Pepe ha fatto una treccina, alle bancarelle, ha scelto i fili di quattro colori diversi, c’è anche l’argento con i brillantini e un sonaglino che chiude tutto ma non fa rumore, meglio le ho detto, i campanelli son cose da mucche. La ragazza che le ha annodato i fili lungo la ciocca lunghissima di capelli ha lavorato almeno venti minuti, io ho aspettato in un angolo con Justin al guinzaglio che non ha fatto altro che abbaiare al passaggio di ogni altro cane.

La maggior parte delle persone ha un cane.

Pepe è molto felice della sua treccina e comunque le sta bene, è vero, ha fatto bene a volerla.

Cri ha iniziato a bere il caffelatte a colazione, le intiepidisco il latte, appena appena e poi le aggiungo un po’ di caffe. Poco, tranquillo. Ci inzuppa le macine, la morte loro proprio. Era la mia colazione preferita, quando bevevo il latte e mangiavo i biscotti. Adesso dice che si, è la sua colazione preferita per sempre. Non so quanto durerà, non penso che arriveremo all’inizio della scuola. Ho letto che ci vogliono ventuno giorni per prendere un’abitudine. O per perderla. Ventuno. Non sono tanti, nemmeno pochi, non so se Cri riesce a fare qualcosa che non sia Karate per più di ventuno giorni, vedremo. Ho pensato che quando ci siamo conosciuti tu avevi paura delle abitudini, mi dicevi che se ci fossimo visti più di quel che ci vedevamo ti saresti abituato e non volevi. Ti rispondevo sempre in un modo solo: esistono anche le buone abitudini.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta.

Una bambina in spiaggia cercava di vendere l’acqua a suo fratello, gli diceva che si trattava di acqua bagnatissima e alzava il tono della voce, come al mercato, guarda, guarda, è davvero acqua bagnatissima, non l’hai mai provata?

A cosa serve, le ha chiesto lui.

Lei ci ha pensato, solo un attimo, davvero.

A fare quello che vuoi.

Lui l’ha comprata.

Non ha pagato alcun prezzo, le ha solo detto si, la compro e allora lei gli ha dato il secchiello. Tecnicamente la vendita non si è perfezionata, ho pensato, non so perché ma l’ho pensato come penso che la caffettiera può scoppiare mentre preparo il caffè per il latte di Cri o che se non ripeto il codice del bancomat mentre sono in coda alla cassa lo dimenticherò.

Non l’ha usata, ho aspettato che la usasse per vedere cosa voleva, insomma hai un’acqua bagnatissima che puoi farci quel che vuoi e invece non l’ha usata.

Però sapeva di averla, mi sono detta.

C’è una coppia di anziani nel palazzo accanto, passo davanti al loro balcone, sono al primo piano, la sera quando porto fuori Justin e butto il vetro o la plastica. Lui si chiama Angelo ed è ripiegato a metà su se stesso, è come la confezione del calippo dopo che hai bevuto anche il fondo e la accartocci. Lei non lo so, perché lui non la chiama mai, è solo lei che chiama lui, anzi è solo lei che dice a ripetizione il nome di lui per lamentarsi di tutto quello che lui è stato, è, di tutto quello che lui non ha fatto e non fa. Mi mettono ansia e qualcosa che somiglia alla tristezza. Una vita così, a maledirsi. Che spreco. Faccio il tifo per lui, ogni sera spero di vederlo tirarsi su da se stesso all’improvviso e darle una testata in mezzo agli occhi, come la scena del film co Aldo Giovanni e Giacomo. Forza Angelo, forza. Invece niente.

Ho sentito Sara, ho visto Elisa, abbiamo mangiato in spiaggia, i ragazzi sono stati in acqua tutto il giorno, anche Cri, che anche se Edo è amico di Pepe va bene, perché Edo va bene. Ho sentito Giorgia, una mattina mentre prendevo il caffè, mi ha raccontato della sua bimba appena nata e intanto Pepe mi mandava messaggi tutti uguali. Mamma dove sei? Mamma quando torni? A prendere il caffè, tra poco. Cuore di risposta, rosso, pulsante.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta.

I vicini sono qui con la nipote adolescente, avrà sedici anni. Ha i capelli ricci e un ragazzino che l’aspetta ogni mattina sotto, appena fuori dal portone, appartato che non si veda da sopra. Sono uscita e lui sentendo il rumore della serratura che scattava si è illuminato a giorno e mi è dispiaciuto persino che poi ero solo io, avrei voluto dirgli qualcosa per consolarlo ma per fortuna lei era subito dietro di me e  ha fatto una corsa e gli è saltata addosso con la mossa del koala e lui la teneva per le natiche mentre lei lo cingeva con le gambe e ho sperato che i nonni non li vedessero e poi ho pensato via, via veloci, andate al mare e tornate tardi, più tardi che potete, via, vi copro io, andate, se serve fischio indifferente, andate, via via, veloci.

In spiaggia c’è il mondo intero per quel che è. Basta sedersi a guardare e c’è tutto. Quelli che bevono la coca cola alle dieci del mattino, aprono la bottiglia ghiacciata tirata fuori dalla borsa frigo tenuta sotto l’ombrellone facendo attenzione e io spero sempre che invece si rovesci tutta, che tutto il gas fuoriesca con la schiuma marroncina sugli asciugamani appena stesi, non so perché, forse è solo per dispetto. Quelli con i gonfiabili più gonfiati di sempre, fenicotteri e unicorni come in un mondo fantastico che si danno battaglia tra le onde, quelli con occhialini e maschere e tubi e boccagli e poi restano a riva. Quelli che il bagno ancora no che non sono passate tre ore. Mamma perché noi non aspettiamo mai tre ore? Mi chiedono una volta a stagione le mie ragazze. Non lo so. Perché io non le aspettavo, perché mia madre non mi ha abituata così e chissà che magari non sia stata una buona abitudine. Quelli che sono in vacanza con i nonni e vivono in un eterno rimandare: fino alla boa quando arrivano i tuoi, il monopattino quando arrivano i tuoi, il cocco tanto non ti piace poi lo provi quando arrivano i tuoi. Poi parlano tra loro, le nonne, le sento. Concludono ogni discorso dicendo “non vedo l’ora che arrivino i suoi”.

Un ragazzo con due cani mi ha detto che Justin sembra un Drago Cinese. Ho riso, forte, in mezzo alla strada. Allora anche lui ha riso. È bellissimo, mi ha detto e non so se si riferiva al fatto che stessimo ridendo o al cane. Non importa, mi sono detta.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta.

Ho cucinato, lavato il bagno, steso con metodo così da non dover stirare. Ho letto tre libri, due ok, il terzo una cazzata paurosa che mi sono detta ma come trovano editori consenzienti questi qui? Ma pagano o sono pagati? Ne ho comprato un altro e l’ho iniziato e sto pensando che non capisco niente, di premi e streghe e classifiche. Ho immaginato a come disporre i libri nella nuova libreria che abbiamo, a casa. Ho ancora dubbi, ho visto che c’è un libro che spiega come fare e ho pensato a Roth:

“forse dovresti scrivere

invece tu dovresti piantarla di leggere tutto ciò che è stato scritto

e cosa dovrei fare nel tempo libero?

Immergerti nella vita vera

C’è un libro che parla proprio di questo, sai.”

Poi ho pensato a un nome femminile e forse l’ho trovato.

Mio nonno avrebbe compiuto cento anni e non li ha compiuti ma un po’ si in realtà, mi sono detta, i morti non possono più morire e allora in qualche modo continuano a vivere e allora in qualche modo questi cent’anni li ha compiuti e in qualche modo io gli auguri glieli ho fatti che poi davanti al mare mi viene sempre più semplice e so anche perché ma non mi va di dirlo e poi in fondo lo sai anche tu e allora non c’è bisogno di dirlo.

Ho guardato gli annunci immobiliari, qui, in zona. Sono matti. Ho prenotato il ristorante e la torta per Pepe per quando arriverai, è un ristorante sulla spiaggia sempre pieno. Ho fatto un massaggio in un centro estetico e non ho mai tolto la mascherina, le ragazze sono rimaste da sole e sono state brave, va detto. Abbiamo mangiato la peggior pizza di sempre nel peggior locale del mondo con la clientela più atroce che si possa immaginare. Abbiamo ribattezzato quelli del tavolo accanto a noi gli abitanti di Truzzolandia, il paese dei Truzzi. Abbiamo soprannominato un signore in spiaggia l’Uomo Braciola perché passa la giornata al sole senza mai muoversi dal lettino e la famiglia accanto a lui li abbiamo chiamati gli Infelici perché non sorridono mai, nemmeno per finta, quelli del bar invece sono la famiglia Sorrisini per il motivo opposto, abbiamo immaginato avessero una paresi e io ho anche detto che forse si drogano ma era una battuta, sia chiaro. Poi abbiamo identificato un esemplare di Mamma Rospo per la forma della gola, abbiamo immaginato di vederla saltare in acqua per recuperare il suo bambino, esemplare di girino con braccioli e abbiamo riso. Abbiamo smesso di lamentarci dei sassi per uscire dall’acqua quando accanto alle nostre ciabatte abbiamo trovato delle stampelle e una ciabatta sola, di un signore che giocava con dei bambini in mare, poco lontano da noi e no, non ce ne eravamo accorte.

Le ragazze mi hanno chiesto perché alcune persone non usano il congiuntivo, una sera, di ritorno dal lungo mare, prima di attraversare sulle strisce, sai nel viale dove hai parcheggiato tu quando eri qui. Credo che abbia a che fare con il dubbio o meglio con la sua assenza, ho detto. E ci siamo addentrate in un discorso sui modi e sui tempi, è stato bello, penso lo abbiano capito e penso che abbiano capito l’importanza del dubbio, o meglio della sua presenza. Cri mi ha detto che le piacerebbe studiare Lettere all’Università. Pepe invece vuole diventare maestra di tennis e magari prima studiare Scienze Motorie e forse prima fare il Liceo Artistico. Ho pensato che mi madre mi avrebbe risposto di finire prima le medie e allora ho detto che mi sembrano tutte scelte bellissime, di tenerle lì. Come acqua bagnatissima.

Il sole è sorto che già lo aspettavo ed è tramontato che non me ne sono accorta. Ti aspetto e anche questa abitudine non l’ho persa.

spiaggia

 

 

2 pensieri su “Mentre non c’eri

  1. Ma certo che ci sono le belle abitudini! Poi anche le brutte e sarà che io amo la montagna, ma ogni volta che vedo questi supertruzzoni supertatuati in spiaggia mi convinco di più della sua superiorità rispetto al mare. Quindi per me ad esempio tornare in montagna è una bella abitudine. Nel frattempo aspetto quel nome 😉

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