Una di quelle, ecco, sono una di quelle che vede il lampo e aspetta il tuono. Non conto i secondi che passano tra i due, non chiudo le finestre ma mi giro verso di lui e gli dico “non è che mi lasci? “ e conto i secondi che impiega a rispondere “no, figurati” . Sono una di quelle che è stata lasciata durante un temporale, da lui, quello che adesso mi dice, sempre, no figurati. L’unica volta che mi ha lasciata mi ha lasciata così. Era un giorno che era notte e non mi aveva detto che mi stava lasciando, io l’ho capito che era andato via e allora sono salita in macchina e ho guidato sotto il temporale fino a un posto in cui non avrei dovuto trovarlo e invece era lì. L’avevo trovato dove lo stavo perdendo. Da quel giorno che era notte ogni volta che c’è il temporale io vedo il lampo e aspetto il tuono, non conto i secondi e non chiudo le finestre ma mi giro verso di lui che un giorno che era notte si è preso il mio amore per i temporali e me lo restituisce un po’ alla volta con quel “ no, figurati”.

Sono una di quelle che il mattino no, grazie, no. Non devo vedere, sentire, parlare, pensare. Si, sono una di quelle che il mattino odia tutto e tutti e i suoi genitori per averla messa al mondo costringendola a vivere in un sistema che prevede l’obbligo scolastico e l’ingresso alle 8  e le sue figlie per essere nate in un sistema che prevede l’obbligo scolastico e l’ingresso alle 8. Odio lui che si alza, sempre, sorridendo al mondo, alla vita, a me, persino a me. Allora mi alzo un’ora prima di tutti. È la mia strategia: odio aprire gli occhi su un nuovo giorno e allora lo faccio un’ora prima di quando potrei. Perché in quell’ora sono libera di odiare, imprecare, rimuginare, mugugnare, borbottare, sbuffare. Nessuno mi sente, nessuno lo sa. Dopo sono pronta. Per svegliare le mie ragazze canticchiando stonata parole inventate, rime orrende e prive di metrica, ballando con passetti ridicoli in corridoio, perché il loro risveglio sia lieve e buffo, perché possano sorridere al mondo, alla vita, a me. Persino a me.

Una di quelle che niente è stato facile. Il liceo una pesantezza, l’Università una lotta, ogni esame ansia paura disfatta dolore. Per ventisei volte più le bocciature. Sempre certa che non sarebbe andata bene, sempre incredula quando, poi, andava bene. Una di quelle che studia la propria tesi di laurea dopo averla scritta e la sottolinea e si fa venire i dubbi di non saperne abbastanza.  Il  lavoro una ricerca di me stessa continua, una fatica capire che non era l’ambito nel quale io avrei mai potuto trovarmi. E allora ricominciare la fatica di cercarmi ancora, da un’altra parte, ogni volta.

Una di quelle che le gravidanze per carità, per carità, signora mia. La prima è stata un avvertimento della salita che mi aspettava, con un aborto ritenuto. Finita così, senza una goccia di sangue a indicare che avevo perso. Solo un cuore che non batte più in una pancia già evidente, di quelle che ti viene voglia di guardare. Avere Cristina è stato come scommettere, aveva il 50% di possibilità di nascere e il 50% di possibilità di morire, dunque. Ho puntato tutto quello che avevo restando immobile nel letto sperando che tutto quel sangue smettesse di scendere, a indicare che avevo vinto. Aspettare Pepe è stato un impegno infilato tra mille altri impegni, Cristina di sedici mesi, una nuova attività lavorativa, lui che si era dimenticato che io ero io, ero una di quelle che niente è stato facile, nemmeno stare con lui, nemmeno lasciarlo andare via, nemmeno vederlo tornare. Vomitavo, vomitavo come se dovessi morirne.  Pensavo di non potercela fare, ce la facevo, vomitavo, pensavo che me lo meritavo di stare così male, io che in fondo i figli non ero così sicura di volerli, io che sono una di quelle che non si spiega, ancora, come sia possibile che queste due creature siano capaci di amare così tanto. Persino me.

Sono una di quelle che ha un cognome difficile da pronunciare perché c’è uno iato, due vocali che incasinano parecchio, una di quelle che ha passato anni a provare imbarazzo ogni volta che veniva sbagliato come se fosse colpa mia, scusate, scusate tutti se ho uno iato, colpa mia, di mio padre, di mio nonno, di tutta la sfaccimma di famiglia mia, scusate, non so come rimediare, provo a usare il cognome da sposata ma è come indossare un abito preso a prestito, come guidare un’auto che non è la mia. Sono una di quelle, adesso, che come ti permetti di sbagliare il mio cognome, scusa, fai più attenzione, se non sai leggere correttamente una “a” a cui segue una “e” sei ben un cretino, ti faccio lo spelling ma talmente rapido che ti faccio vedere io, perché in fondo, scusa, sei solo uno che non sa leggere.  Cretino, tu e tutta la sfaccimma di famiglia tua.

Una di quelle, poi, che ha problemi con i sensi, ne ho alcuni più sviluppati di altri. La vista è debole, vero, ma l’olfatto è quasi ferino. Il tatto mi tradisce, manco di delicatezza, ho le mani ruvide, non sentono moltissimo, sono attraversate da righe e taglietti, non ci leggi il futuro. Nelle mie mani ci trovi il passato: il calletto di chi ha usato la penna come se fosse un fucile, i solchi di quanto ho tenuto stretto , i segni di quello che mi è sfuggito. Il senso dell’udito e quello del gusto li uso a mio piacimento,ormai. Sento se mi va, assaggio se mi va. Sono una di quelle a cui hanno dato in sorte anche il senso del dovere, comunque. E il senso di colpa. Mischiati con gli altri sensi, così che non si vedesse che io ne avevo di più degli altri. Sono una di quelle che se c’è da fare una cosa si fa, si fa bene, si fa tutta. Altrimenti, scusate, è colpa mia. Sono una di quelle, però, che mica può essere sempre così. Non è giusto, insomma, che sia sempre colpa mia. Ah, ho anche un profondo e feritissimo senso di giustizia.

Una di quelle che trova tutte le risposte in doccia. Anche a domande che ancora non mi sono posta. E trovo le parole giuste, gli incipit e le chiuse migliori. Il significato della vita, del tempo che passa.  Trovo il bandolo della matassa, l’ago nel pagliaio, pagliuzze  e travi nei vari sguardi. Chiudo discorsi in sospeso senza l’altro interlocutore, faccio le prove, patteggio il rimorso, alimento il rancore.  La ricetta della torta per le ragazze, l’idea per le bomboniere, il titolo del libro da consigliare a Betta, quella cosa, quella cosa lì da raccontare a Mara.  Quando esco punto il phon sullo specchio appannato, tutto si dissolve, conto i secondi che passano e alla fine, di tutto questo, resto solo io.

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2 pensieri su “Una di quelle

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