Ho paura.

Sono un mucchio di ossa con un po’ di carne attaccata su tendini che imprecano e  legamenti che si sfilacciano, un cuore che sobbalza, uno stomaco che si contorce, una cistifellea in pasto a qualche gatto, un cervello che chissà quando calerà il sipario per lasciarmi solo respirare senza più essere viva di vita e se lo sapessi cosa potrei fare? Dire tutto subito, già lo faccio. Accatastare cassette di ricordi  come scorte per il cattivo tempo? Inutile. Sarà un uragano, un tornado che scoperchierà tutto e sparpaglierà la mia vita in giro e allora niente, anche a saperlo, non posso fare niente. Ti ho chiesto se esiste un test di diagnosi precoce. Come se tu lo sapessi, come se tu ci pensassi. L’ho chiesto a voce alta, non farci caso. Continua a non pensarci, ascoltami e leggimi, conservami, raccattami.

Sono fragile come tutto quello che invecchia esposto alle intemperie, come tutto quello che viene usato. Sono fragile eppure non sono mai stata così forte, niente debolezze solo crepe dalle quali spunta un ciuffo d’erba. Gramigna. Sono fragile come uno scheletro usato per studiare anatomia, con il suo ghigno indecifrabile, una presa per il culo tenuta su da un gancio e a volte quel gancio è la tua mano quando si appoggia lì dietro la mia nuca, quando mi tocchi i capelli e sento il caldo del tuo palmo. Il mio parrucchiere lo sa che non deve tagliare troppo lì, perché a te serve quella presa. Perché a me serve la tua mano. Lì.

Sono una madre che,forse, non voleva essere madre. Ma lo sono diventata. Sono una donna che non ha alcun istinto materno, né senso di dedizione, né spirito di accudimento. Me la cavo meglio con l’accanimento. O con l’accadimento. Sono una donna che non ama i bambini. Sono una madre che saprebbe uccidere per le sue figlie. E forse lo ha già fatto, con le parole, a parole. Le parole creano. Ho detto fine e fine è stata. Le parole distruggono. Ho detto fine e fine è stata. Tu mi hai vista diventare una madre capace come un vaso, in grado di portare dentro di sé un amore rabbioso e dolcissimo. Una madre capace. Di uccidere.

Sono una. E tu sei uno. Ti ho immaginato. Ti ho sfiorato i contorni, il viso, la barba, i capelli quando c’erano, la nuca, il mio palmo caldo, le spalle asimmetriche e quel tuo essere inclinato chissà come vedi l’orizzonte e mi sono messa accanto a te e mi sono inclinata come te, una spalla più in giù dell’altra ed è stato inutile allora sono tornata di fronte a  te e così tu eri il mio orizzonte e io il tuo. Sghembo. E giù, lungo le braccia, il segno di un’ustione bambina,la cicatrice del vaccino antivaiolo come un morso sulla pelle bianca che hai, sei chiaro dove non ti esponi al sole, hai la pelle di un bambino, sei delicato dove nessuno vede, io sola. Le mani, le dita, le unghie, i calli della racchetta da tennis. La schiena, la curva della colonna, ogni vertebra è passata sotto le mie dita, le tue gambe muscolose, la cicatrice bianca come Ulisse, quando torna a Itaca, anch’io ti riconosco ogni volta. Le caviglie che ci facevano ridere all’inizio della nostra intimità, così solide ma io dicevo tozze- le tue gambe sono due tronchi attaccati ai piedi, si sono dimenticati di farti le caviglie per unire il tutto– i piedi, il plantare che li ha corretti e che abbiamo scoperto che è stato inutile, le ossa che cambiano forma con gli anni, la tallonite, i calci che hai dato, il tuo appoggio su questa terra. Sono una che ti ha esplorato in lungo e in largo, è salita fino in cima ai tuoi pensieri ed è scesa in profondità dove tu non andavi da solo. Sono una che ti ha percorso lungo i confini mentre ne tracciavi di nuovi impedendomi, ogni volta, di uscirne. Sono una che ti abita come si abita una città che ci adotta e che alla fine chiamiamo casa.

Ho paura.

Di non saper vivere altrove. Di non poter amare meno di quanto amo e invece sento che dovrei, a volte, ridurre la velocità, abbassare il volume, scalare le marce. Di pensare a tuo padre, alla sua morte giovane e improvvisa e subito dopo- durante– alla nostra vita, alle nostre figlie, ai miei capelli sotto il tuo palmo, tra le tue dita. Di averti chiesto troppo perché con me è sempre troppo. Di averti dato tutto e dopo cosa resta da aggiungere?  Di piangere che si veda. Di vedere fantasmi e di non riconoscere i Dissenatori, di non sapermi proteggere mai, io che posso uccidere per le mie figlie, che posso andare a fondo nel tuo fondo solo per non lasciarti solo, io che poi non so proteggermi mai perché la protezione è una competenza tua, da informatico, se c’è un attacco tu alzi i livelli di protezione e non fai passare più niente e non lasci entrare nessuno, io no, io abbasso il ponte levatoio e parto per la guerra.

Di questa rabbia che mi corrobora e mi esaurisce al tempo stesso, a volte penso cosa farei se finisse, se tutti i mantra che recito funzionassero davvero con me, se una mattina mi alzassi pacificata. Chi sarei? Metteresti ancora la tua mano sulla mia nuca? Saresti ancora tu? Ci incastreremmo ancora facendo combaciare anche i lembi che si sono strappati in tutti questi anni?

Delle tue paure.  Del bambino adorato da sua nonna, del nome che ti porti addosso preso in prestito da altri tempi e che pronunci tutto d’un fiato e suona sempre come se fosse la soluzione a un problema. Del gesto con cui sfili il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni mentre guidi, sempre dopo essere partito, nei primi dieci minuti di strada e lo appoggi nel vano portaoggetti centrale. Di come vai indietro sulla poltrona, nel tuo ufficio, metti le mani dietro la testa mentre parli con un cliente al telefono e dici quella  cosa fastidiosa che dite voi informatici, sentendovi superiori a tutti gli altri, quella cosa con quel tono, quando dici “cosa intendi per firewall? Perché quello di cui mi stai parlando non è un firewall”.  Del tuo amore che sembra quello di un neofita. Di ogni frase che non mi lasci finire e di tutte quelle che non mi fai iniziare perché mi anticipi.

Ho paura.

Perché sto invecchiando. Me ne accorgo da tanti segnali. La schiena, quel dolore che non passa. Mia nipote che piange per un capriccio e io che la consolo intenerita. La commozione che mi bagna le guance quando non si vede e mi umetta gli occhi ogni volta che accade, sempre più spesso, lasciando una patina come una cataratta. Le spiegazioni che non do più. Il tempo. Veloce, pieno, insufficiente e io che vorrei viverlo lentamente, facendo spazio, avanzandone.  Così puoi metterlo via, in uno dei nostri tupperware, sei tu l’addetto alla conservazione.

Perché conto i secondi che impiego a dire una parola quando non la ricordo ma so che la so e mi agito. L’ultima volta è stato in auto , qualche giorno fa. Ero ferma al semaforo rosso e ha attraversato un ragazzo con un cane, bellissimo, sapevo che si trattava di un …- quindici secondi- dobermann. Dovevo solo dirlo. Te l’ho raccontato, hai detto che è solo stanchezza.

Perché vorrei che non finisse. Ma so che finirà e che tu saprai proteggerti meglio di me. Finirà. Con te nell’ultimo sobbalzo, il cuore. Con te, nell’ultimo atto, prima che cali il sipario, il tuo nome come la soluzione. Poggia ancora il palmo e tienimi la nuca. Perché da certe profondità non si risale mai.

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