Sapete quanto dura un incontro di Kumite? Sapete cos’è il kumite? Word, per esempio, non lo sa e segna la parola come un errore. È il combattimento nel Karate. Ci si scontra su un tatami rosso e blu, si indossano le cinture anche quelle rosse o blu su un karategi, che poi è il kimono, bianco come il lenzuolo di un ospedale. Ci si mette uno di fronte all’altro, ci si inchina, ci si saluta, si salutano i giudici che sono quattro seduti agli angoli del tappeto che serve da ring, si saluta il pubblico, il quinto giudice resta in piedi tra i due avversari e dà inizio alla sfida.

Un incontro di kumite dura un minuto e mezzo. Novanta secondi. Con le pause si arriva a due minuti, due e mezzo. Le pause ci sono quando uno dei due si fa male, allora il quinto giudice interrompe il combattimento e verifica. Se è il caso chiama il medico. C’è sempre una barella del 118 sullo sfondo durante gli incontri. Alla fine vince solo uno come è normale che sia. Ci si saluta, si salutano i giudici, ci si rivolge al pubblico, si abbraccia il coach che ha passato il tempo a dare le indicazioni a bordo tatami. Il combattimento consiste in calci e pugni, ogni tecnica ha il suo nome giapponese e quelli no, non li so, non li ho imparati . Cristina lei sa tutto, invece. Perché lei fa kumite. Almeno tre allenamenti alla settimana e una gara quasi ogni sabato o domenica.

Io l’accompagno sempre. La sera prima della gara verifico che abbia il karategi pulito, le dico cento volte almeno di preparare già tutto, i guanti, i paratibie, il paradenti. Le due cinture, quella rossa e quella blu. Il giorno della gara ci presentiamo in tempo utile per la registrazione della presenza e la verifica del peso, perché ovviamente si combatte per categorie e per fasce di peso. Lei è un’esordiente -47 kg. Poi mi siedo sugli spalti, scambio due battute con il suo allenatore, controllo di averle dato l’acqua e il miele. Perché le si chiude lo stomaco quando deve combattere e allora abbiamo trovato questa soluzione, si porta dietro un flacone di miele e lo ciuccia come faceva quando ho smesso di allattarla e si teneva da sola il biberon, lo tiene ancora nello stesso modo e va indietro con la testa con lo stesso movimento di allora, la vedo dalla mia posizione, ogni tanto si avvicina al borsone e si attacca al miele.

E poi io aspetto.

Che la chiamino, che inizi, che finisca.

Mentre aspetto seduta dondolo il busto avanti e indietro, è lo stesso movimento che facevo quando la tenevo in braccio  e poi ero talmente abituata che mi capitava di dondolare mentre lavoravo, durante qualche sopralluogo dai clienti. Una volta una mia potenziale cliente, ero lì per fare il preventivo, mi chiese “Dottoressa, ma lei ha un bambino piccolo?”. Perché anche lei ne aveva uno e aveva riconosciuto quel barcollare ritmico. Poi accettò il mio preventivo.

Aspetto e dondolo. Sorrido agli altri genitori della nostra squadra, parlo un po’, ma solo un po’. E accarezzo i grani del mio bracciale tibetano mentre aspetto, dondolo, penso.

Aspetto, dondolo e penso.

Che dura novanta secondi, un minuto e mezzo. Se vince poi deve fare almeno un altro incontro e ne può venir fuori una giornatona. Se perde la giornata si trasforma in giornataccia. Un minuto e mezzo era la pausa da una contrazione all’altra durante il travaglio. Cristina non voleva nascere, il termine era passato da nove giorni e ormai non ci credevo più. Pensavo di essermela immaginata. Lei che stava scivolando via quando non era ora all’inizio della gravidanza  si era poi messa comoda e non si schiodava. Quando ho avuto il distacco di placenta sono rimasta immobile a letto, ho implorato il cielo, ho pianto tanto. Ho guardato robaccia in televisione, mangiato toast nel letto, visto piovere dalla finestra della mia stanza, aspettato dal mattino quando lui andava al lavoro fino a sera quando tornava, ascoltato mio padre che cercava parole di consolazione senza trovarle, visto mia madre accompagnarmi con delicatezza in bagno e controllare se il sangue era ancora rosso vivo, perché io avevo paura. E mi diceva che le sembrava più scuro anche se non era vero e poi mi riaccompagnava a letto, apriva le finestre e sentivo il profumo del giardino bagnato dalla pioggia di novembre e di dicembre, mentre aspettavo che quella ferita cicatrizzasse e che il mio bambino non scivolasse via. A questo penso mentre la vedo sul tatami durante quei novanta secondi.

Le contrazioni erano arrivate di notte, avevo letto che i mammiferi tendono a partorire con il buio, mentre i predatori dormono, per dare al cucciolo più possibilità di sopravvivenza. In ospedale non c’era un letto disponibile, mi avevano sistemata su una barella in sala visite, poi l’ostetrica che mi ha seguita nei mesi finali della gravidanza ne ha fatto spuntare uno. Così avevo un letto con le lenzuola bianche e avevo le contrazioni che mi davano tregua per un minuto, un minuto e mezzo, era ormai l’alba e i predatori non si erano ancora visti. In sala parto qualcosa si è complicato, dopo quattordici ore uno scambio di sguardi tra l’ostetrica e il medico chiamato a verificare. Cristina è nata con un cesareo d’urgenza, l’hanno tirata fuori in un minuto, un minuto e mezzo da quando hanno tagliato il mio addome,  alle 16.12 di un sabato. Una giornatona. Quando sono tornata in stanza con le flebo attaccate al braccio, coperta fino al mento dal lenzuolo,ero sola. Erano tutti al nido, a vedere lei. Ero sola per la prima volta dopo mesi.

Aspetto, dondolo, penso e sono sola.

Come quel giorno, lei fuori da me, nel mondo senza di me. La osservo combattere per restare dentro il tatami, per non prendere colpi mentre cerca di darne, girarsi appena ad ascoltare il coach che le urla qualcosa di incomprensibile, vorrei cercare con lo sguardo i genitori dell’altra ragazzina ma non riesco, penso solo alla mia, lì da sola penso solo a lei che sta combattendo da sola. Siamo sole entrambe. E mi viene da sussurrare appena “tenete, tenete, tenete tutto…” e forse lo faccio, lo sussurro, schiudo appena le labbra e forse sembro mezza scema in quel minuto, minuto e mezzo, ma va bene mi dico mentre la osservo e penso tenete, tenete tutto il resto, non ho altro, non ho niente che non sia questo.

Aspetto, dondolo, penso, sono sola e non voglio altro, tenete il resto, tenete il catetere che brucia, la morfina quando finisce, le infermiere che ti lavano a letto e mettono una cerata sopra il lenzuolo bianco e infilano i guanti blu, sono in due e si occupano di farti il bidet mentre parlano dei fatti loro, tenete il controllo della ferita, che non faccia infezione, tenete i punti da togliere e il rumore di metallo quando cadono nella vaschetta tenuta su da uno specializzando che osserva attento. Tenete il dolore, le lacrime, la paura, tenete le carezze sulla testa lanuginosa, il gioco delle somiglianze vinto in partenza da suo padre e la certezza che così smettere di amarlo sarebbe stato penoso semmai fosse successo. Tenete il vaccino quando hanno sbagliato qualcosa e le si è bloccata la gamba, la sua prima influenza intestinale era gennaio e avevo smesso di allattarla, tenete il verso che faceva che sembrava giapponese –okooo– e che forse era già una delle tecniche di combattimento, tenete le mani paffute, la frangia lunga, le mollette per capelli sperse dietro i cuscini del divano, tenete la sigla dei Barbapapà e il pupazzo di Barbazoo, tenete la masanetta di spugna per fare il bagno e se non sapete cos’è fate attenzione che vi può pizzicare con le sue chele.

Tenete. Tenete il resto, non mi serve più. Tenete tutto, lasciatemi lei, su quel tatami, per quel minuto e mezzo. Tenete anche il rancore e le frasi sbagliate e quelle cattive. Quell’incipit mostruoso “affidate a te diventeranno…”. Come se le mie figlie fossero di altri e io le avessi prese in prestito, in affido o peggio sottratte, rubate. Tenete, tenete tutto, lasciatemi la cicatrice che attraversa il mio addome e che prude e tira quando penso a quella frase come quando cambia il tempo e infatti il tempo è cambiato ed è diventato tempesta così i predatori restano rintanati. Tenete, tenete tutto, tenete il resto e lasciatemi lei che quando finisce si volta sempre a cercarmi.

Io aspetto.

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2 pensieri su “Un minuto e mezzo (a cosa penso mentre mia figlia combatte)

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