Gigi ha quindici mesi e i riccioli nuovi, un vocabolario stentato di sillabe facili, gambe magre e ancora rigide che sembrano montate in un secondo momento al suo corpo smilzo, si muove a scatti di corsa sempre sull’orlo di una caduta e non cade o se cade si rialza. Gigi ride e piange. Gigi squittisce gridolini allegri e imita come una scimmietta pelosa, il dito sulla guancia per dire è buono, batte le mani per dire sono brava, le braccia intorno al collo di sua cugina quasi dodicenne per dire voglio stare con te, le carezze tra i capelli della cugina col nome di sillabe facili, Pepe, per dire voglio che tu stia con me. Gigi ripete mammamamma e questo non cambierà per molto tempo, chiama nonnanonna e scappa con movimenti da piccolo robot, batte sulle finestre, aspetta vicino alla porta, cresce ogni giorno come si cresce nelle foreste o tra i boschi o nei villaggi, un pezzo da ciascuno, un pezzo ad ognuno, Gigi che non deve sentire le cose tristi, Gigi protetta, Gigi che verrà su tra le risate in questo villaggio che oggi sembra quello dei Puffi. Gigi sta bene. Noi stiamo tutti bene.

La ragazza con i capelli color dell’ebano e la pelle bianca come la neve, di cui ho detto appena cinque mesi fa, sempre più sola nel suo bosco, senza Principe, senza bussola, senza luce deve salvarsi da sola. Lei pensa che non ci riuscirà. La strega sa che ce la farà. Ma quel che pensa la strega non conta niente, o solo poco, no forse niente. La ragazza con i capelli color dell’ ebano uscirà dal bosco e riderà, imparerà a venir su tra le risate, anche lei. In questo villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi.  Quel bosco che una manciata di settimane indietro  sembrava l’anticamera di una vita è diventato la sala d’attesa di quel che non si sa, inutile parlare per metafore. Pensava che il Principe fosse lì nei paraggi ma lui era già lontano, troppo lontano e quando qualcosa, o qualcuno, diventa così lontano, che devi strizzare gli occhi e anche così non riesci più a vederlo, allora significa che non devi più sforzarti. Pensava che sarebbe uscita da lì con lui. Ha scoperto che deve stare lì, ancora un po’. Senza di lui. Ha scoperto che il Principe è solo un signore qualunque, con il suo carico di vita e di errori, con i suoi pregi solo che sono anche quelli lontani, troppo sforzo per rivederli. La ragazza con i capelli color dell’ebano e la pelle bianca come la neve ora sta male. Ma starà bene. Noi staremo tutti bene.

Mia madre non è più figlia adesso, alza lo sguardo appena un po’ sopra la cima degli alberi che vede dal terrazzo mentre fuma le sue Diana rosse. Li vede entrambi, o forse no, dura poco. Li saluta e si concede un pezzo di commozione poi si volta perché Gigi batte sulle finestre all’urlo di nonnanonna. Perché la ragazza con i capelli color dell’ebano ora sta male, perché è ora di merenda per Pepe, perché c’è una quasi dodicenne con un nodo nei capelli che non si scioglie se non con la sua spazzola, nel suo bagno, con la sua mano. Perché qui nel villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi c’è sempre qualcuno che la richiama indietro dalla sua commozione e la riporta giù, come il fumo delle Diana rosse quando lo inspiri. Perché entrambi, lassù, stanno bene. Anche lei sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Mio padre ha braccia grandi che ci sta il mondo lì dentro, forse no, ma ci sta il villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Ha le ginocchia malandate, è colpa del peso che porta e dell’incapacità di piegarsi di fronte alla banalità. Mio padre trattiene tutto e tutti, getta reti con le maglie strette per non farti andare via, ti lascia credere che puoi cadere ma non ti lascia cadere mai. Mio padre piange di tristezza, io lo so. E di delusione, io lo capisco. E mi guarda con gli occhi buoni e lì c’è il colore degli occhi di Pepe, di mio fratello, delle nocciole nelle torte e ci capiamo solo così, basta solo questo. Mio padre è una roccia levigata, ha qualche chiodo piantato perché noi ci siamo arrampicati e ogni volta è stata una sfida da vincere ed è capitato anche di perdere e scivolare. Ma lui non ci ha mai lasciato cadere. Mio padre ha le braccia grandi che ci stanno tutti i suoi figli e tutti i suoi nipoti e lui sente che quello è il mondo intero e allora sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Cristina vuole tagliare i capelli, ma solo fino alle spalle, tra otto settimane toglierà l’apparecchio con sei mesi di anticipo rispetto a quanto previsto e preventivato. Perché è stata brava, diligente, scrupolosa. Per merito suo. Ha vinto un bronzo nella sua ultima gara, pur avendo perso due incontri. Ma ha combattuto, ha ascoltato la sua istruttrice e si è presa uno spazio sul podio. Tiene Gigi al suo collo e la fa dondolare, fa finta di lasciarla cadere e non la fa cadere, la fa ridere e vengono su così, come gli alberi nella foresta, ognuno con le sue radici ma vicini, come giovani abitanti di un villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Cristina sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Pepe è venuta su ridendo che non ci avrei scommesso. Pepe non vuole tagliare i suoi capelli, Gigi si perde con le dita lì in mezzo. Pepe ha gli occhi nocciola, occhi buoni, ed è una roccia piena di spuntoni che sono parole e graffi ma poi basta lo sguardo e ci capiamo così. Pepe allarga le braccia e il mondo cambia, Pepe ride e il villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi ride. Pepe va a cena con suo padre, indossa la gonna con le stelle di brillantini e mette il profumo. Suo padre le regala una rosa. Io non ci sono ed è giusto così. Pepe sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Mio fratello si prepara. A diventare roccia levigata, a sentire addosso i chiodi di chi sta solo cercando la propria strada. Mio fratello si prepara ad avere braccia forti come quelle di nostro padre e chissà se lascerà la rete con nodi un po’ più larghi perché per tutto quello che non fai scappare c’è tutto quello che non lasci  entrare. Mio fratello si prepara eppure non sarà pronto al mondo che cambia, ma spero abbia dalla sua l’eco delle risate del nostro villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Mio fratello ha Roby, che si prepara all’amore solo per amore. Mio fratello sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Lui ha fatto sapere ai suoi errori che sono pari, adesso. Che il conto è chiuso. Porta sua figlia a cena fuori, le regala una rosa, lei è bella come non è lui, è altro da lui come un albero in una foresta ma ha quelle radici che sono le sue. Ridono, entrambi. Lei lo sfiora con gli occhi nocciola e lui guarisce in un punto che non sapeva malato. Non si capiranno mai con lo sguardo, loro. Dovranno sempre sfiorarsi per sapersi. Lui ha braccia forti ma non stringe e non trattiene e non tiene. Ha ginocchia che si piegano se serve. Ha occhi verdi come la figlia che vuole tagliare i capelli, si guardano e il mondo cambia in un punto che non sapeva andasse cambiato. Lui ha me, sempre ogni giorno, un passo indietro, uno avanti, uno accanto. Una danza senza musica, una danza tra le risate del villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Lui sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Io rido. A volte piango. Ma soprattutto rido. Ho quarant’anni di cose addosso, qualche chiodo infilato, il segno di qualche scivolata, ho quarant’anni di delusioni e ripicche, di poesie imparate a memoria, di articoli di codice, di posologie di nurofen, di amori finiti e ripensati, di errori e braccia strette al petto. Ho occhi da guardare, capelli da far tagliare, saluti da mandare. Ho una danza sempre ogni giorno da ballare. Ho silenzi. Ho parole con sillabe facili da pronunciare, il dito sulla guancia, le mani da battere per dire brava, le mani da far battere a tutti, nel villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi, che non dobbiamo dire cose tristi perché io sto bene. Noi stiamo tutti bene.

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