Aveva i capelli neri- sembrano blu per quanto sono neri-diceva lei. Rideva, lui, “perché se sono neri non sono blu” – “infatti ho detto sembrano mica sono”. Lei aveva un’amica che era mezza giapponese e i professori, quelli nuovi, di matematica ne aveva cambiato almeno uno all’anno, l’anno della maturità addirittura tre, quando facevano l’appello pensavano che fosse sarda perché non alzavano nemmeno lo sguardo, leggevano solo i nomi sapendo già che era inutile associarli a un viso, magari avrebbero avuto un altro incarico, più lungo, annuale, magari la settimana dopo, i tempi del provveditorato, leggevano i nomi così uno dopo l’altro, la sua amica mezza giapponese veniva due cognomi dopo il suo e quelli non la guardavano, leggevano questo cognome con una sillaba strana tsu che si legge zu e pensavano solo che era sarda e lei aveva i capelli neri, neri che sembravano blu anche se erano neri.

Aveva la voce come la caffettiera quando il caffè è uscito tutto e spegni, ormai la casa è piena di quell’aroma e aveva le mani, il palmo, come l’interno delle borse di pelle, quelle dei medici, che fuori sono scure, graffiate, vissute, dure e dentro profumano, morbide e accoglienti. Mani che curavano, che firmavano la ricetta di un farmaco non mutuabile. Lei gliele guardava, le teneva strette, le annusava e poi le respingeva a volte, troppo calde, troppo forti, troppo vicine, poi. Quando si è laureata le hanno regalato una borsa così, di pelle, l’ha accarezzata, usata per un po’ e poi lasciata da parte per quel profumo quando la apriva, quando tirava fuori i documenti, la penna. Troppo.

Con quella voce diceva parole e silenzi, era la sola persona al mondo capace di dire silenzi che occupavano spazio. Lo spazio tra lei e lui, quello tra un giorno e l’altro che lei diceva “è tempo non è spazio” e lui rideva “no, vedrai è spazio non è tempo”. Con quella voce gesticolava, sperava, pensava. Lui pensava che si vedeva. Non cosa pensava ma che stava pensando e c’erano scatoloni di pensieri che veniva voglia di scriverci fuori fragile, a lei veniva voglia perché lei sapeva che bisognava fare attenzione come nei traslochi con i bicchieri imballati nei fogli di giornale che la cura è doppia, quando li ricopri e quando li scopri e poi magari se ne rompe uno nel trasporto perché qualcuno non ha fatto attenzione, perché qualcuno non ha scritto fragile, perché qualcuno non ha letto fragile, perché qualcuno a volte si sofferma a leggere la carta usata per imballare, vecchi articoli di un quotidiano che era quotidiano un giorno passato è adesso non è più niente, come quello che è passato, che a volte è ancora qualcosa ma spesso no.

Lei c’erano sere che avrebbe voluto chiudersi dentro uno di quegli scatoloni, gli diceva “farò attenzione, prometto, ma lasciami qui”. Lui sapeva che lei non avrebbe rotto nulla, nemmeno toccato qualcosa, avrebbe guardato, si, quello si, lui sapeva che anche lei era un bicchiere con un foglio di giornale addosso e allora la lasciava stare lì, nello scatolone con la scritta fragile, in un angolo. Erano le sere in cui lei passava una mano tra i riccioli di lui solo per restarci incastrata perché, diceva “ci pensi che basta questo per non permettermi di andare via”- “allora non taglio i capelli”, rideva, lui. “Non taglierò”, lo correggeva lei- “devi dirmi che non taglierai poi, in futuro”.

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Il futuro.
Il futuro è nel tempo, diceva lei.
No, vedrai, è anche nello spazio.

Lui c’erano giorni in cui non voleva più niente. Si chiudeva in una stanza e leggeva, studiava, parlava da solo e sembrava che fuori qualcuno stesse bruciando delle foglie secche e dei rami tagliati, lei controllava le finestre per chiuderle perché non sopportava quell’odore. Non sopportava alcune parole dette da lui per come le diceva lui, per come le usava lui : vagina, paludoso, ferale. Rideva, lui, di questa intolleranza come se fosse una sciocchezza mentre lei voleva picchiarlo di rabbia per quel devitalizzare le parole, quelle parole, polpa, anche polpa detta da lui le era intollerabile, rideva lui e lei voleva picchiarlo o insultarlo o ferirlo per quel portarla a non sopportarlo.

Sapeva che lei sarebbe andata via. “Basta che non mi perdi mai di vista” diceva lei, rideva lei- “non perdermi di vista, non tenermi come qualcosa su un tavolino, vedi, come quel piattino con dentro le monetine da duecento lire che ti danno fastidio in tasca. Non perdermi di vista, mai, e io resto”

Nel tempo o nello spazio? Chiedeva lui.
Cosa?
Perderti di vista.
Nel tempo, ci si perde nel tempo, con il tempo.
No, vedrai, ci si perde anche nello spazio.

L’aveva perso lei. Di vista. Se ne era resa conto subito, da subito, strano, pensava, “so che sta succedendo mentre succede, so che mi allontano mentre mi allontano”. Strano, pensava, lei che sapeva tante cose ma sempre dopo mai durante. Sapeva rispondere a modo, dopo. Sapeva dove andare, dopo esserci stata. Questa cosa invece la sapeva subito, questa cosa che non era una cosa. L’aveva capito, lui. E non si era opposto, forse solo un po’ per un attimo poi l’aveva lasciata andare, aveva rotto qualche bicchiere senza nemmeno togliere la carta, sentiva il rumore del vetro in frantumi sotto i piedi e se ne capacitava solo così, ma aveva lasciato che accadesse.

Lei c’era una sera in cui aveva detto tutto, tutto questo, che sapeva mentre succedeva e lui c’era un giorno in cui le aveva tolto la mano incastrata tra i ricci e gliela aveva baciata soffiandoci sopra come se lei si fosse tagliata con una scheggia di vetro, al centro, al centro del palmo, come un mago quando ti fa comparire una monetina, duecento lire, dietro un orecchio, il sinistro.
“Non sarebbe mai stato perfetto” diceva lei.
“Saremo sempre imperfetto”, non rideva più lui. “Saremo sempre un’azione che dura nel passato, saremo sempre qualcosa che sai mentre succede”.

Nel tempo o nello spazio? Aveva chiesto lei.
Cosa?
L’imperfetto.
Nel tempo, l’imperfetto è un tempo.
No, vedrai, saremo imperfetto anche nello spazio.

Stava lavando i piatti, una sera lontana, lei. Lontana nel tempo e nello spazio, anni luce. Aveva tra le mani due bicchieri incastrati uno dentro l’altro, non si separavano. Aveva chiuso il rubinetto, asciugato le mani, provato inutilmente, preso uno strofinaccio, riaperto l’acqua, tentato in senso orario, provato in senso antiorario. Finchè uno dei due non ha ceduto, rompendosi. Quello esterno, l’altro era solo scheggiato. Lei si era tagliata, roba da niente, il rosso del sangue sotto il getto dell’acqua sembrava dolce, sembrava rosa. Se è rosso non è rosa. “Infatti sembra” aveva riso lei, solo una lacrima se ne era accorta ma era già scivolata giù, nel tempo. E nello spazio.

 

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