e secondo me, si legge pure il sorriso ed ecco come sono, adesso che mi somiglio, adesso che ho una lista, una fusciacca, un dito medio bitorzoluto ma ancora efficace, una storia che sorride solo a raccontarla, rughe che sottolineano i passaggi, ammaccature che si fanno sentire come le ferite quando cambia il tempo, porte aperte per uscire, punti miracolosi per mandare a cagare, foto da scattare, cheescake da preparare.

 

 

 

 

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