E poi

 

Tra le cose che non so fare c’è piantare un ombrellone. Ne ho mentalmente preso nota, questo non significa che non ci proverò di nuovo anzi, ma ho segnato che no, non è roba mia. Soprattutto se manca la sabbia ma ci sono i sassi.

Il proprietario del chiosco mi ha chiesto se aspettavo mio marito, per il caffè, lunedi mattina. Anzi, non l’ha chiesto, mi ha detto “per il caffè, signora, aspettiamo suo marito”.

Eh, magari. Gli ho risposto. L’avrei anche aspettato con lui, io e lui, quel plurale presente, noi due ad aspettare per il caffè, guardando il mare e la spiaggia di sassi. Si può dire spiaggia di sassi? Non è come dire bistecca di seitan? Non succede quella cosa per cui il cervello crea un’immagine sulla base delle parole e poi però la realtà è diversa e tu non sai più cosa stai dicendo?

Eh, magari. Ma è tornato a Torino e il caffè lo prendo da sola, con il cagnetto. Sarà per quello il signora infilato ormai a metà di ogni frase. Quanti pezzi, signora, di focaccia? I sacchetti, signora, erano due o tre? Deve essere per il cagnetto, si. Per la beatitudine con cui lo porto in giro, arrogante lui innamorata io, deve essere per come parlo al cagnetto, dai su andiamo, dai su non farla lì, deve essere il tono con cui chiedo al proprietario di ogni cane se il suo è maschio o femmina, perché il mio è aggressivo con i maschi e pirla con le femmine. Deve essere la faccia a culo di gallina che metto su ogni volta che sento la frase “più sono piccoli più rompono”. Vale anche per le persone, sappiatelo.

Il caffè lo prendo da sola. Con il cagnetto. Lui è andato via, è tornato a Torino, io sono da sola con le ragazze. E il cagnetto. Tanto ho la fortuna di poter lavorare da qualunque posto, mi bastano la connessione internet e i miei files pieni di numeri, quindi posso stare qui, senza di lui, senza sabbia ma con i sassi, insieme alle ragazze e allo Scarabeo di Harry Potter e il taccuino su cui Pepe segna i punti. Stravinco e si offendono. Lui è andato via e io sono qui. Succede sempre e non mi piace mai. Dormo male, dormo meno. Parlo molto, di più, spesso male. Manca lui e mancano i silenzi che mi regala, con il pezzo di sigaro in bocca, spento, con lo sguardo posato su di me e poi però è su di noi e non sembra ma è così che siamo noi, che non sembra mai e poi invece. Non so piantare un ombrellone, soprattutto se manca la sabbia e ci sono i sassi.

Dopo dieci minuti di tentativi mi si è avvicinato un uomo. “Signora, l’ho vista in difficoltà. Posso aiutarla? ” Non l’ha messa in mezzo, la parola, il signora, è stato l’esordio. Ha cominciato la frase così, come una preghiera e poi era un aiuto e poi forse è così che si prega ma io non lo so, non lo so più, io non prego perché anche quella è tra le cose che non so fare. Un uomo che poteva essere mio padre ma non lo era, più pancia che capelli, un uomo come un prozio, uno di quelli che vedi ogni tanto, le domeniche quando sei piccola a casa dei nonni, al cimitero il giorno dei morti e poi non li vedi più, qualche matrimonio, qualche funerale. Ho uno zio così, che aveva un laboratorio di sartoria nel quale giravo tra macchine da cucire e assi da stiro senza capire come si potesse da un pezzo di tessuto ricavare qualcosa di completamente nuovo. Mi cantava sempre “ lo sai che i papaveri sono alti alti alti e tu sei piccolina sei nata paperina che cosa ci vuoi far” e intanto con le mani teneva le mie e mi faceva ruotare nella stanza. Mi ha rubato il naso strappandomelo con l’indice e il medio così tante volte che penso se lo sia tenuto, alla fine. Mi aveva cucito una mantella, il soprabito più bello che abbia mai avuto, se giravo da sola su me stessa faceva una ruota ampia e io lo facevo, in corridoio, prima di uscire con la mia mantella su misura per me, nata paperina.

Si. Grazie. Gentilissimo, davvero.

Il movimento è tutto in obliquo, non bisogna piantarlo come un gonfalone sulla luna, come la bandierina sul tee dopo aver mandato in buca, non è una vittoria, non è un contrassegno è qualcosa che deve essere più stabile, mica altro. Piantata l’asta in obliquo, tra i sassi, si deve compiere un movimento pelvico per qualche minuto facendo girare anche le mani e la base dell’ombrellone. È una rivoluzione e una rotazione, senza fretta ma non lenta. Man mano si tira su e poi si infila la parte superiore, senza andare troppo a fondo, non sono questioni di fondo, deve essere stabile ma non rigido, se vai troppo a fondo si blocca. E poi si apre e hai l’ombra, perché a quello serve un ombrellone piantato sulla sabbia e tra i sassi, comunque serve solo ad avere ombra. E poi ci metti dei pesi, alla base. I pesi vanno sempre alla base, ovvio. Così non vola via perché un ombrellone che vola via non serve più e poi può essere pericoloso, tu volevi solo un po’ di ombra e magari fai male a qualcuno, alla prima folata di vento se non sei stabile succede, che pensavi di no e poi invece.

Certo, avere quelle mani lì fa la differenza. Mani come arnesi, mani di chi ha il garage in ordine e sa travasare le piante e imbottigliare il vino. Un uomo che ha fatto i sacrifici, quella generazione ha fatto i sacrifici, quella generazione è convita di essere l’ultima ad averne fatti perché non vede che sono cambiati i sacrifici, non li riconosce. Un uomo che ha fatto studiare i figli, due, un maschio e una femmina. Una coppia, dice quella generazione, sono stati fortunati, hanno fatto la coppia. Anch’io ho la coppia, dico quando sento questa frase. Ho una coppia di femmine, coppia vuol dire due. Girano la testa e cambiano argomento, così fa quella generazione quando non capisce. Non dice mai che non ha capito. Anche i nipoti studiano, licei che non sanno cosa sono, non sono diplomi chiusi, quelli che li finisci e poi trovi il posto fisso per tutta la vita, come l’ombrellone dello stabilimento, quello non vola via, al massimo lo chiudi se tira troppo vento. Ha una nuora, ho immaginato, che non vuole venire in vacanza qui, in questa casa comprata con i sacrifici, con i soprammobili che non le piacciono. E ha un genero che è un coglione ma quello è. La moglie prepara da mangiare già il mattino e poi vanno al mare insieme fino a mezzogiorno e mezza. Lui fa una nuotata, ma sempre più vicino, non fino alla boa. Non nuota più verso l’orizzonte, adesso nuota in verticale come un pesce nell’acquario perché lei ha paura che lui si senta male e poi la vita diventa questo, che delle tue paure te ne fai niente e poi l’amore però diventa questo, che delle sue paure ti preoccupi.

Forse signora è dovuto al mio abbigliamento, ai miei caftani morbidi, ai pantaloni ampi come gonne, alla comodità del vestire, non uso nulla di attillato, niente che fasci che le fasce vanno bene per le ferite ma sulle cicatrici non servono più. O forse è dovuto alle macchie sul viso, quelle che vengono per il sole nonostante la protezione alta. Quest’anno ne ho una nuova, sulla fronte. Un’ombra tra i pensieri, sembra il test di Rorschach. Ci vedo mio padre. È grave?

Forse signora è dovuto al fatto che sono una signora con il cagnetto, il caftano ampio, delle macchie sulla pelle quarantennale senza grandi manutenzioni, due ragazze alte e slanciate che mi camminano accanto discutendo intorno alla validità della parola “Cho” a scarabeo perché pare che sia il nome o nomignolo di un personaggio secondario di Harry Potter ma Pepe contesta e accusa la sorella di non essere in grado nemmeno di formare una cazzo di parola- si proprio cazzo di parola- mentre lei si impegna e tira fuori omega o ideale e poi noi abbiamo questa cosa che giochiamo sempre con il regolamento aperto per controllare come si fa e poi però le regole ce le riadattiamo un po’ che alla fine possiamo giocare solo tra noi perché le regole generali si sono quelle ma non proprio e non è che agli altri puoi spiegare che se una regola non sai cosa significa o ti sembra sciocca allora non la usi e continui a giocare senza, una signora con dei files pieni di numeri in un portatile poggiato sul tavolo, un ombrellone che non sta su e allora si va allo stabilimento che facciamo prima e non chiediamo aiuto a nessuno e lui che è tornato a lavoro, lo fa sempre ma non è che uno si abitua solo per questo. E poi non mi fermo più sulla panchina, al tramonto. Non mi va senza di lui. La sua mano calda sul collo che sembra una carezza ma non esistono carezze che sembrano mani sul collo, è altro, è tornare a casa da un viaggio, aprire la porta e respirare l’odore di dentro, da dentro, il cagnetto seduto accanto a noi e la gente passa e lo guarda come se fosse strano vedere un cane seduto su una panchina e poi noi ridiamo e diciamo cosa guardate non lo vedete che non è un cane ma è un professore e non so perché lo diciamo ma è così e da sola non lo dico più perché non mi fa ridere, cioè un po’ mi fa sempre ridere ma solo perché immagino la sua voce mentre lo diciamo. E poi mi fa vedere che di là c’è la Francia e me la indica e io anche se lo so dico ah, si, è già la Francia e lui dice si, si e poi stiamo in silenzio finchè non arriva una canzone da un chioschetto e no, non la conosco, ma la suonavano quando lui aveva l’età di Cri e no, non era bello come Cri, aveva la pancia e la frangia e nessuna lo guardava, soprattutto la tedesca con il caschetto, quella che faceva fermare il luna park, proprio che fermavano le giostre quando arrivava lei e tutti lo sapevano che lei era destinata al più figo del gruppo che no, non era lui, era uno più grande e davvero figo, un maledetto che però non sapeva giocare a tennis e invece lui, lui si, con la frangia e la pancia scivolava via come un maledetto sul campo veloce, che ognuno ha la sua maledizione e il suo demone personale e lei una volta era andata a vederlo ma solo perché giocava contro il figo e aveva vinto, ovviamente, il figo l’aveva presa male e lui aveva passato la mano a sistemare la frangia e lei lo aveva guardato e poi niente, finisce così questa storia pazzesca, con lui che vince a tennis e l’altro che limona la tedesca.

E poi stiamo in silenzio di nuovo, sotto di noi la spiaggia di sassi. la Francia sempre lì, immobile. Due bambini si rincorrono in riva al mare, fratelli, maschio e femmina, una coppia. Lui un po’ più grande, lei ha i pantaloncini da maschio. La madre è seduta su un asciugamano, davanti a lei il mare e lui. Due canne da pesca piantate tra i sassi, chissà come si fa, se è più facile dell’ombrellone. La lenza che si muove, i bambini che gridano e si avvicinano, il figlio maschio tira su, piano piano che si spezza dice il padre che non sento ma so che lo dice perché è come la Francia, lo so. E tira fuori un pesce, per davvero. La madre saltella, sui sassi e scatta una foto con il cellulare, chissà a chi la manderà, robe di nonni. E tutti fanno una gran festa per il pesce tranne il pesce. E poi un attimo di silenzio che si ricomincia: si prende l’esca dal contenitore, puzza, si puzza bimba che tappi il naso e ridi contemporaneamente, il padre accosciato compie l’operazione, i tre in piedi che lo guardano, il maschio con le mani sulle cosce e la schiena appena curva, sembrano petali pronti a schiudersi e poi è il tramonto, non si schiudono al tramonto, eppure si schiudono. Perché non sono petali. Sono la Francia, sono un professore su una panchina, tedesche bellissime e brutti anatroccoli che invece erano cigni e allora il punto non è essere come gli altri ma sapere chi sei e poi se finisce che ami una paperina che cosa ci vuoi far, canne da pesca piantate come chiodi al centro di un muro, macchie che sono pensieri, persone.

Il movimento è preciso, pulito. Il braccio indietro e il lancio netto, un arco verso il mare. Centinaia di volte, forse migliaia, almeno millanta come diceva Cri da piccola. E ricomincia l’attesa e ricomincia la festa, adesso toccherà a lei, alla bambina, tirar su la lenza. È evidente. Da come saltella su una gamba e poi sull’altra, dal fatto che ha smesso di giocare con suo fratello perché lei aspetta così, non può distrarsi come lui che fa altro e poi lo chiamano quando il pesce ha già abboccato, no, lei il pesce lo sta incoraggiando, lo sta pregando perché sa farlo, sa come si fa e il padre le parla e lei annuisce e la madre è seduta sull’asciugamano e non guarda l’ora, e poi la lenza tira, è il momento e tutti in piedi e lei tira su, piano, piano che si spezza dice il padre ma lei lo sa perché lo ha sentito centinaia di volte, forse migliaia, almeno millanta e poi lo sa perché lo sa ed eccolo il suo pesce, la sua festa, le grida, il fratello che controlla se è più grosso, si lo è, si vede da qui, da questa panchina, da questi trentacinque anni che ci separano che potrebbero fare di voi i miei figli e invece no, che nella mia storia ero io la figlia e mi faceva schifo pescare perché dovevamo fare silenzio perché i pesci scappano con il rumore, perchè non toccare che fai casino, perché i vermi sono disgustosi e la macchina puzza per settimane, perché usi il mio secchiello per mettere i pesci e non ci sta il mare nel secchiello e se ci metti i pesci ci metti il mare perché nel mare ci sono i pesci e come la parte per il tutto ma giri la testa e non ascolti e non è come cambiare una regola è come non rispettarla e questo non si fa, e poi mi faceva schifo pescare perché tanto litigate e basta, è troppo tardi, non stanno fermi, si annoiano, vacci da solo, come fanno a stare zitti, non puoi schiacciare la testa ai vermi, molla il retino, siediti in macchina e aspetta, giocate a far finta di guidare, i pesci scappano.

E poi non mi fermo più, sulla panchina al tramonto. Perché lui non c’è, perché mi chiamano signora e pare che sia proprio così ormai, perché ho una macchia nuova sulla fronte, come un’ ombra, come un pensiero e vorrei dirle- dirgli- potevamo fare di meglio, potevamo fare casino, sai, potevamo ridere e sembrare un fiore che si schiude al tramonto che nessuno se lo aspetta, potevamo giocare cambiando le regole. E poi, sai, i pesci non scappano, i pesci dal mare non scappano mai.

 

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14.07.07 (in ordine sparso)

 

Eravamo indecisi tra tre nomi: Vittoria, Greta e Beatrice. Greta lo abbiamo scartato non ricordo perché. Tutti i nostri amici e/o conoscenti hanno iniziato a chiamare le figlie Vittoria o Beatrice, tra i parenti c’era chi diceva Vittoria, chi diceva Beatrice. Una sera in un discorso riferito al mio pancione a qualcuno è scappato con tono perentorio, quello che più mi irrita, “dopo la nascita di Vittoria…”. Abbiamo deciso che non saresti stata né Vittoria né Beatrice e che non avremmo detto il nome fino alla nascita perché ci eravamo sinceramente rotti i coglioni.

Pesavi 3,750 kg ed eri lunga 50 cm. Avevi i capelli e la peluria sulla schiena. Un livido blu tra gli occhi, all‘attaccatura del naso. Non era un livido, è la vena che passa di lì, era in evidenza. Lo è ancora quando sei un po’ più pallida o stanca. Per mesi e mesi, forse anni, a chi chiedeva dicevo che no, non ti eri fatta male, non avevi sbattuto da nessuna parte.

Il tuo naso è detto “a sella”.

La notte in cui siamo andati in ospedale, in realtà erano già le sei del mattino perché ho resistito ben quattro ore a casa, tuo padre mi ha preso una delle mie borse e nella pausa della contrazione gli ho detto che non andava bene. Perché non si intonava a come ero vestita.

C’è una mia foto in auto, nel tragitto papà l’ha scattata, fermo a un semaforo. Ti ha sempre fatto impressione, non so se per la dimensione della pancia o per l’espressione sofferente che avevo.

Il termine della gravidanza era il 5 luglio 2007. Ci hai pensato ancora un attimo, sei così.

Una domenica di giugno, verso la metà, mi sono alzata, papà aveva un torneo di tennis ed era già uscito, io ho tirato su la serranda della camera da letto e appoggiata al davanzale ho pensato al tuo nome, l’avevo trovato. Gli ho mandato un messaggio, mi ha risposto “poi ne parliamo”. Avevo capito. Perché in genere mi diceva “ti stai annoiando?” ogni volta che entravo in argomento nomi, in genere duecento volte al giorno mi rendo conto di essere stata un po’ pesante. Gli avevo proposto Sveva, mi aveva detto che le nostre nonne non se lo sarebbero ricordato, sticazzi- allora avevo detto io- la mia già non ricorda niente, la tua sinceramente anche se non se lo ricorda non è che proprio mi agito. Poi, non è che sono eterne. Sei cinica, ha detto. È la vita, mica l’ho deciso io che se nasci poi alla fine muori.

Maria Sole. Solo se ti chiami Agnelli di cognome mi ha risposto. Elisabetta. No. Perché? Boh. Rebecca. No, perché suona male con il cognome. Laura. Ma dici sul serio? Carlotta. Non per carità, robe di ex.

La prima domanda che ho rivolto all’ostetrica che ti ha preso in consegna dal ginecologo appena sfilata dalla mia pancia aperta è stata:” è tutta intera?”. Che domanda è, mi ha risposto lei. Dimmi se è tutta intera. Si, certo che è tutta intera, eccotela. Nella carta argentata come un branzino tirato fuori dal suo mare, in un pianto disperato, il tuo viso contro il mio, la tua bocca che trova il mio mento e ci si attacca. Andiamo a conoscere il papà, adesso.

Mi sono persa il vostro primo incontro.

Sei nata con un cesareo di urgenza alle 16.12, l’ultima volta che ho guardato l’ora erano le 15.47. Cristina, il nome sul braccialetto e sul cartellino della culla trasparente. Tc è l’abbreviazione che scrivono per chi nasce con il cesareo. Il mio cognome, non eravamo sposati. Tuo nonno conserva una foto nella quale è ben leggibile Cristina Laezza. Tre giorni dopo, il 17 hai preso il cognome di papà, lo stesso giorno in cui avrebbe compiuto gli anni sua cugina, la sola con il vostro cognome, morta pochissimi anni prima della tua nascita. Non che significhi per forza qualcosa, anzi, ma quel giorno gli zii sono venuti a trovarci, a trovarti. Proprio quel giorno che per loro era quel giorno e non un giorno e basta. Me li ricordo affacciati sulla porta della stanza, vicini, felici di conoscerti. Papà è andato a pranzo con loro, mi ha guardata, l’ho guardato, si gli ho detto senza dirlo, pranza in riva al fiume, cerca un posto carino, con l’ombra, che arrivi un po’ di aria, magari uno dei tanti circoli di tennis e state insieme, oggi.

A Sara, seduta accanto al mio letto, che mi ha chiesto dei dolori del travaglio ho detto che ho invocato la morte. Se lo ricorda ancora.

Tuo zio è arrivato dagli Stati Uniti senza passare da casa, sembrava un innamorato a cui finalmente era stato detto di sì, con la camicia stazzonata e gli occhi lucidi.

La sera della tua nascita c’era un concerto di Battiato.

In stanza con noi c’erano due gemelli omozigoti che si chiamavano come due miei ex fidanzati. Poi è nato un Amadeo. Poi andato via Amadeo è arrivata Paola. Andati via i gemelli è arrivata una signora che aveva minacce di aborto ma non avevano altre stanze e allora l’hanno sbattuta in stanza con chi era arrivata alla fine acciaccata ma vittoriosa. L’ho trovato atroce.

Prima di quel giorno papà ti chiamava Papalla. Non so cosa significhi.

Un giorno ti contemplavo e dicevo non ricordo a chi, forse a mia madre, che avevi davvero un bell’incarnato, un colorito stupendo. In quel momento, davvero, ti giuro, in quel momento, appena finisco di dirlo arrivano le ostetriche a prenderti perché avevi la bilirubina alle stelle. “La portiamo in lampada, signora, vede come è diventata gialla?”. È stato quello l’attimo in cui ho capito che no, quella cosa dell’istinto non vale per tutti. Almeno, per me non vale.

Il tuo fiocco nascita l’ha ricamato Daniela, la sola a conoscenza del nome scelto, solo che non ti decidevi a nascere e passavano i giorni, lei doveva partire per le vacanze. Quando si è capito che anche il 9 lo avresti passato tranquilla dov’eri, ha ricamato il numero 1 e lasciato lo spazio per il numero successivo. Quindi il tuo fiocco era così: è nata Cristina 1_/07/07. Tanto oltre il 17 non saresti andata. Il 4 lo ha ricamato Vale, appoggiata al davanzale accanto al mio letto, aveva accompagnato Mara arrivata con il primo treno da Roma quella mattina.

È venuta moltissima gente a trovarci. Di alcuni ero felice, di altri fanculo. Tizio non si è mai visto, quello che si è fatto un’idea su di me, ecco, quello non si è davvero mai visto, nemmeno per una pacca sulla spalla a tuo padre. Il che fa capire quanto sia davvero immenso se è in grado di farsi delle idee così, da lontano. Un fenomeno.

Ivo e Claudia, con Chiara nella pancia.

Irma e Piero, la loro Cristina da quel giorno è diventata Cri Grande.

Marino.

Durante il travaglio una dottoressa mi ha suggerito di fare una doccia per alleviare i dolori e allora mi sono avviata con il beauty verso il locale delle docce, in reparto, ma devo aver frainteso il senso della doccia perché io mi sono proprio lavata, ho fatto lo shampoo e ho messo il balsamo, mi sono pettinata sotto l’acqua, reggendomi al mancorrente durante la contrazione oppure sedendomi sullo sgabellino a disposizione, ho usato il bagnoschiuma creando un tappeto di bolle. Poi ho visto che le altre semplicemente indirizzavano il getto di acqua calda o tiepida sulla schiena o sul collo o sulla pancia. Io no, io mi sono fatta una signora doccia e per fortuna, però, perché siamo tornate a casa dopo cinque giorni e avrei avuto dei capelli di merda.

I miei nonni, mi ricordo lei seduta accanto a me, confusa, piccola, bellissima, in quella stanza colma di gente che non conosceva e che anche se avesse conosciuto non se la sarebbe ricordata e allora faceva finta di conoscere tutti, sorridendo, tesa, smarrita. Me li immagino in auto, lui che le dice andiamo a conoscere la bimba di Sonia e lei stupita, come Sonia ha avuto una bambina, si, si, te lo avevo detto, lo sapevi- e poi da capo- dove andiamo,in ospedale, e perché qualcuno sta male no, nessuno, è nata la bambina di Sonia, ma come Sonia, Sonia ha una bambina? Ma cosa dici, Sonia è una bambina, no, non lo è, adesso è grande, dove andiamo, da Sonia, è nata la bambina, davvero? Che bello, una femmina e di chi è? Di Sonia. Sonia? Ma il padre chi è, quello piemontese?

Un medico di turno mi ha visitata per una reazione allergica a un farmaco che mi hanno somministrato dopo l’intervento, mi ha chiesto in che giornata fossi, si dice così dopo il parto, prima giornata, seconda giornata e così via. In quarta giornata, gli ho detto. Ho partorito sabato.

“Signora, lei non ha partorito. Ha fatto un cesareo.”

Io non piango mai davanti agli estranei. Ho aspettato che uscisse e si allontanasse con il suo carico di empatia e delicatezza. Quella frase mi suona ancora dopo anni nelle orecchie. Non ti ho partorita, no. Ho invocato la morte per dolori a cui non ero preparata e poi non ti ho spinta fuori, sono venuti a prenderti passando attraverso tessuti, muscoli, organi e dopo mi hanno ricucita. Non ti ho spinta fuori, questa cosa detta da un uomo è feroce e vuota allo stesso tempo. Ti ho allattata ed è stato bellissimo. Quando è finita mi è sembrato che finisse altro, mi è sembrato di partorirti, io non ho mai amato quella pancia che ti ospitava, ho amato te sempre, dal primo momento, nell’immobilità della placenta ferita quando potevo sperare e basta, ti ho amata sempre, ho amato il fatto che tuo padre ti abbia desiderata di più di quanto non abbia fatto io. Questo non lo sa nessuno. Papà ha desiderato diventare tuo padre, ti ha cercata. Io l’ho seguito, innamorata perdutamente di lui e dei suoi desideri. Ma da quel primo momento, da quel primo sospetto, dalla conferma io ti ho amata ogni singolo istante. Ma la pancia non eri tu e non ero nemmeno io. Le caviglie, le gambe enormi, tutti quei chili, ventidue, quelli non potevo amarli. Non si intonavano con me, non mi appartenevano, non eri tu e nemmeno io. Tu invece. Tu. Tu sei tu e io sono diventata io.

 

C’è una foto, non c’entra nulla con la tua nascita. È una foto che ha mio padre, lui bambino in braccio a sua madre, sullo sfondo una Napoli bella come un ideale, lasciata come si rinuncia a un ideale, rimpianta come si rimpiange un ideale. Sul retro della foto, scritto di pugno da mia nonna che è morta un anno prima della tua nascita, una frase per lui. Per dirgli che voleva che lui sapesse quanto era stata orgogliosa di tenerlo, bambino, il suo bambino, tra le braccia. Lui l’ha letta quando lei non c’era più, non so quando lei lo abbia scritto, ma lui se l’è trovato davanti senza averglielo mai sentito dire, magari, la loro storia è sempre stata in salita. Lui l’ha letto mentre diventava nonno e ha pianto, lo so, c’ero, mi ha detto che avrebbe voluto che poi tenessi io quella foto. Non ce l’ho, ce l’ha lui, ma in qualche modo ce l’ho. Ho capito perfettamente cosa intendesse lei, cosa voleva che lui sapesse, senza avere le capacità o gli strumenti per dirglielo. Ho capito lei per la prima volta nella vita, no, non l’avevo mai capita, sai, e forse nemmeno amata come nonna, amata oltre l’affetto istituzionale. Ho capito quello che anni dopo mi ha detto Mara, quando le ho chiesto a chi vuoi che importi cosa scrivo, se scrivo, quel che scrivo? Mi leggono solo loro, le mie figlie.

Ti pare poco? È tutto. Mi ha detto.

 

Con tutto l’orgoglio di essere tua madre.

 

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A guardare bene

 

Nella vita di Stefano le cose importanti erano capitate velocemente. Le cose importanti per lui, certo, che sono poi quel tipo di cose importanti per un uomo. Anche lei, Nina, era capitata così velocemente da non capire cosa stava accadendo. Era stata la sua voce a cambiarlo in un punto, che non sapeva, ma quello era stato, aveva pensato che si trattasse di un momento, pensava che quella voce fosse arrivata lì in quel punto che non sapeva e poi andata via e invece gli si era infilata dentro. Aveva pensato alle monete perse in tasca, nel cappotto, quando la fodera è bucata e tra la tasca e la stoffa capita che scivolino giù e poi non le recuperi più. Le hai addosso e non le puoi prendere. Questo era quel che raccontava lui, se doveva, perché qualcuno gli chiedeva altrimenti no, Stefano non parlava di sé o di Nina o di quell’azienda tirata su dal niente come una figlia che gli somiglia e no, non parlava nemmeno di quella figlia sgusciata fuori da Nina, all’improvviso anche lei, da non capire quando fosse successo davvero tutto, tutto questo.

“Papà?”

Stefano alzò lo sguardo in direzione della porta, si vedeva la polvere in controluce, a guardare bene.

“Si, Bimba Bella. Si.”

“È tutto pronto, papà. Quando vuoi.”

La figlia era ferma sulla soglia, si vedeva la bambina che era stata, a guardare bene.

Lei aspettava e allora lui si alzò, perché non si può fare diversamente quando qualcuno ti fissa aspettandosi di vederti alzare. Le mise una mano sulla spalla, lei ci si appoggiò solo per un momento e andarono.

La valigia di Nina era pronta, niente abiti né scarpe. Niente intimo, viene fornito tutto, li avevano rassicurati, anche i prodotti per l’igiene personale, sua moglie sarebbe stata lavata e cambiata, avrebbe indossato una tuta comoda, senza cuciture o bottoni che si staccano e finiscono nella trachea, capita, gli avevano detto.

Erano finiti i giorni buoni e poi erano finiti anche i giorni meno buoni ed era arrivato il tempo dei giorni bastardi, così, come finiscono le scorte, come finiscono le speranze dopo un naufragio, che ci metti in un po’ prima di arrenderti e provi ad organizzarti e ci credi anche e poi basta.

La valigia di Nina senza gli abiti di Nina, senza le borse di Nina e su quella sedia a rotelle il corpo di Nina senza Nina, senza la risata di Nina, senza la voce di Nina.

Nina partiva e lui l’avrebbe accompagnata. Bimba Bella aveva preparato tutto, con ordine aveva organizzato gli oggetti personali, quelli che serviranno a farla sentire come se fosse a casa mentre a casa non è, gli avevano detto, solo che lei a casa non ci sarebbe più tornata e forse nemmeno lui, non nello stesso modo, non chiamandola casa, a guardare bene.

Lo avevano deciso da subito, dalla diagnosi, dieci anni prima. Avevano ascoltato le parole del medico, le avevano capite. Lei le aspettava perché sapeva che da certe cose non si scappa, dall’ereditarietà, dall’irreversibilità, dalle sentenze, dalle condanne. Lui le rifiutava, tutte, tutte quelle stesse cose che Nina aspettava lui le rifiutava e le allontanava e le bestemmiava e non ci credeva e si era opposto, aveva chiesto, cercato i migliori e anche i migliori scuotevano la testa e allora si era fermato e così era stato e così avevano deciso. Quando sarebbe arrivato il momento Nina sarebbe andata in un Istituto, con un bel parco e senza l’odore di cibo rancido nei corridoi, avrebbe avuto una stanza tutta per sé, come una scrittrice o una nobile o entrambe le cose e gli orari di visita sarebbero stati flessibili, l’assistenza qualificata e Bimba Bella non avrebbe dovuto lavarla o cambiarla ma avrebbe continuato a vivere la sua vita, che quello si fa con la vita, si vive e basta.

Eccolo il giorno, il momento. Eccolo il corpo di Nina, sulla sedia a rotelle con il freno tirato giù, il corpo di Nina senza Nina.

“Ho messo la foto del matrimonio, papà. E un pacchetto di sigarette, aperto, e un accendino. Scarico, non si sa mai. Ci pensi? Che si dimentica di essersi dimenticata che fumava e ricomincia proprio lì e fa suonare l’allarme antincendio. Ci pensi?” rideva nell’immaginare la scena, si portava la mano aperta sulla guancia e rideva, come Nina, rideva come sua madre che si vedevano le lacrime, a guardare bene.

Stefano si sedette sul letto, prese la mano di sua moglie- Nina zampe di uccellino caduto in volo- l’accarezzò con la punta dell’indice.

“Le sigarette vanno benissimo, Bimba. Una foto dei bambini non l’hai messa?”

“Si. Quella al mare, anche se.”

“Anche se?”

“Non ricorda nemmeno i nomi, niente. È più facile che biascichi il paradigma di fero quello non lo ha dimenticato.”

“Quello non si può dimenticare.”

“Questa cosa l’avrebbe detta lei.”

“Si, avrebbe.”

Sua figlia guardò fuori dalla finestra per sapere se il mondo esisteva ancora, se il mondo lo sapeva cosa succedeva quando si naufraga, guardò fuori perché dentro non riusciva più a farlo. Stefano si alzò, passò le dita tra i capelli di sua moglie- Nina testa di pulcino– la baciò, inspirò, espirò e pensò che respirare è facile se non ci pensi.

“Io e mamma andiamo, è arrivata l’auto dell’Istituto”

 “Sei sicuro di voler andare da solo?”

“Non sono solo, c’è mamma.”

“Papà. Possiamo ancora cambiare idea, ci organizziamo qui, troviamo un aiuto in più, venite a stare da me. Lo troviamo un modo, un modo diverso.”

“Questo è il modo che ha trovato lei. Facciamo come vuole mamma, dammi solo una mano con la valigia fino al cancello.”

L’auto aspettava parcheggiata, Stefano prese posto accanto alla moglie, un cenno all’autista che partì, un sussurro all’orecchio della donna “se ti accendi una sigaretta vengo a riprenderti.”

Si vedeva tutto quello che erano stati, a guardare bene.

 

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disegno di Cristina Vico.

Metti che

 

Ho passato il pomeriggio sul divano, dalle 14.30 circa. Prima ho steso, poi fatto pipì tre volte, mangiato una fetta di melone e preso un caffè, uno solo. Ho bevuto quasi un litro d’acqua, ogni volta che bevo un sorso penso all’ecografista che risponde “per sempre” alla mia domanda. Sabbia. La sabbia chiama acqua ma questo già l’ho detto da qualche altra parte. Penso anche a Stefano, che mi allena e mi dice sempre che mi vede bene, io mi vedo da schifo certi giorni, tipo ieri. Ieri era tutto uno schifo allora gliel’ho detto e lui mi ha detto che invece no. Penso a lui perché anche lui mi dice di bere, per combattere la ritenzione liquida e io sono una guerriera. Acqua chiama acqua. Stefano mi piace, infatti parlando di lui lo chiamo Stefanino ma lui non lo sa. Io non uso mai diminutivi, quasi mai. E mi piace anche uno degli istruttori di Cri perché è davvero un bravo ragazzo solo che non ha un nome facile da vezzeggiare. Mi piacciono i ragazzi per bene, quelli educati, simpatici, mai eccessivi. Mi piacciono quelli che no, non mi sarebbero mai piaciuti alla loro età.

Le ragazze sono andate in montagna con il papà, fino a domani. In un posto dove io non vado perché per carità. Dico sempre che se devo pulire pulisco a casa mia, non a casa di altri, anche se tra questi altri c’è lui, sono gli altri altri che figuriamoci. Allora gli do le lenzuola pulite, nostre, loro vanno su, si montano i letti, il padre le porta a cena fuori poi fanno due passi mentre lui fuma un pezzo di sigaro e loro blaterano cose, magari si dicono quelle robacce che si dicono tra loro, Pepe dice “ti scasso di botte”, sembra affiliata ai Savastano, ha pure quel tono. Cri però la provoca. Insomma, ci sono i futili motivi ma c’è anche, sempre, l’istigazione.

Ho finito di leggere un libro, ne devo iniziare un altro, il protagonista è quel figo di Contrera, la storia è ambientata qui a Torino e mi piacciono molto i romanzi ambientati a Torino, mi sembra di sapermi muovere meglio al loro interno, mi sento un po’ di Torino io che non sono di nessun luogo, in fondo, come tutti i figli di matrimoni misti lontani da casa per chi ha un posto da chiamare casa. Io potrei andare via domani, ora no. Ora sono sul divano e intendo restarci.

Non sto male, non sono malata. Non ho l’influenza, solo sto sul divano e fisso il quadro davanti a me. Mi giro sul fianco e guardo i titoli di Sky Tg 24 che scorrono, la giornalista è senza audio, muove le labbra, parte il servizio. Durante la quarantena, nel fine settimana, ascoltavo la conferenza stampa degli assessori della Regione Lombardia perché la voce di quell’assessore, quello che non ne azzecca una, ecco la sua voce mi faceva addormentare bene, davvero. Aspettavo che dicesse, l’ha sempre detto: “il bollettino di Regione Lombardia” invece che il bollettino della Regione Lombardia. Secondo me è corretto l’uso della preposizione articolata e invece lui niente, sicuro di sé con questo “di Regione Lombardia”. Era il segnale, come un ipnotista, Dio, non so se poi è vero che gli ipnotisti usano la parola speciale per ipnotizzare però nei film mi sembra che vada così.

Ho ucciso una zanzara che mi ha martoriata. Le odio, maledette. Quando ero piccola non mi pungevano mai, mia madre mi diceva che avevo il sangue amaro, mio fratello invece era un bersaglio facile, ma lui aveva il sangue dolce. O buono. Non ricordo. Mi è cambiato il sangue o le zanzare sono meno schizzinose, penso sia più una cosa di adattamento loro comunque che una cosa mia. Prima il rumore e poi il prurito. Ho pensato di scrivere che ho passato il pomeriggio sul divano e poi mi sono immaginata un paio di facce che si deformavano dal disgusto e allora mi sono detta no, Sonia, lascia perdere. Poi le ho immaginate meglio e mi sono detta, si Sonia, scrivilo. Tanto non importa. Cioè, in fondo, per davvero, a quelle facce mica importa. Resteranno fermi alle lenzuola. Entrano sempre dallo stesso post, anche se gli scrivi suca nel titolo (si, l’ho fatto) mica la capiscono, solo per trovare appigli.

Sono sul divano, non potete attaccarvi a nulla Se volete c’è il bracciolo. O vi lancio il telecomando. C’è anche il lupo. Comunque. Quello dietro lo sterno, è sveglio, sveglissimo. Stiamo patteggiando.

Lui le ha portate via perché lo sa quando io ho bisogno di silenzio e solitudine che poi solitudine magari perché qui dentro, nella mia testa, siamo tanti. Dalla chiusura della scuola si contano sulle dita di una mano i momenti che ho trascorso senza la  presenza delle ragazze, sono abbastanza stanca. Per me è faticoso, più che per altri. Perché io posso stare sul divano in silenzio anche per giorni.

Loro no. Loro mi vogliono. Mi vogliono raccontare le cose, mi vogliono vedere, mi vogliono toccare. Mi stanno toccando moltissimo, più del solito, a volte penso che mi credano irreale, a volte mi sento irreale. Pepe mi ha mandato già un video e due messaggi, Cri un messaggio e una foto, mi hanno chiamata una volta sola. Mi sono semiseduta sul divano, con un cuscino dietro la schiena, mi hanno chiesto dei cani. Volevano sapere e allora ho raccontato che il piccolo stava sporcando in camera di Cri con fare prepotente e il grande si mangiava le unghie della zampa destra e solo una delle due era vera, l’altra era una cosa inventata. Mi sono alzata anche per dare da mangiare al grande, è vero. Solo che non mangia, se non c’è lui, il suo padrone. Lo capisco. Nemmeno io mangerei ma poi lui mi chiede se ho mangiato perchè sa che non mangerei allora mangio solo per non dirgli una bugia. Le mie figlie mi costringono a ritmi che non avrei, forse mi hanno salvata dal randagismo obbligandomi a occuparmi di preparare pranzi e cene ad orari fissi. Ho preso una terrina con dell’insalata, ci ho buttato sopra dei semi di girasole, niente sale perché sono una guerriera vera, e un po’ di feta, la mangio solo io in famiglia la feta, a volte ci penso, cioè prima sul divano ci pensavo, che le famiglie sono quei posti dove si sa cosa mangiano gli altri e cosa non mangiano. Mio fratello non mangiava l’Emmenthal da piccolo, guai. Solo io e mio padre. Io niente fontina, per carità, la morte. A mia madre si, piaceva.

Mio marito non mangia i cetrioli e nemmeno le olive. Io e le ragazze ne andiamo matte. Lui mangia il cavolfiore, i broccoli e l’insalata ma solo da quando sta con me. Io mangio gli gnocchi ma solo da quando sto con lui. Se mia nonna resuscitasse con le certezze con le quali è morta, per me non li preparerebbe, guai. Ma era quella famiglia lì. Adesso è questa.

Ho letto che in media viviamo circa 30.000 giorni. Io ho passato la metà. Ho sentito una fitta dolorosa, una fitta di fretta, di rimpianto. Ho letto che in uno studio condotto da due psicologi americani sul tema del rimpianto risulta che al primo posto ci sia il livello di istruzione. La gente rimpiange di non aver studiato o di non aver fatto gli studi che voleva per diversi motivi. Mi ci trovo.

Ho pensato, poi, sempre guardando il quadro che l’adolescenza è come studiare giurisprudenza: non hai la più pallida idea di cosa stai andando a fare, pensi sia una roba fighissima e invece ti trovi a imparare un sacco di regole senza capirne il senso e poi ci sono le deroghe e poi ci sono le fonti e la gerarchia rigida tra queste. Io sono stata una pessima adolescente e adesso un po’ la temo questa seconda ondata di adolescenza che si abbatte in casa mia, portata a spalle dalle ragazze, sbattuta come una porta, di durata incerta, come giurisprudenza, appunto.

I figli ti fregano così. Ti danno orari e regole, in cambio anche tu dovrai dargli orari e regole, gli racconti cose di te, sperando siano da esempio e ti accorgi che fai esempi del cazzo e che a loro dà fastidio che tu dica certe cose. Pepe ha notato che io dico sempre “metti che…” e le dà noia, a volte, non sempre, dipende.

Metti che viene a piovere? Portati il cappello.

Metti che sudi molto dopo il singolo, portati un’altra maglia per giocare il doppio.

Metti che finisci l’acqua, tieni sempre almeno cinque euro in tasca.

Ti fregano così, che ti impediscono di dimenticare, anzi, ti obbligano a ricordare e poi capita che si sveglino anche i lupi.

La settimana scorsa, venerdì, un ragazzo- si può ancora dire ragazzo a 37 anni?- mi ha chiesto com’è essere una mamma. Così. Come avrebbe potuto chiedermi se con il cambio automatico mi trovo bene. Gli ho detto che non lo so, che essere mamma è una cosa strana che sei, che fai, che boh, che ecco se qualcuno mi chiama Cristina perchè si confonde  io mi giro lo stesso anche se mi chiamo Sonia, capito? Per me essere mamma è quello, che mi giro se chiamano il nome delle mie ragazze.

Avevo letto, tanto tempo fa, forse dieci anni fa, che Churchill aveva chiamato la sua depressione il Cane Nero.

In Monster & co a un certo punto, Mike Wazowsky rimprovera Sullivan perché dà un nome alla bambina, la chiama Boo e quando dai un nome a qualcosa vuol dire che ti stai affezionando. Dice una cosa del genere.

Il lupo dietro lo sterno vive lì da sempre, il nome me l’ha dato lui. Io l’ho solo riconosciuto e ho imparato a starci insieme senza farci, ancora, male. E no, lui non c’entra con il divano.

Mi sono alzata anche per chiudere i finestrini della macchina perché stamattina l’ha presa lui e li ha lasciati giù, ho pensato che se stanotte piove poi è un casino. Una volta aveva dimenticato aperta la finestra della mansarda nella casa dove abitava prima e si era allagato tutto, il parquet si era gonfiato, il tappeto ci aveva messo settimane per asciugare. Avevamo pensato, per un momento, di vivere lì, in quell’appartamento ma io non mi sentivo a mio agio, ci aveva vissuto con un’altra e non riuscivo a farmelo piacere. Una sera lui mi aveva detto di prendere quella casa come se fosse un suo difetto, non poteva fare diversamente. Ma poi ha preferito vivere a casa mia, penso gli piacesse l’idea del giardino per crescere il bambino che aspettavamo e che non è mai nato.

L’anno scorso mispiego poteva diventare un libro e ho rifiutato la proposta editoriale. Perché non era accettabile, anche se la casa editrice era tra quelle considerate serie, importanti, proprio per questo in realtà. Guardo un altro quadro, è meglio. Sto scrivendo qualcosa e pensavo di inserire per intero il testo di Milady, come se fosse un capitolo. In fondo lo è stato.

Sono andata dall’otorino in settimana, in sala d’attesa c’era una signora che si chiama Mariolina e non la conosco ma so che doveva comprare un armadio ed era in dubbio tra due annunci di Subito.it e perciò ha fatto diverse telefonate presentandosi ogni volta.  Ho pensato che voglio invecchiare al mare, con abiti larghi, tuniche, i capelli corti e bianchi, le mie collane e i miei bracciali a indicare il mio arrivo e quello del lupo, i cagnetti che mi camminano accanto, la mia risata che fa rumore così copre il latrato di certi giorni o il rumore delle onde o il rumore del vento.

Ho letto in un romanzo bellissimo ambientato a Torino che le donne piemontesi hanno le bocche di chi ha, fin da giovane, mal di denti. Anche certi nomi, certi nomi sono solo di certi posti, dove voglio andare io di Marioline non ce ne sono.

Ho guardato tante mamme, in giro, questa settimana. Le guardo sempre, da dietro gli occhiali scuri. Le guardo per capire se si sono pentite o se sono felici, se è solo un momento oppure no. Un mio amico aveva teorizzato il “coefficiente di disperazione familiare” siglato come CDF e aveva indicatori precisi, io mi sono specializzata nel CDM, il coefficiente di disperazione materna. Osservo come trattano i figli, se li guardano quando loro sono distratti oppure no, se approfittano della distrazione per guardare il cellulare. Io ho capito che potevo farcela quando mi sono accorta che restavo in un angolo ad osservarle mentre loro non lo sapevano. Sulla porta della classe della scuola materna, per esempio, c’era sempre quel momento in cui loro erano ancora assorte nel gioco o nel disegno  e non mi aspettavano, poi alzavano lo sguardo oppure un compagno le toccava- c’è tua mamma– e allora sorridevano da un orecchio all’altro e facevano gli occhi da asilo, così li aveva chiamati il padre che a volte si liberava da appuntamenti di lavoro per essere su quell’uscio alle sedici a prendersi lui gli occhi da asilo. Metti che poi smettono di farteli. Chissà, forse se le porta via ventiquattr’ore per quello, per qualcosa che gli somiglia, per avere il loro odore vicino, mischiato al suo sigaro, alla brace di qualcuno nei prati o per lasciare me e il lupo alle nostre occupazioni, a programmare la manciata di giorni che restano o solo le fatture da emettere la prossima settimana e gli incassi da verificare. Se le porta via per avermi lì, con lui, mentre ordinano al ristornante qualcosa che io no, non mangio ma loro si, per ridere della cameriera che dice zucchini e non zucchine e io odio quando dicono zucchini ma odio anche altre parole, come saporito o il nome Cecilia, si, mi dà fastidio. Se le porta via per poi dirmi che non smettono mai di parlare come se io non lo sapessi o non lo vivessi tutti i giorni, se le porta via perché è il solo modo di tornare, di farmi alzare dal divano per spalancare le finestre in camera loro e aspettarle, metti che poi mi mancano.

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