Cose che volevo dire da un po’

 

Sono tra due specchi a figura intera, quello dietro di me lo tengo a una certa distanza, volutamente, come il parrucchiere quando deve mostrarti il taglio scalato, per dare più volume. I difetti, da dietro, sono i peggiori e i pregi, da dietro, sono i migliori. È difficile intervenire, dietro. Anche un semplice prurito alla schiena non è che da solo lo risolvi facilmente, anche riconoscersi da dietro non è semplice. Ho un neo rotondo sulla spalla sinistra e una macchia di caffè sul braccio destro, due fossette al termine della schiena che se camminassi a testa in giù, poggiandomi sulle mani anziché sui piedi sarebbero precise e perfette le fossette per la mia faccia da culo. Altri elementi per riconoscermi, da dietro, non li ho. Si, c’è il taglio. Scalato, per dare più volume. Nello specchio davanti ci sono riflessa io girata di spalle rispetto allo specchio posteriore. Mi guardo guardarmi, a distanza. Volutamente.

Sono stata l’altra, l’amante, per tre anni. Non ne vado fiera, ovviamente. Non è quel tipo di situazione nella quale vorrei si trovassero le mie figlie però è una cosa della vita e le cose della vita ci riguardano tutti, se siamo vivi e viviamo. Ero molto giovane o comunque abbastanza giovane da potermelo permettere come investimento di tempo, non nutrivo alcuna speranza, lui non me ne aveva date perché era onesto. A questo punto, in genere, scoppia la risata oppure arriva lo sguardo incredulo: onesto uno così? Uno come lui? No, non uno come lui. Lui. Con me, onesto con me. Con lei mica erano affari miei.

Io di lei non sapevo niente e ho pensato di tutto. Inizialmente che fosse una donna molto impegnata e sicura di sé, poi che fosse scema, tanto. Perché io sarei venuta a cercarmi e a prendermi a calci nel culo, invece niente. Poi ho pensato che fosse disabile, per quello non veniva a cercarmi. Con la mia migliore amica facevamo ipotesi, io dicevo che era in sedia a rotelle, che non aveva le mani, le dita, i piedi, lei annuiva e diceva “no, Soniè, non penso. Semplicemente lui è un paraculo e lei non ha voglia di dover mandare per aria tutto. Se ti cerca e ti trova poi cosa fa? E non vuole. Soniè, non ha voglia di vedere.”

La mia migliore amica è sempre stata fighissima per quella cosa che fa di annuire e dirmi no contemporaneamente che solo per questo quanto bene le voglio.

Questa cosa delle mani e delle dita, degli arti assenti insomma, a me agita moltissimo. Quando ero incinta volevo, ad ogni visita, che il ginecologo contasse dieci sopra e dieci sotto, due mani e due piedi, lui mi parlava di vescica, reni, milza, tutto in sede io pensavo bla bla bla  e dicevo “si molto bene dottore ma lei mi conti le dita”- “ma non è un indice diagnostico” rispondeva lui- “senta, mi diagnostichi l’indice, il medio, il pollice e tutto il resto che lo so io”.

Ero molto giovane o comunque abbastanza giovane ma ero una ragazza che viveva da adulta. Lavoravo e studiavo, il mattino portavo mia sorella a scuola, andavo a riprenderla alle 13.30 per il pranzo e poi due volte a settimana aveva il rientro pomeridiano. Ritiravo la pagella del primo quadrimestre, la portavo a catechismo. Alle feste di compleanno, cercavo le vie, il civico, le davo il regalo impacchettato. A judo, poco, è durata poco. A danza, è durata poco anche quella ma un po’ di più. L’avevo portata io a fare il richiamo di non so quel vaccino e i miei genitori non mi avevano firmato alcuna delega, mi sono beccata il cazziatone dell’infermiera, non potevo anche se ero maggiorenne, ma insomma, ma in che mondo viviamo se un genitore nemmeno si presenta a far fare i vaccini ai propri figli? Senza delega firmata niente vaccino. Le avevo strappato quel cazzo di foglio dalla mano e con l’altra avevo preso la bambina, percorso il corridoio, spalancato il portone ed ero arrivata al parcheggio.

“Sai che facciamo? Facciamo così, che adesso io compilo questo modulo, lo firmo e torniamo su, se quella stronza ti chiede qualcosa tu rispondi che si, siamo tornate a casa e abbiamo fatto firmare a mamma il foglio, eh? Che dici? Facciamo proprio così, ecco, adesso io scrivo qui il nome di mamma, il mio nome e facciamo che mamma ha firmato“. Ero abituata a puntare dritta al risultato.

L’altra, cioè la moglie, io ero l’altra, non era disabile comunque. Era una donna adulta che viveva da ragazza, da quel che ho capito, poco, ma va bene così. Non mi sentivo in colpa, non c’era quella cosa della solidarietà femminile o almeno io non ce l’avevo e non penso di avercela nemmeno ora. Non divido gli stronzi in maschi e femmine, non mi aspetto una condotta perché appartenenti allo stesso genere, ero e sono una sostenitrice della responsabilità personale e del fatto che esistono i nomi per dire le cose e soprattutto per pensarle le cose e che se non hai quelle parole allora non puoi pensare quelle cose e allora non puoi dirle e se non puoi dirle il tuo livello di responsabilità è diverso e se è diverso, dal mio, allora non abbiamo niente da spartire, mi dispiace. No, non è vero, non mi dispiace.

“Ma tu staresti con uno come me?”

Mi aveva chiesto così, era l’estate del 2003, fine giugno, era nato l’ultimo dei miei cugini quel giorno, mi toccava la visita in ospedale e non me ne fregava niente, di un cugino che anagraficamente avrei potuto partorire e dei suoi genitori, del cameriere che portava a me un macchiato e a lui un caffè normale  che non c’era niente di normale a stare seduti lì al tavolino di quel bar alle cinque del pomeriggio e poi vedere la sua faccia cambiare espressione perché aveva intravisto sua cugina passare, “perché non puoi prendere un caffè con una cliente?” e avevo pensato, perché abbiamo cugini, a cosa servono i cugini, quanti cazzo di cugini ci sono nel mondo e avevo canticchiato in testa la canzone quella di Claudio Bisio che fa quante cazzo di isolacce deve averci questa merda di una Grecia e questi pescatori greci…

“No, con uno come te mai. Ma con te si”.

Ci si confonde, a parlare intendo.  Si dice una cosa e si pensa che il significato sia chiaro invece no, bisogna intendersi sul significato. Faticoso. È per questo che sto smettendo di parlare sempre e con tutti o con molti o con abbastanza. Con tutti non ho mai parlato. Si dice zona di confort, resilienza e io me li vedo alcuni che sono andati un attimo prima su google a cercare e hanno letto ma non hanno capito. A me la resilienza fa schifo, chi dice resilienza mi annoia e chi vuole uscire dalla propria zona di confort ma poi non svuota il cestino della carta in ufficio o trema se gli chiedi un elenco dei clienti che segue per definire una strategia commerciale mi farebbe tenerezza se fossi incline alla tenerezza ma non lo sono. Quindi mi fa incazzare, perché sono incline alle incazzature.

Forte. Forte non è il contrario di sensibile. Non è che se mi dicono che io ero forte e l’altra, cioè la moglie, io ero l’altra, era sensibile funziona un qualche ragionamento perché manca proprio il ragionamento. Questa retorica della forza mi ha stufata. Tutta questa sensibilità che nell’allocazione delle risorse è stata destinata interamente a tutto il resto dell’umanità tranne che a me ha rotto le palle. Allora, io non sono forte. Non riesco ad aprire il barattolo nuovo della marmellata certe mattine, non sposto facilmente il divano per pulire. Io non mi lamento, è diverso. Io mi arrangio. Io resisto ma no, non sono forte. Io sono debole. Fragile. Insicura. Io detesto quelli che usano tre aggettivi di seguito perché mi sembrano “quelli del marketing” che non so, non so come facciano a rivendere le loro idee, comunque non sono debole, fragile e insicura. Sono debole. Fragile. Insicura. E la sensibilità altrui raccontata da narratori esterni mi fa alzare lo sguardo al cielo e cadere le braccia lungo i fianchi, proprio che le getto giù, quasi a terra e l’espressione sofferente del mio volto intende dire solo una cosa “eccccheeeeepalllleeeeeee”.  Più dei presunti sensibili odio i loro esegeti che pretendono da tutti la stessa cautela che adoperano nel parlarne, la stessa delicatezza. Perché i sensibili patiscono. Il tono di voce, sgarbato. Le parole, dure. Gli atteggiamenti, risoluti. Le richieste, pretese. Gli scherzi, di cattivo gusto. Le opinioni, giudicanti. L’ironia, fuori luogo. No, non sono sensibile, cioè se mi viene dato un pugno in faccia sento male, se muore qualcuno a cui voglio bene piango, da sola, in bagno o in auto o in ufficio o sotto la doccia che così si confonde, se sento un rumore improvviso mi spavento, se guardo un film violento chiudo gli occhi durante le scene maggiormente disturbanti. Ma questo mica fa di me una sensibile, una da raccontare come sensibile, dai.  Forte, forte suona meglio, suona antico, suona da sempre nella mia testa come un motivo maledetto, un jingle inventato da quelli del marketing non troppo bravi con le parole, forte suona e risuona bene ma senza dirlo troppo forte, che dà fastidio, poverini, ai sensibili.

Senza bile. Io sono senza bile. Non ho la colecisti, mi è rimasto il fegato a sputare fuori il liquido magico ma non posso abusarne perché manca il magazzino, non ho scorte, un po’ come quando compri sul venduto. Ho qui le cicatrici che me lo ricordano di fare attenzione, le vedo riflesse nello specchio, una in particolare, una x bianca appena sopra il fianco destro. Impercettibile, aveva detto il chirurgo. Che bella parola, gli avevo risposto. “Chi non lo sa nemmeno se ne accorgerà”. Vero. Ma chi non lo sa difficilmente mi vedrà l’addome nudo. Chi non lo sa non cercherà una cicatrice. Chi non lo sa non mi importa. Io la trovo subito, la vedo subito, come l’errore quando controllo un lavoro altrui, mi basta far cadere appena l’occhio ed eccolo lì. Pignola cagazzo, pensano. Lo so che lo pensano, lo penso anch’io quando controllo un mio lavoro e trovo l’errore subito. Come la parola che manca nel gioco delle parole intrecciate “ma come fai a vederla?”. La cerco. Si perde sensibilità sulle cicatrici, mi viene da sorridere. Sarà per quello. Però prudono, prudono come nessuna altra parte del corpo può prudere. Mi guardo, riflessa nello specchio anteriore e potrei disegnarmi ad occhi chiusi, lo scalino dei cesarei appena sopra il pube, le x bianche impercettibili sull’addome, l’ombelico triste che ha fatto il suo dovere e adesso nessuno se ne cura, le spalle larghe, tipiche delle donne forti, il seno di una vecchia adolescente, mai cresciuto per davvero. Le cosce allenate, faccio quella cosa di avvicinarle per vedere se c’è lo spazio, si, allora va bene, non sfregano. Mi guardo come davanti a una vetrina che non importa cosa è esposto ma come mi vedo. Il viso, le orecchie senza i nove orecchini collezionati da ragazzina e tenuti fino a pochi anni fa, fino al giorno in cui ne ho tolti sette, compreso il cerchiolino d’oro che mi faceva da piercing sulla cartilagine. Mia madre si innervosiva quando ero bambina e mi doveva legare i capelli, perché sono sottili e scappano dappertutto, mai una treccia ferma, mai una coda senza qualche crine sparato fuori, si arrabbiava proprio, perché non avevo preso i capelli da lei, ricci e voluminosi, no, io no, come mio padre, lisci, piatti, nemmeno i capelli da lei. Al culmine del nervoso mi dava delle sberle sulle orecchie, perché era impossibile. Ci rimediavo una coda di merda e le orecchie rosse per un po’, lì, sul padiglione dove anni dopo avrei messo il piercing. Non se n’è mai accorto nessuno di quell’orecchino fuori posto, non era esibito, chi non lo sapeva non lo cercava, non se lo aspettava nemmeno. Avevo rinunciato ai capelli lunghi e soprattutto alle code, prima un taglio fino alle spalle e poi via via sempre più corto. Spettinato. Scalato. Per dare volume. È venuto bene, alla fine, si vede, si vede bene. Nello specchio alle mie spalle.

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