Tu te ne sei andata per davvero, pare. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che tu sia, finalmente, libera. Senza più letto con le sponde, pannolone, sguardo fisso. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio tra le costole sento una fitta. È il tuo abbraccio che stritola sulla porta, il casqué obbligatorio per entrare in casa tua, la tassa di soggiorno ante litteram insieme a tutti quei baci schioccati sulla guancia come se vederci fosse, sempre, una festa . Per esempio la bocca dello stomaco che si chiude e stringe. È che non so se dirti che voglio prima la pasta e non la carne perché tu mi chiedi, io ti dico pasta e tu mi dici carne perché sono come mia madre e poi dopo la pasta la carne non la mangio. E sono le tre del pomeriggio. Sai che non mangio la carne da quasi quattro anni? Anche mia madre, solo che è lei che ha fatto come me, questa volta.

Allora, sei andata via definitivamente, dicono. Pare che tu abbia, finalmente, tutti i tuoi ricordi di nuovo, senza più nebbia e buio e vuoti che occupano spazio. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio le tempie che scoppiano. Sei tu che mi dici che ho una gran testa io, che devo scrivere, studiare, fare la giornalista. Io ero quella con la gran testa. Le belle erano le altre, le mie cugine. Ed era pure vero. Adesso, quella testa che pulsa è piena, forse adesso, sai, vorrei essere bella anch’io per un attimo e contare su quello. Per esempio il nodo stretto in gola, come un sacchetto pieno, le interiora del polpo, sei tu che canti mentre mi pettini e sciogli i nodi ma hai la mano pesante e voglio scappare ma non scappo mai perché io non scappo, non mi hanno insegnato che si scappa, resto, ubbidiente, calma, mentre tu canti, disobbediente e impaziente.

Sei andata via per sempre, ora. Pare che siate, finalmente, di nuovo insieme tu e lui senza più attese e speranze. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio le mani mi formicolano, come se avessi problemi di circolazione. O voglia di picchiare qualcuno. Si, ce l’ho. Come se ci avessi dormito sopra con tutto il peso del corpo. Sei tu che mi fai giocare con Barbara a pulire il bagno, perché una volta i bambini si potevano far giocare così, a pulire, a fare le cose dei grandi, eppure sai che noi ci divertivamo davvero. Le piastrelle tutte, non solo quelle in mezzo alla parete, non abbiamo mai potuto fregarti. Ci avevano già provato le nostre madri, sapevi già il trucco e allora controllavi la fila più alta, compito di Barbara, la più grande, e la fila più bassa, compito mio, la più piccola. Per esempio gli occhi mi bruciano, soprattutto uno. Il destro. Sei tu che mi passi la mano sul cerotto che lo copre il giorno in cui me lo hanno appiccicato addosso. La benda. La chiamavamo così. La benda. Sei tu che mi cuci il vestito da fatina per carnevale. Sono io che ti dico che non si è mai vista una fatina con la benda come un pirata e piango. Ed è un casino piangere con la benda, la colla diventa fastidiosa sulla pelle, le lacrime ristagnano e sembra che non si asciughino mai e forse è così se dopo 36 anni sono ancora lì. Sono le stesse di allora. Sei tu che mi piangi nell’occhio destro.

Sei andata via e non ti vedrò più. Pare che, finalmente, tu potrai rivedere me e le mie figlie, i baci con il casqué che rifilo loro e tutto quel toccarle sempre e accarezzarle e farle ridere e farle giocare. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio le guance mi si infiammano e tirano, prudono. Sei tu che ridi fino alle lacrime, sei tu che imiti le facce strane dei cristiani (= qualunque appartenente al genere umano del quale si ignora o si dimentica il nome), sei tu quella volta in macchina sola con me, io guido, tu parli e dici cose che mi sfiorano le guance e io non so quando. Quando è stato che tu, svagata, distratta, innamorata prima di lui e poi dopo solo dopo molto dopo di tutti gli altri, che pure noi davanti a lui diventavamo cristiani e basta, quando è stato che tu mi hai capita tanto e conosciuta tanto. Per esempio le spalle, mi pesano, come se portassi un mantello enorme e faticoso mentre vorrei il mantello dell’invisibilità e invece no, non si è mai vista una fatina con il mantello dell’invisibilità. Sei tu, con la pelliccia e la spilla di rubini, che chiami l’ascensore e cerchi di aprirlo prima che si accenda la luce verde, ancora con il rosso. Lui che ti dice, ogni volta, aspetta,questa fretta che hai è mai possibile. Impaziente, disobbediente. Sei tu che vai da lui, per sempre. E sulle spalle il peso di aver visto così tanto amore da non sapere come si vive senza.

Sei andata via, Cocò. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare sia tu. Qui. In fondo, nel centro, dentro, nascosta dove non si vede. Dietro il nero degli occhi. Lo stesso nero, io e te. Pare sia tu a farmi male da qualche parte ogni tanto. Pare sia tu. Che resti, sai,che mi imiti, disobbediente, qui dentro me che ti imito. E non scappo, io non scappo.

Ciao Cocò, nonna bellissima e giocosa.

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