Quel che so oggi non conta. Questa settimana, di questo mese, di questo anno che già mi sta sui coglioni.

Quel che so poco importa, tanto lo dimenticherò. In parte. A pezzi. Alopecia della conoscenza, sarà brutto da vedere, sarò brutta da sentire con il mio sapere frammentario, quoziente di una vita divisa per episodi. Chissà se darà il resto, l’operazione. Trattandosi di me penso di si. Darà il risultato e pure il resto.

Quel che so oggi mi irrita. Mi prude. Mi “crude”, dicevano le mie figlie da piccole. Mi fa vomitare. “Gomitare”, dicevano le mie figlie da piccole. Quel che so, oggi, è crudo, crudele, molesto come una gomitata su un fianco, lì dove dovresti trovare accanto quelli che vuoi accanto e, invece, spesso ci trovi uno che ti rifila un colpo per superarti. O per rallentarti e basta, che è ancora più meschino.

Quel che so è tutto vero. Quel che so non è vero per niente. Tutti i Cretesi mentono. Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Quel che so è un paradosso. Quel che so è che non so abbastanza. Quel che so è che non so niente. Pepe l’altra sera si è arrabbiata con suo padre, non so per cosa, qualcosa, a lei capita di arrabbiarsi, prendere fuoco e spegnersi e in genere nel farlo scaraventa per il mondo una qualche rivelazione. L’altra sera gli ha detto “tanto tu non sai neanche di non sapere”. Quel che so è tutto scaraventato.

Quel che so qualcuno me lo ha insegnato. Hanno messo un segno nella mia mente. Hanno lasciato un’ impronta. Qualcuno mi ha insegnato qualcosa. Qualcuno mi ha insegnato a guidare, a svoltare a sinistra dando la precedenza a chi arriva da davanti. Qualcuno mi ha insegnato le divisioni, cos’è il dividendo, cos’è il divisore. Il quoziente. Il resto, se c’è. Qualcuno mi ha insegnato la costruzione di una frase in greco,il verbo, dannazione il verbo dove va messo, così lontano. Qualcuno mi ha insegnato a mettermi in fila, ad aspettare, a dire grazie prego buongiorno buonasera il padre nostro e l’eterno riposo. Quel che so qualcuno me lo ha insegnato mettendosi davanti a me. Accanto a me, dove c’è la curva del fianco. Dietro di me, con la mano che prende la mia e ricalca la lettera h in corsivo maiuscolo, dannazione come si fa.

Quel che so l’ho imparato. Io mi sono procurata quel che so, questo è imparare: apparecchiare, predisporre, procacciare da sé. Ho imparato a parlare davanti a un gruppo di persone di quel che so. Improvvisando quel che non so. Ho imparato a riconoscere il pianto di fame e distinguerlo da quello di pannolino da cambiare. Ho imparato a consolare. Gli altri. Ho imparato a non fare domande quando lo sguardo è scrostato. Ho imparato a farne quando è incrostato. Ho imparato ad abitare la mia vita dandomi il diritto di superficie così ho imparato a costruire. Sopra, edifici, stanze, palazzi. E sotto, cantine, autorimesse, locali di sgombro. Soprattutto sotto. A mettere sottosopra. Ho imparato a dire Grazie. A pregare preghiere nuove. Ho imparato ad allontanarmi, non prestando il fianco. Ho imparato che chi scegli di avere accanto a volte è lo stesso della gomitata. Ho imparato che il problema della gomitata è di chi la dà.  Ho imparato a distinguere gli infelici dai felici. I felici sono belli e si fanno i cazzi loro. Gli infelici sono brutti e si fanno i cazzi miei. Tra chi mi legge ci sono tanti felici. Belli che siete. Grazie. Qualche infelice. Li distinguo da come prendono queste parole. Queste parole riguardano me o riguardano te? Se parlo di me e tu te la prendi sei felice o infelice? Se parlo di me e tu pensi che io parli di te sono io brava bravissima a trascinarti nei miei locali di sgombro facendoteli credere tuoi o sei tu egoico e infelice, quindi brutto? E’ il paradosso dell’infelice. Ho imparato che mica mi devi stare accanto per forza. Ho imparato che si può cambiare idea e si può cambiare strada e si può cambiare e basta.

Quel che so l’ho ereditato. Quel che so l’ho guadagnato. Quel che so l’ho inventato. Quel che so è reale. Quel che so è tutto inutile. Buttate via tutto. Quel che so è fondamentale, non si può stare senza, non si può vivere senza. Quel che so lo dico a tutti. Quel che so me lo tengo per me, figuriamoci se do le perle ai porci. Quel che so è prezioso. Quel che so vale niente. Quel che so è tutto qui. Tra le mani, le mie. Nelle dita, le mie. Dietro gli occhiali, i miei. In mezzo ai capelli, i miei. Tra le pieghe degli abiti, nelle tasche interne delle borse, sotto le scarpe, le mie. Quel che so è tutto lì. Fuori, nel mondo, scaraventato lontano da andare a recuperare. Da lasciar perdere. Quel che so oggi, ma oggi proprio no. Questa settimana lasciamo perdere, di questo mese. Quest’anno, poi, che già mi sta sui coglioni con i suoi casini che si sono ossificati in un attimo e ci vorrebbe qualcuno che mi insegni come si fa. A non tornare. A frantumare. Quel che so è scomodo e se potessi non lo vorrei indossare. Quel che so è ruvido e se potessi non lo vorrei sfiorare. Quel che so è accogliente e se potessi mi addormenterei. Quel che so è liscio e se potessi vorrei scivolarci su e giocare. Ci vorrebbe qualcuno che mi insegni come si fa.

Quel che so mi basta. Quel che non mi è sufficiente. Quel che so fa ridere, quel che so è tremendo. Quel che so riguarda me. Quel che so riguarda il mondo. Riguarda te. Quel che so dipende da me. Quel che so prescinde da me. Come il cuore. Quel che so è tutto nel cuore. Quel che so è tutto nel cervello. Quel che so è sotto i piedi, oggi. Questa settimana, di questo mese, di quest’anno che già mi sta sui coglioni. Quel che so è aulico, intenso, vibrante. Quel che so è rozzo, banale e deludente.

Quel che so sono io. Sei tu. La mia felicità, la tua infelicità. La tua felicità, la mia infelicità. Quel che so lo insegno. Quel che so non lo impari. Quel che so te lo racconto in silenzio, sotto, qui sotto, dove tutto è sottosopra.

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2 pensieri su “Quel che so

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