Resistiamo

 

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Una bimba che conosco da sempre mi ha chiesto di scrivere un testo per il suo matrimonio. Certo bimba dagli occhi cangianti- ho pensato- quando sarai grande, avrai imparato a dire per bene la erre e ti sposerai scriverò qualcosa per te.
“A settembre” mi ha detto. Non settemble. Settembre, con la erre giusta. Che ansia, ha aggiunto. Pare che sia già cresciuta, ha avuto un bambino e ha imparato a dire la erre, credo, almeno in quattro lingue diverse e a settembre si sposerà. Mi sto arrovellando cercando di scrivere qualcosa per lei, scarto parole come abiti per un appuntamento. Troppo corto, troppo colorato, troppo banale, troppo leggero, troppo lungo, troppo vecchio, troppo stretto, troppo largo, troppo scollato. Resto seduta con le ante spalancate, lo sguardo perso a chiedermi come sia possibile avere così tanta roba inutile a disposizione.
Non leggerò a voce alta, però. Troverà qualcuno che lo farà, non io. Un po’ mi fa sorridere, un po’ mi agita, un po’ mi gratifica e mi emoziona che me lo abbia chiesto. Un po’ che ansia, pure. Per fortuna c’è ancora tempo.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale cambia completamente la grammatica. Cambiano i soggetti, i modi dei verbi, ti ritrovi a usare condizionali dove vorresti tagliare corto con un imperativo, ti ritrovi a chiederti chi, che cosa e no, non è il complemento oggetto del verbo che analizzi ma cerchi chi, che cosa te lo ha fatto fare. C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale ti chiedi chi te l’ha fatto fare. Cosa? Tutto. Tagliare i capelli così. Comprare le scarpe basse. Alte. Parcheggiare distante. Non cambiare al cambiamonete per il carrello e prendere il cestello, sghembo, che a trascinarlo ti viene il gomito del tennista. Smettere di giocare a tennis. Cominciare a giocare a tennis. Chi te l’ha fatto fare? Dire si, non dire no, pensare che sarebbe stato diverso, perché? Perché avrebbe dovuto essere diverso? Per te? Chi sei tu, chi sei tu per cui doveva essere diverso? Chi te l’ha fatto fare?
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale l’analisi logica non segue la tua logica, va beatamente per i cazzi suoi. E scivoli sull’analisi del periodo, inciampi nella principale, non riconosci le subordinate. Resti atterrita da un’ipotetica del terzo tipo come se fosse un incontro ravvicinato. È che l’analisi del periodo è subdola. Sembra facile e invece è la più complessa. Dipende dal periodo, dicono. No.
C’è un tempo, è sempre un tempo presente, durante il quale speri sia solo un periodo. Lo analizzi ma non riesci, lo sai.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

C’è stato un tempo, era un tempo presente, quando le mie figlie erano piccole, durante il quale non sopportavo. Chi, che cosa? Tutto. Tutti. Quel blaterare di sottofondo che fa l’eco a un neo genitore . In procinto di partire per il mare “non bruciatela”, prima di uscire dal portone “mettetele la giacca”, per una bava di vento “mettetele la cuffia” durante lo svezzamento “non fatela soffocare”. Io ho sbagliato, oggi lo so. Lo sapevo anche in quel tempo, lo sapevo, ma non potevo dire quello che avrei voluto che suonava più o meno così “ e io che speravo di averla messa al mondo per poterla bruciare, per lasciarla morire di freddo, per farla ammalare, per farla cadere possibilmente procurandole un trauma cranico, io che speravo di vederla soffocare da un cazzo di bolo dovuto alla pappa sminuzzata senza cura e invece devo ringraziare te e queste inutili stronzate che mi rivendi come raccomandazioni se desisto dal mio scellerato piano criminale”.
Troppo. Allora tacevo e sbagliavo, sapevo che stavo sbagliando ma tacevo e mi lamentavo con chi non capiva e mi aspettavo che capisse e che intervenisse e non capiva, non interveniva e allora niente, dicevo, è un periodo, passerà. No.
I periodi non passano. I periodi li facciamo passare, è diverso. È diverso il soggetto, anche se sottinteso. Avrei dovuto dirlo una volta, una volta sola. Mettere a tacere, offendere una volta per tutte da subito, mettere in chiaro chi era la principale e chi no, chi aveva il ruolo di subordinata e chi un ruolo proprio non lo aveva perché non lo avevo previsto.

Resistiamo: voce del verbo amare prima persona plurale tempo presente che guarda al futuro, modo migliore possibile.

Non è che tutto si possa prevedere, però. O sapere, conoscere, distinguere. La vita serve ben a questo, no? A imparare a dire la erre, a procedere per tentativi, a provare. Acquisita una consapevolezza si passa al livello successivo, dove in genere ti capita di capire che non avevi acquisto un beato niente e così via fino al livello successivo. Io volevo che le mie bambine fossero autonome nei limiti della loro età. Quindi cose come lavarsi o pettinarsi o vestirsi, volevo che lo facessero da sole. Mi è successo di essere ignorata e disattesa. Non dalle mie figlie ma da chi si offriva di darmi una mano e invece non era un aiuto ma un tentativo di fare al posto mio.
Penso che niente sia più offensivo nei confronti di una madre. Tacevo e sbagliavo. Ma ho imparato a resistere, sapendo che resistere è l’infinito del verbo amare. Chi, che cosa? Se stessi.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove amo sta per amore, un diminutivo in uso nel linguaggio dei ragazzi, la mia amica che fa la Prof (prof è uguale a se stesso in ogni tempo e luogo) mi ha detto che tra loro, i ragazzi, si chiamano Fra, io pensavo che Fra fosse il diminutivo di Francesco, abbiamo riso di questa mia ingenuità. No, sta per fratello. E i fidanzati si chiamano amo. Resisti, amo. Io chiamo amore solo le mie figlie, lui no. Non mi piace. O tesoro, caro, no, nemmeno così. Non lo chiamo amo. Non uso diminutivi in genere ma storpio i nomi o creo soprannomi, prendo una caratteristica e la trasformo nel nomignolo della persona alla quale mi riferisco. Per esempio:pelatino, truciolo, torvo, buttero, tachipirina.

Resistiamo: resisti, amo.

Dove resisti non è un imperativo ma un’esortazione, un incoraggiamento. Resisti amore, resisti. È il tifo dagli spalti quando mancano pochi secondi alla fine e stai vincendo o perdendo o pareggiando, è uguale. Sono le mani sulle spalle curve sui libri quando chiedi se va tutto bene, se c’è bisogno di aiuto o di un bicchiere di succo, è il pugno stretto intorno a un indice con l’unghia sporca di terra mentre un chirurgo cuce un buco in testa che non basta la colla servono i punti, è sera tardi e hai la maglia sporca di sangue che non è tuo e vorresti che lo fosse. È una speranza, resisti, amo. Resisti. A chi, a che cosa? Alla corrente, al pensiero comune, a chi ti dice di mettere la cuffia per una ridicola bava di vento, al vento, a me, che come la corrente cerco di attraversarti. È un monito. Resisti, amo. Resisti e sarai libera, andranno via gli invasori, finirà la guerra, resterà una canzone che è anche una poesia.

Resistiamo: r-esistiamo.

C’è un verso a proposito del fatto che ci incontriamo per rinascere perché esistere, in fondo, non basta a nessuno. R-esistiamo, esistiamo insieme di nuovo. Di nuovo dopo cosa? Dopo la guerra, dopo le parole non dette che invece andavano pronunciate, dopo aver imparato a dire la erre correttamente, dopo aver analizzato i periodi anche quelli sbagliati e aver visto che non erano sbagliati. Era l’analisi che non veniva. R-esisitiamo. Dove? Ovunque, al mare senza bruciarci, davanti a un armadio scegliendo le parole per un evento importante lasciando stare l’ansia e senza pensare che sia troppo, non è mai troppo. Per fortuna c’è ancora tempo.

 

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Per un soffio

 

Ho portato Pepe dal pediatra, il Dottor D. , che è il nostro riferimento da quando Cri aveva sei mesi e ha preso la sua prima influenza intestinale chiaramente durante il fine settimana e chiaramente in forma acuta con vomito inarrestabile.
Il Dottor D. ha un’età che non so, collocabile tra i 70 e gli 80 anni ed era così anche dodici anni fa. È alto come una porta, massiccio, è stato uno sportivo si vede, ha le dimensioni di un armadio ,di quelli di una volta che non li fanno più così solidi. Le sue mani sono esageratamente grandi. Le usa per misurare i neonati, penso ci sia proprio l’unità di misura della spanna del Dottor D.perché lui è pediatra e neonatologo e non si capisce come possano, quelle mani, avere avuto in dono l’abilità di quel tocco gentile. Il Dottor D. se sei femmina ti dice “allora vediamo un po’ cos’hai signorina”, se se maschio ti chiama “giovanotto”. Visita in modo accuratissimo, ausculta, tocca, batte sull’addome, sul dorso, guarda nelle orecchie e nelle narici, tira giù la lingua con il bastoncino di legno, ma solo se non sai abbassarla di tuo altrimenti te lo risparmia. Ti fa dare colpi di tosse, ti fa respirare a bocca aperta e poi a bocca chiusa e alla fine si siede sulla sua poltrona e inizia a scrivere dicendo ad alta voce prima la diagnosi e poi la cura suddividendo le parole per sillabe, con tono forte e chiaro, che si capisca. Pepe adesso ha un’O-TI-TE BOL-LO-SA A RI-SCHIO PER-FO-RA-ZIO-NE DEL TIM-PA-NO. Ha vinto una cura di quelle viste poche altre volte, con antibiotico e cortisone, una spruzzata di tachipirina in funzione antidolorifico e innaffiando tutto con i fermenti lattici, che si sa mai.

Le ha tolto lo sport per tutta la settimana almeno, domani potrà rientrare a scuola con un batuffolo di cotone nell’orecchio sinistro e se vorrà in classe potrà toglierlo, altrimenti, le ho detto, la scusa è ottima…
Mentre la visitava mi ha chiesto se c’eravamo, al plurale, mai accorti di un lieve soffio al cuore.
No, Dottore. Cristina si, lo sappiamo, da quando era neonata. Ma Pepe no.
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Aspetta un attimo signorina, sei agitata?
No. (bugia, nel momento in cui le ha chiesto se era agitata lei si è agitata)
Ha una frequenza cardiaca troppo alta, signora. Per essere la sportiva che è, soprattutto.
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Quanti anni hai signorina?
10.
Quest’anno 11, in agosto, Dottore, sono intervenuta io, da dietro le sue spalle, mentre continuava a sentirle il cuore e io non sentivo più il mio, via, sparito, io da quando sono madre ho perso il conto delle volte in cui sono stata viva senza esserlo, senza un cuore che battesse, un respiro che constasse delle due fasi, inspirazione ed espirazione, senza la testa libera da qualche diavolo di retropensiero, che quelli sono i peggiori.
Si è riaccomodato tranquillo, ha tirato fuori la penna, Pepe si è rivestita e si è seduta accanto a me.

Allora, signora, direi che non ci preoccupiamo. Al plurale. Va bene, allora va bene.
Direi che la rivediamo tra qualche mese perché può anche essere una fase di preparazione, la signorina è in prepubertà, anche la frequenza cardiaca accelerata si può spiegare così.
Quindi posso stare tranquilla?
Direi di si.
Quindi non devo fare accertamenti? Perché lei ogni anno fa l’elettrocardiogramma sotto sforzo, è un’agonista, insomma, lei è una sportiva, gli sportivi li controllano. Cioè, li controllano bene? Vero?
No.
Ecco.
No, l’elettrocardiogramma non ci dice nulla. Nel caso dovremmo fare l’ecocardiogramma. Ma non c’è fretta. Davvero. Stia tranquilla. È un soffio appena accennato.
Non mi preoccupo.
No.
E l’otite?
Ah, quella è bruttissima signora. Ne ho viste tante ma così poche. È bollosa.
Bollosa.
Si. Brutta.

Pepe ha il cuore che soffia, poco, leggermente, in modo lieve. E non mi devo preoccupare, me l’ha detto lui. A me può bastare che mi lui mi dica di non preoccuparmi per non preoccuparmi. Lui sa praticamente tutto. Sa che quando ti prepari a crescere il cuore soffia, sa che quando ti prepari a fare un salto in una fase diversa della vita, una fase con peli e cambi di umore, con ghiandole che premono dolorose per uscire, capita che ti si sballi la frequenza. Non prendi più quel canale. Ecco perché chi ti è accanto non capisce più cosa dici e chi sei. Con la mia vecchia autoradio nella mia prima macchina mi capitava. È così. Pepe ha il cuore che soffia e le frequenze da risintonizzare. Perché si sta preparando e il corpo lo sa, mica è affrettato o superficiale o incapace. Lo sa. Mica per prepararsi anticipa i tempi, come fanno a volte a scuola. Come la maestra di disegno, che va detto perché va detto, ogni anno in quinta, era già successo con Cri, decide di preparare i bambini al passaggio alle medie, al disegno tecnico che una volta si chiamava educazione tecnica e quando arrivavi in prima media facevi quella ed educazione artistica, erano due cose diverse e con professori diversi e dovevi comprare del materiale diverso. Per educazione tecnica era tutto uno sbatacchiare di squadrette a cui scheggiare da subito la punta, un giro di compasso con rotella lasca, un esercizio di lettura da miniaturista per decifrare la mina da inserire nel portamine. Io avevo una professoressa che odiavo. Una stronza arrabbiata con il suo destino infame che l’aveva relegata a insegnare a mezzi bambini e mezzi adolescenti , nessuno sintonizzato correttamente, che per la maggior parte avrebbero abbandonato la sua materia senza mai rimpiangerla- io in testa- fiera quando in terza le dissi che basta, mi ero iscritta al ginnasio, le sue mine non avrebbero fatto parte del mio futuro, concentrasse i suoi sforzi per quelli che si erano iscritti allo scientifico. O per i geometri. Con disprezzo, ricordo.
A distanza di trent’anni mi sta ancora sul culo. Lei e la sua materia. E il suo cognome, quello di un politico emergente di quegli anni, bifolco e rozzo come il suo successore.

Adesso la materia non si chiama più educazione tecnica ma Tecnologia. Fanno le stesse cose, più o meno. Cri non è appassionata ma si applica quel che serve. Invece la maestra di disegno delle elementari non molla. Li prepara, dice. Facendo comprare tutto il materiale di cui non hanno cura, arrabbiandosi perché la squadratura del foglio viene da schifo, perché con le mani sporche di mina toccano il foglio bianco e lo macchiano. Li prepara a qualcosa che faranno l’anno dopo. Come? Facendoglielo fare. A me sembra assurdo. Cri e Pepe hanno odiato disegno per tutta la durata della quinta, hanno vissuto con frustrazione quelle ore e quella maestra. Hanno anticipato di un anno il rifiuto di una materia che , magari, poteva avere una possibilità se affrontata al momento giusto, se si fossero preparate a consegnare un compito assegnato in tempo, a tenere pulita la postazione su cui lavorano, se si fossero preparate davvero, come fa il corpo.

Pepe ha il cuore che soffia, appena appena, leggero. Bisogna avvicinarsi per sentirlo, bisogna stare in silenzio e aspettare. Bisogna saperlo ascoltare. Pepe ha il cuore che soffia perché si sta preparando, davvero, ad accogliere chissà cosa, chissà chi, quando sarà il momento, quel momento. Io non lo so come fa un cuore che soffia, se soffia tipo un gatto quando si arrabbia o più tipo il vento e se è un vento forte e di tempesta o un vento che fa piacere, che non sconvolge ma al massimo scompiglia i fogli, alza la gonna ma solo un po’, rinfresca.  Magari soffia come una locomotiva a vapore, pronta a partire per andare dove non si sa, come il gioco da bambini quando si restava soli nell’ auto parcheggiata o lasciata un attimo in doppia fila e uno si metteva al posto del conducente, il fratellino accanto e si decideva dove dirigersi, da fermi. Oppure soffia per spegnere le candeline ed esprimere un desiderio mentre tutti battono le mani perchè è festa. Non lo so come soffia ma so che il cuore di Pepe è un cuore forte, un cuore buono, come lei, come i suoi occhi, è un cuore allenato, capace di soffrire, lo so, lo sappiamo già, e a volte mi sembra una speranza un cuore così, che sa sentire e sa sforzarsi e sa battere più forte quando serve. Un cuore che soffia, che soffia via la polvere da quel che tralasciamo, che soffia sul dolore degli altri come sul bruciore di una ferita che forse non guarisce ma cura. Soffia leggero, come una novità, come un’idea appena accennata, alla quale lavorare, un sogno appena iniziato, soffia, il cuore di Pepe, lei che mi somiglia così tanto ma non in questo, lei ha un cuore più grande, più sano, più pulito. Io non so come era il mio cuore ma non mi sembra che soffiasse. Credo che sbuffasse. Credo che sbuffi ancora. Se resto in silenzio e aspetto lo sento, si, sbuffa. Non di noia ma di fastidio. Non di pensieri ma di affanni. O retropensieri, che sono i peggiori. Non so quanto sia grande il mio cuore o quando sia diventato grande, credo verso i sedici anni, sicuramente so cosa-chi- ci sta dentro e ne deduco che sia interamente occupato. So che si era preparato, anche lui, al momento giusto, non prima e non dopo, ed è cambiato, si è trasformato e non so se batteva tanto di più del solito ma so quanto i battiti sono stati più forti anche se non più veloci per il clangore che si sentiva fino in gola, so che ha accolto e cacciato ostracizzando, è stato bistrattato e ricucito, rattoppato bene, perché sbuffa e non cede. Io ho il cuore che sbuffa, mia figlia ha il cuore che soffia, lei si appoggia su di me dal lato dell’orecchio dolorante e mi chiede se passa. A lei basta che io le dica che il dolore passerà per sapere che passerà. Si-la rassicuro- bisogna dare tempo alle medicine di fare effetto. Stiamo una sopra l’altra, il suo orecchio sul mio cuore, un soffio, uno sbuffo e aspettiamo insieme che arrivi il momento, quel momento, che arriverà in un soffio.

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Prendo atto

 

Mi sono innamorata di Willie Peyote solo che lo chiamo Williecoyote ma anche Alexa la chiamo Siri e le chiedo scusa, dispiaciuta, perché nemmeno ce l’ho Siri. Anche Cristina la chiamo Pepe e Pepe la chiamo Cristina e alla fine, poi, le chiamo 1 e 2 secondo l’ordine di nascita, loro lo sanno e non se la prendono, come Alexa, anzi rispondono e sono talmente consapevoli della madre che si ritrovano o talmente autoironiche a causa della madre che si ritrovano che quando mi capita di non sapere con quale delle due sto parlando-si, mi capita- e chiedo “tu, tu chi sei?”  loro dicono 1 o 2.  Cioè, se lo dicono da sole. Questa cosa dei nomi mi sta trasformando in mio padre che mi chiama sempre Chiara come mia sorella e io mi offendo, mica come Alexa e gli dico acida “Sonia”. Lo so- risponde lui- è che mi confondo.

Non avevo idea di cosa fosse il peyote, poi lui me l’ha spiegato. Non lui Willie, lui intendo lui, quello di cui mi sono innamorata prima, che non avevo previsto succedesse e figuriamoci lui, proprio convinto che quella cosa, qualsiasi cosa fosse, finiva così come non stava iniziando nell’abitacolo di quell’auto bianca e me lo aveva proprio detto e io lo avevo proprio rassicurato, che stesse tranquillo. Quindi, no, non sapevo cosa fosse il peyote e nemmeno chi fosse Willie fino a una sera di qualche settimana fa, a cena, dopo cena in realtà perché noi abbiamo questa abitudine quando finiamo di mangiare, le ragazze si alzano, tolgono i loro piatti soprattutto 2 che è più diligente di 1, va detto, e io e lui restiamo seduti per finire ancora un bicchiere di vino, rosso, lui rompe le noci, me le passa e io le sgranocchio un po’ scomposta, con le ginocchia al petto o magari con i piedi allungati sulla sedia di 1 che è alla mia sinistra e chiacchieriamo così, senza un ordine del giorno per fare ordine nel giorno e capita che diciamo cose intelligenti, o che ci sembrano intelligenti, tanto siamo io e lui e ci può sembrare qualunque cosa ma se invece sono cazzate ce lo diciamo che sono cazzate, perché siamo io e lui e ci possiamo dire qualunque cosa.
Quella sera, la sera che intendo, io stavo dicendo qualcosa sul fatto che è inutile cercare scuse, ciascuno di noi è davvero solo quello che è quando è da solo. Comincio io, ho detto: quando sono sola, quando nessuno mi vede, io sono una che si distrae. Una che allunga la mano per spegnere la sveglia e girarsi dall’altra parte e non c’è per nessuno. Una che se ne fotte abbastanza degli altri e delle loro necessità. Una che spera sempre che la vita si riveli all’improvviso, come se stesse in disparte a organizzare qualcosa di strepitoso, un evento sorprendente e poi si palesa così, all’improvviso, perché la vita dovrà pur tener conto che ho sempre giocato secondo le regole e allora si, sono una che spera sempre in una ricompensa imprevista. Una che non si accorge se un bimbo è maschio o femmina ma che guarda tra le zampe di ogni cane che incontra e si corregge perché le verrebbe da dire e da scrivere gambe ma no, sono zampe. Quando nessuno mi vede e resto bloccata in tangenziale, nel traffico, almeno quattro sere a settimane dopo aver lasciato 1 in palestra, ascolto vecchie canzoni e penso a come si cambia per non morire e sento in fondo al cuore un suono di cemento e se resto bloccata a causa di un incidente spero sempre che non si sia fatto male nessuno e questo fa di me una brava persona e subito dopo penso che però, cazzo, poteva capitare nell’altra carreggiata che invece fila liscia e beata e questo fa di me una cattiva persona e quindi io, quando sono da sola, sono una persona media che ascolta vecchie canzoni e non ha paura di toccarti il cuore con le dita.

A quel punto lui mi ha chiesto “conosci Willie Peyote?”
No.
Ascoltalo.
Ma chi è? Uno di quei cantanti che piacciono alle ragazze? Ti ho appena detto che medito ascoltando la Mannoia e solo quella della Mannoia perché oltre non vado.
Ascoltalo.
Willicoyote?
Willie Peyote.
Non c’entra con il coyote?
No. Ma sai cos’è il peyote?
No.
Non sai cos’è il peyote?!
No. Dovrei saperlo?

E mi ha spiegato.
A me piace quando lui mi spiega le cose. Perché noi non siamo una coppia di quelle nelle quali c’è uno che sa, sempre, e l’altro che impara e basta. Non c’è uno che decodifica il mondo per l’altro e glielo rivende e allora questo pensa che il mondo abbia solo quella forma lì, quella rivenduta. Ne conosco diverse di coppie così che sono proprio coppie e non due persone che vivono insieme. Uno dei due è l’esperto della vita, dei meccanismi sottesi al funzionamento delle cose, di come gira il mondo, su quali rotaie, secondo quali leggi universali e l’altro è il discepolo o il fedele, dipende da quanto impara e da quanto invece gli basta credere. No, noi non siamo così, ecco perché mi piace quando, a volte, lui mi spiega delle cose, perché un po’ mi affido e mi faccio piccola ed è una sensazione nuova che assaporo per il tempo che dura, poco, il tempo di verificare, andare a controllare, approfondire e alla peggio girargli la spiegazione sull’etimologia delle parole che ha usato così da andare in pari con le informazioni trasmesse. No, noi non ci interpretiamo il mondo a vicenda, mai. Però sappiamo come la pensa l’altro, su tutto, anche senza chiedercelo e sappiamo cosa direbbe l’altro e spesso no, non è quello che diremmo o che diciamo. Sappiamo dell’altro come poggia lo sguardo e cosa restituisce di quel che raccoglie e non ci verrebbe più in mente di considerare la sua versione migliore. Lo abbiamo imparato, ci siamo arrivati. Anche noi siamo finiti nella trappola del “parla con le tue parole”. Credo che sia una delle recriminazioni più diffuse nelle storie matrimoniali, mi mancano le statistiche ufficiali ma sono quasi certa che tutti, tutti, ci siano cascati almeno una volta. A un certo punto succede che uno dei due dice “parla con le tue parole”-“queste non sono parole tue”. O peggio, che uno dei due se lo senta dire da altri, da terzi, genitori, fratelli, idioti di passaggio che si sentono nella posizione di entrare nella partita, una partita che non li riguarda, una partita per la quale all’inizio non hanno scelto una pedina, non hanno mai tirato i dadi, eppure entrano. A quel punto si resta fermi. Tutti. Se sei fortunato resti fermo un giro, come quando sei in prigione a Monopoli e aspetti, alla peggio paghi ed esci. Altrimenti, smonti tutto e ritiri, e pace per i terreni comprati e le costruzioni. A noi è successo ed è stato un casino. Come quando ti capitano più imprevisti che probabilità e poi io sono una che ha sempre grandi probabilità di imprevisti nella mia carreggiata, più che nelle altre. È che la vita sta facendo le cose in modo silenzioso, per non farmi accorgere della sorpresa che arriverà, lo so. Quando è successo noi ci siamo fermati un po’. Io ho ripreso la scatola con le istruzioni e le regole e ho costruito l’impossibile così da impedire a chiunque il soggiorno gratuito sulle mie caselle, tra i miei pensieri e sui miei coglioni.

Comunque da parte ho il cartoncino che mi consente di uscire di prigione gratis.

Mi sono innamorata di Willie Peyote anche se lo chiamo Willicoyote e se lo conoscessi me ne scuserei. Quando ti innamori di un cantante alla mia età è bellissimo. Io non sono mai stata una ragazzina svenevole da concerto, sono andata a quattro concerti in croce, due dei quali di Vasco, del quale ero certa che fosse lui innamorato di me perché scriveva tutte le canzoni per me, era evidente. E poi io ho sempre avuto gusti poco moderni, ascoltavo Battisti e Vecchioni. L’ultima volta che sono andata a un suo concerto era all’aperto, a Sportinia, il giorno di Ferragosto, ho persino preso la seggiovia della quale ho paura e mi sono seduta su un pratone lasciandomi pungere le gambe dai fili d’erba duri come aghi e accanto a me c’era un odore di salsiccia grigliata e lui aveva appena iniziato a cantare forse non lo sai ma pure questo è amore che lo so che si chiama Stranamore ma con i titoli mi confondo, come con i nomi e anche quando chiedo ad Alexa di mettermi una canzone faccio casino che persino lei si spazientisce, allora le dico, lo so, lo so Alexa, scusami, è che mi confondo. Alla fine del concerto di Vecchioni mi giro verso di lui, non Vecchioni, ma il lui di cui mi sono innamorata dopo Vecchioni ma prima di Willie e gli ho chiesto se potevo raggiungerlo sotto il palco, così, tipo una groupie e lui mi ha risposto che data l’età di entrambi, mia e di Vecchioni, sembrava più un Groupon.
Quando ho compiuto 35 anni, qualche anno fa, gli ho chiesto di farmii innamorare. Di lui, di nuovo. Era estate, fine agosto, eravamo al mare, c’erano i nostri amici che avevano i figli a scuola con 1 e 2 e c’erano altri loro amici. I bambini giocavano scalzi e felici, noi eravamo rilassati di vermentino e abiti bianchi in riva al mare e durante una di queste cene l’amica della mia amica mi aveva raccontato che lei e suo marito, il secondo, si erano conosciuti da adulti, a 35 anni.
“Innamorarsi a 35 anni è bellissimo. Si è liberi qui “ e con l’indice batteva leggermente sulla fronte, appena sopra il naso. Non accanto alla tempia, che poteva sembrare altro. E poi mi aveva raccontato che la menopausa funziona più o meno così :” ti alzi una mattina che ti hanno trapiantato quella di un’altra”. Le avevo suggerito di provare a rivendere la questione a suo marito come sesso extraconiugale, “se è quella di un’altra si può tentare questa via”,  le avevo detto.

Avevamo riso di vermentino e abiti bianchi, di 35 anni e desideri. Tornando a casa gli avevo chiesto di farmi innamorare, di lui, di nuovo, ancora. Non volevo un altro, non avevo nemmeno tempo con due figlie e la professione. Ridevo.

Da quel momento invece, noi, io e lui siamo stati in bilico. Abbiamo iniziato un gioco al massacro per smettere di amarci invece di innamorarci di nuovo. Sono stata ferma, più di un turno, a volte, a volte la prigione mi è sembrata una benedizione, non ho giocato la carta per uscire, non ho pagato, ho scontato la mia pena sapendo di non essere completamente innocente e nemmeno totalmente colpevole. Ho lasciato che lui avanzasse, comprasse, vendesse, quando passava davanti alla mia casella mi giravo indifferente e disimparavo le sue parole e non gli dicevo più le mie, non spiegavo più l’etimologia, che si arrangiasse senza sapere da dove arriva e cosa significa davvero una parola, che pensasse che sono solo parole e non mezzi, veicoli, strumenti, bauli, conseguenze. Poi ho tirato fuori il manuale di istruzioni, ho chiuso le porte per non essere interrotta, ho controllato le regole. E ho ricominciato a giocare con lui. Che non giocava più da solo perché non si può giocare da soli, andava avanti e indietro ma non giocava più nemmeno lui. Ogni tanto diceva qualcosa allora io rispondevo e poi stavamo zitti e poi parlavamo insieme, uno sopra l’altro, allora ridevamo e dicevamo “prima tu”. Io allungavo le gambe o mi mettevo scomposta, come se fosse normale, lui comprava le noci prima che finissero quelle nel cesto di vimini dietro il tavolo, sul carrello vicino alla finestra. Io dicevo una cosa intelligente, lui una cazzata e poi il contrario. 1 e 2 camminavano senza far rumore, sapevano, che era un inizio e non andava interrotto, stavano così, sullo sfondo, ogni tanto una delle due diceva “mamma” e subito dopo “no, scusa, volevo dire papà, è che mi confondo”, soprattutto 2, che è più attenta di 1 a quel che succede, va detto. E lui era partito convinto, che quella cosa, qualunque cosa fosse, non poteva finire così, come una partita, per noia. E io non lo avevo rassicurato, non più. Ma mi ero innamorata di nuovo. E non avevo più 23 anni e nemmeno 35, ne avevo qualcuno di più ed era bellissimo. Innamorarsi alla mia età è bellissimo, si è liberi qui. Nel centro del petto, nelle orecchie. Alla base del collo. Lungo la linea tratteggiata delle clavicole, sulla punta del naso, in un punto preciso tra le scapole. Tra le dita dei piedi, nello spazio tra le cosce quando le unisci e non sfregano. Innamorarsi alla mia età è come avere un forte raffreddore, sai che passa, sai che non è grave ma se vuoi puoi fermarti un attimo, ti senti le ossa rotte ma hai gli occhi lucidi e sembri sempre commosso o stupito o entrambi, puoi dormire un po’ sul divano oppure puoi decidere di fare tutto lo stesso come se niente fosse. Non ti ferma ma ti cambia il gusto. Ne prendi atto, sai che c’è e continui la tua vita. E non ti confondi più, lo chiami con il suo nome. Oppure non lo chiami, sai che non serve. Quando si gira gli sorridi e tiri i dadi un’altra volta.

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