Vorrei avere la visione finale. Niente di mistico, religioso, apocalittico, no. Solo saper già vedere come verrà alla fine. Qualcosa. Come la mia amica Sara che fa l’architetto, visita case orrende e sa che saranno bellissime, sa quali colori e quali materiali e come posarli e vede la trasformazione dove gli altri vedono le macchie di umidità. Come Ernesto, il mio parrucchiere, che tu stai lì, seduta sotto il suo sguardo sicuro, con i capelli bagnati divisi in due sulla testa e appiccicati al viso, così simile a un topo bagnato, e lui vede come sarà alla fine. Cioè, lui taglia e sa già cosa sarà dopo. Ed è sempre come voleva lui. Magari non come volevi tu, ma lui sarà sempre soddisfatto. Lui sa già. Ecco, io vorrei avere questa cosa qui, di vedere la fine prima che finisca.
Vorrei essere una di quelle persone che arriva all’ultimo momento e trova subito parcheggio. Invece se contassi il tempo trascorso a cercare un posto credo che avrei almeno altri dieci anni da vivere, alle fine. Niente, io non posso permettermi l’ultimo minuto o di improvvisare. Credo che esistano questi individui speciali che ignorano del tutto il fatto che altri comuni mortali cerchino il parcheggio per mezz’ore intere. Come la mia amica Chantal. Io, quando sono davvero alla ricerca disperata, la chiamo. Le dico dove sono e lei mi dice “gira in quella via” oppure “fai inversione, vai lì…”, ecco, lei da casa sua mi trova il posto.
Vorrei provare cosa significa perdonare. La sensazione. Io non lo so, come si fa, cosa si prova, se davvero è come togliere un peso dal cuore, se davvero dopo sei in pace. Io non lo so fare. Io non so nemmeno se mi piace la pace. È una modalità dell’animo che non conosco e non mi attira neppure perché tutto il rimestio magmatico che mi si agita dentro è quello che mi tiene sotto carica. Però, vorrei provare, una volta sola, il perdono. Vorrei un personal trainer che mi mostrasse come si fa, vorrei provarci e poi decidere se ne valeva la pena. Vorrei provare un perdono laico, comunque. Qualcosa che non richieda l’intervento, l’intercessione del divino. E se potessi provare questa sola volta, allora dovrei anche scegliere, credo, chi o cosa perdonare. Dovrei provare con qualcosa di piccolo, di fattibile per essere una prova, ma se poi resta il mio solo tentativo non sarebbe meglio giocarmi subito i carichi pesanti e farla finita? Non lo so. Ci penso, ma non sono convinta. Roba da poco o roba importante? Ci provo o non ci provo? Gli altri o me stessa?
Vorrei più tempo per non riempirlo ma per svuotare il tempo che ho adesso e che è saturo. Vorrei più tempo per diluire il tempo che ho già, annacquarlo, allungarlo e farlo bastare. Vorrei fare le cose che faccio con meno affanno. Una mattina più lenta, un pomeriggio più rilassato, una notte meno rapida. Ecco, non voglio più tempo nel senso della lunghezza ma nel senso della larghezza dentro il quale muovermi in modo sensato e non come una scheggia impazzita.
Vorrei che qualcuno si occupasse anche di me, non sempre, non per tutto. Che so, qualcuno che mi chiedesse se sono stanca, se sono felice, se voglio essere portata da qualche parte invece di portare sempre. Qualcuno che mi dicesse che andrà tutto bene, invece di dirlo sempre io. Invece. In vece. In vece ci sono io. Un genitore o chi ne fa le veci. Io, che porto, che chiedo “sei stanca, siete felici, va tutto bene, come la vuoi la pasta, ti va bene la coda alta così, preferisci che ripassiamo prima geografia o storia, hai mal di pancia, ti sei messa la canottiera, hai preso l’acqua per l’allenamento?” invece, adesso tocca a me, occuparmi di loro. E di me. Ma non sono capace di farmi domande premurose e di accarezzarmi la testa da sola fino a quando non passa. Non so farlo su di me, non so farlo passare. Non so promettermelo. A loro, invece, lo assicuro. Sempre. Lo giuro proprio. Passerà. Ci pensiamo insieme. Lo facciamo insieme.
Vorrei essere tollerante e restare impaziente. Preferisco l’idea di portare un peso, un carico a quella di patire, accettare, è che c’è questa sensazione che si porta dietro la parola pazienza che proprio non mi va. Pazienza lo dici quando è andata male, quando è finita. E lo dici quando aspetti. E sei un paziente davanti a un medico e aspetti che lui ti dica cosa c’è che non va e che ti assicuri che passerà. Stai fermo, paziente, patisci, aspetti. No, grazie, io no. Vorrei tollerare, al massimo, portare il peso finché sento che posso farcela e poi basta, non tollerare più, non andare oltre. Ma vorrei spazientirmi, sempre.
Vorrei che qualcuno mi dicesse come fare con le caviglie di Pepe, che sono storte, anzi dritte, anzi storte, a seconda di chi la visita e lei, paziente, ascolta e io impaziente non accetto più un’altra diagnosi imprecisa, insicura, malferma come i suoi piedi che lo vedo io che sono storti e però non c’è nessuno che si siede accanto a me e mi dice come si fa a scegliere se farla operare, se farle mettere le viti che la raddrizzano oppure no, se con la crescita si sistemerà, se è giusto fare in un modo o se è sbagliato. Non c’è nessuno che mi tiene la mano e mi assicura che andrà tutto bene. Invece, io lo faccio. Con Pepe, le tengo la mano. E le giuro che la sistemiamo questa cosa qui.
Vorrei riuscire a mettere in pratica quella massima zen, quella che dice di non promettere quando sei felice, di non rispondere quando sei arrabbiato e di non decidere quando sei triste. Oh, lo vorrei tanto. Certe mattine mentre guido verso la scuola delle ragazze e siamo su un rettilineo che costeggia il campo volo e sembra che stiamo andando incontro al sole che è appena sorto e che è lì, ancora basso, una palla arancione e più mi avvicino meno lo vedo, come tante cose nella mia vita, ecco certe mattine quando penso al sole che sembra tramonti invece di sorgere io penso a questa frase, a questa semplice regola di condotta e mi sembra che se lo facessi tutto andrebbe meglio e non penserei che il sole tramonta mentre sorge, che tutto finisce, che non si muore di presentimenti,che tutto vale ma anche il suo contrario, che non so, io non so perché se mi avvicino lui sparisce. Allora ci provo, magari per una giornata ci provo. Ma il problema è la tristezza, che per me è un sottofondo. Non sono una persona triste, per niente. Ma mi tengo stretta la mia tristezza di sottofondo, quel suono lontano, quel dolore sbiadito, quel pensare sempre un po’ a qualcosa che non è, che non è più. E poi il vero problema è la rabbia. Non dovrei rispondere mai. E questo sembrerebbe molto scortese, penso. Per la felicità invece dovrei riuscirci, perché felice sono felice, ma non prometto mica tanto facilmente. E poi io giuro direttamente. Solo a loro due, però. Mentre le porto verso il sole che sorge, mentre le ascolto, mentre le guardo, mentre si prendono il mio tempo nel senso della larghezza e della lunghezza, mentre mi occupo dei loro pensieri invece dei miei presentimenti,  io lo giuro che andrà tutto bene come se avessi la sfera di cristallo, o la visione finale.

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