Giorni buoni

 

Il piede lungo come la piastrella, la piastrella lunga come il piede. Corrispondenza perfetta. A questo pensa la bambina mentre mette un piede nella piastrella e poi l’altro nella piastrella successiva e poi rimette il primo piede nella piastrella che viene dopo e poi ancora l’altro piede nella piastrella che segue senza interruzione. Senza fuga. Lo fa anche da seduta, piega la gamba, ginocchio sotto il mento, piede nella piastrella, piega l’altra gamba, altro ginocchio sotto il mento, altro piede nella piastrella. Le serrande tirate giù, un adesivo di plastica a ricoprire i vetri inferiori della porta finestra oltre la quale c’è il balcone, lungo e stretto, che affaccia sul cortile, a far da elle c’è il balcone dei vicini, Laura si chiama la mamma dei vicini, sorride e guarda la Carrà o Corrado, all’ora di pranzo. Sono all’ultimo piano, il nono, in primavera Laura si affaccia per controllare le sue figlie che giocano in cortile. Ogni tanto anche la bambina gioca in cortile con loro e con gli altri bambini, poi il signore del primo piano si affaccia e urla, la lattaia esce dal retro del negozio e urla. Il problema è il pallone dei maschi, finisce sulla macchina coperta dal telo grigio di uno, sbatte sulla porta e sulle bottiglie di latte vuote infilate in ceste rosse di plastica dell’altra . La lattaia si ubriaca, dicono, per quello le strisciano le parole in bocca, forse perché è veneta, dice un ragazzino che è più grande e sa cose che gli altri non sanno, i veneti si ubriacano. Ogni tanto anche la nipote della lattaia gioca in cortile, nessuno le chiede se sua nonna beve ma il ragazzino, lui, lui si, le chiede se è vero che sono veneti. Lei risponde di si, lui guarda gli altri ed ha lo sguardo scafato, calcia il pallone, il signore del primo piano si affaccia, tutti scappano dietro le macchine parcheggiate, ridendo.
Adesso no, però. Adesso le serrande stanno giù. Se suo fratello sbatte contro il vetro non si taglia, c’è la plastica adesiva che impedisce alle schegge di cadere all’interno. Suo fratello corre ma soprattutto salta. Dal divano a terra, da terra al divano, dal divano al tavolino, dal letto alla scrivania, salta e non sta mai fermo. È piccolo, ci vuole pazienza con i piccoli. La bambina non sa cosa sia la pazienza pensa che sia come aspettare. Allora si mettono lì, a terra, con i Puffi, con le macchinine quelle che cambiano colore se le metti nell’acqua fredda, con i Robot con le braccia che si trasformano, seduti a terra, con le serrande abbassate che a cadere giù dal nono piano dopo non ti raccolgono nemmeno con il cucchiaino le dice sempre sua madre e la bambina si immagina la scena, mai dal lato del cortile, sempre dal lato della strada, dove c’è la sua stanza, sempre davanti al portone, tra l’ingresso della latteria e quello della panetteria, si immagina sua madre con un cucchiaino in mano che no, non riesce a raccoglierla, perché la bambina pensa sempre che sarà lei a cadere, nel caso. Non sua madre. Sua madre è sdraiata sul divano, sotto un plaid di lana pruriginosa a scacchi, con spesse frange alle estremità, debole, sente il vociare di sottofondo dei due che giocano e non sa che la bambina non gioca. Mette il piede nella piastrella, la piastrella lunga come il piede, il piede lungo come la piastrella, un piede dopo l’altro, una piastrella dopo l’altra. Corrispondenza perfetta. Senza fuga. In un tinello con un cucinino, parole che non esistono più che indicano uno spazio che non esiste più, un piede dopo l’altro guarda suo fratello e aspetta. È così che si fa con i piccoli.

 

 

 

La donna le abbraccia entrambe, le sue figlie. Sul divano sotto le coperte di pile, morbide e lisce, senza disegni, rombi, scacchi, senza fastidi o pruriti. Guardano un film che fa paura, Lo Squalo, è un sabato pomeriggio, sono le tre così-si sono dette- per questa sera abbiamo smaltito lo spavento e andiamo a dormire tranquille. Ridono tutte e tre e si accovacciano sotto le coperte, sistemano i cuscini dietro la schiena, la donna in centro, le due figlie sotto le braccia, sembra un uccello con le ali spalancate e la figlia più grande schiaccia il tasto play e prende in giro la madre e la sorella e la figlia più piccola si stringe al fianco della madre e dice “dimmi quando posso guardare” e la madre dice “non lo so perché anch’io mi copro gli occhi” e ridono, ancora, tutte e tre, allora la donna capisce che può chiuderne solo uno di occhio, che deve guardare e dentro di sé ripete tanto è tutto finto è solo un film, il pescione è di gomma, ma è lei che deve dire adesso si, adesso no, è a lei che tocca essere forte, su quel divano. Poi l’imprevisto, lo squalo che emerge con la bocca mostruosamente spalancata e nessuna delle tre se l’aspettava, che la figlia grande aveva chiesto una fetta di torta, allora un pezzetto anche la figlia piccola e allora si, la donna le ha tagliate e appoggiate su due piattini da frutta e ha staccato un pezzo di scottex ciascuna dal rotolo sulla penisola in cucina ed è tornata a sedersi, lì in mezzo a loro, e le ragazze hanno detto che era venuta davvero buona e le hanno detto “brava, mamma, sei stata brava” e il cagnolino le era saltato in braccio un po’ per amore e un po’ perché c’era cibo sul divano ed era stato allora che era comparso anche lo squalo, quando mangiavano la torta sul divano con il cane e non si erano coperte gli occhi e non avevano prestato attenzione alla musichetta e allora avevano urlato tutte e tre insieme e il cane non capiva e si era prodigato in leccate consolatorie sulla faccia di una, dell’altra, della terza e poi ancora dall’inizio e quelle urlavano e ridevano contemporaneamente e viste da fuori sembravano sceme ma non c’era nessuno a vederle da fuori. E comunque la corrispondenza era perfetta.

 

 

È autunno, forse inverno, si portano cappotti, si va all’asilo e si resta in classe, non si va fuori a giocare. La bambina deve andare dal dottore, di nuovo. Lei va spesso dal dottore, sempre diverso. Tutti dottori gentili, con il camice bianco, parlano con i suoi genitori e poi la fanno, sempre, sedere su uno sgabello che gira e gira e gira e gira e gira e gira finché non è dell’altezza giusta. L’altezza giusta è quella che le consente di poggiare il mento e la fronte contro un macchinario freddo. Dall’altra parte il dottore le dice di guardare e dire “dov’è il cane? Dentro la casa o fuori dalla casa? Di che colore è il tetto della casa? Il cane è uno o sono due? “Quel giorno però è diverso. Si siede su una sedia grande come una poltrona, il dottore spegne la luce e in fondo alla stanza si illumina la parete e compaiono le lettere. La bambina va all’asilo, si, ma sa riconoscere le lettere. E le sa mettere insieme una dopo l’altra: t e l e f o n o, f r a t e l l i n o, c a m e r e t t a. In questo modo non balbetta, una lettera dopo l’altra con calma. Con i numeri no, non è capace, non le interessano i numeri, non c’è niente che possa dire con i numeri. Le indica una lettera difficile, ha l’occhio sinistro tappato, è la c dura. La K. Il dottore ride, non ha mai visto niente del genere, una bambina così. La c dura, la c dura fa ridere. La bambina non ride. La bambina non parla se non le rivolgono domande. La bambina non pensa che la c dura faccia ridere. Le tappano l’altro occhio. La bambina non vede più. Il dottore la fa scendere dalla poltrona e le dice parole che lei non capisce tutte insieme sa solo che lui in mano ha un cerotto marrone enorme, quadrato-di che colore è il cerotto che ha in mano il dottore? Di che forma è il cerotto? Lei piange. Non vuole piangere davanti agli estranei e il dottore è un estraneo ma dietro di lui ci sono mamma e papà e allora lei piange perché siano loro a vederla ma loro non possono farci nulla e allora il dottore fa quello che deve e le incolla il cerotto quadrato e marrone sull’occhio destro. Il solo dal quale vedeva, adesso non c’è più distinzione tra colori, tra lettere, forme, adesso che la portano in quel negozio bellissimo e le fanno scegliere quello che vuole che mai, mai una cosa così, mai era successo di poter scegliere e la barbie che ha tra le mani è seduta su una poltrona viola, come la poltrona su cui era seduta lei prima e la bambina la sceglie e sbaglia a dire il colore del vestito, no, non sbaglia, non lo vede e la commessa non capisce e la madre si commuove e poi vanno a prendere il fratellino, se non si è schiantato contro qualche finestra, a casa dei nonni e lì c’è anche suo cugino grande che non c’è quasi mai perché vive lontano e viene solo quando i suoi genitori stanno per lasciarsi finché non si lasciano davvero e allora lui non viene più, resta con il padre e c’è anche lo zio, un ragazzino con pochi anni in più della bambina, nemmeno dieci, nove mal contati, e la nonna apre la porta e vede la bambina con il cerotto marrone e la butta sul ridere e il fratellino no, non si è schiantato e lo zio e il cugino quando la vedono iniziano a ridere e le dicono di nascosto che ha il cerotto sull’occhio sbagliato perché le hanno lasciato scoperto quello storto e lei vorrebbe piangere e sente le lacrime e la pelle che tira intorno all’occhio per colpa della colla bagnata e vorrebbe che sua madre gli mollasse un ceffone a quei due, che sua nonna gli dicesse di levarsi di torno ma non lo fanno e allora lei non piange, perché no, perché non piange davanti agli estranei. Così ha deciso, ora che non può più distinguere le persone. Sono tutti estranei.

 

 

 

Suo marito le aveva telefonato che era una mattina normale. Alla fine della telefonata niente era stato come prima. Faceva caldo, era maggio. La donna aveva risposto distrattamente, sapeva che era lui, non aveva tolto lo sguardo dal computer, pensava le chiedesse qualcosa di lavoro invece aveva accavallato frasi sconnesse, qualcuno non veniva alla festa della figlia maggiore, chi non si capiva, il perché non si capiva.
“Calma.
Racconta con calma.” Aveva detto lei.
Ma lui non era agitato, lei lo sapeva, lei lo conosceva. Era incredulo e a lui non piaceva essere incredulo perché non vedeva i contorni della sua stessa incredulità e a lui non piaceva non vedere i contorni a meno che non fosse lui a disegnare senza contorni, come i Macchiaioli, a meno che non fosse lui a decidere che la linea che delimita il tutto è l’orizzonte, in barca, al sorgere del sole, quando si leva l’ancora e si va via di bolina.
Aveva raccontato quel che era accaduto.
Lei si era tolta gli occhiali e fatto quel gesto con l’indice e il pollice della mano destra di massaggiarsi il naso, tra gli occhi, dove ha i solchi lasciati dalla montatura, nonostante le compri sempre più leggere porta gli occhiali da troppi anni per non aver segni.
“Va bene-aveva detto lei- Tizio e il suo clan non verrà alla festa, meglio stiamo più larghi. Sento il ristorante e rimoduliamo i tavoli, poi spiegheremo alla bambina il perché. C’è un perchè? “Aveva chiesto lei, ancora.
Tizio aveva detto “niente di personale”.
Lei aveva riso. Niente di personale è già qualcosa di personale. Tizio aveva blaterato cose che riguardavano lei, Tizio si era fatto un’idea, ecco, aveva detto proprio così, che si era fatto un’idea, aveva poi fatto riferimento al fatto che lei non avesse ambizioni lavorative, che sua moglie lei invece guadagnava molto e che comunque non era niente di personale, le aveva riferito suo marito. La donna se lo immaginava Tizio che diceva “niente”con quella dizione stentata che sembrava dicesse gnente e gli si accumulava la bava agli angoli della bocca cadente. Non mi hai fatto gnente faccia di serpente, non mi hai fatto male faccia di maiale. Si ,Tizio da bambino doveva essere stato uno sputazzone del genere.
“Scusa, se si preoccupa di quanto guadagno io la cosa diventa personale, direi. Ad ogni modo, mi stanno facendo un favore grande come una casa. Se tu non la vedi così mi dispiace molto per te, ma io sono felice, si sono autoeliminati e mi hanno tolto una serie lunghissima di rotture di coglioni sotto forma di inviti e controinviti per il futuro.”
Questo era stato in sintesi il discorso di lei.
Lui aveva riattaccato.
Lei aveva scritto una mail. Una soltanto. Alla quale non si aspettava risposta, altrimenti avrebbe telefonato. Ma no, non voleva sentire risposte. Voleva dire esattamente quello che pensava, senza nemmeno omettere la parte del favore, travestendola solo un po’. Aveva cliccato invio senza la minima esitazione come si preme un grilletto quando sai che si tratta di legittima difesa. Non per lei, il pericolo non era per lei. Per sua figlia. Per sua figlia avrebbe preso a ceffoni anche il padreterno ammesso che esistesse e che si azzardasse a tirare in ballo sua figlia, figuriamoci Tizio o chi per lui, perché il punto era- è- solo uno per quella donna: i bambini non si toccano. Sua figlia non la sfiori nemmeno per sbaglio. Mai. Perché non c’è niente di più personale.

 

La bambina teneva la scala ferma, arrampicata in cima sua madre smontava le tende dai ganci per lavarle. Ogni gancio una parolaccia.
“Mamma non si dice.”
“Si che si dice. Quando ci vuole ci vuole.”
“E quando ci vuole?”
“Ci vuole quando ci vuole.”
Sua madre era campionessa di tautologia.
Perché si, perché no, perché lo dico io, perché due non fa tre, perché è così, perché perché perché.
La bambina guardava le caviglie di sua madre, erano magre, ossute. I piedi con le vene blu in rilievo infilati nelle ciabatte appoggiate, instabili, sui gradini uno dopo l’altro, lei con le gambe divaricate e le braccia, magre ma non ossute, a tenere ferma la scala.
“Se cadi?”
“È un casino, se cado. Ma non cado.”
La bambina pensava che sua madre potesse cadere. Suo padre no, non sarebbe mai caduto. Suo padre aveva la pancia. Le caviglie spesse. Le braccia grosse, tirava giù i materassi e li metteva in corridoio per insegnarle a fare le capriole anche se lei era imbranata fisicamente. Così dicevano. Non era coordinata. Era pigra. Anche la maestra diceva no, no, a lei datele solo che da scrivere. Lei sperava che non la facesse leggere a voce alta, in classe. Oh, la bambina leggeva meglio di chiunque altro e più di chiunque altro. Ma nella mente. In silenzio.
Alla bambina non piaceva quello che sentiva dalle persone, quando dicevano che lei era imbranata. Lei aveva paura ma nessuno le aveva mai chiesto se era così. O perché? Lei non avrebbe mai risposto ho paura perché ho paura. Lei avrebbe spiegato.
Alla bambina non piaceva quello che sentiva delle persone, di alcuni. I suoi zii per esempio, non le piacevano. Facevano quella cosa di guardarli, di guardare suo padre, come se fosse povero.
Suo padre aveva sempre macchine che facevano ridere i suoi zii. Però in tutte le macchine, gli zii non lo sapevano, c’era un tasto che era il tasto del Turbo. A un certo punto mentre lui guidava chiedeva  alla bambina e al fratellino “metto il Turbo?” E loro urlavano di siiiiii e la madre diceva “dai per favore” e il padre metteva il Turbo. Davvero, andavano davvero più veloci quando schiacciava quel tasto e la bambina e il fratellino si schiacciavano tutti contro il sedile, la schiena appoggiata indietro che sembrava una scena di Supercar. E poi loro andavano sempre al mare. Non avevano mai saltato un’estate, mai. Il padre caricava tutti i bagagli nell’auto, la madre sbrinava il frigo e lo lasciava aperto, poi partivano, di notte così la bambina e il fratellino dormivano per lungo, i piedi di uno in faccia all’altra e la corrispondenza era perfetta. I poveri mica vanno al mare tutte le estati. E poi i poveri possono smettere di essere poveri se diventano ricchi, sapeva con certezza la bambina. Invece quelli che sono stupidi non possono smettere di essere stupidi, come il suo compagno Diego, che la maestra lo aveva messo accanto a lei sperando che per osmosi succedesse qualcosa, evidentemente sapeva la maestra che la stupidità non è contagiosa mentre sperava che l’intelligenza lo fosse ma purtroppo per Diego non accadeva niente. La bambina pensava che essere bocciati così tante volte come i suoi parenti e andare a scuola per fare due anni in uno e copiare agli esami e farsi scrivere i temi- come si fa a farsi scrivere un tema , come si fa a prendere le idee di un altro– non fosse una cosa di cui vantarsi. Eppure si vantavano o qualcosa di molto simile al vantarsi, a sembrare furbi mentre visti da fuori si è solo stupidi. Però succedeva sempre che sua madre bilanciasse. “Si è stato bocciato, ma l’anno dopo è andato bene.”
Certo, ha ripetuto. Il sei dell’anno dopo era dato dalla somma dei due anni.

“Non va bene a scuola perché la scuola non è fatta per persone come lui.
Non saprà fare l’analisi logica come la sai fare tu ma almeno non tiene sempre il muso come fai tu.”
E così via, la bambina sapeva che per gli altri esistevano sempre delle giustificazioni e aveva il sospetto che se avessero dimostrato che lei sbagliava, se anche lei era sbagliata, allora avrebbero sanato gli errori degli altri. Compresa sua madre.

 

 

 

La donna macina chilometri su chilometri, conosce quel tratto della tangenziale ad occhi chiusi. Le sue figlie sono agoniste. Lei si riempie la bocca con la parola. Non le frega un cazzo delle prestazioni in gara, le piace il suono della parola agonista, la sente bella larga in bocca, da una guancia all’altra, agonista, agonista,agonista.
Tanti anni fa si era accomodata su una poltroncina di velluto davanti a una dottoressa senza camice, magrissima, ossuta, con gli occhi azzurri e spalancati come una bambola seduta e le aveva detto tutto d’un fiato “sono qui perché mio padre ha paura che ammazzi le mie bambine”. Aveva scelto la parola ammazzare, non aveva detto uccidere, uccidere suona delicato, lento, accettabile. Ammazzare è duro, fa paura a chi lo ascolta, fa paura a chi lo dice, non a lei. La donna è abituata ai suoni duri, alle zeta, ne ha due nel cognome, una fatica da che ha memoria, quel cognome sempre sbagliato da tutti, la vergogna di sentirlo pronunciare a voce alta e di dover correggere, non osava, quante volte ha lasciato che lo sbagliassero come se fosse colpa sua.
La donna è una formatrice, va nelle aziende, raggruppa i lavoratori e fa formazione nelle materie in cui è specializzata. Parla davanti agli altri e le sembra, ogni volta, un miracolo, un suo piccolo e fottuitissimo miracolo e alla fine tira su il dito medio a se stessa, a una serie indistinta di soggetti che le hanno abitato la testa e dice “si, cazzo. È andata. Parlo e scelgo le parole e questi mi ascoltano e faccio l’appello e faccio attenzione ai cognomi”, soprattutto a quelli stranieri, a quelli dell’Est che sono difficili e che non pensino che fa lo stesso, che si possono sbagliare così i cognomi e quando li pronuncia cerca con lo sguardo la persona e dice “spero di averlo pronunciato correttamente”. E lo dice pensandolo. E riconosce lo sguardo di ringraziamento, per quella che è una cura, un’attenzione stupida che costa niente.
La donna dice un sacco di parolacce perché le pensa, non c’è verso, non riesce a pensare senza le parolacce. Le pensa, le dice. Le sceglie anche se poi usa sempre le stesse : sposta quella cazzo di sedia, prepariamo sta cazzo di cena, se non importa a te della gara sai a me che me ne fotte, fai come ti pare ma non mi parlare di quella merda, pensala come vuoi ma non mi sfrangare i coglioni.
Sembra pesante viverci insieme ma in realtà le dice in un modo che poi uno non se ne accorge più. Una volta la mamma di una ragazzina che si allena con la sua figlia maggiore le ha detto “le dici con eleganza”.
La donna ci tiene che le figlie si allenino e abbiano passione. Non sono imbranate, sanno fare capovolte e stare in equilibrio dai tempi della scuola materna, frequentavano un corso extracurricolare di babygym, attività motoria in inglese. Così lei si sentiva una grande mamma, a loro diceva “jump like a monkey” la sola cosa che avesse capito durante la lezione aperta e quelle saltavano e si portavano le mani sotto le ascelle urlando.
La dottoressa senza camice aveva sbattuto le palpebre e senza alcuno stupore le aveva detto “no, lei non ammazzerà le sue bambine”. La donna aveva sentito un suono di metallo in fondo alla pancia, come un cucchiaino che cade su una piastrella.

 

 

La bambina aveva una memoria eccezionale, davvero. Fotografica, soprattutto. E poi coglieva tutti i dettagli, le scarpe, la borsa, il colore dell’auto. Ricordava tutto quello che le succedeva e anche quello che non le accadeva ma che la sfiorava. Iniziava a mettere da parte ricordi e insieme ai ricordi le emozioni collegate e più di altre il rancore. Oh, la bambina era una bambina rancorosa ma non lo poteva affermare con certezza. Non erano anni quelli in cui le emozioni andavano di moda tra i bambini. I bambini erano tutti felici, per definizione. Avevano l’acetone e le placche, facevano i capricci e bisognava ricordargli di non far fare brutte figure. Basta. La bambina no, non lo sapeva che quello era rancore. Lo sentiva, lo intuiva, lo ingoiava nonostante le placche e il dolore ma non lo poteva sapere. Pensava che ricordare fosse una qualità. Fosse utile. Se ti ricordi tutto allora puoi rispondere quando qualcuno non ricorda più. Invece, avevano iniziato a dirle che no, che era un difetto. Che non poteva rinfacciare. Ma non è rinfacciare, è ricordare, diceva lei. “No. Rinfacci. E vivi male, vedi, vivi male a ricordare anche le cose brutte. Lascia perdere, no? Vivi male.”
La bambina non era assolutamente d’accordo. Lei viveva bene ricordando. E poi mica puoi dire a qualcuno di dimenticare. Non è come buttare la carta del gelato nel bidone in fondo al marciapiede. No, la bambina sapeva che ricordare non poteva essere sbagliato. “Va bene, ricorda e vivi male. Ma non dirlo. Almeno non dirlo sempre tutto quello che ricordi, che vivi peggio. E la gente si offende.”
Ma se hanno detto o fatto una cosa che ora io ricordo come possono offendersi? Pensava la bambina che però era solo una bambina e con i bambini ci vuole pazienza. Che è come aspettare.

 

 

 

 

La donna aveva il terrore di perdere la memoria. Come sua nonna che se l’era divorata quella bestia di malattia di merda, sua nonna che non riconosceva più suo nonno, impossibile anche solo da pensare perché quei due a vederli da fuori chiunque pensava Dio, Dio, la corrispondenza è perfetta e invece lei un giorno lo aveva visto sulla porta della cucina e gli aveva detto che doveva andarsene, perché sarebbe rientrato suo marito che era geloso. La fine. Erano finiti i giorni buoni per sempre. La scorta del tempo a disposizione si era esaurita. La donna se li teneva stretti nel cuore quei due vecchi, più belli di come non fossero, impossibile, erano bellissimi, lei con gli occhi neri e lui con gli occhi verdi, lei con la pelle olivastra e lui bianco come il latte, lei sbadata, lui meticoloso, lei riccia, lui il suo capriccio. La donna aveva paura di dimenticare ogni cosa allora ricordava tutto. Ripassava il tema dell’aoristo, i paradigmi dei verbi latini più difficili, gli anni in cui erano state scattate le fotografie senza girarle per spiare e controllava solo alla fine e poi faceva il dito medio così, per aria, a nessuno, a se stessa, a quella bastarda malattia-fottiti– e scriveva come in preda al delirio, come se fosse l’ultima cosa da fare prima di andare. E c’erano gli altri, comunque. Sempre gli altri, i Tizio, gli stupidi, le mamme delle amiche delle figlie, era impossibile scrivere senza scrivere di qualcosa e di qualcuno e misurando sempre le parole e questo si e questo no e allora dico solo di me così nessuno si offende, così non cerco di convincere nessuno-maledetta sucata che infili citazioni sucate– ma anche così non andava bene, c’erano ricordi che non poteva mettere in piazza però poteva trasformarli in storie e le storie quelle si sa, basta scrivere che i riferimenti sono puramente casuali. Ecco. Avrebbe fatto così, pensava la donna.
Incontrò un uomo un giorno, uno che scriveva davvero, per vivere, lei scriveva perché era viva ed era diverso eppure non tanto quanto sembra e parlando allora aveva detto, lei, che si, aveva capito, per scrivere non bisognava avere paura del giudizio degli altri, non si poteva scrivere se si aveva timore di cosa avrebbe pensato chiunque, Caio, la moglie di Tizio, lo zio scemo, il compagno di banco, la lattaia ubriaca, i veneti.
“Per vivere.” Aveva detto lui, l’uomo.
“Cosa?”, non aveva capito la donna, ancora nel pieno delle sue spiegazioni.
“Per vivere non si deve avere quel timore, non per scrivere.”
“Non vedo la differenza.”
Aveva concluso la donna, unendo le mani, sotto il mento, con una corrispondenza perfetta.

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