Si dimentica prima l’odore o la voce di una persona? Forse dipende dalla persona. Di alcune io ricordo il profumo della pelle, di altre il timbro della risata. Oppure l’odore che c’era nelle loro case o la cadenza arrotolata di alcune consonanti o della x, la iccsi.

Vuoi più bene a mamma o a papà? Una volta si faceva questa domanda ai bambini, a me lo chiedevano le zie di mio padre. A tutti e due, rispondevo timida o infastidita, brava mi dicevano loro.
Che cazzo di domanda è?
Alle mie figlie non è successo, tranne una volta a Cristina ma lei non può ricordarlo. La nonna di suo padre, la bissa, donna forte e limpida con gli occhi grigi di un gatto un giorno mi ha detto di averglielo chiesto e che Cri le aveva risposto “papà”.
Perché tu sei troppo nervosa, tesurin.
Io non avevo assistito, Cri aveva circa un anno mezzo e diceva quattro parole in croce, la bissa comunque era la nonna di suo padre, che ne so, magari se la domanda l’avesse fatta mia nonna avrebbe capito “mamma”. Però aveva ragione. Ero troppo nervosa.

È nato prima l’uovo o la gallina? Cri sostiene che sia nato prima l’uovo perché è un organismo più semplice dal punto di vista cellulare. La vita sceglie la via più facile per generarsi. Dice. E poi quella più complicata per barcamenarsi. Dico. Le sue risposte asettiche, comunque, mi agitano sempre un po’.

I desideri sono ereditari? Come la forma degli occhi o il tipo di carnagione? Oppure no, ciascuno ha i suoi e non c’è trasmissione degli aneliti con gli alleli? Spero che sia così. Non vorrei vedere le mie ragazze affannarsi per i miei desideri che adesso, poi, sono soprattutto per loro. I miei desideri non mi riguardano più. Allora, forse, sono ereditari al contrario? I figli ci trasmettono i loro e noi ce li intestiamo come se fossero nostri? Diventano nostri i desideri dei nostri figli? Ho complicato tutto. Devo chiedere a Cri come semplificare.

Quelli che parlano di qualunque argomento, sempre, che tipo di corsi hanno frequentato?

I fioretti funzionano ancora? Hanno mai funzionato? Io non ci sono mai riuscita perché non credo nel do ut des con la divinità, nemmeno ce l’ho una divinità di riferimento. Mi offro piccoli sacrifici da sola e mi do la ricompensa anche se le mie assomigliano più a condizioni sospensive. “se”-“allora”. Se smetto di guardare il cellulare e finisco il mio lavoro allora quel messaggio arriverà.
Il fioretto è più una rinuncia forse. Se rinunci verrai premiato. Che ansia.

Quando ci si lascia ci si deve restituire i regali? E le lettere? Si scrivono ancora le lettere? E le canzoni?
Io le canzoni me le sono tenute tutte. A volte le ascolto. Mi servono per ricordare dove ho lasciato una manciata di risate, qualche bacinella di lacrime, un bel po’ di fette di cuore che alla fine ne ho messo sempre di più e mica potevo dire “che faccio, tolgo?” , come in salumeria.

Tutti quelli che si sono seduti dalla parte del torto perché gli altri posti erano già occupati poi restano sempre lì? Quelli seduti dalla parte della ragione non si alzano mai? Non hanno mai torto? Non muoiono nemmeno? Chiedo non per me, per una mia amica, io qui sto bene, la compagnia è divertente.

Si può cambiare il modo di dire e farlo diventare “la seconda cosa che preferisco al mondo” invece di dire “quello che più amo”, “la cosa che preferisco” ? Possiamo partire dalla seconda? Ieri sera Pepe a cena ci ha detto che la seconda cosa che preferisce al mondo è l’estate. Le ho chiesto “e la prima?”
“non lo so, lascio libero il posto per quando decido”
Si può cambiare per tutti? C’è la possibilità di lasciarsi, sempre, una possibilità?

Quelli che brillano come stelle e che sono uno la stella dell’altra e splendono anche se in giro gli diranno di non splendere, quelli, sono già esplosi vero? Vediamo la loro luce del passato giusto? Fanno gli splendidi ma è roba vecchia. E poi, splendere è un verbo difettivo, la mancanza è sempre in agguato, mi darei meno arie care le mie supernove.

Le sensazioni hanno una base scientifica? Valgono come argomentazioni, come motivazioni? Quando dico alle mie amiche che una cosa andrà così perché si, perché me lo sento, per loro è assolutamente normale che , allora, vada proprio così. Perché se lo sentono.

Ci sono cose di noi che sappiamo da sempre? Una cosa, una sola anche, di come siamo, di cosa facciamo, di quel che vogliamo, che noi sappiamo da sempre di noi? La mia forse ha a che fare con dei cubi azzurri componibili, su ciascuno una lettera dell’alfabeto, in corsivo e stampatello maiuscolo e minuscolo, sul tavolo rotondo del tinello della casa dove abitavo da bambina.

Il dolore è contagioso? La felicità? La paura lo è senz’altro.

Perché ci si chiede come facciano due persone a stare insieme? Non è meglio chiedersi come abbiano fatto a lasciarsi? Forse è meglio farsi i cazzi propri e basta, anche. Però non sarebbe più utile capire cosa allontana? Cosa si perde? Io non credo che ogni famiglia felice si somigli. Io penso che ogni famiglia sia felice a modo suo, con un linguaggio proprio, un ritmo personale. È l’infelicità che si somiglia sempre. Non sarebbe opportuno conoscere le cause di questa infelicità che si ripete, sapere da dove scaturisce, cosa succede a un certo punto che allontana, separa, intristisce le famiglie? Magari trovano un vaccino, un rimedio. Adesso che ho scritto questa cosa quel messaggio non arriverà, sarò punita dalla divinità degli autori intoccabili.
Se cambio idea arriverà. Anche se non è che me lo sento…

I pensieri sono liquidi? E noi siamo dei contenitori come le bottiglie? I miei pensieri devono essere per forza liquidi e arrivare più o meno all’altezza della bocca dello stomaco finché mantengo la posizione eretta. Appena mi sdraio arrivano in testa.

Perché diciamo solo “carpe diem” ? Perché non finiamo la frase “quam minimum credula postero”? Perché non la diciamo intera che non basta cogliere il presente ma bisogna non nutrire fiducia nel domani? Perché diciamo “odi et amo”per indicare che siamo fatti di questa alternanza e non finiamo mai la frase per dire che ne soffriamo? Perché non diciamo tutto? Perché non finiamo le frasi?

Cosa resterà di me? Le frasi che ho finito? I pensieri liquidi? La mia sedia calda lì dove c’è torto?
Non uso profumo, ogni tanto quando litigo con lui e allora magari il mattino non lo saluto sulla porta prima di uscire ne vaporizzo un po’ del suo nello spazio tra le clavicole alla base della gola.  Dove sento che devo piangere.
Non ho una bella voce, quando mi riascolto non mi riconosco nemmeno, rido troppo forte, ho un difetto di pronuncia, dico male “gli”.
Le volte in cui mi sono barcamenata complicando tutto?

I cubi. I cubi azzurri. qualcosa che ha che fare con loro e con un desiderio e con un messaggio che non arriva.

Me lo sento.

 

IMG-20190727-WA0015.jpg

3 pensieri su “Cose che non so

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...